venerdì 3 luglio 2015

INVASIONE DELLA SICILIA (9 LUGLIO/ 18 AGOSTO 1943)

INVASIONE DELLA SICILIA (9 LUGLIO/ 18 AGOSTO 1943)

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Ital.Sic. 43
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“IlCovo”, anniversario dell’invasione degli Alleati della Sicilia, vuole ricordare la misconosciuta lotta dell’Italia Fascista contro gli anglo-americani, in una fase storica dove ancora ufficialmente risultava che il nemico fosse invasore della nostra penisola e non “liberatore”. A causa di tale metamorfosi propagandistica orchestrata abilmente prima dagli anglosassoni e poi fatta propria acriticamente dalla repubblica antifascista, i tanti episodi di caparbio valore e sacrificio degli italiani in quella campagna, che costarono loro 4578 morti e oltre 30.000 feriti, furono colpevolmente accantonati nel dopoguerra in favore di quelli numericamente inferiori di diserzione di fronte al nemico, per legittimare la falsa immagine di un paese che non avrebbe visto l’ora di buttarsi fra le braccia dei propri avversari. La carneficina che nell’estate del 43 insanguinò la Sicilia dimostra invece come quella campagna militare non fu affatto una “passeggiata” per gli anglo-americani, che lamentarono perdite per oltre 25.000 uomini, e svela l’immagine inedita di un paese che sebbene prostrato da privazioni di ogni genere e martoriato da una serie infinita di bombardamenti devastanti, ancora sapeva e voleva reagire, benché la sproporzione di mezzi e forze in campo gli fosse nettamente sfavorevole. E’ significativo che i pochi sebbene gravi episodi di diserzione e sabotaggio vedessero come protagonisti più che altro le alte gerarchie in comando delle forze armate piuttosto che gli ufficiali di rango inferiore o la stessa truppa; in tal senso appare indicativo il criminale comportamento tenuto da alcuni ammiragli della Marina italiana, che avrebbe tenuto ben lontane le navi che avrebbero potuto contrastare le operazioni di sbarco alleate in Sicilia, in seguito ad un accordo siglato con le forze angloamericane nell’ambasciata di Lisbona con alcuni ammiragli italiani, desiderosi di far cadere prima possibile il Regime fascista; come altresì indicativo risulta evidente il ruolo fondamentale giocato nell’abbassamento dello spirito combattivo degli italiani proprio a causa di quella destituzione e arresto di Mussolini perpetrata dal reuccio savoiardo, che da decenni ci sentiamo raccontare dalla propaganda antifascista sarebbe invece stata accolta da tutti gli italiani con grande sollievo. Commuove ancor’oggi lo spirito combattivo di tutti quei semplici cittadini in divisa, non già militari di carriera, che in quelle tragiche giornate non esitarono un istante ad imbracciare un fucile od una mitragliatrice per opporsi agli enormi carri armati statunitensi ed alla marea di truppe messe in campo dall’avversario, che contro ogni previsione più di una volta dovette cedere all’impeto di quelli che nella propaganda bellica anglosassone venivano sprezzantemente definiti “italiani straccioni”. Fa rabbia constatare che di questi numerosi atti di eroismo così come dei molteplici crimini perpetrati dagli invasori a stelle e strisce contro militari e civili, la massa non abbia alcuna conoscenza, dando per buona una versione bugiarda dei fatti che vuole descrivere gli alleati come i “buoni liberatori”, dispensatori di caramelle e cioccolata!
IlCovo

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

mercoledì 1 luglio 2015

SOCIALIZZAZIONE E STATO CORPORATIVO

Quanto sopra scritto mi ha ispirato l’articolo che segue, iniziando con un grido, alto e forte: ALTRO CHE ARTICOLO 18!
 
 ITALIA  REPUBBLICA  SOCIALIZZAZIONE

CORPORATIVISMO, SOCIALIZZAZIONE. LA MARCIA DEL FASCISMO VERSO LO STATO NAZIONALE DEL LAVORO.

SOCIALIZZAZIONE E STATO CORPORATIVO I passaggi fondamentali per giungere al Manifesto di Verona

di Filippo Giannini

"La Socializzazione non è se non la realizzazione italiana, romana, nostra, effettuabile del socialismo; dico nostra in quanto fa del lavoro il soggetto unico dell'economia, ma respinge la livellazione di tutti e di tutto, livellazione inesistente nella natura umana e impossibile nella storia" (Mussolini - 14 ottobre 1944)
    Il teorico e storico della dottrina cattolica, Don Ennio Innocenti, che tanti anni ha dedicato allo studio e all'insegnamento, ha scritto che il problema affrontato da Mussolini nell'ultimo decennio della sua vita "fu quello di far entrare il corporativismo nelle imprese per elevare il lavoratore da collaboratore dell'impresa a partecipante alla gestione e alla proprietà e quindi ai risultati economici della produzione”. E aggiunge: "Durante la RSI ... fu emanato un decreto che prevedeva la socializzazione delle imprese. E' stato questo, sostanzialmente, il messaggio che Mussolini ha affidato al futuro. E' un messaggio in perfetta armonia con la Dottrina Sociale Cattolica, che è e resterà sempre radicalmente avversa sia al capitalismo sia al social-capitalismo. In quest'ultimo messaggio mussoliniano di esaltazione del lavoro noi ravvediamo qualcosa di profetico”.
    L'idea di un "socialismo effettuabile" sorse in Mussolini già nel 1914, quando uscì dal Partito Socialista, "organismo" velleitario e ciarliero e la sviluppò nell'immediato primo dopoguerra.
    Nel 1919, Mussolini parlando, agli operai della "Dalmine" che avevano occupato le fabbriche e innalzato le bandiere tricolori anziché quelle rosse e continuato a lavorare sotto la guida dei tecnici, fra l'altro dichiarava che "il lavoro doveva essere conquista, vittoria di uomini liberi. Voi non siete più salariati ma compartecipi, corresponsabili nella produzione”.
    In questo dopoguerra è stato scritto e detto che l'idea di Mussolini della Socializzazione "fu solo un tardivo espediente per ingannare le masse lavoratrici". E' una delle tante menzogne, fra le mille e mille, di un regime corrotto e inetto terrorizzato di dover affrontare un serio confronto con il Governo che lo ha preceduto.
    Tutta l'attività del Governo Mussolini fu un susseguirsi costante di decreti e leggi di chiare finalità sociali all'avanguardia non solo in Italia ma, addirittura, nel mondo.
    Quelle leggi, di cui i lavoratori italiani ancora oggi ne godono i privilegi, sono quelle volute da Mussolini nei suoi vent'anni di Governo. Qualsiasi confronto con quanto fatto dai Governi di questo dopoguerra, risulterebbe stridente.
    Citerò solo alcune di quelle leggi o decreti, quelle, cioè che ritengo più rappresentative, ricordando che prima del fascismo nello specifico campo legislativo c'era il vuoto più assoluto:

Tutela lavoro donne e fanciulli (R.D. 653 - 26/4/1923);
Assistenza ospedaliera per i poveri (R.D. 2841 30/12/1923);
Assicurazione contro la disoccupazione (R. D. 3158 - 30/12/1923);
Maternità e infanzia (R.D. 2277 - 10/12/1925);
Assicurazione contro la TBC (R.D.2055 -27/10/1927);
Esenzioni tributarie famiglie numerose (R.D.1312 - 14/6/1928);
Opera nazionale orfani di guerra (R.D. 1397 - 26/7/1929);
INAIL (R.D.264 - 23/3/1933);
Istituzione libretto di lavoro (R.D. 112 - 10/1/1935);
INPS (R.D.18274/10/1935);
Riduzione settimana lavorativa a 40 ore (R.D. 1768 - 29/5/1937);
ECA (R.D. 847 - 3/6/1937);
Assegni familiari (R.D. 1048 - 17/6/1937);
Casse rurali e artigiane (R.D.1706 - 26/8/1937);
INAM (R.D. 318 - 11/1/1943);

    Da tutto ciò si evince il motivo per cui i governi che seguirono nel dopoguerra, per evitare un democratico confronto, sono stati costretti a creare una cortina di menzogne e varare quelle leggi antidemocratiche e lesive al libero pensiero, quali le “Leggi Scelba”, “Legge Reale" e "Legge Mancino".
    Su questo argomento torneremo in un prossimo futuro e rientriamo prontamente in tema ricordando l'enunciazione mussoliniana “andare verso il popolo", trasformata poi nel più sociale "stare con il popolo".
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  I principi essenziali dell'ordinamento corporativo sono espressi e ordinati nella "Carta dei Lavoro" che vide la luce il 21 aprile 1927.
    "La Carta del Lavoro" trasportava il lavoratore fuori dal buio del medioevo sociale per immetterlo in un contesto di diritti dove i rapporti fra capitale e lavoro erano, per la prima volta nel mondo, previsti e codificati.
    In un articolo di fondo apparso alcuni anni or sono su "Il Giornale d'Italia", fra l'altro si legge: <La nascita dello Stato Corporativo rappresentò il tentativo di superare i limiti del cosiddetto Stato Liberale e l'incubo dello Stato Sovietico. Il secondo conflitto mondiale infranse l'esperimento in una fase che era già cruciale a causa dell'isolamento internazionale provocate dalle sanzioni e dall'autarchia>.
    Il Diritto Corporativo tende a porre l'Uomo al centro della Società postulando dei principii di cui ne cito alcuni ritenendoli i più caratterizzanti e avvalendomi dello studio del Dott. Sebastiano Barolini:
  1. Ridimensionamento dello strapotere dei padroni attraverso la partecipazione dei lavoratori alla gestione dell'impresa;
  2. Partecipazione dei lavoratori agli utili dell'impresa;
  3. Partecipazione dei lavoratori alle scelte decisionali onde evitare chiusure di aziende o licenziamenti improvvisi senza che ne siano informati per tempo i dipendenti, i quali sono interessati a trovare altre soluzioni atte a non perdere il posto di lavoro;
  4. Intervento dello Stato attraverso suoi funzionari immessi nei Consigli di Amministrazione allorquando le imprese assumono interesse nazionale a maggior difesa dei lavoratori
  5. Diritto alla proprietà in funzione sociale, cioè lotta alle concentrazioni immobiliari e diritto per ogni cittadino, in quanto lavoratore, alla proprietà della sua abitazione;
  6. Diritto alla iniziativa privata in quanto molla di ogni progresso sociale di contro all'appiattimento collettivista ed alle concentrazioni capitaliste;
  7. Edificazione di una giustizia sociale che prelevi il di più del reddito ai ricchi e lo distribuisca fra le classi più povere attraverso la previdenza sociale, l'assistenza gratuita alla maternità e all'infanzia, le colonie marine e montane per bambini poveri, l'assistenza agli anziani, i dopolavoro per i lavoratori, i treni popolari, e via dicendo;
  8. Eliminazione dei conflitti sociali attraverso la creazione di un apposito Tribunale del Lavoro in base al principio che se un cittadino non può farsi giustizia da se, altrettanto deve valere per i conflitti sociali ed evitare scioperi e serrate che tanti danni provocano alle parti in causa ed alla collettività nazionale;
  9. Abolizione dei sindacati di classe ormai ridotti a cinghie di trasmissione dei partiti che li controllano e creazione dei sindacati di categoria economica con conseguente modifica del Parlamento in una Assemblea composta da membri eletti attraverso le singole Confederazioni di categoria dei datori di lavoro e dei lavoratori;
  10. Attuazione, particolarmente nel Mezzogiorno, della bonifica integrale che toglie ai latifondisti le terre incolte, le rende produttive e le distribuisce in proprietà gratuita ai contadini poveri.
    Questi enunciati, che risalgono ai primi anni '30, non sono che il logico sviluppo di quelli formulati nel 1919 e che ritroveremo espressi, ancor più lapidariamente nel "Manifesto di Verona". (1)
    Come logica successione di questo processo che, come abbiamo visto, partì nel lontano 1914 e giunse ad approdare alle "Leggi sulla Socializzazione" nella Repubblica Sociale Italiana.
    Sin dalla seduta del Consiglio dei Ministri del 27 Settembre 1943 (quindi a pochissimi giorni dalla sua liberazione), Mussolini fra l'altro dichiarava che <la Repubblica avrebbe avuto un pronunciatissimo contenuto sociale> e il 29 settembre ancor più esplicitamente: <(la Repubblica Sociale Italiana avrebbe avuto) un carattere nettamente socialista stabilendo una larga socializzazione delle aziende e l'autogoverno degli operai>.
    La Socializzazione era uno strumento per una più ampia trasformazione dello Stato così come era nel pensiero fascista: socializzare l'economia per socializzare lo Stato.
    Questo pensiero può risultare più chiaro leggendo uno stralcio della Relazione che accompagnò il Decreto Tarchi, Ministro dell'Economia: <(...) la civiltà tende ad un nuovo ciclo, e quel nuovo ciclo nel quale l'uomo riassumerà il ruolo di protagonista della propria storia e del proprio destino in funzione della sua personalità estrinsecantesi in attività concrete sociali, cioè nel lavoro. Sotto tale profilo l'affermazione programmatica che riconosce il lavoro come soggetto dell'economia (...)>.
    Ecco allora prender forma la dottrina della società come era intravista da Saint Simon, da Owen, da Mazzini, concezioni vilipese dal Bolscevismo ma ben focalizzate dal "socialismo effettuabile" di Mussolini e riportate nel "Manifesto di Verona" e ufficializzate nella dichiarazione programmatica del 13 gennaio 1944 e nel decreto legislativo dell'11 febbraio seguente.
    La Borsa di Milano, che era ben vitale nella Repubblica Sociale, il 13 gennaio, all'annuncio dei provvedimenti sulla Socializzazione, determinò il giorno dopo la caduta dell'indice generale da 854 a 727 punti. Dopo un periodo di stasi, quando il 13 febbraio furono emanati i decreti di Socializzazione, l'indice generale scese a 567 punti, poi però, ad iniziare da marzo riprese a salire fino a toccare, il 6 giugno 1944 il ragguardevole livello di 1745 punti (2).
    Certamente il Paese che sopportava oltre quattro anni di disastrosa guerra e diversi mesi di lotta intestina, ben difficilmente poteva attuare in tempi rapidi un così ambizioso progetto di trasformazione dello Stato. Progetto, però, che, come disse Mussolini a Milano "qualunque cosa accada, è destinato a germogliare”. Giustamente l'avvocato Manlio Sargenti ha recentemente rilevato: <Purtroppo questo progetto non si è avverato. Gli italiani hanno dimenticato quella che costituiva la più originale, la più innovatrice proposta della loro storia recente. L’hanno dimenticata quelli stessi che si sono considerati gli epigoni dell'idea del Fascismo e della Repubblica Sociale>.
    Prima di chiudere il lavoro e concludere, ritengo importante citare gli articoli che sono di base della nostra lotta politico-sociale, articoli che, ovviamente a oltre ottanta anni dalla loro promulgazione, possono essere ritoccati lì dove è necessario ma il cui spirito deve rimanere inalterato.
  1. Art. 9) base della Repubblica Sociale Italiana e suo soggetto primario è il lavoro, manuale, tecnico, intellettuale, in ogni sua manifestazione.
  2. Art. 10) La proprietà privata, frutto del lavoro e del risparmio individuale, integrazione della personalità umana, è garantita dallo Stato. Essa però non deve diventare disintegratrice della personalità fisica e morale di altri uomini, attraverso lo sfruttamento del loro lavoro.
  3. Art. 12) In ogni azienda (industriale, privata, parastatale, statale), le rappresentanze dei tecnici e degli operai coopereranno intimamente - attraverso una conoscenza diretta della gestione dell'equa ripartizione degli utili tra il fondo e la riserva, il frutto del capitale azionario e la partecipazione agli utili stessi da parte dei lavoratori (...).
Gli articoli non menzionati sono certamente meritevoli di essere ricordati, ma motivi di spazio mi inducono a citare quelli essenziali che da soli caratterizzano lo spirito di base del "Manifesto di Verona"; e sempre per tirannia di spazio sono costretto a rinunciare ad un dovuto commento anche degli articoli menzionati.
    L'attuazione della "Legge sulla Socializzazione" trovò enormi difficoltà causate sia dagli industriali, per ovvi motivi; dai tedeschi timorosi che la resistenza passiva da parte degli industriali avrebbe potuto danneggiare la produzione bellica; da parte dei comunisti, che ormai plagiavano i lavoratori, timorosi che la Socializzazione li scavalcasse a sinistra.
    Questa situazione di stallo persistette sino a quando Concetto Pettinato, che Mussolini stesso aveva definito "la nostra più importante mente giornalistica”, creò un caso clamoroso. Un suo articolo, pubblicato su "La Stampa" (di cui era direttore) del 21 giugno 1944, dal titolo: "Se ci sei batti un colpo", diede una sferzata al Capo della RSI e lo costrinse a mettere in atto quelle Leggi sulla Socializzazione che, come abbiamo visto, erano già approvate in sede legislativa ma rimaste inoperanti.
    Mussolini ruppe gli indugi e autorizzò il Decreto del giugno '44 e l'entrata in vigore del Decreto del febbraio precedente.
    A causa della drammatica crisi che attraversava il Paese, Mussolini ritenne opportuno attuare la Socializzazione per gradi; iniziando dalle imprese editoriali.
    La situazione stava precipitando, ma nelle imprese socializzate si riscontrò un notevole incremento della produzione. A dicembre 1944, Nicola Bombacci programmò una serie di comizi e conferenze fra le imprese socializzate e, tra queste, visitò la Mondadori traendone sorpresa ed emozione. A seguito di ciò inviò una lettera a Mussolini nella quale, fra l'altro scrisse: "Ho parlato con gli operai che fanno parte del Consiglio di Gestione, che ho trovato pieni di entusiasmo e compresi di questa loro missione dato che gli utili dopo questi primi mesi è di circa 3 milioni”.
    La guerra ormai volgeva alla fine e, come ha scritto Amicucci ne "I 600 giorni di Mussolini": <Mussolini voleva che gli angloamericani e i monarchici trovassero il nord d'Italia socializzato, avviato a mete sociali molto spinte; voleva che gli operai decidessero, nei confronti dei nuovi occupanti e degli antifascisti, le conquiste socialiste raggiunte con la RSI>.
    Proprio a questo scopo il 22 marzo 1945 il Consiglio dei Ministri decise che si procedesse entro il 21 aprile alla Socializzazione delle imprese con almeno 100 dipendenti e un milione di capitale.
    Per ripagare il grande contributo avuto dai grandi industriali, i comunisti che controllavano appieno il CLNAI, come primo atto ufficiale, addirittura il 25 aprile 1945, proprio mentre si continuava a sparare e mentre era iniziato "l'olocausto nero", ripeto, come primo atto ufficiale fu l'abolizione della "Legge sulla Socializzazione". E l’operazione fu condotta proprio dal padre di Enrico Berlinguer. Non lo sapevate? D’altra parte fu legittima difesa, in quanto i Berlinguer erano ricchissimi proprietari terrieri.
    Così era iniziata la grande beffa a danno dei lavoratori.
 
Quanti di voi conoscevano quanto riportato?
 
1) Questi principi rivoluzionari che avrebbero posto in discussione i "diritti acquisiti" costrinsero tanti "potenti della terra", a coalizzarsi per ostacolare il processo mussoliniano prima imponendo le Sanzioni, obbligandoci poi alla guerra, quindi "inventandosi" il "25 luglio", l'8 settembre ed infine i massacri del secondo dopoguerra allo scopo che di quelle idee non rimanesse più traccia. Paradossale è che di questo diabolico progetto la grossa finanza si avvalse proprio di quella classe che ne sarebbe stata lesa: la classe dei meno abbienti. E l'inganno continua!
2) Solo per conoscenza storica il 6 giugno, alla notizia dello sbarco angloamericano in Francia, si verificò il crollo della Borsa del 30% chiudendo, però, l'anno borsistico il 2 agosto 1944, al buon livello di 1219 Punti.
 
                                                                                                                                           

domenica 28 giugno 2015

CHI E’ GIORGIA MELONI

CHI E’ GIORGIA MELONI


Negli incontri televisivi e nelle interviste si spaccia per quella che è coerente, fedele e priva di interessi, quella che aderisce alla politica solamente per “Motivi etici”, per quella che non rinuncia alle proprie convinzioni per fare carriera.
Nella vita pratica NON è proprio così…come dimostra un suo breve curriculum..
Entra in politica iscrivendosi al Fronte della Gioventù, il movimento giovanile del MSI che, come tutti sanno era un partito neofascista che si ispirava in modo particolare al Fascismo della R.S.I.
Dopo il congresso di Fiuggi, quando Fini iscariota abiura le sue precedenti convinzioni e dichiara essere l’antifascismo uno dei suoi valori ispiratori, essa lo segue senza traumi psicologici né tentennamenti ideologici con una bella giravolta di 360° pur di conservare la sua posizione e le sue prospettive di carriera politica.
Si allea e sostiene il PDL del pregiudicato per reati comuni Silvio Berlusconi e diventa ministro per la gioventù nel suo governo.
Abbandona AN, dove le prospettive erano scarse ed entra nel PDL dove però la concorrenza è fortissima  e la lotta per i primi posti è al coltello.
Per questi motivi, con la scusa che Berlusconi rifiutava di fare le primarie ( ma quando mai Berlusconi aveva programmato le primarie..! ) esce dal PDL e fonda un suo partito denominato Fratelli d’Italia  che però resta saggiamente alleato del PDL..!
Se questa è coerenza, etica e politica come missione allora “Cicciolina” è una pudica verginella…!


Alessandro Mezzano


                                                                                                                               

venerdì 26 giugno 2015

REPUBBLICA DELLE BANANE



REPUBBLICA DELLE BANANE

Dopo avere ricevuto l'ennesima E-Mail da un truffatore che, con la scusa di problemi organizzativi, mi faceva presente che la mia carta di credito era bloccata e che era necessario ridare i miei dati su di un apposito modulo allegato ( per poi usarli per svuotare il mio conto ) ho deciso di segnalare la cosa alla polizia informatica.
Il poliziotto che mi ha risposto al telefono mi ha detto che pur conoscendo pefettamente la prassi di quelle truffe, loro sono impossibilitati a fare qualche cosa per scoprire i truffatori perché, dato che essi agiscono sempre da Paesi esteri, per accedere alle informazioni necessarie è indispensabile una "Rogatoria" che comporta una spesa di € 2,00 e che lo stato non  permette quella spesa…!
E' vero che le denunce sono centiania, ma i truffatori sono poche decine e quindi la spesa totale è nell'ordine dei € 200,00..
Così, per risparmiare € 200,00 si lascia che quanche ingenuo cada nelle rete dei truffatori.
Così lo stato difende i suoi cittadini…!!!
VERGOGNA..!!!

Alessandro Mezzano
















                                                                                                                                

mercoledì 24 giugno 2015

LETTERINA AGLI ANTIFASCISTI RESISTENZIALI

LETTERINA AGLI ANTIFASCISTI RESISTENZIALI

Posso dirvi che la maggior parte di voi che portavate il foulard rosso ha indossato prima la camicia nera?
Posso dirvi che il vostro "Antifascismo", nella maggior parte dei casi è nato quando la nave stava affondando e diventava CONVENIENTE salire sul carro dei vincitori?
Posso dirvi che i veri antifascisti erano pochi, onesti e coraggiosi  e degni di rispetto perché lo sono stati anche dagli anni venti ai quaranta mentre per diventarlo come voi solo dopo il 43 bastava un poco di opportunismo e di vigliaccheria?
Posso dirvi che un tale atteggiamento NON è da Uomini, ma da conigli da vigliacchi e da Giuda?
Posso dirvi che la vostra ferocia nel rivalervi su uomini e donne inermi è stato un modo per rifarvi una verginità politica?
Posso dirvi che in nessuna delle altre nazioni che hanno perso la guerra si è visto un comportamento così opportunista e vigliacco?
Posso dirvi che solo in Italia gli italiani si sono addormentati fascisti e si sono svegliati antifascisti?
Posso dirvi di andare tutti affan…o ???!!!

Alessandro Mezzano

                                                                                     

lunedì 22 giugno 2015

LA "QUESTIONE MORALE"


Siamo un Paese senza più speranza di salvezza ..!!

La “Questione morale” di cui i partiti cianciano quando fanno propaganda elettorale per poi dimenticarsene subito dopo le elezioni e tornare a farsi gli sporchi affaracci propri è sempre più un problema che corrode, come un cancro, la società e le istituzioni.
Ogni giorno, oramai da anni, sentiamo notizie di scandali, corruzione, ruberie, collusioni, e sempre i commentatori politici e recentemente lo stesso presidente della repubblica, tuonano ribadendo la urgente necessità di cambiare rotta e di ricostituire la legalità pubblica e privata.
Chi segue il programma televisivo “Report” ha avuto modo di ascoltare centinaia di  denunce  precise, corredate di prove e circostanziate, su innumerevoli casi di illegalità senza che MAI alle denunce seguisse un’azione della magistratura a perseguirle legalmente.
Tutto tace, tutto rimane avvolto nelle nebbie e nella melma dell’indifferenza quasi che la gente vivesse una sorta di anestesia morale!
Una società è una aggregazione di persone che hanno stabilito tra di loro un patto sociale che prevede delle regole che sono la salvaguardia dei diritti e dei doveri di ciascuno verso gli altri.
Queste regole sono le leggi.
Quando le leggi non vengono rispettate e ciascuno fa il proprio interesse senza badare ai danni che provoca agli altri e questo modo di agire si diffonde e diventa generale, cadono i pilastri che reggevano la società e la conseguenza è il caos e la dissoluzione della società stessa.
Noi siamo pericolosamente vicini a questa situazione, ne si vede all’orizzonte alcuna forza che abbia la volontà e che sia in grado di cambiare la rotta.
Mille e mille volte abbiamo detto che la preminenza dell’oro sul sangue è innaturale, immorale e nociva per la società perché quando ogni cosa ha il cartellino del prezzo diventa logico e naturale che ciascuno, anche mentalmente, privilegi l’interesse e disconosca la morale ..!!
E’ vero che gli scandali ed i comportamenti scorretti ci sono sempre stati e sarebbe ingenuo pensare che l’uomo sia un animale perfetto, ma quando ci sono dettami etici che sono importanti nella società e nella vita di ciascuno, allora questi fenomeni negativi sono ridotti e sotto controllo mentre quando essi mancano e sono sostituiti dal materialismo del profitto essi dilagano ed infettano tutta la società.
Per cambiare rotta è necessaria una vera rivoluzione!
Saremmo in grado di farla ..??

Alessandro Mezzano

                                                                                                                                             



venerdì 19 giugno 2015

Obama, il “G7” e la dittatura americana sull’Europa



Il “Gruppo dei 7” – o semplicemente G7 – è il vertice dei capi di governo e dei ministri dell’economia di quelli che una volta erano i sette paesi più ricchi del mondo: USA, Canada, Giappone, più il quartetto europeo Germania-Inghilterra-Francia-Italia. Costituito nel 1976, ha sempre svolto con zelo il ruolo per cui era stato concepito: assicurare che la politica economica delle nazioni dell’Occidente industrializzato non configgesse con gli interessi degli Stati Uniti d’America. Così è sempre stato; ma – almeno nei primi vent’anni di vita del Gruppo – rispettando le forme, facendo finta che i leader dei sette paesi avessero pari dignità, che si facessero bene o male gli interessi di tutti i partecipanti.
Le cose cominciarono a cambiare negli anni ’90, dopo la fine dell’Unione Sovietica e la nascita di un’Unione Europea che sembrava essere stata concepita apposta per favorire gli interessi statunitensi. Addirittura, quando ancora ci si illudeva di poter arruolare fra i vassalli anche la Russia di Putin, venne inventato il G8 (G7+Russia), oggi di fatto scomparso.
La finzione “collegiale” del G7 è continuata bene o male fino ai primi anni del XXI secolo, anche durante la fase avventuristico-schizofrenica delle guerre di George Bush junior: Afghanistan, Iraq e – negli ultimi mesi del suo mandato – il tentativo di “usare” la Georgia per far scoppiare una guerra ai confini della Russia. Perfino negli anni di Bush, dunque, si rispettavano le forme, e ci si sedeva attorno a un tavolo per dare l’impressione di discutere e di elaborare tutti insieme una linea d’azione.
Le cose, però, sono radicalmente cambiate negli ultimi anni, a partire dall’insediamento del 44° Presisdente degli Stati Uniti d’America, Barack Hussein Obama. Salutato – solo perché nero – dagli osanna di quelli che una volta erano i “progressisti” del mondo intero, insignito addirittura di un Premio Nobel preventivo “per la pace” (incredibile ma vero!), Obama si è rapidamente rivelato come il più duro, il più arrogante, il più “imperiale” tra i Presidenti della storia americana. E questa sua durezza ha applicato non tanto alla politica interna (dove anzi ha fatto cose apprezzabili, a cominciare dalla riforma del sistema sanitario), quanto piuttosto alla politica estera; ha attuato una politica di aggressione mascherata (attraverso rivolte “spontanee” ed eserciti mercenari) contro gli Stati considerati nemici degli USA e/o dei suoi alleati israeliani e sauditi: contro la Libia di Gheddafi, contro la Siria di Assad, contro la Russia di Putin. E ciò, senza curarsi delle conseguenze negative per gli alleati europei di tali sconsiderate aggressioni. E ogni riferimento ai danni recati all’economia europea dalle sanzioni economiche anti-russe non è puramente casuale. Così come non è casuale il riferimento all’assalto migratorio alle nostre coste, gestito dalle fazioni libiche fondamentaliste.
Papa Obama non sembra preoccuparsi più di tanto, ed anzi coglie l’occasione di ogni nuovo vertice del G7 per rivolgersi ai vassalli con la spocchia del signorotto medievale, dando per scontato che i sudditi – pardon, gli alleati – debbano sbracciarsi per agevolare in ogni modo i disegni della politica americana, gettandosi alle spalle i loro problemi. E a noi italiani la politica imperiale del G7 (sia detto con la massima considerazione per gli Imperi rispettabili del passato) ha causato e causa più danni che agli altri. Incominciando dall’aggressione NATO contro la Libia di Gheddafi (che ci ha privato di un mercato petrolifero cui accedevamo a condizioni privilegiate) e finendo alle sanzioni economiche anti-Putin (che hanno disastrato interi settori del nostro export).
I più recenti “vertici” del G7 (quelli svoltisi dopo l’esplosione della crisi ukraina) sono stati autentiche “chiamate a rapporto” dei subalterni, cui è stata di fatto imposta l’agenda dei temi cui attribuire importanza (la guerra, per ora soltanto economica, contro la Russia) e dei temi da ignorare (l’ISIS, la Libia, l’invasione migratoria). Dopo i due vertici del 2014 – in Olanda e in Belgio – è ora la volta di Garmisch-Partenkirchen, in Germania, con l’ineffabile Angel Merkel a fare da padrona di casa. Si capisce che madama si sente importante, e Obama – che non è fesso – le dà spago. Le fa capire che sarebbe anche favorevole a una leadership congiunta americano-tedesca, e Angelona va in brodo di giuggiole. Non capisce – lei, la cancelliera – che l’unico modo per far potente la Germania dopo la seconda guerra mondiale sarebbe un accordo con Mosca, per limitare lo strapotere di Washington. E non capendo ciò, agisce entro un orizzonte per forza di cose limitato. Può, tutt’al più, fare la voce grossa con la piccola Grecia, ma più in là non può certamente spingersi.
Intanto, papa Obama ha formalizzato il suo diktat, e gli altri si sono messi subito sull’attenti: bruciare le tappe per giungere il più in fretta possibile alla firma del TTIP (Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti), ovverossia il funesto trattato di libero scambio USA-UE che farà definitivamente dell’Europa un mercato aggiuntivo per la produzione agricola e industriale degli Stati Uniti. L’America – si sa – tiene al TTIP più che a ogni altra cosa al mondo, perché lo considera uno strumento indispensabile per espandere la propria economia. Non si capisce, però, quale sarebbe l’interesse dell’Europa a favorire l’espansione dell’economia americana a proprio danno. Eppure, nessuno tra i leader dei 4 paesi europei del G7 ha osato pipitiare. Solo la Merkel – va riconosciuto – ha pur sommessamente accennato che «ci sono punti difficili da concordare sia per noi che per gli Stati Uniti».
E nessuno, naturalmente, ha avuto il cattivo gusto di chiedere al Padrone del Mondo perché l’ISIS venga lasciata avanzare indisturbata in Siria, Iraq e, ora, anche in Libia. Tutti allineati e coperti, come bravi soldatini, pronti a immolarsi per difendere la Grande Alleata e gli affaracci suoi.
Intanto, durante una pausa dei lavori del G7, il Vispo Tereso ha dichiarato ai giornalisti che «la posizione italiana è totalmente in linea con quella degli Stati Uniti su come sostenere la crescita». Ammirati, gli astanti hanno sottolineato la «piena sintonia» tra il papa yankie e il chierichetto toscano. Qualcuno – non temendo il ridicolo – ha parlato di «asse Renzi-Obama al G7 tedesco». Povera Italia!