sabato 16 settembre 2023

Dedicato all'unico vero, grande socialista

Dedicato all'unico vero, grande socialista del XX Secolo [ di Filippo Giannini ]

Ho ricevuto una lettera da persona che ha un orientamento politico simile al mio e che, fra l’altro, ha scritto: “Sarà destino degli italiani riprendere dall’esterno ciò che hanno rifiutato in Italia (…). I lavoratori italiani si renderanno conto del patrimonio che hanno gettato al vento (…)”.
I lavoratori italiani non “hanno rifiutato” e non “gettato al vento” il patrimonio che fu a loro lasciato da Benito Mussolini, per il semplice motivo che non potevano “rifiutare” ciò che non conoscevano, dato che sono stati ingannati da personaggi che hanno la cupidigia come prodotto e la menzogna come metodo.
Tu, lavoratore italiano – e lo posso affermare con la massima sicurezza – da sessanta anni (e forse da qualche anno in più) – sei stato ingannato, truffato e derubato dei diritti (quelli reali) che Mussolini ti aveva assicurato.
Per illustrare il mio asserto voglio avvalermi di un comunicato, rilasciato alcuni giorni fa, dal Presidente Provinciale dell’Anpi (Associazione Nazionale Partigiani Italiani) del Veneto, pubblicato su “Il Giornale di Vicenza”. Il comunicato, a firma dell’on. Franco Bussetto, Presidente dell’Associazione, chiede scusa per l’eccidio di Schio commesso nel 1945 da “schegge impazzite del movimento partigiano”. Non è questo l’argomento che voglio trattare (provvederò in altro momento), ma mi voglio avvalere di una frase, contenuta nel comunicato, molto in uso in quell'ambiente, cioè la raccomandazione: “Senza alcuna revisione storica”.
Secondo te, lavoratore, cos’è questo terrore della “revisone storica”? D’altra parte la Storia è soggetta ad una continua “revisione”, come attestano i più seri studiosi.
Si può revisionare la storia di Mazzini o Garibaldi, anche di Napoleone; addirittura, recentemente è stata revisionata la storia di Nerone; insomma, la storia di tutti i Grandi può essere revisionata, ma non di Mussolini e del Fascismo. Per questi, appena si pone qualche dubbio sull’autenticità dell’asserto che “la storia ha emesso la condanna definitiva e senza appello”, sorgono come anime dannate i “furbastri” i quali, per chiudere quelle corbellerie in cassaforte e renderle inattaccabili hanno posto a sentinella le leggi liberticide di Scelba, di Reale e di Mancino. Ma in quella cassaforte è rinchiusa anche la truffa che è stata perpetrata contro di te, lavoratore e ne garantisce la continuità.
Provo a spiegare i motivi del terrore che la parola “revisionismo” crea in un certo ambiente.
Tu, lavoratore, hai idea di quanto percepisce un parlamentare o senatore italiano, “un eletto dal popolo” e che dovrebbe essere al “servizio del popolo”? E le altre prebende che si sono “autoriconosciute”? I miei dati sono ripresi da un lavoro di Umberto Scaroni.
E’ recente la notizia che il Parlamento ha votato all’unanimità (senza astenuti), un aumento di stipendio per i parlamentari pari a circa 1.135,00 Euro al mese. Inoltre la mozione è stata camuffata in modo tale da non risultare nei verbali ufficiali. Operazione da banditi. I nostri “rappresentanti” percepiscono le seguenti somme: Stipendio base Euro 9.980,00 x 15 mensilità; “portaborse” (generalmente parente o familiare): Euro 4.030,00 al mese; rimborso spese affitto: 2.900,00 Euro al mese; indennità di carica: da Euro 335,00 circa a Euro 6.455,00 al mese. Biglietti stadio (tribuna d’onore, è ovvio); telefono cellulare, teatro, assicurazione infortuni ecc., tutto gratis e così a seguire, senza remora alcuna.
Con Mussolini tutto ciò era impensabile: il deputato o il senatore di allora, percepiva un “gettone di presenza”, perché era considerato un “onore essere al servizio del popolo”. E Mussolini, se andava allo stadio, si pagava il biglietto come qualsiasi altro spettatore. Vogliamo ricordare che “il tiranno” morì poverissimo e lasciò la famiglia tutta nella miseria?
Cominci a capire perché “la storia ha condannato Mussolini e il Fascismo senza appello”?
E questa è solo una parte, anzi una frazione.
Ti hanno mai parlato di come i tuoi diritti fossero garantiti dalla “Carta del Lavoro” (1927), dalla “Camera dei Fasci e delle Corporazioni” (1939) e, infine, dal “Manifesto di Verona” (1943)? Ti hanno mai parlato della legge sulla “Socializzazione”? Certamente no, o, tutt’al più, per rinnovare la truffa ai tuoi danni ti hanno descritto il tutto per quello che non fu, celando, invece, quello che è stato.
Con la “Socializzazione delle Imprese” (primo passo per “Socializzare lo Stato”) Mussolini poneva come base ed oggetto primario il lavoro in tutte le sue manifestazioni, con una differenza sostanziale rispetto a quanto sancisce la Costituzione “nata dalla Resistenza”; infatti questa lascia voi lavoratori alla mercé del sistema capitalista perché rimangono inalterati i rapporti fra capitale e lavoro. Invece lo “Stato del Lavoro Fascista” conferiva una assoluta preminenza del lavoro rispetto al capitale. Per maggior chiarezza, il capitale veniva accettato solamente quale strumento del lavoro.
Cos’è, allora, una “Azienda socializzata”? “L’azienda si dice socializzata quando viene gestita contemporaneamente dalle rappresentanze del capitale e dei lavoratori, togliendo la gestione stessa all’arbitrio dei capitalisti”. Ne consegue che il lavoratore potrà godere della ripartizione degli utili, come fu previsto nel citato “Manifesto di Verona”.
Il “capitalista” che per produrre ricchezza per sé sfrutta al massimo il lavoro altrui, spinto da questa sua volontà di ottenere i massimi guadagni con minime spese, costringe il lavoratore al massimo rendimento riconoscendogli il minimo salario.
Tutto ciò era inaccettabile per Mussolini.
E’ spiegato, quindi, perché il grande capitalista, i grandi industriali, la grande finanza internazionale abbiano foraggiato i movimenti antifascisti, pagandoli centinaia di milioni (del valore di allora) per assicurarsi, a guerra finita, la soppressione di quelle leggi a loro tanto invise.
Cosa che avvenne: ancora si sparava quando i partiti antifascisti, come primo atto (25 aprile 1945) con legge a firma di Mario Berlinguer (padre di Enrico) decretarono la fine delle leggi sulla Socializzazione.
Benito Mussolini era un vero rivoluzionario, era l’uomo che i lavoratori attendevano da secoli, ma ha avuto la sventura di cozzare contro la pochezza di alcuni uomini e, soprattutto contro le invincibili lobbies economiche e finanziarie internazionali.
Brevemente vediamo come e perché queste “potenze” si coalizzarono.
Pochissimi italiani hanno letto l’indegno “Trattato di Pace” che ci fu imposto (Diktat) nel 1947 dai “liberatori” e i cui tentacoli sono ancor oggi attivissimi. L’art. 17 di questo “diktat” proibisce tassativamente la ricostituzione di partiti o organizzazioni “fasciste”.
Anche ad un lettore poco smaliziato un impedimento così chiaramente antidemocratico può apparire incomprensibile. “Può apparire”, ma per i “grandi manovratori del mondo” è una preclusione che li salvaguarda. Il Fascismo nella sua spinta rivoluzionaria stava investendo quei settori, come abbiamo poco sopra accennato, i cui poteri sono inattaccabili. Tutti sanno che, almeno all’epoca, il valore del denaro era vincolato all’oro. Mussolini aveva “osato” mettere in discussione questo dogma e si apprestava a capovolgerlo; cioè il valore della moneta sarebbe stato vincolato al potere del lavoro e della produzione. Dato che i principi del fascismo si stavano espandendo in ogni angolo del mondo (Mussolini negli anni ’30 era l’uomo più popolare della terra), i possessori dell’oro, per parare il pericolo mortale, esercitarono il loro potere sull’apparato politico.
Assistiamo da anni ai grandi festeggiamenti per gli “anniversari dell’abbattimento del nazifascismo”. A prescindere che la Germania nazista poteva essere considerata solo un pericoloso concorrente commerciale – certamente a livello mondiale – ma niente di più, il vero nemico dei Paesi plutocratici (cioè dove le classi ricche sono egemoni nella vita pubblica) era il Fascismo: perciò ne fu decretata la morte.
Dal 1935 al giugno 1940 i “paesi democratici” misero in atto nei nostri confronti una serie di provocazioni per costringerci alla guerra, argomento che in questa sede non posso trattare perché esula dal tema, ma sulla cui esistenza ho ampia documentazione, e nella quale anche l’attestazione dello stesso Churchill.
E con la guerra fu la fine del Fascismo e l’inizio della grande truffa ai tuoi danni, lavoratore, perché fu bloccata una grande rivoluzione che poteva rappresentare un nuovo Rinascimento: “Il Rinascimento del Lavoro”.
E la truffa è ancora in atto; e affinché non perda di smalto, da ogni dove, di giorno, di notte, da destra, da sinistra, su “quell’uomo”, su “quel regime” vengono rovesciate menzogne: perché, come disse “qualcuno”,: ci sono uomini che debbono morire mille volte.
Quel che rende la cosa ancora più triste è che i profittatori, gli sfruttatori del tuo lavoro, per garantirsi la propria dorata esistenza, si sono avvalsi proprio di te, lavoratore.
Documento inserito .
                                                                                                                                           


domenica 3 settembre 2023

8 SETT. A MIGLIAIA RIFIUTARONO LA RESA

 

A MIGLIAIA RIFIUTARONO LA RESA
Erano i volontari che, prima della fondazione della Repubblica sociale italiana, decisero autonomamente di battersi al fianco dei camerati germanici su tutti i fronti.
Adriano Bolzoni

 




Comincerò col ricordare che gli uomini in armi nelle forze armate della Repubblica Sociale Italiana, giovani o veterani con più anni di guerra, volontari o delle leve del 1924-25, furono tanto numerosi da rendere perplesso e quasi incredulo, pur conoscendo la realtà, anche chi scrive.
Tutte le volte che, per non importa quale ragione, si ripresenta l'argomento, vale a dire la consistenza, la sostanza, la natura ed i caratteri dell'esercito della Rsi, ebbene, sono il primo a riconoscere che il fenomeno militare repubblicano ha veramente dell'incredibile. Eppure, come inviato di guerra, come giornalista combattente, in totale autonomia e libertà, in possesso degli accrediti necessari dei comandi italiani e della Wehrmacht, ho svolto i miei compiti dall'ottobre del 1943 all’aprile del 1945. Intendo dalla Gustav alla Gotica, dalla piana del Liri a Cassino, da Anzio a Nettuno sino alla Garfagnana, dal Senio al confine alpino francese, dal litorale adriatico alla Venezia Giulia, sino alla fine della campagna d’Italia.
Trascuro i dati forniti dal generale Emilio Canevari (che del nuovo esercito della Rsi fu uno dei creatori), contenuti anche nel "Rapporto Graziani", dove si fornisce la cifra di 780.000 uomini, però includendo circa 260.000 militarizzati. E’ invece scrupolosamente documentata, nella primavera del 1944, una forza di
327.000 uomini nelle diverse unità. Questo, volendo escludere dal computo i circa 150.000 uomini incorporati nella Guardia Nazionale Repubblicana.
Si voleva creare un esercito repubblicano nazionale chiaramente apolitico; si scartò l'idea che questo esercito fosse composto di soli volontari, mantenendo la leva perché il concorso alla difesa avesse carattere nazionale e popolare.
Solo il 28 ottobre del 1943, ben cinquanta giorni dopo l'8 settembre (e cinquanta giorni in quel precipitare di avvenimenti significarono molto ed ebbero un gran peso) il governo della Rsi emise due decreti-legge: il primo stabiliva lo scioglimento delle forze armate regie e la creazione di quelle repubblicane; il secondo dettava la legge fondamentale del nuovo esercito repubblicano.
E’ bene, per meglio valutare il vero miracolo della Rsi - la creazione di un esercito, mai dimenticando che (è anche il parere di chi scrive) fu il fenomeno militare-combattente della Rsi a nutrire la Repubblica Sociale -, considerare gli avvenimenti di quel periodo. L'8 settembre del 1943, dopo l'accettazione di un "armistizio" che si traduce istantaneamente nella resa senza condizioni al nemico e nel dissolvimento dell'esercito con la fuga del re, della corte e dei responsabili delle forze armate, è il caos generale. Il 9 settembre, gli Alleati sbarcano in forze a Salerno, il giorno 1 ottobre entrano a Napoli.
Le forze armate della RSI nasceranno, s'è detto, il 28 ottobre. Solo più tardi, dopo un nuovo sbarco degli Alleati ad Anzio, il 22 gennaio 1944, esse avranno capacità operativa, mobilità e consistenza. E intanto? Intanto e da subito, in pratica dal 9 settembre 1943, un numero stupefacente di italiani - in uniforme, in armi, bandiera tricolore alle spalle senza lo scudo sabaudo - continua a battersi, non accetta la resa. Non aspetta la liberazione di Mussolini dalla prigionia sul Gran Sasso, non aspetta la creazione della Repubblica Sociale Italiana, non aspetta la fondazione del nuovo esercito repubblicano.
I comandanti, gli equipaggi ed il personale dei servizi dei nostri sommergibili nelle basi francesi - battelli che operavano nell’Atlantico - non abbandonano il campo che li ha visti, per lunghi, durissimi anni di sacrifici e vittoriose imprese, a fianco di leali e in molti casi fraterni camerati di terra, uniti dall'identico destino del combattere in mare contro un nemico strapotente. Questo, per molte ragioni, può apparire piuttosto comprensibile. Altrettanto comprensibile può apparire l’immediato affiancarsi alla Wehrmacht degli uomini dei nostri battaglioni del genio (nebbiogeni), dislocati nel Baltico e dei reparti di specialisti di stanza in Germania. Si trattava di circa 22.000 effettivi. Il loro comportamento prima e dopo l'8 settembre fu tale, nell'adempimento del servizio, da non suscitare mai il minimo dubbio dei comandi tedeschi riguardo alla loro lealtà ed efficienza.
Combattenti italiani presenti in Germania o nella Francia occupata dalla Wehrmacht, si dirà, quindi la loro decisione di continuare a battersi a fianco delle forze tedesche poteva derivare dalla scelta di un male minore. Non è irragionevole pensarlo, con l'esclusione dei comandanti e degli equipaggi dei nostri gloriosissimi sommergibili atlantici, che davvero il disonore dell'8 settembre rifiutarono consapevolmente e senza esitazioni. Ma quel che accadde in Italia, sino alla creazione dell'esercito della Rsi, a cominciare dalle prime ore dopo l'annuncio dell’”armistizio”, quindi dell'accettazione della resa e del repentino miserabile capovolgimento delle alleanze, con l'amico che diventa nemico e viceversa, testimonia per la Storia e la stessa salute dei combattenti italiani, per una non trascurabile parte di loro, almeno la ragione prima e profonda del rifiuto dell’armistizio.


1)                2)  

  1.  Il Maresciallo di Italia Rodolfo Graziani fu tra i primissimi a prendere posizione per la ripresa della lotta e il rispetto dell'alleanza.

  2. Reparti di allievi ufficiai della Guardia Nazionale Repubblicana, alle dipendenze di Renato Ricci, schierati nel cortile di una caserma


Il caso, peraltro clamoroso e universalmente oggi conosciuto, dell’immediato costituirsi nelle strutture di San Bartolomeo, a La Spezia, di una unità di fanteria di marina, che poi divenne addirittura la Divisione "Decima" con i suoi battaglioni, raccogliendo poi anche gli equipaggi di natanti e mezzi d'assalto, è certo il più famoso, ma non il solo. Diffusasi la voce che la "Decima" inquadrava ed arruolava combattenti, sotto bandiera e comando italiani, un flusso sempre crescente di giovani volontari e militari di ogni arma e grado sommerse le strutture della Marina a La Spezia, sin dal 9 settembre, agli ordini del comandante Junio Valerio Borghese.
La Wehrmacht, impegnata nella strenua battaglia di contenimento a Salerno e nel controllo essenziale delle maggiori vie di comunicazione della Penisola (l'esercito regio s'era già dissolto), non aveva né intenzione né interesse ad affrontare uno scontro con dei reparti formati da combattenti decisi a battersi, all'ombra della bandiera nazionale, rifiutando l’armistizio. Quando il 17 ottobre venne costituita la Repubblica Sociale Italiana, già da lunghi giorni la "Decima" si trovava a tentare di risolvere problemi impossibili: come inquadrare, vestire, nutrire, armare e organizzare un numero esorbitante di volontari.
Sempre immediatamente dopo la proclamazione dell'armistizio, nelle tragiche, sconvolgenti e miserabili ore del "tutti a casa", forti reparti della "Nembo" e della "Folgore, paracadutisti già misuratisi in combattimenti davvero eroici, anche per riconoscimento del nemico, rimasero in campo. Non meno di 4.000 uomini. E non meno di 60.000 combattenti, veterani di guerra e giovani volontari, si aggregarono (là dove le operazioni li avevano visti affiancare le unità della Wehrmacht) ai reparti tedeschi. Ci volle del bello e del buono, ci vollero trattative condotte anche a muso duro, quando si costituirono le forze armate della Rsi, per recuperare quei combattenti che i comandi germanici si tenevano stretti .
Nessuno oserà negare che, immediatamente dopo la paurosa catastrofe dell'8 settembre, per quanti decisero di non cambiare fronte e di non sopportare, con la sconfitta, anche l’ignominia e il disonore, insieme al disprezzo del nemico, non si trattava di fanatismo politico, di costrizione, di "cartoline-precetto" o roba simile. E’ certo probabile che taluno o talaltro, in uniforme, si trovasse
nella condizione di seguire la volontà del reparto, dei commilitoni, di continuare a battersi contro gli Alleati, che anche troppo evidentemente stavano guadagnando la campagna d’Italia. Sì, questo è possibile. Ma questo non può riguardare, in nessuna maniera, la situazione dei piloti, degli equipaggi di volo e degli specialisti dell'Aviazione. Sarebbe bastato salire a bordo di un velivolo militare e volarsene al Sud.
L'Aviazione della Rsi, che poi inquadrò 36.640 uomini tra piloti, ufficiali, sottufficiali, avieri e personale navigante e a terra, immediatamente dopo l'8 settembre, nelle prime ore rovinose e degradanti, trovò all'origine i suoi combattenti. Nomi che forse non diranno nulla alle ultime generazioni - cinquantacinque anni dopo - , ma che la storia dell’Aeronautica militare tricolore non ha dimenticato, che la gloria ha accarezzato, che l'eroismo ha baciato. Botto, Visconti, Drago, Marini, Bellagambi, Faggioni, Vizzotto, Marinoni e i loro compagni (impossibile elencare centinaia di piloti da caccia, bombardieri e ricognitori) non attesero la creazione delle forze armate della Rsi. Ripresero a battersi. Sui loro velivoli, la coccarda tricolore.
Certo in maniera imprecisa, poiché esistono solo dati indicativi e cifre sempre approssimate, è però lecito indicare in circa 80-90 mila i combattenti, giovani volontari e veterani di guerra già in armi nel giugno 1940, che subito dopo l'8 settembre, e comunque prima della creazione della Repubblica Sociale Italiana e la fondazione del nuovo esercito repubblicano, rifiutando la resa e il capovolgimento repentino del fronte, decisero di continuare a battersi a fianco dell'alleato tedesco. Date le condizioni catastrofiche del Paese, l'avanzare delle armate anglo-americane, l'evidente strapotere del nemico, il clima caotico del "tutti a casa", il numero di chi si mostrò deciso a continuare il combattimento è da considerarsi letteralmente stupefacente.
Al Sud, dove almeno mezzo milione di uomini era ancora in uniforme e, sia pure malamente e disordinatamente, ancora inquadrato nelle diverse unità, per trovare circa 6.000 volontari destinati a formare il Corpo motorizzato del regio esercito (compresi i servizi e il reparto sanitario) da mettere in campo a fianco degli Alleati, i più validi e meno screditati comandanti dovettero compiere miracoli.
Una notazione aggiuntiva va fatta. Nessuno storico o ricercatore attendibile, e ve ne furono, ancorché largamente imparziali, come Roberto Battaglia di parte comunista (anche se a parer mio i termini di "storico” e "comunista" sono antitetici), ha mai preso per buone le pagine sulla resistenza di Pietro Longo. Questi, nel suo "Un popolo alla macchia " pubblicato nel 1947, elenca nel campo della guerriglia qualcosa come 114 divisioni di partigiani, forti di ben 471 brigate . Per la sola regione del Piemonte, Longo cita una dopo l'altra 196 brigate combattenti. Nel campo partigiano i termini di divisione e brigata non hanno nessun preciso riferimento alle conosciute unità militari di non importa quale esercito.
Normalmente una brigata partigiana poteva contare su tre o quattro dozzine di uomini, talvolta un centinaio di armati. E questo nel periodo conclusivo della guerra civile. Comunque, alla stregua di Longo o di Secchia, un cronista buffone potrebbe dire che, subito dopo l'8 settembre, basandosi sulla consistenza di un centinaio di armati ciascuna, gli italiani che affiancarono i tedeschi, e comunque intendevano continuare a battersi, formarono 600 brigate . Usando lo stesso metro, la pesante divisione alpina "Monterosa" della Rsi, che con l'artiglieria divisionale e i servizi superò numericamente, con i suoi 16.000 uomini, ogni altra grande unità in campo, allineò in battaglia almeno 120 brigate combattenti.
Chiunque può capire che tutto questo è supremamente stupido. Ragionando alla partigiana, il "Barbarigo", ch'era solo un robusto battaglione della "Decima", mandando i suoi circa 1.600 volontari sul fronte di Anzio, nella piana Pontina, non allineò 16 fantomatiche brigate, ma combattenti decisi al sacrificio. Ebbe, tra morti e feriti, circa 800 dei suoi effettivi. Insensato parlare dell’ecatombe di 8 brigate italiane alla difesa di Roma.
Conclusione. Immediatamente dopo l'8 settembre, prima della liberazione di Mussolini (del tutto sconosciuta la sua fine), prima della nascita di un governo della Rsi, prima della creazione delle forze armate repubblicane, nel disordine e nel caos generali, decine di migliaia di italiani rifiutarono la resa. Ritennero, ogni ideologia esclusa o accantonata, di scegliere quello che per loro era il campo dell'onore.