lunedì 27 maggio 2019

LA CONSEGNA AI SOVIETICI DEI VOLONTARI COSACCHI




LA CONSEGNA AI SOVIETICI DEI VOLONTARI COSACCHI E  RUSSI CHE AVEVANO COMBATTUTO PER L' ASSE 

di Andrea Chiodi
L' armata cosacca
INGLESI E AMERI-CANI CAROGNE!

cosacchi
soldati cosacchi in Carnia - 1945
Alla fine della guerra decine di migliaia di cosacchi che avevano regolarmente combattuto nei ranghi della Wehrmacht, furono consegnati ai sovietici in spregio alla convenzione di  Ginevra che vieta che i prigionieri vengano ceduti ad altri paesi. Tra questi soldati vi erano anche coloro che non erano mai stati cittadini sovietici ma che, a seguito della rivoluzione bolscevica, avevano dovuto abbandonare la Russia, avendo combattuto durante la rivoluzione dalla parte dello zar e dei bianchi. Costoro da quel momento avevano sempre vissuto in paesi occidentali  ottenendo colà  la cittadinanza. Per queste persone combattere il governo sovietico e quindi essere alleati dei tedeschi non era  un tradimento della madrepatria, ma una continuazione della lotta tra bianchi e bolscevichi che tra il 1918 e il 1920 aveva divampato in Russia.

Quando il 22 giugno del 1941 la Germania attaccò l' Unione sovietica, per decine di migliaia di Cosacchi si presentò l' occasione di riprendere, a fianco della Germania, quella che per loro era una guerra di liberazione contro i bolscevichi.  Appena dopo l'inizio del conflitto vi erano già 20 mila tra monarchici dell' emigrazione bianca e cosacchi   inquadrati nella Wehrmacht. Nel 1942 alcune unità furono autorizzate ad avere proprie insegne, il primo reggimento cosacco fu agli ordini dell' ex maggiore dell' Armata Rossa Ivan Nikitovic Kononov, iscritto al partito sovietico dal 1927, insignito dell' ordine della Bandiera Rossa, ma figlio di un capitano dei cosacchi del Don dell' esercito zarista, che era stato fucilato dai bolscevichi nel 1918. Kononov nell' agosto del 1941 mentre copriva la ritirata dell' Armata Rossa,  passò con tutta la sua unità (il 436° reggimento di fucilieri della 155ma divisione di fanteria) dalla parte dei tedeschi. Il comando germanico permise a Kononov di comandare un reparto cosacco e di reclutare truppe tra i prigionieri di guerra e tra i disertori dell' esercito sovietico nel nome della rivolta contro i bolscevichi.  Nel campo di prigionia di Mogilev in Bielorussia, nei campi di Bobruisk, Orsha, Smolensk, Propoisk e Gomel l' alto ufficiale cosacco ricevette migliaia di adesioni tanto che solo una parte dei volontari fu effettivamente subito arruolata.  Il 19 settembre 1941 il nuovo regimento cosacco contava 77 ufficiali e 1799 soldati di cui per il momento circa il 60% erano cosacchi (quasi tutti del Don) e gli altri provenivano da altre nazionalità dell' Unione Sovietica. L' unità dapprima battezzata 120° reggimento di cosacchi del Don, quindi 600° Battaglione Cosacchi, infine 17° Battaglione corazzato cosacco fu inquadrato nella 3a armata tedesca e fu assiduamente impegnato nelle operazioni militari. L' unità era caratterizzata da un forte spirito anticomunista, effettuò numerosi raids anche nelle retrovie dell' armata sovietica ed in un' occasione in vicinanza di Velikyie Luki (nord-ovest della Russia) 120 uomini di  Kononov operando in territorio nemico fecero prigionieri tutti i componenti di un tribunale militare sovietico  insieme con le loro guardie e liberarono i 41 soldati che stavano per essere messi a morte.   Ovviamente  l' unità di Kononov si distinse anche nella guerra di propaganda e nel distribuire proclami e volantini al di là delle linee nemiche La propaganda era sopratutto basata sulla promessa che la caduta del regime bolscevico avrebbe portato all' abolizione del collettivismo e alla reintroduzione di varie  libertà personali.

Ai volontari cosacchi che affluivano numerosi per combattere i sovietici,  si unirono, o diedero il loro appoggio politico e morale, celebri anziani ufficiali cosacchi  zarista (la gran parte rifugiati nei paesi occidentali)  quali Nikolai Lazarevitch Kulakov l' anziano capo cosacco che tutti fino a quel momento avevano creduto morto nel 1920 durante la lotta contro i bolscevichi, i generali cosacchi Krasnov, Andrei Shkuro, and V. Naumenko


Krasnov
il generale Pyotr Krasnov
Shkuro
il generale Andrei Shkuro


Dalla parte dell' Asse passò anche il leader (Atamano) dei cosacchi del Don  Sergei Vassilevic Pavlov, il quale  assunse  l' autorità amministrativa sul territorio cosacco e si insediò nella vecchia residenza degli Atamani dei tempi dello zar nella città di   Novoczerkassk lungo il basso corso del  Don (poco a nord-est di  Rostov).  Verso la fine del 1942 Pavlov era a capo di  una assemblea  regionale cosacca (krug) che contava 200 rappresentanti del popolo cosacco.
Poichè un numero sempre maggiore di volontari andava ad ingrossare il corpo cosacco, il comando germanico affidò al generale von Pannwitz il compito di organizzarlo su base più ampia; da quel momento i destini del tdesco generale von Pannwitz e dei suoi cosacchi furono indissolubilmente legati fino al tragico finale.
Pannwitz
von Pannwitz
Pannwitz
von Pannwitz in uniforme cosacca
Per ordine di von Pannwitz vengono conservate importanti caratteristiche cosacche nelle uniformi e nei distintivi, anche la lingua parlata è il russo oppure spesso (essendoci comunque una percentuale di ufficiali tedeschi) gli ordini vengono impartiti in  una sorta di lingua mista composta  con parole tedesche e russe.  Nel 1943 nasceva la prima divisione cosacca.
L' effettivo controllo dei cosacchi sulla loro terra liberata durò pochi mesi, dopo la sconfitta di Stalingrado la Wehrmacht iniziò la lenta ritirata verso ovest:  i soldati cosacchi seguirono la ritirata dell' esercito tedesco con al seguito tutti i loro cari per evitare le sicure rappresaglie dei bolscevichi. Quando dopo l' estate del 1943 l' esercito tedesco, sotto la pressione sovietica,  iniziò a ritirarsi dal territorio cosacco,   quasi cinque milioni di russi antisovietici si mossero verso occidente per sfuggire al totalitarismo comunista o perché, in qualche modo, legati ai tedeschi.
Nell' autunno del 1943 la divisione cosacca viene spedita in Jugoslavia a combattere la guerra contro i partigiani titini. I cosacchi si distinguono nel tenere sgombro il territorio dalle infiltrazioni partigiane collaborando con Ustascia e Cetnici.  Nel giugno del 1944 la divisione viene elevata al rango di corpo d' armata (15° corpo d' armata cosacco) e viene impiegato nel quadro delle Waffen SS di cui però non farà mai formalmente parte mantenendo tutte le sue peculiarità. Il 15° corpo d' armata cosacco giungerà a contare 50.000 uomini, in totale, comprese altre formazioni,  i cosacchi che operarono nella wehrmacht furono circa 250.000.   Nel luglio del 1944 Pannwitz riesce ad ottenere, per i cosacchi, la possibilità di essere decorati con la croce di ferro, cosa originariamente non prevista per i volontari ex-sovietici.
Nel frattempo, allontanandosi la possibilità di ritornare in tempi brevi nella terra madre, si fa largo l' esigenza di trovare una nuova patria per i cosacchi e per le loro famiglie.
i cosacchi riuscirono ad ottenere dai tedeschi la concessione per occupare un'area dove creare uno stato cosacco. Quella area si trovava in Italia, corrispondente alla Carnia, in Friuli, ribattezzata "Kosakenland".
Il 1945 vede i cosacchi impegnati in  battaglie di retroguardia, sotto la pressione sia dell’Armata Rossa che, soprattutto, dell’Armata Popolare Yugoslava del Maresciallo Tito. I cosacchi ripiegano in Friuli, in Carnia dove già nell' autunno 1944 avevano preso posizione alcuni reparti in funzione antipartigiana. Da ottobre a dicembre i reparti cosacchi e caucasici liberarono le valli dai partigiani e occuparono le vallate praticamente fino agli ultimi giorni di guerra. Come sempre assieme alle truppe  cosacche si muovevano anche  le loro famiglie. In tutto circa 40.000 persone si stanziarono in Carnia. Nella tarda primavera del 1945 sotto la spinta dell' offensiva angloamericana, i cosacchi sono costretti ad abbandonare questi territori ed a muovere verso nord, verso l' Austria anche al fine di operare un congiungimento con le truppe russe anticomuniste del generale Vlasov.
Il 3 maggio le truppe arrivano in Austria; sostano a Peggetz, tra Oberdrauburg e Lienz. E' Pasqua ed i cosacchi festeggiano.  Gli ufficiali si rendono ben conto che la guerra è finita. Una delegazione composta da alcuni ufficiali (il generale Vasiliev ed il tenente Nikolai Krasnov, nipote del generale Krasnov) contatta gli inglesi per trattare la resa. Inizialmente i cosacchi si fidano degli inglesi, 25 anni prima il generale Krasnov si era anche guadagnato la Military Cross combattendo contro i bolscevichi al fianco del generale Alexander. a sua volta Alexander si fregiava dell' Ordine Imperiale Russo. Era evidente che per queste persone era incredibile che i britannici potessero essere alleati dei sovietici.  Gli inglesi intanto prendevano tempo perchè non avevano in zona truppe sufficenti per minacciare e costringere con la forza le divisioni cosacche ad arrendersi. Il generale Krasnov scrive una lettera per  il suo vecchio amico Alexander. Non riceve risposta alcuna. Con ogni probabilità la lettera non fu nemmeno recapitata.
L' unica condizione che i cosacchi esigevano è che fosse loro garantito che non sarebbero stati rimpatriati. L' ufficiale di collegamento che si occupava dei rapporti con i cosacchi, il mite maggiore Davies all' inizio non capiva perchè questi rifiutassero di arrendersi finchè non avessero ricevuto l' assicurazione richiesta, finchè un giorno una anziana donna non gli mostrò ambo le mani da cui tutte le unghie erano state strappate via, allora capì perchè i cosacchi accettassero di andare da qualunque parte eccetto che in Russia.
Ancora di più i cosacchi acquartierati a Lienz, si preoccuparono quando i britannici confiscarono i loro cavalli.  A seguito delle loro proteste i britannici risposero che non c' erano cavalli cosacchi in quanto i cosacchi erano prigionieri. Era la prima volta che gli inglesi si riferivano a loro come a dei prigionieri.
Il 27 maggio il maggiore Davies comunicò alle truppe cosacche che avrebbero dovuto consegnare  tutte le armi per mezzogiorno.
Quella mattina il generale britannico Musson aveva dato delle istruzioni alle truppe: "Mi rendo conto che abbiamo a che fare con persone che parlano una lingua diversa dalla nostra e che ci sono donne e bambini... se diventerà necessario far fuoco su di loro, voi lo farete e considerete questa come un' operazione di guerra..."
Il giorno dopo ai cosacchi fu comunicato che gli ufficiali dovevano partecipare ad una "conferenza" per parlare del loro futuro, i cosacchi divennero sospettosi, alcuni non salirono sui camion che erano venuti a prelevarli . Il corpo ufficiali presenti a Lienz era composto da 35 generali, 167 colonneli, 283 tenenti-colonnello, 375 capitani, 1,752 ufficiali subalterni, 136 funzionari militari e dottori, two comandanti di banda musicale, due fotografi, due interpreti, in tutto  2,756 persons. di questi, 2201  salirono sui  camion  inviati dai britannici, gli altri si rifiutarono.
quando arrivarono al luogo indicato non trovarono nessuna "conferenza" ma il generale britannico Musson che li informò che aveva ricevuto l' ordine di consegnarli ai sovietici. Durante il trasferimento, 55 ufficiali cosacchi si suicidarono,  2,146 furono effettivamente consegnati all'  NKVD. Tra di loro c' erano  1,856 ufficiali Cossack, 176 Russi, 63 Ukraini, 31 Caucasici, and a manipolo di altre nazioni. Questo il destino loro toccato:  12 generali furono spediti a Mosca, 120 ufficiali furono uccisi lungo la strada per Vienna dai soldati sovietici che sorvegliavano il convoglio,   1,030 ufficiali morirono durante gli interrogatori condotti dall'   NKVD, 983 officers "sopravvissero" per essere mandati a lavorare nelle miniere negli Urali dove furono privati del diritto a risalire in superficie. 
Una volta eliminati gli ufficiali i britannici ebbero buon gioco a consegnare con la forza  soldati e civili  ai sovietici.
Il 1° giugno, circa 25000 persone furono consegnate ai sovietici dal campo dei cosacchi presso Linz, dove erano acquartierate circa 32000 persone, la maggior parte dei quali anziani, donne e bambini che erano di fatto dei rifugiati. In seguito missioni militari sovietiche fecero improvvisi raids in campi di prigionia nelle zone americana e britannica prelevando molte altre persone con la  forza. In tutto si stima che oltre 150.000 cosacchi furono consegnati all' URSS.
Da rimarcare che fra i cosacchi ed i russi consegnati ai sovietici, vi erano, come detto, anche moltissimi membri dell'emigrazione bianca,che dopo il 1920 erano stati costretti a fuggire dall' ex impero russo. Queste persone erano dunque soggetti estranei all'accordo di rimpatrio non essendo mai stati cittadini sovietici, ed anzi essendo spesso cittadini di varie nazioni occidentali: vecchi combattenti della Guerra Civile, ex ufficiali zaristi, esponenti dell'antica aristocrazia russa, e ataman famosi tutti riunitisi attorno ai nazisti per combattere la grande guerra patriottica di liberazione.
Un analogo trattamento, effettuato in spregio alla convenzione di Ginevra ed al diritto internazionale  e che non rispondeva nemmeno ad alcun accordo tra le potenze vincitrici,  fu quello riservato agli  anticomunisti slavi meridionali cioè croati, sloveni, serbi e montenegrini che furono consegnati   a Tito il quale evidentemente, non aveva alcun diritto rispetto queste persone. Questa  operazione venne compiuta segretamente, illegittimamente e ingiustificatamente e   venne attuata senza lasciare nulla di scritto. Il conte Nikolai D. Tolstoy, inglese figlio di emigrati russi,  qualche anno fa effettuò lunghe ed accurate ricerche per scoprire  gli artefici di questo complotto. Tolstoy alla fine delle sue lunghe ricerche giunse alla conclusione che Harold Macmillan (che in seguito fu primo ministro inglese  dal 1957 al 1963) aveva  architettato l'intera vicenda.
Fra il 17 e il 31 maggio, circa 30-35 mila persone fra sloveni, croati, serbi e montenegrini vennero consegnati agli uomini di Josip Broz detto Tito. Finirono tutti infoibati.



quadro
quadro di S.G.Korolkoff "Il tradimento dei cosacchi a Lienz" 28 maggio 1945: i cosacchi sono circondati ed aggrediti dalle truppe inglesi


The statement of a Cossack emigrant quotes the impressions of a British sailor given here without alteration:
"I took part in the evacuation of Dunkirk. Our soldiers felt very badly. I helped to fish out Germans from the sunken Bismarck, which received the greatest number of torpedoes in history. I saw the population of Malta sitting in the cellars for many weeks. I saw Malta being bombed incessantly and deafened by explosions of bombs and shells. They were exhausted from constant explosions and alarms. I lived through the sinking of my own ship. I know about jumping into the water at night, dark and without bottom, and the terrifying shouts for help of the drowning, and then the boat, and looking for the rescue ship. It was a nightmare. I drove German prisoners captured during the invasion of Normandy. They were almost dying from fear. But all that is nothing. The real, terrible, unspeakable fear I saw during the convoying and repatriation of people to Soviet Russia. They were becoming white, green and grey with the fear that took hold of them. When we arrived at the port and were handing them over to the Russians, the repatriates were fainting and losing their senses. And only now I know what a man's fear is who lived through hell, and that it is nothing compared to the fear of a man who is returning to the Soviet hell." Sources: Russian Volunteers in the German Wehrmacht in WWII: by Lt. Gen. Wladyslaw Anders and Antonio Munoz 
Fra gli ufficiali troverà la morte anche il generale von Pannwitz, che vuole condividere il destino dei suoi uomini e degli altri ufficiali superiori cosacchi, mentre gli sarebbe stato facile sfuggire tale sorte dichiarandosi tedesco e così restare con gli Alleati e godere del trattamento riservato dalla Convenzione di Ginevra ai prigionieri di guerra. La stampa sovietica (Prava, Izvestia, ecc.) annuncia processo ed esecuzione degli ufficiali cosacchi il 17 gennaio 1947, anno che è assunto come quello della loro morte.
Il rimpatrio forzato delle truppe antisovietiche in Russia è stato definito l' olocausto di due milioni di persone.

L' armata del generale Andrej Andreevic Vlasov
I cosacchi, come abbiamo visto, non erano stati gli unici a combattere sotto le insegne tedesche contro i sovietici: praticamente ognuno dei popoli  assoggettati all' Unione Sovietica fornì volontari per la Wehrmacht. I tedeschi riunivano i soldati provenienti dallo stesso paese in unità omogenee, vi furono così unità composte da georgiani, armeni, azerbaigiani, osseti,  tartari,  russi ed altri. (in coda a questa stessa pagina sono riportati i links ad alcuni filmati riguardanti varie unità di volontari stranieri che combatterono a fianco della Germania. Un' interessante  casistica  fotografica è inoltre reperile al sito www.inilossum.com).
Piuttosto nota  e parallela a quella dei cosacchi, è la vicenda dei volontari anticomunisti russi che combatterono a fianco dei tedeschi  sotto la guida del generale ex sovietico Andrej Andreevic Vlasov nell' Esercito Russo di Liberazione (R.O.A. ovvero Russkaya Osvoboditelnaya Armiya). 
vlasovIl generale Vlasov, fedelissimo dello stalinismo combattè con onore nella difesa di Mosca del 1941 e nella difesa di Kiev e fu decorato più volte, nell' estate del 1942 ebbe l' incarico di rompere l' assedio di Leningrado. La missione fallì e segnò  profondamente l' animo di Vlasov. Piùttosto che abbandonare i suoi uomini Vlasov si dette alla macchia nel territorio controllato dai tedeschi che però lo catturarono. In prigionia Vlasov fu contattato dalcapitano Wilfried Strik-Strikfeldt, un baltico ex combattente per i bianchi durante la rivoluzione sovietica; Strik-Strikfeldt lo persuase a metter su un' armata anticomunista russa per combattere a fianco dei tedeschi. Assieme al tenente colonnello  Vladimir Boyarsky , Vlasov scrisse una nota, poco dopo la sua cattura,  ai capi militari  tedeschi suggerendo una cooperazione tra i russi anti-sovietici e l' esercito tedesco.  Insieme con altri generali ufficiali e soldati ex sovietici, Vlasov  si poneva l' obiettivo di abbattere il regime stalinista e di creare uno stato russo indipendente. Molti prigionieri di guerra. si dichiararono interessati a far parte di questo esercito di liberazione.
Nella primavera del 1943, Vlasov scrisse un proclama anti-Bolscevico noto come il "Manifesto di Smolensk"  che,   in milioni di copie, fu scaricato dall' aviazione sopra le postazioni sovietiche. Come diretta conseguenza migliaia di soldati russi disertarono.   I 13 punti del "Manifesto" promettevano una Russia unita, dove sarebbe stata abolita la collettivizzazione delle campagne, sarebbe stata distribuita la terra ai braccianti, reintrodotta la proprietà privata e di commercio, assicurate le libertà personali e di fede, espressione, stampa, la gente avrebbe potutto scegliere il proprio lavoro. Inoltre il manifesto proclamava che tutte le nazionalità di cui si componeva l' Unione Sovietica avrebbero partecipato con eguale dignità alla costruzione del nuovo stato. Al "Manifesto di Smolensk" era inoltre aggiunta una dichiarazione tedesca che recitava: "La Germania, guidata da Adolph Hitler  persegue lo scopo di creare un nuovo ordine in un' Europa senza Bolscevismo e Capitalismo"
L' arruolamento di volontari russi nei ranghi germanici e la creazione di unità con forte presenza  di volontari ex sovietici era  incoraggiata dai comandi militari tedeschi che vedevano in questa operazione un mezzo per cercare di riguadagnare l' iniziativa sul fronte est.
14ma Waffen SS

manifesto della 14a Waffen SS
in alto aquila tedesca e stemma ucraino
Alla fine del 1943 si calcola che già ben 427.000 soldati ex sovietici militassero in varie unità tedesche: nell' aprile del 1943 era stata creata la prima divisione SS non tedesca, la 14ma Divisione Waffen SS di Granatieri Ucraini detta "Galizien" dal nome della regione compresa tra Polonia ed Ucraina che fu, tra l' altro, una delle province dell' impero asburgico.
La visione del generale Vlasov era tuttavia differente: egli aspirava a riunire tutti i volontari ex-sovietici in un vero e proprio esercito di liberazione che operasse al fianco dei tedeschi, con autonomi  comandi intermedi, nonchè insegne e reclutamento propri e distinti.
A tale scopo i tedeschi crearono un organismo apposito il KONR (Comitato per la Liberazione dei Popoli di Russia) a capo del quale era il generale Vlasov, tuttavia molti dei volontari che erano disposti a combattere i sovietici provenivano da popoli che erano stati assoggettati dai Russi e quindi erano anche storicamente anti-russi ed aspiravano all' indipendenza da Mosca.  Come conseguenza non ci fu reale collaborazione ad esempio tra i volontari ucraini,  ruteni  oppure tra le unità georgiane e l' esercito russo di liberazione di Vlasov, un tardivo riavvicinamento fu tentato negli ultimi giorni di guerra con il corpo d' armata cosacco. Come conseguenza benchè centinaia di migliaia di cittadini ex sovietici combattessero in varie unità dell' esercito germanico, il ROA come entità autonoma vide ufficialmente la luce piuttosto tardi nell' autunno del 1944.
Nell' estate  del 1944 ci fu un incontro tra Himmler ed il generale Vlasov in cui Himmler promise finalmente un appoggio pieno alla creazione dell' esercito di liberazione russo, d' altra parte Vlasov prometteva di riconoscere ai vari popoli della Unione Sovietica il diritto all' autodeterminazione.
La nascita ufficiale del ROA porta alla stesura di un nuovo documento firmato da tutti gli esponenti della resistenza antisovietica (anche se ancora in stragrande maggioranza di nazionalità russa) riuniti nel citato KORN e noto come il "Manifesto di Praga". Nel documento vengono ripresi  i   temi del precedente proclama di Smolensk, ma viene posto anche l' accento sulla parità e l' autodeterminazione dei popoli della Russia e dell' Unione Sovietica.
Il "Manifesto" ha  un immediato impatto sul popolo russo, migliaia di volontari accorrono sotto le bandiere di Vlasov, Hitler da ordine di approntare 10 divisioni. Un intero squadrone dell' aviazione sovietica atterrò dietro le linee tedesche passando dalla parte di Vlasov, in un solo giorno, il 20 novembre furono ricevute 60.000 adesioni.
E' rimarchevole come benchè nel tardo autunno e nell' inverno 1944-1945 fosse ormai evidente a tutti che la Germania non potesse vincere la guerra, pure l' odio contro Stalin ed il regime fece sì che decine di migliaia di volontari aderissero ad una guerra con ogni probabilità già perduta.
In La "questione russa" alla fine del secolo XX, Aleksandr Isaevic' Solz'enicyn afferma essere
[...] "indicativo che finanche negli ultimi mesi (inverno 1944-45), quando per tutti era ormai evidente che Hitler aveva perduto la guerra, ebbene proprio in quei mesi molte decine di migliaia di russi che si trovavano all'estero presentassero domanda per arruolarsi nell'Esercito russo di liberazione (Roa)! - ecco qual era la voce del popolo russo. E sebbene non soltanto gli ideologi bolscevichi (insieme con i timidi intellettualoidi sovietici), ma anche l'Occidente (incapace di immaginare che i russi potessero avere un loro proprio obiettivo nella guerra di liberazione) abbiano ricoperto di sputi la storia dell'Esercito russo di liberazione, quest'ultimo entrerà comunque nella storia del Paese [...], e ne rappresenterà una pagina significativa e coraggiosa".
Poichè molti dei volontari lavoravano già come mano d' opera straniera nell' economia bellica tedesca che non poteva permettersi una simile emorragia di personale, alla fine le divisioni furono ridotte a cinque di cui poi solo due e mezzo divennero operative con una forza totale di 50.000 uomini. Le due divisioni KONR, ebbero rispettivamente i nomi di 600a Divisione Panzer-Granadieren sotto il comando del generale Sergei Kuzmich Bunyachenko e 650a sotto il comando del generale G. A. Zveryev.
In marzo e aprile la 600a combattè contro i sovietici sul fronte dell' Oder, ove subì pesanti perdite; verso la fine di aprile la divisione si spostò verso il confine ceco, mentre Hitler moriva nella cancelleria a Berlino e tutto attorno il Reich collassava. Vlasov tentò di contattare  gli angloamericani per arrendersi ad essi e per negoziare che non sarebbero stati costretti a rimpatriare.  Nel frattempo i cosacchi di von Pannwitz avevano abbandonato il Friuli e marciavano verso nord per congiungersi alle truppe di Vlasov. Alla fine sembrò che la 600ma  potesse attendere a Praga l' arrivo degli americani ed i russi antisovietici furono anche contattati dalla resistenza ceca che combatteva contro i tedeschi: i cechi offrirono asilo agli uomini del ROA se questi gli avessero consegnato la città. La  divisione russa si portò a Praga e consegnò la città agli insorti, sperando in tal modo di guadagnare la riconoscenza ed il promesso appoggio della resistenza ceca e poter lì attendere l' arrivo degli occidentali. Nulla di ciò accadde: i comunisti largamente presenti nella resistenza ceca, una volta ottenuta la città, si dimostrarono loro ostili ed inoltre Vlasov venne a sapere che gli occidentali avevano già pattuito con Stalin che Praga avrebbe dovuto essere conquistata dai sovietici. ciò che rimaneva del ROA fu di nuovo costretto a ritirarsi verso occidente per sfuggire all' avanzata dell' Armata Rossa.
Presso il villaggio di Schluesselburg il ROA raggiunse le linee della Settima Armata USA. Il generale  Bunyachenko implorò gli americani di accettare la loro resa. Gli risposero che quella era zona che negli accordi tra i vincitori doveva passare sotto controllo russo e quindi non potevano farli prigionieri. I russi anticomunisti tentarono a piccoli gruppi di ripiegare ancora più ad occidente, ma furono rggiunti dai sovietici. Molti che erano riusciti ad arrendersi alle truppe occidentali furono immediatamente consegnati ai sovietici. Il 12 maggio, in Boemia, i sovietici catturano Vlasov. Circa 17.000 russi del ROA furono rimpatriati a forza verso la Russia, la gran parte nemmeno vi giunse in quanto furono passati per le armi dai sovietici, qualcuno finì i suoi giorni nei gulag.
Vlasov e gli alti comandi del ROA furono processati ed impiccati a Mosca il 1° agosto 1946.

Andrea Chiodi

mercoledì 22 maggio 2019

IL progresso ottenuto da Mussolini durante il ventennio.

Le opere del Fascismo, Mai più è stato eguagliato il progresso ottenuto da Mussolini durante il ventennio.


LE 100 OPERE DEL DUCE

E’ stato fatto più in vent’anni di Fascismo che in settant’anni di democrazia”.

Eccone un elenco schematico:
ACQUA: per tutta la vita Mussolini cercò acqua potabile e creò innumerevoli acquedotti, i più famosi Pugliese e Peschiera;
AGRICOLTURA: la sua prima occupazione che continuò e promosse per tutta la vita fu l’agricoltura;
AEREONAUTICA: la trovò quasi inesistente e la portò tra le migliori d’Europa;
ALBERI: istituì la Forestale;
AMMINISTRAZIONE: non sapeva amministrare i suoi soldi ma per quelli dello Stato fu modello;
ANALFABETISMO: eravamo i primi in Europa,siamo diventati ultimi nell’Analfabetismo;
ANIMALI: puniva chi li maltrattava;
ARCHEOLOGIA: sviluppò l’archeologia in tutti i suoi rami;
ARCHIVI: dal 1923 istituì gli Archivi Statali;
ARTIGIANATO: dopo la cura dell’agricoltura ci fu per il Duce quella dell’artigianato;
ASFALTO: centuplicò le strade, fu il primo ad utilizzare l’asfalto;
ASSEMBLEA: amava le assemblee con gli stranieri, fondò la FAO;
ASSISTENZA: creò l’opera per la Maternità e per l’infanzia per l’assistenza di tutti, piccoli e grandi;
ATEISMO: il primo che fece sentire il nome di Dio e della Chiesa in Parlamento;
ATLETICA: ci volle tutti atleti, iniziò con la ginnastica dall’asilo fino alla maturità;
AUTARCHIA: siamo vissuti alcuni mesi in perfetta autarchia. I primi nel mondo;
AUTOMOBILE: la volle per tutti, vedi: Balilla, Topolino;
BIBLIOTECA: volle in tutti i paesi d’ Italia la biblioteca a disposizione di tutti ;
BONIFICHE: bonificò milioni di ettari di terreno, rendendoli da incolti ,fertilissimi;
BRIGANTAGGIO: la Mafia e la Camorra furono completamente eliminate in Europa;
CALCIO: fece del gioco del Calcio il gioco nazionale, l’Italia vinse due titoli mondiali;
CAMPEGGIO: amava il campeggio e lo fece amare agli italiani;
CARBONE: fece scavare carbone in tutte le regioni d’Italia, Carbonia ne è la prova;
CASA: forse la preoccupazione più grande del Duce fu la casa per tutti, costruì le Case popolari per i poveri;
CHIESE: costruì migliaia di chiese, solo nelle paludi Pontine ne costruì 126 (es. Aprilia );
CINEMA: amò il cinema, fece costruire CINECITTà;
CIRCEO: un borgo antico abbandonato fatto rinascere come Parco Nazionale;
CITTADINE E COMUNI COSTRUITI DAL DUCE IN 10 ANNI: Latina, Aprilia, Sabaudia, Pomezia, Guidonia, Ardea, Ostia Lido, Fregene, Palo, Ladispoli, Macerata;
CITTÀ GIARDINO: ogni città italiana ha una città giardino detta Mussoliniana;
COLONIALISMO: definito il più grande colonizzatore, perché fece come Roma, volle le colonie;
CONSORZI: il Duce fondò i consorzi agrari al servizio degli agricoltori;
CONTADINI: tra tutti i lavoratori amava i contadini, i più utili d’Italia;
COSTRUZIONI: per tutta la vita fece costruire case, palazzi, ministeri;
DEMOCRAZIA: se tra tutti i politici c’è un Democratico è il Duce, seguiva il popolo;
DIGHE: ne fece costruire molte per raccogliere le acque;
DISCIPLINA: è vero, però, che il Duce voleva completa disciplina e guai se….;
DISOCCUPAZIONE: la maggior preoccupazione per il Duce fu sempre la disoccupazione;
DITTATURA: quella del Duce non fu dittatura ma democrazia popolare;
DOPOSCUOLA: fondò i Doposcuola per completare la preparazione degli alunni;
DESERTO: fece del deserto libico zona di altissima produzione agricola;
EDILIZIA. costruzioni, monumenti, scuole;
ENCICLOPEDIA: il Duce è l’autore della più grande e completa Enciclopedia del mondo;
ESPORTAZIONE: un altro punto fisso del Duce: esportare i nostri prodotti agro-industriali;
ETIOPIA: è questo l’Impero coloniale sospirato dal Duce per il popolo;
FERROVIE: moltiplicate dal Duce
FORO: il foro era per il Duce il centro dell’ Impero;
FINANZE: altro Corpo istituito dal Duce, prima non era militarizzato;
GELA: cambiò il nome (era Terranuova) e ne fece una moderna città italiana;
GIORNALE: creò 7 giornali;
GOVERNO: il vero governo fu il suo, rimasto al potere 20 anni ;
GUARDIE: fondò la Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, la Guardia di tutti;
INDUSTRIA: durante il fascismo, Mussolini diede sviluppo all’industria a livelli esponenziali
ILLUMINAZIONE: al Duce piaceva la luce, illuminazione in città e paesi;
INTERNAZIONALISMO: volle avere contatti con tutti gli Stati della Terra;
LAGO DI NEMI: il Duce nel 1930-31 prosciugò il lago per riportare alla luce le navi romane;
LIBERTA’: parola fatidica per il Duce: libertà completa , controllata e civile;
LIRA: aumentò il valore della Lira;
MILLE MIGLIA: creazione del Duce;
MONZA, MUGELLO: questo circuito venne ideato da Mussolini;
‘900 : è uno stile di vita creato dal Duce, così nell’arte così nelle opere;
OSSERVATORI: i suoi capolavori : Trieste, Genova, Merate, Brera, Campo Imperatore;
PANE: per avere il pane per tutti vinse la battaglia “del grano”;
PINO, PIOPPO, ABETE: piante predilette dal Duce che distribuiva in tutta Italia;
PREVIDENZA SOCIALE: in ogni città vi è il palazzo della Previdenza Sociale;
PROVINCIE: furono 72, ne fondò altre sedici: Agrigento, Enna, Latina, Frosinone, Massa, Matera, Pistoia, Ragusa, Rieti, Terni, Savona, Varese, La Spezia ecc…;
RADIO: Mussolini amava la radio e il suo inventore aiutato da lui;
REFERENDUM: non ne aveva bisogno perché era sempre con il popolo;
REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA (R.S.I.): fu un bene operato dal Duce per la salvezza della Patria ;
RICERCHE: fondò l’istituto delle Ricerche;
RIFORMA: ha riformato tutto, scuola, politica, Parlamento, vita stessa;
RIMBOSCHIMENTO: uno dei motivi della Forestale rimboscare tutto: monti, piani;
RINASCIMENTO: il fascismo vero moderno Rinascimento di tutto e di tutti;
RISPARMIO: era scrupolosamente risparmiatore nelle spese dello Stato;
RIVOLUZIONE: se rivoluzione vuol dire trasformazione, il Duce ha vinto;
ROMA: la sua passione, la Dea, l’Alma, la divina del Duce, ne fece una metropoli, vedi le sue strade, le sue piazze, i viali, i palazzi, i ministeri, le accademie, le università, l’antico portato alla luce del sole per nostro godimento;
STRADE: vedi ASFALTO;
TEMPO LIBERO: voleva che i giovani utilizzassero il tempo libero nella ginnastica;
TERME: il Duce amante dei romani li imitò in tutto e quindi anche nelle Terme;
TREBBIATRICI: ne comprò molte ai contadini…;
TRIBUNALE DEL POPOLO: volle istituire il Tribunale del popolo per la difesa di questo;
TRIBUNALE SPECIALE: destinato per i nemici dello Stato e del Governo. L’unica condanna era quella del carcere o dell’esilio, mai la morte;
TUBERCOLOSI: era come la sifilide, inguaribile. Costruì il Forlanini per la sua cura;
UNIVERSITÀ: ha costruito innumerevoli università, anche la Città Universitaria a Roma;
URBANISTICA: la scienza che ha maggiormente eseguita, infatti, ecco le città;
UTOPIA: il fascismo non fu utopia perché ha realizzato ogni cosa propostasi, fu utopia il Comunismo che pensava di conquistare il mondo ma ha fallito;
VACCINAZIONE ordinò la vaccinazione di tutti i bambini anche i più piccoli;
VELA: divenne sport al tempo del Duce come altri sport non esistenti allora;
VIGILI DEL FUOCO: istituiti dal Duce;
VULCANO: propose fin da allora uno studio speciale sulle eruzioni dei vulcani;
ZOLFO: il Duce cercò e trovò lo zolfo in tutte le regioni.
Più specificamente in 20 anni è stato fatto, tenendo conto delle crisi belliche:
Opere sociali e sanitarie
1. Assicurazione invalidità e vecchiaia, R.D. 30 dicembre 1923, n. 3184
2. Assicurazione contro la disoccupazione, R.D. 30 dicembre 1926 n. 3158
3. Assistenza ospedaliera ai poveri R.D. 30 dicembre 1923 n. 2841
4. Tutela del lavoratore di donne e fanciulli R.D 26 aprile 1923 n. 653
5. Opera nazionale maternità ed infanzia (O.N.M.I.) R.D. 10 dicembre 1925 n. 2277
6. Assistenza illegittimi e abbandonati o esposti, R.D. 8 maggio 1925, n. 798
7. Assistenza obbligatoria contro la TBC, R.D. 27 ottobre 1927 n. 2055
8. Esenzione tributaria per le famiglie numerose R.D. 14 maggio 1928 n. 1312
9. Assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali, R.D. 13 maggio 1928 n. 928
10. Opera nazionale orfani di guerra, R.D.26 luglio 1929 n.1397
11. Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (I.N.P.S.), R.D. 4 ottobre 1935 n. 1827
12. Settimana lavorativa di 40 ore, R.D. 29 maggio 1937 n.1768
13. Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro (I.N.A.I.L.), R.D. 23 marzo 1933, n. 264
14. Istituzione del sindacalismo integrale con l’unione delle rappresentanze sindacali dei datori di lavoro (Confindustria e Confagricoltura); 1923
15. Ente Comunale di Assistenza (E.C.A.), R.D. 3 giugno 1937, n. 817
16. Assegni familiari, R.D. 17 giugno 1937, n. 1048
17. I.N.A.M. (Istituto per l’Assistenza di malattia ai lavoratori), R.D. 11 gennaio 1943, n.138
18. Istituto Autonomo Case Popolari
19. Istituto Nazionale Case Impiegati Statali
20. Riforma della scuole “Gentile” del maggio 1923 (l’ultima era del 1859)
21. Opera Nazionale Dopolavoro (nel 1935 disponeva di 771 cinema, 1227 teatri, 2066 filodrammatiche, 2130 orchestre, 3787 bande, 1032 associazioni professionali e culturali, 6427 biblioteche, 994 scuole corali, 11159 sezioni sportive, 4427 di sport agonistico.). I comunisti la chiamarono casa del popolo
22. Guerra alla Mafia e alla Massoneria (vedi “Prefetto di ferro” Cesare Mori)
23. Carta del lavoro GIUSEPPE BOTTAI del 21 aprile 1927
24. Lotta contro l’analfabetismo: eravamo tra i primi in Europa, ma dal 1923 al 1936 siamo passati dai 3.981.000 a 5.187.000 alunni – studenti medi da 326.604 a 674.546 – universitari da 43.235 a 71.512
25. Fondò il doposcuola per il completamento degli alunni
26. Istituì l’educazione fisica obbligatoria nelle scuole
27. Abolizione della schiavitù in Etiopia
28. Lotta contro la malaria
29. Colonie marine, montane e solari
30. Refezione scolastica
31. Obbligo scolastico fino ai 14 anni
32. Scuole professionali
33. Magistratura del Lavoro
34. Carta della Scuola
Opere architettoniche e infrastrutture
35. Bonifiche paludi Pontine, Emilia, Sardegna, Bassa Padana, Coltano, Maremma Toscana, Sele ed appoderamento del latifondo siciliano. Con la fondazione delle città di Littoria, Sabaudia, Aprilia, Pomezia, Guidonia, Carbonia, Fertilia, Segezia, Alberese, Mussolinia (oggi Alborea), Tirrenia, Tor Viscosa, Arsia e Pozzo Littorio e di 64 borghi rurali, 1933 – 1939
36. Parchi nazionali del Gran Paradiso, dello Stelvio, dell’Abruzzo e del Circeo
37. Centrali Idroelettriche ed elettrificazione delle linee Ferroviarie
38. Roma: Viale della Conciliazione
39. Progetto della Metropolitana di Roma
40. Tutela paesaggistica ed idrologica
41. Impianti di illuminazione elettrica nelle città
42. Prosciugamento del Lago di Nemi (1931) per riportare alla luce navi romane
43. Creazione degli osservatori di Trieste, Genova, Merate, Brera, Campo Imperatore
44. Palazzo della Previdenza Sociale in ogni capoluogo di Provincia
45. Fondazione di 16 nuove Province
46. Creazione dello Stadio dei Marmi (di fronte allo stadio si trova ancora un enorme obelisco con scritto “Mussolini Dux”)
47. Creazione quartiere dell’EUR
48. Ideazione dello stile architettonico “Impero”, ancora visibile nei palazzi pubblici delle città più grandi
49. Creazione del Centro sperimentale di Guidonia (ex Montecelio), dotata del più importante laboratorio di galleria del vento di allora (distrutto nel 1944 dalle truppe tedesche che abbandonavano Roma)
50. Costruzione di numerose dighe
51. Fondò l’istituto delle ricerche, profondo stimatore di Marconi che mise a capo dello stesso istituto grazie alla sua grandiosa invenzione della radio e dei primi esperimenti del radar, non finiti a causa della sua morte
52. Costruzione di molte università tra cui la Città università di ROMA
53. Inaugurazione della Stazione Centrale di Milano nel 1931 e della Stazione di Santa Maria Novella di Firenze
54. Costruzione del palazzo della Farnesina di Roma, sede del Ministero degli Affari Esteri
55. Opere eseguite in Etiopia: 60.000 operai nazionali e 160.000 indigeni srotolarono sul territorio più di 5.000 km di strade asfaltate e 1.400 km di piste camionabili. Avevano trasformato non solo Addis Abeba, ma anche oscuri villaggi in grandi centri abitati (Dessiè, Harar, Gondar, Dire, Daua). Alberghi, scuole, fognature, luce elettrica, ristoranti, collegamenti con altri centri dell’impero, telegrafo, telefono, porti, stazioni radio, aeroporti, financo cinematografi e teatri. Crearono nuovi mercati, numerose scuole per indigeni, e per gli indigeni crearono: tubercolosari, ospizi di ricovero per vecchi e inabili al lavoro, ospedali per la maternità e l’infanzia, lebbrosari. Quello di Selaclacà: oltre 700 posti letto e un grandioso istituto per studi e ricerche contro la lebbra. Crearono imprese di colonizzazione sotto forme di cooperative finanziate dallo stato, mulini, fabbriche di birra, manifatture di tabacchi, cementifici, oleifici, coltivando più di 75.000 ettari di terra.
56. Sviluppo aeronautico, navale, cantieristico
Opere politiche e diplomatiche
57. Patti Lateranensi, 11/02/1929
58. Tribunale del popolo
59. Tribunale speciale
60. Emanò il codice penale (1930), il codice di procedura penale (1933, sostituito nel 1989), il codice di procedura civile (1940), il codice della navigazione (1940), il codice civile (1942) e numerose altre disposizioni vigenti ancora oggi (il Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza, il Codice della Strada, le disposizioni relative a: polizia urbana, rurale, annonaria, edilizia, sanitaria, veterinaria, mortuaria, tributaria, demaniale e metrica)
61. Conferenza di Losanna
62. Conferenza di Locarno
63. Conferenza di Stresa
64. Patto a quattro
65. Patto anti-Comintern
Opere espansionistiche
66. Riconquista della Libia
67. Conquista dell’Etiopia
68. Guerra di Spagna
Opere economiche e finanziarie
69. Istituto di Ricostruzione Industriale (I.R.I.), 1932
70. Istituto Mobiliare Italiano (I.M.I.), 1933
71. Casse Rurali ed Artigiane, R.D. 26 agosto 1937, n. 1706
72. Riforma bancaria: tra il 1936 e il 1938 la Banca d’Italia passò completamente in mano pubblica e il suo Governatore assunse il ruolo di Ispettore sull’esercizio del credito e la difesa del risparmio
73. Socializzazione delle imprese. Legge della R.S.I., 1944
74. Parità aurea della lira
75. Battaglia del grano
76. 1929: crisi finanziaria mondiale. Il mondo del capitalismo è nel caos: il Duce risponde con 37 miliardi di lavori pubblici e in 10 anni vengono costruite 11.000 nuove aule in 277 comuni, 6.000 case popolari che ospitano 215.000 persone, 3131 fabbricati economici popolari, 1.700 alloggi, 94 edifici pubblici, ricostruzione dei paesi terremotati, 6.400 case riparate, acquedotti, ospedali, 10 milioni di abitanti in 2493 comuni hanno avuto l’acqua assicurata, 4.500 km di sistemazione idrauliche e arginature, canale Navicelli; nel 1922 i bacini montani artificiali erano 54, nel 1932 erano arrivati a 184, aumentati 6 milioni e 663 mila k.w. e 17.000 km di linee elettriche; nel 1932 c’erano 2.048 km di ferrovie elettriche per un risparmio di 600.000 tonnellate di carbone; costruiti 6.000 km di strade statali, provinciali e comunali, 436 km di autostrade. Le prime autostrade in Italia furono la Milano-Laghi e la Serravalle-Genova (al casello di Serravalle Scrivia si trova una scultura commemorativa con scritto ancora “Anno di inizio lavori 1930, ultimato lavori 1933”)
77. Salvò dalla bancarotta l’Ansaldo, il Banco di Roma e l’Ilva (1923-24)
78. Attacco al latifondo siciliano
79. Accordi commerciali con tutti gli Stati compreso l’Urss
80. Pareggio di bilancio già dal 1924
Opere sportive e culturali
81. Costruzione dell’Autodromo di Monza, 10/09/1923
82. Fondazione di CINECITTA’
83. Creazione dell’ente italiano audizione radiofoniche (EIAR), anno 1927
84. Primi esperimenti della televisione che risalgono all’anno 1929 per volere del Duce; nel dicembre del ’38 l’ufficio stampa dell’EIAR comunicò che nei primi mesi del ’39 sarebbero iniziati servizi regolari di televisione. Il 4 giugno 1939 alla Mostra del Leonardo ci furono alcune trasmissione sperimentali, sul Radiocorriere apparvero i programmi e persino le pubblicità di alcuni paleolitici apparecchi televisivi. Purtroppo il progetto venne abbandonato a causa dell’entrata in guerra
85. Istituzione della Mostra del Cinema di Venezia, prima manifestazione del genere al mondo, nata nel 1932 per opera del direttore dell’Istituto Luce, De Feo, e dell’ex ministro delle Finanze Giovanni Volpi di Misurata
86. Creazione dell’albo dei giornalisti, anno 1928
87. Fondazione dell’istituto LUCE, anno 1925
88. Nel 1933 appoggiò la prima trasvolata atlantica compiuta da Italo Balbo (tra l’altro, fu in quella occasione che venne inaugurata la “posta aerea”)
89. Accademia d’Italia (Marconi, Pirandello, Mascagni, ecc.)
90. Littoriali della cultura e dell’arte
Opere di utilità varie
91. Registro per armi da fuoco
92. Istituzione della guardia forestale
93. Istituzione dell’archivio statale, anno 1923
94. Fondazione della FAO
95. Fondazione dei consorzi agrari
96. Annessione della Guardia di Finanza nelle forze armate
97. Istituzione di treni popolari per la domenica con il 70% di sconto, anno 1932
98. Istituì il Corpo dei Vigili del Fuoco.
99. Ammodernò il Pubblico Catasto urbano e dei terreni
100. Mappò tutto il territorio nazionale compilando le mappe altimetriche usate ancora oggi, e che non sono mai state aggiornate da allora.
Adesso, cari compagni, fatevi pure il vostro bel bilancio tenendo conto dei pro e dei contro e ditemi se è davvero così negativo come dite voi. Inoltre, mi fareste per favore un elenco di cosa ha fatto la sinistra in più di 70 anni di democrazia?
Le opere del Fascismo, Mai più è stato eguagliato il progresso ottenuto da Mussolini durante il ventennio.
 
 

sabato 18 maggio 2019

MARCANTONIO BRAGADIN , EROE VENETO

  PENSATECI BENE SUI MUSULMANI!

MARCANTONIO BRAGADIN , EROE VENETO

Dopo l’ antologia di scritti sulla battaglia di Lepanto , proponiamo un estratto della grande “ storia popolare di Venezia, dalle origini fino ai giorni nostri” di Gian Jacopo Fontana del 1899 e precisamente i capitoli CIX, CX, CXI , dedicati alla tragica sorte di Marcantonio Bragadin, duce militare delle truppe della Serenissima durante il terribile assedio turco dell’ isola di Farmagosta. Eroe Militare e martire cristiano, orrendamente torturato fino alla morte per non aver abiurato il Cristianesimo, Bragadin assurge a esempio di amor patrio e di fede cristiana, soprattutto oggi, in tempi di invasione islamica. In appendice uno scritto di Anonimo Pontino sulla barbarie omicida intrinseca nella religione di Maometto.



















E' il 1570,una dopo l'altra cadono le roccaforti cristiane nel Mediterraneo, Nicosia e' conquistata, le mire islamiche si concentrano su Famagosta, per quella che restera' una delle pagine piu' epiche della resistenza cristiana,in particolare italiana, allo strapotere della mezzaluna.

200.000 soldati e 150 navi da guerra turche accerchiano Famagosta, difesa da poche migliaia di italiani, greci e albanesi sotto il comando del veneziano Marcantonio Bragadin.

L' 11 settembre Mustafa Lala Pascià, comandante delle forze ottomane, fa recapitare a Bragadin la testa di Niccolò Dandolo, luogotenente di Nicosia, insieme ad una richiesta di resa prontamente rifiutata.

Bragadin conosce la sorte atroce toccata a Nicosia dopo la resa: 20 mila persone sterminate nei metodi più orrendi, le donne che si gettavano dai tetti pur di non cadere in mano ai vincitori, duemila bambini e ragazze inviati nel mercato degli schiavi del sesso di Istanbul.

Parte l'assalto in migliaia cadono i turchi, i difensori combattono con furia e ardore per settimane, ma i numeri sono troppo sproporzionati.

Bragadin accetta la resa su richiesta delle delegazioni di civili stremati, cede le chiavi della citta' al turco che ha perso 52 mila uomini ed e' furioso. Fa impiccare i generali italiani esponendo le loro teste su picche.

Al nostro Bragadin la sorte peggiore : gli fa mozzare orecchi e naso, lo fa rinchiudere in una gabbia sotto il sole per tredici giorni. Viene liberato, pestato e frustrato, costretto a percorrere per due volte il perimetro della citta' con zavorre di sassi e spazzatura addosso, lo fa poi appendere per ore ad un’antenna nel porto, in maniera che tutti gli schiavi cristiani ed i prigionieri possano vedere l’orribile sorte del loro comandante.

Ma non e' finita: gli viene chiesto di abiurare la Croce. Lui rifiuta sdegnato, viene scorticato vivo partendo dalla nuca.  Gli si ripete continuamente, come un mantra, di convertirsi all'Islam,ma il veneziano non cede.

Stremato, viene sopraffatto dalla morte quando il boia arriva all'ombelico. La sua pelle impagliata finira' ad Istanbul come trofeo.
Un martire cristiano.
Un eroe veneto.
                                                                                               

giovedì 9 maggio 2019

DECIMA MAS IL FRONTE DI NETTUNO

BATTAGLIONE BARBARIGO

Battaglione Barbarigo

 

"Siamo quelli che siamo".

 C.C. UMBERTO BARDELLI "Nessuno di voi è morto finchè noi non moriremo tutti. E fino a quando sarà in piedi uno del 'Barbarigo' lo sarete anche voi".
C.C. M.O.V.M. Umberto Bardelli, 1944.



 

Costituito a La Spezia nel novembre 1943 come "Battaglione Maestrale", venne inviato a Cuneo, da qui rientrò a La Spezia nel gennaio 1944 ed assunse la definitiva denominazione. Il 20 febbraio lasciò La Spezia per il fronte di Nettuno ove si schierò il 4 marzo a fianco del 235° Reggimento tedesco.

Agli ordini del C.C. Bardelli poi, Cap. Vallauri e succesivamente T.V. Cencetti.

Organico: Comando e Compagnia Comando, Plotone arditi esploratori, 1a Compagnia "Decima" poi "Bardelli", 2a Compagnia "Scirè", 3a Compagnia "Iride", 4a Compagnia "Tarigo" poi "San Giorgio", 5a Compagnia cannoni, Compagnia Volontari "L'ultima", Cpt. di formazione Mauro Berti, creata con 109 volontari, per intervenire sulla Tuscolana, Cinecittà.
Il battaglione "Barbarigo", inizialmente denominato "Maestrale", fu il primo reparto di Fanteria di Marina della "Decima" ad essere costituito.
Nacque a La Spezia, nella caserma di San Bartolomeo, nel novembre del 1943. Ne assunse il comando il capitano di corvetta Umberto Bardelli. Nel gennaio 1944, nel ricordo del sommergibile del comandante Enzo Grossi, gli fu attribuito il nome di "Barbarigo".

Delle quattro compagnie su cui era ordinato, la 2a e la 4a erano state addestrate a San Bartolomeo, mentre la la e la 3a erano state trasferite per l'addestramento a Cuneo, alla caserma San Dalmazzo.

IL FRONTE DI NETTUNO.BATTAGLIONE BARBARIGO
 
Alla metà di febbraio il battaglione si riunì nuovamente a La Spezia. Il 19 ricevette dal comandante Borghese la bandiera di combattimento e il giorno 20 partì per Roma.
A Roma sosta di alcuni giomi presso la caserma "Graziosi Lante".
Il Barbarigo è un insieme di 1180 uomini; pochi mezzi scarsa preparazione e scarso armamento: qualcuno verrà fotografato al fronte con le stellette regie al posto del gladio.
Un capitano dei granatieri, Alberto Marchesi, diede modo al comandante Bardelli di completare l'equipaggiamento e l'armamento del battaglione attingendo dalla caserma "Ferdinando di Savoia'.
Il battaglione entra in linea a fine febbraio, settore sud, e viene inserito nella 715a divisione tedesca di fanteria. Il nemico di fronte è super addestrato: Rangers americani e canadesi.
Il "Barbarigo" è al fronte mentre era in corso la seconda controffensiva, e sostò per breve tempo a Sermoneta: dalla collina si vedevano le linee nemiche, pioveva, e il tempo rimase perturbato fino alla fine di marzo.
Il terreno, piatto e paludoso, era percorso da un groviglio di canali, fossi di bonifica e di irrigazione. La compagnia fu schierata sul tratto alto del Canale Mussolini (oggi Canale Italia), la 3a tra il fosso del Gorgolicino e la Strada Lunga, la 4a di qui fino al margine delle paludi: la 2a fu rimandata a Sezze per un corso di addestramento all'uso del panzerfaust e della mitragliatrice MG 42.
La prima ad essere attaccata fu la 3a compagnia. Gli americani impegnarono i marò con un attacco frontale, seguiti dai più aggressivi canadesi. La 2a compagnia diede il cambio alla 3a.
Alla fine di marzo, il battaglione SS italiane "Degli Oddi" rilevò lungo il Canale Mussolini la 1a compagnia, spostata a Terracina per addestramento e sorveglianza costiera. La 3a compagnia tornò in linea davanti al Cerreto Alto, tra la strada Nascosa e la litoranea.
Nel frattempo il "Barbarigo" provvedeva a dotarsi di una sua artiglieria, formando la 5a compagnia Cannoni, armata con pezzi da accompagnamento 65/17, prelevati dal Museo dei Granatieri.
A La Spezia si stava costituendo il Gruppo Artiglieria "San Giorgio" dotato di pezzi someggiati da 75/13. Il comando della Decima inviò al fronte di Nettuno il tenente di vascello Carnevali, comandante del Gruppo "San Giorgio", per organizzare un gruppo di artiglieria da campagna. Formarono il gruppo una batteria da 105/28, una da 105/32 e una da 75/27.
Il 15 aprile ci fu un attacco di mezzi corazzati canadesi nel settore del fronte tenuto dalla 2a compagnia che perse i capisaldi "Erna" e "Dora". Lo stesso giorno, al comando del tenente Giulio Cencetti, i marò riconquistarono i capisaldi persi nel precedente attacco. Il 19 aprile ci fu un altro attacco sul fronte della 2a compagnia.
Ai primi di maggio nuovi cambi in linea: la 4a compagnia sostituiva la 2a, la 1a dava il cambio alla 3a che si trasferiva a Terracina per sorvegliare la costa. Il 26 aprile il comandante Bardelli venne richiamato a La Spezia per assumere un incarico superiore.
Il tenente di vascello Vallauri sostituì Bardelli al comando del battaglione.
Ancora un attacco americano al fosso del Gorgolicino, tenuto dalla 4a compagnia. I marò resistettero agli assalti e contrattaccarono il nemico. Il 24 maggio il battaglione "Barbarigo" e il Gruppo d'artiglieria "San Giorgio" ricevettero l'ordine di ritirarsi.
Le tre compagnie in linea si sganciarono in direzione di Sermoneta e Bassiano.
La 2a fu attaccata da mezzi corazzati nei pressi di Cisterna, la 4a resistette agli attacchi nemici nell'abitato di Norma.
Gli artiglieri del "San Giorgio", dopo aver esaurito tutte le munizioni a loro disposizione, fecero saltare le bocche da fuoco. La 3a compagnia ripiegava da Terracina ricongiungendosi al resto del battaglione.
La postazione del plotone comandato dal guardiamarina Alessandro Tognoloni (251 compagnia) venne accerchiata da carri Sherman americani. Al grido di "Decima! Barbarigo!", i marò andarono all'assalto dei carri.
Tognoloni lanciò una bomba a mano e cadde colpito squarciato nel torace.
Prima di perdere i sensi scaricò i colpi della sua pistola e, vuoto il caricatore, la lanciò contro il carro avanzante.
Per gli atti di valore compiuti sul fronte di Nettuno gli fu concessa la Medaglia d'Oro.
Il 31 maggio il "Barbarigo" giunse a Roma e si radunò nella caserma di Maridist, in Piazza Randaccio. La sera del 4 giugno le avanguardie della 5a Armata americana entrarono in città (a porta San Paolo la folla era già in strada ad applauidire gli anglo-americani), primo fra tutti il 1° Distaccamento della Special Service Force a cui il "Barbarigo" si era opposto strenuamente per tre mesi.
La mattina del 5 giugno i resti del "Barbarigo" si inquadrarono e, divisi in piccoli gruppi, marciarono in direzione di La Spezia.
La gente li vide, li riconobbe... ci fù il gelo... un marò ebbe l'idea di lanciare in aria una manciata di caramelle alla folla.
Altri lo imitarono.
La gente iniziò a battere le mani... fu così che i resti del battaglione lasciarono la città... città che non li amava e per la quale si erano battuti, senza che glie lo avesse chiesto... Roma era stata per mesi alle loro spalle, muta ed ostile. 
                                                                                                                                         
Il punto più pericoloso alla spalle della Wehrmacht è il Piemonte, nido di antifascisti in città e di ribelli in montagna.
Nel giugno 1944 la "Decima" concentrò i suoi battaglioni nell'alto Piemonte. Il "Barbarigo" è il battaglione che ha combattuto ad Anzio e che ha subito un duro salasso in tre mesi di linea. All'inizio i rapporti tra soldati e civili sono buoni, i marò fanno servizi di guardia e di ronda e il morale è alto.
Le genti dei villaggi ribelli del Canavese assistono stupiti all'arrivo di questi strani fascisti che non sembrano accorgersi della minaccia che li circonda, che entrano in 2 in 3 nelle taverne, nelle osterie dove da un momento all'altro possono arrivare i matteottini di Piero o i giellisti di Monti.
L'8 luglio Bardelli viene informato che il guardiamarina Oneto ha disertato con 10 marò armati, rubando la paga del battaglione.
Si organizza la squadra con a capo Bardelli e un gruppo di marò per il recupero: si rastrella la zona dove dovrebbe trovarsi il fuggitivo e si occupa la piazza di Ozegna. Oneto è alla stazione (a circa 200 mt.) che sta vendendo armi e altri oggetti per disfarsene e per racimolare denaro per tornarsene a casa.
Qualche partigiano interviene per trattenere i "venditori" in quanto ha già avvisato un distaccamento di matteottini. La volante di Piero Piero (con il rinforzo di 2 squadre della 6a GL), vuole dare l'attacco al Barbarigo a Agliè.
Ma a Ozegna la volante si blocca perchè avvertita della volontà di Bardelli di recuperare i disertori.
I partigiani bloccano gli accessi alla piazza e circondano sul piazzale i disertori che si arrendono. Piero Piero si fa avanti per parlamentare.
Non si sa quello che lui e Bardelli si dicano.
Bardelli (essendo circondato) da l'ordine in segno di pacificazione di disarmare le armi e butta la sua a terra.
Ma i partigiani stringono il cerchio intorno ai marò e agli ufficiali e puntano chiaramente a raccogliere le armi.
Bardelli capisce di essere caduto in un'imboscata.
Intimata la resa Bardelli risponde "Barbarigo non si arrende".
L'imboscata tesa dai partigiani costò ai marò altri nove morti e numerosi feriti.
Alla salma di Bardelli i partigiani strapparono due denti d'oro e gli altri marò uccisi vennero rinvenuti lordati di letame.
Nei primi giorni dell'ottobre 1944, il "Barbarigo" mosse all'attacco dei partigiani attestati nella zona di Rimordono (Torino).
I marò sbaragliarono le formazioni avversarie, costringendo le bande a riparare in territorio francese.
Appena la Decima arrivò a Gorizia, ricevette dal comando tedesco i piani dell'operazione "Aquila": manovra complessa che prevede l'impiego di diverse colonne contemporaneamente per circondare e distruggere il IX Korpus (nella zona, era gravissima la situazione determinata dalla pressione esercitata contro la frontiera italiana e sulla città di Gorizia dai partigiani sloveni del "IX Corpus" appoggiati da bande comuniste italiane). I reparti della Decima impegnati erano il "Sagittario", il "Barbarigo", il "Fulmine" e l'N.P., oltre ad una parte del genio "Freccia" e dell'"Alberto da Giussano" (artigleria).
Il "Barbarigo" (le azioni iniziarono il 19 dicembre) fu il primo reparto ad essere impiegato contro gli slavi, risalì la Biasima occupando l'abitato malgrado la strenua resistenza opposta dai partigiani. Poi occupò Cal di Canale, Localizza e Chiappavano.
Ai primi di febbraio 1945 la divisione "Decima" (nel mentre fu riorganizzata e divisa in 2 gruppi di combattimento.
Il Barbarigo fu nella primo gruppo comandato dal capitano di corvetta Antonio Di Giacomo) lasciò Gorizia, ma il battaglione "Barbarigo" restò ancora qualche settimana nella zona a difesa dei confini orientali della Repubblica e sui monti San Marco e Spino respinse gli attacchi dei partigiani sloveni.
Con un contrattacco, che impegnò tutte le compagnie del battaglione, ancora una volta i marò sconfissero il nemico.
A metà marzo giunse al battaglione l'ordine di trasferimento sul fronte sud. Il reparto partì da Vittorio Veneto il giorno 20 diretto a Rovigo.
Il giorno 26 passò da Ferrara, Argenta e Imola. Il giorno successivo entrò in linea alle dipendenze del comando "I° Gruppo di combattimento Decima", comprendente oltre al "Barbarigo" il battaglione "Lupo", il battaglione NP (Nuotatori Paracadutisti), il battaglione "Freccia" (Genio e Trasmissioni) e il Gruppo d'artiglieria "Colmino".
Nella zona di Imola, dal 28 marzo al 4 aprile, il battaglione fu impegnato in un'intensa attività di pattuglia catturando numerosi prigionieri, appartenenti al gruppo "Friuli" dell'Esercito Regio.
Il 20 aprile, per l'arretramento del fronte, il battaglione iniziò il ripiegamento verso nord attraversando il fiume Po in località Oro.
A Santa Maria Fornace, i marò sostennero un violento scontro con reparti della brigata "Cremona" del Regio Esercito del sud (in uniforme britannica). Il 27 aprile il "Barbarigo" toccò Mondonovo giungendo in serata a Conserve.
Il giorno dopo il reparto proseguì verso Allignassero in direzione di Padova, affrontando presso il ponte del Basassero una postazione partigiana che fu sgominata dai marò della 2a compagnia.
Nella notte del 29 aprile il "Barbarigo" si schierò per ascoltare le parole del comandante del "I° Gruppo di combattimento Decima", capitano di corvetta Di Giacomo, e di un ufficiale inglese rimase allucinato da quelle parole, volle intervenire per dire che anche lui aveva conosciuto un momento simile al loro, quando era stato fatto prigioniero a Tobruk.
Gli uomini del "Barbarigo", dopo una notte praticamente insonne, inquadrati dai loro ufficiali, la mattina seguente entrarono a Padova armati, passando fra i reparti di carristi inglesi e neozelandesi che resero loro l'onore delle armi.
Il 30 aprile il battaglione si concentrò nella caserma "Pra della Valle" e venne considerato disciolto.
I marò furono avviati al 209 POW Camp di Afragola presso Napoli, dove rimasero circa un mese; da qui il 5 giugno furono trasferiti a Taranto e imbarcati sulla "Duchessa of Richmond" diretta in Algeria, destinazione il 211 POW Camp di Cap Matifou ad una trentina di chilometri da Algeri, in prigionia.
 
 

 

Sul mare per la Patria combattemmo
la buona guerra contro l'oppressore;
sul mare i nostri morti deponemmo
con ciglio asciutto, fieri nel dolore.
Ma Giuda cambia in oro il miglior sangue,
cadono i lauri al vento che li schioma!
Un Uomo s'erge ancora, insonne, esangue,
con l'occhio fisso sull'eterna Roma.
Barbarigo, Barbarigo,
battaglione dell'onore!
Brucia ed arde la tua fede,
la vendetta rugge in cuore.
Se la morte ci dà un bacio
caldo e rosso come un fiore,
sorridiam tra le sue braccia
alla Patria che non muore.
Vendute da un re vil le nostre navi,
da fanti a terra combatteremo noi!
Latraron nelle fogne i servi ignavi,
dal ciel ci benedissero gli Eroi.
Siamo quelli che siamo, e da nessuno
vogliamo onori o mendichiam l'alloro.
Di noi parlano i morti di Nettuno,
Al mare ed alle stelle, e tra di loro.
Barbarigo, Barbarigo,
battaglione dell'onore!
Brucia ed arde la tua fede,
la vendetta rugge in cuore.
Se la morte ci dà un bacio
caldo e rosso come un fiore,
sorridiam tra le sue braccia
alla Patria che non muore.
Il nome di Bardelli è un'ostia pura
che d'oro splende con la sua medaglia;
egli non dorme nella sepoltura,
ma marcia in testa a noi nella battaglia.
E dell'aspro Gianicolo le zolle
repubblicano han sangue che risplende;
e il nostro amore incendierà quel colle
dove ci chiama Garibaldi e attende.
Barbarigo, Barbarigo,
battaglione dell'onore!
Brucia ed arde la tua fede,
la vendetta rugge in cuore.
Se la morte ci dà un bacio
caldo e rosso come un fiore,
sorridiam tra le sue braccia
alla Patria che non muore.

venerdì 3 maggio 2019

I CASTI DIVI e l'Olocausto

I casti divi e l'Olocausto


  

NON C'E' MAGGIOR SORDO DI CHI NON VUOL SENTIRE
di FILIPPO GIANNINI

Questo articolo è indirizzato alla folta schiera di italiani truffati da questo regime di incapaci, di corrotti i quali per sopravvivere hanno la necessità di stravolgere la storia dell'unico Governo, dall'Unita' ad oggi, che abbia governato in modo efficiente, senza ruberie e realmente rivoluzionario tutto teso a portare il vero socialismo, quello che non aveva bisogno di Karl Marx.


Fra le menzogne più care da addossare a Benito Mussolini, c'e' quella di essere stato complice dello sterminio di 6 milioni di ebrei, sempre che questo avvenimento corrisponda alla verità storica. 

Ebbene su questo argomento ho raccolto una tale massa di documenti da tacitare i vari casti divi e, di conseguenza il piccolo Badoglio, oggi circonciso e sindaco di Roma e chiunque altro che ne dubitasse l'asserto. Non Roosevelt (che inviò la sua fleet per cannoneggiare un piroscafo carico di ebrei fuggiti nel 1939 da Amburgo), non Churchill che ordinò di silurare a Salinas un'altro carico di ebrei qualora non avesse invertito la rotta, non Stalin che, secondo quanto ha scritto lo storico russo Arkaly Vaksberg, "Stalin against Jews", un libro particolarmente importante nel quale l'Autore sostiene "dopo accurate ricerche in archivi riservati, che il numero degli ebrei eliminati
da Stalin è stato presumibilmente 5 milioni", solo Mussolini. Sì, solo lui..
 

Ai lettori non sembra, perlomeno sospetto, che si citino costantemente
quegli ebrei che sarebbero stati sterminati da Hitler e mai quelli eliminati
per ordine di Stalin? Perché? D'altra parte anche le cifre si equivalgono.

E allora, citando due sentenze, l'una di Pacifici della Comunità ebraica che
ha dichiarato: “Mussolini faceva parte della macchina della soluzione
finale”,
giudizio particolarmente pesante e infamante, e l'altra di Giorgio
Pisanò ("Noi fascisti e gli ebrei", pag. 19) che ha scritto: “Si giunse così
al 1939, vale a dire allo scoppio della guerra e fu allora che, all'insaputa
di tutti, Mussolini diede inizio a quella grandiosa manovra, tuttora
sconosciuta o faziosamente negata anche da molti di coloro che invece ne
sono perfettamente a conoscenza, tendente a salvare la vita di quegli ebrei
che lo sviluppo degli avvenimenti bellici aveva portato sotto il controllo
delle forze armate tedesche”.


Sono due giudizi contrapposti espressi da due personaggi chiaramente
schierati, quello di Pacifici sorretto da tutta una Comunità; quello di
Pisanò al quale non possiamo non riconoscere la capacità di indagine e la
capacità di presentare la storia corroborata da ricca documentazione.

Chi dei due ha ragione?

Per questa indagine cercheremo di seguire una certa logica per rientrare in
uno spazio ragionevole. In caso contrario saremo costretti a scrivere un
altro libro, data l'ampiezza dell'argomento. Anche in questo caso,
ripetiamo, come è nostro costume ci avvarremo di scritti di autori non
certamente fascisti.

Già il 13 ottobre 1937 Bernard Show nel corso di una intervista al
Manchester Guardian profetizzò: “Le cose da Mussolini già fatte lo
condurranno prima o poi ad un serio conflitto con il capitalismo”
. Infatti
le nuove idee che partivano dall'Italia fascista si stavano espandendo in
tutto il mondo; nascevano ovunque movimenti o partiti di ispirazione
fascista, dalla Francia agli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna (con oltre 100
mila iscritti) all'Australia, dall'Argentina alla Norvegia e così di
seguito. Sembrava che, una volta ancora, l'Italia fosse ispiratrice di un
nuovo messaggio universale di sapore rinascimentale: il Rinascimento del
lavoro. Queste nuove idee, portavano in sé un difetto: mettevano in pericolo
il sistema capitalistico allora vigente e padrone. Quindi l'Italia fascista
doveva scomparire.


Secondo Rutilio Sermonti ("L'Italia nel XX secolo"), “la risposta poteva
essere una sola: perchè esse (le "Democrazie", nda) volevano un generale
conflitto europeo, quale "unica risorsa" per liberarsi della Germania -
formidabile concorrente europeo - e, soprattutto dell'Italia. Questo è
necessario comprendere se si aspira alla realtà storica: "soprattutto dell'Italia"”.
Era necessario, pertanto, portare l'Italia a fianco della Germania e,
quindi, eliminare in un colpo i due "pericoli".

Conclude Sermonti: “Esattissima si dimostrò l'altra convinzione degli alleati occidentali, secondo cui l'uomo Hitler era assai meno smaliziato e più proclive a farsi "saltare i nervi" che non Mussolini, e quindi il punto debole" psicologico dell'Asse era lui, al fine di coinvolgere anche il secondo e l'Italia”.

Esaminiamo ora le opinioni di alcuni personaggi che vissero quell'epoca e che non è possibile definirli fascisti.

E' noto (per chi conosce l'a,b,c della storia) che i due provvedimenti a favore degli ebrei enunciati nel 1930 e perfezionati nel 1931 risultarono tanto graditi alla comunità ebraica italiana che i rabbini innalzarono preghiere di ringraziamento nelle sinagoghe. E se il 95% degli italiani erano per Mussolni, questa percentuale raggiungeva quasi il totale nella comunità ebraica; senza contare i numerosi ministri ebrei chiamati a collaborare con lui al governo.

E' altrettanto noto l'attacco lanciato dal Duce contro alcune teorie nazionalsocialiste, nel corso della visita alla città di Bari. Nel pomeriggio del 6 settembre 1934, dal balcone del palazzo del Governo Mussolini, dopo aver esaltato la civiltà mediterranea, disse: “Trenta secoli di storia ci permettono di guardare con sovrana pietà talune dottrine di oltr'Alpe, sostenute da progenie di gente che ignorava la scrittura, con la quale tramandare i documenti della propria vita, nel tempo in cui Roma aveva Cesare, Virgilio e Augusto”.

Pertanto sino ad allora non esisteva alcuna pregiudiziale anti ebraica nell'animo
di Mussolini. E allora, come si giunse alle (certamente) odiose leggi razziali?


Nella guerra d'Etiopia (di cui ci sarebbe da parlare ampiamente) la Società delle Nazioni guidata, incredibilmente, dalla più imperialista delle Nazioni, impose le sanzioni all'Italia. La Germania non si associa e continua ad intrattenere ottimi rapporti con l'Italia. 1936. Scoppia la guerra civile spagnola; ancora una volta i Paesi capitalisti si schierano, con l'Unione Sovietica contro l'Italia che collabora con Francisco Franco.
Di nuovo la Germania è accanto all'Italia. E questo nonostante che Stalin avesse sarcasticamente annunciato che una volta conquistata l'Europa sino alla penisola iberica, avrebbe tolto le croci nei cimiteri e persino nelle bare.

In questa fase storica risulta chiaro che si stavano definendo due schieramenti: uno di carattere democratico-capitalistico, guidato principalmente da Gran Bretagna, da Francia e anche se da lontano e in forma marpiona dagli Stati Uniti di Roosevelt; l'altro da Germania e Italia.


Tuttavia Mussolini non gradiva questa amicizia con il Führer di cui diffidava fortemente la politica e, di conseguenza cercava di svincolarsi; con questo intento il 22 giugno 1936 rilasciò una (molto poco ricordata) intervista all'ex ministro francese Malvy, nella quale ribadiva la propria disponibilità a collaborare con la Francia e con l'Inghilterra:
“La situazione è tale che mi obbliga a cercare altrove la sicurezza che ho perduto dal lato della Francia e della Gran Bretagna. A chi indirizzarmi se non a Hitler? Io vi devo dire che ho avuto con lui dei contati, ma sin qui mi sono riservato di decidere (.). Vi ho fatto venire perché informiate il vostro Governo della situazione. Io attenderò ancora, ma se prossimamente l'atteggiamento del Governo francese nei confronti dell'Italia fascista non si modifica, se non mi si darà l'assicurazione di cui ho bisogno, l'Italia diventerà alleata della Germania”.
 Questa preziosissima testimonianza viene riportata da E. Bonnifour nella Histoire politique de la troisième republique.

Altri attestati della volontà dei Paesi liberalcapitalisti di affiancare l'Italia alla Germania per poi annientarli insieme, ci vengono forniti da Winston Churchill e dallo storico inglese George Trevelyan. Il primo (La Seconda Guerra Mondiale", Vol. 2°, pag. 209): “Adesso che la politica inglese aveva forzato Mussolini a schierarsi dall'altra parte, la Germania non era più sola”. 
Quasi con le stesse parole George Trevelyan nella sua "Storia d'Inghilterra", a pag. 834, ha scritto: “E l'Italia che per la sua posizione geografica poteva impedire i nostri contatti con l'Austria e con i Paesi balcanici, fu gettata in braccio alla Germania”.

La storia stava così trascinando l'Italia alla “ineluttabilità dell'alleanza con Hitler e quindi della necessità di eliminare tutti i motivi non solo di frizione, ma anche solo di disparità con la Germania” (R. De Felice, Storia degli ebrei sotto il fascismo, pag. 137).
Mussolini era conscio che l'antisemitismo occupava uno spazio preminente nell'ideologia nazionalsocialista, di conseguenza se voleva eliminare le ultime diffidenze tedesche, anche nel ricordo del "tradimento italiano del 1915" e giungere ad una reale alleanza militare, doveva adeguarsi alle circostanze. Riteniamo che fosse questa e non altre la ragione della scelta del Duce. E questo viene confermato dal più attento studioso del fascismo che osserva: “Una volta che Mussolini fu gettato nelle braccia della Germania di Hitler, era impensabile che anche l'Italia non avesse le sue leggi razziali”.
Oppure come ha scritto Meir Michaelis: “Non si trattava dunque di un problema interno, bensì di un aspetto di politica estera”.

Anche se quanto sin qui scritto è solo una parte del percorso che portò l'Italia
di Mussolini all'emanazioni delle leggi razziali, il Duce per renderle il
meno dolorose possibili, fra l'altro impose di "discriminare non perseguire,
oltre a lasciar aperte numerose scappatoie per cui si giunse a situazioni
paradossali, come il caso denunciato dal giornalista Daniele Vicini su "L'Indipendente" del 20 luglio 1993: “Ebrei e comunisti sciamano verso il Brennero, frontiera che possono varcare senza visto a differenza di altre (americana, sovietica,
ecc.) apparentemente più congeniali alle loro esigenze”. Vicini dopo aver
elencato decine e decine di nomi di ebrei (e non solo ebrei, ma anche di
comunisti) che fuggivano in Italia, cita anche un nome che dovrebbe essere
ben conosciuto ai telespettatori italiani, perché spessissimo presente nelle
trasmissioni televisive: quello di Edward Luttwak. Una domanda si presenta
spontanea: "Erano tutti pazzi a rifugiarsi in un Paese dove vigevano le
leggi razziali, oppure i fuggitivi ben sapevano che quelle leggi erano poco
meno che una farsa"? Alla fine dell'articolo il giornalista Vicini
esclama:”Strana democrazia quella americana, strana dittatura quella
fascista”.

I lettori che volessero approfondire l'argomento, ma l'invito va esteso anche all'"imprevedibile" ex fascista Gianni Alemanno, possono leggere il
nostro libro "Uno scudo protettore".
"Scudo protettore" è una espressione dello storico ebreo Léon Poliakov per indicare la protezione posta in essere da Benito Mussolini a favore degli ebrei. Ebrei non solo italiani, ma:
“Ovunque penetrassero le truppe italiane, uno schermo protettore si levava di fronte agli ebrei (.). Un aperto conflitto si determinò tra Roma e Berlino a proposito del problema ebraico (.). Appena giunte sui luoghi di loro giurisdizione, le autorità italiane annullavano le disposizioni decretate contro gli ebrei (.)”  (Léon Poliakov, "Il nazismo e lo sterminio degli ebrei", pagg. 219-220).
Questo scudo si ergeva, quindi, non solo in Italia, ma in Croazia, in Grecia, in Egeo, in Tunisia, in poche parole ovunque penetrassero le truppe fasciste.

Il libro contiene un centinaio di documenti di come venne messo in atto lo scudo, nonché studi di storici che attestano la validità dei documenti. Nomi come Rosa Paini (ebrea) ("Il Sentiero della Speranza", pag. 22): “Quel colloquio lo aveva voluto Mussolini ancora più favorevole agli ebrei, in modo da essere indotto a concedere tremila visti speciali per tecnici e scienziati ebrei che desideravano stabilirsi nel nostro Paese”.

Come Mordechai Poldiel (israelita): “L'Amministrazione fascista e quella
politica, quella militare e quella civile, si diedero da fare in ogni modo
per difendere gli ebrei, per fare in modo che quelle leggi rimanessero
lettera morta”.


Israel Kalk (ebreo) "Gli ebrei in Italia durante il Fascismo": “(.). Siamo stati trattati con la massima umanità” e, ricordando gli altri internati: “Credo di non temere smentite affermando che con voi la sorte è stata benigna e che la vostra situazione di internati in Italia è migliore di quella dei nostri fratelli che si trovano in libertà in altri paesi europei”.

O anche Salim Diamand (Internment in Italy - 1940-1945), ebreo. “Non ho mai
trovato segni di razzismo in Italia. C'era del militarismo, è ovvio, ma io
non ho mai trovato un italiano che si avvicinasse a me, ebreo, con l'idea di
sterminare la mia razza (.). Anche quando apparvero le leggi razziali, le
relazioni con gli amici italiani non cambiarono per nulla (.). Nel campo
controllato dai carabinieri e dalle Camicie nere gli ebrei stavano come a
casa loro”.


Oppure l'opinione dell'autorevole docente dell'Università ebraica di Gerusalemme, George L. Mosse (ebreo), nel suo libro "Il razzismo in Europa", a pag. 245 ha scritto: “Il principale alleato della Germania, l'Italia fascista, sabotò la politica ebraica nazista nei territori sotto il suo controllo (.). Come abbiamo già detto, era stato Mussolini stesso a enunciare il principio "discriminare non perseguire".  

Tuttavia l'esercito italiano si spinse anche più in là, indubbiamente con il tacito consenso di Mussolini (.). Ovunque, nell'Europa occupata dai nazisti, le ambasciate
italiane protessero gli ebrei in grado di chiedere la nazionalità italiana.


Le deportazioni degli ebrei cominciarono solo dopo la caduta di Mussolini,
quando i tedeschi occuparono l'Italia”.


Si giunse, così, al 25 luglio 1943, e seguì il crucked deal (lo sporco affare, termine usato da Eisinhower per indicare l'armistizio dell'8 settembre), ma anche in quei poco più di 40 giorni del governo Badoglio le leggi antiebraiche non furono annullate. Seguì la fuga del re, di Badoglio e dello Stato Maggiore lasciando gli italiani, l'esercito ed è ovvio, anche gli ebrei in balia dell'ira tedesca. Fu una fortuna per l'Italia tutta che Mussolini subentrò formando un nuovo Governo e pararsi di nuovo come scudo
tra la rabbia dell'alleato tradito e gli italiani tutti. Ma la presenza tedesca era pressante specialmente agli inizi quando, cioé Mussolini stava organizzando la nuova struttura del suo Governo. Fu in quei giorni, ed esattamente il 16 ottobre 1943 che i tedeschi effettuarono un rastrellamento nel ghetto di Roma catturando più di mille ebrei che, ripetiamo, sino ad allora erano stai protetti dallo scudo. Ebbene, finalmente i tedeschi ebbero la possibilità di mettere in atto quanto sino ad allora era stato proibito.
Ma non tutto andò secondo le previsioni. Qualche lettore potrebbe pensare che sul posto ci fossero dei partigiani per difendere quegli infelici; ma quando mai! I tedeschi si trovarono di fronte un uomo in camicia nera, Ferdinando Natoni (che la storiografia dimentica di citare). Ecco l testimonianza della figlia Anna; il padre, mentre la retata era in corso, si precipitò in strada e, avvalendosi della qualifica di "fascista", pretese dalle SS la restituzione degli ebrei catturati nel suo edificio. Cosa che avvenne. La Signora Anna ci ha detto che il padre morì a 96 anni e ci ha
pregato di ricordare che "non rinnegò mai la sua fede". Questa testimonianza
potrebbe essere uno schiaffo ai tanti casti divi, Alemanno, Fini fra questi.


Altri nomi meritano di essere citati accanto a quello di Natoni: 

Perlasca (fascista), salvò la vita ad alcuni migliaia di ebrei in Ungheria; 
Zamboni (fascista) riuscì a far fuggire da Salonicco centinaia di ebrei; 
Palatucci (fascista) ne salvò alcune migliaia a Fiume; 
Calisse (fascista) operò in Francia e fece fuggire diverse decine di ebrei. 
Non dimentichiamo il fascistissimo Farinacci che nascose una famiglia di ebrei nella sua tipografia; 
e il futuro segretario del Msi, Almirante che ne nascose alcuni nel Ministero dove lavorava. Potremmo citare altri casi e nomi, ma non possiamo abusare oltre. Mentre si svolgevano questi fatti, gli antifascisti e i partigiani che facevano? Essi tramavano. E Ben Gurion, il fondatore dello Stato di Israele? Questo meriterebbe un articolo a parte: egli aveva bisogno della morte dei suoi correligionari per poi pretendere in cambio la Palestina, fregandosene altamente se in quella terra vivevano da secoli altri esseri umani.

Renzo De Felice osserva (op. cit. pag. 447): “Se si eccettua l'aspetto economico, nei mesi successivi all'emanazione dell'ordine di polizia n° 5, la politica antisemita della Rsi fu in un certo senso abbastanza moderata (.). Il concentramento degli ebrei fu condotto poi dalle prefetture, in relazione al periodo in questione s'intende, con metodi e discriminazioni abbastanza umani ed esso non fu affatto totale, come lascerebbe credere l'ordine del 30 novembre 1943. Oltre a ciò il 20 gennaio 1944 Buffarini Guidi, venuto a conoscenza del fatto che in molte località i tedeschi prendevano in consegna gli ebrei ivi concentrati, diede istruzioni perchè fossero fatti presso le autorità centrali germaniche i passi necessari ad ottenere che, in ottemperanza al criterio enunciato, fossero impartite disposizioni atte a far sì che gli ebrei rimanessero in campi italiani (.)”.

Su questo argomento si trova una nuova interessante testimonianza di Primo Levi le cui memorie vengono in parte riportate su L'Espresso del 27 settembre 2007. Levi ricorda che fu arrestato il 13 settembre 1943 e trasferito ad Aosta nella caserma della Milizia Fascista. Levi e altri suoi correligionari furono affidati al Centurione Ferro, il quale, saputo che “eravamo tutti laureati ci trattò benevolmente; egli poi fu ucciso dai
partigiani nel 1945”. Primo Levi e gli altri furono sospettati di essere partigiani; ecco cosa scrive Levi: “Il Centurione appreso che eravamo ebrei e non dei veri partigiani ci disse: "Non vi succederà nulla di male; vi invieremo al campo di Fossoli, presso Modena". Ci veniva regolarmente distribuita la razione di vitto destinata ai soldati e alla fine di gennaio 1944 ci portarono a Fossoli con un treno passeggeri. In quel campo si stava allora abbastanza bene; non si parlava di eccidi e l'atmosfera era sufficientemente serena; ci permisero di trattenere il denaro che avevamo  portato con noi e di riceverne altro da fuori”.

Dobbiamo terminare non certo per mancanza di argomenti, ma per motivi di spazio. Però prima di chiudere desideriamo ricordare un altro fatto mai citato, ovviamente, dai vari casti divi e cioè quella legge del 1938 che concedeva parità di diritti e doveri ai libici. In pratica i libici divenivano cittadini italiani a tutti gli effetti. Erano chiamati "Gli italiani della Quarta Sponda". Fu un caso unico nella storia del colonialismo mondiale, ma fu anche questo uno dei motivi per cui i Paesi imperialisti ci costrinsero alla guerra: questi vedevano le colonie come esclusivo luogo di sfruttamento, al contrario di come il Governo italiano stava impostando la sua politica coloniale.

Questo era il razzismo fascista, o signori!

Quindi, e concludiamo, non ci rivolgiamo ai casti divi Alemanno, Fini e compagni, non vale la pena citarli, ma al rabbino Pacifici: se quanto scritto è vero, perché invece di portare tanti poveri, ignari giovani in giro per l'Europa allo scopo di alimentare odio, non sarebbe invece più onesto portarli a pregare su quella tomba a Predappio?

Un atto di Giustizia. anche se tardivo!