domenica 29 novembre 2020

GUERNICA: UN MASSACRO INVENTATO

 

GUERNICA: UN MASSACRO INVENTATO - un falso storico al capolinea

 da Pietro Ferrarii

Milioni di persone attraverso gli anni, a partire da quel fatale 26 Aprile 1937, si sono commosse e hanno maledetto la ferocia criminale della Legione Condor per aver raso al suolo, con centinaia di vittime, l'inerme cittadina di Guernica, città santa dei Baschi, durante la Guerra Civile Spagnola (1936-1939). Folle attonite e silenziose, per lunghi anni, hanno visitato la saletta del Metropolitan Museum di New York per vedere il presunto capolavoro di Picasso, metafora "artistica" del massacro.
La versione dell'episodio bellico passata alla storia come definitiva è quella sapientemente tratteggiata, con l'efficace contrasto tra la città tranquilla e ignara e la malvagità dell'aggressore, da Hugh Thomas nella sua Guerra Civile in Spagna. Dice Thomas: «Guernica è un piccolo centro abitato situato in una valle a dieci chilometri dal mare e a trenta da Bilbao. Il 26 Aprile 1937 era un giorno di mercato e proprio mentre i villici ammonticchiavano le loro mercanzie, le campane della chiesa presero a suonare a distesa. Era l'annuncio di un'incursione aerea. I bombardieri germanici volarono a ondate successive sulla cittadina, cancellandola dall'atlante geografico: essi intendevano compiere un esperimento terroristico, volevano provare l'effetto dei terrore di un bombardamento sopra una popolazione civile. L'era moderna del terrorismo dall'alto nacque in quel giorno, a Guernica». Il tragico bilancio di tale "esperimento terroristico" sarebbe stato di circa 1.600 morti e 900 feriti procurati tra la popolazione inerme schiacciata sotto le macerie delle case e nell'affollato mercato.
Il nome di Guernica continua a evocare, ossessivamente e inscindibilmente, gli orrori delle guerre in genere e la barbarie nazista. Un importante contributo nel dare l'abbrivio alla storia della strage, precisandone in 1.654 le vittime, fu dato dall'inventiva sospetta di quattro corrispondenti di guerra inglesi, Noel Monks, Christopher Holme, Mathieu Connan e, soprattutto, George L. Steer che, senza essere sul posto, inviarono ai loro giornali, da Bilbao, catastrofici e macabri articoli.
In realtà, ci troviamo qui di fronte a una delle innumerevoli menzogne della storia ufficiale, quella che si studia nelle scuole, per intenderci, e quello che effettivamente avvenne in quel giorno di cinquantotto anni fa ha ben poco a vedere con quanto ci è stato raccontato. Va detto, innanzitutto, che il Thomas, nella seconda edizione della sua Guerra Civile in Spagna, documentatosi meglio, ridusse i 1.654 morti della prima edizione a soli duecento, e ciò è un segnale ben preciso della fantasiosità del crudele massacro. Ma non basta. Sul finire degli anni '60, lo scrittore militare spagnolo Luis Bolin, nel suo libro "Spagna, gli anni decisivi", servendosi, per primo, dei documenti operativi delle Forze Armate nazionali che avanzavano verso Guernica, ricostruì, inascoltato, la realtà delle cose. Bolin riteneva questi dispacci di grande peso storico, sia perché disponibili in originale e sia perché, essendo riservati al comandante in capo di quella zona militare e quindi non destinati alla pubblicazione, non vi era motivo per falsificarli. Bolin riscontrò, tra l'altro, che Guernica era ben protetta e un fonogramma attestava che diversi battaglioni la difendevano.
Di notevole importanza è un altro fonogramma del comandante delle forze nazionaliste del 28 Aprile, e quindi successivo di due giorni al presunto bombardamento a tappeto, di cui Luis Bolin cita le seguenti frasi: «I nostri uomini erano ansiosi di entrare in città. Già sapevano che il nemico aveva evacuato Guernica dopo aver compiuto il crimine di annientarla, salvo poi ad imputarne la distruzione all'opera dei nostri piloti aerei. Certo è che non si sono trovate a Guernica le caratteristiche buche prodotte da bombe piovute dall'alto. Non v'era di che meravigliarsi, visto che negli ultimi giorni di Aprile l'aviazione nazionale non aveva potuto alzarsi in volo a causa della nebbia e delle piogge persistenti. Già i Baschi che, colti dal panico, passavano nelle nostre file, apparivano atterriti dalle tragedie inflitte, anche in precedenza, a città come Guernica deliberatamente incendiate e distrutte dai rossi mentre ancora i nazionali si trovavano per lo meno a una decina di chilometri di distanza».
È bene precisare che la verità su quanto accaduto a Guernica fu subito divulgata dall'agenzia francese Havas e dal corrispondente del quotidiano inglese Times, Douglas Jerrold, che resero noto, insieme al fatto che strade e giardini erano indenni e privi dei caratteristici crateri, che la cittadina era stata ridotta in cenere da terra invece che dall'alto poiché «se in periferia si poteva notare qualche buca da bombe, le pareti delle case nei punti maggiormente demoliti non recavano traccia alcuna di schegge di bombe».
Queste preziose informazioni non furono raccolte e, invece, partì la colossale montatura del bombardamento selvaggio, costruita a Parigi dal comunista tedesco Willi Munzenberg, agente del Comintern, così descritto da Arthur Koestler: «Inventa pretesti, riunioni, indignazione, comitati, come un prestigiatore tira fuori i conigli dal suo cappello». Lo scopo di questa menzogna, creata a tavolino, sarebbe stato quello di distogliere l'attenzione del mondo dalla imminente caduta di Bilbao, e perciò dalla sconfitta della causa antifranchista nel Nord del paese con la clamorosa fuga, con generali e ministri, del presidente basco Aguirre.
Una operazione con uso di menzogna, quindi, e i comunisti, da bravi atei e amorali, non hanno mai avuto problemi o scrupoli nell'uso della menzogna. La diversione strategica ottenuta coincideva, altresì, con una criminalizzazione del nemico suscitante profondi e redditizi stati emotivi nelle masse. Insomma, i rossi da questa montatura avevano tutto da guadagnare.
Cominciamo, allora, a dire cosa veramente accadde in quel famoso pomeriggio del 26 aprile 1937 con l'ausilio prezioso di Renzo Lodoli che ha pubblicato, su *** del gen/feb '90, i risultati di una sua ricerca effettuata negli archivi (italiani, tedeschi e spagnoli di entrambe le parti combattenti), consultando documenti che sono alla portata di tutti.
La città di Guernica, famosa per il suo albero sotto cui i Re spagnoli giuravano solennemente il rispetto dei fueros locali (gli statuti dell'autonomia di Euzcadi), escludendo le frazioni e tenendo presente l'alto numero di sfollati nelle retrovie, contava, in quel fine aprile, molto meno di 4.000 residenti, e il mercato settimanale del lunedì mattina, in quel giorno 26, non ebbe luogo poiché vietato dal Delegato del Governo in Guernica, Francisco Lazcano, a causa dei nazionali molto vicini. Guernica non era una città aperta e non era senza difesa; tre battaglioni di gudaris, per complessivi 2.000 uomini, erano sistemati in vari conventi e scuole mentre, nel pomeriggio, cominciarono ad affluire i primi reparti della la, 2a e 4a Brigate repubblicane che attraversarono la zona quella notte, ritirandosi. I repubblicani stimavano possibile un attacco aereo, tant'è che dal 31 Marzo avevano costruito sette grandi rifugi aerei. In effetti Guernica, oltre ad ospitare una fabbrica di pistole (la Unceta y Compania) e una di bombe per aviazione (la Talleres de Guernica), era un nodo stradale e ferroviario importantissimo per il ripiegamento dei Rossi e, da almeno due documenti delle forze antirepubblicane, risulta come obiettivo previsto per bombardamento. Inoltre, il 25 Aprile, il Governo basco aveva ordinato una disperata difesa di Bilbao sulla linea Guernica-Amorrabieta-Gorbea, per almeno ritardare l'avanzata della 1a e 2a Brigate di Navarra. L'azione aerea, mirante a danneggiare il ponte di Renteria sul fiume Oca e le strade ivi convergenti, si proponeva, colpendo le vie d'accesso obbligate e chi le percorreva, di bloccare o almeno intralciare il ripiegamento che veniva operato dalle truppe basche.
Tra le ore 16,15 e 16,30, tre aerei non modernissimi, un Dormir 17F1 e due Heinkel 111 agenti in direzione est-ovest, sganciarono circa due tonnellate di bombe sugli obiettivi senza danneggiamenti apprezzabili. L'unico passaggio effettuato dai velivoli, rapportando spazio percorso e velocità, non prese che poco più di un minuto e mezzo. Alle ore 16,30, poi, durante un sorvolo di meno di un minuto, furono sganciate 36 bombe da 50 kg, mentre il ponte restava ancora indenne. Questa azione fu condotta dal capitano Raina che comandava tre S79 italiani e l'ordine di operazione, stilato dal Colonnello Raffaelli e depositato negli archivi dell'Aeronautica Italiana, prescriveva: «Per evidenti ragioni politiche, il paese non deve essere bombardato».
A questo bombardamento seguirono due ore in cui nulla accadde fino a quando, alle ore 18,30, 18 o 17 Junkers 52, i più vecchi e lenti bombardieri tedeschi, divisi in tre squadriglie e provenienti da Burgos, solcarono il cielo di Guernica. Questi aerei erano compresi nel gruppo K88 della Legione Condor e, al comando del Ten. Colonnello von Richtofen, erano i caposquadriglia capitani von Knauer, von Beust e von Kraft. Questi Junkers, in pattuglie successive di tre, con un solo passaggio sulla direttiva nord-sud, scaricarono nei pressi del ponte di Renteria 18 (o 17) tonnellate di bombe. Ogni bomba era da 250 kg. Secondo i rilievi effettuati dall'ing. Stanislao Herran, confermati da planimetria, delle 39 bombe che esplosero, provocando ampi crateri, sette caddero sulla città. Per completare il quadro dell'azione aerea, va aggiunto che 15 caccia legionari FIAT CR32, divisi in due gruppi (10 e 5 ognuno), comandati dal Cap. Viola e dal Ten. Ricci, decollati da Vittoria, incrociarono gli Heinkel e gli Junkers con funzione protettiva, senza dover intervenire per l'assenza dei caccia nemici.
Eccoci quindi alle cifre vere; dice Lodoli: «I morti accertati furono 93. Precisamente: 33 fra i ruderi dell'Asilo Calzada, 15 alla curva di Udochea e 45 nel crollo del rifugio Santa Maria, appena ultimato e non ancora collaudato. Qualche altra vittima isolata deve probabilmente aggiungersi a quelle elencate secondo quanto affermato dal Gen. Jesus Larrazabal che, nel suo "Guernica: el bombardeo", ritiene la cifra complessiva dei morti inferiore o di poco superiore al centinaio e dichiara di essere in grado di rendere noto l'elenco nominativo». Ogni Junkers germanico lanciò sul bersaglio anche 288 spezzoni incediari da 1 Kg ciascuno, del tutto inefficaci nel danneggiamento di un ponte in muratura, e che perciò hanno favorito la tesi della volontà di strage sulla popolazione. Questa tesi cade, comunque, ove si consideri che lo scopo principale dell'azione aerea era di ostacolare il ripiegamento delle truppe basche e l'uso consueto degli spezzoni da 1 Kg era in funzione antiuomo.
Resta da dire qualcosa sull'opera di Picasso in cui, secondo Piero Buscaroli, "un cavallo pazzo nitrisce contro una lampadina tra ripugnanti pupazzi che smanacciano e scalciano" e lo facciamo dire a Renzo Lodoli, riportando le ultime righe del suo citato articolo: « Picasso si dichiarò stravolto dalla notizia e, nella sua sensibilità, offre al mondo intero la visione della sua "Guernica" messa a ferro e fuoco. Dove non c'è Guernica, né il ferro nè il fuoco, poiché in realtà solo di un quadro di tauromachia si tratta, dipinto da tempo, intitolato "En muerte del torero Joselito". Picasso ne cambiò il titolo e lo vendette al Governo Repubblicano per 300.000 pesetas d'epoca (circa due miliardi di lire attuali). La falsata storia di Guernica ebbe così la sua bandiera, falsa ».

Guernica
Pablo Picasso - En muerte del torero Joselito

Oltre all' articolo di Lodoli, vedi pure: GUERNICA FU DISTRUTTA DAI ROSSI E NON DALL'AVIAZIONE DI HITLER di Dante Pariset sul del 5.2.73 e GUERNICA, 50 ANNI DI MENZOGNE di Piero Buscaroli su Il Giornale del 9.4.95


martedì 24 novembre 2020

A VENEZIA LE RIVOLUZIONI COMINCIANO COSì

A VENEZIA LE RIVOLUZIONI COMINCIANO COSì



“20 luglio 1920: A Venezia, dopo aver lanciato una sfida ai fascisti veneziani, dichiarando loro che il comunismo a Venezia regna e regnerà sovrano, un numeroso corteo parte dalla Camera del lavoro a Santa Margherita, ed al canto degli inni antinazionali giunge in piazza San Marco.

I fascisti, che, raccolta la sfida, hanno deciso di non tollerare la provocazione, e di non permettere mai più che la piazza San Marco, tanto sublime per la sua memoria e la sua bellezza, sia occupata dai senza Patria, si sono radunati in un piccolo ma compatto numero vicino al caffè Florian.

I sovversivi, forti della loro predominanza numerica, con un drappo rosso in testa al corteo, avanzano verso i fascisti che, immobili e silenziosi, attendono l’urto. La distanza tra gli avversari è quasi annullata, quando, al grido di “A noi !”, gli squadristi si gettano sul nemico.

La lotta è furibonda, echeggiano i primi colpi di rivoltella, sembra che i pochi fascisti non siano in grado di sostenere l’urto enorme, quando un rombo secco metallico, con mille fischi laceranti, echeggia sinistramente.

E’ stata lanciata dai fascisti, che stavano per essere sopraffatti, una bomba, e l’effetto è immediato. In un baleno la folla sovversiva è scomparsa, e sulla piazza rimane, padrone del campo, lo sparuto gruppo di squadristi, sanguinanti per le ferite, ma lieti per la vittoria”.

 


Nella ricostruzione tratta da “Il movimento fascista veneto nel diario di uno squadrista”, di Raffaele Vicentini, un episodio minore destinato a non lasciare traccia nella storia del quadriennio 1919-22….mi è piaciuto riproporlo qui per le singolari analogie che presenta con quanto di ben più importante era avvenuto a Milano il 15 aprile del ’19: il corteo social comunista che avanza minaccioso dalla periferia verso il centro cittadino, il piccolo gruppo di fascisti pronti allo scontro, la zuffa, la fuga degli avversari….Uno svolgimento che poi sarà comune a molte piazze d’Italia.

Giacinto Reale

 

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mercoledì 18 novembre 2020

Una donna eccezionale fra donne eccezionali

Una donna eccezionale fra donne eccezionali


di Filippo Giannini ]

Il titolo esatto avrebbe dovuto essere: “Ragazze eccezionali fra ragazze eccezionali”. Come molti lettori avranno compreso intendo trattare una breve storia delle Ausiliarie della R.S.I.. “Ragazze eccezionali”, mi sono corretto, ma alcune di loro non erano neanche ragazze, ma poco più che adolescenti.
Mentre il Paese era allo sbando più totale – e sto ricordando la capitolazione dell’8 settembre 1943 – e mentre molti uomini, soppesata furbescamente la situazione militare del momento e consci che ormai la guerra era persa, si schieravano dalla parte dei più che probabili vincitori, migliaia di ragazze non accettarono l’onta e si schierarono dalla parte che ritenevano, quella della coerenza e dell’Onore.
Valga per tutte queste eroine, la storia di una di loro: Giovanna Deiana.
Giovanna Deiana fu citata all’Ordine del Giorno del Comando generale della G.I.L., con questa motivazione: “Colpita al viso durante l’incursione aerea nemica del 21 ottobre da una scheggia di bomba che le cagionava la perdita totale della vista e la poneva in grave pericolo di vita, dava prova di grande Forza morale e di vivo spirito fascista. Prima sua preoccupazione fu la sorte dei fratellini che ella, con gesto violento, allontanava dal pericolo, risparmiando loro forse il suo stesso destino. Pura espressione della nostra giovinezza italica ed esempio fulgido di amor patrio, sebbene straziata dal dolore che le produceva l’orribile ferita, con lo stoico coraggio si dichiarava lieta che la sorte avesse scelto lei per la dura prova, risparmiando forse un soldato o un obiettivo militare. Desidero che il Duce sappia – ella diceva – che io non piangerò e che tutto soffrirà per il suo amore e per quello della Patria”.
Questo sarebbe stato già tanto per molti uomini. Giovanna Deiana, però, mostrò ancor più la sua determinazione e la sua fede; così scrisse della sua fulgida esperienza (da Riaffermazione del 1996). “Era il mattino del 30 settembre 1944. Il Federale di Verona, maggiore Sioli, mi aveva gentilmente concesso la possibilità di usufruire di una Topolino e di un autista per potermi recare al Quartier Generale del Duce a Gargnano, dove era la sede del Governo fascista. Nessuno conosceva il motivo di questo mio desiderio di recarmi dal Duce, per poter parlare personalmente con Lui: un desiderio che aveva tormentato il mio spirito dal maggio precedente e che finalmente quel mattino di settembre cominciava a delinearsi realizzabile. Già dal febbraio 1944 avevo appreso da una trasmissione radiofonica, che si chiamava “La Voce del Partito”, la possibilità di fare domanda di arruolamento in un Servizio Ausiliario Femminile. Niente di meglio per soddisfare l’ansia che sentivo in me, soprattutto dopo l’8 settembre 1943, di fare qualcosa di più per la Patria. E per questo scrissi. Tutto questo per il mio stato fisico di invalida di guerra. Era troppo poco per la mia volontà di fare attivamente e concretamente; non ignoravo, ad esempio, che altri invalidi ciechi erano disponibili e attivi agli aerofoni per la segnalazione di arrivi di aerei nemici. Ero perciò disposta, quel mattino di settembre 1944, a superare tutti gli ostacoli per arrivare alla presenza del Duce ed esprimere a Lui il mio fermo proposito di agire e di diventare Ausiliaria. Circostanze favorevoli, come l’incontro con la Medaglia d’Oro Carlo Borsani, presidente dell’Associazione Nazionale Mutilati, che avevo conosciuto qualche mese prima, fecero sì che il giorno dopo ero già iscritta nella lista delle persone che il Duce avrebbe ricevuto nella mattinata del giorno successivo, il 10 ottobre 1944. Ero accompagnata dalla signorina Lenotti, anziana iscritta al Partito. Benito Mussolini mi ricevette alle 14 di quel giorno. Era appena suonato l’allarme aereo, ma questo non aveva per nulla turbato il ritmo delle udienze. Quando dalla grande sala di attesa prendemmo il lungo corridoio che portava fino alla stanza del Duce, l’ultima a sinistra, il mio cuore accelerò i palpiti. Ero stata avvertita dal segretario del partito Alessandro Pavolini, che in anticamera c’erano anche delle signore ad attendere. Difatti quando il Duce ci vide apparire nel vano della porta, venendoci incontro, si scusò di averci fatto attendere. Questa sua gentilezza e comprensione calmò il mio cuore e mi mise tranquilla. Per poco, tuttavia; perché il Duce guardandomi mi riconobbe, mi abbracciò teneramente e mi disse: “Addio, Deiana, ricordo il coraggio dimostrato da te nel tragico frangente del tuo sacrificio”. Non metto in evidenza queste Sue parole per vezzo di esibizione, ma per sottolineare quanto la mente di quest’Uomo, occupata e preoccupata da così gravi pensieri a livello mondiale, sapesse chinarsi verso situazioni così microscopiche come la mia. Domandò notizie del fascio di Verona; alla mia attenzione di ragazza dette l’impressione di essere assetato di notizie al di fuori e spontanee, come le nostre potevano essere. Poi all’improvviso disse: “Dimmi, Deiana, cosa posso fare per te?”. Come sempre lungimirante, anche nelle piccole cose, seppe facilitarmi la vita. E risposi che volevo essere anch’io una Ausiliaria, come tante altre donne lo erano. La Sua risposta fu laconica, quanto commossa: “Bene,bene. Domani parlerò al generale Nacchiarelli”. Tornai a Verona la sera stessa, con l’animo invaso da una delle più grandi emozioni della mia vita. Due giorni dopo iniziò un corso provinciale a Verona e qualche tempo dopo la Comandante della S.A.F. di Verona, Elena Ranzi, mi comunicò che dovevo partire per Como, dove avrei frequentato dal 6 gennaio 1945, il V Corso Nazionale Fiamma. Conclusi con il mio giuramento individuale di fronte alla Comandante Maria Teresa Feliciani il giorno 9 febbraio. Le motivazioni del mio arruolamento? Credo di averle sufficientemente spiegate: in quei momenti di altissima tensione spirituale i blablabla passavano in ultima linea, anzi erano addirittura inesistenti.
Bisognava lavorare, come sempre, come credo ancora lavoro, sentendomi sempre parte attiva di questo connettivo sociale
.
Giovanna Deiana

Breve storia del Servizio Ausiliario Femminile (S.A.F.).
Con l’avvento della Seconda Guerra mondiale si verificò una straordinaria presenza delle donne in U.R.S.S., in Gran Bretagna, negli Stati Uniti, i Germania. Anche in Italia si vennero a costituire, dal 1942, i servizi ausiliari della Regia Aeronautica con un organico iniziale di 2650 unità impiegate come Servizio Scoperta e Segnalazione Aerei (S.S.S.A.).
La necessità e l’opportunità di impiegare donne nei servizi ausiliari di guerra, in maniera più massiccia si presentò con la costituzione della R.S.I..
Su La Stampa del 13 gennaio 1944, Concetto Pettinato (1) scrisse un articolo: “Breve discorso alle donne d’Italia”, un appello rivolto alle italiane affinché accorressero in difesa della Patria.
La risposta fu immediata: “A Milano, a Piazza San Sepolcro, circa 600 giovani donne si radunarono spontaneamente e ribadirono la loro volontà di partecipare in modo attivo al conflitto chiedendo di essere arruolate. Situazioni analoghe si verificarono in altri centri della Repubblica Sociale” (Associazione Culturale S.A.F., NovAntico Editore).
Divenne una marea montante: migliaia di donne esigevano di partecipare all’attività bellica, erano operaie, studentesse, come le universitarie di Venezia che si arruolarono in massa. Riporta il testo sopra indicato: “Dopo una serie di perplessità dovuta al fatto, nuovo per l’Italia, di un arruolamento volontario femminile, il 18/4/1944 il Decreto legislativo del Duce n° 447, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 1 agosto 1944, istituisce il Servizio Ausiliario Femminile della Repubblica Sociale Italiana (…). Per tutto il periodo della R.S.I. Piera Gatteschi Fondelli sarà il Comandante Generale del S.A.F., equiparato al grado di Generale (unico esempio in Europa), Vice Comandante sarà nominata Cesaria Pancheri col grado di Colonnello”.
Requisito essenziale per le volontarie – la cui età era compresa tra i diciotto e i quarantacinque anni – era l’indiscussa moralità. Il Regolamento del S.A.F. è alquanto severo: gonne sotto il ginocchio, vietati il fumo e i cosmetici, proibito uscire a spasso con i soldati ecc..
Lo spirito che animava queste giovani donne viene testimoniato da quanto scritto su “Donne in grigioverde”, organo del S.A.F. del 18 dicembre 1944, dove, fra l’altro si stabilisce: “Si allontanino da noi le esaltate che non conoscono i limiti di una disciplina e giocano alla guerra con pantaloni e mitra. La nostra forza sta nella femminilità che si irrigidisce nel dovere e si trasforma in azioni”.
L’uso delle armi era consentito solo in caso di legittima difesa. Nessuna disparità di trattamento rispetto a quello riservato agli uomini; “le ricompense” recitava il D.M. “sono le stesse in vigore per le Forze Armate e per la G.N.R.; lo stesso trattamento quanto a punizioni e a provvedimenti disciplinari”.
Pur nella rigidità della disciplina e pur nel corso negativo della guerra, la risposta delle donne fu sorprendente: Il numero delle ausiliarie della R.S.I. operanti a fine guerra si aggira sulle 10.000 unità. In altre parole le aspiranti al S.A.F. risultarono numericamente superiori a quanto stabilito dal bando.
Ormai le ausiliarie sono presenti in quasi tutte le formazioni militari della R.S.I., comprese quelle dislocate in Germania e dimostrano di sapersi far valere in qualunque circostanza e in qualsiasi luogo.
Centinaia furono le Ausiliarie cadute durante i bombardamenti e mitragliamenti, martoriate e uccise nelle imboscate e negli attentati. Numerose furono le citazioni, gli encomi e le ricompense al valore, molto spesso alla memoria.
Al termine del conflitto l’odio dei partigiani, autoproclamatisi vincitori di una guerra che senza il massiccio intervento americano non avrebbero mai vinto, si accanisce contro le Ausiliarie con una ferocia spesso disumana. Molte pagano con la vita la loro partecipazione alla R.S.I. (non di rado dopo essere state stuprate), altre vengono rapate e fatte sfilare per le strade fra il ludibrio della feccia urlante, alcune denudate e frustate, altre ripetutamente violentate, in un’esplosione di odio bestiale che non ha e non può avere alcuna giustificazione. Le meno sfortunate, che solo il caso sottrae al supplizio e alla morte, finiscono nei vari campi di concentramento come il P.W.E. 334 di Scandicci (Firenze) tenuto dagli americani, o in quelli tenuti dagli italiani, questi ultimi definiti “di rieducazione morale”: espressione davvero paradossale se si pensa che intanto, qua e là per l’Italia, dilaga la prostituzione fra gli invasori angloamericani di ogni razza e colore. Da quei campi di concentramento le Ausiliarie uscirono solo dopo mesi e mesi di prigionia, le ultime nel gennaio 1946 (…). Il S.A.F. è la formazione militare che, in proporzione ai suoi effettivi, ha pagato il più alto tributo di sangue alla causa della R.S.I..
Secondo l’Associazione culturale S.A.F., il numero delle Ausiliarie cadute sia in conseguenza di vicende belliche che uccise a guerra finita dovrebbe avvicinarsi alle duemila unità. La cifra esatta non è nota perché molte di loro furono date come disperse o uccise e sepolte in fosse comuni o, comunque, sparite nel nulla.
Come terminare questo ricordo di tante eroine? L’unico sistema è impegnarmi a tornare sull’argomento in uno dei prossimi articoli.

                                                                                                                                                                       
Nell'immagine, un manifesto di propaganda del Servizio Ausiliario Femminile.



                                                                                                                                               

giovedì 12 novembre 2020

I DANNI DEL “MALE ASSOLUTO”. CHE TU SIA BENEDETTO

I DANNI DEL “MALE ASSOLUTO”. CHE TU SIA BENEDETTO

Breve indagine sul mai sufficientemente deprecato, infausto, mefistofelico “Ventennio”
di Filippo Giannini                                                                                 



Sia chiaro un principio: quel che faccio e quel che scrivo sull’ argomento non è per nostalgia (pur avendo vissuto “uno spicchio” di un periodo esaltante e irripetibile), ma per contribuire alla giusta rivalutazione di un grande uomo quale fu Benito Mussolini.
I lettori più attenti ricorderanno che in un mio precedente articolo mi impegnai a fornire una spiegazione sul motivo che spinse l’intellettuale Cesare Muratti a scrivere, nel 1983, questa osservazione: “Diciamo finalmente la verità VERA (maiuscolo nel testo, nda): in un certo momento il 98% degli italiani era per Mussolini”. Con l’aiuto di Alessandro Mezzano e del suo libro (appunto dal titolo) “I danni del Fascismo” proverò a fornire la risposta.
Quel che segue è un elenco “frammentario ed incompleto, ma significativo, di alcune leggi, riforme ed opere che furono realizzate dal Fascismo e che cambiarono il volto della società italiana, ottenendo al regime e a Benito Mussolini quel consenso popolare, quasi totale, che oggi la cultura e la storiografia ufficiale si affannano a disconoscere” (purtroppo riuscendoci).
Quelli riportati più avanti sono provvedimenti concepiti e attuati dal Regime fascista. Prima del suo avvento di questi provvedimenti o erano appena abbozzati o, comunque mai trasformati in leggi, oppure addirittura inesistenti non solo in Italia, ma anche in Europa e negli altri continenti. In altre parole, per essere più chiaro, l’Italia fascista in campo sociale, e non solo sociale, fu all’avanguardia nel mondo.
Già il 24 maggio 1920, in un articolo dal titolo “L’epilogo”, Mussolini su “Il Popolo d’Italia”aveva scritto: “Vogliamo rendere il lavoratore partecipe della gestione dell’azienda, elevare la sua dignità, insegnargli a conoscere i congegni amministrativi dell’industria, evitare di questa le degenerazioni speculazionistiche”. E, salito al potere, non perse tempo per attuare i suoi programmi.
Scrive Mezzano, in merito alla “Tutela lavoro Donne e Fanciulli”, legge promulgata il 26.4.1923, Regio Decreto n° 653: “E’ una delle prime leggi sociali del Fascismo: nasce solo sei mesi dopo la Marcia su Roma del 22 Ottobre 1922, ed è chiaramente indicatrice di quella che sarà la politica sociale degli anni futuri del regime. Negli anni e nei secoli precedenti né la Chiesa, né la borghesia, né i socialisti ed i sindacati erano riusciti a migliorare ed a rendere umana la condizione delle donne e dei fanciulli, che erano costretti a lavorare nelle fabbriche, nelle miniere o come braccianti nelle campagne”.
“Assistenza ospedaliera per i poveri”, legge promulgata il 30.12.23, Regio Decreto n° 2841.
“Questa legge trasforma in diritto alle cure gratuite la discrezionalità caritatevole di associazioni benefiche, per lo più religiose, che fino ad allora aveva condizionato la vita o la morte delle persone che non disponevano di mezzi propri per accedere alle cure ospedaliere”.
Che il lettore provi ad ammalarsi nella “culla della più grande democrazia: negli Usa” e compari l’attuale stato sociale vigente in quel Paese con quello di“quell’Italia” di ben ottanta anni fa.
“Assicurazione Invalidità e Vecchiaia”. Legge promulgata il 30.12.1923, Regio Decreto n° 3184.
“La legge decreta il diritto alla pensione d’invalidità e vecchiaia tramite un’assicurazione obbligatorie, al cui pagamento concorrono sia i lavoratori che i datori di lavoro. Il lavoro, componente fondamentale del nuovo Stato fascista, è un dovere (altro che “diritto”, come si ciancia oggi, nda) per ogni cittadino, ma che lo riscatta da quella posizione di servitù in cui lo Stato liberale aveva messo il lavoratore, per trarlo in una posizione di libertà e di dignità che lo investe in quanto uomo, e non solo in quanto lavoratore, e per questo gli assicura la certezza del sostentamento alla fine di una carriera di lavoro”.
“Riforma della Scuola (Gentile)”. R.D.L. n° 1054 del 6.5.1923.
“La volontà di modernizzazione, che fin dalle origini pervade il movimento fascista, spinge il nuovo governo a progettare la creazione di una numerosa e preparata classe dirigente, in grado di sostenere un vasto disegno di sviluppo nazionale: obiettivo, questo, non realizzabile senza una scuola moderna, razionale, dinamica, produttiva ed accessibile a tutti”.
La scuola non doveva fare distinzioni tra le classi sociali, ma garantire il diritto di studio a tutti, anche ai figli appartenenti alle classi meno abbienti. Questa riforma poneva le basi per una scuola più moderna. A quest’opera di risanamento culturale e morale ha fatto seguito, dalla fine della guerra, un rilassamento disgregativo fino a giungere – e i lettori lo ricorderanno – al demagogico assioma del “sei politico”, senza che i governi del tempo fossero in condizione di arrestare la conseguente “avanzata dei somari”. La riforma di Gentile poneva in evidenza la preoccupazione del legislatore a ravvivare una tradizione pedagogica nazionale con i maestri e i professori perno della vita della scuola: “La riforma vivrà, se i maestri la sapranno far vivere”. E con questo spirito veniva valorizzata,, di fronte allo studente, la personalità dei maestri e dei professori, ad ogni livello, dalle elementari all’università. Oggi il maestro e il professore sono privi di ogni autorità e lo studente si sente autorizzato anche a deriderli e a declassificarli. Questo nel nome di una presunta uguaglianza di intenti.                                                                                                        

“Acquedotto Pugliese, del Monferrato, del Perugino, del   Nisseno e del Velletrano”.
Valga per tutti quanto detto per l’Acquedotto Pugliese, ricordando che questo è il più grande acquedotto del mondo. Scrive Mezzano: “I primi progetti risalgono al 1904, quando l’Ente Autonomo Acquedotti Pugliesi ne affidò l’esecuzione alla società ligure del senatore Mambrini (sic) (…). I lavori avrebbero dovuto essere terminati nel 1920, ma nel 1919 solo 56 Comuni su 260 avevano avuto l’acqua, mentre le opere intraprese erano spesso abbandonate, incomplete e deperivano (…). Nel 1923, sotto il governo Mussolini, l’Ente fu commissariato e passò alla gestione straordinaria; improvvisamente i lavori vennero accelerati, furono superate tutte le difficoltà che sino ad allora li avevano bloccati e furono portati a termine nel 1939”.
Nessuna meraviglia per gli uomini di “quel regime”: il denaro pubblico era sacro. Oggi, invece, che si favoriscono gli appalti degli appalti, le modifiche delle modifiche di un progetto, le tangenti, le tante, troppe “cattedrali nel deserto”. Vale quanto ripetutamente scritto: qualsiasi confronto fra questo regime e quello precedente risulterebbe insostenibile; questo è il vero motivo per il quale si è coniato il termine “Fascismo: male assoluto”.
“Riduzione dell’orario di lavoro a 8 ore giornaliere”, R.D.L. n° 1955 del 10.9.1923
“Prima del Fascismo quasi tutto era lasciato all’arbitrio del datore di lavoro, che spesso, con il ricatto psicologico della disoccupazione, costringeva i lavoratori a orari massacranti e in ambienti di lavoro malsani e insicuri”.
E’ facilmente comprensibile come questa serie di leggi sociali, se da un lato proteggevano i lavoratori dallo sfruttamento, dall’altra danneggiavano gli industriali, il grande capitale, gli speculatori: e questi divennero gli oppositori del regime. Tuttavia il cammino intrapreso dal Fascismo non si fermerà sino a quando le potenze plutocratiche mondiali non si coalizzeranno per abbattere un regime che stava diventando, per esse, troppo pericoloso.
“Opera Balilla e Colonie marine per ragazzi”.
“Con questo provvedimento, scrive Mezzano, “il Fascismo attuò una rivoluzione significativa sottraendo alla Chiesa, anche al di fuori della scuola, l’educazione della gioventù che divenne di pertinenza dello Stato”.
La “Gioventù Italiana del Littorio” fu un’operazione colossale, mirante alla protezione dei ragazzi che vennero sottratti ai tanti pericoli che li minacciavano. L’attività ginnico-fisica, inculcò un’istruzione civile e sportiva. La Chiesa non perdonerà mai al Fascismo questo “strappo” che si trasformerà poi in avversione e sostegno al nemico in occasione della guerra ’40-’45.
“Opera Nazionale Dopolavoro”
Quasi in parallelo a ciò che per i giovani era la GIL, nasce per i lavoratori l’OND. Questo organismo ha il compito di portare cultura e svago tra la classe operaia, che nel passato era stata costretta ad una vita esclusivamente di lavoro, di sacrifici e d’ignoranza.
Le strutture dell’Opera raggiunsero, in poco meno di un decennio, un livello unico al mondo. Alcune cifre significative: 1227 teatri, 771 cinema, 40 cine-mobili, 6427 biblioteche, 994 scuole di ballo e canto, uno stabilimento idrotermale, 11.159 sezioni sportive a livello dilettantistico con 1.400.000 iscritti, 2700 filodrammatiche con 32.000 iscritti, 3787 bande musicali e 2130 orchestre con 130 mila musicisti, 10 mila associazioni culturali. Con l’avvento delle “40 ore lavorative settimanali” i lavoratori e le loro famiglie possono viaggiare sui cosiddetti “treni popolari”, il costo del biglietto è ridotto del 70%. A guerra finita le strutture dell’OND confluiranno nella “Case del popolo” di matrice comunista e il PCI farà propri i principi ispiratori dell’OND facendoli passare (furbescamente) come proprie iniziative.
“ Reale Accademia d’Italia”, RDL n° 87 del 7.1.1926.
Osserva Mezzano: “Nel quadro del progetto di risollevazione della Nazione da quello spirito di rassegnata sudditanza e di provincialismo culturali che avevano contraddistinto secoli di storia prima e dopo l’unità, fu fondata l’”Accademia d’Italia” allo scopo di dare lustro e dignità all’ingegno e all’arte italiane”. L’Accademia venne poi soppressa, con Decreto Luogotenenziale del 28.9.1944, solo perché era una creazione del Fascismo. Continua Mezzano: “Dopo la sconfitta e con l’avvento della Repubblica resistenziale, rifiorirono il servilismo e il provincialismo: l’Italia borghese, clericale e anticomunista volle essere colonia culturale, politica ed economica degli USA, mentre la sinistra comunista avrebbe voluto un’Italia satellite dell’URSS”.
In merito all’Enciclopedia Treccani il giornalista Franco Monaco ha scritto: “In Inghilterra esisteva da duecento anni una Enciclopedia Britannica, ma in Italia nessuno aveva mai pensato che si potesse farne una italiana. Proprio Gentile la suggerì all’industriale Giovanni Treccani”.
Treccani si mise immediatamente al lavoro. Sotto la direzione di Gentile lavorarono oltre 500 redattori e collaboratori selezionati nei vari rami della cultura italiana. Per espresso ordine di Mussolini fu adottato lo stesso principio che vigeva per l’Accademia d’Italia: la selezione doveva avvenire in base alla validità professionale e culturale del candidato, accantonando ogni preclusione di indole ideologica. Così all’Enciclopedia collaborarono anche noti “oppositori” e perfino alcuni firmatari del “Manifesto” di Croce. Il lavoro si svolse con velocità, capacità e puntualità miracolose. Il frutto di tutto ciò fu che l’Enciclopedia Italiana sopravanzò, come mole e valore culturale, sia la “Britannica” che la “Francese”. Nel 1937 l’Enciclopedia Italiana presentò il risultato del proprio lavoro: l’Enciclopedia era costituita di ben 35 volumi; i collaboratori erano stati in tutto 3000, “ossia tremila cervelli che Giovanni Gentile aveva amalgamato e ridotto all’osservanza di quei concetti generali di obiettività, precisione, chiarezza e concisione che l’Enciclopedia si era imposti” (Franco Monaco).
“Bonifiche dell’Agro Pontino, dell’Emilia, della Bassa Padana, di Coltano, della Maremma Toscana, del Sele, della Sardegna ed eliminazione del latifondo siciliano”. RDL 3256 del 20.12.1923.
Mezzano: “Nel 1923, solo un anno dopo la Rivoluzione fascista, Benito Mussolini amplia i poteri dell’ONC (Opera Nazionale Combattenti) e le affida il compito tecnico amministrativo di realizzare la bonifica dell’Agro Pontino, che non sarà un mero risanamento idraulico dei terreni, ma una vera e propria ricostruzione ambientale, secondo il piano di Arrigo Serpieri, Sottosegretario alla bonifica (…). Oltre alle dimensioni dell’opera di bonifica, che non ha avuto eguali in Italia in tutta la sua storia, è da sottolineare il rivoluzionario concetto che la ispira e che va sotto il nome di “Bonifica integrale”, sottolineato e riportato nell’intestazione delle leggi che vi si riferiscono”.
Il progetto prevedeva una serie di interventi che andavano dalla sistemazione e dal rimboschimento dei bacini ai lavori di sistemazione degli alvei dei corsi d’acqua, alla trasformazione colturale e alle utilizzazioni industriali, sempre secondo una coordinata e armonica pianificazione del territorio. Dal suolo bonificato sorgono irrigazioni, si costruiscono strade, acquedotti, reti elettriche, opere edilizie, borghi rurali e ogni genere di infrastrutture. Dalle Paludi Pontine sorsero “in tempi fascisti” vere e proprie città: Littoria, inaugurata l’8 dicembre 1932; Sabaudia (indicata da tecnici stranieri come uno dei più raffinati esempi di urbanistica razionale), il 15 aprile 1934; Pontinia, il 18 dicembre 1935; Aprilia, il 29 ottobre 1938; Pomezia, il 29 ottobre 1939. Nell’Agro Pontino furono costruite ben 3040 case coloniche, 499 chilometri di strade, 205 chilometri di canali, 15.000 chilometri di scoline. La “Bonifica integrale” continuò nell’alto Lazio, in Campania, in Sardegna, in Sicilia e così via in tutta Italia, ma non solo in Italia: non si possono dimenticare le grandi opere realizzate in Somalia, in Eritrea, in Libia, in Etiopia. Tutto questo, come si è detto, “in tempi fascisti” e senza alcuna ombra di “democratiche tangenti o mazzette”. La risposta a queste opere colossali proveniente dagli uomini dei “diritti e della libertà” è stata (e non sto scherzando) che le bonifiche integrali furono “un danno ecologico“. Oppure, come ha scritto Piero Palumbo (“L’Economia italiana fra le due guerre”, pag. 84: “Duole (!) ricordarlo: i primi ecologisti indossavano l’orbace”. Un’osservazione che è un pugno nello stomaco al “Verde” Onorevole Pecoraro Scanio.
“Opera Nazionale Maternità e Infanzia”, RD n° 718 del 15.4.1926.
“Nella nuova società la cura e l’importanza delle donne e dei fanciulli, implicita nella dottrina fascista, assume l’importanza di istituzione mediante la fondazione dell’”Opera Nazionale Maternità e Infanzia”. L’ONMI vuole dare e darà un concreto supporto a quella fondamentale cellula umana e sociale che è la famiglia, intesa non quale generatrice di forza di lavoro e di consumo, come è nella concezione materialistica del capitalismo e del marxismo, ma quale culla e nucleo vitale delle tradizioni, della storia e del futuro della Nazione e dello Stato. Centro vitale della famiglia è, per il Regime fascista, la madre (…)”.
Con questa legge lo Stato si fece carico dell’assistenza e dell’aiuto alle madri, volgendo particolare attenzione alle cure per le madri-lavoratrici. Questa legge, anticipatrice dei tempi è, quindi, una delle innovazioni più prestigiose del regime fascista. Furono istituite in ogni provincia le “Case della madre e del bambino”, gli asili nido, i dispensari del latte: tutte organizzazioni che giunsero ad accogliere circa 2 milioni di assistiti. Tutto questo era integrato da una assistenza medica e da una propaganda igienica. L’”Ente Opera Assistenza” curava la gestione delle Colonie estive e invernali, istituite per assistere soprattutto i bambini di famiglie meno abbienti. Gestiva, inoltre, speciali scuole e Colonie per la terapia dei colpiti dalla tbc”, i convalescenziari e centri per la cura dell’anemia mediterranea. Oggi tutti possono vedere in che stato si trovano gli ospedali per la cura della talassemia e quelli pediatrici che furono costruiti sul litorale da Rimini a Riccione.
“Assistenza agli illegittimi, abbandonati o esposti”, legge dell’8.5.1927, RDL n° 798.
Mezzano: “Con questa legge lo Stato si assume la responsabilità di provvedere a quei bambini non desiderati che erano prima senza tutela ed alla mercé della carità privata e quindi considerati persone di seconda categoria”.
Oggi, in “regime democratico”, molti fanciulli vengono abbandonati ai pedofili e alla droga. Le donne reclamano la libertà sessuale e il “diritto all’aborto”, sanzionato e garantito addirittura dallo Stato. E quando lo Stato non interviene il povero lattante viene abbandonato come immondizia, in un cassonetto. D’altra parte, come disse Luciano Violante, “Questo è lo Stato dei diritti e della libertà”.
“La Carta del Lavoro”, Pubblicazione sulla “Gazzetta Ufficiale” n° 100 del 30.4.1927.
“Puntualizza il rapporto fondamentale tra Fascismo e mondo del lavoro. Dichiara, istituzionandoli, i principi basilari a tutela dei lavoratori, nonché la preminenza, nello Stato Fascista, dell’interesse prioritario che lega gli obiettivi dello Stato a quelli del lavoro e dei lavoratori”. La “Carta del Lavoro” intendeva portare a confronto, su uno stato di parità, secondo un progetto di collaborazione e solidarietà che superasse la rovinosa filosofia materialistica della lotta di classe, due tradizionali antagonisti sociali: il capitalismo e il lavoro. Sarebbe troppo lungo elencare tutti i vantaggi per i lavoratori previsti in questa legge rivoluzionaria. Ne elenco solo alcuni: obbligatorietà della stipula di Contratti collettivi di categoria; istituzione della Magistratura del Lavoro; diritto alle ferie annuali; istituzione della indennità di fine rapporto; istituzione degli uffici di collocamento statali; assicurazione sugli infortuni sul lavoro; assicurazione per la maternità; assicurazione contro le malattie professionali; assicurazione contro la disoccupazione; Casse mutue per le malattie eccetera.
L’antifascista Gaetano Salvemini scrisse: “L’Italia è diventata la Mecca degli studiosi della scienza politica, di economisti, di sociologi, i quali vi si affollano per vedere con i loro occhi com’è organizzato e come funziona lo Stato corporativo fascista (…)”. Oggi, invece, quotati giornali stranieri si affollano per denunciare la mafia politica e la pletora di deputati e senatori che siedono in Parlamento, pur essendo stati condannati dalla giustizia per reati vari. Non c’è che dire, anche oggi, siamo “studiati”.
“Esenzioni tributarie per le famiglie numerose” RDL n° 1312 del 14.1.1928 e
“Assegni familiari” RDL n° 1048 del 17.6.1937.
Mezzano scrive: “In coerenza con la dichiarata importanza che il Fascismo attribuiva alla famiglia come cellula fondamentale della società, era importantissimo sgravare dalle spese fiscali quelle famiglie che già avevano impegni finanziari onerosi a causa dell’elevato numero dei componenti”.
Grazie a queste leggi lo Stato riconosceva agli operai che si sposavano entro il venticinquesimo anno un assegno nuziale di 700 lire. Inoltre, se i coniugi guadagnavano meno di 1.000 lire lorde al mese, veniva loro concesso un prestito senza interessi compreso tra le 1.000 e le 3.000 lire. Alla nascita del primo figlio, il prestito si riduceva automaticamente del 10%; così, gradualmente, sino alla nascita del quarto figlio, il prestito veniva condonato. Il capofamiglia con prole numerosa (sette figli) godeva di privilegi particolari: Mussolini inviava, o consegnava personalmente, 5.000 lire, oltre una polizza di assicurazione. Una tessera gratuita valida per tutti i mezzi pubblici cittadini giungeva al capofamiglia tramite la locale sezione della Federazione fascista. Altri privilegi per queste famiglie numerose erano: la possibilità di contrarre prestiti a tasso bassissimo, sconti nell’affitto degli appartamenti, assegni familiari ragguardevoli. E ancora: per gli operai con un figlio, lire 3,60 la settimana; lire 4,80 per quelli con due o tre figli; 6 lire per quelli con quattro figli e oltre.
Se nei primi anni del 1900 le donne partorivano mediamente quattro figli, oggi che i “figli costano cari”, la natalità giunge mediamente ad avere poco più di un bambino per famiglia.
“Legge sull’assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali e legge istitutiva dell’INAIL”, RD. n° 928 del 13.5.1929 e RD. n°264 del 23.3.1933, “Legge istitutiva dell’INPS (Istituto Nazionale Previdenza Sociale)”, RDL n° 1827 del 4.10 1935.
“Nel quadro della ristrutturazione del mondo del lavoro e nei rapporti tra i lavoratori e lo Stato, queste due leggi risolvono l’annoso problema delle conseguenze negative che situazioni accidentali potevano procurare a chi lavorava in particolari settori”.
Il Regime fascista nel suo “programma politico e sociale per l’ammodernamento e l’industrializzazione del Paese”, come osservato anche da James Gregor, non poteva eludere una globale politica previdenziale. La competenza dell’INFPS (Istituto Nazionale Fascista Previdenza Sociale, oggi INPS) andava dall’invalidità e vecchiaia alla disoccupazione, dalla maternità alle malattie. Altre assicurazioni coprivano, praticamente, la totalità dei prestatori d’opera, garantendo così all’Italia un altro primato mondiale. Sulla scia dell’INFPS sorsero, sempre negli anni ’30, l’INAM, l’EMPAS, l’INADEL, l’ENPDEP, tutti enti che permetteranno poi, anche se fra scandali, ruberie e arroccamenti di potere politico, all’Italia post-fascista di tutelare i lavoratori.
“Istituzione del Libretto di Lavoro”.
Mezzano osserva: “Proseguendo nel perfezionamento delle norme a tutela dei lavoratori, per contrastare fenomeni come il lavoro nero, lo sfruttamento illecito di categorie deboli come donne e fanciulli, gli abusi sull’orario di lavoro e l’evasione dei contributi lavorativi e previdenziali e per far sì che, in generale, fossero rispettate tutte le leggi emanate a difesa del mondo del lavoro, viene istituito il Libretto di Lavoro”.
Per avere solo una idea del maltrattamento subito dalla verità dopo la caduta del Fascismo, ecco come lo “storico” Max Gallo riporta la notizia in “Vita di Mussolini”, pag. 118: “Si crea un libretto di lavoro obbligatorio per meglio sorvegliare gli operai”.
“Riduzione dell’orario di lavoro a quaranta ore settimanali” RD. n°1768 del 29.5.1937.
Mezzano: “Non appena le condizioni generali dell’economia e dell’industria italiane lo permettono, il Fascismo continua la marcia intrapresa sin dal 1923 in direzione della riforma globale del mondo del lavoro, investendo parte del vantaggio economico nella ulteriore diminuzione dell’orario di lavoro e sottolineando il principio che il lavoro e il profitto debbono essere strumenti e non fini della società”.
Questa legge (poi meglio conosciuta come “sabato fascista) era già prevista nel programma fascista del 1919 e si inserisce con naturalezza nell’obiettivo di forgiare lo “Stato del Lavoro” nel quale la figura del lavoratore si trasforma sempre più da salariato in protagonista e compartecipe dell’impresa.
“Legge istitutiva dell’ECA (Ente Comunale di Assistenza). RDL n° 847 del 19.6.1937.
Sempre Mezzano: “Viene istituito, in ogni comune del Regno, l’”Ente Comunale di Assistenza”, allo scopo di assistere individui e famiglie in stato di necessità e di controllare e coordinare tutte le altre associazioni esistenti che abbiano analogo fine”.
E’ superfluo commentare questa legge, tanto è palese la sua finalità. I più bisognosi non vengono più assistiti da opere misericordiose, ma tramite una legge specifica dello Stato.
Mi fermo qui perché, come ho scritto all’inizio, potevo presentare, per ovvi motivi di spazio, solo un elenco “frammentario ed incompleto” di alcune leggi sociali concepite dal Regime fascista. Tante altre tutte di spiccato valore sociale, uniche o prime nel mondo, arricchiranno la Storia del Fascismo. Una fra queste, “la più rivoluzionaria, la più geniale, la più popolare delle riforme del Fascismo, fortemente voluta da Benito Mussolini fu realizzata nella Repubblica Sociale Italiana”. Mezzano si riferisce alla “Socializzazione delle Aziende”: una riforma che avrebbe portato alla completa “Socializzazione dello Stato” una riforma che fu vanificata solo perché la plutocrazia mondiale volle mettere fine al Regime Fascista che, come disse Mussolini, “aveva spaventato il mondo”. Intendeva, ovviamente, “il mondo dell’usura e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo”.

Mussolini e i suoi seguaci realizzarono uno Stato sociale, nonostante le difficoltà create lungo il loro cammino, decisamente all’avanguardia coi tempi, e questo senza aver avuto la possibilità di alcun esempio precedente.
La validità di “quel sistema” è convalidata dal fatto che “quelle innovazioni”, come ha scritto Vittorio Feltri: “durano fino ad oggi, e sarebbero durate ancor più se l’inefficienza, l’incapacità e la disonestà dei Governi dei giorni nostri non le avessero distrutte”.


 

venerdì 6 novembre 2020

GLI ORGASMI NEL POLLAIO ITALICO

GLI ORGASMI NEL POLLAIO ITALICO

Da
filippogiannini

Ovvero: i miracoli della varechina

Immaginate un pollaio, rigorosamente in Italia, dove vivono polli neri, ormai rimasti in pochi, polli bianchi e polli rossastri. Una volta i bianchi e i rossastri erano tutti neri; poi un giorno, grazie ad una ispirazione, la stragrande maggioranza di questi si tinse, appunto, di bianco e rossastro. I neri, poverini rimasti tali, non colpiti dalla folgorazione, vennero da tutti gli altri emarginati. I polli rossastri e bianchi avevano a disposizione una gran quantità di granturco speciale (anche se rubato da altri pollai), quelli neri nulla, ma nella loro snellezza erano belli, tanto che tra loro era in voga una canzone, che iniziava così: “Che siamo belli nel becco lo vedete…”; mentre invece gli altri, “mangia tu, che mangio io”, si erano ingrassati ed erano veramente repellenti.
I polli neri, sempre fieri della loro bellezza, ebbero la sventura di perdere il loro capo e ne venne nominato al suo posto un altro il quale, nel giorno delle esequie, pose solennemente la zampetta destra sul corpo del defunto, giurò che avrebbe continuato l’opera del suo Capo e, a seguito di quel “solenne gesto”, gli altri neri urlarono in coro: “anche noi, anche noi, lo giuriamo solennemente”.
Ma si sa come sono i polli (anche se neri). Invidiosi di tanta abbondanza nel campo di quelli bianchi e rossastri, pensarono alla furbata: “E se anche noi beccassimo in tanta abbondanza?”. Fu una corsa allo smacchiamento, all’uso smodato della varechina e della tintura; e godevano, godevano sino all’orgasmo. Solo pochi polli neri vollero rimanere belli e magri e, fra questi, c’è quel pollo che scrive queste note.
Ora usciamo dal “pollaio” fittizio e inoltriamoci fra i polli reali, cioè fra quelli fuori del pollaio, cioè fra noi.
Abbiamo incontrato nel pollaio quel “pollo” che giurò, sul corpo del suo Capo, che sarebbe stato l’artefice del “Fascismo del XXI secolo”. Ebbene qualche giorno fa, interrogato da un giornalista, per rinnovare il lavaggio in varechina, attestò: “Il Msi? Mai fatto apostolato del fascismo”. Questo ex “pollo nero” evidentemente approfittò del fatto che il  suo Capo è morto; quello stesso Capo che nel suo testamento spirituale ammonì: “Attenzione a non storicizzare il Fascismo, il Fascismo è davanti a noi”, oppure . “Il mio ultimo respiro sarà fascista”. E allora, caro “pollo”, oggi bianco, che avresti dovuto essere l’alfiere del Fascismo del XXI secolo, come la mettiamo?
E andiamo all’altro “ex pollo nero”, per intenderci quel pollo il quale, grazie alle abiure e alle tinture diventato “pollo bianco”, è riuscito a sedersi (con tutte le prebende del caso), nel più alto scranno del pollaio romano. E’ inutile ricordare gli scritti, le azioni di quando era un “pollo nero” e immergiamoci nei giorni odierni, quando deve mostrare i miracoli della varechina. Leggo su un quotidiano: “Il sindaco (ex pollo nero) visita il museo storico della Liberazione e, commosso (poverino, non sapevo che i polli versassero lacrime, nda) dall’immane sacrificio di quanti hanno combattuto (?) per la liberazione dell’Italia dai nazi-fascisti, parla della Resistenza, di un fatto profondamente popolare (ma quando mai? nda), un valore da trasmettere,  ecc. ecc.”
Oppure. “Di fronte alla minaccia dell’invasione del Paese (il pollo intende l’invasione dei nazisti, nda) tutta (?)  la realtà nazionale si è unita per cercare di riportare la libertà e di combattere contro gli invasori…”.
Ho ricevuto recentemente una mail da un certo signor Giorgio il quale mi invita a consultare un sito nel quale, da quello che ho capito, è una specie di esaltazione della capitolazione dell’8 settembre 1943. E allora a quest’ultimo e al pollo sindaco, il quale ha affermato che l’inizio della Resistenza al nazi-fascismo avvenne a Porta San Paolo a Roma, rispondo: “La verità è completamente diversa. Mentre lo Stato Maggiore, il Sovrano, e quella specie di Governo Badoglio fuggivano per rifugiarsi nelle braccia dei nemici, gli unici a resistere ai tedeschi furono quelli che poi aderiranno (per obbedire ad un allora valido onore militare)  alla Rsi”.
E andiamo ai fatti storici.
Una breve premessa. Quando gli Alleati sbarcarono in Sicilia, Hitler offrì a Mussolini, oltre alle tre Divisioni tedesche già impegnate nell’isola, altre forze. Il Duce rifiutò perché non voleva altre truppe tedesche in Italia.
Dopo il primo “capolavoro savoiardo” del 25 luglio 1943, si svolsero in Italia due incontri, a Tarvisio il 6 agosto di quell’anno e il 15 successivo a Bologna, tra i vertici militari tedeschi e italiani per esaminare, in un clima che non si può dire idilliaco, la situazione militare in Italia. I generali Roatta e Rossi dello Stato Maggiore italiano chiesero l’invio nel nostro Paese di notevoli rinforzi tedeschi. Quindi, quando avvenne il “secondo capolavoro”, quello del “crooked deal” (“Uno sporco affare”), come definì Eisenhower la capitolazione dell’8, l’esercito tedesco in Italia non era ancora invasore, ma nostro alleato qui richiamato a sostegno della lotta contro i veri invasori: gli anglo-americani-marocchini.
A richiamo della memoria per i su citati Signor Giorgio e per l’”ex pollo nero” ora sindaco del pollaio romano, desidero rammentare ad entrambi che, a seguito della criminale mancanza di ordini, gli episodi di resistenza  del Regio Esercito contro i tedeschi furono rari ed episodici; tuttavia il prezzo di sangue pagato fu alto: in quei giorni di lotta persero la vita più di 10 mila soldati italiani in cielo, in mare e in terra ed oltre 20 mila tra feriti e dispersi. Uno dei più validi episodi di resistenza contro le truppe germaniche si svolse a Roma, a Porta San Paolo. Gli artefici furono un Reggimento di Granatieri al comando del generale Solinas; il maggiore Giulio Fiammeri che comandava un Battaglione Mobile di Polizia con stanza in Via Caltagirone; il capitano Chiti che aveva il comando di una Compagnia. Al termine dello scontro, il 10 settembre ’43, i combattenti italiani furono costretti alla resa. I generali Solinas e la maggior parte dei suoi Granatieri, il maggiore Giulio Fiammeri e il capitano Chiti e i loro subalterni chiesero e ottennero di continuare a battersi contro gli anglo americani.
Anche in questo caso la storia raccontata sino ad oggi ha pecche formidabili: serve solo ad imbrogliare ancor più quei polli che con la storia non hanno grande confidenza.
Ho letto che il “pollo sindaco” ha intenzione di inaugurare, oltre alla mascalzonata del Museo della Shoa a Villa Torlonia, anche un’altra “memoria” a ricordo delle “Leggi razziali”.
A tempo debito torneremo sull’argomento.

                                                                                                                                             

domenica 1 novembre 2020

ZARA CITTA' MARTIRE

 


ZARA CITTA' MARTIRE

La sera del 2 novembre 1943, a Zara la morte arriva dal cielo: apparecchi anglo-americani effettuano il primo bombardamento sulla città provocando danni ingenti e facendo decine di vittime tra la popolazione civile. Per quasi un anno, fino al al 31 ottobre 1944, la capitale della Dalmazia italiana viene bombardata altre 25 volte e rasa al suolo; le vittime sono migliaia. Ma non è finita: ai primi di novembre del 1944 entrano in città le bande comuniste slave. Gli zaratini sono massacrati a centinaia: annegati con una pietra al collo o fucilati, spesso dopo atroci sevizie, pagano con la vita il loro essere italiani. Non contenti, gli invasori scalpellano dalle mura i secolari Leoni di San Marco, distruggono i monumenti e cancellano le targhe stradali. Di Zara non restano che macerie e cadaveri. Alla fine della guerra i superstiti devono andarsene, disperdendosi in ogni dove. Ma ogni anno si ritrovano puntuali al loro raduno nazionale, per ricordare la Città Martire e i tanti Caduti nel nome dell'Italia, di Zara e della Dalmazia.

Per ulteriori approfondimenti:

http://www.anvgd.it/index.php?option=com_content&task=view&id=7454&Itemid=144

http://it.wikipedia.org/wiki/Bombardamenti_di_Zara

http://it.wikipedia.org/wiki/Zara

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I TRE GUERRAFONDAI


Immagini e note tratte da: Storia del XX Secolo - n° 15 (luglio 1996)

 

Zara   Zara

 

Zara