venerdì 17 aprile 2026

IL PRINCIPIO CORPORATIVO

 

IL PRINCIPIO CORPORATIVO DELLO STATO FASCISTA!

Principio Corporativo dello Stato Fascista - Biblioteca del Covo

Se un principio fondamentale sta sempre alla base di ogni tipo di Stato e se quello che sta a fondamento dello Stato moderno è il principio liberale, occorre trovare quello che identifica lo Stato corporativo. Le discordie cominciano nell’identificazione di tale principio. Nel lavoro di ricerca del principio corporativo noi teniamo presente la forma positiva dello Stato corporativo fascista italiano per due ordini di motivi. In primo luogo è storicamente provato che il primo Stato moderno che si è rivoluzionariamente e quindi coscientemente trasformato in Stato corporativo è stato quello italiano, che era fascista perché instaurato dal movimento rivoluzionario dei “Fasci di combattimento” trasformatisi nel 1921 in Partito Nazionale Fascista. In secondo luogo perché in questo Stato il principio corporativo è insito in tutti gli istituti giuridici e in tutte le istituzioni sociali e politiche, sicché lo Stato fascista presenta apertamente nella sua azione politica e negli istituti giuridici una vasta e unitaria materia nella quale si può cogliere il principio corporativo come il fulcro di tutto l’ordinamento giuridico. Questo principio informava coscientemente gli ordinamenti giuridici di altri Stati come il tedesco, il portoghese, il brasiliano, lo spagnolo. Verso di esso tendevano altre costituzioni come la romena e, seppure non se ne avesse coscienza, gli ordinamenti giuridici di altri Stati. Tale principio, infatti, politicamente si dimostra il solo atto alla soluzione della crisi dello Stato moderno, che non può risolversi senza una profonda trasformazione degli Stati stessi.

E’ erroneo ricavare il principio corporativo dalle corporazioni (1). Prima di tutto è da osservare che le corporazioni istituite dallo Stato fascista sono istituti del tutto diversi dalle corporazioni medioevali e da quelle che nella dottrina giuridica s’intendono per tali. In secondo luogo — e questa è l’osservazione più importante — le corporazioni fasciste riguardano una sola parte della vita collettiva: quella economica. Per quanto importante possa essere ed è questa parte di attività sociale, per quanto gravi possano essere e sono i fenomeni sociali ed i problemi cui essa dà luogo in rapporto all’autorità e alla vita dello Stato, non è mai un fenomeno parziale che può caratterizzare tutto il tipo dello Stato. Se il principio ha carattere universale, come ogni principio che fondamentalmente caratterizza lo Stato, esso deve riferirsi a tutta la vita sociale ed a tutta l’attività dello Stato.

Se un principio caratterizza tutto lo Stato esso deve valere così nel campo economico, come in tutti gli altri campi, ossia in tutti i rapporti fra gli individui, i gruppi e lo Stato; deve valere nell’interno di ciascuna di queste organizzazioni minori e maggiori, come deve agire anche nell’interna psicologia dell’individuo. Avviene talora di sentire affermato il principio come universale ma di vederlo, poi, limitato al solo campo economico (2). Così il Chiarelli definisce il principio corporativo come «il principio della rappresentanza degli interessi collettivi di categoria, diretta all’organizzazione ed alla protezione giuridica degli interessi medesimi ed al contemporaneo perseguimento degli interessi superiori della produzione nazionale » (3). In tal modo il principio corporativo resta limitato al campo della produzione nazionale, che, a stretto rigore, non comprende neanche tutta l’economia nazionale. Nè può dirsi esatto il richiamo che il Chiarelli fa all’autorità del Bottai il quale, invero, ha del principio corporativo un tutt’altro concetto. A tal proposito, infatti, il Bottai così si esprime: « Abbiamo l’ordinamento giuridico corporativo, abbiamo le corporazioni; ma il corporativismo fascista non si limita qui; è una realtà che investe tutta la vita, tutta l’organizzazione, tutte le funzioni dello Stato » (4).

Il principio corporativo è la legge universale dell’unità di comando dello Stato (5). Negli Stati con pluralità di organi costituzionali l’unità di comando si ottiene dando un potere coordinante, direttivo ad uno di essi. Nello Stato corporativo il dualismo fra il legislativo e l’esecutivo è risolto attribuendo la funzione direttiva coordinante al Governo e più precisamente al Capo del governo. La legge dell’unità di comando per la sua universalità si avvera anche nei gruppi interni dello Stato e nei rapporti fra i gruppi diversi. Cosicché il principio corporativo è un principio a due dimensioni: una che lega le unità interiormente, dalla più piccola, la famiglia, alla massima che é lo Stato, e una che lega i singoli e i gruppi allo Stato, il quale ricollegandoli a sè stesso tutti li domina in forza dell’imperium, di cui come Stato è fornito. Si tratta di un principio politico e quindi etico e religioso posto che, come dice il Vico, la vera causa della società umana è data dalla religione. Questo principio pure affermato dallo Stato liberale, ma contraddetto e neutralizzato dal diritto individuale dissolvente dei singoli e dei gruppi, come il divorzio nella famiglia, il recesso dalle associazioni e il diritto elettorale come origine della sovranità, acquista nello Stato corporativo il suo rilievo giuridico come ogni principio politico fondamentale.

Ciò che dà veramente unità alla molteplicità dei fenomeni in esame e ce ne fa avere coscienza piena è l’unità teleologica o finalistica che dir si voglia, sulla quale si basano l’ordinamento della vita sociale e il giudizio sulle azioni interindividuali e in genere sui rapporti spirituali, religiosi economici e politici (6). È appena da avvertire che lo scopo dell’unità teleologica non è da confondere con l’interesse, che può essere compreso dallo scopo ma che nè lo esaurisce, nè lo identifica. Noi parliamo di quella unità teleologica che collega il complesso delle azioni umane nel loro ininterrotto susseguirsi, costituente l’espressione di una molteplicità di moti spirituali. Anche l’unità dello Stato non sfugge a questa legge unificatrice degli scopi. Le pluralità degli uomini che formano lo Stato si presenta alla nostra coscienza unificata dagli scopi costanti, durevoli, coscienti che li legano fra di loro. Quanto più intensi e sentiti sono questi scopi tanto più forte è l’unità. Quanto più elevati essi sono nella scala spirituale tanto più duratura è l’unità dello Stato. Quanto più omogeneo è il substratum dell’unità tanto più resistente all’erosione dei secoli è l’unità dello Stato. Tale omogeneità è principalmente costituita da una origine comune e da una comune religione ossia dal costituirsi di una comune tradizione religiosa, etnica, politica. L’unità dello Stato esteriormente si esprime mediante una organizzazione, cioè per mezzo di organismi costituiti da uomini, che sono unità umane collettive, destinate ad assicurare l’unità degli scopi attraverso la molteplicità dell’agire umano. Possiamo, quindi, definire l’unità dello Stato come unità di fini e di organizzazione. Lo Stato fascista viene, difatti, definito nella prima dichiarazione della Carta del lavoro come la realizzazione integrale della Nazione italiana concepita come unità morale, politica ed economica. E la Nazione è concepita come una organizzazione composta di individui e di gruppi aventi fini, vita, mezzi di azione superiori per potenza e durata a quelli delle parti che la costituiscono.

L’unità della quale parliamo si suole ritenere circoscritta in maniera esclusiva agli scopi della organizzazione o della associazione, di modo che l’individuo, scrive Jellinek (7), e con lui tutta la dottrina liberale, mantiene una duplice posizione come membro dell’associazione e come individualità libera dall’associazione. Ora ciò non sempre è vero. Se noi esaminiamo per esempio la famiglia, che è un’associazione tipica, fondamentale, primaria di ogni società, costituita liberamente e costituente un’evidente unità di scopi, osserviamo che l’individuo non mantiene affatto riguardo a questa associazione una duplice posizione: egli permane membro della famiglia per tutta la vita e anche quando costituisce un’altra famiglia egli non perde la qualità di parte della famiglia di origine. La sua individualità finche dura la famiglia non è libera dall’associazione e organizzazione familiare, ma innegabilmente vincolata economicamente, moralmente, religiosamente, spiritualmente. Questo concetto della libera posizione dell’individuo dall’associazione e dall’organizzazione della quale si fa parte, da quegli organismi, cioè, che formano il tessuto sociale, enunciato in maniera cosi assoluta e categorica, appare come il principio stesso della disgregazione di quegli elementi che formano l’unità dello Stato e serve a spiegare la crisi nella quale a lungo andare dovevano cadere tutti gli Stati informati alla dottrina liberale. Insomma il principio liberale è un principio disgregatore delle unita sociali e quindi statali. Il movimento di trasformazione dello Stato per superare la crisi doveva essere diretto verso un principio unificatore e questo è appunto il principio corporativo. Ma è indispensabile conoscere quale è il fine assegnato allo Stato. Il Montesquieu nella sua opera « Esprit des lois» (lib. XII, cap. VII) aveva espressamente avvertito che non era possibile far ricorso all’ordinamento da lui vagheggiato qualora si fosse assegnato come fine allo Stato la potenza dello Stato stesso e non la pura e semplice tutela della libertà dei cittadini. Per il tipo di Stato fascista, che si assegna come scopo la potenza della Nazione, l’ordinamento costituzionale vagheggiato dal Montesquieu, e seguendo la sua teoria realizzato nel tipo dello Stato moderno, deve essere respinto. Valga tale autentico richiamo come argomento efficiente nei confronti di coloro che persistono nel volere applicare allo Stato fascista i medesimi principii elaborati per un tutt’altro tipo di Stato e che lo stesso enunciatore riconosceva inapplicabili appena appena fosse mutato il fine dello Stato. Che il fine dello Stato fascista è diverso da quello dello Stato liberale è difficilmente oppugnabile. La costituzione più moderna degli Stati liberali, quella degli Stati Uniti d’America viene così sintetizzata dal Tribunale supremo di quell’unione: «Lo Stato è un corpo di persone libere, unite insieme dal comune benefizio di godere pacificamente ciò che è di loro pertinenza e di fare giustizia agli altri » (8). Lo Stato fascista, invece — nuovo tipo di Stato — è la realizzazione integrale della Nazione italiana, considerata come una unità morale, politica ed economica avente fini, vita, mezzi di azione superiori per potenza e durata a quelli degli individui divisi o raggruppati che la compongono: donde si ricava, come è dimostrato dal complesso di tutta l’attività statale, che il fine dello Stato corporativo è « la potenza della Nazione » (9).


IlCovo

venerdì 10 aprile 2026

I CURDI DI SIRIA


Rifiutarono la mano tesa di Assad e scelsero gli Stati Uniti. Permisero agli americani di penetrare nel cuore del territorio siriano per rubarne petrolio e gas. Con la scusa della "lotta all'ISIS" acuirono il cancro della disgregazione impiantato dai sionisti israeliani e non. 
Di fatto persino al fianco di quei terroristi qaedisti filoturchi oggi al potere a Damasco. 
Per la gioia di Trump, Netanyahu, Erdogan. 
Oggi piangono per l'ennesimo tradimento a stelle e strisce ai danni di un alleato (vedi Vietnam ed Afghanistan). 
Ma, all'epoca, non hanno voluto dare ascolto a quanti li avevano avvisati : MAI CREDERE AL GRANDE SATANA   🤫🤫

Grazie per l'attenzione 
Vincenzo Mannello 
 
 
 

 


domenica 22 marzo 2026

L'EROINA di Rimini

L'EROINA DELLA CHE ISPIRO' POUND            




  


SANGUE ITALIANO

La prima pattuglia nemica entra in Rimini da Porta Romana. Il lungo viale dei platani che immette nel sobborgo XX Settembre con sullo sfondo le macerie della bramantesca chiesa della Colonnella, taglia col suo rettilineo cumuli di rottami: tutto è diroccato, lo stadio civico, la chiesa dei Cappuccini, la chiesa di San Giovanni, le case, i palazzi, il convento dei Cappuccini, la chiesa di Santo Spirito. Sul quadrivio della via Flaminia, di dove si dipartono la via nazionale di San Marino, la via dei Trai e la via XX Settembre, dondola un semaforo sospeso lassù a mezz'aria non si sa come, tra le rovine di ogni cosa all'intorno. La pattuglia canadese esita incerta sulla direzione da prendere. Il cielo è solcato dal rombo dei velivoli e delle cannonate che vengono dal mare, dalle colline e dalla parte opposta della città; crepitano in distanza le mitragliatrici, l'aria acre velata di fumo e di polvere. All'intorno, in qualsiasi parte volgano lo sguardo, i Canadesi non scorgono se non calcinacci, non una casa in piedi; le macerie si stendono per chilometri; tutta la superficie di quella che era la vivace, elegante e ricca città adriatica è una sola, immensa, caotica distesa di pietre: a malapena si distinguono i tracciati di quelle che furono le vie principali. Mentre la pattuglia sta per imboccare a caso la via XX Settembre, un'ombra si muove dietro un cumulo di rovine: i Canadesi spianano le armi, pronti a sparare. Non è un'ombra, è una donna, una giovane donna. Ella alza le mani e i Canadesi la circondano. Una granata cade sui ruderi dello stadio sollevando un nugolo di rottami. Il terriccio e la polvere entrano nella bocca e negli occhi. Alla deflagrazione la ragazza è rimasta immobile a braccia levate. Un Canadese le rivolge la parola in un gergo a base di francese. La ragazza si sforza di comprendere e alla fine riesce a capire la domanda del soldato. Costui chiede da che parte si vada per raggiungere la via Emilia. L'interpellata, dopo un'impercettibile incertezza indica con la mano la via dei Trai. Il Canadese si consulta coi compagni e torna a guardare la ragazza. Costei gli fa cenno col braccio invitandolo a seguirla. Il gruppo allora s'incammina. La ragazza, una popolana sui 18 anni, bruna, dalle membra forti, e slanciate, lacera e sporca, cammina spedita. La lunga e diritta via dei Trai conduce in piazza Tripoli, al mare, non all'arco di Augusto e alla Via Emilia. La pattuglia, composta di una ventina di uomini, più due soldati tedeschi prigionieri, procede nel tragico scenario della città morta; i Canadesi tengono i fucili spianati, pronti a far fuoco; i due Tedeschi, al centro dei gruppo, mostrano i segni della lotta nei volti e sulle uniformi, ma camminano marzialmente. La popolana li sbircia, di sfuggita: pare ai Tedeschi che quello sguardo abbia un significato. Quale significato? La giovane riminese continua a camminare, gli alberi che fiancheggiano la via sono diverti, tronchi e fronde ingombrano il passaggio, giacciono sulle macerie delle case. La popolana si volge a guardare i due Tedeschi, i quali questa volta sono loro a sorridere. Ancora pochi passi, poi una tremenda esplosione lancia in aria macerie e persone, avvolgendole in una nube di terriccio, di calcinacci, di informi rottami. Una pausa tragica. Un attimo di terrificante silenzio. Poi il gemito dei feriti. Un uomo poi si raddrizza sulle natiche, si netta il sangue dal volto, si leva in piedi. E' ferito ma salvo. I Canadesi morti in gran parte, sfracellati dallo scoppio. I rimanenti agonizzano. Agonizza anche la popolana, che ha avuto le gambe amputate e il volto ferito dalla formidabile esplosione. L'uomo che fra tutti si è salvato, uno dei soldati tedeschi, si accosta alla moribonda: ella gli sorride con una smorfia e riesce a dire penosamente: «Sapevo che qui esisteva un campo di mine... perché vi aveva lavorato mio fratello... vi ho condotto gli Inglesi perché sono stata violentata da due Australiani... in una casa colonica dove ci eravamo rifugiati... ho seguito questa pattuglia... volevo vendicarmi ... non sapevo come ... la sorte mi ha favorito ... ». L'eroina sta dissanguandosi; il suo volto diventa cadaverico. Il soldato tedesco non può far nulla per lei se non raccoglierne l'ultima parola: «Ho vendicato il mio onore». Il soldato tedesco si china sulla morente e la bacia in fronte. Quando risolleva il capo la giovane eroina è spirata. Questo ci ha raccontato il soldato tedesco dopo aver raggiunto i propri camerati all'altra estremità della città morta. Il soldato, che dopo un anno di soggiorno in Italia si esprime abbastanza bene nella nostra lingua, così ha commentato il suo racconto: «La ragazza non aveva indosso alcuna carta o qualsiasi documento di riconoscimento. Non ho potuto quindi sapere il suo nome». E si è rammaricato, il soldato tedesco, di non averglielo chiesto prima che ella spirasse. Il nome dell'eroina rimarrà sconosciuto forse per sempre, e così la storia di questa guerra ricorderà il leggendario episodio come quello della eroina riminese. Dell'anonima ma fulgida eroina riminese.


venerdì 6 marzo 2026

Appesi al Board

Appesi al Board

Il sempre più delirante Presidente Usa Donald Trump, ha deciso quelli che secondo lui devono essere i nuovi equilibri geopolitici, cioè la nuova architettura del mondo.

Ha così costituito a tambur battente il “Board of Peace” (Asse della Pace) al quale possono aderire i Paesi invitati dallo stesso Trump, i quali per avere il seggio devono versare la quota di un miliardo di dollari (poco meno di un miliardo di euro) e la cui partecipazione può essere accettata o revocata dallo stesso Trump.

Il Board dovrebbe essere una “organizzazione internazionale che mira a promuovere la stabilità e a garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti”.

Il pretesto per la sua creazione è stato l'iniziativa di pace per Gaza, anche se per la verità nelle otto pagine del documento fondativo la parola Gaza non compare mai.

E' quindi evidente che il Board ha un progetto ben più ambizioso, cioè quello di sostituire o sovrapporsi all'Onu-Organizzazione delle Nazioni Unite - che non ha mai goduto delle simpatie di Trump che l'ha definita “una scala mobile bloccata e capace solo di scrivere parole vuote”.

Sull'incapacità dell'Onu di risolvere le crisi mondiali abbiamo già scritto in passato, spiegando anche qual è il vero limite dell'Onu sul quale tanti svicolano e cioè che le cinque Nazioni vincitrici della Seconda Guerra mondiale hanno il “diritto di veto” e ciascuna di loro può quindi bloccare qualunque risoluzione approvata dalle altre 188 Nazioni.

Infatti, nei decenni l'Onu è stata spesso paralizzata nelle sue decisioni proprio da quel “diritto di veto”, posto volta a volta soprattutto dalle tre principali Nazioni vincitrici e cioè Usa, Russia e Cina.

Adesso Trump, tra un delirio e l'altro, ha deciso di creare una sua Onu personale, nella quale il “diritto di veto” spetterà solo a lui padre fondatore e Capo.

Ovviamente nel Board sono stati invitati quasi tutti i Paesi arabi e orientali che stanno facendo affari con Trump, compresi quelli dove la libertà e la democrazia scarseggiano, è stata invitata Israele di Netanyahu responsabile dei massacri di Gaza, sono stati invitati i Paesi sovranisti come l'Argentina di Milei e l'Ungheria di Orban e sono stati invitati Paesi notoriamente amanti della pace come la Russia di Putin e la Bielorussia di Lukasenko.

Proprio l'equivoca compagnia ha fatto sì che le principali Nazioni europee, seppure invitate, hanno rifiutato di aderire, persino il Regno Unito tradizionale alleato degli Usa.

L'Italia invece ha preso la solita posizione attendista, anche se Trump ha detto che : “Meloni mi ha detto che vuole disperatamente entrare a far parte del mio Board of Peace”.

La Presidente del Consiglio italiana, dopo essersi augurata che a Trump venga assegnato il prossimo Premio Nobel per la Pace (sic!), al momento sta temporeggiando, adducendo problemi di “incompatibilità costituzionale” ma, in realtà, Giorgia Meloni sta valutando come superare le eventuali obiezioni della Presidenza della Repubblica ed il temuto inevitabile passaggio parlamentare che deve approvare l'adesione e, non ultimo, il fatto che entrando nel Board l'Italia si metterebbe ancora una volta in pesante contrasto con le principali Nazioni europee, che hanno già nettamente declinato l'invito di Trump.

Quello che si sta delineando non è un “nuovo ordine mondiale”, ma un “disordine mondiale”, le cui prime vittime saranno gli Ucraini, i Palestinesi, i Groenlandesi, l'Europa e, contrariamente a quello che spera la Meloni, anche l'Italia, perché il mondo rischia di passare dalla padella dell'Onu alla brace del Board of Peace di Trump.


 

Adriano Rebecchi Martinelli




giovedì 12 febbraio 2026

Pierre Drieu La Rochelle

Pierre Drieu La Rochelle

“L’uomo esiste solo nella lotta, l’uomo vive solo se rischia la morte.”
Pierre Drieu La Rochelle

idrieul001p1

 

Nato da una famiglia normanna, piccolo borghese e nazionalista residente nel XVII arrondissement di Parigi e straziata dai problemi coniugali ed economici, Drieu La Rochelle studia alla Scuola Libera di Scienze Politiche (École Libre des Sciences Politiques). È bocciato all’esame finale e, sentendosi preclusa la carriera diplomatica che sognava di intraprendere, pensa per la prima volta al suicidio, tentazione costante durante la sua vita. Nel 1914 parte per il fronte. Esce traumatizzato dalla esperienza della Prima guerra mondiale e ne trae ispirazione per scrivere la raccolta di novelle La comédie de Charleroi che sarà pubblicata nel 1934.
Nel 1917 sposa Colette Jéramec, sorella di André Jéramec, suo migliore amico, dalla quale divorzia nel 1921. Sempre nel 1917 La Nouvelle Revue française pubblica Interrogation, il suo primo libro.
Vicino ai surrealisti ed ai comunisti negli anni 1920, si interessa anche all’Action Française, senza aderire a nessuno di questi movimenti e stringe amicizia con Louis Aragon.
Si fa conoscere, nel 1922, con un saggio Mesure de la France, e pubblica diversi romanzi.
Nel saggio Genève ou Moscou (Ginevra o Mosca), nel 1928, prende posizioni pro-europeiste, che lo portano ad avvicinarsi successivamente ad alcuni ambienti padronali, in particolar modo all’organizzazione Redressement français diretta da Mercier, poi a certe correnti del Partito radicale, alla fine degli anni 1920 e all’inizio degli anni 1930.

Nelle settimane che seguono le manifestazioni anti-parlamentari fasciste del 6 febbraio 1934, collabora alla rivista La Lutte des Jeunes (La Lotta dei Giovani) e si dichiara fascista, vedendo qui una soluzione alla sue proprie contraddizioni e un rimedio a ciò che considera la decadenza materialista delle società moderne. In ottobre pubblica il saggio Socialisme fasciste (Socialismo Fascista e si colloca nel solco del primo socialismo francese, quello di Saint-Simon, Proudhon e Charles Fourier. Questa scelta intellettuale lo conduce ad aderire nel 1936 al Partito Popolare Francese, fondato da Jacques Doriot e a diventare, fino alla sua rottura con il PPF all’inizio del 1939, editorialista della pubblicazione del movimento L’Émancipation Nationale (L’Emancipazione Nazionale). Contemporaneamente redige il suo romanzo più noto, Gilles.

Durante l’occupazione diventa direttore de La Nouvelle Revue française (NRF) e si schiera a favore di una politica di collaborazione con la Germania, che egli spera si metta alla testa di una sorta di “Internazionale fascista”.

A partire dal 1943, disilluso, rivolge le sue preoccupazioni alla storia delle religioni orientali.

Alla liberazione di Parigi nel 1944, rifiutando l’esilio è costretto a nascondersi. Sarà aiutato da alcuni amici, tra cui André Malraux e l’ex moglie Colette Jéramec.

Dopo i due tentativi falliti dell’11 e 12 agosto 1944, il 15 marzo 1945 stacca il tubo del gas e ingerisce una forte dose di fenobarbital.

È considerato uno dei più importanti interpreti, in ambito letterario, di quel cosiddetto “socialismo fascista”, caro a molti intellettuali “di destra” e ben descritto nel saggio Fascismo immenso e rosso dello scomparso giornalista Giano Accame.