domenica 6 settembre 2026

La vergogna dell’8 settembre 1943

 

La vergogna dell’8 settembre 1943



Proponiamo l’intervista allo storico Pietro Cappellari sul significato di una data simbolica e nefasta per i destini della nostra patria, l’8 settembre 1943.

 di E. Galoppini
(ildiscrimine.com) – Che cosa è, nei fatti, l’8 settembre 1943? Come si arriva al cosiddetto “armistizio” e al cambio di alleanze?

L’8 Settembre è esattamente la “morte della Patria”, ossia la fine della Nazione italiana come Stato avente una propria missione e un primato da esercitare, la fine di un comune sentimento di Patria nel popolo italiano. Una rottura tragica ed epocale che affonda ovviamente le sue radici nel colpo di Stato del 25 Luglio 1943 (arresto di Mussolini e fine del Regime fascista), di cui sono corresponsabili la Monarchia, le alte sfere militari e la destra interna al PNF (che sperava in una successione al Duce, ma venne poi esautorata). Il processo scatenante del colpo di Stato è ovviamente la crisi militare irreversibile iniziata dopo la sconfitta di El Alamein (Novembre 1942) e resasi drammatica dopo l’abbandono della Tunisia (Maggio 1943). La destra fiancheggiatrice il Regime (circoli di Corte, militari, ma anche Confindustria e Chiesa cattolica) cercarono allora di salvare il salvabile, ossia se stessi, liquidando il Fascismo, provocando però un collasso morale che – per incapacità e vigliaccheria dei nuovi “amministratori” dell’Italia – condusse all’8 Settembre.

Si può parlare unicamente di “tradimento” oppure anche chi si arrese aveva le sue ragioni, visto l’andamento negativo della guerra? O non si deve pensare, piuttosto, all’esito finale di una manovra che parte da lontano e che durante tutto il conflitto tese a sabotare scientificamente l’operato delle nostre Forze Armate? Che idea ti sei fatto studiando a fondo quegli anni?

Non fu un armistizio, assolutamente no, ma una resa incondizionata che contemplava il passaggio al nemico (senza nemmeno dichiarargli guerra). Il che corrisponde, quindi, a un tradimento di carattere epocale. Oltretutto, esponeva i soldati italiani (abbandonati a loro stessi) al rischio di venir considerati franchi tiratori, con tutte le drammatiche conseguenze che Badoglio conosceva benissimo e che in diversi casi furono attuate (cfr. Cefalonia). È ovvio che valutando serenamente gli avvenimenti tra il 1940 e il 1943, si ha un quadro della situazione disarmante. Parte delle Forze Armate italiane, penso prima di tutto alla Regia Marina, non vollero combattere e fecero di tutto per sottrarsi allo scontro. Se a ciò si aggiunge che diversi Alti Ufficiali italiani erano sul libro paga degli Angloamericani (cfr. i famosi “Articoli 16”) non ci vuole poi molto a capire come l’Italia sia crollata militarmente, nonostante – questo non bisogna mai dimenticarlo – l’eroismo dei suoi soldati, cancellato dai libri di scuola perché mai nessuno potesse affermare che gli Italiani si batterono con onore. Per la sinistra italiana dovevano essere dipinti solo come “miserabili” mandati a morire da Mussolini. La storia non è questa, ovviamente.

Che cosa rappresenta oggi, nella vita concreta degli italiani, il retaggio degli avvenimenti che ebbero luogo settant’anni fa? Quali conseguenze paghiamo ancora? Te lo chiedo perché molti ritengono che si tratti solo di questioni ormai superate, mentre a mio avviso la nostra sudditanza agli interessi occidentali ed atlantici deriva in prima istanza dalla nostra sconfitta bellica. Tutto il resto è stato un lento ma consequenziale sviluppo di quella catastrofe.

Con la sconfitta militare dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale la nostra Nazione non ha subito solo danni irreparabili nel prestigio o immediati, come la mutilazione dell’Istria e della Dalmazia e il conseguente sterminio degli Italiani di quelle terre con l’estinzione della civiltà italiana nell’Adriatico Nord-Orientale. L’Italia è divenuta una “colonia”, sotto il controllo statunitense. Non ha mai avuto una vera e propria politica estera degna di questo nome e i Governi democratici che si sono succeduti nel corso dei decenni – vera e propria longa manus di poteri d’Oltreoceano – hanno puntato ad una progressiva denazionalizzazione, privando lo Stato italiano dei suoi presupposti naturali, quali i confini e, addirittura, la Sovranità, ceduta ad organizzazioni internazionali prive di legittimità popolare quali la NATO, l’ONU, l’Unione Europea, ecc. Se si eccettua il breve scatto d’orgoglio di Craxi (cfr. questione di Sigonella), i Governi democratici italiani hanno proceduto alla liquidazione dell’Italia come Nazione. Gli effetti di questa politica sono oggi sotto gli occhi di tutti. La crisi economica e solo l’aspetto più evidente del collasso morale in cui è stata precipitata l’Italia.

Quest’anno le “autorità” della cosiddetta Repubblica Italiana non hanno ritenuto opportuno calcare troppo la mano nel “commemorare” positivamente l’8 settembre così come in occasione del 25 aprile (e anche del 25 luglio). Complice il malcontento che monta tra la gente?

Credo essenzialmente che oggi ben pochi sanno cosa sia avvenuto l’8 Settembre 1943. L’imbarazzo di molti esponenti di questa repubblichetta davanti agli eventi storici è a dir poco colossale. Si preferisce sorvolare su episodi su cui, prima di tutto, regna un’immensa ignoranza. Bastano motti e parole d’ordine false – finanziate con soldi pubblici – per stendere una fitta nebbia sull’evento e pensare immediatamente ad altro.

Che cosa ti senti di consigliare ai giovani e a tutti coloro che, al di là delle loro idee politiche, sono sinceramente orientati verso la conoscenza della verità storica? Ci sono delle fonti storiografiche, recenti e non, particolarmente consigliabili?

Oggi si può accedere a una vasta mole di studi revisionisti che permettono di orientare il giovane ricercatore verso la realtà storica. Quello che consiglio sempre è spogliarsi di ogni ideologia o visione del mondo e cercare con le proprie forze documenti e riscontri oggettivi su un dato evento. Affidarsi agli altri è solo un falso punto di partenza.

Pensi che un giorno l’Italia riuscirà a superare il trauma dell’8 settembre? Per come la vedo io ciò sarà impossibile fintantoché durerà la nostra settantennale occupazione, ma non vedo affatto inutile cercare e divulgare la verità storica, perché sono sicuro che un giorno, quando questa situazione deprimente finirà, verranno finalmente riconosciute le ragioni di coloro che, ostacolati e vilipesi da questo regime di marionette (compresi quei politici che alla fine si son dimostrati come tutti gli altri…), hanno tenuto duro per tutto questo tempo.

Nessuno può dire cosa ci riserverà il futuro, anche se i tristi e gravi scenari di guerra che si profilano all’orizzonte non fanno pensare a nulla di buono. L’invasione di immigrati che metterà a repentaglio le nostre identità nazionali e minaccerà come mai la stessa civiltà romano-germanica dalla quale nacque l’Europa pone delle scelte radicali e coerenti. Solo chi rimarrà in piedi sulle rovine potrà guidare la rinascita dei popoli europei.

 


giovedì 3 settembre 2026

Opera nazionale maternità e infanzia - ONMI

 LEGGI SOCIALI NEL FASCISMO

Opera nazionale maternità e infanzia - ONMI

L'Opera nazionale maternità e infanzia fu istituita con la legge 10 dicembre 1925, n. 2277. Il regolamento di esecuzione alla legge n. 2277 fu approvato con regio decreto 15 aprile 1926, n. 718; modifiche alla legge n. 2277 furono portate con il regio decreto 21 ottobre 1926, n. 1904.
La legge del 1925 pose tra gli scopi prioritari dell'ONMI la diffusione sia nelle famiglie che negli istituti "delle norme e dei metodi scientifici e d'igiene prenatale e infantile [...] anche mediante l'istituzione di ambulatori per la sorveglianza e la cura delle donne gestanti specialmente in riguardo alla sifilide", la lotta alla tubercolosi e la vigilanza su tutte le istituzioni pubbliche e private per l'assistenza e protezione della maternità e dell'infanzia.
La legge si proponeva esplicitamente di "provvedere alla protezione ed assistenza delle gestanti e delle madri bisognose o abbandonate, dei bambini, lattanti e divezzi fino al quinto anno di età, appartenenti a famiglie bisognose che non possono prestar loro tutte le necessarie cure per un razionale allevamento, dei fanciulli fisicamente o psichicamente anormali e dei minori materialmente o moralmente abbandonati", oltre che di quelli traviati o delinquenti fino all'età di diciotto anni compiuti.
Altri scopi dell'ONMI erano incoraggiare il sorgere di scuole teorico-pratiche di puericultura; organizzare, in accordo con amministrazioni provinciali, consorzi antitubercolari provinciali, ufficiali sanitari e autorità scolastiche, l'opera di profilassi antitubercolare dell'infanzia; vigilare sull'applicazione delle disposizioni legislative e regolamentari in vigore per la protezione della maternità e dell'infanzia.
Le federazioni provinciali provvedevano all'esecuzione sul territorio di quanto ordinato dalla sede centrale dell'ONMI di Roma; dirigevano e coordinavano l'attività delle istituzioni di assistenza valendosi di propri ispettori e richiedendo, ove occorresse, l'opera di uffici pubblici e ispettori governativi. Il consiglio della federazione era composto da otto consiglieri e in esso veniva scelta una giunta esecutiva.



A livello locale erano istituiti i comitati comunali. Con la circolare esplicativa del 18 maggio 1926, le prefetture, in attesa della formale costituzione dei comitati comunali, indicarono che l'opera di costituzione e di promozione fosse assunta temporaneamente dai patroni delle locali congregazioni di carità. Nel 1927 in ogni comune l'attuazione dei compiti dell'ONMI fu delegata a un comitato di patronato composto dall'ufficiale sanitario del comune relativo, da un direttore didattico o da un maestro e da un sacerdote affiancati da patroni scelti dal consiglio direttivo della federazione provinciale tra le persone di "indiscussa probità e rettitudine e possibilmente esperte in materia di assistenza materna e infantile"; queste personalità dovevano essere selezionate in modo che ogni comitato di patronato fosse "possibilmente costituito, almeno per un terzo, di signore e signorine laiche e religiose e che di esso, oltre ai membri di diritto [...], facciano parte [...] un medico libero professionista, un magistrato ed un congruo numero di persone dell'uno o dell'altro sesso". I patroni organizzavano l'assistenza alla maternità con ambulatori specializzati; esercitavano la vigilanza igienica, educativa e morale sui ragazzi minori di quattordici anni collocati presso nutrici, allevatori o istituti di assistenza e beneficenza; provvedevano al ricovero e all'educazione di fanciulli abbandonati; denunciavano all'autorità giudiziaria le violazioni della legge sul lavoro delle donne e dei minori.
All'istituzione dell'ONMI seguì la costituzione di organi sanitari e di assistenza materiale quali i consultori pediatrici e ostetrico-ginecologici, i consultori prematrimoniali e matrimoniali, i refettori materni e gli asili nido, i dispensari di dermatologia sociale e i centri medico-psicopedagogici.
Dopo due leggi correttive della normativa precedente (legge 23 giugno 1927, n. 1168 recante concessioni di esenzioni fiscali e tributarie all'ONMI, e legge 5 gennaio 1928, n. 239 relativa alla conversione in legge del r.d.l. 21 ottobre 1926, n. 1904), la nuova legge 13 aprile 1933, n. 298 riorganizzò l'intero ente nazionale secondo le direttive impartite direttamente da Mussolini.
La legge n. 298 del 13 aprile 1933 aggiornò e perfezionò quella del 1925, con l'obiettivo di un più stretto rapporto istituzionale tra le articolazioni territoriali e quelle centrali, imponendo un diretto collegamento tra l'ONMI e il Partito nazionale fascista. Erano membri di diritto del comitato comunale il podestà del comune, che assumeva la carica di presidente, la segretaria del Fascio femminile in qualità di vicepresidente; il segretario del Fascio o un suo delegato, un magistrato o il giudice conciliatore designato dal presidente del Tribunale, l'ufficiale sanitario, il presidente della congregazione di carità e un sacerdote di nomina prefettizia, ma "che avesse cura di anime". Coadiuvavano il comitato i patroni e le patronesse, designati dal presidente del comitato della federazione provinciale in accordo con il presidente del comitato comunale e con gli organi locali del Partito nazionale fascista. A seguito di questa legge i comitati comunali ONMI furono indirizzati a confluire nell'Ente opere assistenziali (EOA). Con la legge n. 298 si accentuò in modo notevole il controllo del PNF e degli organi di partito a esso collegati sui comitati di patronato ONMI, trasformati in organizzazioni paragovernative volte a migliorare le condizioni igieniche, sanitarie e alimentari delle madri e dei bambini di condizioni modeste.
L'ONMI ha cessato di esistere con la legge 23 dicembre 1975, n. 698. Tale legge ha anticipato il d.p.r. 24 luglio 1977, n. 616 sul trasferimento di poteri dallo stato alle regioni e la soppressione di enti tra i quali gli ECA e il loro passaggio ai comuni.
A decorrere dal 1 gennaio 1976 sono state trasferite alle regioni a statuto ordinario e speciale le funzioni amministrative esercitate dall'ONMI previste dall'art. 4 punto 4 del R.D. 24 dicembre 1934, n. 2316, e successive modificazioni, nonché le funzioni di programmazione e d'indirizzo. Sono ugualmente trasferiti alle regioni i poteri di vigilanza e di controllo su tutte le istituzioni pubbliche e private per l'assistenza e protezione della maternità e dell'infanzia. Tali funzioni di controllo erano previste dall'articolo 5 del R.D. 24 dicembre 1934, n. 2316, comprese le funzioni che tale articolo riservava alla tutela e alla vigilanza governativa a norma della legge 17 luglio 1890, n. 6972, e del R.D. 30 dicembre 1923, n. 2841; nonché quelle derivanti dal R.D.L. 8 maggio 1927, n. 798, convertito nella legge 6 dicembre 1928, n. 2838, e relativo regolamento di esecuzione.
Dopo la soppressione, restano attribuite allo stato e vengono esercitate dal ministero della sanità le funzioni di carattere internazionale già esercitate dall'ONMI, mentre le funzioni amministrative relative agli asili nido e ai consultori comunali sono state attribuite ai comuni, che le esercitano in forma singola o associata, ai sensi dell'articolo 118, comma primo, della costituzione della repubblica.
Sempre dopo la soppressione, sono state attribuite alle province tutte le funzioni amministrative già esercitate dai comitati provinciali dell'ONMI, nonché una parte di quelle degli organi centrali.
Le regioni a statuto ordinario, nell'osservanza dei principi fondamentali stabiliti nella legge statale, disciplinano con legge regionale l'esercizio delle funzioni trasferite relativamente alla protezione e all'assistenza alla maternità e infanzia in rapporto ai servizi sanitari e assistenziali esistenti, coordinandole con l'assistenza all'infanzia di cui al r.d.l. 8 maggio 1927, n. 798 convertito nella legge 6 dicembre 1928, n. 2838 e successive modificazioni e integrazioni.
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Fonti normative
- legge 17 luglio 1890, n. 6972 (= l. 6972/1890)
- regio decreto 30 dicembre 1923, n. 2841 (= r.d. 2841/1923)
- legge 10 dicembre 1925, n. 2277 (= l. 2277/1925)
- regio decreto 15 aprile 1926, n. 718 (= r.d. 718/1926)
- regio decreto legge 21 ottobre 1926, n. 1904 (= r.d.l. 1904/1926)
- regio decreto legge 8 maggio 1927, n. 798 (= r.d.l. 798/1927)
- legge 23 giugno 1927, n. 1168 (= l. 1168/1927)
- legge 5 gennaio 1928, n. 239 (= l. 239/1928)
- legge 6 dicembre 1928, n. 2838 (= l. 2838/1928)
- legge 13 aprile 1933, n. 298 (= l. 298/1933)
- regio decreto 24 dicembre 1934, n. 2316 (= r.d. 2316/1934)
- legge 23 dicembre 1975, n. 698 (= l. 698/1975)
- decreto del presidente della repubblica 24 luglio 1977, n. 616 (= d.p.r. 616/1977)
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(Redazione a cura di Saverio Almini, 2006)

venerdì 21 agosto 2026

Et voilà la legge elettorale porcata!

 


Et voilà la legge elettorale porcata!

Come ampiamente previsto, anche il Governo Meloni ha deciso di cambiare la legge elettorale.

Finora nella storia repubblicana ci sono stati 5 cambi radicali della legge elettorale nazionale, con il passaggio da sistemi proporzionali a sistemi maggioritari o misti.

Adesso, a ridosso delle elezioni politiche del prossimo anno, il Centrodestra al governo ha imposto la sesta radicale modifica, che consiste principalmente nell'assegnazione di un forte numero di seggi in più alla coalizione che raggiungerà il 42% dei voti.

E' una legge elettorale “porcata”, che contraddice lo stesso articolo 48 della Costituzione della Repubblica che recita : “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto”.

Ebbene la nuova legge elettorale “Stabilicum” (o “Melonellum”), cancella proprio il voto “eguale” perché di fatto sancisce che ci sarà un voto che vale di meno, quello alla coalizione che non arriverà al 42% dei voti, e un voto che vale di più, quello alla coalizione che avrà raggiunto il 42% e avrà in regalo ben 70 Deputati e 35 Senatori scelti in una apposita lista e senza che nessuno li abbia eletti.

La “nobile” (sic!) motivazione sarebbe quella di garantire la governabilità, cioè la possibilità di avere un Governo stabile e duraturo ma, visto che l'attuale Governo Meloni, eletto con la vecchia legge elettorale, sta per raggiungere il primato di governo più longevo della Repubblica, perché allora questa urgente necessità di cambiare la legge elettorale che pure gli ha garantito il primato di governabilità?

E' chiaro che siamo di fronte alla cosiddetta “mossa del cavallo”, una mossa geniale che dovrebbe permettere al Centrodestra di restare al potere anche se dovesse ottenere più o meno la stessa percentuale di voti che si stima possa raggiungere il Centrosinistra unito (ammesso che sarà unito!).

Il risultato sarà che, considerato che oramai la percentuale degli “astenuti” si avvicina al 50%, la coalizione che vincerà prendendo il 42% dei votanti avrà una maggioranza schiacciante di eletti, mentre in realtà rappresenterà solo il 21-22% dell'intero corpo elettorale, cioè meno di un italiano su quattro.

La nuova legge è una “porcata” anche perché sostanzialmente, malgrado la propaganda del Governo sulla volontà di reintrodurre le giuste “preferenze”, cioè la possibilità per l'elettore di scegliersi i candidati, i capolista saranno comunque “bloccati” e quindi automaticamente eletti, così che i Partiti potranno piazzare al primo posto i loro uomini di fiducia e l'elettore vedrà vanificato il suo diritto di scegliere da chi vuole essere rappresentato, altro punto che fa a pugni con la “libera scelta” prevista dalla Costituzione.

Le opposizioni hanno promesso di fare le barricate per bloccare questa nuova legge elettorale, che però è già stata approvata dalla Camera e senza che ci siano state barricate, a parte qualche chiassosa protesta, e presto lo sarà anche dal Senato.

La tanto decantata democrazia italiana continua quindi ad essere una democrazia “fasulla”, soggetta alla volontà e agli appetiti dei Partiti, nella quale chi riesce ad arraffare il potere poi fa carte false per non perderlo e chi è all'opposizione si batte strenuamente solo per strapparlo a chi ce l'ha, il tutto alla faccia del cosiddetto popolo sovrano.

Popolo costituito dai cittadini alle prese con i loro irrisolti problemi quotidiani, dai Salari e Stipendi tra i più bassi in Europa alle Pensioni povere e da fame, dalla Sanità al collasso alla Sicurezza sempre meno tale, dalla crisi strutturale della Scuola alla mancanza di alloggi, dalle croniche carenze dei Trasporti alle emergenze climatiche.

Popolo quindi deluso e schifato e per questo facilmente preda dei pifferai di turno, vecchi o nuovi, che cavalcano le paure e le preoccupazioni dei cittadini elettori con mirabolanti promesse che poi saranno regolarmente disattese quando, come sempre avviene, i pifferai faranno accordi sopra o sotto banco per avere un posto alla tavola del potere, in modo da assicurarsi comunque le agognate e ben pagate poltrone.

Adriano Rebecchi Martinelli


giovedì 6 agosto 2026

Meloni - Trump

 


Meloni - Trump

C'eravamo tanto amati!

Pensiamo che il titolo della celebre canzone ben si adatti al tormentone politico scoppiato ad inizio estate tra il Presidente Usa Donald Trump e la Premier italiana Giorgia Meloni.

A far deflagrare il caso le immagini della Meloni che parlava animatamente con Trump, con la sua solita gestualità da dura della situazione, non si sa l'argomento ma non era certamente una cosa importante visto che avveniva in piedi in mezzo a persone che andavano e venivano anziché in un luogo riservato.

Le Agenzie di stampa, soprattutto quelle italiane, si erano però buttate su quelle immagini e le avevano immediatamente divulgate per dimostrare che la Meloni aveva “strapazzato” Trump.

A questo punto, avvisato di quanto stavano scrivendo le varie Agenzie, Trump ha rilasciato una bruciante dichiarazione dicendo : “Non ero obbligato a parlarle, mi ha implorato di fare una foto con lei, l'avrei anche non fatta ma mi è dispiaciuto per lei”.

Ovviamente la Meloni ha smentito tutto dicendo che : “Io e l'Italia non imploriamo mai”.

Trump ha allora replicato dicendo : “Era mia grande fan, ma non la voglio”....Giorgia Meloni sta andando male in Italia in termini di popolarità e ora vuole tornare ad essere nostra amica per migliorare i suoi consensi. No, grazie!”

Il seguito è avvenuto prima del vertice Nato ad Ankara in Turchia, quando la Meloni ha fatto trapelare di aver chiesto al Presidente turco Erdogan di “non concedere a Trump dei momenti di ribalta politica”.

Dura la risposta di Trump che ha detto : “Per Meloni serve un ordine restrittivo”.

E' finita così l'illusione della Meloni di fare da “ponte” tra Trump e l'Europa!




lunedì 27 luglio 2026

Rosa Dainelli, l’agente segreto

 

Rosa Dainelli, l’agente segreto di Cuveglio che, durante la Seconda Guerra Mondiale, fece impazzire gli inglesi in Africa Orientale. (*)

Rosa Dainelli.

Rosa Costanza Dainelli, nata a Cuveglio in Valle il 02 maggio 1901 ha una storia che vale la pena raccontare.Una storia da romanzo rimasta nell’ombra forse perché non era opportuno parlare di elementi legati al SIM, ovvero il Servizio di Informazione Militare del periodo fascista, anche se il suo operato, dettato dalle circostanze belliche, fu rivolto esclusivamente contro l’esercito inglese durante il II conflitto mondiale in Etiopia. Ma partiamo dall’inizio: nata a Cuveglio in Valle il 2 maggio 1901, allevata con una educazione severa e nel culto del dovere, riuscì a studiare e laurearsi in medicina. Nel 1937, per un certo periodo, trovò impegno a Varese negli uffici di Assistenza Sociale, un lavoro non certo di grande profitto e così, nel novembre del 1938, prese la decisione coraggiosa di emigrare in Etiopia da poco conquistata, attratta come molti altri dal miraggio di una vita più fortunata.

Rosa Dainelli in età matura.

Dopo un breve soggiorno ad Asmara, si trasferì ad Addis Abeba. Non passò molto che si scatenò la guerra. In Africa Orientale la resistenza italiana fu assai debole; già nell’aprile 1941 Addis Abeba cadde in mano inglese e il 17 maggio ci fu la resa di Amedeo d’Aosta. Non tutti gli italiani accettarono la sconfitta, parecchi tra militari e civili, sperando in una controffensiva italo-tedesca in Egitto, diedero vita a un movimento di resistenza contro gli inglesi organizzato attorno ad agenti del SIM. Anche Rosa fu tra quelli che non vollero arrendersi. Ad Addis Abeba vivevano 40.000 civili italiani oltre a un numero imprecisato di militari allo sbando e così decise di lasciare il lavoro e di rendersi utile entrando come infermiera volontaria nell’ospedale militare Regina Elena della città ad assistere feriti e malati sempre più numerosi e disperati in quella situazione di confusione che si era venuta a formare. Nelle sue carte si trova una relazione del suo operato a favore dei numerosi italiani, militari e civili. Rosa aprì anche un ambulatorio a casa sua, modesto, ma che dava soccorso a molti indigeni che versavano in misere condizioni, afflitti da piaghe, ulcere e gonfiori. Durante un viaggio nella regione Galla aveva anche riscattato uno schiavo, Woldemariam, figlio di schiavi. In quei mesi Rosa collaborò col Comitato di assistenza sorto ad Addis Abeba. Dinamica e risoluta, trattò più volte con i comandi inglesi e riuscendo spesso ad ottenere revoche o modifiche a dure disposizioni che gravavano sulla provata popolazione italiana. Era però in contatto anche con elementi della resistenza; aveva aderito infatti ai Gruppi Segreti d’Azione.

Una colonna motorizzata italiana in Etiopia.

Quell’attività di resistenza la portò ad azioni pericolose di sabotaggio una delle quali, particolarmente rischiosa, è rimasta nella storia. Fu una missione voluta dal Vice Re, Amedeo d’Aosta che culminò la sera del 16 settembre 1941, quando un boato cupo scosse la città intera: fu distrutto il Deposito d’Artiglieria, si trattava di due milioni di cartucce Fiocchi, preda bellica che gli inglesi pensavano di usare per i loro mitragliatori . Dopo il sabotaggio al deposito d’armi, Rosa e il fratello, già nel mirino dell’Intelligence, non poterono sfuggire all’arresto da parte degli Inglesi, il 7 novembre 1941. Rinchiusa nelle prigioni di Acaki, per cinque giorni fu sottoposta a torture fisiche delle quali ne porterà le ‘stigmate’ tutta la vita. Fu l’unica donna italiana ad essere torturata in Africa. Non cedette. Subì quindi due mesi di segregazione e altri sei di cella. Le torture e la dura detenzione ne minarono gravemente la salute tanto che gli inglesi decisero di trasferirla in isolamento nel campo di concentramento di Dire Daua da dove, sette mesi dopo, nell’estate del 1943, un poco ristabilita, fu rimpatriata su una nave bianca e ricoverata a Firenze. Quando si riprese ritornò al suo paese. Le navi bianche erano quattro piroscafi (Saturnia, Vulcania, Duilio e Giulio Cesare) dipinti di bianco con grandi croci rosse che furono adibite dal governo italiano a riportare dall’Africa Orientale donne, bambini e soldati feriti.

La motonave ‘Saturnia’.

Con una dozzina di viaggi rimpatriarono 50.000 persone che, per vari motivi, vennero accolte freddamente dalle istituzioni e con avversione dalla popolazione. Anche Rosa trovò un clima ostile che peggiorò dopo l’8 settembre. Non aderì al nuovo regime di Salò, ma rimase sgradita alla Resistenza e visse un periodo veramente difficile. Al momento della Liberazione, fu presa e incarcerata nella caserma dei carabinieri di Cuvio. Gli indizi contro di lei però non erano tali da inviarla in campo d’internamento e così fu liberata con il consiglio di allontanarsi. Avvilita attraversò clandestinamente il Tresa ed espatriò in Svizzera. Il suo carattere indomito non la fece perdere d’animo. trovò lavoro a Ginevra nelle Nazioni Unite, addetta al Bureau International de Travail (Ufficio Internazionale del Lavoro). Si dimostrò capace ed efficiente tanto da scalare le gerarchie e diventare funzionaria. Così come aveva fatto in Etiopia, anche in Svizzera la sua indole la portò a prestare soccorsi a molti italiani emigrati, povera gente bisognosa di aiuti materiali e assistenza burocratica, trovando a moltissimi di loro una sistemazione e un lavoro. Nel 1951 il sottosegretario al ministero dell’Africa Orientale Italiana (che cesserà solo nel 1953), gli chiese una relazione sulla sua attività ad Addis Abeba. Si voleva in qualche modo chiarire e liquidare quell’oscuro periodo storico. La compilò, ma andò incontro a una serie di difficoltà e scetticismi da parte di burocrati e militari probabilmente ognuno a salvaguardia del proprio particolare. Tutto ciò non le impedì di ricevere la decorazione al valore militare. Alta, appariscente, elegante, le sue origini non le impedivano di ben figurare nel mondo delle persone che contano e seguirne l’etichetta. Ebbe rapporti con importanti personaggi tra i quali Maria Josè, l’ex regina in esilio a Ginevra, dalla quale tutti gli anni riceveva l’invito a bere il tè nel castello di Merlinge, dove viveva separata dal Re Umberto II. In età avanzata sposò Mathias Giuseppe Martegani, benestante svizzero, di origine italiana, figlio dell’ex vicesindaco di Ginevra. Poco dopo i settant’anni una subdola infezione alle gambe si propagò al corpo portandola alla morte. Era il 17 marzo ’73. Volle essere sepolta al cimitero di Cuveglio, dove ancora riposa.

(*) Fonte: http://curiosonevarese.blogspot.com

L’Africa Orientale Italiana in una illustrazione dell’Istituto Geografico Militare di Firenze del 1936.

domenica 12 luglio 2026

EUROPA KAPUT

 

EUROPA KAPUT

 

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L’Europa è finita..!

Anzi, non è mai incominciata come dimostrato dalla storia di questi ultimi anni e, nuovamente per ultimo, dalla cronaca dei fatti dei migranti della motonave Diciotti.

I trattati e gli accordi disporrebbero che questi migranti dovrebbero essere distribuiti nei vari stati europei e non lasciati, come al solito, a carico della sola Italia che già ne ha accolti negli anni passati a centinaia di migliaia.

Ma i vari capi di stato europei sono però sordi ed assenti, pronti solamente a non assumersi la responsabilità degli accordi sottoscritti ed a dimostrare nei fatti e non solamente a parole, che l’Europa è un tutt’uno omogeneo e solidale ed a fare comunque una resistenza passiva ad oltranza.

Non poteva essere diversamente e noi, inascoltati e derisi dalla massa di parolai acefali e logorroici, lo avevamo detto quando affermavamo che questa Europa delle banche e dei poteri politici nazionali NON poteva funzionare e che quella che avrebbe invece funzionato era quella delle Patrie che nessuno voleva per non abdicare al proprio potere individuale e di cosca.

I fatti ci stanno dando ragione!

Avevamo ragione noi e torto gli altri.

L’Europa delle banche e dei tornaconti privati lascia infatti intatte le differenti valutazioni degli interessi di ciascun stato ed impedisce invece la visione unitaria dell’interesse collettivo dei vari Paesi componenti.

In chiave macroscopica è un poco la ripetizione delle discrasie che si verificano in Italia a causa della eccessivo decentramento tra i vari poteri amministrativi e che si traducono alla fine in malgoverno.

Inoltre il persistere della valorizzazione di interessi particolari e non comuni impedisce di fatto l’amalgama necessaria per la creazione di un’Europa Stato che dovrebbe esser il fine ultimo della confederazione.

Insomma il solito pasticciaccio che privilegia la furbizia all’intelligenza, la disonestà alla correttezza, la buona fede ai secondi fini!

D’altronde con questa classe politica che vive da sempre di questi squallidi mezzucci è quasi impossibile realizzare quell’altra Europa.

E’ come se si pretendesse che un imbianchino dipingesse il cenacolo di Leonardo da Vinci…!!

Non ci resta altro che la denuncia che però, siamo sicuri dato l’ambiente in cui viviamo, Non avrà esito alcuno mentre continuerà il teatrino della presa per i fondelli dei cittadini..!!

Alessandro Mezzano