Anzi, non è mai incominciata come dimostrato dalla storia di questi ultimi anni e, nuovamente per ultimo, dalla cronaca dei fatti dei migranti della motonave Diciotti.
I trattati e gli accordi disporrebbero che questi migranti dovrebbero essere distribuiti nei vari stati europei e non lasciati, come al solito, a carico della sola Italia che già ne ha accolti negli anni passati a centinaia di migliaia.
Ma i vari capi di stato europei sono però sordi ed assenti, pronti solamente a non assumersi la responsabilità degli accordi sottoscritti ed a dimostrare nei fatti e non solamente a parole, che l’Europa è un tutt’uno omogeneo e solidale ed a fare comunque una resistenza passiva ad oltranza.
Non poteva essere diversamente e noi, inascoltati e derisi dalla massa di parolai acefali e logorroici, lo avevamo detto quando affermavamo che questa Europa delle banche e dei poteri politici nazionali NON poteva funzionare e che quella che avrebbe invece funzionato era quella delle Patrie che nessuno voleva per non abdicare al proprio potere individuale e di cosca.
I fatti ci stanno dando ragione!
Avevamo ragione noi e torto gli altri.
L’Europa delle banche e dei tornaconti privati lascia infatti intatte le differenti valutazioni degli interessi di ciascun stato ed impedisce invece la visione unitaria dell’interesse collettivo dei vari Paesi componenti.
In chiave macroscopica è un poco la ripetizione delle discrasie che si verificano in Italia a causa della eccessivo decentramento tra i vari poteri amministrativi e che si traducono alla fine in malgoverno.
Inoltre il persistere della valorizzazione di interessi particolari e non comuni impedisce di fatto l’amalgama necessaria per la creazione di un’Europa Stato che dovrebbe esser il fine ultimo della confederazione.
Insomma il solito pasticciaccio che privilegia la furbizia all’intelligenza, la disonestà alla correttezza, la buona fede ai secondi fini!
D’altronde con questa classe politica che vive da sempre di questi squallidi mezzucci è quasi impossibile realizzare quell’altra Europa.
E’ come se si pretendesse che un imbianchino dipingesse il cenacolo di Leonardo da Vinci…!!
Non ci resta altro che la denuncia che però, siamo sicuri dato l’ambiente in cui viviamo, Non avrà esito alcuno mentre continuerà il teatrino della presa per i fondelli dei cittadini..!!
L' intervista che segue al Generale Mini è stata realizzata in tempi non sospetti (noi la pubblicammo per la prima volta nel 2012), in essa si parla di cambiamenti climatici, di tsunami e di terremoti e il Gen. Mini non ha nessuna difficoltà ad ammettere nella maniera più chiara che tali eventi possono essere creati artificialmente e che rappresentano ormai l' ultima frontiera degli armamenti delle superpotenze e in special modo degli Stati Uniti.
Ma chi è Fabio Mini ? Sono attendibili le sue parole ?
Dunque l' uomo è tutto fuorché un coglione che non sa pesare le parole o peggio non sa ciò che dice. Mini sa perfettamente cosa dice e sa perfettamente come dirlo. Dobbiamo dunque presumere che quanto è contenuto in questa intervista sia vero, dalla prima parola all' ultima...e francamente è agghiacciante
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Intervistatrice:Buongiorno Generale Fabio Mini, una cortesia si può presentare, per cortesia, da solo: lei di che cosa si occupa e che cosa fa?
Gen. Mini:Beh sono un generale in cosiddetta ausiliaria, noi generali non andiamo mai in pensione: transitiamo dal servizio attivo a uno stato intermedio in cui siamo a disposizione dell'amministrazione e poi passiamo nella Riserva, che comunque sono tutti eufemismi per la pensione quindi sono un generale in pensione e mi occupo di collaborazione e diffusione su temi strategici, scrivo libri, faccio conferenze, do qualche consiglio a qualcuno che non li vuole e che non li vuole comunque ascoltare, ma io ci provo lo stesso, e mi sono impegnato anche un po' nel campo, così, del sostegno umanitario: ho fondato insieme ad amici un'associazione che si chiama Peace Generation.
Intervistatrice:Ecco senta generale quando lei era attivo, mi sembra che sia più attivo anche adesso, ma quando era attivo in che settori soprattutto lavorava dal punto di vista militare?
Gen. Mini:Dal punto di vista militare ho avuto tre grandi branche; una branca è stata quella di interesse, una branca è stata quella della comunicazione: io ho fatto il portavoce del Capo di Stato Maggiore dell'Esercito così come dello Stato Maggiore della Difesa. La seconda branca è stata quella logistica: mi sono occupato anche di contratti, contrattistica in questa maniera; la terza è quella che mi ha preso più la parte sostanziale della vita operativa è stata quella appunto operativa: ho comandato le unità dei Vespri Siciliani, ho comandato tutti i tipi di unità bersaglieri, vengo dai bersaglieri, e poi ho comandato il contingente internazionale, la forza internazionale di pace in Kosovo, che è KFOR. Ho fatto il Capo di Stato Maggiore della NATO in Sud Europa, quindi ho avuto parecchi incarichi; sono stato in Cina per tre anni come addetto militare, sono stato in America per altri due anni come integrato in una unità americana e così ho avuto moltissime esperienze.
Intervistatrice:C'è un suo articolo molto interessante sul numero di Limes che intitolava "Il clima dell'energia, il tempo che farà, le guerre dei tubi, l'Italia a rischio". Ecco il titolo che lei ha dato è "Owning the weather: la guerra ambientale globale è già cominciata"; vorrei cominciare con questa frase che lei ha scritto: "la guerra ambientale in qualunque forma è proibita da leggi internazionali. Le Nazioni Unite fin dal 1977 hanno approvato la convenzione contro le modifiche ambientali" e poi sotto c'è scritto: "la guerra ambientale è oggi definita come l'intenzionale modificazione di un sistema ecologico naturale come il clima i fenomeni meteorologici gli equilibri dell'atmosfera della ionosfera della magnetosfera le piattaforme tettoniche etc..., allo scopo di causare distruzioni fisiche, economiche, psicosociali nei riguardi di un determinato obiettivo geofisico o una particolare popolazione". Di cosa stiamo parlando, generale? Di cosa stiamo parlando ieri, di cosa stiamo parlando oggi e di cosa stiamo parlando del futuro?
Gen. Mini:Il senso dell'argomento fondamentale è questo, che poi è anche la mia tesi: la guerra è cambiata, cioè non ci possiamo più tenere attaccati al concetto di guerra tradizionale quando c'era uno che sparava contro un altro. E' cambiata non soltanto perchè gli interlocutori della guerra o anche i cointeressati alla guerra sono moltissimi; è cambiato perchè i sistemi d'arma sono cambiati: non ci sono più soltanto fucili o missili adesso ci sono anche altri tipi di arma. Una arma fondamentale che nella guerra moderna o in questa guerra globale ha assunto una rilevanza fondamentale è proprio l'arma psicologica o comunque l'arma dell'influenza che può essere esercitata con tutto quindi l'ambiente inteso come sistema ecologico, nel quale noi viviamo e dal quale noi dipendiamo, è diventato un attore principale, non è soltanto una cornice, è un attore principale della guerra, può essere addirittura un obiettivo ma può essere anche uno strumento e questo è il concetto fondamentale.
Intervistatrice:Ecco senta, io vado sempre avanti con il suo articolo, a pagina 82 lei scrive: "Tutti fingono di credere che le devastanti esplosioni delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki siano state le prime ed ultime della storia militare, eppure tutti sanno che da allora ci sono già state più di 1.000 esplosioni nucleari nel sottosuolo, nelle profondità degli oceani, in superficie e nello spazio e queste possono provocare per esempio degli tsunami". Che cosa voleva dire qui generale?
Gen. Mini:Volevo dire che quando si pensa che un certo sistema d'arma come l'ordigno nucleare, con le leggi con le convenzioni internazionali, è stato limitato è vero che è stato limitato però si sono sviluppate altre utilizzazioni anche dello strumento nucleare ed oltre lo strumento nucleare anche di quello magnetoelettrico.
Intervistatrice:Quindi io posso con le... mi scusi se la interrompo: quindi io posso con un esplosione, un esperimento, creare un sisma anche in qualche modo voluto.
Gen. Mini:Ma assolutamente vero, nel senso che questo non è ormai una fantasia o una illazione, sono cose ormai che sono tecnicamente e scientificamente provate. Quello che manca è la prova che qualcuno deliberatamente lo abbia già fatto, però se si vanno a vedere quali sono le linee di frattura o le faglie che ci sono nella crosta terrestre e si può immaginare che se uno agisce in un punto, per esempio in mezzo al pacifico con una esplosione controllata nucleare o anche soltanto non nucleare o anche soltanto convenzionale, bene il riverbero delle onde sismiche che produce questa esplosione può arrivare e alimentare e provocare addirittura lo tsunami; ma adesso lo tsumani è una forma così che tutti quanti conoscono ma i terremoti in genere possono essere in questo senso...
Intervistatrice:Ecco scusi, io la interrompo sempre perchè... negli ultimi anni io ho fatto delle ricerche e ho sempre visto proprio facendo delle tabelle di raffronto che dove c'erano state delle esplosioni sotterranee, io ho seguito anche alcune esplosioni che venivano fatte dai francesi nel Sahara, poi Mururoa, poi in India e in Pakistan, poi a breve distanza venivano fuori dei terremoti quindi a volte erano sperimentazini quindi si può anche pensare che si possano creare al di là dei terremoti anche dei sisma, anche delle frane, delle valanghe, delle inondazioni, cioè degli scienziati in questo caso molto bravi ma in negativo possono in qualche modo condizionare l'ambiente e quindi l'economia anche di un Paese.
Gen. Mini:Ma assolutamente sì cioè questa è una capacità tecnica, tecnico operativa, che esiste. Adesso io ripeto non ho prova provata che ci sia stato un cosiddetto esperimento o nucleare o convenzionale che abbia provocato un reale terremoto, però la parte tecnica c'è ed io sono anche abbastanza pessimista dal punto di vista militare perchè in 45 anni di carriera militare in giro per il mondo ne ho viste di tutti i colori su quello che riusciamo a combinare, cosa riesce a combinare la fantasia umana, bene io sono veramente pessimista nel fatto di dire che probabilmente c'è qualcuno che ci ha già provato a fare di queste cose; non so dove non so quando ma certamente non nei casi, io penso e spero, nei casi che lei ha seguito perchè in genere quando si fanno queste operazioni si sa benissimo qual è il danno, la conseguenza che si vuole provocare, e non si vuole certo far risalire all'attore o a colui che lo ha provocato percui se lei ha seguito degli esperimenti che erano già stati preannunciati o annunciati questi probabilmente sono o casuali, le conseguenze sono o casuali oppure non volute. Però chi è che vuole farlo veramente ha la capacità tecnica di farlo, lo può fare.
Intervistatrice:Ecco lei ha citato un esempio molto interessante: negli anni '40 un professore australiano, vuole raccontare questa cosa che lei ha seguito, che faceva questi esperimenti, ai nostri ascoltatori?
Gen. Mini:Mah insomma questo è un professore israeliano che si è messo a fare... era australiano, più che altro neozelandese, faceva questi esperimenti, vedeva quali erano le incidenze di questi fenomeni e si è accorto che si potevano provocare...
Intervistatrice:...delle onde anomale, no, mi diceva?
Gen. Mini:...potevano fare delle onde anomale, lui le ha provocate: al largo di Aukland lui ha provocato delle onde anomale, dei piccoli tsunami; in realtà erano soltanto fenomeni di onde che venivano, che montavano per conto proprio, e lui c'è riuscito in maniera controllata in maniera limitata ma c'è riuscito e ci è riuscito talmente bene che poi è sparito per un periodo dalla circolazione ma nel frattempo era stato contattato dagli Stati Uniti i quali sempre da un punto di vista tecnico-scientifico volevano vedere quali erano le possibili applicazioni di questo tipo di nuova, parliamo degli anni '40 subito dopo la guerra, di questa nuova arma in una eventuale difesa o comunque offesa contro un eventuale nemico. Lui sembra che non abbia aderito alla parte militare di questo progetto, sembra, ma ovviamente i dati che lui aveva erano a disposizione di tutti anche perhè lui, quella volta, lavorava in Australia per conto della Università della Neozelanda ma chi gestiva i fondi dati a questo progetto erano Gran Bretagna e Stati Uniti.
Intervistatrice:Senta Gen. Mini lei, nel suo articolo, che tra l'altro posso dirlo a chi ci sta ascoltando, noi stiamo consigliando a tutti di leggerlo, proprio anche a quelli che da anni lavorano su queste cose e molte volte anche incontrando delle diffidenze. Lei parla anche di questo centro in Alaska che conosciamo tutti, HAARP, il quale lavora sulle onde ad alta frequenza, questo è finanziato... e su questo si è sempre pensato che potesse influire sul clima; ecco vogliamo parlare... lei ne parla nel suo articolo.
Gen. Mini:Sì ne parlo perchè in effetti è una di quelle evoluzioni della ricerca sulle onde a bassissima frequenza e altissima frequenza, sono i due estremi, per la loro capacità praticamente di superare gli ostacoli, di non essere influenzati dalla curvatura terrestre, di non essere influenzati da ostacoli di varia natura... è quello quindi di modificare, di poter modificare l'assetto anche atomico delle cose. Bene questi generatori ovviamente di queste onde elettromagnetiche particolari, ovviamente chi è che li gestisce dice che sono per tutt'altra natura che non hanno questo tipo di capacità...
Intervistatrice:...sì qualcuno diceva che volevano creare una specie di scudo per difendere la terra dal discorso dell'ozono mi pare... c'erano delle motivazioni che nessuno credeva poi tra l'altro...
Gen. Mini:Sì francamente diventano anche poco credibili. Sa che cos'è, mantengono una certa dose di credibilità perchè nessuno sa veramente di che cosa si tratta percui se una fonte autorevole dice, come un governo, dice "no, noi non stiamo facendo questi esperimenti per questo ma lo facciamo per motivi difensivi e non turbiamo, alteriamo l'equilibrio ecologico di nessuno, tutti quanti tendono a crederci; soltanto che negli ultimi 15 - 20 anni ormai questo livello di fiducia sulla parola incomincia a scadere un po' insomma, ecco queste onde elettromagnetiche hanno la capacità di interferire e quindi di addirittura di provocare delle alterazioni meteorologiche focalizzate in determinati punti che poi possono montare per conto proprio...
Intervistatrice:Ecco, Generale Mini, tra l'altro noi abbiamo raccolto negli anni, negli ultimi anni, delle proteste da parte per esempio di Paesi come la Russia, come la Cina ma anche altri Paesi che lamentavano, a parte che anche i russi sanno condizionare molto bene il clima anche loro hanno delle possibilità insomma in questo senso di creare dei fenomeni meteorologici, accusavano proprio che certe situazioni meteorologiche di aridità, di siccità o di eccessiva pioggia o di eccessivo freddo, come sta succedendo adesso in Cina, potessero essere provocate artificialmente; avevano fatto una denuncia nazionale, internazionale, dicendo c'è qualcuno dietro tutta questa operazione per creare problemi alla situazione economica di un paese. Lei che cosa risponde di fronte a questo? Lei non ha le prove però a livello, così, di momento...
Gen. Mini:A livello così di momento proprio di riflessione, di una riflessione....
Intervistatrice:Certo, non è tanto fuori di norma insomma questa cosa...
Gen. Mini:Non è al di fuori della norma, come ripeto, anche questo campo, cioè, è un campo in cui la parte tecnica è molto avanzata; ora quando si parla che, si pensa che il programmaOwning the Weather 2015, voglio dire... no 2025 addirittura, è partito nel 1999; oggi siamo nel 2008 quindi sono già passati 10 anni e questo obiettivo di possedere il tempo meteorologico entro il 2025 a fini militari, questo è il programma perchè è finanziato dall'aeronautica militare statunitense non è finanziato da McDonald che vuole vendere gli hamburger, quindi questo è un programma che sta andando avanti e se tanto mi dà tanto, se l'obiettivo finale è al 2025, nel 2008 noi abbiamo già qualche risultato lo dobbiamo avere altrimenti chi è che investe i soldi avrebbe già chiuso i rubinetti dei fondi. Qundi ci sono già adesso delle capacità pratiche che possono essere sfruttate io dubito molto a livello di riflessione che ci sia qualcuno che intenzionalmente stia dirigendo queste armi contro un altro obiettivo. Dubito molto non perchè credo che gli uomini siano buoni, dubito molto che ne abbiano acquisito la capacità, però ho messo anche in evidenza nell'articolo la teoria, ma anche le supposte prove, che uno scienziato tecnico militare americano dà di queste cose e lui, secondo lui, i russi... lui attribuisce ai russi...
Intervistatrice:...Bearden mi pare...
Gen. Mini:...esatto sì, ma quello che si può attribuire ai russi si può attribuire agli Stati Uniti in maniera maggiore oggi, perchè gli hanno superati in molti campi, ma si può attribuire anche ai cinesi i quali intanto si stanno organizzando e attrezzando per questo; percui se lui pensa che ci siano stati già negli anni '70 degli episodi di utilizzazione di queste onde elettromagnetiche per produrre puntuali fenomeni atmosferici sul territorio degli Stati Uniti, io penso che se lui, e lui è uno scienziato... tra l'altro scrive dappertutto è accreditato dalla organizzazione degli scienziati americani insomma, non dovrebbe essere un millantatore o un fesso. Percui prendendo anche... facendo la tara a quello che lui dice, dal punto di vista tecnico-scientifico già esiste questa capacità e questa possibilità; speriamo soltanto che non abbiano ancora raggiunto un livello tale, soprattutto di determinazione e dico da un certo punto di vista, di stupidità e cattiveria, da impiegarlo realmente pensando di far fuori un obiettivo o un nemico circoscritto senza allargare i danni ad altri che possono anche non essere nemici e possono anche...
Intervistatrice:...quindi diciamo, per concludere, noi possiamo concludere con quest'immagine su cui io voglio proprio la sua chiusura: io posso provocare, dal punto di vista climatico, una siccità in un paese quando ho l'intenzione di far, come si può dire, andare via una popolazione che in qualche modo mi possa essere di peso la faccio, non so, diventano dei profughi da un'altra parte perchè in quel Paese ci sono materie prime che m'interessano.
Gen. Mini:Questo è un fatto che non si può...
Intervistatrice:...questa è una guerra...
Gen. Mini:Questo è un fatto che non si può assolutamente escludere ed è una guerra.
Sono passati oramai tre mesi
dall'operazione “Ruggito del Leone”, così chiamata da
Netanyahu, cioè l'attacco congiunto e su larga scala contro l'Iran
da parte di Stati Uniti e Israele e nessuno degli obiettivi
ipotizzati è stato raggiunto.
Il Regime iraniano o teocrazia
islamica non è caduto, la popolazione seppure provata dai
bombardamenti e dalle distruzioni in buona parte fa quadrato contro
gli aggressori, il complesso militare iraniano è solo parzialmente
distrutto e lo stretto di Hormuz è ancora bloccato e sotto il quasi
totale controllo degli Iraniani.
E' evidente che Trump, su
pressione del suo grande amico e alleato Netanyahu, ha effettuato un
azzardo, un pericoloso azzardo, del quale molti uomini della sua
“Intelligence”, inascoltati, l'avevano messo in guardia.
Adesso è in corso una lunga e
complessa trattativa, mediata dalla Repubblica Islamica del Pakistan,
che dovrebbe consentire a Trump di uscire più o meno dignitosamente
dal pantano persiano nel quale si è cacciato.
Intanto il blocco dello Stretto
di Hormuz, da dove transita il 20% del petrolio mondiale e un terzo
del gas naturale liquefatto, sta causando una forte carenza di
materie prime energetiche, con la conseguenza dell'aumento dei prezzi
del greggio, della benzina e delle bollette energetiche di mezzo
mondo.
Non solo, da Hormuz transitano
anche fertilizzanti, prodotti petroliferi raffinati, elio per i chip
e alluminio e questo mette in crisi anche le catene di
approvvigionamento dell'industria chimica e dei semiconduttori.
Gli Usa, a loro volta, hanno
chiamato l'attacco all'Iran “Furia epica”, ma di epico c'è
solo la resistenza della nazione islamica che, pur fiaccato da
decenni di sanzioni, resiste alla superpotenza mondiale Usa e al suo
alleato israeliano.
Nei suoi oramai quasi quattro
anni del suo Governo la Meloni ha più volte ricordato ed esaltato il
crescente numero di occupati registrato in Italia che sono arrivati
al 63,4% della popolazione di riferimento (quella compresa
nella fascia di età tra i 15 e i 64 anni).
E' sicuramente positivo che in
Italia l'occupazione abbia continuato a crescere, dopo la battuta
d'arresto dovuta alla pandemia, ma è una una crescita che andrebbe
analizzata per vedere luci e ombre, non solo per sfruttata per
propaganda politica.
Intanto bisogna precisare che,
nelle periodiche rilevazioni dell'ISTAT, è considerato occupato “la
persona che nella settimana di riferimento abbia avuto almeno un'ora
di lavoro retribuito”,
metodo questo che fa considerare occupati anche coloro che svolgono
soltanto lavori molto saltuari o minimi.
Poi per una reale valutazione
della crescita occupazionale in Italia è necessario fare
l'inevitabile raffronto con le altre Nazioni europee.
Come già scritto, ad aprile
2026 il tasso di
occupazione in Italia
si è attestato al 63,4%
(con un modesto calo dello 0,3% su base annua).
Ebbene con questo 63,4%
di occupati l'Italia si colloca agli ultimi posti tra le Nazioni
europee, superata persino da Paesi che in passato hanno dovuto
superare gravissime crisi.
Questa la classifica europea
degli occupati al 31 marzo 2026
Grecia 91,7%
Paesi Bassi 82,4%
Malta 79,8%
Germania 77,7%
Cipro 77,2%
Danimarca 76,6%
Repubblica Ceca 75,7%
Austria 74,6%
Irlanda 74,5%
Lituania 73,8%
Polonia 73,2%
Slovenia 73,0%
Slovacchia 72,6%
Norvegia 69,6%
Francia 69,4%
Finlandia 69,2%
Croazia 68,7%
Svezia 68,5%
Estonia 68,1%
Lussemburgo 68,0%
Belgio 67,3%
Portogallo 65,6%
Ungheria 65,0%
Lettonia 64,8%
ITALIA 63,4%
Romania 62,6%
Bulgaria 53,1%
Spagna 52,4%
Come si vede le uniche nazioni
europee che hanno una percentuale di occupati inferiore a quella
dell'Italia sono Romania,
Bulgaria
e Spagna.
La media delle percentuali degli
occupati delle 20 Nazioni dell'Area Euro è del 70,9%,
quindi l'Italia è al di sotto dell'8,5%
di questa media.
Sono diversi i fattori per i
quali l'Italia è tutt'ora in fondo alla classifica degli occupati,
dal “lavoro femminile”, in Europa le donne che lavorano
sono in media circa il 70% mentre nel nostro Paese arrivano si
è no al 50%, al problema dei “giovani” il cui
tasso di occupazione è tra i più bassi d'Europa.
Infine c'è l'annoso problema
del divario tra Nord e Sud, perché se nel settentrione la
percentuale di chi lavora si avvicina alla media europea del 70%,
al meridione resta ancora solo attorno al 45%.
Come si vede l'occupazione che
cresce in Italia è sicuramente un dato certo e positivo, ma il
Governo non può limitarsi ad esaltarlo e sfruttarlo
propagandisticamente perché, come per i salari e gli stipendi, le
altre Nazioni europee corrono, mentre l'Italia arranca.
Pagine di Storia poco note. La Resistenza anticomunista in Albania nel secondo dopo guerra. Di Alberto Rosselli.
Tirana, 20 febbraio 1991: il popolo albanese festeggia la fine del regime comunista.
Premesse storiche
In
seguito alla sconfitta della Turchia nella Prima Guerra Balcanica, il
28 novembre 1912 l’ex-possedimento ottomano di Albania conquistò la sua
indipendenza, poi riconosciuta a livello internazionale nel 1913 durante
la Conferenza di Londra. Dopo essere stato brevemente governato da un
sovrano straniero (il principe tedesco Guglielmo di Wied), nel 1914, in
concomitanza con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, il paese venne
occupato, fino al 1918, da forze austriache e italiane. Nel dicembre
1920, l’Albania fu ammessa nella Lega delle Nazioni e nel 1927 il suo
nuovo leader, Ahmed Zogu, esponente dell’aristocrazia terriera, firmò
con Mussolini un trattato di amicizia, proclamando, l’anno seguente, la
monarchia. Dopo diverse vicende, il 7 aprile 1939 l’Italia occupò
l’Albania, annettendola. Nel corso della Seconda Guerra Mondiale, le
formazioni comuniste, guidate da Enver Hoxha, scesero in campo prima
contro gli italiani e poi, dopo l’8 settembre 1943, contro i nuovi
occupanti, cioè i tedeschi. Il 29 novembre 1944, le truppe della
Wehrmacht, pressate dalle forze britanniche sbarcate in Grecia e da
quelle sovietiche entrate in Serbia, abbandonarono spontaneamente Tirana
e l’intero paese, consentendo di fatto alle forze comuniste di prendere
il controllo del territorio e di avviare un’immediata epurazione di
tutti i leader degli altri raggruppamenti politici che, facendo parte
della ALNA (il movimento partigiano albanese), in qualche modo avevano
anch’essi partecipato alla lotta contro l’invasore germanico.
Il leader comunista Enver Hoxha ai tempi della resistenza anti tedesca (1944).
Molti
esponenti di queste formazioni (sia monarchici che repubblicani)
riuscirono tuttavia a riparare in Italia e in Grecia. Il 10 novembre
1945, Enver Hoxha si impose di fatto quale unico capo assoluto del
regime e primo dirigente del Partito Comunista Albanese: duplice
incarico che venne poi confermato, il successivo 2 dicembre, attraverso
consultazioni elettorali farsa a lista unica. L’11 gennaio 1946,
l’assemblea costituente di Tirana proclamò la nascita della Repubblica
Popolare di Albania, e una delle prime iniziative promosse dal nuovo
governo consistette nell’applicare severe restrizioni alla libertà di
movimento da parte dei pochissimi diplomatici americani e inglesi
presenti nel paese e sospettati “di istigare sollevazioni anticomuniste
nel paese”. Di conseguenza, nell’aprile del 1946, la Gran Bretagna – che
dalla fine della guerra manteneva a Tirana un paio di rappresentanti –
comunicò che avrebbe rinunciato ad inviare in Albania una sua
delegazione diplomatica ufficiale. E dal canto loro, nel mese di
novembre, gli Stati Uniti decisero di ritirare i propri incaricati. Poco
più tardi, Londra e Washington – indignate dall’atteggiamento
autoritario e vessatorio di Hoxha – dichiararono a chiare lettere di
volersi opporre all’ammissione all’Onu “di uno stato palesemente
antidemocratico come quello albanese comunista”. E pochi mesi più tardi,
le già difficili relazioni tra l’Albania e l’Occidente, in particolare
la Gran Bretagna, ebbero modo di deteriorarsi ulteriormente. Nel maggio e
nell’ottobre del 1946, due gravi incidenti navali verificatisi nel
canale di Corfù (che Tirana rivendicava), provocati da mine e dal fuoco
di batterie costiere albanesi, causarono il danneggiamento di un paio di
unità da guerra britanniche e la morte di 44 marinai (22 ottobre 1946).
Ma non si era che all’inizio di una lunga contesa. Tra il 1946 e il
1949, l’Albania – dietro suggerimento di Stalin – appoggiò la guerriglia
scatenata dai partigiani comunisti greci contro il legittimo governo di
Atene – atteggiamento che rese a dire poco esplosiva la situazione (1).
Tra il 1948 e il 1949, le relazioni tra Albania e Iugoslavia, già
particolarmente difficili a causa delle molte dispute di confine (vedi
la questione kossovara), si interruppero definitivamente in seguito
all’espulsione di quest’ultima dal Cominform.
Tra
il 1948 e il 1952, con lo scoppio della Guerra Fredda, la Gran Bretagna
e gli Stati Uniti, iniziano ad appoggiare, attraverso il SIS e la CIA,
diverse operazioni aeronavali che avevano come scopo l’introduzione in
territorio albanese di agenti anticomunisti ex-appartenenti o
simpatizzati dei partiti di opposizione precedentemente eliminati da
Enver Hoxha. Tuttavia, come si vedrà, tali operazioni si riveleranno un
sostanziale fallimento. Nel 1960, in seguito a vari dissapori, l’Albania
arriverà a rompere i rapporti diplomatici con l’URSS, allacciando nel
contempo una stretta amicizia con la Cina di Mao Tse-tung.
Dopo
l’invasione sovietica della Cecoslovacchia (1968), l’Albania abbandonerà
il Patto di Varsavia e varerà un’intensa politica di autodifesa che,
nel corso degli anni, porterà lo Stato alla bancarotta. Ossessionato da
possibili attacchi da parte della Iugoslavia e delle forze del Patto
Atlantico, il dittatore Hoxha ordinerà, tra l’altro, la costruzione di
ben 750.000 tra casematte e bunker. Nel 1978, i rapporti privilegiati
dell’Albania con la Cina giungeranno anch’essi al capolinea, facendo
sprofondare il Paese delle Aquile in un totale isolamento
politico-diplomatico che durerà fino al 1985 quando, dopo la morte di
Hoxha, il suo successore, Ramiz Alia, tenterà di avviare un cautissimo
ma anche confuso programma di liberalizzazione socio-economica e di
apertura verso l’esterno. In seguito alla grande manifestazione di
protesta studentesca di Tirana del dicembre del 1990, il governo sarà
costretto a legalizzare i partiti di opposizione. Pur vincendo le
elezioni del 1991, il Partito Comunista Albanese, ormai minato da
profondi mali e dissidi interni, si avvierà, di lì a poco, verso il
totale sfaldamento e alla metà del maggio dello stesso anno, uno
sciopero generale costringerà la compagine a trasformarsi in Partito
Socialista (PSS) e ad unirsi in coalizione con il partito di opposizione
dei Democratici (PDS). Alla fine del 1991, l’Albania, ormai in preda al
disordine più totale e ad una situazione economica disastrosa, verrà
sconvolta da una serie di sommosse che l’anno seguente, dopo 47 anni di
potere assoluto, porranno fine all’era comunista.
Le missioni anglo-americane in Albania 1949-1952
Contrariamente
a quanto si verificò negli altri Paesi precedentemente trattati, per
quanto concerne l’Albania, sottoposta al regime di Ever Hoxha, non è
forse corretto fare riferimento all’attività svolta nel secondo
dopoguerra da un vero e proprio movimento di resistenza effettivamente
presente sul territorio (tra il 1945 e il 1952, nel paese agirono
soltanto poche decine di ribelli anticomunisti che alla fine vennero
tutti arrestati e condannati a morte), ma piuttosto ai diversi e spesso
vani tentativi compiuti, tra il 1948 e il 1952, dai servizi segreti
britannici e americani, per introdurre nel paese patrioti albanesi
disposti a lottare per strappare il potere al leader Hoxha. Come si
vedrà, lo scopo di queste sfortunate missioni fu proprio quello di
inoculare nel paese germi insurrezionali e per creare i presupposti di
una rivolta armata contro una delle più feroci dittature comuniste e
atee del secondo dopoguerra. (2)
Ma come si è
detto, quasi tutti i tentativi promossi dai servizi segreti
anglo-americani andranno incontro ad una serie di disastri, sfociando
nell’arresto e nella condanna di quasi tutti gli infiltrati. Nel 1952, i
tribunali albanesi, al termine di sbrigativi processi, manderanno
infatti al patibolo circa 300 tra commando, basisti e simpatizzati,
inducendo Londra e Washington ad interrompere qualsiasi iniziativa. Già
nel marzo 1951, con il preciso scopo di sventare qualsiasi tentativo di
penetrazione da parte di “agenti reazionari al soldo dell’imperialismo
occidentale”, il regime albanese renderà ancora più ferree le sue misure
di sicurezza atte a garantire l’integrità del territorio nazionale.
Nel settembre 1952, l’Assemblea del Popolo varerà un nuovo e (se
possibile) ancora più duro codice penale contenente, tra le varie
disposizioni, una legge attraverso la quale poteva essere applicata la
pena capitale “nei confronti di qualsiasi cittadino di età superiore
agli 11 anni ritenuto colpevole di cospirazione contro lo stato o di
danneggiamento di proprietà pubbliche”.
Nel tardo autunno 1944,
dopo la ritirata delle truppe tedesche dall’Albania, le varie fazioni
partigiane che avevano contribuito – grazie anche all’appoggio
dell’esercito e dei servizi segreti britannici – ad accelerare la
liberazione del paese, entrarono subito in lotta tra di loro, e in
questo breve ma cruento scontro, il movimento comunista riuscì a
prevalere, anche in virtù degli aiuti forniti dall’amico-nemico Tito. La
nuova situazione venutasi a creare nel Paese delle Aquile mise in serio
allarme il governo inglese che, avendo avuto modo di rapportarsi con il
leader marxista durante il periodo della resistenza antitedesca, si
rese conto che – data la natura e i programmi del suo nuovo governo –
l’Albania si sarebbe potuta trasformare in una minacciosa base avanzata
sovietica sul Canale di Otranto e sul Mediterraneo. Questa
considerazione, per nulla peregrina, indusse quindi la Gran Bretagna ad
imbastire, attraverso il SIS, un piano per destabilizzare in qualche
modo il regime di Tirana divenuto ormai troppo pericoloso. Non essendo
in grado di sostenere da sola un impegno così oneroso, nel 1947 Londra
decise di coinvolgere l’amministrazione di Washington che, nel
frattempo, dopo essersi resa conto della vera natura dei regimi
comunisti, stava anch’essa correndo ai ripari. Il 12 marzo 1947, il
presidente Harry Truman aveva infatti enunciato quella che sarebbe
passata alla storia come la sua Dottrina. Come è noto, con questo
documento presentato al Congresso, il presidente dichiarò la ferma
volontà degli Stati Uniti nell’adoperarsi per “tutelare gli interessi di
tutti i popoli liberi minacciati da minoranze armate o da nemici
esterni”.
Il Presidente americano Harry Truman.
A
dimostrazione del rapido cambiamento in corso dei rapporti tra
Occidente e mondo comunista e della ferma presa di posizione americana,
il 21 ottobre 1947, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite incaricò
una speciale commissione per indagare circa l’attività sovversiva
(denunciata da Washington e Londra) dei ribelli comunisti greci di
Markos, e delle forze straniere che li appoggiavano. E abbastanza
facilmente e rapidamente, la commissione poté appurare che le forze di
Markos godevano effettivamente dell’appoggio dei governi albanese,
bulgaro e iugoslavo. Ovviamente, L’Urss e i suoi alleati – che non
avevano preso parte ai lavori della commissione – protestarono con
vigore, negando qualsiasi responsabilità da parte dei governi di Tirana,
Sofia e Belgrado che all’epoca manteneva ancora buoni rapporti con
Mosca.
Partigiani albanesi anticomunisti.
Nella
convinzione che il blocco sovietico fosse comunque intenzionato a
proseguire nella sua politica di espansione, nell’ottobre 1948, in
Inghilterra venne creato un particolare organo dipendente dal Foreign
Office: il cosiddetto “Comitato Russia”, al quale venne affidato il
compito di pianificare e coordinare apposite contromisure atte a
contenere la “politica aggressiva dell’Unione Sovietica e dei suoi paesi
satellite”. Fino dalle prime riunioni, il Comitato si pose come
obiettivo anche quello di coinvolgere direttamente i servizi segreti
statunitensi, già al lavoro, dietro direttive di Truman,
nell’elaborazione di una nuova strategia anti-comunista, quella della
“risposta elastica”. I membri del “Comitato Russia” ebbero modo di
esaminare per la prima volta del caso Albania nel corso della riunione
del 25 novembre 1948, convocata per studiare i metodi e le tecniche più
adatte per combattere la Guerra Fredda ormai in atto. Al termine del
meeting – al quale parteciparono alte sfere del Foreign Office e della
diplomazia britannica tra cui Gladwyn Jebb, Ivone Kirkpatrick, Roger
Makins, William Hayter, Robin Hankey e Frank Roberts e il comandante
dell’Aeronautica Lord Tedder – venne tracciata, seppure a grandi linee,
una prima bozza di programma comprensiva, tra l’altro, di un piano
inerente “lo studio per l’attuazione di eventuali azioni di sostegno ai
movimenti politici albanesi in esilio”. Piano che avrebbe dovuto
coinvolgere tutti i leader dei partiti albanesi fuggiti nel 1945 in
Occidente, e che in seguito avrebbe riscontrato anche il consenso dei
servizi segreti statunitensi.
Dopo avere contattato i tecnici del
SIS circa l’opportunità e la fattibilità di simili operazioni, il
Comitato optò per il trasferimento, mediante mezzi navali, in territorio
albanese di agenti autoctoni in modo da creare in loco un primo nucleo
resistenziale. Fino dall’inizio, il programma si rivelò tuttavia molto
difficile da realizzare in quanto gli esponenti dei partiti democratici e
monarchici albanesi in esilio contattati allo scopo dimostrarono subito
una scarsissima coesione di intenti e, come se non bastasse, un’accesa
quanto perniciosa litigiosità interna. Nella primavera del 1948, la
maggior parte dei leader della resistenza monarchica (fedele a re Zog a
quel tempo in esilio in Egitto) e della fazione dei Balli Kombetar,
risultavano inoltre disseminati in svariati paesi. Midhat Frasheri si
trovava in Turchia, Abas Ermenji in Grecia, Said Kryeziu e Abas Kupi
(con il quale gli inglesi avevano già collaborato durante la guerra) in
Italia. Mentre al contrario, nei campi profughi della penisola italiana
(Santa Maria di Leuca, Roma-Cinecittà, Barletta e Reggio Emilia), si
trovavano concentrati centinaia di rifugiati albanesi, molti dei quali
disposti a continuare a lottare per la libertà del proprio paese. Dopo
molti, faticosi tentativi, gli inglesi – che nel frattempo avevano
ottenuto l’appoggio, soprattutto finanziario, di Washington – riuscirono
a stabilire un’intesa di massima tra i vari esponenti politici, potendo
così dare inizio alla seconda fase del piano, quella concernente
l’addestramento di un primo contingente di volontari albanesi da
trasferire segretamente a Malta (base operativa prescelta dal SIS) e
successivamente in Albania.
Volontari
albanesi anticomunisti in un campo di addestramento nelle vicinanze di
Monaco di Baviera. Nel secondo dopoguerra, gli angloamericani
arruolarono, addestrarono e armarono cittadini albanesi fuggiti in
Occidente per effettuare missioni di disturbo in territorio albanese.
Il dittatore comunista Enver Hoxha al potere: l’inizio di un vero e proprio incubo per il popolo albanese.
Il
23 settembre 1949, in seguito all’annuncio del presidente Truman e del
primo ministro inglese Attle relativo all’avvenuto primo esperimento
nucleare sovietico, la politica delle “contromisure” anglo-americane nei
confronti dei paesi del blocco comunista (primo fra tutti l’Albania)
subì un’improvvisa accelerazione. Anche perché i servizi segreti di
Londra e Washington iniziarono a temere che Mosca fosse intenzionata ad
installare proprio a Valona (dove erano già presenti alcuni sommergibili
russi) alcune rampe di lancio per speciali missili (realizzati dagli
scienziati russi sulla base di progetti tedeschi) dotati di testate
chimiche o addirittura nucleari.
Il 14 settembre 1949, il
Dipartimento di Stato presentò al National Security Council un rapporto
segreto di 21 cartelle sulla politica che gli Stati Uniti avrebbero
intrapreso nei confronti dei paesi satellite dell’Unione Sovietica,
primo fra tutti l’Albania. E la prima operazione pianificata ed
organizzata dal SIS britannico poté avere inizio il successivo 1°
ottobre, quando una apparentemente innocua goletta da 43 tonnellate, la
Stormie Seas, (governata dagli agenti britannici Sam Barclay e John
Leatham), si spostò da Malta ad Otranto, trasferendo in Albania una
decina di volontari albanesi (chiamati in gergo “i folletti”)
appartenenti a svariate formazioni politiche. Il commando (che era stato
precedentemente sottoposto ad un rapido ciclo di addestramento da
ufficiali che avevano militato nel SOE, Special Operations Executive)
venne equipaggiato con divise inglesi senza mostrine, pistole
mitragliatrici MP38 e 40 tedesche, munizioni, viveri, acqua, medicinali,
volantini di propaganda, fotografie di leader albanesi in esilio e una
radio alimentata con un ingombrante generatore a pedali. Dopo un
fortunoso sbarco notturno, svoltosi nei pressi di Durazzo, la pattuglia
riuscì a penetrare nell’entroterra, avviandosi verso una zona montuosa
scelta quale zona operativa. Tuttavia, dopo neanche due giorni di
marcia, il gruppo venne individuato dalla polizia albanese
preventivamente allertata dal controspionaggio di Mosca, a sua volta
messo al corrente della missione inglese dalla spia Philby. Questa prima
operazione di intruding in territorio albanese si tradusse in un quasi
completo fallimento. E a stento, pochi commando albanesi, braccati dalle
forze comuniste, riuscirono, al termine di una lunga e difficile fuga
tra i monti, a guadagnare il confine greco. Ciononostante, gli
anglo-americani non si diedero per vinti, e continuando a non sospettare
circa la straordinaria permeabilità dei propri servizi segreti,
intensificarono i loro sforzi. Nell’autunno 1949, Ad Hohenbrunn, presso
Monaco di Baviera, venne allestito un vero e proprio centro di
addestramento per i volontari albanesi destinati a nuove missioni. E al
termine di un’attenta selezione, le reclute migliori (gran parte delle
quali provenienti dai centri profughi italiani) vennero inquadrate in
uno speciale reparto, chiamato in codice Compagnia 4000, affidato alle
cure del colonnello americano F. H. Dunn.
All’inizio del 1950,
nonostante una certa riluttanza da parte dell’OPC (l’Office for Policy
Coordination, organismo preposto all’organizzazione di atti sovversivi
nelle nazioni europee in rapporti di non amicizia con gli Stati Uniti),
il Programma Albania subì una nuova spinta, anche grazie all’elargizione
di nuovi fondi statali e al conseguente inoltro in a Dachau di altri
ufficiali ed esperti ai quali sarebbe spettato il compito di “svezzare”
con maggiore cura e rigore gli ormai 250 volontari albanesi fatti
convergere nel campo tedesco. Nel frattempo, i tecnici del SIS
britannico si erano messi al lavoro anche per studiare metodi
alternativi e meno rischiosi per fare giungere per via aerea e in
maniera anonima in Albania (ma anche in Polonia, Cecoslovacchia,
Ungheria, Romania e Ucraina) materiale propagandistico anticomunista.
Dopo avere valutato diverse soluzioni, gli esperti del SIS optarono per
l’utilizzo di particolari palloni aerostatici, assai simili ai famosi
balloon bombs adoperati, tra il novembre del 1944 e l’aprile 1945, dai
giapponesi per cercare di colpire, con piccole cariche incendiarie, le
coste statunitensi del Pacifico. Per la cronaca, questi singolari
palloni vennero lanciati a migliaia, sfruttando le correnti di alta
quota che dalle coste asiatiche orientali soffiano con regolarità verso
la costa occidentale del continente nordamericano. Il primo lancio di
involucri aerostatici, contenenti manifestini inneggianti alla rivolta
contro Enver Hohxa, venne effettuato il 17 settembre 1950 da una piccola
imbarcazione civile appartenente ai servizi segreti di Sua Maestà.
L’unità salpata, almeno così sembra, dalle coste pugliesi, entrò in
azione a poche miglia dalla costa albanese. Pur essendo riuscita a
lanciare con il favore dell’oscurità e della brezza tutti gli involucri e
sebbene buona parte dei palloni giungesse poi a destinazione, questo
curioso espediente non diede i risultati sperati, in quanto nei giorni
che seguirono le forze di polizia di Tirana riuscirono ad individuare ed
eliminare la quasi totalità dei palloni caduti a terra.(3).
Sempre
nel settembre 1950, i britannici tentarono un’altra missione di
penetrazione nel Paese delle Aquile, ma anche questa volta con risultati
disastrosi, sia per l’intensa sorveglianza del territorio da parte
delle forze governative, sia per lo scarso coordinamento tra i gruppi
impiegati, sia per il fatto che anche i cittadini albanesi più
insofferenti nei confronti della dittatura di Hoxha non sembravano
affatto disposti a muoversi e ad unirsi a gruppi di patrioti così
esigui. Effettivamente, la sporadica comparsa di poche decine di
guerriglieri, armati ed equipaggiati in modo leggero, non poteva certo
indurre un popolo, già sufficientemente terrorizzato da un regime
spietato come quello di Tirana, ad intraprendere una lotta che, date le
premesse, appariva non soltanto pericolosa, ma addirittura disperata.
Dopo
avere tentato di introdurre via terra, attraverso il confine greco
nord-occidentale, altri “folletti” albanesi, gli inglesi decisero di
ritornare ad agire secondo le tecniche adottate dal SOE durante la
Seconda Guerra Mondiale, e cioè con mediante l’utilizzo di mezzi navali.
E fu così che, grazie al sostegno finanziario statunitense, un’altra
piccola imbarcazione civile (l’Henrietta) effettuò un nuovo ciclo di
traghettamenti notturni. Ma anche il ritorno al vecchio sistema non fece
comunque ottenere migliori e più incoraggianti risultati. A questo
proposito va ricordato che già nella primavera del 1950, l’OPC aveva già
preso in esame, per le stesse missioni di intruding, l’utilizzo di
aerei da trasporto da fare decollare dalla Grecia. E alla luce dei
modesti se non del tutto negativi risultati conseguiti, alla fine anche
gli inglesi decisero di tentare, assieme ai colleghi americani, la via
dei cieli. Nella fattispecie, non potendo fare conto su piloti ed
equipaggi statunitensi o inglesi, i servizi occidentali optarono – come
avevano già fatto per le precedenti operazioni condotte su Paesi
Baltici, Polonia, Romania e Ucraina – per l’impiego di un gruppo di
piloti polacchi e cecoslovacchi, tra i quali il colonnello Roman
Rudkowski che – come abbiamo già avuto modo di dire – sia durante le
ultime fasi del secondo conflitto mondiale, sia nell’immediato
dopoguerra si era reso protagonista di brillanti operazioni in Polonia e
in altre zone dell’Europa orientale sotto controllo sovietico.
Nella
base anglo-americana di Wiesbaden, i guerriglieri albanesi vennero
quindi sottoposti da ex-ufficiali del SOE e dell’OSS ad un nuovo,
intenso ciclo di addestramento al lancio con il paracadute. Poi, verso
la metà di ottobre del 1950, sedici “folletti” tratti da un gruppo
composto da circa un centinaio di uomini, vennero trasferiti a bordo di
un aereo americano su un campo situato nei pressi di Atene. E il 10
novembre, dieci commando vennero caricati a bordo di un quadrimotore
statunitense (probabilmente un Boeing B29, anche se alcune fonti parlano
di un bimotore Douglas C47) ai comandi del colonnello Rudkowski. Dopo
un primo tentativo andato a vuoto (l’aereo non riuscì ad individuare la
zona di lancio), il 19 novembre, il gruppo venne paracadutato su un’area
ritenuta idonea, ma comunque molto distante da quella prestabilita.
Subito dopo il lancio degli agenti, l’equipaggio polacco si premurò di
“bombardare” una vasta zona con migliaia di manifestini propagandistici.
Una volta atterrati, i commando si accorsero però con terrore che tutta
la zona pullulava di forze di polizia governative. Svanito l’effetto
sorpresa, ai “folletti” non rimase altro che tentare una rapida fuga in
direzione del confine greco: ritirata nel corso della quale alcuni di
essi caddero nelle mani dei gendarmi albanesi. Immediatamente trasferiti
a Tirana, i patrioti vennero in seguito processati e condannati a
morte. I pochi scampati al disastro riuscirono, dopo una marcia di quasi
150 chilometri, a raggiungere il confine settentrionale ellenico.
Nel
1951, gli anglo-americani si intestardirono con altri lanci,
accompagnati da alcune operazioni di infiltrazione terrestre attraverso
il confine greco, ma ancora una volta essi andarono incontro ad una
serie di cocenti delusioni. Anche perché la spia Philby, comodamente
allocata a Washington, continuava ad informare regolarmente i suoi
superiori di Mosca circa tutte le operazioni in programma. Nella
primavera del 1951, il battello inglese Henrietta, proveniente dalla
base di Malta, sbarcò in Albania altri due gruppetti di guerriglieri, e
il 20 di luglio gli americani trasferirono dal campo di addestramento di
Heildelberg ad Atene un nuovo contingente di 16 commando che, tre
giorni più tardi, venne paracadutato sul suolo albanese con esiti, tanto
per cambiare, pessimi. La totalità degli uomini venne infatti catturata
o uccisa dai poliziotti albanesi.
Manifesto propagandistico del Partito Comunista albanese.
Il
25 ottobre 1951, i vertici dei servizi statunitensi e britannici
coinvolti nelle operazioni in Albania si riunirono a Roma per discutere
nuovi piani e per esaminare gli errori commessi in fase organizzativa ed
operativa. E al termine del meeting venne stabilito che l’unico sistema
che valeva la pena di perfezionare rimaneva quello aereo, seppure
prestando una maggiore attenzione alla quota prescelta per i lanci e
soprattutto all’esatta ubicazione delle zone da “centrare”. Nel febbraio
1952, i “folletti” albanesi vennero trasferiti nella base di Chagford,
nel Devon, per essere sottoposti all’ennesimo ciclo di preparazione. E
nel corso dello stesso anno essi vennero lanciati allo sbaraglio. Sulle
prime, ai servizi anglo-americani sembrò che la nuova missione avesse
finalmente ottenuto un qualche positivo risultato, anche perché per
tutta l’estate del 1952 le stazioni radio del SIS e della CIA
ricevettero regolari messaggi in cifrato dai gruppi paracadutati nelle
zone di Shehu, Branica e Prenci, nell’Albania centrale. In seguito,
però, gli americani vennero a sapere che, in realtà, tutti i commando
albanesi erano stati catturati e che gli agenti del Sigurimi, coadiuvati
da specialisti sovietici, erano riusciti anche a mettere le mani sulle
apparecchiature radio e sui cifrari, trasmettendo in Occidente, per ben
18 mesi, notizie false e depistanti. Finì così, in maniera quasi
tragicomica, il tentativo anglo-americano di fomentare una rivolta
anticomunista in Albania.
Note:
(1) Nell’ottobre
del ‘44 Atene venne liberata dagli inglesi e nella capitale si insediò
un governo di unità nazionale, di cui facevano parte anche i comunisti,
presieduto dal socialdemocratico Jeorjios Papandreu. (1888-1968) Il
governo ebbe però vita brevissima, in quanto il 3 dicembre i comunisti
indissero una manifestazione di piazza che degenerò in scontri di tale
gravità da costringere le truppe britanniche ad intervenire molto
energicamente. Nel tentativo di giungere ad una mediazione, il governo
di Londra favorì in qualche modo la nomina a reggente della Corona
dell’arcivescovo Dimitros Damaskinos (1889-1949), ecclesiastico molto
amato dalla popolazione. E nel febbraio del ‘45, il governo greco
rappresentato da un nuovo esponente della sinistra, il generale Nicholas
Plastiras (1883-1953), raggiunse un accordo con i comunisti dell’ELAS.
In base a questa intesa, Atene avrebbe proclamato un’amnistia per i
reati politici, indicendo elezioni politiche da svolgersi sotto
controllo internazionale e, successivamente, un referendum
istituzionale. Queste intese vennero tuttavia sabotate da Stalin che
fece mancare la sua partecipazione quale membro della commissione di
controllo per le elezioni, che tra l’altro vennero boicottate anche dai
comunisti. La consultazione elettorale, che evidenziò appena il 10% di
astensioni, vide la vittoria dei populisti di destra e dei liberali. Il
successivo referendum istituzionale diede poi la vittoria alla
monarchia, anche se da parte dell’opposizione non mancarono le denunce
di brogli.
A quel punto, i comunisti, già da tempo organizzati in
bande armate, si arroccarono nelle regioni montuose del nord, scatenando
la guerriglia ed ottenendo l’aperto sostegno di Iugoslavia, Bulgaria e
Albania, che le potenze occidentali denunciarono come paesi aggressori.
Va notato che oltre alla componente ideologica, la guerra civile greca
ne ebbe una anche etnica. Circa il 30% dei combattenti comunisti era
infatti macedone di lingua slava. Lo scontro tra comunisti e forze del
legittimo governo greco fu molto duro e caratterizzato da episodi di
grande ferocia. I comunisti arruolarono con la forza molti giovani
contadini e non esitarono perfino a prendere in ostaggio e sequestrare
migliaia (ben 25.000, secondo la Croce Rossa Internazionale) di bambini e
neonati che vennero successivamente deportati in Iugoslavia, Albania e
Bulgaria “per farne buoni comunisti”. La guerra si sarebbe potuta
prolungare ulteriormente se gli Stati Uniti non fossero intervenuti. Gli
americani, infatti, rimisero rapidamente in sesto il paese, ormai alla
fame, con massicce quantità di generi alimentari e di medicinali e con
molteplici aiuti finanziari al sostegno dell’economia nazionale. E fu
così che il governo greco e il giovane re Paolo riuscirono a ritrovare
una maggiore saldezza, mentre al contrario i comunisti incominciarono a
patire un notevole affanno. Nel 1948, la rottura fra Stalin e Tito,
portò poi alla sostituzione del comandante Markos Vafiades con il più
docile Nikos Zachariadis, già segretario del KKE (Partito comunista
Ellenico) e alla sospensione degli aiuti forniti dalla Iugoslavia ai
ribelli: evento che contribuì, l’anno seguente, a fare desistere dalla
lotta i guerriglieri.
ad uso di Professori e Studenti,
come contributo all'aggiornamento della Storia del '900,
a cura della Associazione storico-culturale
ITALIA-RSI
VOLTI NELLA RSI
1) Un S. Tenente 2) Soldati del San Marco
S. Tenente delle Ausiliarie da sola e con le sue Ausiliarie
S.Tenente del Batt.Barbarigo
Un marinaio della Marina Repubblicana e due Marò.
Il primo appartiene alla cosiddetta Marina nera, non in riferimento ei
presunti orientamenti politici, ma per distinzione coi Marò (che
potevan essere della Divisione Xa MAS o della Divisione San Marco) che
vestivano grigioverde. I primi combattevano per mare e i secondi in terraferma.
La Xa ebbe però sempre attivi i reparti che si occupavano degli
assalti alle navi (barchini e maiali). Nella seconda immagine un Marò
della Xa. Sia gli uni che gli altri combatterono fino all'ultimo contro
l'invasore anglo-americano. (Le immagini sono tratte dalle seguenti pubblicazioni
della Novantico: - Album RSI. 20 Foto Xa e Marina - 36 Foto RSI Divisione
San Marco)
Due marinai e un capocannoniere della Marina Repubblicana
(Le immagini sono tratte dalle seguenti pubblicazioni della Novantico:
- Album RSI. 20 Foto Xa e Marina - 36 Foto RSI Divisione San Marco)
Soldati repubblicani nella infermeria da campo sul fronte
di Anzio Nettuno
Marò per il fronte Sud
Ausiliarie di un posto di ristoro e di tappa in stazione
ferroviaria salutano i soldati repubblicani in partenza
Ausiliaria della Areonautica Nazionale Reopubblicana. Gli
esempi di ausilarie sono ben più numerosi delle cosiddette staffette
partigiane che appoggiavano il fronte collaborazioniusta degli angloamericani.
Ausiliarie di un Corso. La possibilità di concorrere
allo sforzo bellico e alla resistenza contro l'invasione fu vissuta dalle
donne come un'ulteriore gradino della emancipazione sociale della donna
da sempre promossa dal fascismo.
Tre volti di ausiliarie. Nel dopoguerra c'è stata
una fortissima coesione delle reduci da questi corpi e ancora oggi sono
ben visibili le loro attività.
Granatieri della Repubblica reuci dal fronte Sud in difesa
di Roma.
Soldati italiani della Divisione San Marco accolgono entusiasticamente
il Capo dello Stato
Marò sul fronte del Senio dove si ebbe una importante
resistenza contro l'invasore anglo-americano
Il "volontarismo" fu un eclatante fenomeno della
Repubblica
Militi di Battaglioni "M"
Soldato italiano della Repubblica al fronte
in zona di operazioni
(Un lungo elenco di recensioni di libri pubblicati negli
ultimi anni sulla RSI usciti dagli anni '80 ad oggi: 2002)
NON DEPORREM LA SPADA
(Inno risorgimentale cantato
nelle Scuole Allievi Ufficiali della Guardia Nazionale Repubblicana)
All'armi, all'armi ondeggiano
alte le insegne nere.
Fuoco! perdio, sui barbari,
sulle nemiche schiere.
Già ferve la battaglia
al Dio dei Forti: Osanna!
la baionetta in canna
è giunta l'ora di pugnar!
Non deporrem la spada
non deporrem la spada,
finchè sia schiavo un
angolo
dell'itala contrada.
Non deporrem la spada
non deporrem la spada,
finchè dall'Alpi al mare
non sventoli il tricolor.
L'alfiere della Monterosa fucilato da partigiani il 4 Novembre del
1944. Invitato a disertare rispose: "L'Italia può fare a meno
di me, non del mio onore."
La Xa MAS (incursori con i barchini e con i cosiddetti "maiali")
era stata sempre considerata un corpo di èlite. Per questo dopo
l'8 Settembre fu letteralmente presa d'assalto da migliaia di giovani che
volontariamente volevano arruolarsi. Pertanto, nel tempo, con gli
effettivi che si erano presentati fu possibile organizzare, come marò
di terra, un'intera Divisione che aveva al suo interno disparate componenti.
Basta pensare alle truppe alpine del "Valanga".
Le Ausiliarie costituiscono il primo esempio di coinvolgimento
femminile nell'esercito italiano. Arruolate su base volontaria a seguito
del regolare decreto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale servirono nei
più disparati corpi. Alcune ebbero gradi da Ufficiali. Il Comandante
in capo era una Ausiliaria col grado di Generale. Il fenomeno di questo
coinvolgimento fu grande e vistosissimo (migliaia di donne) rispetto al
coinvolgimento di donne fra i Partigiani.
Jesolo. Il Cappellano militare, numerosi furono tra i Cappellani
militari i Francescani, parla con un giovane della Xa appartenente agli
NP, Nuotatori Paracadutisti, componente che continuava l'originaria tradizione
di corpo di èlite della Xa.
1 Ufficiale Pilota degli aerosiluranti pluridecorato al valor militare.
Gli aerosiluranti rivestirono unimportante ruolo anche nel contrastare
lo sbarco di Anzio e Nettuno delle armate nemiche
2 Sottuficiale della Divisione Fucilieri di Marina San Marco. In
questa divisione fu necessario riversare parte dei volontari accorsi alle
caserme della Decima MAS per esubero di organici. I marò del San
Marco anche quando furono giocoforza coinvolti negli attacchi delle truppe
irregolari che appoggiavano l'invasione anglo-americana seppero farlo ricordando
che, purtroppo, combattevano contro "fratelli che sbagliavano".
Celebre è rimasto il Cimitero ancora presente voluto dal loro Comandante,
Generale Farina, dove riposano Caduti del San Marco assieme a Partigiani.
3 Allievo Ufficiale della Guardia Nazionale Repubblicana. Furono
circa 4000 gli studenti che volontariamente si arruolarono ai Corsi Allievi
Ufficiali della Guardia Nazionale Repubblicana. Gente con alto livello
di scolarizzazione si dimostrarono all'altezza anche nella ricostruzione
dell'Italia sconfitta
1 Ufficiale Alfiere dei Paracadutisti della ANR della RSI. Paracadutisti
assieme ad alpini, granatieri e marò della Repubblica difesero fino
alla fine la Val d'Aosta dal rentativo di espansione dei francesi. La Valle
d'Aosta è rimasta perciò italiana. I marò della Decima
sostennero con ogni azione la presenza ufficiale dei Prefetti dell'Italia
Repubblicana nelle zone dove i tedeschi applicavano una strategia militare
operativa autonoma (zona operativa, e solo operativa!, cosiddetta dell'Adriatische
Kustenland). In tali zone, contrariamente alle omissioni di certa storiografia,
oltre alla presenza del tricolore si godeva della presenza della moneta
italiana. E i soldati tedeschi per spedire la posta a conoscenti dovevano
usare francobolli della RSI. Nell'Italia del Sud invece si dovette sopportare
la presenza di moneta di occupazione, le AM lire, che tanto danno fecero,
solo in parte rimediato dal piano Marshall del dopoguerra.
2 Ufficiale Pilota della Aeronautica Repubblicana. Questi piloti
sacrificarono spesso le loro vite per difendere le città dalle incursioni
dei bombardieri americani. Nonostante la loro eroica difesa, riconosciuta
dagli stessi nemici, furono 55.000 gli italiani che rimasero vittime dei
bombardieri "alleati". 15000 italiani invece furono vittime delle
armi tedesche.
3 Ausiliarie negli effettivi della Divisione Alpina Monterosa alla
quale si dovette la difesa della Valle dì'Aosta e la controffensiva
in Garfagnana assieme ai Bersaglieri della Divisione Italia.
Assieme a soldati finlandesi alcuni elementi della Aeronautica Nazionale
Repubblicana della Repubblica Sociale Italiana che lì combattevono.
Ci furono numerosi dislocamenti delle Forze Armate della RSI: nelle basi
sommergibili a Bordeaux in Francia e sul Mar Nero, i reparti nebbiogeni
a Pevemunde in Germania, militi alla legazione di Tien Tsin (qui l'ultima
bandiera fu ammainata, pare, nell'Ottobre 1945 con la cessazione della
legazione), etc.
1 Bersagliere Volontario della Divisione Italia. La Divisione Italia
fu allestita in parte con reduci recuperati da campi di prigionia tedeschi
dove si erano loro malgrado trovati dopo l'8 Settembre. Ma moltissimi furono
anche i giovani volontari. La Repubblica Sociale Italiana ebbe moltissimi
volonatri e il suo esercito coinvolse, fra tutti i corpi circa 800.000
uomini (e donne). E' in coprso un lavoro di studio sul Volontarismo Universitario
italiano da Curtatone e Montanara (risorgimentali) fino al termine della
seconda guerra mondiale, passando per il Curtatone e Montanara universitari
che furono impiegati nella Campagna di Etiopia. Questo studio comprende
anche coloro che volontariamente "andarono in montagna" ma anche
coloro che si arruolarono nei vari corpi della RSI. Quando lo studio sarà
reso pubblico si dovrà per forza prendere atto del grande volontarismo
che animò la RSI.
2 Paracadutisti della Guardia Nazionale Repubblicana: il "Mazzarini",
tra cui militò anche Dario Fo'. Numerosi attori conosciuti nel dopoguerra
furono soldati nella Repubblica Sociale. Giorgio Albertazzi, Enrico Maria
Salerno etc... E' ovvio che un esercito che arrivò a coinvolgere
800.000 effettivi toccò alla grande qualsiasi strato di popolazione.
Piaccia o non piaccia questa è la verità. La RSI fu uno Stato
reale con una Nazione reale.
3 Alpino richiamato in Repubblica Sociale Italiana reduce da più
campagne di guerra.
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