mercoledì 24 novembre 2021

I FRANCESI IN VALTELLINA

I FRANCESI IN VALTELLINA                


LA "MILIZIA FRANCAISE" IN VALTELLINA Anche i francesi la scelsero come ultima ridotta
Marino Viganò
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  Anche Tirano era piena di soldati. Oltre i militi confinari, i legionari "M", gli squadristi delle brigate nere, si erano accantonati nella cittadina due battaglioni di fascisti francesi della "Milice française", creata dal Maresciallo Pétain. I 600 francesi, divisa di panno azzurro, camicia nera e basco nero, aria spavalda, ottimo armamento, erano agli ordini diretti del capo della polizia di Vichy, generale Darnand, giunto anche lui da pochi giorni a Tirano. [...] Ebbi così la maniera di conoscere alcuni degli ufficiali francesi presenti a Tirano. Erano tutti ragazzi in gamba, nulla da dire. Uomini di fegato. Appena arrivati a Tirano, alcuni loro plotoni erano stati destinati alla zona di Mazzo. Lì avevano saputo che, qualche chilometro più avanti, il paese di Grosotto era occupato dai partigiani e Grosio circondato. Senza pensarci due volte, erano risaliti sui loro camion e, cantando a squarciagola la "Marsigliese", si erano avviati, completamente allo scoperto, lungo la statale, verso Grosotto. Dopo poche centinaia di metri, però, erano stati inquadrati sotto il tiro delle mitragliere partigiane che dominavano quel punto della vallata. Tredici di loro erano morti. Ma i superstiti avevano sloggiato i partigiani da Grosotto e si erano barricati nel paese (1).
    Giorgio Pisanò è un giovane ufficiale della G.N.R. quel 20 aprile 1945, quando, approdato con altri militi toscani in quello che dovrebbe essere il ridotto della Repubblica Sociale Italiana (2), si trova di fronte l'inaspettato spettacolo di un battaglione di miliziani di Vichy schierati a difesa di quell'ultimo lembo dell'Italia di Mussolini.
    Sono, per la precisione, circa seicento francs-gardes al comando del capitano Carus, dei tenenti Coutret, Viala, Hoareau, Brun (stato maggiore), Fontaine (1a compagnia), de Pons (2a compagnia), Vibert (3a compagnia), degli aspiranti Doumergue e Portallier (4a compagnia) (3), in Valtellina dal mese di marzo, dopo l'abbandono dei campi di raccolta del Baden Wurttemberg - Heuberg, Baden-Baden e dintorni - e della nuova "capitale" della Commission gouvernementale, Sigmaringen.
    Là nella Foresta Nera, si erano raccolti i resti del governo di Vichy dopo la caduta della Francia e avevano formato nel settembre '44 un governo-ombra - Bridoux, Déat, Darnand e Luchaire in prima fila - e nel gennaio '45 un Comité de la libération française - presieduto da Doriot (4); là, a Mengen, il 25 febbraio, si era svolta l'ultima manifestazione "politica" del collaborazionismo francese: le esequie di Jacques Doriot, morto tre giorni prima sotto un mitragliamento aereo (5).
    Poi, appunto a metà marzo, davanti all'avanzata alleata e delle forze francesi golliste, la ricerca affannosa d'un angolo d'Europa dove trovar rifugio, sia pure momentaneo: l'Italia fascista repubblicana. Cominciano i politici, come scrive l'addetto tedesco all'ambasciata presso la R.S.I. Eitel Friedrich Moellhausen:
    "Erano i profughi del governo di Vichy che speravano di trovare in Italia un clima ed un'alimentazione più convenienti e di avere maggiore probabilità di sparire al momento del crollo. Così Jean Luchaire (era stato a Parigi direttore di "Nouveaux Temps") arrivato con tutta la famiglia, così Darnand (della "Milice" ed ultimo ministro dell'Interno dei governo di Vichy), così Barthélemy (braccio destro di Doriot), e così lo stesso Laval all'ultimo momento, che era stato preceduto dal suo collaboratore Jacques Guerard, segretario generale del governo di Pétain. Dopo la ritirata delle truppe tedesche da Parigi i più eminenti collaborazionisti francesi, rifugiatisi in Germania, erano tutt'altro che uniti nella disgrazia; a Sigmaringen, per i dissensi interni e per le difficoltà materiali dell'esistenza, la vita veniva considerata intollerabile" (6).
    Un'Italia d'impressioni forti, di bombardamenti e guerra civile, quella che gli uomini di Darnand e gli altri trovano al loro arrivo, chi -i primi- a metà marzo, chi -le retroguardie- a metà aprile... Obiettivo: la guerra contro le formazioni resistenziali. Victor Barthélemy, collaboratore di Doriot, appena arrivato a Innsbruck incontra il generale Joseph Darnand e raggiunge in seguito Milano dove il P.P.F. ha una sede presso la Delegazione francese di via Telesio 5, quartiere San Siro:
    "Gli chiesi dove andasse con quell'equipaggio; mi disse: "Vado in Italia. Più precisamente a Milano. Ci porto un battaglione della Milice". - "Una strana idea", gli dissi. "Per che motivo questo gruppo e per far cosa ? " "Semplice. Andiamo a batterci. Volevo assumere un comando nella 'Charlemagne', ma mi è stato proibito. Himmler non vuole dirigenti politici nella brigata. Non potevo allora battermi sull'Oder coi miei compagni. C'era a Ulma un certo numero di francs-gardes, che non avevano potuto esser arruolate nelle S.S. I loro consigli di leva sono feroci. Ho ottenuto l'autorizzazione di farne un piccolo battaglione - sette o ottocento -, di portarli in Italia e di prenderne il comando ". - "E contro chi vai a combattere in Italia?" - "Ma contro i partigiani!" scoppiò in una risata Darnand. "Schellenberg m'ha detto che è possibile. Lo Standartenfuhrer Rauff che comanda a Milano deve riceverci. Poi devo prendere contatto con Wolff e avremo istruzioni". [...] Decisi che saremmo proseguiti per Milano dove arrivammo a notte fonda. Niente di particolare era accaduto alla sede della Delegazione francese durante la mia assenza. Trovai i miei amici italiani ormai francamente pessimisti. Andai a far visita a Pavolini di passaggio a Milano, e che mostrava ancora una gran fiducia, ma apparentemente tutta di facciata. Il prefetto della città, Bassi, era da parte sua nettamente preoccupato. [...] Darnand mi venne a trovare in via Telesio. S'era installato in una villa presso l'ippodromo di San Siro. I suoi miliziani erano alloggiati in una piccola caserma della città. Li si vedeva deambulare per il centro. Avevano l'aria d'annoiarsi molto. . ."(7).
    Sempre via Brennero, arriva più tardi Henry Charbonneau, ufficiale della Milice e parente di Darnand:
    "Appena sbarcati dal nostro camion di legno di prima mattina, a Milano raggiungiamo, i miei compagni ed io, la caserma Adriatica, in un lontano sobborgo della città, dov'è il deposito del battaglione. Arrivo un po' come un riservista che riprende servizio. Ecco, da più di due anni ho lasciato le armi; prendo con soddisfazione un'uniforme di stoffa blu scuro, equipaggiamento e armamento" (8).
    Viaggio simile e nello stesso periodo - il 17 aprile arriva sul lago di Garda - per Saint Loup, anch'egli entrato in Italia per la stessa strada, e diretto al centro di raccolta di Milano:
    "Attraversare il Brennero diventa oggi più pericoloso che passare il capo Horn... Ordine di missione? Ecco... Da Sigmaringen, dirigo un convogliò di miliziani: dieci uomini che non sono che otto... di cui tre donne! Il tedesco cerca di capire... Presto, presto... Ti spiegheranno più tardi come un francese si trovi sempre in regola! [...] Il 21 aprile quando, provenienti da Bergamo abbiamo terminato di installarci nella caserma requisita per la Milice, la bomba psicologica cade nel cortile, massacrando tegole e finestre. Senza dubbio avevamo acquisito in Germania le proprietà fisiche dei parafulmini! Il raid SigmaringenMilano si conclude" (9).
    Assieme, ma più spesso ancor prima, sono arrivati i militari: tronconi di compagnie di S.S. della Charlemagne, il battaglione "zoppo" della Milice, entrati in Italia attraverso la riviera da Nizza e Ventimiglia o sempre dal passo del Brennero. Filippo Anfuso, allora sottosegretario agli Esteri del governo di Gargnano, lascia scritto nelle sue memorie:
    "Sul termine della guerra, appresi a Berlino da Salò che il Governo tedesco aveva disposto per l'invio in Italia di formazioni di Milizia francese che avrebbero dovuto partecipare alla guerriglia antipartigiana. Il proposito era appoggiato dall'Ambasciata germanica in Italia e trovai che fra tutte le idee sorte ai tedeschi questa era la peggiore ed insorsi per quanto potei contro la sua attuazione, specificando in un mio telegramma a Mussolini sembrarmi un grave errore mandar francesi a combattere in Italia contro italiani dato che il lumicino dell'amicizia fra i due Paesi era già tanto fioco che una faccenda del genere l'avrebbe spento del tutto" (10).
    E ancora Moellhausen:
    "Un gruppo francese arrivò senza preavviso: fu quello di un centinaio di elementi estremisti della Milice di Darnand, provenienti dalla provincia di Nizza e che, montati su autocarri, avevano raggiunto Verona. [...] La Milice fu presa sotto la protezione delle S.S., accasermata e costituita in unità speciale, che avrebbe dovuto essere utilizzata nella lotta antipartigiana. Ma mancò il tempo per inquadrare le nuove reclute: arrivarono gli angloamericani !" (11).
    Sono queste le forze destinate in Valtellina: un discreto numero, ma certo non i "circa 3.000 soldati francesi autotrasportati che dovranno essere impiegati in un'azione di rastrellamento nella zona del passo di Mortirolo" di cui parla, fantasticando come in altri, un rapporto del servizio informazioni partigiano "Montezemolo"(12).
    Accantonate alla casermetta della Bicocca di Sesto San Giovanni, sede del centro addestramento delle S.S. (13), le unità francesi si preparano; i capi fan visite di cortesia ai dirigenti della R.S.I.: Darnand, appena giunto, è ricevuto dal segretario del P.F.R.. Pavolini e dal vicesegretario Pino Romualdi (14).
    Qualcuno arriva sino a Gargnano, come quegli ufficiali e sottufficiali che l'altro vicesegretario del partito, Antonio Bonino, e il federale di Verona, Valerio Valeri, accompagnano da Mussolini il 18 marzo: due dei sottufficiali faranno poi recapitare all'eccezionale ospite una breve lettera di ringraziamento (15). Gli ordini operativi sono diramati un paio di giorni dopo. Scrive Barthélemy:
    "Quasi immediatamente dopo il Duce ci ricevette e dopo i saluti d'uso s'indirizzò a Zerbino per avere delle novità. Quest'ultimo non ne aveva... [...] Prendemmo congedo e, lasciato Zerbino a Gargnano, riguadagnammo Milano. Rividi Darnand che preparava il ripiegamento delle sue truppe sulla Valtellina, in accordo con i servizi di Pavolini. Rividi ugualmente quest'ultimo che mi disse che stava riunendo in questa regione diverse migliaia di fascisti fra i più fedeli e i più agguerriti" (16).
    E' Darnand in persona a condurre i suoi uomini nella regione di Sondrio e Tirano. Le istruzioni parlano chiaro: combattere a fianco dei tedeschi e dei fascisti la guerriglia partigiana. I primi scontri si rivelano subito sanguinosi. Ricostruisce una storia della Milice:
    "Darnand non ha ottenuto dai tedeschi di passare in Italia con l'ultimo battaglione della Milice che alla condizione di combattere i partigiani italiani. Ma Darnand non ha più spirito non ha più fiducia nei tedeschi; vuole salvare quei cinquecento e limitare la rottura: niente più zelo. Il generale Wolff invita Darnand e Coutret a colazione. Annuncia loro che il battaglione sarà accantonato a Sesto, nei sobborghi di Milano, in attesa di ricevere un settore operativo. Poco dopo il battaglione arriva, comandato da Carus. Non restano più al campo di Heuberg che il comandante Pincemin e circa 250 uomini. Il battaglione va a Sesto. [...] A fine marzo, il battaglione Carus riceve la sua missione: pulire la vallata della Valtellina, in prossimità della frontiera svizzera. Si porta a Tirano. Filliol lo raggiunge [...] Verso il 10 aprile, il comando dell'Ordine Pubblico ordina al battaglione d'andare a liberare due paesi quasi circondati dai partigiani: Grossetto e Grosio. Carus prende le sue tre compagnie di fucilieri, un gruppo di mortai e tre camion. Lascia a Tirano la compagnia pesante e la compagnia fuori ranghi. Darnand e Coutret, giunti da Milano, sono dell'operazione. Partono di notte, a piedi. Raggiungono senza incidenti Grossetto dove Carus lascia una compagnia e i mortai. Continuano in direzione di Grosio, Darnand, Carus e Coutret in testa" (17).
    La battaglia di Grosio e Grosotto del 18 aprile, come ricordato da Pisanò, s'accende violenta. Un diario di "Ivan" Rinaldi che, nello schieramento partigiano, si confronta con i miliziani di Darnand:
    "Si spara da tutte le posizioni ed in ogni direzione - pare che qualche francese sia riuscito ad entrare in Grosio - ma in condizioni fisiche, soprattutto morali, piuttosto provate. Nel pomeriggio - Foglia della brigata Stelvio con i suoi partigiani scende sul pendio del lato sinistro dell'Adda e sorprende alle spalle i collaborazionisti francesi, il grosso della truppa, che tentavano di entrare il Grosio passando per la strada "delle prese" (incassata, coperta) in una posizione favorevole. Si ha pure notizia che un gruppetto di francesi (sei o sette) sono entrati all'interno della centrale e tiene una posizione che può diventare per noi pericolosa - bisogna neutralizzarli - Emilio, vice comandante la "13", Giuaca con altri tre compagni si incaricano della operazione. [...] I francesi, che la generosità partigiana avrebbe risparmiato, saranno sepolti nel cimitero di Grosio con altri loro commilitoni caduti durante il combattimento" (18).
    Restano sul terreno sette miliziani, dei quali "esistono certificati di morte" (19). Il 20, il comando francese accetta una tregua d'armi che la divisione alpina Giustizia e Libertà, sotto garanzia di don Pietro Lanfranconi, accorda per evacuare i feriti "con una vettura della Croce Rossa", a condizione di un'ispezione della vettura e dell'allontanamento "di tutte le armi e di tutti i franchi tiratori che si sono installati nelle chiese e sui campanili" (20).
    A Milano, il 23, Darnand "di ritorno da Sondrio" commenta con Charbonneau la situazione degli uomini, racconta che "Carus è alla loro testa con Fouques e il capitano Rollet che comanda la compagnia pesante. Ci sono Fontaine e anche de Pons. Sono perfetti... Filliol è stato ferito al piede, da una pallottola..."(21). E aggiunge:
    "Credo proprio che questa volta tutto quanto è fottuto, ma una volta che si ha un'uniforme sulle spalle le cose diventano più semplici. Noi, i camerati della Charlemagne e quelli di Sondrio, non possiamo fare altro che batterci. Niente più problemi politici!... niente più discussioni di clan!... Se dobbiamo finire sarà armi alla mano" (22).
    Ma il combattimento il suo segno l'ha lasciato anche sul vecchio ufficiale, in attesa della dislocazione a Milano dalla Germania meridionale di quanto rimane dei suoi uomini:
    "Darnand ritorna a Milano per avere delle notizie fresche della situazione. Il 21 aprile, è ricevuto a cena con Coutret da Alessandro Pavolini, segretario generale del partito fascista, che si mostra ottimista: in Germania le cose vanno male, ma in Italia il fronte tiene. Un vecchio cameriere serve in guanti bianchi. Darnand evoca il combattimento di Grosio e dice: "Noi non lo volevamo. E' duro. Abbiamo fallito...". Pavolini (sarà fucilato alcuni giorni più tardi) gli risponde: "Se resistono, bruciate i paesi e fucilate". Questo getta un senso di gelo. Francois Gaucher, Jean Degans, Henry Charbonneau, i comandanti della Milice arrivano gli uni dopo gli altri in Italia. In Germania, è la fine. La commissione di governo ha lasciato Sigmaringen la notte dal 18 al 19 aprile. Bout de l'An non partirà che la notte seguente. Al campo di Heuberg, con i 250 azzoppati ed alcuni altri venuti un po' dappertutto, Pincemin ha formato un simulacro di battaglione. Bout de l'An gli ordina di guadagnare l'Italia: primo incontro, Bolzano; secondo, Milano. A Tirano, il comandante Carus s'interroga su quello che farà del suo battaglione" (23).
    Saggiate con risultato negativo le possibilità di passare in Svizzera, Carus raggruppa i miliziani a Tirano, parte in caserma, parte "sotto il comando del tenente Fontaine in una scuola", con la speranza che possano arrendersi "alle forze regolari degli Alleati" (24). Il 21 aprile, il colonnello Giuseppe Motta, "Camillo", comandante la divisione alpina "Giustizia e Libertà", manda un primo invito alla resa che si chiude con il consiglio "di andare in Svizzera" e l'avvertimento "Se non accettate, peggio per voi, dividerete la sorte dei nazifascisti" (25).
    Grosio, 24 aprile. Situazione ancora calma, racconta Pisanò, attesa delle forze da Milano e decisione di "tener duro sulle posizioni che ci erano state assegnate": "Il capitano francese sorrise e si dichiarò soddisfatto di questa decisione che era anche la sua" (26) .
    Milano invece è già inquieta. Il 25, iniziato uno sciopero alla Bicocca, alle ore 14 "intervengono i 600 francesi collaborazionisti di stanza nella caserma vicina allo stabilimento, con mortai e mitragliatrici contro moschetti e pistole". Solo il giorno dopo, nel pomeriggio, "la caserma francese si arrende" (27).
    Aggiunge Alessandro Vaia, commissario di guerra per il P.C.I. del Comando piazza di Milano, che nella notte tra il 25 e il 26 aprile "gruppi scelti delle brigate "Martelosio", "Casiraghi" e "Temolo", ossia della Breda, della Ercole Marelli e della Pirelli, assaltano un presidio di "baschi neri", collaborazionisti francesi, attestato tra Sesto S. Giovanni e Cinisello Balsamo" (28).
    Proprio il 25, Darnand e Coutret "lasciano Milano per Tirano con i resti dello stato maggiore" e la sera "dormono alla caserma di Sondrio, tenuta da militi fascisti". Il giorno dopo, si legge sempre in una storia della Milice, tutto si decide col mancato rendez-vous con la colonna Mussolini:
    "In questa notte dal 25 al 26 aprile, Bout de l'An che arriva da Sigmaringen con la sua segretaria, il suo interprete ed alcuni altri [...], passa il colle del Brennero. Arrivano a Bolzano alle 10 del mattino. Là, un miliziano venuto in avanguardia spiega a Bout de l'An che le cose vanno male e che non c'è questione che possa raggiungere Milano. Nel frattempo, Bout de l'An riceve un messaggio di Alessandro Pavolini che gli domanda d'inviare le forze di cui dispone sulla strada di Sondrio per proteggere la ritirata di Mussolini. Purtroppo per Mussolini, che sarà giustiziato il 29 [sic], Bout de l'An non dispone di alcuna forza organizzata. Ci sono a Bolzano dei miliziani, degli isolati, ma il battaglione Pincemin è stato preso nello sbandamento, non li raggiungerà. ll 26, Darnand ed il suo piccolo convoglio ripartono verso Tirano. In cammino, trovano una sezione della Milice française venuta ad incontrarli. Arrivano a Tirano dove tutto è calmo" (29).
    A Tirano, dove nel frattempo sono ripiegate tutte le forze fasciste, la calma dura poco. Il 26 ai francesi arriva dal colonnello Motta un nuovo, pressante invito alla resa:
    "Francesi! Il neofascismo è caduto, Milano è nelle mani dei patrioti, il fronte italiano è crollato e Mussolini è in fuga dopo aver chiesto di arrendersi con tutti i suoi. l tedeschi lasciano la Valtellina e Como, lasciando voi e le miserabili forze fasciste nei guai. ll Maresciallo Pétain, che è un uomo d'onore, entra in Francia per presentarsi al suo processo; Laval, Luchaire e Déat hanno domandato asilo alla Svizzera che l'ha rifiutato. [...] Noi vi inviamo una formale intimazione di arrendervi con le vostre armi" (30).
    Il 28 mattina, l'attacco partigiano comincia e si sviluppa per tutto il giorno; i miliziani subiscono perdite pesanti, "venticinque morti e una sessantina di feriti", poi "Darnand e Coutret, in grande uniforme della Milice, con una bandiera bianca vanno a incontrare i capi partigiani" (31). Scrive lo stesso Darnand:
    "Verso le 16, un parlamentare si presenta. Accetto di discutere. [...] Discuto, come Carus e Coutret, e ottengo che ci siano resi gli onori di guerra e che solo le nostre armi saranno cedute. Partiremo coi nostri archivi, i nostri bagagli e i nostri fondi. [...] Alle dieci, il battaglione è riunito sulla piazza. Parlo agli uomini davanti ai partigiani e alla popolazione. Emozione intensa. Molti dei nostri compagni piangono. l feriti sono là su delle barelle. Poi la rassegna e la presa d'armi. Tutto è finito, il battaglione, la Milice sono morti" (32).
    Pochi giorni dopo, i miliziani sono avviati al campo prigionieri di Coltano di Pisa, poi, "restituiti alle autorità francesi del corpo di spedizione in Italia", vengono rimpatriati in Francia. Darnand, dopo una latitanza di un mese e mezzo a Edolo, viene arrestato il 25 giugno "da un servizio speciale inglese". Condotto a Bergamo, a Milano, a Nizza, al carcere parigino di Fresnes, viene condannato a morte il 3 ottobre 1945 (33).
    Charbonneau, inseritosi a Como nella colonna fascista in marcia verso l'alto lago il 27 aprile, entrato in Svizzera, espulso, viene arrestato a Monza (34); altri miliziani, come Saint Loup, trovano asilo sicuro a Milano (35); altri ancora, come Victor Barthélemy, Louis Beaux e Louis Corradi, sempre a Milano, sono arrestati nella sede della Delegazione francese, via Telesio, dalla formazione "Franchi" di Edgardo Sogno (36).
    Entra in azione allora un gruppo dei servizi d'informazione della Francia libera, la missione "Usignolo 205/207", al comando di Louis Cheyron, installata a Genova dal 31 maggio 1945 e composta da "dodici ufficiali e da due sottufficiali della Sécurité Militaire dell'esercito permanente".
    Compito della missione, "scoprire i criminali di guerra, i testimoni dei loro crimini e raccogliere tutte le informazioni sulle loro vittime (spesso non identificate), senza trascurare i crimini commessi contro persone di nazionalità straniera" (37).
    Molti collaborazionisti, tuttavia, riescono a sfuggire alla rete che, fra contrasti tra francesi, italiani, inglesi e americani, si stringe loro attorno. Tra coloro che sfuggono alla cattura, Francis Bout de l'An, comandante di battaglione della Milice; Simon Sabiani, capo del P.P.F di Marsiglia, che secondo un rapporto del 22 settembre 1945 "fa la spola tra Firenze e Livorno" (38); Jean Degans e Jean Filliol, vecchi cagoulards, "due uomini letteralmente coperti di sangue francese" (39), implicati fra l'altro nell'assassinio dei fratelli Rosselli.
    E anche il capo del Rassemblement National Populaire, Marcel Déat. Nascosto a Milano, poi a Torino, insegna francese per anni sotto il nome della madre, Le Roux: muore in una clinica di Cavoretto il 5 gennaio 1955, per una vecchia ferita della prima guerra mondiale (40).
 
 
     Ringraziamento
    L'amico Laurent Berrafato (Parigi) ha fornito documentazione indispensabile ad arricchire il testo; altri documenti vengono dall'Archivio centrale dello stato (Roma), dall'Istituto storico della resistenza di Como, dall'archivio del colonnello Pieramedeo Baldrati (Como), di Franco Giannantoni (Varese) e di Hans Werner Neulen (Colonia); Carlo Alfredo Panzarasa (Magliaso Ticino) ha messo a disposizione le fotografie; lo scomparso vicesegretario del P.F.R. Pino Romualdi (Roma) ha reso una interessante testimonianza.
 
 Indice di abbreviazioni e sigle
 AA.VV. = autori vari
 
A.C.S. R.S.I. S.P.D. ris. = Archivio centrale dello Stato, Roma, fondo R.S.I., Segreteria particolare del Duce, carteggio riservato.
A.P. = archivio privato
I.S.R. = Istituto storico della resistenza 
P.C.I. = Partito comunista italiano
P.F.R. = Partito fascista repubblicano 
P.P.F. = Parti populaire français
R.S.I. = Repubblica sociale italiana 
T.A.A. = testimonianza all'autore
NOTE
(1) G. Pisanò, La generazione che non si è arresa, Milano, Visto, 1979, pp. 41-42.
(2) G. Rocco, Com'era rossa la mia valle. Una storia di antiresistenza in Valtellina Milano, Greco & Greco, 1992,passim.
(3) A.P. Franco Giannantoni (Varese). Bataillon Français, liste nominative par profession, Tirano, 12.5.1945.
(4) Per un approfondimento: R. Aron, Histoire de Vichy, Paris, Fayard,1954, pp.714-715; A. Brissaud, Pétain à Sigmaringen (1944-1945), Paris. Perrin, 1966: H. Rousso, Un chateau en Allemagne. La France de Pétain en exil, Paris, Ramsay, 1980.
(5) A. Pavolin - Ch. Goergen, La mort de Jacques Doriot, in: "La Gazette des Uniformes" XXIII, gennaio-febbraio 1993, n. 140, pp.3-7.
(6) E. F. Moellhausen, La carta perdente. Memorie diplomatiche 1943-1945, Roma, Sestante, 1948. pp. 423-424.
(7) V. Barthélemy. Du Communisme au Fascisme. Paris, A.M. 1978, pp. 477 e 479.
(8) H. Charbonneau, Les mémoires de Porthos, Paris. La Librairie Française, 1981, vol. ll. p. 129
(9) S. Loup, Gotterdammerung (Rencontre avec la Bete), Paris. Editions art et histoire d'Europe, 1986, pp. 152 e 165.
(10) F. Anfuso, Roma - Berlino - Salò, Milano, Garzanti, 1950, p. 558.
(11) Moellhausen. La carta perdente. cit., p. 424.
(12) V. Fornaro, Il servizio informazioni nella lotta clandestina. Gruppo Montezemolo, Milano, Editoriale Domus, 1946, p. 277, Valtellina (11-16 aprile).
(13) R. Lazzero, Le S.S. italiane, Milano, Rizzoli, 1982. p. 212
(14) T.A.A. Pino Romualdi (n. Predappio 24/7/1913 - m. Roma 21/5/1988), Roma, 19 febbraio 1988.
(15) A.C.S.R.S.l.S.P.D. ris. b.61 f.630 stf. 3. Stralcio udienze concesse dal Duce del giorno 18 marzo 1945-XXIII. Dr. Bonino - Federale Valerio Valeri con altri ufficiali e sottufficiali collaborazionisti S.S. francesi.
(16) Barthélemy, Du Communisme, cit., pp. 482-483.
(17) J. Delperrié de Bayac, Histoire de la Milice (1918-1945), Paris, Fayard, 1969, pp. 612-613.
(18) I.S.R. Como, Fondo Giannantoni. Diario di una giornata di guerra partigiana: 18 aprile 1945; su questi combattimenti, in generale si veda: M. Fini - F. Giannantoni, La resistenza più lunga, Milano, SugarCo, 1984, voll. 2, vol. I, pp. 306-307.
(19) A.P. Pieramedeo Baldrati (Como), perdite accertate del battaglione Milice Française, combattimento di Grosio del 18 aprile 1945.
(20) I.S.R. Como, Fondo Giannantoni. Biglietto, Grosio 20 aprile 1945, firmato "le Commandement Français", e risposta del 21-4-1945 del comandante la divisione alpina.
(21) Brissaud, Pétain à Sigmaringen, cit., p. 498, "temoignage personnel d'Henry Charbonneau".
(22) Charbonneau, Les mémoires, cit. a pag. 130.
(23) Delperrié de Bayac, Histoire de la Milice, cit., p. 14.
(24) Delperrié de Bayac, Histoire de la Milice, cit., pp. 614-615.
(25) I.S.R. Como, Fondo Giannantoni. Dernier avertissement aux Français, 21 aprile 1945, firmato "Camillo".
(26) Pisanò, La generazione, cit., p. 57.
(27) AA.VV., Milano nella Resistenza: bibliografia e cronologia marzo 1943/maggio 1945, Milano, Vangelista,1975, pp.205 e 207.
(28) A. Vaia, Da galeotto a generale, Milano, Teti, 1977, p. 246.
(29) Delperrié de Bayac, Histoire de la Milice, cit , p. 615.
(30) I.S.R. Como, Fondo Giannantoni. Biglietto, 26 apnle 1945, firmato "Camillo".
(31) Delperrié de Bayac, Histoire de la Milice, cit., pp. 615-617.
(32) Bnssaud, Pétain à Sigmaringen, cit., p. 502 document personnel communiqué par Philippe Darnand, fils du chef de la Milice.
(33) Delperrié de Bayac, Histoire de la Milice. cit., pp. 619-621; Brissaud, Pétain à Sigmaringen, cit., pp.503-506.
(34) Charbonneau, Les mémoires, cit., pp. 148- 160.
(35) Loup, Gotterdammerung, cit., pp. 178-183.
(36) Barthélemy, Du Communisme, cit., pp. 488-492.
(37) I. Delarue, Missione "Usignolo 205/ 207", in: "Studi Piacentini" n. 4 - 1988, pp.53-67, qui pp. 59-61.
(38) Delarue, Missione "Usignolo 205/207", cit., p. 65.
(39) Delperrié de Bayac, Histoire de la Milice, cit., p. 619.
(40) M. Déat, Memoires politiques, Paris, Denoel, 1989, pp. 947-963.

STORIA VERITA' N. 14 Marzo-Aprile 1994

                                                                                                                                                    

                                                                                                                                                     



giovedì 18 novembre 2021

LA BESTIALITA' DEI COMUNISTI...


  1. la bestialità sanguinaria dei comunisti...

    Questo è un articolo tratto da "L'ultima Crociata" del 1998, di Augusto Pastore. La tragedia della famiglia Ugazio vien voglia di scriverla con l'inchiostro rosso. Un rosso sangue.
    E ci vorrebbero anche le tonalità espressive di Eschilo per rendere con chiarezza l'atmosfera allucinante nella quale venne consumata una strage orribile che lascia increduli, inorriditi.

    Le malvagità della sporca bestia umana toccano vertici sconosciuti alla bestia stessa. certo che al cospetto del calvario di Mirka, Cornelia e Giuseppe Ugazio la più maledetta iena proverebbe un moto di sgomento.

    Galliate è un grosso centro agricolo-industriale, posto ad una decina di chilometri da Novara. Si allunga a levante, fino alle rive del Ticino.

    In questo pezzo di valle padana l'inverno è rigido, umido: una cappa pesante di nebbia avvolge tutto. D'estate l'afa, stagnante e le zanzare fanno attendere il calare del sole come una benedizione del Padreterno. Allora la gente esce di casa e si siede sui gradini. Aspetta il ristoro di un filo d'aria.

    Anche la sera del 28 agosto 1944, dopo una giornata arroventata, a Galliate si aspettava il sollievo del tramonto.

    Giuseppe Ugazio, un brav'uomo di 43 anni, segretario del Fascio locale, si intratteneva con alcuni amici presso la trattoria S. Carlo. Discuteva della guerra, delle terrificanti incursioni sul ponte del Ticino spaccato in due dalle bornbe inglesi.
    Cornelia, la figlia di 21 anni, simpatica e bella studentessa in medicina, si era recata da conoscenti che l'avevano pregata per alcune iniezioni. Mirka, l'ultima creatura di Giuseppe Ugazio, era saltata sulla bicicletta e si divertiva a pedalare forte con la gioia innocente dei 13 anni! Ma in quella sera del 28 agosto 1944, il destino di Mirka, Cornelia e Giuseppe Ugazio si compie. Un gruppo di partigiani, usciti dalla boscaglia, come lupi famelici attendono i tre. Con un pretesto qualsiasi distolgono Giuseppe Ugazio dalla compagnia degli amici, poi, camuffati da militi della R.S.I. in borghese, fermano Cornelia. Mirka, la dolce bambina di 13 anni con le trecce avvolte sulla nuca e il vestitino bianco a fioroni rosa, viene spinta dalla camionetta in corsa sul bordo della strada. La raccolgono in fretta, senza dare nell'occhio, accorti come una banda di bucanieri. Una sporca e nodosa mano le comprime la bocca mentre l'automezzo si rimette in marcia. Il tragico appuntamento per le tre vittime è fissato presso la tenuta «Negrina», un cascinale isolato a mezza strada tra Galliate e Novara. Sono le 21 della sera del 28 agosto 1944, un cielo calmo, dolce, pieno di stelle. Dalle risaie si alza il concerto gracidante delle rane: alla tenuta «Negrina» incomincia invece la sarabanda, la macabra giostra. I partigiani, una ventina circa, hanno tanta fame e sete, ma per fortuna il pollaio è portata di mano e la cantina a due passi. Un festino in piena regola per tutti quanti ad eccezione dei tre prigionieri. Mirka piange ed invoca la madre. Cornelia, dignitosa come la donna di Roma, sfida con gli occhi quel banchetto di forsennati. Papà Ugazio è cereo in viso: avverte la tragedia immane che pesa nell'aria. Avanti, è ora. Il vino ha raggiunto l'effetto e a calci e a pugni la turba di delinquenti spinge Giuseppe Ugazio nel boschetto adiacente la tenuta. Lo legano ad un fusto, gli spengono i mozziconi di sigarette sulle carni e, sotto gli occhi terrorizzati di Mirka e di Cornelia, lo finiscono a pugni in faccia e pedate nel basso ventre. Il calvario dura più del previsto perché la fibra fisica dell'Ugazio resiste. La gragnuola di pugni infittisce, i calci si fanno più decisi. Ora si ode soltanto il rantolo: «Ciao Mirka, ciao Cornelia» e Giuseppe Ugazio spira. Adesso inizia l'ignobile. Sono venti uomini avvinazzati su due corpi indifesi. Mirka è una bambina e non conosce ancora le brutture degli uomini degeneri. Dapprima non comprende, non sa, poi tenta un'inutile resistenza. Cornelia si difende ma è sopraffatta. Sette ore di violenze ancestrali, sette ore di schifo e di urla. Poi l'alba. Mirka e Cornelia non respirano più. Conviene togliere di mezzo i cadaveri e ritornare nella boscaglia. Si scavano venti centimetri di terra e si buttano le vittime. Le zolle fredde al contatto delle carni riaccendono un barlume di vita e i due corpi sussultano ancora. Ma è questione di un momento per i partigiani: a Cornelia spaccano il cranio con il calcio del mitra e sul collo di Mirka, la bambina, si abbatte uno scarpone che la strozza. La tragedia è finita.

    Sull'orizzonte si alza il sole, il sole insanguinato del 29 agosto 1944, a soli otto mesi dalla "liberazione".


    A mamma Maria Ugazio, il giornalista chiede di fargli vedere un ricordo personale di Mirka. Allora gli fu mostrato un album di famiglia un poco ingiallito dal tempo. Sul retro di una foto scattata nei giardini dell'Isola Bella la mano infantile di Mirka aveva scritto nel 1943 queste parole: «Al mio papalone che mi ha portato a fare questa bella gita, la sua Mirka».
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  2.   i comunisti infierivano anche contro i parroci...

    Per i comunisti i parroci erano tra gli oppositori più efficaci, quindi molto pericolosi. Avevano confessionali in cui sapere anche la verità sulla violenza rossa che, fuori, nessuno osava dire.


    Avevano pulpiti da cui parlare e condannare, gente ad ascoltare. Erano organizzati con oratori, consigli comunali, formavano diocesi. Quattro volte più numerosi di oggi, erano disseminati ovunque. Più dei carabinieri, più dei farmacisti. Persino più delle case del popolo. E se la loro parrocchia disponeva di benefici terrieri, ebbene, erano da odiare due volte, una perché preti, l'altra come padroni, e rientravano perciò doppiamente in quell'assunto che, dalla fine della guerra, girò per anni tra le squadre d'azione comunista, in cellula e nelle case del popolo:
    «Se dopo la liberazione ogni compagno uccidesse il proprio parroco e ogni contadino il padrone, il problema sarebbe già risolto».

    E non è vero che ad ogni don Camillo rispondesse un Peppone. I primi furono tanti, dei secondi in questo amaro viaggio di triangolo della morte non vi è traccia. Non c'è parroco che non abbiano intimidito, isolato. Tantissimi furono scherniti, derubati, rapinati. Ora io vi racconterò di quelli che, dopo aver già tanto sofferto in tempo di guerra da tedeschi, fascisti e partigiani rossi, sono stati martirizzati in tempo di pace dalla violenza comunista. Nell'allora folto branco di parroci può magari scapparci, che so, lo scapestrato, il disattento, l'arricchito. Non però tra le decine uccisi.

    Ogni assassinato è perbene. E tra i più attivi, equilibrati, generosi, attenti alla propria gente. E' seguito, amato, perciò un maledetto nemico del popolo, dunque va soppresso, distrutto e che ogni assassinato sia esempio per gli altri, che tengano la bocca chiusa. E c'è un motivo, più d'ogni altro: essi hanno in sé e con sé Dio.

    Il 25 aprile è la Liberazione, la fine della guerra, e da adesso i parroci dell'Emilia Romagna, ma anche delle regioni vicine, ogni sera, nell'ultimo segno della croce, non sanno se rivedranno l'alba o se capiteranno in casa gli assassini, come accade la sera del 16 gennaio '46 a don Francesco Venturelli, arciprete di Fossoli, nel Modenese vicino Carpi.
    E' stato cappellano nel campo di concentramento della sua parrocchia, è un tipo che non chiede che tessera politica hai, che assiste tutti quanti, inglesi, fascisti, partigiani, collaborazionisti. E' uno che dopo la Liberazione detesta la brutalità e gli eccidi che si ripetono nel Carpigiano contro fascisti e presunti fascisti.
    E dunque è sera, uno sconosciuto lo chiama fuori di canonica chiedendo di accorrere per un incidente mortale sulla provinciale. Don Francesco corre e si trova invece davanti a un plotone di rossi che lo falcia col mitra.

    Invece don Gianni Domenico, trentenne, celebra messa ai giovani soldati repubblichini. Il 24 aprile '45 all'arrivo degli alleati corre tra la sua gente a San Vitale di Reno: in chiesa lo stanno aspettando i partigiani comunisti, lo gettano in un porcile, lo denudano, lo violentano. Ci sono anche donne tra loro, e una in particolare, è la più ardente nel seviziarlo. Il lungo martirio si conclude a colpi di mitra e ai parrocchiani si impedisce per giorni di seppellire il martirizzato.

    Don Giuseppe Tarozzi è parroco a Riolo di Castelfranco, diocesi di Bologna, severissimo nell'amministrare un'opera pia fa il diavolo a quattro per tener lontano da essa la politica e ladri. Notte del 25 maggio '45: i commandos comunisti fracassano a colpi di scure la porta della canonica, lo strappano dal letto, lo pestano, poi lo trascinano via in camicia da notte. La gente vede un'ombra bianca sospinta fuori a calci, il suo cadavere non sarà mai più ritrovato.

    Ancora diocesi di Bologna: don Giuseppe Rasori, sessantenne a San Martino Casola ha solo due parrocchiani non iscritti al Pci. Sberleffi, minacce, assalti alla chiesa. Vive nella paura ma resta. Nel pomeriggio del 2 luglio '46 in canonica, dove in guerra ha nascosto tanti partigiani, lo ammazzano con un colpo di pistola al collo. Il suo successore poco tempo dopo in chiesa parlando della passione di Gesù accenna allo straccio rosso con cui fu coperto per derisione. Deve fare ripetute e pubbliche scuse, i comunisti l'hanno presa come ingiuria alla loro bandiera.

    Don Alfonso Reggiani, parroco di Anzola di Piano, Bologna, il 5 dicembre '45 sta pedalando di ritorno da una visita ai suoi ammalati, lo fermano in due, l'ammazzano a raffiche di mitra, se ne vanno sulle biciclette. Una cigola e gli assassini dicono: «L'ungeremo a casa, adesso che abbiamo ammazzato il maiale». Al funerale di don Alfonso, reo di battute umoristiche sui comunisti, ci sono solo cinque bambini e qualche donna.

    Un prete semplice, conciliante, don Enrico Donati, ma è parroco a Lorenzatico, Bologna, della famiglia del sindacalista bianco Giuseppe Fanin, che sarà massacrato, nel '48 a colpi di spranga dai comunisti. Il 13 maggio '45 quattro compagni con la scusa di portare don Donati al comando partigiano per formalità, lo feriscono a colpi di mitra, gli legano le mani, lo infilano in un sacco e lo gettano con due sassi per zavorra in un macero colmo d'acqua.

    La sera del 25 luglio '45 un altro comando chiama don Achille Filippi, parroco di Maiola, sull'uscio della chiesa e l'uccide: cancellando anni ed anni di lavoro e bontà per la gente, le colonie per i bambini, la povertà degli anziani. Ma il gran farabutto in chiesa biasimava le violenze e i soprusi dei comunisti; a morte.

    Già un altro era stato condannato a morte un mese prima della Liberazione a Santa Maria in Duno per aver rinfacciato ai partigiani rossi efferatezza durante la guerriglia: il primo marzo '45 si presentano due armati travestiti da tedeschi, irrompono in canonica con due donne anch'esse armate, dicono di essere di un comitato, legano Don Corrado Bortolini, rubacchiano e poi lo portano via in motocicletta. Mai più trovato, anche se tutti sanno che è stato torturato, strangolato, gettato in una fossa. Al suo successore c'è chi ammonisce di non interessarsene: «Tanto don Corrado dorme in un campo di fiori».

    Don Tino Galletti, nella chiesa di Spazzate Sassatelli, a Imola, è un altro che non parla bene dei comunisti in una parrocchia rossa, non più di sei persone alla messa domenicale. Il 9 maggio '45 è ucciso a colpi di pistola e per non mandarlo via da solo ammazzano anche tre dei suoi sei fedeli. Non un cane ai funerali.

    Implora pietà invece don Luigi Lenzini, parroco di Crocetta di Pavullo, nel Modenese, la notte in cui un gruppo di comunisti, gente del paese, lo trascina in camicia da notte dalla canonica alla vigna e qui lo seviziano da stramaledetti e poi gli spaccano la testa: ha condannato il metodo di «far fuori la gente» dei comunisti.

    Freddati a pistolettate il parroco di Mocogno e di Montalto, cioè il canonico Giovanni Guizzardi e don Giuseppe Preci, nel Modenese. Morte lenta per l'anziano don Ernesto Talè, parroco di Castellino delle Formiche, modenese, e per la donna che stava accompagnandolo da un ammalato, «quella carogna non voleva morire ... », dirà al bar, vantandosi con gli amici, uno dei "coraggiosi partigiani" torturatori del prete.

    Nel Reggiano non ammettono gli eccessi disumani di chi, partigiano comunista, scredita il movimento di Resistenza e sono freddati col mitra don Giuseppe Lemmi, cappellano di Felina e don Luigi Manfredi, parroco di Budrio.

    E' il 14 settembre '45, l'assassino che spacca il cranio a don Tebaldo Dapporto, parroco di Casalfiumanese di Imola, corre alla Camera del Lavoro a vantarsi d'aver fatto fuori il suo prete-padrone.

    Don Carlo Terenziani, prevosto di Ventosa, la mattina del 29 aprile '45 è preso dai partigiani rossi che lo fanno girare per le strade come un Cristo schernito, sputato, ingozzato di vino all'osteria, battuto e infine fucilato a sera.

    Don Giuseppe Pessina, parroco di San Martino di Correggio, piange diciannove parrocchiani assassinati dai comunisti e sa troppe cose: ucciso a colpi di mitra mentre la sera del 18 giugno '46 rintocca l'Ave Maria...
    Purtroppo, l'elenco delle vittime delle radiose giornate non finisce qui,
    tanti preti martiri in Emilia, tanti Toscana e in altre regioni...

    Tutto questo orrore non vi è bastato?
    Credete ancora alla favola dei partigiani combattenti per democrazia e per la libertà?

    Questo è l'elenco provvisorio dei religiosi massacrati barbaramente dai partigiani durante le "radiose giornate"



    DON GENNARO AMATO - Parroco di Locri (RC), ucciso nell'ottobre 1943 dai capi della repubblica comunista di Caulonia.
    DON ERNESTO BANDELLI - Parroco di Bria, ucciso dai partigiani slavi a Bria il30/4/45
    DON VITTORIO BAREL - Economo del seminario di Vittorio Veneto, ucciso dai partigiani il 26/10/44
    DON DUILIO BASTREGHI - Parroco di Cigliano e Capannone Pienza, ucciso la notte del 3/7/44 dai partigiani comunisti che lo avevano chiamato con un pretesto.
    DON CARLO BEGHE' - Parroco di Norvegigola (Apuania), sottoposto il 2/3/45 a finta fucilazione dai partigiani, che gli produsse una ferita mortale.
    DON FRANCESCO BONIFACIO - Curato di Villa gardossi (TS), catturato dai comunisti slavi ed infoibato l'11/9/46.
    DON LUIGI BORDET - Parroco di Hone (AO), ucciso il 5/3/46 perché aveva messo in guardia i parrocchiani dalle insidie comuniste.
    DON LUIGI BOVO - Parroco di Bertipaglia (PD), ucciso il 25/9/44 da un partigiano comunista.
    DON MIROSLAVO BULLESCHI - Parroco di Monpaderno (Diocesi di Parenzo e Pola), ucciso il 23/8/47 dai comunisti slavi.
    DON TULLIO CALCAGNO - Direttore di Crociata Italica, fucilato a Milano il 29/4/45 da partigiani comunisti.
    PADRE CRISOSTOMO CERAGIOLO - Cappellano militare decorato al V.M., prelevato il 19/5/44 da partigiani comunisti e ritrovato cadavere in una buca con le mani legate dietro la schiena.
    DON FERRUCCIO CRECCHI - Parroco di Levigliani (LU), fucilato all'arrivo delle truppe di colore grazie a false accuse dei comunisti locali.
    DON ANTONIO CURCIO - Cappellano dell'11° Btg. bersaglieri, ucciso il 7/8/41 a Dugaresa da comunisti croati.
    PADRE SIGISMONDO DAMIANI - Ex cappellano militare, ucciso dai comunisti slavi a S. Genesio di Macerata l'11/3/44.
    DON AURELIO DIAZ - Cappellano della Sezione Sanità della divisione Ferrara, fucilato a Belgrado nel gennaio 45 da partigiani titini.
    DON ADOLFO DOLFI - Canonico della Cattedrale di Volterra, sottoposto il 28/5/45 a torture tali che lo portarono alla morte l'8 ottobre successivo.
    DON GIUSEPPE DORFMANN - Fucilato nel bosco di Posina (VI) il 27/4/45
    DON VINCENZO D'OVIDIO - Parroco di Poggio Umbricchio (TE), ucciso nel maggio 44 sotto accusa di filo fascismo.
    PADRE GIOVANNI FAUSTI - Superiore generale dei Gesuiti in Albania, fucilato il 5/3/46 insieme ad altri religiosi rimasti ignoti, solo perchè italiani.
    PADRE FERNANDO FERRAROTTI - Cappellano militare reduce dalla Russia, ucciso da partigiani comunisti nel giugno 44 a Champorcher (AO).
    DON GREGORIO FERRETTI - Parroco di Castelvecchio (TE), ucciso da partigiani comunisti slavi ed italiani nel maggio 44.
    DON SANTE FONTANA - Parroco di Comano (Pontremoli), ucciso dai partigiani il 16/1/45.
    DON GIUSEPPE GABANA - Della diocesi di Brescia, ucciso il 3/3/44 da un partigiano comunista.
    DON DOMENICO GIANNI - Cappellano militare in Jugoslavia, prelevato la sera del 21/4/45 dai comunisti e ucciso dopo tre giorni.
    DON GIUSEPPE LORENZELLI - Priore di Corvarola di Bagnone (Pontremoli), ucciso dai partigiani il 27/2/45 dopo essere stato obbligato A SCAVARSI LA FOSSA.
    DON FERNANDO MERLI - Missionario della Cattedrale di Foligno, ucciso il 21/2/44 presso Asissi, da comunisti slavi istigati da altri comunisti italiani.
    DON ANGELO MERLINI - Parroco di Flamenga (Foligno), ucciso dagli stessi assassini il medesimo giorno, presso Foligno.
    DON ARMANDO MESSURI - Cappellano delle suore della Sacra Famiglia in Marino, ferito a morte dai partigiani comunisti e deceduto il 18/6/44.
    DON GIACOMO MORO - Cappellano militare in Jugoslavia, fucilato dai titini a Micca di Montenegro.
    DON ADOLFO NANNINI - Parroco Cercina (FI), ucciso il 30/5/44 da partigiani comunisti.
    PADRE SIMONE NARDIN - Dei benedettini olivetani, tenente cappellano dell'ospedale militare Belvedere in Abbazia di Fiume, prelevato da partigiani slavi nell'aprile 45 e trucidato dopo orrende sevizie.
    DON LUIGI OBID - Economo di Podsabotino e San Mauro (GO), prelevato dai partigiani ed ucciso a San Mauro il 15/1/45.
    DON POMBEO PERAI - Parroco dei SS. Pietro e Paolo di città della Pieve, ucciso per rappresaglia partigiana il 16/6/44.
    DON VITTORIO PERKAN - Parroco di Elsane (Fiume), ucciso il 9/5/45 dai partigiani mentre celebrava un funerale.
    DON ALADINO PETRI - Parroco di Pievano di Caprona (PI), ucciso il 2/6/44 perché ritenuto filo fascista.
    DON NAZZARENO PETTINELLI - Parroco di S. Lucia di Ostra di Senigallia, fucilato per rappresaglia partigiana il 1/7/44.
    DON UMBERTO PESSINA - Parroco di S. Martino di Correggio, ucciso il 18/6/46 da partigiani comunisti.
    SEMINARISTA GIUSEPPE PIERAMI - Studente di teologia della diocesi di Apuania, ucciso il 2/11/44 sulla linea Gotiga da partigiani comunisti.
    DON LADISALO PISACANE - Vicario di Circhina (GO), ucciso da partigiani slavi il 5/2/45 insieme AD ALTRE 12 PERSONE.
    DON ANTONIO PISK - Curato di Canale d'Isonzo (GO), prelevato dai partigiani slavi il 28/10/44 e fatto sparire per sempre.
    DON NICOLA POLIDORI - Della diocesi di Nocera e Gualdo, fucilato il 9/6/44 da partigiani comunisti a Sefro.
    DON GIUSEPPE ROCCO - Parroco di S. Maria, diocesi di S. Sepolcro, ucciso dagli slavi il 4/5/45.
    PADRE ANGELICO ROMITI - Cappellano degli AU della Scuola di Fontanellato, decorato al V.M., ucciso la sera del 7/5/45 da partigiani comunisti
    DON ALESSANDRO SANGUANINI - Della congregazione della Misisone, fucilato a Ranziano (GO) il 12/10/44 da partigiani slavi, a causa dei suoi sentimenti di italianità.
    DON LODOVICO SLUGA - Vicario di Circhina (GO), ucciso insieme al confratello DON PISACANE
    DON EMILIO SPINELLI - Parroco di Campogialli (AR), fucilato il 6/5/44 dai partigiani con l'accusa di filo fascismo.
    DON ANGELO TATICCHI - Parroco di Villa di Rovigno (Pola), ucciso dai partigiani slavi nell'ottobre 1934, perchè aiutava gli italiani.
    DON ALBERTO TERILLI - Arciprete di Esperia (FR), morto in seguito ALLE SEVIZIE INFLITTEGLI DAI MAROCCHINI, ECCITATI DAI PARTIGIANI ITALIANI, nel maggio 1944.
    MONS. EUGENIO CORRADINO TORRICELLA - Della diocesi di Bergamo, ucciso il 7/1/44 ad Agen (Francia) da partigiani comunisti, a causa dei suoi sentimenti di italianità.
    DON REDOLFO TRCEK - Diacono della diocesi di Gorizia, ucciso il 1/9/44 a Montenero d'Idria da partigiani comunisti.
    DON GILDO VIAN - Parroco di bastia (PG), ucciso dai partigiani comunisti il 14/7/44.
    DON SEBASTIANO CAVIGLIA - parroco della GNR ucciso ad Asti il 27/4/45;DON GIUSEPPE AMATEIS -parroco di Coassolo (TO), ucciso dai comunisti A COLPI D'ASCIA il 15/3/44 per avere deplorato gli eccessi partigiani;
    DON EDMONDO DE AMICIS - cappellano pluri decorato della I G.M., assassinato a Torino dai gappisti il 24/4/45;
    DON VIRGINIO ICARDI -parroco di Squaneto (Acqui Terme - AL), ucciso dai comunisti il 4/7/44;
    DON ATTIILIO PAVESE -CAPPELLANO PARTIGIANO e parroco di Alpe Gorreto (Tortona - AL), ucciso dai suoi stessi compagni il 6/12/44 perché aveva OSATO CONFORTARE RELIGIOSAMENTE DEI TEDESCHI CONDANNATI A MORTE;
    DON FRANCESCO PELLIZZARI - parroco di Tagliolo (Acqui Terme - AL), chiamato dai partigiani la notte del 10/5/45 e sparito nel nulla;
    DON ENRICO PERCIVALLE - parroco di Varriana (Tortona - AL), ucciso a pugnalate dai partigiani il 14/2/44;
    DON LEANDRO SANGIORGI - cappellano militare decorato al valore, ucciso dai partigiani a Sordevolo Biellese (BI) il 30/4/45;
    DON LUIGI SOLARO - di Torino, ucciso il 4/4/45 solo perché PARENTE DEL FEDERALE DI TORINO, anche lui trucidato dai partigiani a guerra finita;
    PADRE EUGENIO SQUIZZATO - cappellano PARTIGIANO, ucciso dai suoi il 16/4/44 fra Corio e Lanzo (TO), poiché voleva abbandonare la formazione, TURBATO DALLE TROPPE CRUDELTA';
    DON ANTONIO ZOLI -parroco di Morra del Villar (CN), ucciso dai partigiani perché, durante la predica del Corpus Domini del 1944, aveva DEPLORATO L'ODIO FRA FRATELLI.
    DON STANISLAO BARTHUS - della congregazione di Cristo Re (Imperia), ucciso il 17/8/44 dai partigiani perché aveva, durante una predica, DEPLORATO GLI ECCESSI PARTIGIANI;
    DON COLOMBO FASCE -Parroco di Cesino (GE), ucciso nel maggio 1945 da partigiani comunisti;
    DON ANDREA TESTA - Parroco di Diano Borrello (SV), ucciso il 16 luglio 1944
    E MOLTI ALTRI ANCORA...
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    .SENZA PAROLE...
  3. Norma Cossetto era una splendida ragazza di 24 anni di S. Domenico di Visinada, laureanda in lettere e filosofia presso l'università di Padova.

    In quel periodo girava in bicicletta per i comuni dell'Istria per preparare il materiale per la sua tesi di laurea, che aveva per titolo "L'Istria Rossa" (Terra rossa per la bauxite).

    Il 25 settembre 1943 un gruppo di partigiani irruppe in casa Cossetto razziando ogni cosa (espropriazione proletaria). Entrarono perfino nelle camere, sparando sopra i letti per spaventare le persone. Il giorno successivo prelevarono Norma. Venne condotta prima nella ex caserma dei Carabinieri di Visignano dove i capibanda si divertirono a tormentarla, promettendole libertà e mansioni direttive, se avesse accettato di collaborare e di aggregarsi alle loro imprese. Al netto rifiuto, la rinchiusero nella ex caserma della Guardia di Finanza a Parenzo assieme ad altri parenti, conoscenti ed amici tra i quali Eugenio Cossetto, Antonio Posar, Antonio Ferrarin, Ada Riosa vedova Mechis in Sciortino, Maria Valenti, Urnberto Zotter ed altri, tutti di San Domenico, Castellier, Ghedda, Villanova e Parenzo.

    Dopo una sosta di un paio di giorni, vennero tutti trasferiti durante la notte e trasportati con un carnion nella scuola di Antignana, dove Norma iniziò il suo vero martirio.

    Fissata ad un tavolo con alcune corde, venne violentata da diciassette aguzzini, ubriachi e esaltati, quindi gettata nuda nella Foiba poco distante, sulla catasta degli altri cadaveri degli istriani. Una signora di Antignana che abitava di fronte, sentendo dal primo pomeriggio gemiti e lamenti, verso sera, appena buio, osò avvicinarsi alle imposte socchiuse. Vide la ragazza legata al tavolo e la udí, distintamente, invocare la mamma e chiedere da bere per pietà...

    Il 13 ottobre 1943 a S. Domenico ritornarono i tedeschi i quali, su richiesta di Licia, sorella di Norma, catturarono alcuni partigiani che raccontarono la sua tragica fine e quella di suo padre.

    Il 10 dicembre 1943 i Vigili del fuoco di Pola, al comando del maresciallo Harzarich, recuperarono la sua salma: era caduta supina, nuda, con le braccia legate con il filo di ferro, su un cumulo di altri cadaveri aggrovigliati; aveva ambedue i seni pugnalati ed altre parti del corpo sfregiate.

    Emanuele Cossetto, che identificò la nipote Norma, riconobbe sul suo corpo varie ferite d'arma da taglio; altrettanto riscontrò sui cadaveri degli altri". Norma aveva le mani legate in avanti, mentre le altre vittime erano state legate dietro. Da prigionieri partigiani, presi in seguito da militari italiani istriani, si seppe che Norma, durante la prigionia venne violentata da molti.

    Un'altra deposizione aggiunge i seguenti particolari: "Cossetto Norma, rinchiusa da partigiani nella ex caserma dei Carabinieri di Antignana, fu fissata ad un tavolo con legature alle mani e ai piedi e violentata per tutta la notte da diciassette aguzzini. Venne poi gettata nella Foiba.... La salma di Norma fu composta nella piccola cappella mortuaria del cimitero di Castellerier.

    Dei suoi diciassette torturatori, sei furono arrestati e obbligati a passare l'ultima notte della loro vita nella cappella mortuaria del locale cimitero per vegliare la salma, composta al centro, alla luce tremolante di due ceri, nel fetore acre della decomposizione di quel corpo che essi avevano seviziato sessantasette giorni prima, nell'attesa angosciosa della morte certa. Soli, con la loro vittima, con il peso enorme dei loro rimorsi, tre impazzirono e all'alba caddero con gli altri, fucilati a colpi di mitra ...."

                                                                                                                                                                  

     Orrore a Torino...

    Questa agghiacciante testimonianza è stata tratta da
    "Carità e Tormento" - memorie di una Crocerossina
    di Antonia Setti Carraro - Mursia editore 1982

    Torino - primi di maggio 1945.

    "Accanto al reparto dei feriti e congelati della divisione, vi era una stanzetta dove un Tenente della X Mas, ferito alla colonna vertebrale e completamente paralizzato dalla vita in giù, se ne stava isolato assieme alla madre. Era di Trieste e la madre lo curava già da parecchio tempo. Non aveva che quel figliolo. Un pomeriggio che ricorderò sempre come un incubo, quattro partigiani armati irruppero in quella stanzetta, afferrarono quel povero
    corpo martoriato, lo presero due per le ascelle e due per i piedi e cercarono di portarlo fuori dal locale.

    Nessun medico, nessun infermiere, nessuna sorella cercò di fermarli. La madre intuì ogni cosa e si gettò, urlando sul figlio e con la forza della disperazione lottò per stapparlo a quei violenti. Dritta sulla soglia della stanzetta, a braccia aperte, tentava di impedire il passaggio del corpo del figlio picchiando a pugni chiusi chi lo trasportava, difendendo disperata la sua creatura. Era tremendamente sola. La colpirono con un pugno tra gli
    occhi ed egualmente la donna, perdendo sangue dal naso, si batteva con la forza di un leone; a quel punto si gettò a terra tra le gambe di quegli uomini e allora uno di questi la prese per i capelli e la trascinò per la corsia. La donna perdeva ciocche di capelli, ma continuava a dibattersi non cessando mai di invocare aiuto. Poi rialzatasi di colpo, si getto nuovamente sul corpo del figlio che veniva continuamente strattonato qua e là ed era
    ormai seminudo, con le medicazioni pendenti dalla ferita riaperta. Il tenente non aprì mai la bocca, solo allungò una mano e strinse quella della madre ricoperta di sangue. Sempre silenziosamente prese ad accarezzare quella povera mano e poi se la portò alle labbra.

    Trovava ancora la forza di tacere. Fu trascinato davanti ai letti dei soldati (...). Ora gli urli della donna non avevano più nulla di umano. Il triste corteo passò il cortile seguito dagli occhi di decine di persone senza che nessuno intervenisse o sbarrasse il passo a chi trasportava quel ferito. All'uscita dell'ospedale un gruppo di persone fece cerchio attorno a quei quattro che ora cercavano invano di far entrare il ferito in un camioncino sporco ed
    ingombro di oggetti. Ma non vi riuscivano.

    PIETÀ, PIETÀ PER MIO FIGLIO!

    Allora con un moto di stizza e di rabbia buttarono a terra quel corpo martoriato e scaricarono su di lui i loro mitra. Spararono tutti e quattro assieme. Per ore nelle nostre orecchie risuonò martellante l'urlo della povera madre:

    "MALEDETTI, MALEDETTI ASSASSINI"

  4.   il sadismo bestiale dei partigiani...

    Questa storia, tratta da "Il Triangolo della Morte" Ed. Mursia, di Giorgio e Paolo Pisanò, ripercorre una delle tante eroiche imprese della Brigata Partigiana per eccellenza: "La Brigata Garibaldi" ovvero il nucleo partigiano che ha combattuto con tenacia e sprezzo del pericolo per la libertà e la democrazia.

    Ines Gozzi, una bella ventiquattrenne di Castelnuovo Rangone (MO), è una studentessa universitaria, laureanda in lettere. Conoscendo la lingua tedesca è diventata l'nterprete del locale Comando Germanico. Ciò ha significato la salvezza del paese quando i partigiani hanno ucciso due soldati tedeschi nella zona e questi volevano distruggere l'abitato. E' stata proprio Ines Gozzi a interporsi e a battersi perchè la rappresaglia fosse evitata. Così, da quel giorno, tutti gli abitanti di Castelnuovo Rangone lo sanno e gliene sono grati. Ma tutti sanno anche che la ragazza è fidanzata con un ufficiale della Guardia Nazionale Repubblicana e questa è una colpa imperdonabile agli occhi dei "partigiani assassini -salvatori della patria- ed eroi coraggiosi pluridecorati"! La notte del 21 gennaio 1945 una squadra di partigiani della brigata "Garibaldi" fa irruzione in casa Gozzi prelevando Ines e suo padre.


    I due vengono portati in un casolare in aperta campagna e qui, davanti al genitore legato, la ragazza subisce le più atroci sevizie e le violenze più indicibili da tutti i "coraggiosi" componenti dell'"onorata" Brigata Garibaldi. I partigiani garibaldini ubriachi la posseggono a turno, la picchiano, gli sputano addosso, le tagliano le unghie fino alla carne, gli spengono dei mozziconi di sigaretta negli occhi, poi le urinano addosso. Tutto questo orrore davanti al padre legato, costretto ad assistere al martirio di quell'unica figlia nell'impotenza e nella consapevolezza che non ne sarebbero usciti vivi. Dopo essersi accaniti contro la povera Ines, i partigiani infieriscono su quel padre che oramai non si rendeva più conto di cosa stesse accadendo tanto era il dolore che gli avevano provocato quei porci stramaledetti!


    All'alba del 22 gennaio 1945, dopo la lunga notte di baldoria, i "coraggiosi partigiani garibaldini" finiscono padre e figlia con numerosi colpi di pistola alla testa. Verranno ritrovati e riesumati alcuni giorni dopo. Il corpo della ragazza è tanto straziato, tanto sfigurato da dover essere nascosto agli occhi della madre. Sui muri di Castelnuovo Rangone qualcuno scrive: "Bestie, avete ucciso la nostra salvatrice".
    Nessuno sarà incriminato per questo orrendo duplice delitto nè tantomeno la famigerata ed onorata "Brigata Partigiana Garibaldi" che con sprezzo del pericolo ha liberato l'italia dal nazifascismo!         

     


    PARTIGIANI? LADRI ED ASSASSINI...
  5. Era una notte calda e umida a Bastiglia (MO) quando la sera del 27 aprile 1945 alcuni partigiani (Brigata Garibaldi) si introdussero nell'abitazione di Walter Ascari, lo derubarono, fecero razzia di carni e salumi;
    lo prelevarono e lo trasportarono in aperta campagna.

    Ascari non era fascista ma neanche comunista, era un benestante e questa era una grandissima colpa durante le "Radiose Giornate" quindi colpendo Walter Ascari avrebbero colpito lo "Stato Borghese". Giunti in località Montefiorino alcuni partigiani estrassero dei bastoni e cominciarono a colpire il malcapitato come dei forsennati; altri con l'ausilio di una canna di bambù lo seviziarono fino a rompergli l'ano e parte dell'intestino. Ma era ancora ben poca cosa, una fine orrenda attendeva il povero Walter Ascari. "A morte!" "A morte!" Urlavano gli assassini... Per la sua mattanza finale, i gloriosi e pluridecorati eroi garibaldini pensano a qualcosa di diverso dalla solita raffica di mitra... Qualcosa di speciale... Qualcosa che soltanto la loro mente perversa e assassina poteva immaginare, qualcosa che va aldilà dell'umana cattiveria.

    Lo appesero per i polsi ad un grosso ramo in modo che il corpo del moribondo fosse ben teso assicurandolo per i piedi al terreno con una corda. Poi, con una grossa sega da boscaiolo a quattro mani, lo tagliarono in due! Da vivo! Il suo corpo fu gettato in seguito in una porcilaia. Quando lo ritrovarono, ben poco era rimasto di quel pover'uomo.

    Queste storie maledette di partigiani assassini, li pubblico affinchè cada, dopo oltre 50 anni, il muro di omertà che ha avvolto la storia della repubblica, la storia dei falsi liberatori, la storia d'Italia. Parecchi ex partigiani sono ancora viventi, vale a dire che parecchi assassini sono ancora in libertà. Saranno vecchi, forse decrepiti, ma l'età non li ha migliorati di certo.

    Essi credono fermamente nei valori in cui credevano durante la guerra, non esiterebbero ad uccidere pur di soddisfare la loro cattiveria, perchè si tratta solo ed esclusivamente di cattiveria fine a se stessa, nient'altro. Ci sono ex partigiani, anzi io li definirei partigiani a tutti gli effetti, che ancora oggi intimoriscono le popolazioni locali dei luoghi dove si verificarono queste orrende vicende. Raccontati oggi, questi episodi terribili sembrano venire da un altro mondo, forse da un'altra galassia, tanto sono pieni di inspiegabile ferocia, di paurosi istinti animaleschi.

    Come nella grande tradizione del C.L.N., anche questo fatto sarà classificato ed archiviato come "coraggiosa azione di guerra" e gli esecutori di questa orribile mattanza rimarranno impuniti, anzi, premiati con medaglie al valore!



  6.   giustizia proletaria...

    Nel Modenese la "giustizia proletaria" fu esercitata con particolare ferocia contro le donne, fasciste o presunte tali.

    Oltre alle violenze consumate sulle malcapitate già destinate a morte, subito prima della loro soppressione, non furono pochi i casi di sevizie e violenze d'ogni sorta. Episodi di sequestro e di detenzione di pigioniere prelevate e tenute in vita fino all'inservibilità delle medesime come "oggetti sessuali" per i loro partigiani sequestratori, nella sola provincia di Modena, se ne contano circa duemila.


    E' noto il caso di Prima Stefanini Cattabriga e Paolina Cattabriga, di Cavezzo (MO) madre e figlia, quest'ultima di 15 anni, prelevate il 16 aprile 1945 dalla tristemente nota "banda di Cavezzo" il nucleo partigiano alle dirette dipendenze della Brigata Partigiana Garibaldi, e costrette ad un calvario di 12 giorni prima di ottenere la "grazia della morte". "Azione di guerra", naturalmente, così il C.L.N. commentò l'accaduto. Un altro membro della famiglia Cattabriga, Angiolino, fratello di Paolina, in seguito alle percosse, mutilazioni, bruciature in quasi l'80% del corpo da parte dei sanguinari partigiani, impazzì e morì nell'ospedale di Mirandola.


    Un altro caso conosciuto ( sono assai di più quelli di cui non se ne sa niente...) è quello di Rosalia Paltrinieri, di Medolla. Ella aveva il "torto" di essere la segretaria del Fascio femminile locale, nel quale si era impegnata prodigandosi e mettendosi a disposizione di tutti i suoi concittadini. Era convinta di non avere nulla da temere, perciò, nonostante nella zona si vociferava su quanto stessero combinando i partigiani, preferì rimanere al suo posto. Nonostante tutto, aveva fiducia nei propri simili... perchè aveva avuto la "sbadataggine" di considerare i partigiani appartenenti alla specie umana... Ma pagò per la sua "colpa": un gruppo di gappisti le invasero la casa, bastonarono a morte il marito così violentemente da fargli schizzare via il cervello dalla scatola cranica; poi la violentarono davanti ai suoi tre bambini. Alla fine, come da copione, le svaligiarono l'abitazione e la portarono con loro conducendola in un casolare in aperta campagna, dove nel frattempo era stata trascinata anche una certa Jolanda Pignatti.


    Qui, le due sventurate ebbero modo di "espiare" ancora a lungo la "colpa" di essere fasciste (violenze d'ogni genere) finchè furono costrette a scavarsi la fossa. Ma Rosalia Paltrinieri, la morte se la dovette proprio guadagnare: "non le fu fatta la grazia di un colpo alla nuca". Venne legata e fatta stendere viva nella fossa che lei stessa aveva scavato; a questo punto i "coraggiosi partigiani patrioti" la ricoprirono accuratamente di terra. Uno dei coraggiosi partecipanti a questa "eroica azione di guerra", ebbe modo di vantarsene nei giorni successivi, insistendo compiaciuto e soddisfatto sul particolare che Rosalia Paltrinieri, mentre soffocava sotto le palate di terra che le venivano gettate addosso, invocava ancora i suoi bambini.

                                                                                                                                                   

 

 

venerdì 12 novembre 2021

I dieci “effetti” del ’68 che ancora ci portiamo dietro. Riflessioni politicamente scorrette

I dieci “effetti” del ’68 che ancora ci portiamo dietro. Riflessioni politicamente scorrette di Marcello Veneziani

Sono passati cinquant’anni dal ’68, ma gli effetti di quella nube tossica così mitizzata si vedono ancora. Li riassumo in dieci eredità che sono poi il referto del nostro oggi.


Sfascista

Per cominciare, il ’68 lasciò una formidabile carica distruttiva: l’ebbrezza  di demolire o cupio dissolvi, il pensiero negativo, il desiderio di decostruire, il Gran Rifiuto. Basta, No, fuori, via, anti, rabbia, contro, furono le parole chiave, esclamative dell’epoca.

Il potere destituente. Non a caso si chiamò “contestazione globale” perché fu la globalizzazione destruens, l’affermazione di sé tramite la negazione del contesto, del sistema, delle istituzioni, dell’arte e della storia.

Lo sfascismo diventò poi il nuovo collante sociale in forma di protesta, imprecazione, invettiva, e infine di antipolitica. Viviamo tra le macerie dello sfascismo.


Parricida

La rivolta del ’68 ebbe un Nemico Assoluto, il Padre. Inteso come pater familias, come patriarcato, come patria, come Santo Padre, come padrone, come docente, come autorità. Il ’68 fu il movimento del parricidio gioioso, la festa per l’uccisione simbolica del padre e di chi ne fa le veci.

Ogni autorità perse autorevolezza e credibilità, l’educazione fu rigettata come costrizione, la tradizione fu respinta come mistificazione, la vecchiaia fu ridicolizzata come rancida e retrò, il vecchio perse aura e rispetto e si fece ingombro, intralcio, ramo secco. Grottesca eredità se si considera che oggi viviamo in una società di vecchi.

Il giovanilismo di allora era comprensibile; il giovanilismo in una società anziana è ridicolo e penoso nel suo autolesionismo e nei suoi camuffamenti.


Infantile

Di contro, il ’68 scatenò la sindrome del “bambino perenne”, giocoso e irresponsabile. Che nel nome della sua creatività e del suo genio, decretato per autoacclamazione, rifiuta le responsabilità del futuro, oltre che quelle del passato.

La società senza padre diventò società senza figli; ecco la generazione dei figli permanenti, autocreati e autogestiti che non abdicano alla loro adolescenza per far spazio ai bambini veri. Peter Pan si fa egocentrico e narcisista. Il collettivismo originario del ’68 diventò soggettivismo puerile, emozionale, con relativo culto dell’Io.

La denatalità, l’aborto e l’oltraggio alla vecchiaia trovano qui il loro alibi.


Arrogante

“Arrogante”, che fa rima con “ignorante”. Ognuno in virtù della sua età e del suo ruolo di “contestatore” si sentiva in diritto di giudicare il mondo e il sapere, nel nome di un’ignoranza costituente, rivoluzionaria.

Il ’68 sciolse il nesso tra diritti e doveri, tra desideri e sacrifici, tra libertà e limiti, tra meriti e risultati, tra responsabilità e potere, oltre che tra giovani e vecchi, tra sesso e procreazione, tra storia e natura, tra l’ebbrezza effimera della rottura e la gioia delle cose durevoli.


Estremista

Dopo il ’68 vennero gli anni di piombo, le violenze, il terrorismo. Non fu uno sbocco automatico e globale del ’68, ma uno dei suoi esiti più significativi. L’arroganza di quel clima si cristallizzò in prevaricazione e aggressione verso chi non si conformava al nuovo conformismo radicale.

Dal ’68 derivò l’onda estremista che si abbeverò di modelli esotici: la Cina di Mao, il Vietnam di Ho-Chi-Minh, la Cuba di Castro e Che Guevara, l’Africa e il “Black power”. Il ’68 fu la scuola dell’obbligo della rivolta; poi i più decisi scelsero i licei della violenza, fino al master in terrorismo.

Il ’68 non lasciò eventi memorabili, ma avvelenò il clima; non produsse rivoluzioni politiche o economiche, ma mutazioni di costume e di mentalità.


Tossico

Un altro versante del ’68 preferì alle canne fumanti delle P38 le canne fumate e anche peggio. Ai carnivori della violenza politica si affiancarono così gli erbivori della droga. Il filone hippy e la cultura radical, preesistenti al ’68, si incontrarono con l’onda permissiva e trasgressiva del movimento e prese fuoco con l’hashish, l’lsd e altri allucinogeni.

Lasciò una lunga scia di disadattati, dipendenti, disperati. L’ideologia notturna del ’68 fu dionisiaca, fondata sulla libertà sfrenata, sulla trasgressione illimitata, sul bere, fumare, bucarsi, far notte e sesso libero. Anche questo non fu l’esito principale del ’68, ma una diramazione minore o uscita laterale.


Conformista

L’esito principale del ’68, la sua eredità maggiore, fu l’affermazione dello spirito radical, cinico e neoborghese. Il ’68 si era presentato come rivoluzione antiborghese e anticapitalista, ma alla fine lavorò al servizio della nuova borghesia, non più familista, cristiana e patriottica, e del nuovo capitale globale, finanziario.

Attaccarono la tradizione, che non era alleata del potere capitalistico, ma era l’ultimo argine al suo dilagare. Così i credenti, i connazionali, i cittadini furono ridotti a consumatori, gaudenti e single. Il ’68 spostò la rivoluzione sul privato, nella sfera sessuale e famigliare, nei rapporti tra le generazioni, nel lessico e nei costumi.


Riduttivo

Il ’68 trascinò ogni storia, religione, scienza e pensiero nel tribunale del presente. Tutto venne ridotto all’attualità, perfino i classici venivano rigettati o accettati se attualizzabili, se parlavano al presente in modo adeguato.

Era l’unico criterio di valore. Questa gigantesca riduzione all’attualità, alterata dalle lenti ideologiche, ha generato il presentismo, la rimozione della storia, la dimenticanza del passato; e poi la perdita del futuro, nel culto immediato dell’odierno, tribunale supremo per giudicare ogni tempo, ogni evento e ogni storia.


Neobigotto

Conseguenza diretta fu la nascita e lo sviluppo del politically correct, il bigottismo radical e progressista a tutela dei nuovi totem e dei nuovi tabù. Antifascismo, antirazzismo, antisessismo, tutela di gay, neri, svantaggiati.

Il ’68 era nato come rivolta contro l’ipocrisia parruccona dei benpensanti per un linguaggio franco e sboccato; ma col lessico politicamente corretto trionfò la nuova ipocrisia.

Fallita la rivoluzione sociale, il ’68 ripiegò sulla rivoluzione lessicale: non potendo cambiare la realtà e la natura ne cambiò i nomi, occultò la realtà o la vide sotto un altro punto di vista. Fallita l’etica, si rivalsero sull’etichetta. Il P. C. è il rococò del ’68.


Smisurato

Cosa lascia infine il ’68? L’apologia dello sconfinamento in ogni campo. Sconfinano i popoli, i sessi, i luoghi. Si rompono gli argini, si perdono i limiti e le frontiere, il senso della misura e della norma, unica garanzia che la libertà non sconfini nel caos, la mia sfera invade la tua.

Lo sconfinamento, che i greci temevano come hybris, la passione per l’illimitato, per la mutazione incessante; la natura soggiace ai desideri, la realtà stuprata dall’utopia, il sogno e la fantasia che pretendono di cancellare la vita vera e le sue imperfezioni…

Questi sono i danni (e altri ce ne sarebbero), ma non ci sono pregi, eredità positive del ’68? Certo, le conquiste femminili, i diritti civili e del lavoro, la sensibilità ambientale, l’effervescenza del clima e altro…

Ma i pregi ve li diranno in tanti.

Io vi ho raccontato l’altra faccia in ombra del ’68. Noi, per dirla con un autore che piaceva ai sessantottini, Bertolt Brecht, ci sedemmo dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati. Alla fine, i trasgressivi siamo noi.


Di Marcello Veneziani (da: Il Giornale)

                                                                                                                                                                               

venerdì 5 novembre 2021

LA DIFESA DEI CONFINI ORIENTALI

 

LA DIFESA DEI CONFINI ORIENTALI                  


LA DIFESA DELLA VAL D'AOSTA DALLE MIRE ANNESSIONISTICHE DELLA FRANCIA
Corrado Lesca
 
 
Sono ormai passati OLTRE 70 anni dal 1945 ed un po' di rievocazione storica pare necessaria per i giovani e meno giovani che non hanno vissuto in quei tempi lontani e che neppure ne hanno preso conoscenza, se non vagamente, sui libri di scuola.
Nel luglioagosto 1943 gli Alleati sbarcavano in Sicilia. Il 25 luglio il Duce era arrestato per ordine del Re Vittorio Emanuele III. Il 3 settembre veniva firmato segretamente l'armistizio fra l'Italia e gli Alleati, reso poi pubblico l'8 settembre. Il successivo 12 settembre un commando tedesco liberava il Duce.
Intanto il 6 giugno 1944 gli Alleati avevano dato inizio all'operazione Overlord, sbarcando in Normandia, ed il 19 agosto erano già a Parigi. Il giorno prima gli Americani erano sbarcati in Provenza (operazione Dragon), allo scopo di serrare in una morsa le truppe tedesche dislocate in Francia o comunque di affrettarne la ritirata verso la Germania.
La manovra era già stata prevista dai Tedeschi che fin dal marzo 1944 avevano provveduto ad attaccare e ad annientare le formazioni di partigiani stabilite sull'altopiano delle Gliires. Nel luglio erano riusciti anche a sgominare le forze partigiane attestate nel massiccio del Vercors, ricorrendo anche a truppe aviotrasportate con alianti. Chiaramente lo scopo era di eliminare per quanto possibile la pesante minaccia presentata da partigiani nelle retrovie e lungo le vie di comunicazione.
Il 23 settembre 1943 fu proclamata la Repubblica Sociale Italiana ed il 4 novembre seguente venne pubblicato il bando di chiamata alle armi delle classi 1923, 1924 e 1925, seguite poi dai richiami delle classi 1921 e 1922. Migliaia di giovani e non giovani si arruolano nelle varie formazioni, ricreate o create ex novo. Fra le prime si afferma subito la Xa MAS, al comando del Principe Junio Valerio Borghese. Fra le seconde nascono la Divisione Alpina "Monterosa'' e la Divisione Granatieri "Littorio'', che comprende anche un Reggimento (il 40) di Alpini. Queste due Divisioni vennero avviate in Germania, dove fu effettuato l'addestramento.
La "Monterosa'' raggiunse il campo di M|nsingen, nel W|ttemberg, dove fu sottoposta ad un addestramento accelerato di soli cinque mesi, tanto che verso la fine di luglio la Divisione potè tornare in Italia.
La "Littorio'' si costitul all'inizio di maggio 1944 a Sennelager in Westfalia, poi all'inizio di settembre fu trasferita a M|nsingen, per completarvi l'addestramento. All'inizio di novembre 1944 fu alfine realizzato il rientro in Italia.
Ma ormai la situazione sui vari fronti si era fatta sempre più critica e si riduceva sempre di più per l'Asse la possibilità di disporre di truppe fresche e ben equipaggiate. I bombardamenti terroristici degli Alleati sulla Germania nel 1944 erano aumentati di oltre 5 volte rispetto all'anno precedente (650.000 tonnellate di bombe contro 120.000 dell'anno prima). Nei soli primi quattro mesi del 1945 sarà raggiunta l'incredibile quantità di 500.000 tonnellate.
La zona delle Alpi occidentali ai confini con la Francia, che era stata essenzialmente soggetta a rastrellamenti sporadici per contrastare le formazioni partigiane, dopo lo sbarco in Provenza, acquista primaria importanza, come baluardo per impedire l'ingresso degli Alleati nell'Italia settentrionale.
Inizialmente nella zona del Piccolo S. Bernardo (2188 m) fu dislocato a difesa il 10 Battaglione del 2960 Reggimento dell'8a Divisione Gebirgsjdger, il quale si attestò sulla Pointe de Clapey (2630 m), sul Col de Forcle (2531 m), sulla Pointe de Belleface (2657 m), sul Col du Mont (2637), sull'Aiguille Ade Lancebranlette (2735 m) e sulla cresta dalla Redoute Ruinie (per noi Forte delle Traversette, 2383 m) al promontorio del Roc Noir, dove i Tedeschi riuscirono a sistemare ben quattro ricoveri, parzialmente infossati nella roccia, per circa 40 uomini. Altri piccoli presidn di una ventina d'uomini furono apprestati sul Mont Valaian (2888 m) e sul Passage de la Loune Blanche (2567 m), dove esistevano (ed esistono ancora) piccoli ricoveri francesi in muratura, che furono integrati con ricoveri di pietra a secco.
Nel dicembre 1944 la situazione sulla linea gotica si faceva sempre più seria: i Gebirgsjdger dell'8a Divisione furono fatti partire per Bologna, dove perr arrivarono circa un mese dopo, per la quasi totale impossibilità di usare treni e per la necessità di spostarsi solo di notte.
Dal Monviso al Monte Bianco furono sostituiti dalla 5a Gebirgsjdger "Die Gams'' (Il Camoscio). Nella zona dal Piccolo S. Bernardo (2188 m) e fino al Col della Selgne (in Val Veny) fu integrata dal 40 Reggimento Alpini della Divisione "Littorio'', che qui trovr un teatro d'operazione particolarmente adatto per evidenziare la sua specializzazione.
La 12a batteria di obici da 1057/17 della "Monterosa'' fu sistemata a La Thuile. Utilissima azione d'appoggio fu effettuata dai quattro cannoni da 75/27 montati su rotaie ed incavernati al Chaz Durà (2578 m).
La difesa delle zone del Moncenisio e del Piccolo Moncenisio furono affidate ai Paracadutisti del Reggimento "Folgore''.
Le azioni militari si limitarono inizialmente a scaramucce ed a qualche colpo di mano. Agli Chasseurs Alpins francesi riuscl di sorprendere, rispettivamente il 20 ed il 29 dicembre 1944, i nostri due presidn del Mont Valezan e del Passage de la Louoe Blanche, che vennero fatti prigionieri.
Ma, dopo poche settimane, la situazione cambiò del tutto. Il Generale De Gaulle, dato il rapido approssimarsi della fine della guerra, il cui esito appariva ormai scontato, decise di procedere all'annessione della Valle d'Aosta e di una parte del Piemonte, con l'appoggio di una certa parte della popolazione italiana e dei partigiani comunisti, e volle fare trovare gli AngloAmericani di fronte al fatto compiuto.
Ai primi di aprile venne quindi dato il via ad una vasta manovra d'attacco condotta, in corrispondenza dei Colli del Piccolo San Bernardo, del Moncenisio e del Monginevro, dalle ricostituite truppe alpine francesi, che da mesi ormai ci fronteggiavano.
Nella zona del Moncenisio il 5 aprile vennero assaliti il MontFroid (2834 m), la Pointe de Bellecombe (2760 m), presidiati dai Gebirgsjdger ed il Piccolo Moncenisio (2182 m), difeso da reparti del Reggimento "Folgore''.
La guarnigione tedesca del MontFroid (la cui cresta è lunga oltre 700 m) si battè validamente ma, dopo oltre due giorni di combattimenti, dovette ritirarsi.
Nelle primissime ore del 12 aprile iniziò il contrattacco tedesco ed in poche ore il MontFroid venne rioccupato.
Sulla Pointe de Bellecombe, invece, l'attacco risoltosi all'inizio favorevolmente per i francesi, grazie alla sorpresa notturna del 5 aprile, poi si esaurl alla sera del giorno seguente per il mancato arrivo di rinforzi e munizioni e la cima venne rioccupata dai reparti italotedeschi.
In corrispondenza del Piccolo San Bernardo furono assaliti il 10 aprile il Roc de Belleface, 2857 m (dal 70 Bataillon Chasseurs Alpins) ed il RocNoiò dal 130 B.C.A. Sulla prima cima la sorpresa riuscl in pieno ed il presidio italiano (la solita ventina di uomini) fu fatto prigioniero. Il 12 aprile perr i Tedeschi occuparono la Pointe du Lac sans Fond, cima che domina l'Aiguille de Belleface di circa 30 m e costituisce un pericoloso posto di cecchinaggio. Dopo pochi giorni (il 20 aprile) i Gebirgsjdger di notte attaccarono la posizione della Belleface dal basso, mentre una squadra di sei Gebirgsjdger, dopo aver scalato la parete Ovest che adduce alla vetta (parete che presenta condizioni invernali e difficoltà di 50 grado, e che non è visibile dalle postazioni poste alla base del dente sommitale), attaccarono dall'alto con bombe a mano e con tiro di mitragliatrice, costringendo i Francesi a ritirarsi.
Per il Roc Noiò (2342 m) un primo attacco francese, condotto da due sezioni del 70B.C.A., ha luogo all'alba del 25 marzo, ma le due mitragliatrici tedesche, piazzate in posizione dominante, rendono praticamente impossibile ogni avanzata. Dopo due ore circa dall'inizio dell'azione (sono ormai quasi le 7) la situazione appare cristallizzata, fino a quando il tenente Lissener, sgattaiolando inosservato fra le rocce e la neve, aggira sulla sinistra il promontorio dov'è attualmente il monumentoricordo, e riesce con una bomba a mano a mettere fuori combattimento la corrispondente mitragliatrice. La mitragliatrice di destra si trova minacciata alle spalle ed in una posizione indifendibile. I tedeschi che occupano la posizione sono costretti ad arrendersi e vengono avviati a valle.
La conquista del Roc Noiò costò ai Francesi 40 morti e 80 feriti per 48 prigionieri.
Due giorni dopo, verso le 2 di notte fu fatto un altro tentativo d'attacco lungo la cresta, verso il vicino e sottostante Col des Embrasures, ma ormai i Tedeschi si erano ben trincerati nella neve e respinsero ogni attacco.
Due distaccamenti del 130 avrebbero dovuto contemporaneamente attaccare il Forte delle Traversette. Ma le condizioni meteo furono oltremodo sfavorevoli. L'artiglieria (dei 75 e dei 155 americani "prestati'' per tre giorni) riuscl a demolire buona parte del Forte (di vecchio tipo, costruito essenzialmente in pietra da taglio), pur lasciando quasi intatto il piccolo fabbricato, ben protetto in un angolo morto, in cui erano accantonati Italiani e Tedeschi. L'azione riprese al mattino del 31 marzo, ma si esaurl dopo poco. In effetti, Gebirgsjdger e Alpini erano ben arroccati fra le rovine del Forte e non sarebbe stato facile snidarli da quella posizione.
Il 29 aprile la 5a Divisione Gebirgsjdger iniziò la ritirata, che, seppure contrastata da qualche formazione partigiana lungo la Valle d'Aosta, si concluse il 2 maggio a Viverone, con la resa alle truppe americane.
Gli Alpini abbandoneranno il Forte delle Traversette solo il 30 aprile. In quel giorno, per una singolare fatalità, il tenente Dessertaux che nel 1940 aveva ammainato la bandiera francese quando la guarnigione si era arresa agli italiani con l'onore delle armi potrà far sventolare di nuovo la bandiera tricolore sullo stesso pennone.
E la batteria di obici della "Monterosa'' rimase a La Thuile addirittura fino al 7 maggio, in base ad un accordo intercorso con il C.L.N. valdostano, che non voleva che i Francesi, ancorchi alleati, scendessero in valle.
Dal 1960 circa l'Amicale des Anciens du 13e Bataillon Chasseurs Alpins organizza ogni anno, nella prima domenica di agosto, una cerimonia in onore e ricordo dei Caduti del Roc Noir. Negli anni scorsi erano sempre stati presenti a questo evento numerosi reduci francesi del Battaglione suddetto ed alcuni Gebirgsjdger dell'8a Divisione, provenienti dalla lontana Baviera.
Quest'anno, per la prima volta, sono stati anche presenti quattro Alpini del 40 Reggimento della Divisione "Littorio''. Antonio Frassineti, Giuseppe Quaquaro, Bruno Guareschi e Marco Vaccheri, che sono stati accolti con simpatico cameratismo dai loro antichi avversari.
Domenica 5 agosto, la cerimonia è iniziata favorita da un tempo splendido proprio sul Roc Noir, dove si erge il monumento con la lapide, su cui sono riportati i nomi dei 40 Chasseurs Alpins caduti durante i combattimenti del '45 e dove un plotone, impeccabilmente schierato sulla ristretta piattaforma rocciosa della cima, ha reso gli onori. L'appello ai Caduti è stato fatto, come tutti gli anni, dal pluridecorato Sergente Maggiore del 130 B.C.A. Sylvain Chinal, che ha concluso l'appello stesso dicendo: "Noi associamo a questo ricordo i Morti italiani: gli Alpini dei Battaglioni 'Varese' e 'Bergamo' ed i Paracadutisti della 'Folgore'. Così come i Morti del 1000 Reggimento della 5a Divisione Gebirgsjdger 'Die Gams'.''
Sul Roc Noiò ha parlato agli intervenuti il Generale Hiritier, che nel 1945 ha comandato il 130Battaglione B.C.A. in Tarantasia e che ha ricordato con commosse parole il sacrificio dei suoi Soldati.
Ridiscesi a La Rosihre, il piccolo paese a 1850 m ai piedi del Roc Noir, si è effettuata una seconda cerimonia con la partecipazione di un più numeroso distaccamento di Chasseurs Alpins, che è stato passato in rivista dal Presidente del Consiglio Generale della Savoia, Hervi Gaymard. È stato reso omaggio alla stele ivi esistente posta dal Comune di Montvalizan in onore e a ricordo delle diverse formazioni delle F.F.I. (Force Frangaise de l'Intirieur) e dell'Esercito francese, che hanno combattuto nella zona.
Dopodichi gli intevenuti si sono ritrovati ad un simpatico ed amichevole simposio, durante il quale le cartolinericordo ed il libro "Una Valle, un Reggimento'' offerti dagli Alpini della "Littorio'', hanno trovato favorevolissima accoglienza. Copia del libro è stata anche offerta al gen. Hiritier, il quale, nel ringraziare, ha elogiato gli avversari di ieri definendoli "bravi soldati''.
 
 
NUOVO FRONTE N. 214. 2001