martedì 27 agosto 2024

OMAGGIO A PAOLO PISANO

OMAGGIO A PAOLO PISANO

, La felice possibilità di ospitare una lunga lettera di Paolo Pisanò ha fatto ricomporre l’impaginazione per un’occasione che, certamente, non prova essere rimandata, lasciando il bilancio e le prospettive d’azione future al pros simo numero. Dir. - Redaz. 24059 Urgnano BG - Via Provinciale 455 - Tel. 035.893127/035.893091 Fax 035.893123 - email: italopilenga@europizzi.itwww.ultimacrociata.it C.C. Postale 31726201 - C.P. 609 - 20121 Milano Cordusio Intestato ASS. NAZ. FAMIGLIE CADUTI DISPERSI RSI «Camerata Gigante presente!» Alla prova del DNA individuati i resti del Capo della Provincia di Fiume Riccardo Gigante e del V.Brigadiere dei Carabinieri della RSI Alberto Diana. La lettera che Paolo Pisanò ha voluto pubblicare sul nostro pe riodico è densa di argomenti e di spunti, una lettera che deve farci riflettere. Ad una lettura superficiale sembrerebbe quasi un “atto di accusa” contro Giampaolo Pansa ma, ovviamente, non è così. Questa lettera è un grido di dolore, un grido di amo re, verso i nostri caduti, in nome di tutti i combattenti della RSI e di coloro che, quotidianamente, incarnano nell’azione quegli ideali. Del resto, Pansa non ha bisogno di presentazioni, né al cuna colpa può essergli imputata. Ognuno ha le sue idee ed è giusto che sia così. Non possiamo dimenticare il ruolo che ha avuto Pansa nel far conoscere ad un vasto pubblico, milioni di Italiani!, la tragedia delle vittime della Resistenza. E poco im porta se valenti camerati, come Giorgio Pisanò, hanno speso tutta la loro vita per fa conoscere questo dramma, iniziando molti anni prima di Pansa, in tempi drammatici, dove solo per aver sollevato una “obiezione storica” si correva il rischio di ricevere un proiettile in testa dai “gendarmi della memoria”. Oggi, si sa, tutto è più facile. Le armi della Resistenza, non più oliate, si sono arrugginite e non sparano più (almeno si spera). Ma l’odio antifascista, l’isteria fasciofoba, contraddistingue ancora l’agire di troppi “gendarmi della memoria”. Per cui, se non arriva il proiettile, può sempre arrivare una bastonata. Sem pre arriverà la discriminazione. La messa in quarantena. Il boi cottaggio sociale. L’attacco personale, gratuito, ingiustificato. I tempi cambiano, ma l’odio antifascista rimane lì, fermo gigan te in putrefazione di un male che non passa. E Pansa, che non viene dalle “fogne” dove gli antifascisti – democratici, sociali sti, liberali, comunisti, ecc. – ci vogliono confinare per sempre, ha rischiato e rischia come tutti noi. La sua generosità e la sua pietas non sono in discussione. Dobbiamo essere grati a lui se anche chi ci ha sempre disprezzato ha dovuto chinare il capo davanti alla realtà storica dei crimini della Resistenza. Perché sì, se a scrivere di queste cose era un fascista, anche se un fasci sta del calibro di Giorgio Pisanò, beh, queste cose non avevano nessun valore. I morti erano cancellati, i crimini – evidenti ed infami – mai avvenuti. Se lo diceva un fascista che il sole sorge va ogni mattina, a nessuno interessava nulla. Democratici, so cialisti, liberali, comunisti, ecc., tutti abbracciati nella formula dell’arco costituzionale antifascista, potevano ignorare, con i sorrisetti beffardi, il dramma e la tragedia di tanti Italiani, mas sacrati dall’odio politico solo perché fedeli ad una Idea. Pansa, un giorno, ha detto «No! Ora basta!». E tutti coloro che avevano ignorato i Pisanò di turno, dovettero fare i conti con la realtà dei fatti, tra fegati che scoppiavo e il fiele che scorreva a fiumi. Questa è l’Italia. Sogniamo un’altra Nazione, certamen te, ma non possiamo cambiare ciò che è. Per questo saremo grati per sempre a Pansa, che ha contribuito a far conoscere agli antifascisti il peso delle loro vergogne. PC


 

mercoledì 14 agosto 2024

SPREMI IL TURISTA..

 

Spremi il turista ..

 ... rendigli la vita impossibile e, nel frattempo, "fai cassa". Questo l'imperativo comune a tutti gli amministratori italiani. Dalle sempre più esose "strisce blu" al ticket d'ingresso a Venezia, da quello per "sbarcare" ad Ischia all'altro per "visitare" il Pantheon e via di seguito .. certo, tutto per il "bene comune", per assicurare "servizi" inesistenti e senza garantire la fruizione dei "beni paesaggistici, culturali e monumentali" per i quali i turisti "normali" si mettono in viaggio. Prescindendo dal fatto che non sono pochi gli amministratori del "bene pubblico" incriminati per corruzione ed abusi vari (cosa che fa sospettare interessi privati in tutti gli affidamenti di cui sopra), dai ministri agli assessori competenti non si curano certo se i "polli da spennare" (indigeni o stranieri) siano "obbligati" a venire in vacanza solo in determinati periodi dell'anno e, quindi, se non possono entrare al Colosseo od al Pantheon o godersi la vista di un lago alpino tranquillamente (e via di seguito) perderanno la possibilità di "arricchirsi" culturalmente o di bearsi delle bellezze naturali italiane. Sarebbe un discorso lunghissimo da specificare viste le incredibili "trovate" messe in campo a danno dei comuni mortali per spillare quattrini e creare problemi.

Ma oggi, come sempre, basta dare una occhiata alla stampa per rendersi conto di "dove e come" passino le vacanze "lor signori" .. sempreché per costoro non sia sempre tempo di "bella vita". Durante e dopo il mandato ricoperto.

Grazie per l'attenzione 
Vincenzo Mannello

lunedì 22 luglio 2024

L’ultima raffica

Letto da un militante | L’ultima raffica

L’ultima raffica
di Antonio Guerin

Passaggio al Bosco, Firenze, 2017
Prefazione di Maurizio Rossi

Acquista QUI la tua copia!

Non aveva ancora compiuto 14 anni Maurizio Marchettini, il più giovane degli squadristi destinati a presidiare un casolare nel Nord Italia. Il più alto in carica – il vicecaposquadra Rodolfo Bacci – appena 19, ed una medaglia d’argento al petto, conquistata nelle fila della Decima Mas l’anno precedente.

Erano le ore più drammatiche della storia, quelle che stavano vivendo i protagonisti del racconto di Antonio Guerin, la cui testimonianza viene romanzata nella forma ma non nella sostanza. Autore de “L’Ultima Raffica”, Guerin è stato un volontario della Repubblica Sociale Italiana, giornalista, nonché editore ed un infaticabile scrittore. E’ grazie alla sua figura, fedele alla consegna fino alla morte, che oggi possiamo leggere, tra le altre, le opere di Léon Degrelle, di cui era molto amico. Egli ci rivela un’Italia che non siamo abituati a conoscere, fatta di fedeltà all’Idea e alla parola data, di lealtà all’alleato e totale devozione alla causa, totalmente eclissata dalle memorie ufficiali e demonizzata dagli organi di potere. Un’Italia che ancora oggi è scomodo ricordare, sottaciuta dai libri di storia ed il cui solo riferimento è perseguito attraverso leggi dissennate e liberticide.

Quella delle Edizioni di Passaggio al Bosco, è la ristampa di un testo imprescindibile per la conoscenza di quel periodo storico, la cui cronaca riguarda la Repubblica Sociale Italiana ed i suoi combattenti, passati alla storia come “i giovani leoni, che pur di riscattare la Patria dal tradimento dell’8 settembre ‘43, immolarono la loro giovinezza sull’altare del coraggio e dell’onore, senza chiedere nulla in cambio.

Ragazzi che arrivavano da nord a sud, spesso contro la volontà dei genitori, fuggendo di casa e, non di rado, falsificando i documenti per andare ad ingrossare le fila della neonata Repubblica. Volontari di ogni regione, che mentre tutti disertavano e si davano al bellum contra omnes, reindossarono la camicia nera al seguito del comandante Alessandro Pavolini, capo del corpo militare delle Brigate Nere, milizia politica senza galloni, composta di giovani e giovanissimi, il cui unico scopo era continuare a combattere fino all’ultimo respiro per riscattare la vergogna dell’improvviso ed infame cambio di casacca.  


Sono sette i personaggi che si ritrovano a piantonare la colonica del Nord, ognuno caratterizzato in base al luogo di provenienza: differiscono per età, modi di fare, lineamenti; talvolta neanche comprendono i dialetti gli uni degli altri, tanti sono i chilometri che li separano. Eppure adesso sono insieme, condividono i pasti, il dormitorio, il freddo delle sere, l’insicurezza dell’avvenire, la sorte dei propri genitori. Diversi, ma accomunati da qualcosa di superiore alla contingenza del momento: un ideale per il quale morire, un vincolo di sangue alla parola data, ai camerati, alla Patria. Nessuno di loro sa cosa riserverà il fato, ma nonostante questo, non passa attimo in cui non godano della sacralità della vita, nelle sue più intime e semplici manifestazioni. Uno stornello cantato a squarciagola può bastare a scacciare la paura di un agguato, un corsa nel prato a mitigare la nostalgia di casa, una parola di conforto dai camerati l’incertezza per l’ignoto, per un nemico che sanno esserci, che sta osservandoli in ogni loro mossa, che non avrà pietà dei loro pochi anni e che, se ne avrà modo, non esiterà a metter fine alle loro giovani vite. L’epilogo di quell’eroica resistenza si avvicina ed il racconto si fa sempre più tormentato e commovente.

Anche se consapevoli dei rischi, nessuna esitazione dimora nei loro cuori. Ciò che stanno facendo è giusto, l’Idea per la quale sono pronti al sacrificio supremo, l’unica, la lealtà alla quale si appellano, inamovibile, il Fascismo, molto più di un’ideologia: un sentimento d’amore. Una conferma, quella dei giovani squadristi, che ci è trasmessa dalla massima – da loro incarnata attraverso la totale e libera offertà di sé – secondo la quale “nei momenti felici la gioventù riceve gli esempi, nei momenti difficili li dà”.

Hanno meno di 20 anni, ma sono abbastanza.
La stanchezza è logorante, ma la resistenza è disperata.
Sono pronti a lasciare la vita, ma il loro nome riecheggerà in eterno.
Non vogliono essere dimenticati: loro sono i giovani leoni.



martedì 18 giugno 2024

I GIUDA

                                                                         I GIUDA


Caro Bocchieri,

intervengo a proposito dell'articolo di Giuliano Fiorani, dal titolo “A Gianfranco Fini, ai servi sciocchi e ai giuda” e, in particolare a quanto scritto a pagina 22 di “Intervento” di marzo-aprile 2024.
Mi riferisco alla citazione nella quale la più volte parlamentare italiana ed europea Cristiana Muscardini, preoccupata per certi sbandamenti e cadute di Valori nel M.S.I. scriveva il 7 novembre 1986 : “Caro Segretario...la defascistizzazione del Partito può essere una cosa buona se riferita ad aspetti ed atteggiamenti, ma non è accettabile se riferita ai contenuti base, sia di tipo politico-sociale che morale...Ognuno di noi potrà un domani sedersi al tavolo delle trattative con altri partiti, solo se a quel tavolo tutti sapranno con chiarezza che nessuno di noi, ne in forma palese ne in forma strisciante, rinnega non solo il passato ma anche il futuro del fascismo. Fascismo degli anni 2000, fascismo proiettato nella storia futura, ma fascismo”.
Poichè l'articolo di Fiorani è tutto incentrato sulle responsabilità di Gianfranco Fini per la “svolta” o “tradimento” degli Ideali del Movimento Sociale Italiano nei confronti del Fascismo, è appena il caso di ricordare che la stessa Cristiana Muscardini, che ho avuto l'onore (sic!) di ospitare a Verbania in diverse delle nostre manifestazioni o commemorazioni che allora organizzavo come Segretario cittadino del M.S.I., fa parte di quella schiera di missini che a Fiuggi si erano impegnati a rinnegare tutto, perché non vedevano l'ora di entrare nelle stanze del potere, non importa se al seguito e grazie alla chiacchieratissima lobby berlusconiana, purché per loro si spalancassero le stanze del potere.
Schiera di missini che, pur di entrare in Parlamento, nei Consigli Regionali, nei salotti televisivi e giornalistici, nei Consigli di Amministrazione degli Enti di Stato, disciplinatamente si erano uniformati alle disposizioni finiane di : “Evitare ogni commemorazione nostalgica, anche quelle a ricordo dei martiri missini giovani o anziani degli anni 70-80, per non dare l'immagine di un partito reducistico”.
Schiera di missini che, prima sotto le bandiere di Alleanza Nazionale e oggi sotto quelle di Fratelli d'Italia, fanno ogni giorno le democratiche acrobazie verbali per attestare che “hanno rinnegato non solo il passato ma anche il futuro del fascismo”.
A futura memoria!
Adriano Rebecchi Martinelli

sabato 1 giugno 2024

DAL BORDELLO NEL QUALE SIAMO STATI GETTATI...

DAL BORDELLO NEL QUALE SIAMO STATI GETTATI A SEGUITO DELLA SCONFITTA (SI BADI BANE: SCONFITTA MILITARE, NON DELLE IDEE) DEL 1945,      C’E’ UNA VIA D’USCITA?

DEMOCRAZIA DEL LAVORO (Per intenderci quella MUSSOLINIANA)

dI Filippo Giannini

   L’11 marzo 1945, il fondatore del Partito Comunista d’Italia, Nicola Bombacci, parlando al Teatro Universale, di fronte alle Commissioni interne degli stabilimenti industriali, fra l’altro affermò: <Il socialismo non lo farà Stalin, ma lo farà Mussolini che è socialista>. E il 13 marzo successivo, parlando allo stabilimento industriale dell’Ansaldo, di fronte a più di mille operai disse: <Fratelli di fede e di lotta, guardiamoci in viso e parliamo pure liberamente: voi vi chiedete se io sia lo stesso agitatore socialista, comunista, amico di Lenin, di vent’anni fa? Sissignori, sono sempre lo stesso, perché io non ho rinnegato i miei ideali per i quali ho lottato e per i quali, se Dio mi concederà di vivere ancora, lotterò sempre. Ma se mi trovo nelle file di coloro che militano nella Repubblica Sociale Italiana, è perché ho veduto che questa volta si fa sul serio e che si è veramente decisi  a rivendicare i diritti degli operai>.

   Quale era la strada intrapresa da Nicola Bombacci? Per giungere allo Stato Organico, alla Socializzazione dello Stato, il passaggio era (ed ancora oggi dovrebbe essere) lo Stato Corporativo.

Michaal Shanks, economista di vasta esperienza internazionale, già direttore della Commissione europea degli affari sociali e presidente  del Consiglio nazionale dei consumi, nel suo libro What is wrong with the modern world? (Cosa c’è di sbagliato nel mondo moderno?) indica lo Stato Corporativo di Mussolini, di fronte al persistente crisi del liberismo e del marxismo, come l’unico modello per uscire dalle contrapposizioni vigenti nella Democrazia Parlamentare. Non c’è alternativa, conclude l’economista inglese: o lo Stato Corporativo o lo sfascio dello Stato.

   Oggi, anno 2011 Era LXVI dello Stato Sfascista, siamo giunti allo Sfascio dello Stato.

   È sotto gli occhi di tutti (a parte di coloro che ne godono i privilegi) le ingiustizie e le disuguaglianze che consentono e alimentano una società basata su sistemi liberali in politica e liberisti in economia. Questi sistemi sostenitori di una libertà che si trasforma in anarchia dove solo il più svelto, il più spregiudicato, il più privo di scrupoli, il più prepotente, il più imbroglione, il più ricco prevale su tutti. E ancora una volta ricordiamo l’ammonimento di Benito Mussolini: <La corruzione non è NEL sistema, ma è DEL sistema>, e possiamo aggiungere che ciò è ampiamente comprovato. Allora, giusto come ha scritto il giornalista Franco Monaco: <Per rifare l’Italia, per rifarla Nazione bisogna mandare all’aria anzitutto i partiti. Perché una vera democrazia è cosa ben diversa da quella di loro comodo, grottesca impalcatura di gole profonde. Una vera democrazia  non può fondarsi che sulla serietà pura e semplice del lavoro, quindi su una rappresentanza chiara, diretta e responsabile di tutte le categorie produttive>.

   Ora un po’ di storia.

   Prima con il Lodo di Palazzo Vidoni dell’ottobre 1925, poi con la Carta del Lavoro presentata il 21 aprile 1927 (sì, signori, addirittura più di ottanta anni fa) codificava, per la prima volta al mondo, i rapporti fra capitale e lavoro, cioè fra il proprietario di un’azienda e il lavoratore, basava l’intero sistema sulla collaborazione di classe in contrapposizione all’allora vigente lotta di classe, rendendo, in pratica, due forze non più ferocemente antagoniste, ma collaborative nel comune interesse. Di nuovo Franco Monaco (Quando l’Italia era ITALIA, pag. 47): <Questa unitarietà di comportamento dei datori di lavoro e dei lavoratori non poteva essere basata che su una loro uguaglianza totale: giuridica, politica ed economica. Perciò l’ordinamento corporativo ridimensionava il capitale, gli toglieva la vecchia arroganza padronale, lo faceva diventare strumento tecnico dell’economia, senza per altro mettere in discussione la proprietà privata>. La Carta del Lavoro fu la premessa legislativa necessaria per l’impalcatura dell’apparato corporativo. Con la creazione nel luglio 1926 del Ministero delle Corporazioni, nel 1930 vide la luce il Consiglio Nazionale delle Corporazioni.  

   L’insieme dell’edificio corporativo andava costruito in tempi assennati perché sottoposto a continue verifiche, limature, variazioni, aggiunte. A seguito di ciò, con la legge del febbraio 1934 il sistema corporativo appariva quasi compiuto, mancava solo la sostituzione della ormai praticamente esautorata Camera elettiva con un organo espresso dalle corporazioni. Le elezioni plebiscitarie a lista unica, nel marzo 1934 e conseguente impresa etiopica, avevano probabilmente ritardato la variazione istituzionale e la creazione del nuovo assetto rappresentativo corporativo.

   Nel 1939 entrò in funzione la Camera dei Fasci e delle Corporazioni, organo legislativo e rappresentativo, con 600 deputati chiamati Consiglieri Nazionali.

   La nascita dello Stato Corporativo rappresentò il tentativo di superare i limiti del così detto Stato liberale e l’incubo dello Stato sovietico. Il Secondo conflitto mondiale infranse l’esperimento in una fase che era già cruciale a causa dell’isolamento internazionale provocato dalle sanzioni e dall’autarchia. Così si espresse il Direttore de Il Giornale d’Italia in un vecchio articolo.

    Il Dottor Sebastiano Barolini di Pontinia (Lt) ha scritto che ha avuto la ventura di studiare il Diritto Corporativo che pone l’uomo al centro della Società e, riassumendo: 1) Ridimensionamento dello strapotere dei padroni attraverso la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese; 2) Partecipazione dei lavoratori agli utili delle imprese; 3) Partecipazione dei lavoratori alle scelte decisionali onde evitare chiusure di aziende o licenziamenti improvvisi senza che ne siano informati per tempo i dipendenti, i quali sono interessati a trovare altre soluzioni atte a non perdere il posto di lavoro; 4) Intervento dello Stato attraverso i suoi funzionari immessi nei consigli di amministrazione allorquando le imprese assumono interesse nazionale a maggior difesa dei lavoratori (altro che l’intervento di Marchionne); 5) Diritto alla proprietà in funzione sociale e cioè lotta alle concentrazioni immobiliari e diritto per ogni cittadino, in quanto lavoratore, alla proprietà della sua abitazione; 6) Diritto alla iniziativa privata in quanto molla di ogni progresso sociale di contro all’appiattimento collettivista e alle concentrazioni capitaliste; 7) Edificazione si una giustizia sociale che prelevi il di più del reddito ai ricchi e lo distribuisca fra le classi più povere attraverso la previdenza sociale, l’assistenza gratuita alla maternità e all’infanzia, le colonie marine e montane per i bambini poveri, l’assistenza agli anziani, il dopolavoro per i lavoratori, i treni popolari e via dicendo; 8) Eliminazione dei conflitti sociali attraverso la creazione di un apposito Tribunale del Lavoro in base al principio che un cittadino non può farsi giustizia da sé altrettanto deve valere per i conflitti sociali ad evitare scioperi e serrate che tanti danni provocano alle parti in causa ed alla collettività nazionale; 9) Abolizione dei sindacati di classe ormai ridotti a cinghie di trasmissione dei partiti che li controllano e creazione dei sindacati di categoria economica con conseguente modifica del Parlamento in una Assemblea composta da membri eletti attraverso le singole Confederazioni di categoria dei datori di lavoro e dei lavoratori; 10) Attuazione, particolarmente nel Mezzogiorno, della bonifica integrale, che toglie ai latifondisti le terre incolte, le rende produttive e le distribuisce in proprietà gratuita ai contadini poveri.

   Nell’Enciclica di Pio XI Quadragesimo anno, si legge fra l’altro: <Ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari ed amministratori del capitale di cui però dispongono a loro grado e piacimento>. Insieme alle famose Encicliche Rerum Novarum e Centesimus Annus si può affermare che le Encicliche papali sono la trasposizione politica dei problemi sociali che avevano proposto la Chiesa.

   Quindi rivolgiamo una esortazione ai giovani, ne va del vostro futuro: dedicatevi allo studio del Diritto corporativo e ignorate le interessate e fraudolenti, mendaci voci che vi parlano di spinte corporative o di iniziative settoriali corporative. Lo Stato Corporativo è tutto l’opposto perché è volto, attraverso l’esame dei programmi proposti dalle singole Confederazioni di categoria, a formulare una seria e globale programmazione economica ben diversa da quelle inconsistenti dall’attuale disonesto e incapace regime.

   Siamo ora declassati a Nazione di serie B a causa dell’incapacità e corruzione dell’attuale regime.

    A dimostrazione di quanto scritto, oltre al già citato Michaal Shanks, diamo la voce ad altri studiosi e autorità che sono al di sopra di ogni sospetto di simpatie per il passato regime.

Un riconoscimento alla validità della proposta corporativa venne addirittura da Gaetano Salvemini: «L'Italia è diventata la Mecca degli studiosi della scienza politica, di economisti, di sociologi, i quali vi si affollano per vedere con i loro occhi com'è organizzato e come funziona lo Stato corporativo fasci­sta. Giornali, riviste, periodici specializzati, facoltà di scienze politiche, di economia, di sociologia, delle grandi come delle piccole università, inondano il mondo di articoli, di saggi, opuscoli, libri che formano già una biblioteca di dimensioni rispettabili sullo Stato corporativo fascista, le sue istituzioni, i suoi aspetti politici, i suoi indirizzi di politica economica, i suoi effetti speciali».

      In questo contesto non possiamo non ricordare che quando Mussolini, nel 1934, affermò. <L’America va verso l’economia corporativa>, disse molto meno di quanto non si potrebbe credere. L’America non riusciva a superare la crisi economica che l’attanagliava e Roosevelt, favorevolmente colpito dalla politica mussoliniana, inviò attraverso Italo Balbo, <parole di apprezzamento per l’organizzazione corporativa del nostro Paese>. In merito ha scritto Vaudagna: <In Italia intellettuali, politici e giornalisti videro nel New Deal una sorta di corporativismo in embrione, che seguiva la strada aperta dal fascismo>. Roosevelt, nel contesto di una economia che era sempre stata ispirata ai principi del più sfrenato ed incontinente liberismo, introdusse , con le buone e assai più con le cattive, il coordinamento economico da parte dello Stato, la qual cosa fu, non a torto, valutato come un punto di svolta determinante.

    Zeev Sternhell, ebreo, professore di Scienze Politiche presso l’Università di Gerusalemme, col saggio “La terza via fascista” (“Mulino”  1990), nel quale, tra le molte altre considerazioni, possiamo leggere: <Il Fascismo fu una dottrina politica, un fenomeno globale, culturale, che riuscì a trovare soluzioni originali ad alcune grandi questioni, che dominarono i primi anni del secolo>. L’autore continua a spiegare: <Le ragioni dell’attrazione esercitata dal Fascismo su eminenti uomini della cultura europea, molti dei quali trovarono in esso la soluzione dei problemi relativi al destino della civiltà occidentale>. Sono proprio le soluzioni sociali ad attrarre maggiormente il giudizio del  professore di Scienze Politiche: <Il corporativismo riuscì a dare la sensazione a larghi strati della popolazione che la vita fosse cambiata, che si fossero dischiuse delle possibilità completamente nuove di mobilità verso l’alto e di partecipazione>.

   Torniamo a Roosevelt. Questi aveva impostato la campagna elettorale all’insegna del New Deal, ossia ad un vasto intervento statale in campo economico, proponendo un’alternativa al liberismo capitalista. Una volta eletto Roosevelt (e questo nel dopoguerra venne accuratamente nascosto) inviò, nel 1934, in Italia Rexford Tugwell e Raymond Moley, due fra i suoi più preparati uomini del Brain Trust per studiare il miracolo italiano.

   E allora, per tornare al titolo di questo pezzo, riprendiamo uno stralcio del lavoro di Lucio Villari: <Tugwell e Moley, incaricati alla ricerca di un metodo di intervento pubblico e di diretto impegno dello Stato che, senza distruggere il carattere privato del capitalismo, ne colpisse la degenerazione e trasformasse il mercato capitalistico anarchico, asociale e incontrollato, in un sistema sottoposto alle leggi e ai principi di giustizia sociale e insieme di efficienza produttiva>. Roosevelt inviò Rexford Tugwell a Roma per incontrare Mussolini e studiare da vicino le realizzazioni del Fascismo. Ecco come Lucio Villari ricorda il fatto tratto dal diario inedito di Rexford Tugwell in data 22 ottobre 1934 (Anche l’Economia Italiana tra le due Guerre, ne riporta alcune parti; pag. 123): <Mi dicono che dovrò incontrarmi con il Duce questo pomeriggio… La sua forza e intelligenza sono evidenti come anche l’efficienza dell’amministrazione italiana, è il più pulito, il più lineare, il più efficiente campione di macchina sociale che abbia mai visto. Mi rende invidioso… Ma ho qualche domanda da fargli che potrebbe imbarazzarlo, o forse no>.  

   Erano gli anni che da tutto il mondo (e lo ripeto: da tutto il mondo) politici e studiosi venivano in Italia per studiare il MIRACOLO ITALIANO. Esattamente come oggi, vero? E chi può ci smentisca!

   Andiamo verso la conclusione e citiamo di nuovo Franco Monaco: <C’è una sola strada da percorrere, tutta italiana, ma preclusa ai grassatori: una strada da riprendere con un impegno non tribunizio, ma di studio e di ampia informazione pubblica, se si vogliono veramente ricostruire i valori crollati>.

   Per valori crollati, Franco Monaco si riferisce a quelli crollati nella non troppo lontana sconfitta militare del 1945, quando i liberatori ci imposero le loro leggi, quelle basate essenzialmente sul valore del dollaro.

Torneremo presto sull’argomento, in quanto convinti corporativisti.

Abbiamo ricevuto la mai che qui sotto riportiamo, con preghiera di “farla girare”. Cosa che facciamo con grande, grandissimo, anzi, infinito piacere.

 

Ed ora leggete quanto segue:

 

    Il giorno 21 settembre 2010 il Deputato Antonio Borghesi dell'Italia dei Valori ha proposto l'abolizione del vitalizio che spetta ai parlamentari dopo solo 5 anni di legislatura in quanto affermava che tale trattamento risultava iniquo rispetto a quello previsto dai lavoratori che devono versare 40 anni di contributi per avere diritto ad una pensione.

Ecco com’è finita:

Presenti 525

Votanti 520

Astenuti 5

Maggioranza 261

Hanno votato sì 22

Hanno votato no 498

 i 22 sono: BARBATO, BORGHESI, CAMBURSANO, DI GIUSEPPE, DI PIETRO, DI TANISLAO, DONADI, EVANGELISTI, FAVIA, FORMISANO, ANIELLO, MESSINA, ONAI,
 MURA, PALADINI, PALAGIANO, PALOMBA, PIFFARI, PORCINO, RAZZI, ROTA,
 SCILIPOTI,   ZAZZERA.
 Ecco un estratto del discorso presentato alla Camera:  Penso che nessun cittadino e nessun lavoratore al di fuori di qui possa  accettare l'idea che gli si chieda, per poter percepire un vitalizio o una pensione, di versare contributi per quarant'anni, quando qui dentro sono sufficienti cinque anni per percepire un vitalizio. È una distanza tra il Paese reale e questa istituzione che deve essere ridotta ed evitata. Non sarà mai accettabile per nessuno che vi siano persone che hanno fatto il
 parlamentare per un giorno - ce ne sono tre - e percepiscono più di 3.000 euro al mese di vitalizio. Non si potrà mai accettare che ci siano altre persone rimaste qui per sessantotto giorni, dimessisi per incompatibilità, che percepiscono un assegno vitalizio di più di 3.000 euro al mese. C'è la
 vedova di un parlamentare che non ha mai messo piede materialmente in Parlamento, eppure percepisce un assegno di reversibilità. Credo che questo sia un tema al quale bisogna porre rimedio e la nostra proposta, che stava in quel progetto di legge e che sta in questo ordine del
 giorno, è che si provveda alla soppressione degli assegni vitalizi, sia per i deputati in carica che per quelli cessati, chiedendo invece di versare i contributi che a noi sono stati trattenuti all'ente di previdenza, se il deputato svolgeva precedentemente un lavoro, oppure al fondo che l'INPS ha
 creato con gestione a tassazione separata. Ciò permetterebbe ad ognuno di cumulare quei versamenti con gli altri nell'arco della sua vita e, secondo i criteri normali di ogni cittadino e di
 ogni lavoratore, percepirebbe poi una pensione conseguente ai versamenti realizzati.
    Proprio la Corte costituzionale, con la sentenza richiamata dai colleghi questori, ha permesso invece di dire che non si tratta di una pensione, che non esistono dunque diritti quesiti e che, con una semplice delibera dell'Ufficio di Presidenza, si potrebbe procedere nel senso da noi prospettato,che consentirebbe di fare risparmiare al bilancio della Camera e anche a tutti i cittadini

E ai contribuenti italiani circa 150 milioni di euro l’anno.

    
Non ne hanno dato notizia né radio, né giornali, né TV OVVIAMENTE. Facciamola girare noi!!!

 

  IL 9 ottobre 2011 sempre LXVI Era Sfascista, il Presidente Giorgio Napoletano ha lanciato questo monito: <Dobbiamo ridare dignità e decoro alla politica >. La risposta data dal Parlamento italiano il 21 settembre (risposta poco sopra riportata), non è adeguata al monito?

 

Caro amico lettore, questo articolo è puttosto lunghetto, però l'argomento è importante e potrebbe rivelarsi come soluzione (forse è l'unica) per uscire dalla melma nella quale ci hanno costretti a vivere.
Grazie
Filippo Giannini

domenica 19 maggio 2024

In vista non c'è un'alba radiosa!

In vista non c'è un'alba radiosa!

Tra il 6 e il 9 giugno si svolgeranno nei 27 Paesi dell'Unione Europea le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo.

In 25 Paesi si voterà in un'unica giornata, chi il 6, chi il 7, o l'8 o il 9.

Solo in due, Italia e Repubblica Ceca, si potrà votare in due giornate, in Italia dalle 14 alle 22 di sabato e dalle 7 alle 23 domenica.

Ci si potrebbe chiedere come mai se in quasi la totalità dei i Paesi si vota in una sola giornata, in Italia si vota in due giorni, questa volta addirittura con l'inizio del voto di sabato e la risposta è abbastanza scontata : la paura dell'astensionismo.

Infatti, nelle ultime Elezioni Europee del 2019 la percentuale dei votanti in Italia è stata del 54,5%, in calo rispetto alla già bassa percentuale del 2014 che era stata del 57,2%.

In parole povere, la metà degli Italiani oramai rifiuta la partecipazione ad un rito, che sarebbe altamente democratico visto che si vota con il più giusto sistema proporzionale, ma il progressivo scadimento della classe politica, la diffusa pratica dei cambi di casacca (l'Italia è al primo posto per gli Europarlamentari che hanno cambiato gruppo!), quella dell'assenteismo (gli europarlamentari italiani sono solo al 19° posto per le presenze!) e il fatto che ci siano candidati importanti e di bandiera che poi non andranno al Parlamento Europeo e altri che invece verranno paracadutati a Bruxelles perché scomodi al loro Partito o alla loro coalizione in Italia, tutto quanto scritto sopra non invoglia certamente a votare in queste elezioni europee.

Inoltre è oramai chiaro che, specie questa volta, più che sui temi europei, la battaglia elettorale italiana sarà incentrata sui temi interni, sui rapporti di forza e di potere nella coalizione di Centrodestra al governo e di quelli nella eterogenea opposizione di Centrosinistra ancora alla ricerca di una linea comune e condivisa.

Resteranno invece nell'ombra i tanti problemi dell'Italia, momentaneamente accantonati, perché la loro soluzione o tentativo di soluzione potrebbe incidere negativamente sul consenso elettorale degli uni e degli altri.

Parliamo del gigantesco debito pubblico dell'Italia (il terzo più grande al mondo!), dei salari e stipendi che restano tra i più bassi in Europa, della disastrata Sanità (della quale trattiamo anche a pagina 3), della difficile sostenibilità del sistema pensionistico, di uno Stato sociale che arranca, dei progetti per ottenere i fondi europei del PNRR che in parte sono ancora solo sulla carta, dei ritardi sulla transizione ecologica e sul contrasto al dissesto ambientale.

La stessa cosa vale per i grandi e drammatici temi internazionali sui quali, è inutile nascondercelo, la posizione del nostro Paese è tutt'altro che chiara e decisa come si vorrebbe far credere, così come del resto, checchè ne dica la propaganda governativa, sullo scacchiere internazionale l'Italia continua a incidere ben poco.

In compenso Centrodestra e Centrosinistra andranno avanti ad accapigliarsi nelle insignificanti polemiche quotidiane e a dividersi, anche al loro interno, sulle riforme “epocali” in cantiere, che di “epocale” hanno solo i disastri che determineranno per il futuro dell'Italia.

Nel difficile momento che stiamo vivendo, dove in vista non c'è un'alba radiosa, ci sarebbe bisogno di una classe politica alta, idealmente solida, moralmente integra, preparata e competente, invece gli Italiani devono “accontentarsi di quello che passa il Convento”.

Adriano Rebecchi Martinelli 

 




domenica 21 aprile 2024

25 APRILE, LA LIBERAZIONE.. UN FALSO STORICO

25 Aprile, la liberazione.. Un falso storico

 

La stragrande maggioranza dei partigiani era di fede COMUNISTA e pertanto NON voleva liberare l’Italia, ma consegnarla al dominio Staliniano come avvenne per tutte le nazioni “Liberate” dall’armata rossa ( Ungheria, Romania, Bulgheria, ecc. ecc, ).

Se l’Italia non cadde sotto il dominio sovietico fu perché a Yalta il 17 Aprile 1945 si riunirono Churcill, Truman e Stalin e si divisero il mondo  e l’Italia fu assegnata al predominio USA..!!

La guerra la perdemmo ( perché fu persa e non vinta ) contro i 5 eserciti più forti del mondo e certamente NON contro i partigiani..

Pertanto la favola della liberazione dell’Italia da parte dei partigiani è appunto una stupida favola senza alcun riscontro storico e politico!!!

Ma questi politici inetti ed incapaci sono come uno scaldabagno… se gli togli la resistenza restano solamente dei rottami…!!!!

Alessandro Mezzano