martedì 1 ottobre 2019

Il petrolio iracheno faceva gola ai britannici.

Il petrolio iracheno faceva gola ai britannici. Churchill disprezzava gli arabi, ma non il loro greggio

di Giorgio Vitali

Ed è forse meno noto, proprio a proposito dei Savoia, che nel 1919 il Re Vittorio Emanuele III, invocando uno dei diritti italiani stabiliti in favore delle potenze vincitrici del I conflitto mondiale, all’articolo n. 9 del celebre Patto di Londra dell’aprile 1915, chiese ed ottenne l’assenso dell’altra potenza vincitrice, la Gran Bretagna, attraverso i buoni uffici di Lloyd George, per l’invio in Georgia, terra in fermento indipendentista e da sempre riluttante alla sottomissione ai Soviet, di un contingente italiano di 85.000 soldati agli ordini del generale Giuseppe Pennella, che avrebbe dovuto difendere l’indipendenza del Paese e sostenere la neonata Federazione delle Repubbliche Transcaucasiche, Georgia, Armenia e Azerbaigian. Il governo Orlando, poco prima di cadere, decise quindi con proprio decreto la spedizione italiana in Georgia e ne stabilì termini e date. Ma il successivo governo Nitti ritenne di dover bloccare la spedizione per non compromettere l’avvio di buone relazioni tra Italia e la futura Unione Sovietica dei bolscevichi, che nel breve intermezzo, non certo ispirandosi ai principi invocati vent’anni più tardi con la mobilitazione della Grande Guerra Patriottica, avevano stroncato con la forza l’insurrezione georgiana, facendo strage degli oppositori e stabilendo a Tbilisi un governo di Soviet.

Credo convenga a questo punto mettere a fuoco le circostanze e gli sviluppi degli eventi, europei ed extraeuropei, che costrinsero Stalin a rivedere una rigida posizione antioccidentale di puro stampo ideologico e a percorrere vie politiche più “opportune”, se non indispensabili alla stessa esistenza dell’Unione Sovietica. Un atteggiamento suggerito dai criteri di Realpolitik che connotò la politica internazionale di Stalin, fermi restando il clima di terrore e di repressione che caratterizzarono il sistema di governo interno.
A questo proposito è bene ricordare che le potenze occidentali decisero di attribuire all’Unione Sovietica un preciso compito e affidare al georgiano Stalin un nuovo ruolo ad esse conveniente. Spinti ad operare in tal senso dalle continue e forti pressioni dei veri arbitri della politica internazionale (le Compagnie petrolifere Standard Oil of New Jersey del gruppo Rockefeller, Socony Mobil, Chevron, Texaco, l’inglese Iraq Petroleum Company, nonché i colossi industriali come Ford, General Motors, IBM, ITT e il Cartello Bancario facente capo ai gruppi Morgan, Rothschild, Warburg, Baruch, di chiara ispirazione sionista, il cui centro di manovra era la Federal Reserve Bank che vantava potenti diramazioni nelle Banche Centrali europee e in particolare nella Bank for International Settlements di Basilea) Churchill e Roosevelt decisero (o meglio obbedirono alla decisione dei sopra elencati) di avvalersi di Stalin per fermare Hitler, lanciato verso la conquista del petrolio del Caucaso e dell’impero del cartello petrolifero angloamericano in Medio Oriente. Fu questo l’unico motivo degli aiuti concreti fatti pervenire a Stalin dagli alleati. In cambio di certe garanzie che il capo dei Soviet avrebbe dovuto offrire: la sospensione delle attività del Komintern (almeno temporaneamente), l’eliminazione dei deviazionismi trotzkiski, il contenimento del comunismo in un solo paese, un nuovo impulso al fuoriuscitismo italiano, incrementando il sostegno finanziario a favore di quest’ultimo, in vista dell’esecuzione immediata di un piano più ampio che prevedeva il disfacimento delle Nostre Forze Armate inviate in Unione Sovietica.
Osservando la vicenda dall’altro lato, ci si rende conto che la politica estera di Josip Djugasvilji Vissarionovic, detto Stalin, si distingueva appunto per quell’insieme di misure, da lui adottate nel periodo bellico, che, discusse e chiarite poi nel corso delle intese di Yalta, obbedivano ai criteri della Realpolitik occidentale. Una sorta di scambio di reciproci impegni che le potenze capitaliste furono costrette ad assumere con l’Unione Sovietica, in vista dell’unico sbocco delle operazioni belliche ad esse favorevole, quello cioè che avrebbe portato alla definizione delle linee del bipolarismo. Intendendo con questo fra l’altro il tracciato di confini che il comunismo internazionale non avrebbe potuto oltrepassare e che avrebbe permesso all’Unione Sovietica di esercitare, all’interno di un’area ben definita, quelle funzioni di contenimento e di controllo tanto dei deviazionismi trotzkisti, quanto degli eterni fermenti delle popolazioni islamiche sottoposte al regime dei soviet. Previsioni d’intesa elastica, come qualcuno l’ha voluta chiamare, caratterizzante l’intero periodo della guerra fredda, logorata dai conflitti est-ovest di bassa intensità, al culmine dei quali si sarebbe registrato il crollo sovietico definitivo, grazie allo scaltro utilizzo della forza islamica nella guerra afghana. La premessa serve a spiegare il grande timore equamente condiviso da Stalin e da Gran Bretagna e Stati Uniti, che le venti divisioni di musulmani filonazisti arruolati da Hitler alla fine del ‘42 e costituiti in Waffen Islam SS del Kazakhstan, dell’Azerbaigian, Turkmenistan, Cecenia, Dagestan, Uzbekistan etc. risultassero decisive per il successo del piano hitleriano di penetrazione in Medio Oriente e per la conquista dei territori petroliferi. Ecco la vera ragione degli accordi tra Stalin, Churchill e Roosevelt, dei colossali aiuti americani alla Russia, della disfatta dell’Asse, della tragedia dei Nostri Alpini sulle rive del Don e nel corso del drammatico ripiegamento.


E l’Italia di Mussolini poteva sperare nella promessa di una concessione petrolifera dal governo iracheno?
Certo. Il Duce (che aveva finanziato in numerose occasioni Al Husseini e Rashid El Gailani, quest’ultimo rappresentante del governo iracheno in esilio)* contava di potersi rifare dello smacco subito dall’AGIP nel ‘35, quando la nostra compagnia petrolifera possedeva il capitale di maggioranza della BODC (British Oil Development Company) la quale estraeva il greggio di Mosul e Quayara, lasciando il gravoso compito di pagare l’affitto concordato con il governo iracheno alla sola AGIP. Circostanze che non furono mai chiarite, pur essendo allora evidente nella questione l’intrigo architettato ai nostri danni da un astuto Winston Churchill, indussero Mussolini a svendere la quota di maggioranza dell’AGIP (il 56%), che fu subito incamerata dalla Iraq Petroleum Company. Un errore di doppio peso, quello commesso dal Duce. Attraverso la svendita della quota di maggioranza AGIP l’Italia ottenne un limitato finanziamento per sostenere una parte delle spese previste per l’impresa etiopica. Nell’occasione Mussolini non si avvide che l’imperialismo vecchia maniera, consistente nella costosissima occupazione militare dei territori era destinato all’insuccesso, mentre il neocolonialismo intrapreso dalla Gran Bretagna con l’ “ipocrita” ma funzionale formula dello “Indirect Rule” o del “mandato”, le avrebbe assicurato il controllo delle aree ricche di materie prime e di fonti di energia, mascherando opportunamente autentiche politiche di aggressione con la pretesa di apporto di “liberaldemocrazia”.

Quali altri motivi sarebbero stati alla base della disfatta italiana in Russia?
Non è difficile considerare l’enorme portata della disastrosa Campagna di Russia sul piano politico e sociale, come causa determinante di una svolta che si verificò nella vita del nostro Paese. La sconfitta italiana era ormai certa su tutti i fronti all’inizio del 1943, ma gli effetti della nostra disfatta in Russia sembrarono quasi calcolati sulla base dell’importanza strategica e militare che Gran Bretagna e Stati Uniti annettevano alla nostra Penisola sul Mediterraneo. Superfluo ricordare che l’impatto del nostro disastro in Russia sull’opinione pubblica italiana avrebbe provocato sdegno e pietà, insieme al desiderio di chiudere l’ultimo tragico capitolo della guerra, rinnegando magari un passato scomodo, e predisporsi ad accettare quei mutamenti che “giustificavano” e imponevano la collocazione dell’Italia nello scenario di un nuovo ordine mondiale. Constatato questo, considerata l’essenziale esigenza degli alleati di destituire Mussolini e di far cadere il Fascismo ed osservata la quasi coincidenza di operazioni militari alleate su fronti diversi, come lo sbarco americano in Algeria e Marocco del novembre ‘42 e il contemporaneo ribaltamento della situazione a Stalingrado (che con grande sorpresa volgeva da allora a favore dei Russi), è ingenuo non pensare a sicure intese, in seguito precisate a Tehran, Casablanca e Yalta, sull’opportunità di una concordata, comune azione “alleata” tesa prima a sabotare e poi a distruggere le nostre Forze Armate, specialmente quelle schierate sul fronte russo. Il disperato appello staliniano invocante la creazione del “secondo fronte” europeo fu accolto con un anno di ritardo per la primaria esigenza di Churchill di liquidare prima l’Italia, il ventre molle dell’Asse, puntando sul teatro di guerra italiano particolari attenzioni alla fase preparatoria, che avrebbe preceduto l’intervento militare e la successiva occupazione del nostro suolo e svolgendo quell’intensa attività di propaganda antifascista su un esteso malcontento popolare che doveva trovare sostegno e convincenti motivi soprattutto nell’ecatombe dell’ARMIR in Russia. Particolari attenzioni furono poste dagli inglesi sull’opinione pubblica italiana al fine di svolgere su di essa un’intensa propaganda antifascista (sostenuta da BBC e Radio Londra), mentre sezioni speciali di intelligence britannica, a tal fine costituite, avevano da tempo avviata una sistematica azione di sabotaggio ai danni delle nostre Forze Armate. Per fare un esempio una Sezione speciale operativa fu creata da Winston Churchill a da Hugh Dalton nel luglio del ‘40, all’indomani dell’entrata in guerra dell’Italia, e nel momento più critico per la Gran Bretagna, quando grazie al patto di non aggressione Russo-Tedesco, il Premier britannico vedeva Londra bombardata dagli Stukas della Luftwaffe, ben riforniti del petrolio sovietico di Baku. L’iniziativa di Churchill in tale circostanza fu quella di affidare ai “Baker Street Irregulars”, così erano chiamati gli agenti della sezione speciale, poi diventata SOE (Special Operations Executive), la conduzione di operazioni di sabotaggio contro l’Italia. Ma il compito più importante che costoro avrebbero dovuto svolgere consisteva nell’avvicinare gruppi di esuli antifascisti in Francia anche in vista della costituzione di formazioni partigiane, fin dall’inizio abbondantemente finanziate, che avrebbero trovato un successivo impiego in territorio italiano.
Altro compito del SOE era quello di tastare il polso di alcuni vertici della Marina Italiana e dello Stato Maggiore Generale che avevano mostrato avversione per i tedeschi e disaccordo con le decisioni del Duce. (I nomi si sanno ma omettiamoli, ricorrendo al solito velo pietoso!)
Ma non è tutto! Forte del fatto che nel ‘40 non esisteva ufficialmente uno stato di guerra tra Gran Bretagna e Unione Sovietica e consapevole delle difficoltà nel reperire altrove altrettanti possibili collaboratori di marcata convinzione antifascista, ma anche propensi a privilegiare un’ idea e una prassi, poste comunque al di sopra di ogni sentimentalismo patrio, il premier inglese puntò tutte le sue attenzioni sui fuoriusciti italiani a Mosca, dando la stura alla corrente più vasta ed efficace di un’opposizione estremista che, proprio perché forzatamente contenuta entro gli argini “artificiali” di un patto inedito, sarebbe stata usata nel momento propizio per contribuire all’avvio di una crisi irreversibile che avrebbe determinato la caduta del Fascismo e alla disfatta dell’Italia.
Se osserviamo le date del 25 luglio e del 3 settembre 1943 e poniamo i relativi eventi in relazione al gennaio dello stesso anno e a quanto accadde e sarebbe poi accaduto in Russia, non è difficile dedurre i motivi della presenza di un loquace Togliatti a Salerno nell’aprile del ‘44, forte dell’intesa, concordata con Stalin, ma ancor prima con Churchill e Roosevelt, e guadagnata dall’ineffabile Palmiro, con il suo “buon lavoro” eseguito a gomito dell’NKDV e i particolari “servizi” che egli rese ai nostri soldati, prigionieri dei lager sovietici.

Ma a parte questo, la svolta di Salerno dimostra che la proficua collaborazione offerta agli alleati dai fuoriusciti italiani in Unione Sovietica non si limitò alla prestazione delle “cure” riservate ai nostri soldati prigionieri in Russia, ma iniziò molto prima. Precisamente quando Churchill, deciso ad eliminare l’intralcio dell’Italia sulle rotte inglesi del Mediterraneo, propose anche ai Partiti Comunisti clandestini di svolgere azioni di controspionaggio, lautamente remunerate. Fra questi, anche al PCI di Togliatti, che, mal celando i sintomi della sindrome da “disorientamento” causata dal patto scellerato Ribbentrop-Molotov, trovò provvidenziale la richiesta di collaborazione inglese, dopo che i flussi dei finanziamenti di Stalin ai fuoriusciti si erano interrotti con la chiusura e confisca della Banque Commerciale de l’Europe du Nord di Parigi da parte delle truppe di occupazione nazista. Questa banca, di proprietà sovietica, sovvenzionava i partiti comunisti di mezzo mondo e faceva pervenire cospicue somme di denaro al Pci clandestino, attraverso l’ambasciata sovietica in Italia di Via Gaeta, 5 a Roma, almeno fino al 10 giugno del ’40. La sua chiusura creò ovviamente non pochi problemi a Togliatti e al suo seguito.

Agli attenti servizi inglesi non saranno sfuggiti in quell’occasione i segnali dell’imminente emanazione della direttiva n. 21 da parte di Hitler, consistente nel piano di invasione dell’Unione Sovietica, considerato l’atteggiamento dell’Ammiraglio Canaris e certe aperture confidenziali in seno all’Abwher.

Ovvio. Ma in attesa del fatidico 22 giugno 1941, cioè dell’avvio dell’Operazione Barbarossa, l’attività di Churchill fu ugualmente febbrile. Dopo aver superato le sue innate barriere ideologiche, egli decise di superare anche quelle religiose (e razziali, se vogliamo) cercando la distensione dei rapporti con gli arabi (che egli disprezzava) e in generale con l’Islam. Informato infatti delle chiare tendenze filonaziste del Gran Muftì di Gerusalemme, Haj Alì Al- Husseini, propose a costui una sostanziale riduzione delle truppe britanniche presenti a Baghdad e a Mosul, e l’interruzione del flusso migratorio di ebrei in Palestina, in cambio della sospensione delle attività di propaganda e agitazione irredentista in pieno corso non solo fra i musulmani sottoposti al “governo indiretto” britannico, ma anche fra le numerose popolazioni islamiche dell’Unione Sovietica, contando sul carisma del Muftì per convincere queste masse a “diventare” filoinglesi e naturalmente sulla nota venalità del religioso nell’accettare in cambio un lauto compenso. La proposta creò seri trambusti negli ambienti diplomatici occidentali e le immediate proteste dell’Organizzazione Sionista Mondiale, nonché delle compagnie petrolifere angloamericane operanti in Iraq, perché fu accolta e in parte attuata. I risultati furono nefasti per gli arabi e per gli ebrei, vittime questi ultimi delle inasprite misure adottate da Hitler che lo indussero ad affrettare i tempi della soluzione finale, poi precisati nella conferenza di Wansee nel gennaio ‘42. Nella circostanza l’ambiguità e la doppiezza del Gran Muftì non fu inferiore a quella del premier inglese, perché da un lato la proposta distensione ebbe l’effetto contrario fra i musulmani determinando ulteriore fermento e punte di estremismo che provocò il raddoppio anziché la riduzione delle truppe britanniche presenti in Iraq e in Palestina a tutela del mandato. Ma procurò sopra tutto serie preoccupazioni a Stalin che inasprì il trattamento riservato alle popolazioni islamiche sovietiche, ordinando le loro deportazioni in massa. La circostanza pesò non poco nel suo mutato atteggiamento nei confronti di Hitler, al punto da indurre Stalin ad avanzare assurde e provocatorie pretese di poter procedere all’occupazione sovietica di una consistente fascia territoriale balcanica con l’imprimatur del Fuhrer.
Il caso, insieme alla questione islamica, indusse Hitler ad affrettare i tempi dell’attacco contro l’Unione Sovietica, anche perché il Gran Muftì, trasferitosi armi e bagagli a Berlino dopo l’insuccesso della proposta inglese, garantì al Furher il sostegno incondizionato delle costituende armate musulmane che si preparavano a combattere con entusiasmo e rinnovata fiducia al fianco della Werhmacht contro l’Armata Rossa, per liberare i loro correligionari delle repubbliche sovietiche dal giogo politico staliniano e dall’oscurantismo ateo dei comunisti.

Quali sarebbero state le più vistose operazioni di sabotaggio portate a termine ai danni del nostro Esercito e della nostra Marina?
E’ difficile rispondere. Direi che il fenomeno deve essere osservato nel più ampio contesto della realtà dell’Italia fascista, dove ministeri, enti preposti, uffici e organismi militari operavano a compartimenti stagni, ciascuno attribuendosi limiti di competenza e reclamando autonomie e autorità interne che non hanno certo giovato allo spirito di collaborazione indispensabile in un Paese che si prepara a fare la guerra. Un Paese, l’Italia di allora, oltre tutto poco incline nel settore della produzione di armamenti ad adeguarsi ai criteri di continuo aggiornamento, essenziale in quel periodo. Il che risulta inspiegabile se si pensa all’impresa etiopica e al nostro intervento in Spagna. Ma a prescindere dallo strano e controproducente operato dello Stato Maggiore Generale, è il caso di ricordare che l’industria italiana, salvo poche eccezioni, era più propensa ad entrare nel libero mercato piuttosto che mantenere i modesti sbocchi della propria produzione negli esigui ambiti dell’economia autarchica di Mussolini. E qui per inciso notiamo che gran parte della produzione di armi di Ansaldo, Breda, Fiat, per citare le più importanti, era destinata all’estero, con l’ovvio disappunto del Duce, il quale dovette però adeguarsi a quella linea per via dei poco incoraggianti prospetti di bilancio sottoposti alla sua attenzione dal ministero Scambi e Valute. Ipotesi apparentemente paradossali sono state avanzate da alcune parti, peraltro attendibili, riguardanti la vendita di armi di fabbricazione italiana alla Gran Bretagna nell’approssimarsi della rottura delle relazioni diplomatiche fra i due Paesi e continuata anche in tempi successivi, all’insaputa del Duce. Restando però nota nell’ambiente dello Stato Maggiore Generale la tattica inglese di impiegare la nostra industria nella produzione di modelli vetusti e dalla concezione superata, che la Gran Bretagna avrebbe comunque acquistato, con il primario scopo di distogliere l’attenzione dei nostri tecnici industriali dalle nuove e più aggiornate tecnologie già acquisite e prodotte dagli inglesi. Una burocrazia notoriamente farraginosa ha poi complicato ulteriormente le cose, allungando a dismisura i tempi della produzione e delle consegne di materiali richiesti dai competenti settori dello Stato Maggiore e del ministero della Guerra. Questo stato di cose ha facilitato il compito di chi avesse voluto portare a termine azioni di sabotaggio nel nostro Pese e sui fronti di guerra.
Credo sia il caso di accennare allo spionaggio che è risultato più dannoso per l’Italia, quello a favore dell’Unione Sovietica.
Ricordando i noti informatori dell’NKDV, Ruggero Zangrandi, Giorgio Conforto e Gaetano Fazio, non possiamo fare a meno di notare l’atteggiamento talvolta tollerante del nostro SIM nei loro confronti. La collaborazione di costoro con i fuoriusciti italiani in Russia e l’NKVD risalirebbe addirittura al 1941 e sarebbe provata dal trattamento di “favore” riservato da Stalin ai vari Togliatti, D’Onofrio, Bianco, Montagnana e Fiammenghi, diverso da quello riservato invece ai comunisti fuoriusciti, tedeschi e ungheresi, e determinato proprio dai proficui successi informativi ottenuti da spie operanti in Italia e fuoriusciti italiani in Russia.
Nell’ambito delle “attività” dei fuoriusciti, non dovrebbe dunque sorprendere più di tanto il fatto che l’invito alla diserzione perveniva in qualche modo ai nostri soldati dello CSIR già nel 1941, allorché si raccomandava al nostro combattente in Russia di liberarsi del barbaro aspetto di invasore e del veleno fascista e consegnarsi a qualsiasi ufficiale dell’Armata Rossa, pronunciando la frase convenuta: “Parlate di me al compagno Petrov!” (precise testimonianze di Reduci dalla Russia lo provano.)
Saldi e di vecchia data erano dunque i legami tra fuoriusciti italiani, NKVD e spie operanti all’interno del nostro Paese. Rinnovati e potenziati poi nell’ambito del “lavoro”di indottrinamento nei lager sovietici, con le minacce di ritorsioni sui familiari dei prigionieri in Italia, nel corso degli interrogatori, nella ricerca di delatori, nella costituzione di cospicui fondi destinati alla costosa organizzazione in Russia delle cosiddette scuole antifasciste e alla pubblicazione del giornale l’Alba.
Curioso constatare come questi fondi lautamente elargiti dalle fonti citate, non siano mai stati impiegati, neppur in minima misura, per alleviare anche di poco le sofferenze e il martirio dei nostri soldati prigionieri di lager sovietici, scaricati alla mercé delle barbarie animalesche russe dai loro stessi connazionali. E non siano serviti nemmeno a improvvisare una pur rozza e primitiva “struttura” che dei prigionieri si occupasse almeno della corretta registrazione dei nomi, al momento del loro ingresso nel campo di concentramento, al momento del decesso e della corretta segnalazione del luogo di sepoltura, pur trattandosi in genere di fosse comuni.
Lasciamo alla sensibilità storica di chi ci legge, l’osservazione del preoccupante e prolungato connubio tra spie interne e fuoriusciti (meritevoli poi di un riconoscimento al valore militare e civile e addirittura in certi casi della intitolazione ai loro nomi di strade e piazze d’Italia, motivandole forse anche col trattamento di “tutto riguardo” che essi riservarono ai nostri soldati in Russia) che continuò in Italia nel travagliato periodo successivo all’8 settembre del ’43. Citiamo in proposito l’attentato di Via Rasella a Roma del marzo 1944, assurto a simbolo del “valore” dei combattenti per la liberazione d’Italia, ma avvilito dai retroscena che immediatamente emersero e lo connotarono come atto indegno della nostra civiltà e da ascriversi nel lungo elenco delle imposizioni staliniane dirette al Pci che, forte della cultura dell’intrigo, appresa a Mosca, non esitò ad applicarla nel nostro martoriato Paese su direttiva dello stesso Stalin, il quale pretese che del governo italiano appena riconosciuto dall’Unione Sovietica entrassero a far parte solo esponenti di provata fede staliniana, eliminando fisicamente gli stessi Comunisti italiani che non avessero lo stesso requisito.
Gli autori dell’attentato, esponenti di spicco del Pci legati alla linea di Mosca, attribuendosene la paternità solo dopo che la rappresaglia tedesca delle Fosse Ardeatine era stata portata a termine, manifestarono la volontà di aver agito proprio per far scattare la reazione nazista che si sarebbe scatenata contro i loro concorrenti non graditi a Mosca, ma sfortunati compagni di militanza politica e vittime per questo dell’eccidio alle Fosse Ardeatine.
Ogni ulteriore commento è superfluo.

Per concludere possiamo fare un commento sull’appello che Vincenzo Bianco rivolse a Togliatti, affinché i nostri Soldati prigionieri ricevessero un trattamento più umano?
Se ne è parlato abbondantemente. Forse vale la pena di prestare attenzione all’ultimo capoverso della lettera che Togliatti invia a Bianco in risposta, che così recita: “ma nelle durezze oggettive che possono provocare la fine di molti di loro (i nostri soldati prigionieri nei lager sovietici, ndr) non riesco a vedere altro che la concreta espressione di quella giustizia che il vecchio Hegel diceva essere immanente in tutta la storia.”
La scelta da parte di Togliatti di disturbare, in quella vergognosa circostanza, il “vecchio Hegel” mi sembra infelice e rischiosa, non essendo stato il pensatore tedesco particolarmente ben visto fra gli intellettuali sovietici, per via delle note preferenze monarchiche del filosofo, auspice fra l’altro di una sicura conciliazione tra individuo e fede religiosa proprio nella dimensione della Storia, in seno alla quale l’Uomo avrebbe anche cercato vie di maturazione spirituale.
Questo naturalmente a prescindere dagli equivoci intorno alla dialettica hegeliana di cui furono autorevoli vittime il maturo Marx e un giovane Lenin, fino a quando gli stessi sviluppi della “sinistra hegeliana” risultarono indigesti al Marxismo che si affrettò a prendere nette distanze dal filosofo tedesco e dalle sue scuole.
A nome dei nostri soldati prigionieri in Russia (nella cui morte il signor Togliatti vedeva concreta espressione di quella “giustizia” immanente… nella sua sola mediocre testa) vorrei infine suggerire a tutti gli estimatori di questo ineffabile individuo un’attenta lettura delle pagine degli hegeliani Lineamenti di Filosofia del Diritto, in cui viene espresso l’autentico concetto di Storia, come successione di eventi che trovano una loro logica nel rapporto causa ed effetto, non solo in termini temporali, ma anche morali, prevedendo l’esistenza di quel “Tribunale del Mondo”, come Hegel lo chiamava, che presiede al perfezionamento dell’individuo e della società umana, al di fuori degli sviluppi materialistici, ma nella dimensione invocata nella fenomenologia dello spirito, quella che affida fra l’altro alla Storia il compito esclusivo di emettere una definitiva sentenza di condanna o assoluzione, proprio attraverso la manifestazione, o fenomeno, di concreti e storici eventi.
Inviterei quindi costoro ad osservare da vicino le rovine dell’Unione Sovietica e del Comunismo e a rivolgere alla memoria dei Nostri Soldati dell’ARMIR quel segno di rispetto che ad essi il signor Togliatti non ebbe il coraggio, o non si ritenne degno, di offrire. 



                                                                                                                                             

mercoledì 25 settembre 2019

LA DEMOCRAZIA DEGLI IMBECILLI !



La democrazia degli imbecilli!

Una nazione in ginocchio, una crisi che sta ammazzando aziende e persone, una miseria galoppante che sta portando le famiglie al collasso, un governo assente, indifferente, lontano ed incapace di capire e risolvere i problemi della popolazione, uno stato che pensa di risolvere il problema del lavoro e della crisi aumentando le tasse e creandone altre. E il Parlamento italiano, composto da una cricca di personaggi delegittimati, pensa ad aumentare il numero dei clandestini, a migliorarne il cibo, preoccupandosi del fatto che quello che viene dato non è digeribile per il delicato stomaco musulmano.


Un Parlamento che parla attraverso personaggi politici la cui stabilità mentale è quanto meno dubbia, soprattutto quando alcuni di questi promuovono l’idea di inserire i clandestini all’interno delle famiglie italiane, o quando viene detto che non sono i clandestini a portare le malattie, ma siamo noi a contaminarli. Una presidente della Camera che invece di prendere in considerazione i suicidi di padri di famiglia, di figli, di persone che cadono in disgrazia per aver perso il lavoro, per non essere stati più in grado di portare il pane a casa in maniera onesta ( e non ladresca come fanno certi “onorevoli”) reputa importante modificare gli aggettivi maschili portandoli al femminile, come se questo fosse il vero problema che affligge la nostra popolazione. Una forma mentis che dovrebbe preoccupare, sia perché in questo c’ è un evidente senso di inferiorità che sfocia nel delirio, sia perché non esiste la capacità di intuire quali sono i problemi da risolvere, quali sono i più importanti, imminenti, basilari. Siamo un popolo che, nel nome della democrazia, ha concesso la parola e il potere a tutti, anche a coloro che non hanno la capacità di raziocinio, ma che, in compenso, hanno il dono della parola, anche se disarticolata, inutile, se non dannosa. Persone che dovrebbero tacere sono state messe ai posti di comando di una nazione. Gente che non è in grado di capire e risolvere le questioni sociali sono state insignite di titoli onorifici e di un potere che in altri paesi sarebbero stati dati a persone con una intelligenza maggiore ed una capacità analitica decisamente superiore. Noi siamo in mano a questi “democratici” che parlano a vanvera, che promuovono assurdità, che rubano, trafficano, truffano, si disinteressano dei problemi sociali, che vivono in un mondo tutto loro, lontano dal nostro anni luce. Loro sono ai piani superiori e vedono il nostro, infinitamente più al di sotto, come il luogo da cui prendere la loro linfa vitale. E lo fanno depredando, distruggendo, usurpando, imponendo, condannando, terrorizzando, mistificando, mentendo. Un piccolo gruppo di persone che comanda una moltitudine di individui ci sta uccidendo lentamente, ci sta facendo agonizzare giorno dopo giorno. E l’Italia dorme, si interessa di calcio, di Schettino, delle scopate di tizio o di caia. Si incolla davanti alle televisioni per seguire i campionati mondiali di calcio, segue telenovelas interminabili e talk show assurdi e faziosi. E intanto la nazione muore, si spegne poco alla volta, soffocata dalle decine di migliaia di clandestini che invadono indisturbati il nostro paese, umiliata dall’Unione Europea persino dai finlandesi, un popolo di di barbari cornuti che vive in perenne contatto con il freddo polare, una razza che non ha dato nulla la mondo se non qualche renna fosforescente grazie alla tragedia di Chernobyl. Questa è l’Italia e questi sono i politici che la guidano. E noi siamo il popolo che permette tutto questo. Quando accadrà che la gente italiana, le persone del nostro paese si sveglieranno, imbracceranno qualsiasi cosa hanno a portata di mano, e uniti inizieranno a marciare verso Roma? E se questo è chiedere troppo, quando accadrà che il popolo unito deciderà di non dare più un solo centesimo a quella banda di camorristi che occupa abusivamente il Parlamento? Ecco, fin quando questo non accadrà, non avremo il diritto di vergognaci del governo che abbiamo, ma avremo il dovere di vergognarci di noi stessi, per non aver fatto nulla di reale, di concreto, per destituire questo governo di lordi, di inaffidabili, di ipocriti, di anti italiani. Noi abbiamo il governo che ci meritiamo e se non lo cambieremo in un modo o in un altro avremo ciò che ci meritiamo anche nel futuro. Diversamente, alziamoci dalla poltrona di casa prima che ci vengano a togliere anche quella e iniziamo ad organizzare una qualsiasi forma rivoluzionaria, purché porti alla caduta di questo avvilente e dannoso governo di camerieri imbalsamati asserviti ad un sistema bancario – industriale internazionale che si fermerà solo quando ci vedrà schiavi o morti. Se moriremo o se verremo schiavizzati sarà solo colpa nostra, della nostra vigliaccheria, della nostra indifferenza, della nostra incapacità a reagire. Se noi moriremo sarà solo per colpa nostra e non perché chi ci comanda è più astuto. Ricordiamocelo fin quando non spaleranno terra sulle nostre bare.    da  Il POPOLO D'ITALIA     



                                                                                                                                                                                                              

venerdì 20 settembre 2019

LA VERITA’ SU VIA RASELLA

LA VERITA’ SU VIA RASELLA



E SULLA STRAGE DELLE FOSSE ARDEATINE
Di Antonio Leggiero
            Molto è stato scritto, giustamente, sull’eccidio delle FOSSE ARDEATINE.
            Il problema è che, quasi tutto è stato prodotto, in modo deformato e incompleto, sulla falsariga ineliminabile, condizionante e coartante del “mito resistenziale”.
          
           Va ricordato, ad onor del vero, senza nulla togliere all’inaudita gravità della strage, che, in ogni conflitto e in ogni epoca storica, è stato sempre riconosciuto alle forze armate di una nazione il diritto legittimo di rappresaglia, a seguito di attentati eseguito contro le proprie truppe. Ciò è stato sempre praticato da tutti gli eserciti del mondo, anche da quelli, a torto, ritenuti più “umani”.
            Basti ricordare, realtà ai più sconosciuta, che l’esercito americano durante l’ultimo periodo di guerra, nei primi mesi del ’45, nei territori occupati in Germania, aveva imposto la regola dei cento tedeschi fucilati, per ogni militare statunitense ucciso!
            Di questo, nessuno ne parla. Non si può infangare la leggenda “degli americani buoni, portatori di civiltà”. Già, il mitico esercito “yankee” liberatore degli oppressi e castigatore dei cattivi. In Italia, più di mezzo secolo fa, gli americani eseguivano questo compito “in maniera impeccabile”, mitragliando i bambini nei giardini degli asili e delle scuole, durante le ore di ricreazione, colpendo le autoambulanze con le insegne della Croce Rossa in evidenza e lasciando dei “meravigliosi souvenirs” per le strade, in cui si nascondevano dei subdoli e terrificanti ordigni, che colpivano e martoriavano gli strati più inermi della popolazione (chi non ricorda le famigerate penne d’oro?), con bambini accecati e mutilati.
            Non divaghiamo e torniamo alle Ardeatine, cercando di ricostruire gli eventi così come si svolsero, in quel maledetto inizio di primavera, di circa sessant’anni or sono.
            Nel fare ciò, dobbiamo prima analizzare, almeno per sommi capi, una questione fondamentale, di cui poco o nulla si discute: quale fu la causa?
            In altre parole: come si giunse all’eccidio? Perché? Chi lo volle?
            Del resto, la logica vuole che di ogni fenomeno della realtà ci si interroghi prima sulla causa e poi sull’effetto, anche se quest’ultimo, può essere, per così dire, più appariscente e calamitante, a tal punto da richiamare maggiormente l’attenzione. Come è accaduto nel caso in questione.
            Iniziamo con ordine.
            Com’è noto, Roma viveva l’occupazione tedesca con una certa tolleranza, anche perché gli effetti del governo militare erano assai blandi.
            Naturalmente, questo non era gradito ai comandi partigiani, che vedevano ciò come un impedimento alle loro azioni di guerriglia, con i più estremisti che accusavano la popolazione di inerme acquiescenza all’occupazione tedesca.
            Ragion per cui, i capi decisero di agire, del tutto incuranti delle successive conseguenze sui civili. Ma questo era il normale “modus operandi” dei partigiani in Italia.
            Ed ecco quindi che, il 23 marzo 1944, un gruppo di GAP (acronimo che stava per GRUPPI D’AZIONE PATRIOTTICA, ma che, in sostanza, erano il braccio armato del PARTITO COMUNISTA, a cui, peraltro, è stato sempre alieno il concetto di Patria) entrò in azione. Il gruppo di fuoco era guidato da ROSARIO BENTIVEGNA e composto dalla sua compagna CARLA CAPPONI (nome di battaglia ELENA), FRANCO CALAMANDREI, CARLO SALINARI (nome di battaglia SPARTACO), RAOUL FALCIONI, FERNANDO VITAGLIANO, PASQUALE BALSAMO, SILVIO SERRA, FRANCESCO CURRELI e GUGLIELMO BLASI.
            Anche se, nelle stesse dichiarazioni dei partigiani partecipanti all’azione, a distanza di anni, vi sono ancora delle vistose incongruenze, sui nomi e sul numero di chi era presente a Via RASELLA. Ma, anche questo modo confuso e farraginoso di raccontare le loro azioni, fa parte del loro “cliché”.
            Comunque, questo fu, secondo la massima probabilità, il gruppo degli esecutori. Veniamo, quindi, ai mandanti.
            L’azione era stata autorizzata dal Comando Militare del CLN, di cui faceva parte RICCARDO BAUER, SANDRO PERTINI (da non ricordare soltanto come il simpatico connetto, che faceva i salti di gioia ai mondiali di calcio per la nostra nazionale, ma anche e soprattutto come famigerato “baciatore” omaggiante delle bandiere “titine” ed elargitore di vitalizi a tanti aguzzini delle foibe), RICCARDO BAUER e GIORGIO AMENDOLA, che era soltanto il responsabile militare delle formazioni partigiane comuniste a Roma, mentre il vero “deus ex machina” era il “mitico compagno ERCOLE ERCOLI”, alias PALMIRO TOGLIATTI.
            Torniamo a quel tragico pomeriggio d’inizio primavera, un pomeriggio pieno di sole, quando ancora le stagioni mantenevano i loro ritmi naturali.
            Il gruppo di GAP aveva osservato, in precedenza, che, tutti i giorni, alla stessa ora, attraverso Via RASELLA un reparto di tedeschi, per recarsi al cambio della guardia al Quirinale. Dopo averne studiato le mosse, stabilì che questo era il giusto obiettivo strategico (?).
            Occorre, già qui fare due doverose precisazioni storiche.
            Primo, questo reparto non era composto, come i più credono, grazie alla “vulgata resistenziale”, da sadici e feroci torturatori nazisti. Questi militi, invece, appartenevano all’Undicesima Compagnia del Reggimento di Polizia “BOZEN”, semplicemente aggregata, per motivi contingenti, alle SS, ma mai impegnata in vere e proprie azioni di guerra, principalmente per ragioni anagrafiche, in quanto erano uomini in là con gli anni.
            Secondo, non erano sanguinari e cinici “mostri teutonici” ma erano dei richiamati – riservisti ALTOATESINI, cioè ITALIANI.
            In ogni caso, alle 15 e 52 del 23 marzo ’44, ROSARIO BENTIVEGNA, appena ricevuto il segnale dell’arrivo del reparto, all’imbocco della strada, accese la miccia della bomba, occultata in un carretto della nettezza urbana, contenente diciotto chili di tritolo, più infiniti pezzi di acciaio e ferro, per accrescere l’effetto devastante.
            Fu l’inferno!
            A causa di quell’esplosione, morirono 32 militi tedeschi all’istante, più un altro, il giorno dopo, in ospedale.
            Fin qui, più o meno, la storia è abbastanza conosciuta.
            Pochissimi sanno, invece, che, nell’esplosione, morirono anche due italiani, che erano sul posto e che non avevano nulla a che vedere con tutta quella maledetta guerra! Costoro erano stati visti dagli attentatori, i quali non fecero nulla per salvarli, decidendo ugualmente di portare a compimento quell’insulso atto, che tanto sarebbe costato all’inerme popolazione.
            Quindi, li sacrificarono coscientemente. La prima vittima era un ragazzino di tredici anni. Si chiamava PIETRO ZUCCHERETTI, il quale, per una di quelle tragiche fatalità del destino che non perdonano, si trovava sul posto. Infatti, dovendosi recare al lavoro, era salito su un autobus che doveva farlo scendere a Via DEL TRITONE. Purtroppo, l’autobus quel giorno non rispettò la sua abituale tabella di marcia ed il ragazzo fu costretto a scendere alla fermata di PIAZZA BARBERINI.

            Fu attratto, adolescente, dalle note della canzone, che i militi tedeschi cantavano, mentre marciavano (“HUPF MEIN MADEL” – “SALTA RAGAZZA MIA”) ed invece di prendere Via DEGLI AVIGNONESI, rimase ad aspettare, quella che, ai suoi occhi, sembrava una simpatica parata militare. Secondo alcuni testimoni, per godersi meglio la “sfilata”, si era addirittura seduto sul carretto dei rifiuti, che conteneva i diciotto chili di tritolo!

            Fu la sua condanna. L’esplosione lo dilaniò orribilmente in sette pezzi, che furono scaraventati a diverse decine di metri di distanza. I piedi non furono mai trovati e di lui, rimase visibile sul selciato soltanto il tronco!
            L’altra vittima si chiamava ORFEO CIAMBELLA, aveva 60 anni e svolgeva l’incolpevole, anzi lodevole, compito di custode del deposito della Croce Rossa di Via RASELLA. Anche lui, fu preso in pieno dall’esplosione. Venne scaraventato a circa sessanta metri dallo scoppio! Non morì subito, ma dopo una lunga e terribile agonia, durata diversi anni, con il corpo pieno di schegge, che lo tormentarono, fino alla fine, tra indicibili sofferenze.
            Di questi due martiri nessuno o quasi ne ha mai parlato, se non un’eccellente inchiesta svolta dal giornalista PIERANGELO MAURIZIO, per conto del quotidiano “IL TEMPO”, una decina d’anni or sono.
            Per i partigiani, l’azione di Via RASELLA non provocò vittime civili.
            La domanda più straziante e lacerante, ovviamente non solo adesso, ma già allora era ed è: “Quale straordinaria importanza strategico-militare poteva avere quest’azione?”.
            Purtroppo, per quanto si cerchi di trovarne una soddisfacente, una risposta convincente non c’è. Se non quella di suscitare la prevedibilissima e scontatissima rappresaglia tedesca. Infatti, da tempo, le strade della capitale erano tappezzate con sinistri e lugubri manifesti, che annunciavano terribili rappresaglie per ogni azione contro le forze germaniche. Anche, dal punto di vista dei partigiani, nell’ottica della loro lotta ai tedeschi, non c’era assolutamente bisogno di compiere quella scellerata azione, visto che erano già sulla strada della capitale le colonne Alleate del Generale CLARK, che, infatti, di lì a settanta giorni circa, sarebbero entrate in Roma. E ciò sarebbe avvenuto con o senza VIA RASELLA.
            E’ da ricordare anche che il Comando Militare Germanico di Roma riuscì a mitigare una richiesta di rappresaglia di HITLER ancora più tremenda, che consisteva nel far saltare in aria un intero quartiere, con CINQUANTA ITALIANI UCCISI PER OGNI TEDESCO! Detto Comando riuscì, invece, ad applicare la misura di DIECI ITALIANI PER UN TEDESCO.
            Va anche ricordato che tutta la carneficina che seguì alle FOSSE ARDEATINE, si sarebbe ancora potuta evitare, se si fossero consegnati i responsabili. Perché, allora, almeno qualcuno di questi partigiani, se veramente voleva essere un eroe, non si presentò? Il fulgido esempio di SALVO D’ACQUISTO era ancora fresco e non era avvenuto molto distante.
            Per carità, mi venga perdonato questo accostamento blasfemo, tra un EROE in odore di Beatificazione e dei cinici esecutori di ordini di Togliatti, accanito aguzzino di tanti italiani (anche comunisti) in Russia!
            Pertanto, inevitabilmente, ci fu l’inumana mattanza, che avvenne in alcune cave fuori Roma, lungo la Via ARDEATINA, dove furono massacrate 335 persone!
            Per cercare di comprendere, se mai sarà possibile, oggi, dopo sessant’anni, come queste reazioni indubbiamente brutali, profondamente inumane, terribilmente bestiali (ripetiamo, praticate da tutti gli eserciti), tuttavia, assumano, in quell’irripetibile contesto storico-militare il carisma di “legittimità” (ovviamente dal punto di vista strettamente giuridico, mai morale, per carità, altrimenti sarebbe la fine della coscienza umana), va ricordato un particolare rivelatore.
            Quando, a distanza di anni, si celebrarono i processi ai responsabili dell’eccidio delle ARDEATINE, coloro i quali vennero condannati all’ergastolo, per strage, in primis il colonnello HERBERT KAPPLER, vennero ritenuti penalmente responsabili non per i 335 morti, esecuzione avvenuta in ottemperanza di un ordine legittimo, ma per i cinque in pù, che furono aggregati, per errore, al gruppo dei condannati, nella concitazione degli eventi.
            Ed è il caso di ricordare anche l’anomala vicenda giudiziaria del capitano ERICH PRIEBKE, vice di KAPPLER, in un primo momento assolto, poi processato di nuoco, quasi a furor di popolo, per le enormi proteste di piazza della comunità ebraica, con nuova sentenza, stavolta, di condanna, quasi violando il sacrosanto principio di civiltà giuridica del “ne bis in idem”!. E questo non è avvenuto nell’immediato dopoguerra (si sarebbe anche potuto capire), ma qualche anno fa! Una chicca di chiusura. Nel 1982, allora Presidente della Repubblica SANDRO PERTINI (singolare coincidenza) furono decorati al valor militare il capo-esecutore del gruppo di fuoco ROSARIO VENTIVEGLIA e la moglie CARLA CAPPONI, partecipante all’azione di Via RASELLA (SIC!).
            Ce n’era proprio bisogno, dopo quarant’anni, e per quali straordinari meriti?
            Queste due medaglie stridono contro il buon senso e contro ogni logica.
            Visto che erano due, andavano conferite alla memoria delle due vittime innocenti e dimenticate di Via RASELLA: PIETRO ZUCCHERETTI e ORFEO CIAMBELLA.
            Per tutta riconoscenza, in un libro pubblicato l’anno successivo (’83) dal BENTIVEGNA, con il titolo “Acthung banditen”, lo stesso scrisse: “LA PROPAGANDA NEMICA DIFFUSE CHE CIVILI, RESIDENTI O DI PASSAGGIO, ERANO STATI COINVOLTI NELL’AZIONE DI VIA RASELLA. NON RISULTA DALLE FONTI STORICHE CONSULTATE, CHE VI SIANO STATI DEI CADUTI CIVILI”.
            Ogni commento è vano.
            Se non che questi due poveri cristi vennero uccisi per la seconda volta. Dalla stessa mano di chi li aveva uccisi, accendendo quella stramaledettissima miccia, in un soleggiato pomeriggio d’inizio primavera di tanti anni prima.
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P.S.: va ricordato infine, per inquadrare meglio il personaggio BENTIVEGNA, che dopo l’ingresso delle truppe alleate in Roma, quindi, ad ostilità cessate, il gappista uccise a colpi di pistola un giovane tenente della Guardia di Finanza di nome GIORGIO BARBARISI, “reo” di avergli intimato di affiggere un manifesto, in una zona vietata. Ne nacque un alterco con conseguente omicidio. Una corte alleata condannò il BENTIVEGNA  diciotto mesi di reclusione per “ECCESSO DI DIFESA”.

                                                                                                                          
 

sabato 14 settembre 2019

L’ULTIMO LEGIONARIO DI MUSSOLINI

L’ULTIMO LEGIONARIO DI MUSSOLINI: DAL FRONTE DI NETTUNIA ALLA PRUSSIA

Incontro con il reduce del Battaglione M “IX Settembre” Domenico Silvestri
Sabato 18 Maggio 2019, su interessamento di Gianluca Iannone, il Dott. Pietro Cappellari, ricercatore storico e Direttore de “L’Ultima Crociata”, ha intervistato, nella sua casa de L’Aquila, il Legionario Domenico Silvestri, combattente della RSI tra le fila dell’invitto Battaglione M “IX Settembre”. Questa unità prese forma dai Battaglioni da Sbarco della Milizia dislocati nel Sud della Francia che, all’indomani della resa incondizionata e del conseguente passaggio al nemico del Regno d’Italia, si ribellarono restando al fianco dell’alleato germanico.
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Silvestri, classe 1925, si era arruolato Volontario nel 1942, a soli 17 anni, per partecipare alla guerra per l’indipendenza e la grandezza nazionale. Fu incorporato nella Milizia Controaerea ed inviato in Calabria. Venuto a conoscenza della costituzione della Divisione Corazzata M, chiese ed ottenne di essere trasferito in questa prestigiosa e modernissima unità. Fu qui che lo colsero i drammatici eventi del 25 Luglio e dell’8 Settembre 1943.
Tornato a casa, appena saputo della liberazione del Duce, si presentò al Comando della 130a Legione della Milizia de L’Aquila, chiedendo di essere nuovamente arruolato. Ma la vita di “guarnigione” non faceva per lui e, come si diffusero le voci che a Teramo era dislocato un Battaglione M “operativo”, ossia un reparto d’assalto speciale della Milizia di prima linea, corse subito ad arruolarsi in questa nuova unità. Con questo reparto, che passerà alla storia con il nome di Battaglione M “IX Settembre”, inquadrato nella Divisione germanica “Brandenburg”, Silvestri fu impiegato in difesa di Roma sul fronte di Nettunia all’indomani dello sbarco alleato del 22 Gennaio 1944 e, subito dopo, su quello di Ortona (Chieti), per sbarrare il passo agli invasori britannici che minacciavano di risalire la penisola dal versante adriatico. Ma non solo. Il Battaglione M “IX Settembre” fu anche impiegato in Prussia, in difesa dell’Europa dall’invasione sovietica.
Rientrato in Italia, il reparto fu lanciato con successo anche in operazioni controguerriglia, tra cui si ricorda la liberazione di Cogne (Aosta) dai partigiani.
La fine della guerra, vide il Legionario Silvestri nella zona di Vittorio Veneto (Treviso). Nonostante l’accettazione della resa concordata con il locale CLN, all’atto della deposizione delle armi, l’accordo venne disatteso e le Camicie Nere – disarmate – rimasero in balia dell’odio partigiano. Oramai inermi, molti Legionari furono fucilati. Silvestri fu fortunato e, nonostante i barbari pestaggi subiti, cui si unì anche un Sacerdote, sopravvisse, salvato dalla fucilazione sommaria dall’intervento di unità britanniche che allontanarono i ribelli e presero in consegna i prigionieri.
Iniziò, quindi, la peregrinazione per i vari campi di concentramento anglo-americani sparsi in Italia, tra cui ricorda quello di Afragola (Napoli). Mentre migliaia di prigionieri della RSI incolonnati attraversavano il corso della città scortati dai gendarmi britannici, un soldato intonò l’inno della Decima MAS. All’improvviso tutti si misero a cantare, facendo tremare i vetri delle case. La gente, incredula, che si era ammassata ai bordi delle strade per vedere l’insolito spettacolo, cominciò a battere le mani… ultimo segno di saluto a chi aveva combattuto per l’onore e la libertà dell’Italia.
SILVESTRI 1
L’intervista rilasciata al Dott. Cappellari sarà oggetto di un video che, per interessamento di CPI L’Aquila, tramanderà alle nuove generazioni questa storia straordinaria e il profondo significato spirituale dell’amor di Patria spinto fino al sacrificio supremo.
Scipione di Torrealta


sabato 7 settembre 2019

La vergogna dell’8 settembre 1943


I TRADITORI

La vergogna dell’8 settembre 1943

Proponiamo l’intervista allo storico Pietro Cappellari sul significato di una data simbolica e nefasta per i destini della nostra patria, l’8 settembre 1943.
 di E. Galoppini(ildiscrimine.com) – Che cosa è, nei fatti, l’8 settembre 1943? Come si arriva al cosiddetto “armistizio” e al cambio di alleanze?
L’8 Settembre è esattamente la “morte della Patria”, ossia la fine della Nazione italiana come Stato avente una propria missione e un primato da esercitare, la fine di un comune sentimento di Patria nel popolo italiano. Una rottura tragica ed epocale che affonda ovviamente le sue radici nel colpo di Stato del 25 Luglio 1943 (arresto di Mussolini e fine del Regime fascista), di cui sono corresponsabili la Monarchia, le alte sfere militari e la destra interna al PNF (che sperava in una successione al Duce, ma venne poi esautorata). Il processo scatenante del colpo di Stato è ovviamente la crisi militare irreversibile iniziata dopo la sconfitta di El Alamein (Novembre 1942) e resasi drammatica dopo l’abbandono della Tunisia (Maggio 1943). La destra fiancheggiatrice il Regime (circoli di Corte, militari, ma anche Confindustria e Chiesa cattolica) cercarono allora di salvare il salvabile, ossia se stessi, liquidando il Fascismo, provocando però un collasso morale che – per incapacità e vigliaccheria dei nuovi “amministratori” dell’Italia – condusse all’8 Settembre.
Si può parlare unicamente di “tradimento” oppure anche chi si arrese aveva le sue ragioni, visto l’andamento negativo della guerra? O non si deve pensare, piuttosto, all’esito finale di una manovra che parte da lontano e che durante tutto il conflitto tese a sabotare scientificamente l’operato delle nostre Forze Armate? Che idea ti sei fatto studiando a fondo quegli anni?
Non fu un armistizio, assolutamente no, ma una resa incondizionata che contemplava il passaggio al nemico (senza nemmeno dichiarargli guerra). Il che corrisponde, quindi, a un tradimento di carattere epocale. Oltretutto, esponeva i soldati italiani (abbandonati a loro stessi) al rischio di venir considerati franchi tiratori, con tutte le drammatiche conseguenze che Badoglio conosceva benissimo e che in diversi casi furono attuate (cfr. Cefalonia). È ovvio che valutando serenamente gli avvenimenti tra il 1940 e il 1943, si ha un quadro della situazione disarmante. Parte delle Forze Armate italiane, penso prima di tutto alla Regia Marina, non vollero combattere e fecero di tutto per sottrarsi allo scontro. Se a ciò si aggiunge che diversi Alti Ufficiali italiani erano sul libro paga degli Angloamericani (cfr. i famosi “Articoli 16”) non ci vuole poi molto a capire come l’Italia sia crollata militarmente, nonostante – questo non bisogna mai dimenticarlo – l’eroismo dei suoi soldati, cancellato dai libri di scuola perché mai nessuno potesse affermare che gli Italiani si batterono con onore. Per la sinistra italiana dovevano essere dipinti solo come “miserabili” mandati a morire da Mussolini. La storia non è questa, ovviamente.
Che cosa rappresenta oggi, nella vita concreta degli italiani, il retaggio degli avvenimenti che ebbero luogo settant’anni fa? Quali conseguenze paghiamo ancora? Te lo chiedo perché molti ritengono che si tratti solo di questioni ormai superate, mentre a mio avviso la nostra sudditanza agli interessi occidentali ed atlantici deriva in prima istanza dalla nostra sconfitta bellica. Tutto il resto è stato un lento ma consequenziale sviluppo di quella catastrofe.
Con la sconfitta militare dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale la nostra Nazione non ha subito solo danni irreparabili nel prestigio o immediati, come la mutilazione dell’Istria e della Dalmazia e il conseguente sterminio degli Italiani di quelle terre con l’estinzione della civiltà italiana nell’Adriatico Nord-Orientale. L’Italia è divenuta una “colonia”, sotto il controllo statunitense. Non ha mai avuto una vera e propria politica estera degna di questo nome e i Governi democratici che si sono succeduti nel corso dei decenni – vera e propria longa manus di poteri d’Oltreoceano – hanno puntato ad una progressiva denazionalizzazione, privando lo Stato italiano dei suoi presupposti naturali, quali i confini e, addirittura, la Sovranità, ceduta ad organizzazioni internazionali prive di legittimità popolare quali la NATO, l’ONU, l’Unione Europea, ecc. Se si eccettua il breve scatto d’orgoglio di Craxi (cfr. questione di Sigonella), i Governi democratici italiani hanno proceduto alla liquidazione dell’Italia come Nazione. Gli effetti di questa politica sono oggi sotto gli occhi di tutti. La crisi economica e solo l’aspetto più evidente del collasso morale in cui è stata precipitata l’Italia.
Quest’anno le “autorità” della cosiddetta Repubblica Italiana non hanno ritenuto opportuno calcare troppo la mano nel “commemorare” positivamente l’8 settembre così come in occasione del 25 aprile (e anche del 25 luglio). Complice il malcontento che monta tra la gente?
Credo essenzialmente che oggi ben pochi sanno cosa sia avvenuto l’8 Settembre 1943. L’imbarazzo di molti esponenti di questa repubblichetta davanti agli eventi storici è a dir poco colossale. Si preferisce sorvolare su episodi su cui, prima di tutto, regna un’immensa ignoranza. Bastano motti e parole d’ordine false – finanziate con soldi pubblici – per stendere una fitta nebbia sull’evento e pensare immediatamente ad altro.
Che cosa ti senti di consigliare ai giovani e a tutti coloro che, al di là delle loro idee politiche, sono sinceramente orientati verso la conoscenza della verità storica? Ci sono delle fonti storiografiche, recenti e non, particolarmente consigliabili?
Oggi si può accedere a una vasta mole di studi revisionisti che permettono di orientare il giovane ricercatore verso la realtà storica. Quello che consiglio sempre è spogliarsi di ogni ideologia o visione del mondo e cercare con le proprie forze documenti e riscontri oggettivi su un dato evento. Affidarsi agli altri è solo un falso punto di partenza.
Pensi che un giorno l’Italia riuscirà a superare il trauma dell’8 settembre? Per come la vedo io ciò sarà impossibile fintantoché durerà la nostra settantennale occupazione, ma non vedo affatto inutile cercare e divulgare la verità storica, perché sono sicuro che un giorno, quando questa situazione deprimente finirà, verranno finalmente riconosciute le ragioni di coloro che, ostacolati e vilipesi da questo regime di marionette (compresi quei politici che alla fine si son dimostrati come tutti gli altri…), hanno tenuto duro per tutto questo tempo.
Nessuno può dire cosa ci riserverà il futuro, anche se i tristi e gravi scenari di guerra che si profilano all’orizzonte non fanno pensare a nulla di buono. L’invasione di immigrati che metterà a repentaglio le nostre identità nazionali e minaccerà come mai la stessa civiltà romano-germanica dalla quale nacque l’Europa pone delle scelte radicali e coerenti. Solo chi rimarrà in piedi sulle rovine potrà guidare la rinascita dei popoli europei.