martedì 24 novembre 2020

A VENEZIA LE RIVOLUZIONI COMINCIANO COSì

A VENEZIA LE RIVOLUZIONI COMINCIANO COSì



“20 luglio 1920: A Venezia, dopo aver lanciato una sfida ai fascisti veneziani, dichiarando loro che il comunismo a Venezia regna e regnerà sovrano, un numeroso corteo parte dalla Camera del lavoro a Santa Margherita, ed al canto degli inni antinazionali giunge in piazza San Marco.

I fascisti, che, raccolta la sfida, hanno deciso di non tollerare la provocazione, e di non permettere mai più che la piazza San Marco, tanto sublime per la sua memoria e la sua bellezza, sia occupata dai senza Patria, si sono radunati in un piccolo ma compatto numero vicino al caffè Florian.

I sovversivi, forti della loro predominanza numerica, con un drappo rosso in testa al corteo, avanzano verso i fascisti che, immobili e silenziosi, attendono l’urto. La distanza tra gli avversari è quasi annullata, quando, al grido di “A noi !”, gli squadristi si gettano sul nemico.

La lotta è furibonda, echeggiano i primi colpi di rivoltella, sembra che i pochi fascisti non siano in grado di sostenere l’urto enorme, quando un rombo secco metallico, con mille fischi laceranti, echeggia sinistramente.

E’ stata lanciata dai fascisti, che stavano per essere sopraffatti, una bomba, e l’effetto è immediato. In un baleno la folla sovversiva è scomparsa, e sulla piazza rimane, padrone del campo, lo sparuto gruppo di squadristi, sanguinanti per le ferite, ma lieti per la vittoria”.

 


Nella ricostruzione tratta da “Il movimento fascista veneto nel diario di uno squadrista”, di Raffaele Vicentini, un episodio minore destinato a non lasciare traccia nella storia del quadriennio 1919-22….mi è piaciuto riproporlo qui per le singolari analogie che presenta con quanto di ben più importante era avvenuto a Milano il 15 aprile del ’19: il corteo social comunista che avanza minaccioso dalla periferia verso il centro cittadino, il piccolo gruppo di fascisti pronti allo scontro, la zuffa, la fuga degli avversari….Uno svolgimento che poi sarà comune a molte piazze d’Italia.

Giacinto Reale

 

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mercoledì 18 novembre 2020

Una donna eccezionale fra donne eccezionali

Una donna eccezionale fra donne eccezionali


di Filippo Giannini ]

Il titolo esatto avrebbe dovuto essere: “Ragazze eccezionali fra ragazze eccezionali”. Come molti lettori avranno compreso intendo trattare una breve storia delle Ausiliarie della R.S.I.. “Ragazze eccezionali”, mi sono corretto, ma alcune di loro non erano neanche ragazze, ma poco più che adolescenti.
Mentre il Paese era allo sbando più totale – e sto ricordando la capitolazione dell’8 settembre 1943 – e mentre molti uomini, soppesata furbescamente la situazione militare del momento e consci che ormai la guerra era persa, si schieravano dalla parte dei più che probabili vincitori, migliaia di ragazze non accettarono l’onta e si schierarono dalla parte che ritenevano, quella della coerenza e dell’Onore.
Valga per tutte queste eroine, la storia di una di loro: Giovanna Deiana.
Giovanna Deiana fu citata all’Ordine del Giorno del Comando generale della G.I.L., con questa motivazione: “Colpita al viso durante l’incursione aerea nemica del 21 ottobre da una scheggia di bomba che le cagionava la perdita totale della vista e la poneva in grave pericolo di vita, dava prova di grande Forza morale e di vivo spirito fascista. Prima sua preoccupazione fu la sorte dei fratellini che ella, con gesto violento, allontanava dal pericolo, risparmiando loro forse il suo stesso destino. Pura espressione della nostra giovinezza italica ed esempio fulgido di amor patrio, sebbene straziata dal dolore che le produceva l’orribile ferita, con lo stoico coraggio si dichiarava lieta che la sorte avesse scelto lei per la dura prova, risparmiando forse un soldato o un obiettivo militare. Desidero che il Duce sappia – ella diceva – che io non piangerò e che tutto soffrirà per il suo amore e per quello della Patria”.
Questo sarebbe stato già tanto per molti uomini. Giovanna Deiana, però, mostrò ancor più la sua determinazione e la sua fede; così scrisse della sua fulgida esperienza (da Riaffermazione del 1996). “Era il mattino del 30 settembre 1944. Il Federale di Verona, maggiore Sioli, mi aveva gentilmente concesso la possibilità di usufruire di una Topolino e di un autista per potermi recare al Quartier Generale del Duce a Gargnano, dove era la sede del Governo fascista. Nessuno conosceva il motivo di questo mio desiderio di recarmi dal Duce, per poter parlare personalmente con Lui: un desiderio che aveva tormentato il mio spirito dal maggio precedente e che finalmente quel mattino di settembre cominciava a delinearsi realizzabile. Già dal febbraio 1944 avevo appreso da una trasmissione radiofonica, che si chiamava “La Voce del Partito”, la possibilità di fare domanda di arruolamento in un Servizio Ausiliario Femminile. Niente di meglio per soddisfare l’ansia che sentivo in me, soprattutto dopo l’8 settembre 1943, di fare qualcosa di più per la Patria. E per questo scrissi. Tutto questo per il mio stato fisico di invalida di guerra. Era troppo poco per la mia volontà di fare attivamente e concretamente; non ignoravo, ad esempio, che altri invalidi ciechi erano disponibili e attivi agli aerofoni per la segnalazione di arrivi di aerei nemici. Ero perciò disposta, quel mattino di settembre 1944, a superare tutti gli ostacoli per arrivare alla presenza del Duce ed esprimere a Lui il mio fermo proposito di agire e di diventare Ausiliaria. Circostanze favorevoli, come l’incontro con la Medaglia d’Oro Carlo Borsani, presidente dell’Associazione Nazionale Mutilati, che avevo conosciuto qualche mese prima, fecero sì che il giorno dopo ero già iscritta nella lista delle persone che il Duce avrebbe ricevuto nella mattinata del giorno successivo, il 10 ottobre 1944. Ero accompagnata dalla signorina Lenotti, anziana iscritta al Partito. Benito Mussolini mi ricevette alle 14 di quel giorno. Era appena suonato l’allarme aereo, ma questo non aveva per nulla turbato il ritmo delle udienze. Quando dalla grande sala di attesa prendemmo il lungo corridoio che portava fino alla stanza del Duce, l’ultima a sinistra, il mio cuore accelerò i palpiti. Ero stata avvertita dal segretario del partito Alessandro Pavolini, che in anticamera c’erano anche delle signore ad attendere. Difatti quando il Duce ci vide apparire nel vano della porta, venendoci incontro, si scusò di averci fatto attendere. Questa sua gentilezza e comprensione calmò il mio cuore e mi mise tranquilla. Per poco, tuttavia; perché il Duce guardandomi mi riconobbe, mi abbracciò teneramente e mi disse: “Addio, Deiana, ricordo il coraggio dimostrato da te nel tragico frangente del tuo sacrificio”. Non metto in evidenza queste Sue parole per vezzo di esibizione, ma per sottolineare quanto la mente di quest’Uomo, occupata e preoccupata da così gravi pensieri a livello mondiale, sapesse chinarsi verso situazioni così microscopiche come la mia. Domandò notizie del fascio di Verona; alla mia attenzione di ragazza dette l’impressione di essere assetato di notizie al di fuori e spontanee, come le nostre potevano essere. Poi all’improvviso disse: “Dimmi, Deiana, cosa posso fare per te?”. Come sempre lungimirante, anche nelle piccole cose, seppe facilitarmi la vita. E risposi che volevo essere anch’io una Ausiliaria, come tante altre donne lo erano. La Sua risposta fu laconica, quanto commossa: “Bene,bene. Domani parlerò al generale Nacchiarelli”. Tornai a Verona la sera stessa, con l’animo invaso da una delle più grandi emozioni della mia vita. Due giorni dopo iniziò un corso provinciale a Verona e qualche tempo dopo la Comandante della S.A.F. di Verona, Elena Ranzi, mi comunicò che dovevo partire per Como, dove avrei frequentato dal 6 gennaio 1945, il V Corso Nazionale Fiamma. Conclusi con il mio giuramento individuale di fronte alla Comandante Maria Teresa Feliciani il giorno 9 febbraio. Le motivazioni del mio arruolamento? Credo di averle sufficientemente spiegate: in quei momenti di altissima tensione spirituale i blablabla passavano in ultima linea, anzi erano addirittura inesistenti.
Bisognava lavorare, come sempre, come credo ancora lavoro, sentendomi sempre parte attiva di questo connettivo sociale
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Giovanna Deiana

Breve storia del Servizio Ausiliario Femminile (S.A.F.).
Con l’avvento della Seconda Guerra mondiale si verificò una straordinaria presenza delle donne in U.R.S.S., in Gran Bretagna, negli Stati Uniti, i Germania. Anche in Italia si vennero a costituire, dal 1942, i servizi ausiliari della Regia Aeronautica con un organico iniziale di 2650 unità impiegate come Servizio Scoperta e Segnalazione Aerei (S.S.S.A.).
La necessità e l’opportunità di impiegare donne nei servizi ausiliari di guerra, in maniera più massiccia si presentò con la costituzione della R.S.I..
Su La Stampa del 13 gennaio 1944, Concetto Pettinato (1) scrisse un articolo: “Breve discorso alle donne d’Italia”, un appello rivolto alle italiane affinché accorressero in difesa della Patria.
La risposta fu immediata: “A Milano, a Piazza San Sepolcro, circa 600 giovani donne si radunarono spontaneamente e ribadirono la loro volontà di partecipare in modo attivo al conflitto chiedendo di essere arruolate. Situazioni analoghe si verificarono in altri centri della Repubblica Sociale” (Associazione Culturale S.A.F., NovAntico Editore).
Divenne una marea montante: migliaia di donne esigevano di partecipare all’attività bellica, erano operaie, studentesse, come le universitarie di Venezia che si arruolarono in massa. Riporta il testo sopra indicato: “Dopo una serie di perplessità dovuta al fatto, nuovo per l’Italia, di un arruolamento volontario femminile, il 18/4/1944 il Decreto legislativo del Duce n° 447, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 1 agosto 1944, istituisce il Servizio Ausiliario Femminile della Repubblica Sociale Italiana (…). Per tutto il periodo della R.S.I. Piera Gatteschi Fondelli sarà il Comandante Generale del S.A.F., equiparato al grado di Generale (unico esempio in Europa), Vice Comandante sarà nominata Cesaria Pancheri col grado di Colonnello”.
Requisito essenziale per le volontarie – la cui età era compresa tra i diciotto e i quarantacinque anni – era l’indiscussa moralità. Il Regolamento del S.A.F. è alquanto severo: gonne sotto il ginocchio, vietati il fumo e i cosmetici, proibito uscire a spasso con i soldati ecc..
Lo spirito che animava queste giovani donne viene testimoniato da quanto scritto su “Donne in grigioverde”, organo del S.A.F. del 18 dicembre 1944, dove, fra l’altro si stabilisce: “Si allontanino da noi le esaltate che non conoscono i limiti di una disciplina e giocano alla guerra con pantaloni e mitra. La nostra forza sta nella femminilità che si irrigidisce nel dovere e si trasforma in azioni”.
L’uso delle armi era consentito solo in caso di legittima difesa. Nessuna disparità di trattamento rispetto a quello riservato agli uomini; “le ricompense” recitava il D.M. “sono le stesse in vigore per le Forze Armate e per la G.N.R.; lo stesso trattamento quanto a punizioni e a provvedimenti disciplinari”.
Pur nella rigidità della disciplina e pur nel corso negativo della guerra, la risposta delle donne fu sorprendente: Il numero delle ausiliarie della R.S.I. operanti a fine guerra si aggira sulle 10.000 unità. In altre parole le aspiranti al S.A.F. risultarono numericamente superiori a quanto stabilito dal bando.
Ormai le ausiliarie sono presenti in quasi tutte le formazioni militari della R.S.I., comprese quelle dislocate in Germania e dimostrano di sapersi far valere in qualunque circostanza e in qualsiasi luogo.
Centinaia furono le Ausiliarie cadute durante i bombardamenti e mitragliamenti, martoriate e uccise nelle imboscate e negli attentati. Numerose furono le citazioni, gli encomi e le ricompense al valore, molto spesso alla memoria.
Al termine del conflitto l’odio dei partigiani, autoproclamatisi vincitori di una guerra che senza il massiccio intervento americano non avrebbero mai vinto, si accanisce contro le Ausiliarie con una ferocia spesso disumana. Molte pagano con la vita la loro partecipazione alla R.S.I. (non di rado dopo essere state stuprate), altre vengono rapate e fatte sfilare per le strade fra il ludibrio della feccia urlante, alcune denudate e frustate, altre ripetutamente violentate, in un’esplosione di odio bestiale che non ha e non può avere alcuna giustificazione. Le meno sfortunate, che solo il caso sottrae al supplizio e alla morte, finiscono nei vari campi di concentramento come il P.W.E. 334 di Scandicci (Firenze) tenuto dagli americani, o in quelli tenuti dagli italiani, questi ultimi definiti “di rieducazione morale”: espressione davvero paradossale se si pensa che intanto, qua e là per l’Italia, dilaga la prostituzione fra gli invasori angloamericani di ogni razza e colore. Da quei campi di concentramento le Ausiliarie uscirono solo dopo mesi e mesi di prigionia, le ultime nel gennaio 1946 (…). Il S.A.F. è la formazione militare che, in proporzione ai suoi effettivi, ha pagato il più alto tributo di sangue alla causa della R.S.I..
Secondo l’Associazione culturale S.A.F., il numero delle Ausiliarie cadute sia in conseguenza di vicende belliche che uccise a guerra finita dovrebbe avvicinarsi alle duemila unità. La cifra esatta non è nota perché molte di loro furono date come disperse o uccise e sepolte in fosse comuni o, comunque, sparite nel nulla.
Come terminare questo ricordo di tante eroine? L’unico sistema è impegnarmi a tornare sull’argomento in uno dei prossimi articoli.

                                                                                                                                                                       
Nell'immagine, un manifesto di propaganda del Servizio Ausiliario Femminile.



                                                                                                                                               

giovedì 12 novembre 2020

I DANNI DEL “MALE ASSOLUTO”. CHE TU SIA BENEDETTO

I DANNI DEL “MALE ASSOLUTO”. CHE TU SIA BENEDETTO

Breve indagine sul mai sufficientemente deprecato, infausto, mefistofelico “Ventennio”
di Filippo Giannini                                                                                 



Sia chiaro un principio: quel che faccio e quel che scrivo sull’ argomento non è per nostalgia (pur avendo vissuto “uno spicchio” di un periodo esaltante e irripetibile), ma per contribuire alla giusta rivalutazione di un grande uomo quale fu Benito Mussolini.
I lettori più attenti ricorderanno che in un mio precedente articolo mi impegnai a fornire una spiegazione sul motivo che spinse l’intellettuale Cesare Muratti a scrivere, nel 1983, questa osservazione: “Diciamo finalmente la verità VERA (maiuscolo nel testo, nda): in un certo momento il 98% degli italiani era per Mussolini”. Con l’aiuto di Alessandro Mezzano e del suo libro (appunto dal titolo) “I danni del Fascismo” proverò a fornire la risposta.
Quel che segue è un elenco “frammentario ed incompleto, ma significativo, di alcune leggi, riforme ed opere che furono realizzate dal Fascismo e che cambiarono il volto della società italiana, ottenendo al regime e a Benito Mussolini quel consenso popolare, quasi totale, che oggi la cultura e la storiografia ufficiale si affannano a disconoscere” (purtroppo riuscendoci).
Quelli riportati più avanti sono provvedimenti concepiti e attuati dal Regime fascista. Prima del suo avvento di questi provvedimenti o erano appena abbozzati o, comunque mai trasformati in leggi, oppure addirittura inesistenti non solo in Italia, ma anche in Europa e negli altri continenti. In altre parole, per essere più chiaro, l’Italia fascista in campo sociale, e non solo sociale, fu all’avanguardia nel mondo.
Già il 24 maggio 1920, in un articolo dal titolo “L’epilogo”, Mussolini su “Il Popolo d’Italia”aveva scritto: “Vogliamo rendere il lavoratore partecipe della gestione dell’azienda, elevare la sua dignità, insegnargli a conoscere i congegni amministrativi dell’industria, evitare di questa le degenerazioni speculazionistiche”. E, salito al potere, non perse tempo per attuare i suoi programmi.
Scrive Mezzano, in merito alla “Tutela lavoro Donne e Fanciulli”, legge promulgata il 26.4.1923, Regio Decreto n° 653: “E’ una delle prime leggi sociali del Fascismo: nasce solo sei mesi dopo la Marcia su Roma del 22 Ottobre 1922, ed è chiaramente indicatrice di quella che sarà la politica sociale degli anni futuri del regime. Negli anni e nei secoli precedenti né la Chiesa, né la borghesia, né i socialisti ed i sindacati erano riusciti a migliorare ed a rendere umana la condizione delle donne e dei fanciulli, che erano costretti a lavorare nelle fabbriche, nelle miniere o come braccianti nelle campagne”.
“Assistenza ospedaliera per i poveri”, legge promulgata il 30.12.23, Regio Decreto n° 2841.
“Questa legge trasforma in diritto alle cure gratuite la discrezionalità caritatevole di associazioni benefiche, per lo più religiose, che fino ad allora aveva condizionato la vita o la morte delle persone che non disponevano di mezzi propri per accedere alle cure ospedaliere”.
Che il lettore provi ad ammalarsi nella “culla della più grande democrazia: negli Usa” e compari l’attuale stato sociale vigente in quel Paese con quello di“quell’Italia” di ben ottanta anni fa.
“Assicurazione Invalidità e Vecchiaia”. Legge promulgata il 30.12.1923, Regio Decreto n° 3184.
“La legge decreta il diritto alla pensione d’invalidità e vecchiaia tramite un’assicurazione obbligatorie, al cui pagamento concorrono sia i lavoratori che i datori di lavoro. Il lavoro, componente fondamentale del nuovo Stato fascista, è un dovere (altro che “diritto”, come si ciancia oggi, nda) per ogni cittadino, ma che lo riscatta da quella posizione di servitù in cui lo Stato liberale aveva messo il lavoratore, per trarlo in una posizione di libertà e di dignità che lo investe in quanto uomo, e non solo in quanto lavoratore, e per questo gli assicura la certezza del sostentamento alla fine di una carriera di lavoro”.
“Riforma della Scuola (Gentile)”. R.D.L. n° 1054 del 6.5.1923.
“La volontà di modernizzazione, che fin dalle origini pervade il movimento fascista, spinge il nuovo governo a progettare la creazione di una numerosa e preparata classe dirigente, in grado di sostenere un vasto disegno di sviluppo nazionale: obiettivo, questo, non realizzabile senza una scuola moderna, razionale, dinamica, produttiva ed accessibile a tutti”.
La scuola non doveva fare distinzioni tra le classi sociali, ma garantire il diritto di studio a tutti, anche ai figli appartenenti alle classi meno abbienti. Questa riforma poneva le basi per una scuola più moderna. A quest’opera di risanamento culturale e morale ha fatto seguito, dalla fine della guerra, un rilassamento disgregativo fino a giungere – e i lettori lo ricorderanno – al demagogico assioma del “sei politico”, senza che i governi del tempo fossero in condizione di arrestare la conseguente “avanzata dei somari”. La riforma di Gentile poneva in evidenza la preoccupazione del legislatore a ravvivare una tradizione pedagogica nazionale con i maestri e i professori perno della vita della scuola: “La riforma vivrà, se i maestri la sapranno far vivere”. E con questo spirito veniva valorizzata,, di fronte allo studente, la personalità dei maestri e dei professori, ad ogni livello, dalle elementari all’università. Oggi il maestro e il professore sono privi di ogni autorità e lo studente si sente autorizzato anche a deriderli e a declassificarli. Questo nel nome di una presunta uguaglianza di intenti.                                                                                                        

“Acquedotto Pugliese, del Monferrato, del Perugino, del   Nisseno e del Velletrano”.
Valga per tutti quanto detto per l’Acquedotto Pugliese, ricordando che questo è il più grande acquedotto del mondo. Scrive Mezzano: “I primi progetti risalgono al 1904, quando l’Ente Autonomo Acquedotti Pugliesi ne affidò l’esecuzione alla società ligure del senatore Mambrini (sic) (…). I lavori avrebbero dovuto essere terminati nel 1920, ma nel 1919 solo 56 Comuni su 260 avevano avuto l’acqua, mentre le opere intraprese erano spesso abbandonate, incomplete e deperivano (…). Nel 1923, sotto il governo Mussolini, l’Ente fu commissariato e passò alla gestione straordinaria; improvvisamente i lavori vennero accelerati, furono superate tutte le difficoltà che sino ad allora li avevano bloccati e furono portati a termine nel 1939”.
Nessuna meraviglia per gli uomini di “quel regime”: il denaro pubblico era sacro. Oggi, invece, che si favoriscono gli appalti degli appalti, le modifiche delle modifiche di un progetto, le tangenti, le tante, troppe “cattedrali nel deserto”. Vale quanto ripetutamente scritto: qualsiasi confronto fra questo regime e quello precedente risulterebbe insostenibile; questo è il vero motivo per il quale si è coniato il termine “Fascismo: male assoluto”.
“Riduzione dell’orario di lavoro a 8 ore giornaliere”, R.D.L. n° 1955 del 10.9.1923
“Prima del Fascismo quasi tutto era lasciato all’arbitrio del datore di lavoro, che spesso, con il ricatto psicologico della disoccupazione, costringeva i lavoratori a orari massacranti e in ambienti di lavoro malsani e insicuri”.
E’ facilmente comprensibile come questa serie di leggi sociali, se da un lato proteggevano i lavoratori dallo sfruttamento, dall’altra danneggiavano gli industriali, il grande capitale, gli speculatori: e questi divennero gli oppositori del regime. Tuttavia il cammino intrapreso dal Fascismo non si fermerà sino a quando le potenze plutocratiche mondiali non si coalizzeranno per abbattere un regime che stava diventando, per esse, troppo pericoloso.
“Opera Balilla e Colonie marine per ragazzi”.
“Con questo provvedimento, scrive Mezzano, “il Fascismo attuò una rivoluzione significativa sottraendo alla Chiesa, anche al di fuori della scuola, l’educazione della gioventù che divenne di pertinenza dello Stato”.
La “Gioventù Italiana del Littorio” fu un’operazione colossale, mirante alla protezione dei ragazzi che vennero sottratti ai tanti pericoli che li minacciavano. L’attività ginnico-fisica, inculcò un’istruzione civile e sportiva. La Chiesa non perdonerà mai al Fascismo questo “strappo” che si trasformerà poi in avversione e sostegno al nemico in occasione della guerra ’40-’45.
“Opera Nazionale Dopolavoro”
Quasi in parallelo a ciò che per i giovani era la GIL, nasce per i lavoratori l’OND. Questo organismo ha il compito di portare cultura e svago tra la classe operaia, che nel passato era stata costretta ad una vita esclusivamente di lavoro, di sacrifici e d’ignoranza.
Le strutture dell’Opera raggiunsero, in poco meno di un decennio, un livello unico al mondo. Alcune cifre significative: 1227 teatri, 771 cinema, 40 cine-mobili, 6427 biblioteche, 994 scuole di ballo e canto, uno stabilimento idrotermale, 11.159 sezioni sportive a livello dilettantistico con 1.400.000 iscritti, 2700 filodrammatiche con 32.000 iscritti, 3787 bande musicali e 2130 orchestre con 130 mila musicisti, 10 mila associazioni culturali. Con l’avvento delle “40 ore lavorative settimanali” i lavoratori e le loro famiglie possono viaggiare sui cosiddetti “treni popolari”, il costo del biglietto è ridotto del 70%. A guerra finita le strutture dell’OND confluiranno nella “Case del popolo” di matrice comunista e il PCI farà propri i principi ispiratori dell’OND facendoli passare (furbescamente) come proprie iniziative.
“ Reale Accademia d’Italia”, RDL n° 87 del 7.1.1926.
Osserva Mezzano: “Nel quadro del progetto di risollevazione della Nazione da quello spirito di rassegnata sudditanza e di provincialismo culturali che avevano contraddistinto secoli di storia prima e dopo l’unità, fu fondata l’”Accademia d’Italia” allo scopo di dare lustro e dignità all’ingegno e all’arte italiane”. L’Accademia venne poi soppressa, con Decreto Luogotenenziale del 28.9.1944, solo perché era una creazione del Fascismo. Continua Mezzano: “Dopo la sconfitta e con l’avvento della Repubblica resistenziale, rifiorirono il servilismo e il provincialismo: l’Italia borghese, clericale e anticomunista volle essere colonia culturale, politica ed economica degli USA, mentre la sinistra comunista avrebbe voluto un’Italia satellite dell’URSS”.
In merito all’Enciclopedia Treccani il giornalista Franco Monaco ha scritto: “In Inghilterra esisteva da duecento anni una Enciclopedia Britannica, ma in Italia nessuno aveva mai pensato che si potesse farne una italiana. Proprio Gentile la suggerì all’industriale Giovanni Treccani”.
Treccani si mise immediatamente al lavoro. Sotto la direzione di Gentile lavorarono oltre 500 redattori e collaboratori selezionati nei vari rami della cultura italiana. Per espresso ordine di Mussolini fu adottato lo stesso principio che vigeva per l’Accademia d’Italia: la selezione doveva avvenire in base alla validità professionale e culturale del candidato, accantonando ogni preclusione di indole ideologica. Così all’Enciclopedia collaborarono anche noti “oppositori” e perfino alcuni firmatari del “Manifesto” di Croce. Il lavoro si svolse con velocità, capacità e puntualità miracolose. Il frutto di tutto ciò fu che l’Enciclopedia Italiana sopravanzò, come mole e valore culturale, sia la “Britannica” che la “Francese”. Nel 1937 l’Enciclopedia Italiana presentò il risultato del proprio lavoro: l’Enciclopedia era costituita di ben 35 volumi; i collaboratori erano stati in tutto 3000, “ossia tremila cervelli che Giovanni Gentile aveva amalgamato e ridotto all’osservanza di quei concetti generali di obiettività, precisione, chiarezza e concisione che l’Enciclopedia si era imposti” (Franco Monaco).
“Bonifiche dell’Agro Pontino, dell’Emilia, della Bassa Padana, di Coltano, della Maremma Toscana, del Sele, della Sardegna ed eliminazione del latifondo siciliano”. RDL 3256 del 20.12.1923.
Mezzano: “Nel 1923, solo un anno dopo la Rivoluzione fascista, Benito Mussolini amplia i poteri dell’ONC (Opera Nazionale Combattenti) e le affida il compito tecnico amministrativo di realizzare la bonifica dell’Agro Pontino, che non sarà un mero risanamento idraulico dei terreni, ma una vera e propria ricostruzione ambientale, secondo il piano di Arrigo Serpieri, Sottosegretario alla bonifica (…). Oltre alle dimensioni dell’opera di bonifica, che non ha avuto eguali in Italia in tutta la sua storia, è da sottolineare il rivoluzionario concetto che la ispira e che va sotto il nome di “Bonifica integrale”, sottolineato e riportato nell’intestazione delle leggi che vi si riferiscono”.
Il progetto prevedeva una serie di interventi che andavano dalla sistemazione e dal rimboschimento dei bacini ai lavori di sistemazione degli alvei dei corsi d’acqua, alla trasformazione colturale e alle utilizzazioni industriali, sempre secondo una coordinata e armonica pianificazione del territorio. Dal suolo bonificato sorgono irrigazioni, si costruiscono strade, acquedotti, reti elettriche, opere edilizie, borghi rurali e ogni genere di infrastrutture. Dalle Paludi Pontine sorsero “in tempi fascisti” vere e proprie città: Littoria, inaugurata l’8 dicembre 1932; Sabaudia (indicata da tecnici stranieri come uno dei più raffinati esempi di urbanistica razionale), il 15 aprile 1934; Pontinia, il 18 dicembre 1935; Aprilia, il 29 ottobre 1938; Pomezia, il 29 ottobre 1939. Nell’Agro Pontino furono costruite ben 3040 case coloniche, 499 chilometri di strade, 205 chilometri di canali, 15.000 chilometri di scoline. La “Bonifica integrale” continuò nell’alto Lazio, in Campania, in Sardegna, in Sicilia e così via in tutta Italia, ma non solo in Italia: non si possono dimenticare le grandi opere realizzate in Somalia, in Eritrea, in Libia, in Etiopia. Tutto questo, come si è detto, “in tempi fascisti” e senza alcuna ombra di “democratiche tangenti o mazzette”. La risposta a queste opere colossali proveniente dagli uomini dei “diritti e della libertà” è stata (e non sto scherzando) che le bonifiche integrali furono “un danno ecologico“. Oppure, come ha scritto Piero Palumbo (“L’Economia italiana fra le due guerre”, pag. 84: “Duole (!) ricordarlo: i primi ecologisti indossavano l’orbace”. Un’osservazione che è un pugno nello stomaco al “Verde” Onorevole Pecoraro Scanio.
“Opera Nazionale Maternità e Infanzia”, RD n° 718 del 15.4.1926.
“Nella nuova società la cura e l’importanza delle donne e dei fanciulli, implicita nella dottrina fascista, assume l’importanza di istituzione mediante la fondazione dell’”Opera Nazionale Maternità e Infanzia”. L’ONMI vuole dare e darà un concreto supporto a quella fondamentale cellula umana e sociale che è la famiglia, intesa non quale generatrice di forza di lavoro e di consumo, come è nella concezione materialistica del capitalismo e del marxismo, ma quale culla e nucleo vitale delle tradizioni, della storia e del futuro della Nazione e dello Stato. Centro vitale della famiglia è, per il Regime fascista, la madre (…)”.
Con questa legge lo Stato si fece carico dell’assistenza e dell’aiuto alle madri, volgendo particolare attenzione alle cure per le madri-lavoratrici. Questa legge, anticipatrice dei tempi è, quindi, una delle innovazioni più prestigiose del regime fascista. Furono istituite in ogni provincia le “Case della madre e del bambino”, gli asili nido, i dispensari del latte: tutte organizzazioni che giunsero ad accogliere circa 2 milioni di assistiti. Tutto questo era integrato da una assistenza medica e da una propaganda igienica. L’”Ente Opera Assistenza” curava la gestione delle Colonie estive e invernali, istituite per assistere soprattutto i bambini di famiglie meno abbienti. Gestiva, inoltre, speciali scuole e Colonie per la terapia dei colpiti dalla tbc”, i convalescenziari e centri per la cura dell’anemia mediterranea. Oggi tutti possono vedere in che stato si trovano gli ospedali per la cura della talassemia e quelli pediatrici che furono costruiti sul litorale da Rimini a Riccione.
“Assistenza agli illegittimi, abbandonati o esposti”, legge dell’8.5.1927, RDL n° 798.
Mezzano: “Con questa legge lo Stato si assume la responsabilità di provvedere a quei bambini non desiderati che erano prima senza tutela ed alla mercé della carità privata e quindi considerati persone di seconda categoria”.
Oggi, in “regime democratico”, molti fanciulli vengono abbandonati ai pedofili e alla droga. Le donne reclamano la libertà sessuale e il “diritto all’aborto”, sanzionato e garantito addirittura dallo Stato. E quando lo Stato non interviene il povero lattante viene abbandonato come immondizia, in un cassonetto. D’altra parte, come disse Luciano Violante, “Questo è lo Stato dei diritti e della libertà”.
“La Carta del Lavoro”, Pubblicazione sulla “Gazzetta Ufficiale” n° 100 del 30.4.1927.
“Puntualizza il rapporto fondamentale tra Fascismo e mondo del lavoro. Dichiara, istituzionandoli, i principi basilari a tutela dei lavoratori, nonché la preminenza, nello Stato Fascista, dell’interesse prioritario che lega gli obiettivi dello Stato a quelli del lavoro e dei lavoratori”. La “Carta del Lavoro” intendeva portare a confronto, su uno stato di parità, secondo un progetto di collaborazione e solidarietà che superasse la rovinosa filosofia materialistica della lotta di classe, due tradizionali antagonisti sociali: il capitalismo e il lavoro. Sarebbe troppo lungo elencare tutti i vantaggi per i lavoratori previsti in questa legge rivoluzionaria. Ne elenco solo alcuni: obbligatorietà della stipula di Contratti collettivi di categoria; istituzione della Magistratura del Lavoro; diritto alle ferie annuali; istituzione della indennità di fine rapporto; istituzione degli uffici di collocamento statali; assicurazione sugli infortuni sul lavoro; assicurazione per la maternità; assicurazione contro le malattie professionali; assicurazione contro la disoccupazione; Casse mutue per le malattie eccetera.
L’antifascista Gaetano Salvemini scrisse: “L’Italia è diventata la Mecca degli studiosi della scienza politica, di economisti, di sociologi, i quali vi si affollano per vedere con i loro occhi com’è organizzato e come funziona lo Stato corporativo fascista (…)”. Oggi, invece, quotati giornali stranieri si affollano per denunciare la mafia politica e la pletora di deputati e senatori che siedono in Parlamento, pur essendo stati condannati dalla giustizia per reati vari. Non c’è che dire, anche oggi, siamo “studiati”.
“Esenzioni tributarie per le famiglie numerose” RDL n° 1312 del 14.1.1928 e
“Assegni familiari” RDL n° 1048 del 17.6.1937.
Mezzano scrive: “In coerenza con la dichiarata importanza che il Fascismo attribuiva alla famiglia come cellula fondamentale della società, era importantissimo sgravare dalle spese fiscali quelle famiglie che già avevano impegni finanziari onerosi a causa dell’elevato numero dei componenti”.
Grazie a queste leggi lo Stato riconosceva agli operai che si sposavano entro il venticinquesimo anno un assegno nuziale di 700 lire. Inoltre, se i coniugi guadagnavano meno di 1.000 lire lorde al mese, veniva loro concesso un prestito senza interessi compreso tra le 1.000 e le 3.000 lire. Alla nascita del primo figlio, il prestito si riduceva automaticamente del 10%; così, gradualmente, sino alla nascita del quarto figlio, il prestito veniva condonato. Il capofamiglia con prole numerosa (sette figli) godeva di privilegi particolari: Mussolini inviava, o consegnava personalmente, 5.000 lire, oltre una polizza di assicurazione. Una tessera gratuita valida per tutti i mezzi pubblici cittadini giungeva al capofamiglia tramite la locale sezione della Federazione fascista. Altri privilegi per queste famiglie numerose erano: la possibilità di contrarre prestiti a tasso bassissimo, sconti nell’affitto degli appartamenti, assegni familiari ragguardevoli. E ancora: per gli operai con un figlio, lire 3,60 la settimana; lire 4,80 per quelli con due o tre figli; 6 lire per quelli con quattro figli e oltre.
Se nei primi anni del 1900 le donne partorivano mediamente quattro figli, oggi che i “figli costano cari”, la natalità giunge mediamente ad avere poco più di un bambino per famiglia.
“Legge sull’assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali e legge istitutiva dell’INAIL”, RD. n° 928 del 13.5.1929 e RD. n°264 del 23.3.1933, “Legge istitutiva dell’INPS (Istituto Nazionale Previdenza Sociale)”, RDL n° 1827 del 4.10 1935.
“Nel quadro della ristrutturazione del mondo del lavoro e nei rapporti tra i lavoratori e lo Stato, queste due leggi risolvono l’annoso problema delle conseguenze negative che situazioni accidentali potevano procurare a chi lavorava in particolari settori”.
Il Regime fascista nel suo “programma politico e sociale per l’ammodernamento e l’industrializzazione del Paese”, come osservato anche da James Gregor, non poteva eludere una globale politica previdenziale. La competenza dell’INFPS (Istituto Nazionale Fascista Previdenza Sociale, oggi INPS) andava dall’invalidità e vecchiaia alla disoccupazione, dalla maternità alle malattie. Altre assicurazioni coprivano, praticamente, la totalità dei prestatori d’opera, garantendo così all’Italia un altro primato mondiale. Sulla scia dell’INFPS sorsero, sempre negli anni ’30, l’INAM, l’EMPAS, l’INADEL, l’ENPDEP, tutti enti che permetteranno poi, anche se fra scandali, ruberie e arroccamenti di potere politico, all’Italia post-fascista di tutelare i lavoratori.
“Istituzione del Libretto di Lavoro”.
Mezzano osserva: “Proseguendo nel perfezionamento delle norme a tutela dei lavoratori, per contrastare fenomeni come il lavoro nero, lo sfruttamento illecito di categorie deboli come donne e fanciulli, gli abusi sull’orario di lavoro e l’evasione dei contributi lavorativi e previdenziali e per far sì che, in generale, fossero rispettate tutte le leggi emanate a difesa del mondo del lavoro, viene istituito il Libretto di Lavoro”.
Per avere solo una idea del maltrattamento subito dalla verità dopo la caduta del Fascismo, ecco come lo “storico” Max Gallo riporta la notizia in “Vita di Mussolini”, pag. 118: “Si crea un libretto di lavoro obbligatorio per meglio sorvegliare gli operai”.
“Riduzione dell’orario di lavoro a quaranta ore settimanali” RD. n°1768 del 29.5.1937.
Mezzano: “Non appena le condizioni generali dell’economia e dell’industria italiane lo permettono, il Fascismo continua la marcia intrapresa sin dal 1923 in direzione della riforma globale del mondo del lavoro, investendo parte del vantaggio economico nella ulteriore diminuzione dell’orario di lavoro e sottolineando il principio che il lavoro e il profitto debbono essere strumenti e non fini della società”.
Questa legge (poi meglio conosciuta come “sabato fascista) era già prevista nel programma fascista del 1919 e si inserisce con naturalezza nell’obiettivo di forgiare lo “Stato del Lavoro” nel quale la figura del lavoratore si trasforma sempre più da salariato in protagonista e compartecipe dell’impresa.
“Legge istitutiva dell’ECA (Ente Comunale di Assistenza). RDL n° 847 del 19.6.1937.
Sempre Mezzano: “Viene istituito, in ogni comune del Regno, l’”Ente Comunale di Assistenza”, allo scopo di assistere individui e famiglie in stato di necessità e di controllare e coordinare tutte le altre associazioni esistenti che abbiano analogo fine”.
E’ superfluo commentare questa legge, tanto è palese la sua finalità. I più bisognosi non vengono più assistiti da opere misericordiose, ma tramite una legge specifica dello Stato.
Mi fermo qui perché, come ho scritto all’inizio, potevo presentare, per ovvi motivi di spazio, solo un elenco “frammentario ed incompleto” di alcune leggi sociali concepite dal Regime fascista. Tante altre tutte di spiccato valore sociale, uniche o prime nel mondo, arricchiranno la Storia del Fascismo. Una fra queste, “la più rivoluzionaria, la più geniale, la più popolare delle riforme del Fascismo, fortemente voluta da Benito Mussolini fu realizzata nella Repubblica Sociale Italiana”. Mezzano si riferisce alla “Socializzazione delle Aziende”: una riforma che avrebbe portato alla completa “Socializzazione dello Stato” una riforma che fu vanificata solo perché la plutocrazia mondiale volle mettere fine al Regime Fascista che, come disse Mussolini, “aveva spaventato il mondo”. Intendeva, ovviamente, “il mondo dell’usura e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo”.

Mussolini e i suoi seguaci realizzarono uno Stato sociale, nonostante le difficoltà create lungo il loro cammino, decisamente all’avanguardia coi tempi, e questo senza aver avuto la possibilità di alcun esempio precedente.
La validità di “quel sistema” è convalidata dal fatto che “quelle innovazioni”, come ha scritto Vittorio Feltri: “durano fino ad oggi, e sarebbero durate ancor più se l’inefficienza, l’incapacità e la disonestà dei Governi dei giorni nostri non le avessero distrutte”.


 

venerdì 6 novembre 2020

GLI ORGASMI NEL POLLAIO ITALICO

GLI ORGASMI NEL POLLAIO ITALICO

Da
filippogiannini

Ovvero: i miracoli della varechina

Immaginate un pollaio, rigorosamente in Italia, dove vivono polli neri, ormai rimasti in pochi, polli bianchi e polli rossastri. Una volta i bianchi e i rossastri erano tutti neri; poi un giorno, grazie ad una ispirazione, la stragrande maggioranza di questi si tinse, appunto, di bianco e rossastro. I neri, poverini rimasti tali, non colpiti dalla folgorazione, vennero da tutti gli altri emarginati. I polli rossastri e bianchi avevano a disposizione una gran quantità di granturco speciale (anche se rubato da altri pollai), quelli neri nulla, ma nella loro snellezza erano belli, tanto che tra loro era in voga una canzone, che iniziava così: “Che siamo belli nel becco lo vedete…”; mentre invece gli altri, “mangia tu, che mangio io”, si erano ingrassati ed erano veramente repellenti.
I polli neri, sempre fieri della loro bellezza, ebbero la sventura di perdere il loro capo e ne venne nominato al suo posto un altro il quale, nel giorno delle esequie, pose solennemente la zampetta destra sul corpo del defunto, giurò che avrebbe continuato l’opera del suo Capo e, a seguito di quel “solenne gesto”, gli altri neri urlarono in coro: “anche noi, anche noi, lo giuriamo solennemente”.
Ma si sa come sono i polli (anche se neri). Invidiosi di tanta abbondanza nel campo di quelli bianchi e rossastri, pensarono alla furbata: “E se anche noi beccassimo in tanta abbondanza?”. Fu una corsa allo smacchiamento, all’uso smodato della varechina e della tintura; e godevano, godevano sino all’orgasmo. Solo pochi polli neri vollero rimanere belli e magri e, fra questi, c’è quel pollo che scrive queste note.
Ora usciamo dal “pollaio” fittizio e inoltriamoci fra i polli reali, cioè fra quelli fuori del pollaio, cioè fra noi.
Abbiamo incontrato nel pollaio quel “pollo” che giurò, sul corpo del suo Capo, che sarebbe stato l’artefice del “Fascismo del XXI secolo”. Ebbene qualche giorno fa, interrogato da un giornalista, per rinnovare il lavaggio in varechina, attestò: “Il Msi? Mai fatto apostolato del fascismo”. Questo ex “pollo nero” evidentemente approfittò del fatto che il  suo Capo è morto; quello stesso Capo che nel suo testamento spirituale ammonì: “Attenzione a non storicizzare il Fascismo, il Fascismo è davanti a noi”, oppure . “Il mio ultimo respiro sarà fascista”. E allora, caro “pollo”, oggi bianco, che avresti dovuto essere l’alfiere del Fascismo del XXI secolo, come la mettiamo?
E andiamo all’altro “ex pollo nero”, per intenderci quel pollo il quale, grazie alle abiure e alle tinture diventato “pollo bianco”, è riuscito a sedersi (con tutte le prebende del caso), nel più alto scranno del pollaio romano. E’ inutile ricordare gli scritti, le azioni di quando era un “pollo nero” e immergiamoci nei giorni odierni, quando deve mostrare i miracoli della varechina. Leggo su un quotidiano: “Il sindaco (ex pollo nero) visita il museo storico della Liberazione e, commosso (poverino, non sapevo che i polli versassero lacrime, nda) dall’immane sacrificio di quanti hanno combattuto (?) per la liberazione dell’Italia dai nazi-fascisti, parla della Resistenza, di un fatto profondamente popolare (ma quando mai? nda), un valore da trasmettere,  ecc. ecc.”
Oppure. “Di fronte alla minaccia dell’invasione del Paese (il pollo intende l’invasione dei nazisti, nda) tutta (?)  la realtà nazionale si è unita per cercare di riportare la libertà e di combattere contro gli invasori…”.
Ho ricevuto recentemente una mail da un certo signor Giorgio il quale mi invita a consultare un sito nel quale, da quello che ho capito, è una specie di esaltazione della capitolazione dell’8 settembre 1943. E allora a quest’ultimo e al pollo sindaco, il quale ha affermato che l’inizio della Resistenza al nazi-fascismo avvenne a Porta San Paolo a Roma, rispondo: “La verità è completamente diversa. Mentre lo Stato Maggiore, il Sovrano, e quella specie di Governo Badoglio fuggivano per rifugiarsi nelle braccia dei nemici, gli unici a resistere ai tedeschi furono quelli che poi aderiranno (per obbedire ad un allora valido onore militare)  alla Rsi”.
E andiamo ai fatti storici.
Una breve premessa. Quando gli Alleati sbarcarono in Sicilia, Hitler offrì a Mussolini, oltre alle tre Divisioni tedesche già impegnate nell’isola, altre forze. Il Duce rifiutò perché non voleva altre truppe tedesche in Italia.
Dopo il primo “capolavoro savoiardo” del 25 luglio 1943, si svolsero in Italia due incontri, a Tarvisio il 6 agosto di quell’anno e il 15 successivo a Bologna, tra i vertici militari tedeschi e italiani per esaminare, in un clima che non si può dire idilliaco, la situazione militare in Italia. I generali Roatta e Rossi dello Stato Maggiore italiano chiesero l’invio nel nostro Paese di notevoli rinforzi tedeschi. Quindi, quando avvenne il “secondo capolavoro”, quello del “crooked deal” (“Uno sporco affare”), come definì Eisenhower la capitolazione dell’8, l’esercito tedesco in Italia non era ancora invasore, ma nostro alleato qui richiamato a sostegno della lotta contro i veri invasori: gli anglo-americani-marocchini.
A richiamo della memoria per i su citati Signor Giorgio e per l’”ex pollo nero” ora sindaco del pollaio romano, desidero rammentare ad entrambi che, a seguito della criminale mancanza di ordini, gli episodi di resistenza  del Regio Esercito contro i tedeschi furono rari ed episodici; tuttavia il prezzo di sangue pagato fu alto: in quei giorni di lotta persero la vita più di 10 mila soldati italiani in cielo, in mare e in terra ed oltre 20 mila tra feriti e dispersi. Uno dei più validi episodi di resistenza contro le truppe germaniche si svolse a Roma, a Porta San Paolo. Gli artefici furono un Reggimento di Granatieri al comando del generale Solinas; il maggiore Giulio Fiammeri che comandava un Battaglione Mobile di Polizia con stanza in Via Caltagirone; il capitano Chiti che aveva il comando di una Compagnia. Al termine dello scontro, il 10 settembre ’43, i combattenti italiani furono costretti alla resa. I generali Solinas e la maggior parte dei suoi Granatieri, il maggiore Giulio Fiammeri e il capitano Chiti e i loro subalterni chiesero e ottennero di continuare a battersi contro gli anglo americani.
Anche in questo caso la storia raccontata sino ad oggi ha pecche formidabili: serve solo ad imbrogliare ancor più quei polli che con la storia non hanno grande confidenza.
Ho letto che il “pollo sindaco” ha intenzione di inaugurare, oltre alla mascalzonata del Museo della Shoa a Villa Torlonia, anche un’altra “memoria” a ricordo delle “Leggi razziali”.
A tempo debito torneremo sull’argomento.

                                                                                                                                             

domenica 1 novembre 2020

ZARA CITTA' MARTIRE

 


ZARA CITTA' MARTIRE

La sera del 2 novembre 1943, a Zara la morte arriva dal cielo: apparecchi anglo-americani effettuano il primo bombardamento sulla città provocando danni ingenti e facendo decine di vittime tra la popolazione civile. Per quasi un anno, fino al al 31 ottobre 1944, la capitale della Dalmazia italiana viene bombardata altre 25 volte e rasa al suolo; le vittime sono migliaia. Ma non è finita: ai primi di novembre del 1944 entrano in città le bande comuniste slave. Gli zaratini sono massacrati a centinaia: annegati con una pietra al collo o fucilati, spesso dopo atroci sevizie, pagano con la vita il loro essere italiani. Non contenti, gli invasori scalpellano dalle mura i secolari Leoni di San Marco, distruggono i monumenti e cancellano le targhe stradali. Di Zara non restano che macerie e cadaveri. Alla fine della guerra i superstiti devono andarsene, disperdendosi in ogni dove. Ma ogni anno si ritrovano puntuali al loro raduno nazionale, per ricordare la Città Martire e i tanti Caduti nel nome dell'Italia, di Zara e della Dalmazia.

Per ulteriori approfondimenti:

http://www.anvgd.it/index.php?option=com_content&task=view&id=7454&Itemid=144

http://it.wikipedia.org/wiki/Bombardamenti_di_Zara

http://it.wikipedia.org/wiki/Zara

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I TRE GUERRAFONDAI


Immagini e note tratte da: Storia del XX Secolo - n° 15 (luglio 1996)

 

Zara   Zara

 

Zara

                                                                                                                                            

martedì 27 ottobre 2020

AVEVA RAGIONE IL DUCE

AVEVA RAGIONE IL DUCE


Nel 1945 la Russia del comunismo internazionale e gli USA del capitalismo mondialista, con l’aiuto di “ servi sciocchi” a loro alleati, vinsero la guerra intrapresa contro il Fascismo mondiale rappresentato dalle forze dell’Asse per cercare di annullare quella idea sociale e politica che si opponeva alle loro e che stava cambiando il mondo intero togliendo loro lo spazio vitale per svilupparsi o solamente esistere!

Il Fascismo,. con una geniale intuizione, aveva inventato ed interpretato socialmente la “terza via” che risolveva la quadratura del cerchio delle proposizioni socio politiche in atto.

Tra una visione marxista che proponendo una società egualitaria e che, operando forzosamente e contro natura, annichiliva l’individuo per totalizzare nello stato e nella collettività ogni attività, ogni pulsione ed ogni iniziativa avrebbe fallito miseramente il suo obiettivo ed una visione capitalista che impostava la società sull’unico obiettivo del profitto individuale senza badare alle tendenze naturali ed istintive dell’Uomo a sviluppare la propria individualità e ponendo il denaro come fine invece che come mezzo invertendo così le priorità esistenziali, il Fascismo trovò il giusto compromesso che trasformava un secolare contrasto tra capitale e lavoro in una sinergica collaborazione spegnendo così ogni motivo di lotta

La nuova idea era così rivoluzionaria, dirompente e grande nella sua semplicità da mettere in pericolo quei due ideali che stavano dominando le vite del mondo intero e la seconda guerra mondiale fu, al di là dei pretesti ufficiali, la loro risposta per tentare la propria sopravvivenza.

Dopo la vittoria delle armi, sorretta dallo strapotere del denaro, sembrava che tutto dovesse potere proseguire come prima, ma così non fu.

Il comunismo marxista con il prosieguo degli anni ed entro pochi decenni, e nonostante la vittoria in guerra, franò miseramente su se stesso senza bisogno dell’aiuto di forze esterne, dimostrando nella pratica la sua intrinseca incapacità a realizzare una utopia contro natura e contro lo spirito stesso dell’Uomo e smentendo nella pratica le proprie teorie socio politiche!

Restava in piedi il capitalismo che però non gode più di buona salute e sta, anche lui, evidenziando i segni della sua incongruenza e mostra le prime crepe e le prime frane.

Le ricorrenti crisi economiche e gli squilibri sempre più evidenti tra le varie zone del mondo e persino tra le varie fasce sociali degli stessi Paesi sono i sintomi di un malessere che si sta sempre di più aggravando e si trasforma via, via in una malattia che sarà mortale.

La pratica sta dimostrando che i concetti di continuo sviluppo della produzione e del profitto hanno il loro limite naturale nella saturazione dei mercati.

La pratica sta dimostrando che il mondo capitalista sta creando sempre più ricchezza per pochi e miseria per tanti togliendo così al mercato quella componente essenziale del consumismo che è il ceto dei consumatori fenomeno questo accentuato dal fatto che il vantaggio del progresso tecnologico, non distribuito equamente tra impresa e lavoratori con meno lavoro a parità di salari,  porta all’aumento della disoccupazione ed alla diminuzione della domanda.

La pratica sta dimostrando che l’iperproduzione, oltre che a saturare i mercati, riduce sempre di più le riserve di materie prime e di fonti energetiche inquinando il pianeta e ponendo un limite naturale allo sviluppo infinito preconizzato dal capitalismo.

La pratica sta dimostrando che l’esasperazione dei concetti del marxismo e del capitalismo, senza un fattore di mediazione e di controllo svolto dallo Stato, porta al fallimento ed alla rovina.

Il Fascismo che proponeva e propone lo sviluppo dell’individuo come soggetto di uno stato etico, nell’ambito di una libertà di intrapresa che trova il suo limite nell’interesse comune, aveva visto giusto ed i fatti e la storia lo stanno dimostrando!

Quello che non è stato possibile realizzare a causa della sfortuna delle armi lo realizzerà  inevitabilmente ed automaticamente la logica dello sviluppo della società.

Dal fallimento del sistema capitalista risorgerà quell’idea, forse modificata, forse migliorata, forse con un altro nome, che il DUCE aveva previsto!

Con buona pace dei detrattori, dei mentitori, dei mestatori e dei coglioni che quella idea hanno combattuto ..!!

 Alessandro Mezzano

                                                                                                                                  

mercoledì 21 ottobre 2020

FRA' GINEPRO 1903 - 1962

 

Fra' Ginepro
Fra' Ginepro (1903-1962)


Introduzion

L'amore per Dio e l'amore per la Patria erano mirabilmente fusi nel padre cappuccino Fra' Ginepro, al secolo Antonio Conio, nato a Pompejana (IM) nel 1903 e morto a Loano (SV) nel 1962.
Per quanto riguarda la sua spiritualità basteranno due citazioni da sue opere per farla comprendere: "La poesia del combattimento prima che dannunziana è francescana e cristiana. E' poesia del volo e dell'ascesi, della conquista e dell'ardimento, della dedizione e del sacrificio, della luce scaturita dalla sofferenza, dell'alloro meritato attraverso la prova dura del calvario"; e ancora: "Io considero come il gesto più bello e più religioso della vita sacerdotale, di essermi schierato con i percossi e con i reietti".

Questo emulo di San Francesco, che svolse opera di apostolato anche tra le forze armate sia nella guerra d'Etiopia che nella seconda guerra mondiale, come pure nella R.S.I. e che per la propria fede di patriota e di cristiano dovette subire tremende persecuzioni, nel dopoguerra si dedicò alla pietosa opera di continuare a ricordare i Caduti della R.S.I., soprattutto quelli uccisi, innocenti, dal piombo fratricida. E, nel contempo, si dedicò anche all'opera di pacificazione tra Italiani, affinché il ricordo dei Caduti non fosse fomite d'odio, ma incentivo al perdono e alla riconciliazione.

Tra le doti che Fra' Ginepro ricevette da Dio vi fu anche quella di saper scrivere assai bene, ed egli sfruttò appieno questa dote lasciandoci oltre quaranta libri, e forse, la strada migliore per seguirne la vicenda biografica è quella tracciata da essi, alcuni dei quali, quelli pubblicati nell'immediato dopoguerra, sono firmati "Pio Cappuccino" (per evitare ulteriori noie con le autorità, i suoi superiori gli avevano imposto di usare questo pseudonimo).


Breve biografia
1903 Fra' Ginepro al fonte battesimale fu chiamato Antonio, e tutti lo chiamarono Tugnolo. La famiglia era Conio. L'anno di nascita in Pompejana 1903. I genitori e i fratelli si occupavano di agricoltura, mentre Tugnolo si era dato allo studio universitario, ramo legge. Ma invece di un avvocato, la famiglia Conio si arricchì di un bel frate con molta delusione di tante belle fanciulle!
Temprato fisicamente, in gioventù, da una intensa attività sportiva, dopo i vent'anni si fece Religioso per prepotente vocazione. Fu professore di lettere e filosofia, conferenziere, amico di scrittori ed artisti. Egli però ingigantisce sotto le spoglie di ardente, valoroso Cappellano militare e come tale resterà certamente un grande esempio dell'apostolato militare!
1935 Nel 1935 il frate partì, quale cappellano della Divisione Cosseria, per l'Africa Orientale, dove si distinse per il coraggio nell'assistenza spirituale ai suoi soldati e anche alla popolazione indigena, tanto da meritarsi gli elogi del vescovo dei cattolici di Rito Etiopico, Chidanè Marian Cassà.
1940 Quando scoppia la seconda guerra mondiale andò, senza che nessuno glielo chiedesse, in prima linea sul fronte francese ed il 4 luglio 1940 si trovò a dire Messa sulla piazza principale di Mentone, la cittadina redenta, tornata all'Italia dopo ottant'anni.
Sempre col suo saio (non indosserà mai l'uniforme e raramente si toglierà i sandali per indossare gli scarponi) fu sul fronte greco, dove venne ferito mentre amministrava i sacramenti ad un soldato ellenico morente.
Su questo fronte venne preso prigioniero e stette a lungo rinchiuso nei campi di concentramento dell'India.
Qui si diede da fare in ogni modo per consolare i suoi commilitoni prigionieri. Dall'India, gravemente ammalato, fu rimpatriato come invalido.
1943 Pur collocato ufficialmente a riposo per le sue condizioni di salute, fu pronto a scendere in campo non appena si costituì la Repubblica Sociale Italiana.
Fu un'ora tremenda per l'Italia, c'era bisogno delle forze di tutti per far sì che la nostra Patria non sprofondasse completamente nel baratro e c'era bisogno, anche, di una gran forza spirituale e morale per resistere in frangenti come quelli. E Fra' Ginepro si diede da fare proprio in questo senso: assisté militari e civili, si impegnò a limitare lo spargimento di sangue fraterno, riuscendo a salvare molte vite umane di prigionieri dei fascisti e dei tedeschi.
Riuscì a farsi inviare, dallo stesso Mussolini, in Germania, per portare una parola di consolazione ai prigionieri Italiani nei lager e alle famiglie dei prigionieri, che aiutò come poteva, recando notizie dei loro cari.
Ebbe lunghi colloqui privati con Mussolini, nel corso dei quali affrontò molti delicatissimi temi di natura anche religiosa.
1945 Dopo il 25 aprile fu arrestato per "collaborazionismo col nemico invasore", per avere affermato che "la Patria è là dove si salva il suo onore!" e si fece undici mesi di galera. Ne uscì assolto, ma lo spettacolo indegno a cui assistette con animo straziato, raddoppiò il suo zelo nel documentare in molti volumi, le tristi vicende del più torbido periodo della vita nazionale.
1946 Dopo una lunga detenzione a Marassi, la magistratura non avendo alcun elemento di accusa per il frate, voleva liberarlo, ma il sacerdote escogitava di volta in volta un pretesto per rimanere ancora. Veniva accontentato più che altro perché si dimostrava efficace elemento di buon ordine e la tranquillità dello stabilimento penale.
Ma ad un dato giorno non fu più possibile giustificare il suo stato detentivo, e si ricorse ad uno stratagemma.
Gli fu comunicato che veniva trasferito di carcere. Lo fecero salire su un autofurgone, ve lo chiusero dentro senza che potesse vedere dove lo trasferivano. Il tragitto fu breve: l'Ospedale Gaslini. Lo sportello venne aperto ed ebbe la... sgradevole sorpresa di essere ricevuto dai suoi superiori della Provincia Ligure.
    Probabilmente fu l'unica volta nella sua vita che Fra' Ginepro andò, come si dice, sulle furie: "Io dovevo rimanere là sino a che ci fosse stato un politico!" Poi si rassegnò, già pensando che poteva essere utile anche al di fuori delle sbarre.
Dopo la scarcerazione si dedicò anima e corpo (quest'ultimo pesantemente provato per le conseguenze della grave malattia contratta in prigionia) alla difesa dell'onore dei soldati d'Italia e a consolare le famiglie che piangono i troppi morti della guerra civile.
Per non dare nuova turpe esca alla stampa sovversiva anticlericale Fra' Ginepro venne trasferito a Siena, e dovette cambiare temporaneamente nome: Padre Pio. Con questo pseudonimo apparvero i suoi primi libri del dopoguerra. Nella città toscana trovò anche col nuovo nome, modo di rendersi simpatico a tutti, forse un po' meno ai nuovi Superiori, perché non nascondeva a nessuno le sue idee di Patria e le verità brucianti della nostra sconfitta.
Dopo Siena passò a Reggio Emilia, dove in pieno acuto rossismo, mantenne quotidiani contatti con gli ex combattenti e con le loro famiglie. La tema dei Superiori che la sua presenza potesse generare spiacevoli incidenti, fece sì che venisse deciso il suo ritorno in Liguria, riprendendo il nome francescano.
Il frate si dedicò a fissare sulla carta la memoria dei Caduti che facevano schifo a tutti i cosiddetti "democratici", ossia i Caduti della Repubblica Sociale Italiana, caduti spesso a tradimento, sotto il piombo di altri Italiani.
Con rinnovata lena tornò alla predicazione, però non più richiesta come una volta. L'esaltare il patriottismo, il valore sfortunato dei nostri combattenti, le basi morali d'un tempo già lontano in contrasto con la mentalità ed il costume trionfanti nel dopoguerra, non lo rendevano bene accetto in tante parrocchie. Ma Fra' Ginepro non si scoraggiò ed anche per mezzo di altre sue pubblicazioni, tutte pervase di altissimo amore patrio, accontentò le sue convinzioni ed il suo profondo fervore religioso. Ex combattenti, familiari dei Caduti, amici mantenevano quotidiani contatti col fraticello di Pompejana. Parlare con lui era un vero ristoro dell'anima.
1956 Nel 1956 ebbe inizio lo smantellamento della forte fibra di Fra' Ginepro. Una ipertensione gli procurava alcuni disturbi. Si fece visitare, ma non stette alle prescrizioni mediche. Certamente era ignaro - come lo saranno stati anche i medici - del grave male, il cui germe o "virus" che si voglia, proveniva dall'India.
1957 Purtroppo nel gennaio del 1957 lo dovettero trasportare di tutta urgenza all'Ospedale San Martino a Genova, dove fu ospitato nel Padiglione d'isolamento. Era stato colpito da encefalomacia con paralisi facciale destra e alla lingua, oltre a disturbi cardiaci e all'altissima pressione sanguigna. Fu curato bene e quando poté riparlare, disse fra il serio e il faceto: "Iddio mi ha punito nella lingua! Pazienza...".
Pur rimettendosi quasi completamente, egli non guarì più, ebbe delle ricadute, tornò negli ospedali con lunghe degenze. Ma non si perse mai d'animo, né mai la sua serenità scomparve dal suo viso. Era rassegnato, solo spiacente di non poter dare più tutto se stesso. Durante i cinque anni d'infermità continuò a scrivere o, quando non poteva di propria mano, a dettare a giovani frati che si sentivano molto onorati di fungere da segretari.
Riuscì a pubblicare ancora alcuni libri, le cui edizioni si sono pressoché esaurite. Poco prima di morire aveva posto la parola "Fine" al suo secondo volume sul "Martirologio" del periodo della lotta fratricida, e si dichiarava soddisfatto di aver compiuto questa opera, alla quale aveva lavorato per lungo tempo.
1962 Morì il 2 luglio 1962 all'età di 59 anni, assistito dalla madre ottantaseienne di cui era sempre stato tenerissimo figlio. L'unanime rimpianto della sua dipartita che lasciò un vuoto incolmabile giunse sino alla costernazione ed allo smarrimento. La sua vita era troppo preziosa e necessaria alla Chiesa e alla Patria!


Conclusione

    Il fatto che ancora oggi, a quasi quarant'anni dalla sua morte, vi sia una sorta di "culto" per questo indomito fraticello è un'eloquente testimonianza del suo carisma. Carisma che gli permise di fondere in una meravigliosa sintesi mazzinianesimo e cristianesimo, amore per il Tricolore e per la Vergine, patriottismo e devozione.
    Un grande esempio è stato Fra' Ginepro, un uomo il cui ricordo ci dà la forza di attraversare indenni anche le più cupe epoche di decadenza.


Monumento a Fra' Ginepro (Loano - SV)

"Quando il nostro popolo era nelle trincee, Iddio mi mandò nelle trincee; quando il nostro popolo era fra i reticolati Iddio mi mandò dentro i reticolati; quando il nostro popolo era in galera Iddio mi mandò in galera. Ti ringrazio, o Signore, per queste prove di cui mi hai ritenuto degno".

Fra' Ginepro

Le opere di Fra' Ginepro


1926 San Francesco d'Assisi il più italiano dei santi x
1927 Pompejana - borgo francescano x
1930 La benedizione di San Francesco nelle nozze della Regina di Bulgaria x
1931 La famiglia Ruffini - Un canto di religiosità nel Risorgimento x
1931 La reggia d'oro del Sacro Cuore di Gesù in Bussana x
1932 Riviera d'oro x
1932 Terra natìa x
1933 Il diadema stellato x
1935 La palma più alta della Riviera x
1935 La vasaia di Albisola x
1935 Santa Barbara x
1935 Le Suore Terziarie Cappuccine nel 1° cinquantesimo della fondazione (anche in spagnolo) x
1937 L'altare da campo in Africa Orientale x
1938 La strada delle Madonne in Africa Orientale x
1940 Cuore di soldato italiano x
1942 La croce sulle forche x
1943 La Madonna del Buon Ritorno x
1943 Adorazione nella tormenta x
1944 La fede dei nostri prigionieri x
1945 Il bambino della frontiera x
1946 Guerra e prigionia []
1947 Meglio essere la madre di un assassinato che di un assassino x
1948 Famiglie che piangono []
1949 Fame di Dio in "lager" x
1949 Convento e galera []
1950 La via crucis dei criminali []
1951 Fanciulli martiri []
1951 Parole ai vivi e ai morti x
1953 Ospitalità al sacrificio x
1954 L'innamorata silenziosa x
1954 Madre di eroi []
1956 Il mio saio: una bandiera []
1957 Alle soglie dell'aldilà []
1958 Non li possiamo dimenticare x
1961 La seconda prova []
1962 Martirologio italico (1° vol.) []
1963 Martirologio italico (2° vol.) []
1970 Ho confessato il Duce []
1973 Eroi d'Italia x

Martirologio italico (3° vol.) []

x = Esaurito
[] = Disponibile presso l'Associazione