mercoledì 1 gennaio 2020

Guerra all'Europa

Guerra all'Europa

Renzo Pellicano

"...è in corso nell'intero pianeta un'aggressione globale allo Stato-nazione, che i media tentano di mascherare come operazioni di pace, sotto forma di sistemi vassalli neocoloniali di caste politiche, esponenti della cultura accademica organici al sistema, intellettuali, poteri esecutivi degli Stati, tutti asserviti alla plutocrazia globale. Imperversa una guerra totale, combattuta con i più sottili artifizi, che giunge alla liquidazione delle élites culturali e politiche indipendenti, che potrebbero riuscire a respingere le suggestioni sistematiche dei media. Si giunge così all'imposizione di una monocultura tirannica. Si finanziano le economie nazionali per poterle più agevolmente mondializzare e le si obbliga all'indebitamento, come ulteriore mezzo di assoggettamento, e si usano le privatizzazioni come mezzo per far perdere il controllo sulle aziende strategiche nazionali..." 
Brossura 17 x 24 cm., pagg. 445

Stampato nel 2015 da Ritter
Prezzo: €28,00 (incluso 4 % I.V.A.)

L’Autore parte da un accenno alle realtà nascoste  nelle vicende politiche e sociali che ne restano influenzate. Nel secondo capitolo spiega la truffa del “signoraggio” che viene accettata dai Governi un po’ per timore un po’ per interesse, cedendo la sovranità monetaria alla Banca Centrale (privata) che stampa la moneta e la cede al Governo in cambio di titoli di Stato i quali non vengono mai pagati, ma si pagano gli interessi che costituiscono il cosiddetto “Debito Pubblico”. Anche questi non si riusciranno mai a pagare, perché non si riesce ad estinguere il  cosiddetto “debito”: interessi che si sommano ad intereaai. Una fonte di smisurato arricchimento legalizzato, strabocchevolmente lucrosa, in mano a poche famiglie di grossi magnati della finanza, che da oltre tre secoli hanno cominciato a indebitare i governi, in mezzo mondo, attraverso enormi vere e proprie truffe legalizzate. Quei pochi che hanno avuto il coraggio di cominciare a intaccare questo potere ci hanno rimesso la vita.
Nel secondo capitolo Pellicano accenna anche una breve storia del formarsi di una casta di banchieri  di affari di “alta finanza” attraverso  il commercio di contrabbando, droga, schiavismo, tentato monopolio dell’energia, controllo delle Banche Centrali, produzioni di guerra e interessi sui pagamenti, ecc. Ma le conquiste materiali, ottenute con la prepotenza, non bastavano per un popolo che ambiva a ottenere anche una certa supremazia morale. Emilio Gentile ci aiuta a capire con il suo libro, La democrazia di Dio. La religione americana nell’era dell’impero e del terrore[1] Egli ci spiega quanto sia diffusa e condivisa tra gli statunitensi una certa ”pseudocultura”, una Weltashauung, una particolare visione del mondo, in virtù della quale i più bigotti yankees sono rimasti superstiziosamente persuasi che il loro popolo abbia instaurato un rapporto speciale con il Creatore dell’universo, risoltosi con l’assegnazione agli USA di «un ruolo missionario» inteso «come modello di redenzione per l’umanità». Una tradizione fanatica ed esaltata tipicamente americana, molto funzionale, perciò, all’imperialismo plutocratico statunitense[2]. Un fondamentalismo a sfondo religioso, opportuno per portare gli yankee, guidati, in un primo tempo, dai WASP (White Anglo Saxon Protestants) [3] a una specie di fanatica “guerra santa” onde asservire gli altri popoli che si dovrebbero “evangelizzare”. Da ciò deriva l’ipocritamente sfacciato motto rooseveltiano: «To evangelize the World».
“Evangelizzazione” che continua ancora oggi. 
Edgar L. Jones,  eminente storico militare e corrispondente di guerra americano, ci spiega come avveniva questa evangelizzazione, testimoniando concretamente:

«Noi americani abbiamo la pericolosa tendenza nel nostro atteggiamento verso le altre Nazioni di adottare una posa di superiorità morale. Ci consideriamo più nobili e decenti di altri popoli e quindi in posizione migliore per decidere che cosa è bene e che cosa è male nel mondo.  Ma quale tipo di guerra la nostra popolazione civilizzata immagina che abbiamo combattuto? Abbiamo fucilato prigionieri a sangue freddo, bombardato ospedali, sparato su marinai di navi silurate, ucciso o maltrattato civili nemici, dato il colpo di grazia ai feriti, seppellito i moribondi in fosse comuni insieme ai morti, e nel Pacifico abbiamo perfino fatto commercio di teschi e ossa di giapponesi. Abbiamo inventato i bombardamenti a tappeto e sganciato bombe atomiche su due città indifese, stabilendo così un primato mondiale di massacro di massa. Ho chiesto ad alcuni dei nostri soldati perché, per esempio, hanno regolato i loro lanciafiamme in modo che i nemici morissero lentamente e dolorosamente, invece di ucciderli quasi istantaneamente.. E perché essi odiavano così tanto il nemico?... No. Solo perché essi odiavano la guerra. Forse per la stessa ragione le nostre truppe hanno mutilato i corpi dei nemici, tagliato loro le orecchie e strappato i loro denti d’oro da portare via come souvenir, tagliato loro i testicoli mettendoglieli in bocca, ma tali flagranti violazioni di tutti i codici morali possono essere studiate nel campo della psicopatia.» [4]
Fin dal 1845 John O’Sullivan aveva impostato la sua sedicente “dottrina”, pretenziosa e apodittica, la cosiddetta “Dottrina del Manifest Destiny”, che pretende indottrinare il popolo yankee circa la mitologica missione degli Stati Uniti «di ampliare il continente assegnatoci dalla Provvidenza per la crescita delle nostre moltitudini, che ogni anno si moltiplicano». Questo dogma fuori da ogni logica, ha trovato acriticamente e supinamente negli States innumerevoli fanatici e faziosi sostenitori. Si affanna a darci una qualche spiegazione la sociologa americana Roberta Coles rilevando che la tradizione americana del “destino manifesto” deriverebbe da… “miti originari della religione americana”: il mito della “nazione moralmente superiore perché scelta da Dio, col dovere di redimere il continente e forse il mondo”, mito valido come rassicurazione per gli scrupoli e gli eventuali dubbi quaccheri di qualche pio e ipervirtuoso pacifista. Per Josiah Strong, preminente imperialista americano, il “Manifest Destiny” possedeva una destinazione “geopolitica”(sic!): la creazione di un impero mondiale.
La continuità delle mire belliche espansioniste americane fin dall'epoca della Dottrina del Manifest Destiny è stata la caratteristica dominante della politica estera, nella quale sono confluite altre tre componenti della “dottrina” espansionista americana:

I - la Dottrina del Manifest Destiny: la componente teologica (la conquista, preordinata da Dio e dalla Provvidenza, al fine di compiere il volere dell'Onnipotente) (sic!);
II  - la conquista al fine di instaurare la democrazia (in concreto, però, in regime plutocratico, serve per instaurare la democrazia come strumento di asservimento inavvertito dei popoli);
III - la Dottrina Monroe (estesa allo spazio vitale): la componente geopolitica;
IV - la Dottrina della Open Door (Porta Aperta) : la componente economica.

Alla fine dell’800 i fondamenti della cosiddetta “dottrina geopolitica” americana vennero formulati da Frederick Jackson Turner, da Brooks Adams e dall'ammiraglio Alfred T. Mahan; una profonda convinzione espansionista per le successive generazioni di americani. La sua realizzazione fu avviata da Theodore Roosevelt, continuata in seguito da Thomas Woodrow Wilson e portata a conseguenze nefaste dall’ineffabile Franklin D. Roosevelt, “to evangelize the world”.
Nel secondo capitolo l’Autore riporta sinteticamente certe razzie di ricchezze materiali, (la cosiddetta Guerra del Petrolio), ma anche razzie e commercio di persone ridotte in schiavitù e così possiamo apprendere che la schiavitù fu adottata perfino dagli Inglesi nei riguardi degli Irlandesi ribelli alle loro inaccettabili imposizioni di abbandonare le proprie terre ancestrali per emigrare in posti inospitali e improduttivi dell’Irlanda.

È diffusa l’idea che ebbero fortuna negli Stati Uniti parecchi inventori, scienziati e cervelli eccellenti in ogni campo, emigrati specialmente dall’Europa. In particolare l’Autore si è voluto soffermare sulla vicenda  che ha visto il fisico serbo Nikola Tesla, inventore del motore elettrico a induzione e di molte altre importanti intuizioni scientifiche in elettrotecnica, ufficialmente riconosciute, il quale aveva trovato il modo di assorbire energia elettrica dall’etere (la cosiddetta “free energy”) con un’antenna e con un ricevitore a valvole termoioniche, analogamente a come avviene con le onde radio. Fece attrezzare una grossa auto con un motore elettrico a induzione che funzionava con l’elettricità assorbita dall’etere attraverso l’antenna e il ricevitore. Provò per otto giorni, in segreto con l’auto guidata da un suo parente, venuto apposta dalla Serbia, spingendo l’auto a diverse velocità sulle strade periferiche  e pure in città, per otto giorni. Dopo fece nascondere l’auto in una rimessa in campagna e non ne parlò con nessuno. Ma la notizia strabiliante trapelò ugualmente ed egli dovette rispondere ai giornalisti. Tesla era ospite della Westinghouse Corporation per studiare nuove tecnologie, ma venne subito bloccato e gli fu intimato di non parlare più della sua scoperta che avrebbe intaccato enormi interessi legati allo sfruttamento dell’energia dal petrolio, dal carbone, dal gas e da altri eventuali sistemi, avrebbe portato una rivoluzione nella distribuzione dell’elettricità e tanto altro ancora, che adesso non interessa ipotizzare. La sua scoperta sarebbe stata straordinariamente utile all’umanità in genere, ma basterebbe dire che avrebbe tolto ogni valore alle industrie petrolifere e affini. Tesla non fu assassinato soltanto perché capì, da uomo pratico, di non poter affrontare una battaglia contro lo strapotere dei padroni mondiali dell’energia, padroni dei governi e dell’economia mondiale. Fu tenuto sotto continua sorveglianza, sia pure in una prigione dorata in un grande albergo.
Se queste nozioni sono servite per meglio capire l’ambiente e le caratteristiche dei protagonisti delle azioni che hanno innescato la prima e preparato anche il seguito nella seconda guerra mondiale, nel III capitolo Renzo Pellicano entra nell’argomento principale, affrontando le cause nascoste della prima guerra mondiale.
Dopo aver accennato alla mentalità diffusa tanto nel clan plutocratico annidato a Wall Street, quanto nelle massonerie, e in particolare nella B’nai B’rith, la loggia massonica riservata agli Ebrei, Renzo Pellicano ci ha informato della fanatica convinzione del popolo statunitense di essere stato scelto dal Creatore dell’universo per evangelizzare e redimere il mondo, a cominciare dall’Europa tradizionalista, con gli imperi centrali e l’impero cristiano feudale dello Zar.
L’attivismo delle massonerie restò sul piano accademico, mentre i plutocrati della Consorteria del Grosso Capitale Transnazionale sostenevano finanziariamente i fuoriusciti antitradizionalisti emigrati in America e i politici europei decisi a combattere le mire egemoniche degli imperi centrali. Furono fomentate rivoluzioni e moti in Europa nell’Ottocento,

La Gran Bretagna, nella sua tradizionale politica, si era sempre opposta, nei secoli, all’emergere di una potenza europea capace di aggregarne altre in un corpo organico tale da costituire una minaccia per la supremazia dell’Impero Britannico; quindi fu facile farla schierare contro il Kaiser.
I plutocrati di Wall Street complottavano piuttosto copertamente, ma hanno lasciato alcune tracce. L’Inghilterra era spinta nell’orbita “atlantista” per la comunanza di lingua fra Inghilterra e America, concordavano i banchieri di affari di Wall Street  che usavano le matrici religiose parzialmente convergenti nei popoli anglo-sassoni, e la forza della Società di Rhodes e Milner che sognava un ritorno dell’America nella “gran Madre fabianista [6], aggiungendovi le concordi pretese del British Israelism. Ma  i banchieri agivano soprattutto potentemente per la pressione dei grossi capitali senza patria, che da Wall Street dominavano il governo degli USA e le massonerie e che dalla City di Londra si diramavano in America a costruire il mito dell’Occidente.
Si deve ricordare anche che il Kaiser Guglielmo II von Hohenzollern aveva proposto a suo cugino lo Zar di tutte le Russie Nicola II l’instaurazione di un mercato europeo che potesse difendere gli Europei dall’invadenza americana. I plutocrati di Wall Street, si allarmarono, prevedendo la concorrenza di un secondo polo capitalistico in Europa, che avrebbe potuto costituirsi attorno al Kaiser e allo Zar, una volta che avessero superato le questioni che li dividevano. La Germania aveva le industrie e l’impero russo aveva la complementare ricchezza delle materie prime. I plutocrati di Wall Street mobilitarono tutte le loro forze massoniche e diplomatiche senza riuscire ad ottenere il risultato proposto, che fu ottenuto però per la decisiva necessità di un rifinanziamento dei Rothschild [7], e lo Zar lasciò cadere la proposta del Kaiser.
Certo la geopolitica russa che tendeva all’espansione verso gli slavi dell’ovest e in particolare verso i Balcani per giungere al Mediterraneo (Panslavismo), entrava in collisione con la geopolitica tedesca che tendeva all’espansione verso est. Tuttavia, guardando oltre i confini nazionali, la geopolitica planetaria avrebbe dovuto produrre la contrapposizione delle potenze marittime alle potenze terrestri continentali, ossia la contrapposizione tra “atlantisti” (Stati Uniti e Gran Bretagna) ed “eurasisti” (Potenze del continente Eurasia: Imperi centrali, Russia, Giappone [8]. Ben vedeva quindi Guglielmo II von Hohenzollern, Kaiser di Germania e re di Prussia, nel proporre un‘alleanza commerciale alla Russia, un’alleanza che si inquadrava correttamente nella geopolitica continentale che avrebbe dovuto informare la contrapposizione in atto [9]. Dal punto di vista inglese il politologo Harold Mackinder(1861-1947). massimo teorico della geopolitica, raccomandava di impedire un'alleanza eurasiatica, e soprattutto l'alleanza di Russia - Germania – Giappone.

L’Inghilterra inoltre, era attirata nell’orbita “atlantista” per la comunanza di lingua fra Inghilterra e America, per le matrici religiose parzialmente convergenti, e per la forza della Società di Rhodes e Milner che sognava un ritorno dell’America nella “gran Madre fabianista [10], e per le concordi pretese del British Israelism. Ancora più potentemente per la pressione dei grossi capitali senza patria, che dalla City di Londra si diramavano in America a costruire il mito dell’Occidente.
Il Sistema Bancario trasnazionale agiva in simbiosi con le industrie di guerra (acciaierie, chimica, munizioni, aerei) formando l'efficiente struttura finanziaria-industriale, chiamata anche "Conglomerate" o "Corporate[11] Banking", ovviamente piuttosto incline a influenzare le diplomazie internazionali affinché le latenti ostilità si trasformassero in guerra aperta.
In Europa, già dal 1913, Gran Bretagna [12] Francia e Russia, istigate e incoraggiate da diplomatici statunitensi, sempre pilotati. senza troppo apparire, dall’International Banking Fraternity, confermati e sospinti con organica complicità, dalla massoneria e da eminenze grigie della Pilgrim’s Society [13], ma soprattutto da politici massoni asserviti, si erano accordate segretamente su di un dettagliato progetto di distruzione e smembramento politico ed economico della potenza tedesca, che sembrava minacciare i loro interessi. Con la guerra esse si proponevano vantaggi territoriali per se stesse e il maggior danno possibile al “nemico”.
La Francia, rancorosa e revanscista per la sconfitta di Sedan [14], e la Russia panslavista si distinguevano per la voracità delle loro pretese, quanto per la pochezza di ciò che erano disposte a concedere agli alleati minori. E tra questi  si inseriva, entrando in guerra nel 1915, l’Italia, che si aspettava un “parecchio”, concesso con riserva mentale, che poi si ridusse ad un “po’ poco” giacché le ripartizioni erano già state fatte fin dal 1913!
D’altro canto la Germania di Guglielmo II von Hohenzollern, continuando il moto di accelerato sviluppo unitario, cominciato nel cuore dell’Europa, aveva preso a sollevare, (parallelamente e  in istintiva risposta alle pretese dell’America), la rivendicazione del diritto ad avere un popolo unito e indipendente; era questo l’ideale profondamente sentito del Pangermanesimo, tendente all’assorbimento dei tedeschi dell’Austria, dell’Olanda, del Belgio fiammingo, dei Sudeti, nel contesto europeo di milioni di Volksdeutschens, i tedeschi emigrati da secoli in Ungheria, Romania, Paesi slavi e, in particolare, in Russia. Perciò cominciò a preparare un’adeguata potenza militare.

Parallelamente negli Stati Uniti d’America montava l’imperialismo mascherato da libera espansione commerciale, ma supportato fanaticamente da una maniaca fede messianica nella missione che “Il Creatore dell’Universo” avrebbe riservato al popolo americano “di moralizzare il mondo”. Ne conseguiva che per farlo avrebbe dovuto asservirlo! Supportava tali pretese la  scuola geopolitica americana con la teoria avanzata dall’ammiraglio Alfred Mahan che trovava somiglianze tra l’Inghilterra e gli Stati Uniti. Nel 1897 esponeva in ‘The Interest of America in Sea Power’ [14] (L’interesse dell’America nel potere marittimo) la dottrina che doveva guidare l’azione del suo paese, se anch’esso voleva innalzarsi al rango di potenza mondiale. Questa teoria si articolava in più punti: collaborazione con la potenza navale inglese, opposizione alle pretese tedesche sui mari, vigilanza di fronte alla prevedibile espansione giapponese nel Pacifico, infine, difesa coordinata, tra europei e americani contro i popoli asiatici.
Oltre agli espliciti propositi espressi nel 1897 dal senatore repubblicano dell'Indiana Albert J. Beveridge : «Le fabbriche americane producono più di quanto serve al popolo americano; il suolo degli Stati Uniti produce più di quanto esso può consumare. Il corso della nostra politica è quindi fissato; il commercio mondiale dev'essere, e sarà nostro».

Per raggiungere gli obbiettivi mondialisti era necessario il dominio dei mari [16]. Gli States si inserivano così, perfettamente nel quadro planetario geopolitico “atlantista”.
Indagando le cause nascoste della prima (e anche della seconda) guerra mondiale, Pellicano oltre a raccontarci le riunioni segrete di magnati della cosiddetta “alta Finanza” per complottare la guerra in Europa, ci documenta che anche la preparazione e la regia dell’assassinio del principe ereditario austriaco, che erano state organizzate dalla setta terrorista segreta della “Mano Nera”.Questa era una filiazione massonica guidata dal colonnello serbo Dragutin Dimitrievich, nata negli Usa tra immigrati serbi, sostenuta e pilotata a Chicago da finanziatori americani occulti, la cui attività clandestina, però. ci è stata svelata nel suo diario dal fantomatico “colonnello” House, eminenza grigia israelita, implicato anche in tanti successivi complotti. La Mano Nera, dunque, pianificò il casus belli, l’assassinio del Principe ereditario dell’Impero austroungarico, l’arciduca Francesco Ferdinando  d’Austria e armò l’attentatore Gavrilo Princip e diversi altri. Pellicano ci documenta che dopo l’arresto di Princip e di un suo complice, l’Impero austroungarico chiese alla Serbia di assumersi le proprie responsabilità per l’attentato ed, avendo questa negato ogni addebito, l’Impero austroungarico dichiarò guerra alla Serbia.
L’Impero russo, frattanto, che si considerava protettore dei popoli slavi nei Balcani, mobilitò le sue truppe alla frontiera con l’Impero austroungarico, ma l’interessato guerrafondaio, massone di alto grado, ministro della Guerra russo Grigorij Jakovlevič Sokol'nikov, senza averne neppure parlato con lo Zar, diede l’ordine di mobilitazione delle truppe anche alla frontiera con la Germania, allargando così la guerra localizzata tra Austria e Serbia anche alla Germania; ne restò coinvolta l’Europa intera e fu la prima guerra mondiale. I plutocrati della Consorteria di Wall Sreet e della City riuscirono a tenere separati e nemici lo Zar e il Kaiser, evitando così la costituzione di un polo industriale europeo intimamente collegato con le enormi disponibilità di materie prime dell’impero dello Zar, ma, essendosi, poi, lo Zar rifiutato di lasciarsi asservire dai banchieri “d’assalto” di Wall Street, e della City di Londra, (sia pure rinunziando soltanto alla sovranità monetaria per delegarla ad una Banca Centrale privata, (come avevano già ottenuto i banchieri d’affari in molti altri Stati), questi banchieri di Wal Street e della City si risolsero a finanziare la Rivoluzione d’Ottobre per arrivare ugualmente a conquistare le ricchezze del sottosuolo dell’impero russo, come infatti nel tempo è avvenuto. Si voleva ottenere una nuova classe dirigente nella quale sarebbe stato più facile, per loro, inserire una nomenklatura infiltrata da parecchi elementi massoni, ebrei, socialisti e “comunisti” a  libro paga dei banchieri di Wall Street. Anche se, invece, le cause immediate esposte per giustificare i finanziamenti sono servite a mascherare di ragioni ideali i loro prestiti (che, oltre tutto, sono risultati poi anche pagati con i dovuti interessi, oltre a consentire la continuazione di rapporti di affari privilegiati). Il testo indagatore di “Guerra all’Europa” ci documenta particolareggiatamente la partecipazione dei banchieri e le loro mascherature ideologiche, arrivando a trovare delle espressioni socialistiche nella Bibbia, e ci riferisce ancora che ci furono perfino banchieri che non esitarono a indossare i panni di “bolscevichi americani", come furono chiamati, pur senza nulla togliere alle loro attività di affari; e quando capitò vestirono i loro finanziamenti anche della sete di vendetta per i pogrom che ancora avvenivano in Russia.
Ma, per la verità, tutto ciò finì per ribaltare la situazione economica e già con la prima guerra mondiale i capitalisti di affari transnazionali stavano ottenendo quel che più li interessava: oltre al disfacimento degli imperi centrali d’Europa e la dissoluzione della società feudale terriera nell’Impero zarista, perfino una certa qual riduzione dell’Impero inglese: un notevole passo in favore del capitalismo mondialista. Tuttavia il colpo di mano più ambito e producente per la Cupola del grosso capitale di affari, fu la conquista economica che capovolse i rapporti con la vecchia Europa, divenuta irreparabilmente debitrice di Wall Street e dell’economia americana e quindi rimasta ricattata e assoggettata anche politicamente, come è avvenuto in particolare per la Gran Bretagna.
Nel 1939 infatti Lord Halifax, ministro degli Esteri, si giustificava dichiarando che Roosevelt e gli Stati Uniti sarebbero divenuti ostili verso la Gran Bretagna, se essa non fosse scesa in guerra [17]
Secondo quanto scrive Jacques Bordiot, le prime tappe per l’instaurazione di un Governo Mondiale sono da ricercare nell’elezione a presidente degli Stati Uniti di Thomas Woodrow Wilson nel novembre del 1912, «con una manovra di finanzieri internazionali, condotti dalla Banca J. P. Morgan, principale sostegno del Gruppo della Round Table americano e agente negli “States” dei Rothschild di Londra». [18] Jacques Bordiot ha citato anche la testimonianza del colonnello americano Curtis B, Dall, [19] amico di Bernard M. Baruch, finanziere israelita, altra eminenza grigia, consigliere economico di sei presidenti americani, membro di società segrete di grado superiore come la “Pilgrim’s Society” e il “Council on Foreign Relations”(CFR). Baruch gli confidò di essere stato proprio lui ad andare a prendere Thomas W. Wilson, per accompagnarlo a conferire con i finanzieri di Wall Street. Wilson si impegnò a sostenere , oltre l’entrata in guerra degli Usa, la legge istitutiva della Banca Centrale privata, chiamata col nome fuorviante “Federal Reserve Sistem”, oltre l’elezione  di senatori ecc. I plutocrati di Wall Street spesero milioni di dollari per la campagna elettorale di Thomas Woodrow Wilson, che venne poi affidato anche alla sorveglianza dell’eminenza grigia, longa manus dei plutocrati di Wall Steet sedicente “colonnello” Edward Mandell House, [20] affiliato alla società segreta Illuminatista dei “Masters of Wisdom”, (Maestri della Saggezza). Edward Mandell House partecipò a molte manovre segrete che sfociarono nella prima e poi a,che nella seconda guerra mondiale.
Confermano queste  pulsioni alla guerra anche le risultanze di un convegno segreto di banchieri e politici di vertice, riuniti paradossalmente, e con strafottente senso di humor, proprio nella “Fondazione Carnegie per la pace” per fomentare  invece la guerra, già anni prima del 1914. Cfr. articolo di M. William P. Hoar intitolato: “World War I”. sull’accreditata rivista “American Opinion”, del 1976, in base a documenti originali scoperti nel 1950.  Da molti indizi traspare che ci potrebbero essere state parecchie altre riunioni segrete tra banchieri, industriali e politici delle quali non si è potuta rintracciare ancora una documentazione specifica, ma sappiamo comunque che i banchieri di affari di Wall Street e della City non trascurarono occasione per fomentare la guerra specialmente in Europa. Pellicano ci ha raccontato dettagliatamente nel suo libro anche un altro convegno segreto ad alto livello nell’isola di Jekyll, in cui fu complottata la realizzazione della Banca Centrale degli Stati Uniti, che venne chiamata col termine fuorviante “Federal Reserve”, convegno in cui fu discussa e progettata in alcuni dettagli, anche la conflagrazione della prima guerra mondiale, già decisa.
Indagando le cause nascoste della prima (e poi anche della seconda) guerra mondiale. Pellicano oltre a raccontare le riunioni segrete di magnati della cosiddetta “alta Finanza” per complottare la guerra in Europa, ci documenta che finanche la preparazione e la regia dell’assassinio del principe ereditario austriaco erano state organizzate negli Usa dalla setta terrorista segreta della “Mano Nera” che era una filiazione massonica guidata dal colonnello serbo Dragutin Dimitrievich,  questa setta nata negli Usa tra immigrati serbi, era sostenuta e pilotata a Chicago da finanziatori americani occulti, ce ne parla nel suo diario intimo il fantomatico “colonnello” House, eminenza grigia israelita, implicato anche in tanti successivi complotti. La Mano Nera pianificò il casus belli,della Prima Guerra Mondiale, l’assassinio del Principe ereditario dell’Impero austroungarico, arciduca Francesco Ferdinando  d’Austria e armò l’attentatore Gavrilo Princip e diversi altri, Pellicano ci documenta che dopo l’arresto di Princip e di un suo complice, l’Impero austroungarico chiese alla Serbia di assumersi le proprie responsabilità per l’attentato, ed avendo questa negato ogni addebito, l’Impero austroungarico dichiarò guerra alla Serbia. L’Impero russo,  che si considerava protettore dei popoli slavi nei Balcani, mobilitò le sue truppe alla frontiera con l’Impero austroungarico, ma l’interessato, amico dei banchieri di Wall Street, guerrafondaio, ministro della Guerra russo Grigorij Jakovlevič Sokol'nikov, senza averne neppure parlato con lo Zar, diede l’ordine di mobilitazione delle truppe anche alla frontiera con la Germania, allargando così la guerra localizzata tra Austria e Serbia anche alla Germania; ne restò coinvolta l’Europa intera e fu la prima guerra mondiale.
I plutocrati della Consorteria di Wall Sreet e della City riuscirono a tenere separati e nemici lo Zar e il Kaiser, evitando così la costituzione di un polo industriale europeo, intimamente collegato con le enormi disponibilità di materie prime dell’impero dello Zar; ma, essendosi, poi, lo Zar rifiutato di lasciarsi asservire dai banchieri “d’assalto” di Wall Street, e della City di Londra, (sia pure rinunziando soltanto alla sovranità monetaria per delegarla ad una Banca Centrale privata, (come avevano già ottenuto i banchieri d’affari in molti altri Stati), questi estroversi banchieri si risolsero a finanziare la Rivoluzione d’Ottobre per arrivare ugualmente a conquistare le ricchezze minerarie dell’impero russo, come infatti nel tempo è avvenuto. Si voleva ottenere una nuova classe dirigente nella quale sarebbe stato più facile, per loro, inserire una nomenklatura infiltrata da parecchi elementi massoni, ebrei, socialisti e “comunisti” a  libro paga dei banchieri di Wall Street. Anche se. invece, le cause immediate esposte per giustificare i finanziamenti sono servite a mascherare di ragioni ideali i loro prestiti (che, oltre tutto, sono risultati poi anche pagati con i dovuti interessi, oltre a consentire la continuazione di rapporti di affari privilegiati). Il testo di questo esclusivo volume ci documenta particolareggiatamente la partecipazione dei banchieri e le loro mascherature ideologiche, arrivando a trovare delle espressioni socialistiche nella Bibbia e ci furono perfino banchieri che non esitarono a indossare i panni di “bolscevichi americani", come furono chiamati, pur senza nulla togliere alle loro attività di affari; e quando capitò vestirono i loro finanziamenti anche della sete di vendetta per i pogrom che ancora avvenivano in Russia. Ma, per la verità, quel che più concretamente  avvenne, già con la prima guerra mondiale i capitalisti di affari transnazionali stavano ottenendo, oltre il disfacimento degli imperi centrali d’Europa e la dissoluzione della società feudale terriera nell’Impero zarista, perfino la riduzione dell’Impero inglese: un notevole passo in favore del capitalismo mondialista. Tuttavia il risultato più ambito e producente per la Cupola del grosso captale di affari, fu la conquista economica che capovolse i rapporti con la vecchia Europa, divenuta irreparabilmente debitrice di Wall Street e dell’economia americana.
Al finanziamento dei rivoluzionari parteciparono i più potenti finanzieri ebrei: i Warburg, i Gunzburg, gli Schiff[21] e i Kahn, i Rockefeller, ma anche Max Breitung, Jerome H. Hanauer, il banchiere svedese Olof Aschberg e i Gugenheim; [22] tutti membri della B’nai B’rith.
In questo suggestivo libro rivelatore di tanti fatti e misfatti nascosti, di tante avventure, di tante occulte regie, in realtà vengono indagati anche i retroscena dell’entrata in guerra degli Stati Uniti, che attesero bene che le nazioni europee si rovinassero e si massacrassero senza sosta in un conflitto annientatore, per intervenire al tavolo della pace soltanto a cose fatte, con la loro potenza militare ed economica fresche e intatte, anzi moltiplicate. Il loro intervento fu valutato non ulteriormente procrastinabile anche per evitare il pericolo della impossibilità di restituzione dei prestiti di guerra ottenuti dai belligeranti più disastrati.
Un particolare non deve essere trascurato e invece dobbiamo valutarlo con estrema attenzione, il fatto che i sionisti pretesero dalla Gran Bretagna in difficoltà, di far entrare gli Stati Uniti in guerra in aiuto dell’Inghilterra soltanto se quella avesse promesso la Palestina per far rinascere nel dopoguerra un  “focolare nazionale ebraico”; e la Gran Bretagna promise la Palestina con la “Dichiarazione Balfour”. Noi oggi possiamo facilmente riconoscere, col senno del poi, la Palestina come uno dei punti nevralgici più armati per la valutazione storica di questa vicenda.
La Gran Bretagna, quando era intervenuta in guerra, proclamando di farlo disinteressatamente, soltanto per difendere il ”poor Belgium”, aveva costituito un rigoroso blocco navale, inserendovi non solo armi e munizioni, ma anche tutte le altre merci, di cui, le convenzioni internazionali permettevano invece ai belligeranti l’importazione; la strategia del blocco navale subì nel 1911 un radicale inasprimento, voluto dal venerabile (?) massone e Primo Lord dell'Ammiragliato Winston Churchill. Pertanto il criminale blocco navale, ottenne di ridurre alla fame gli imperi centrali, causando milioni di morti tra la popolazione civile per fame e per malattie causate dagli stenti, specialmente vecchi, bambini e donne. All'illegalità del blocco, il Reich rispose  con la «guerra da corsa», condotta nel rispetto delle norme internazionali, col fine di ostacolare l'approvvigionamento dell'Inghilterra. Ma la minaccia dei sommergibili tedeschi, tanto efficace da ridurre dell’ottanta per cento l’attività della navigazione intorno alle isole inglesi, era condotta da una ben modesta flottiglia di non più di una ventina di U-Boote. Inoltre il numero dei battelli in missione contemporanea si riduceva spesso a sole due unità, per i tempi di avvicinamento dalle basi di partenza e per i tempi di riparazioni, manutenzione e allestimento.
Tuttavia la propaganda dell’Intesa era ovviamente univoca e manichea. I Tedeschi erano “gli Unni”, la loro guerra era barbara e la lotta dell’Intesa era la Crociata della “Libertà contro la barbarie teutonica”.
Grande scalpore sollevò, poi, nel maggio 1915, l’affondamento del transatlantico Lusitania, che stava collegando New York con l’Inghilterra con un grosso carico di munizioni che esplosero pochi minuti dopo il siluramento, aprendo enormi falle all’acqua. La nave aveva imbarcato passeggeri anche americani. l.a tragedia conseguente fu pompata dai giornali e dalla radio; fu anche affisso un suggestionante manifesto che raffigurava una madre fra le onde che sollevava disperatamente il suo bambino piangente. La propaganda dilagò sui media neutrali e dell’Intesa, che speravano di strumentalizzarla per farne un casus belli onde ottenere l’entrata in guerra degli Usa. Se ne fa ancora un gran parlare da certi storici che hanno dimenticato che il transatlantico Lusitania, non solo era carico di munizioni, ma era anche armato con un cannone da 152 millimetri, capace di affondare al primo colpo qualsiasi sommergibile, per cui doveva essere considerato una nave da guerra ausiliaria. Addirittura se ne fece una false flag, per l’entrata in guerra degli Usa; ma Wall Street ritenne che i belligeranti europei non si fossero ancora sufficientemente straziati e collassati. D’altra parte le forniture di armi, munizioni aerei e altri generi, vettovaglie, alimenti ecc. costituivano fortissimi guadagni e generavano anche l’urgenza della concessione di altrettanto forti prestiti, largamente concessi dalle usuraie banche di affari statunitensi dietro forti interessi. Ma, tant’è lo scalpore gonfiato all’epoca dura ancora al punto che qualche “storico” distratto è convinto ancora oggi, che gli Stati Uniti siano entrati in guerra per l’indignazione provocata dall’affondamento del Lusitania.
Fino a che punto fosse giunto l’incancrenimento dell’odio, lo dimostra il brano di questa lettera scritta all'amico Ezra Pound, nel maggio 1915, dall'inglese Henry Gardier-Brzeska: “Avevamo una decina di prigionieri, quando abbiamo saputo dell'affondamento del Lusitania; dopo una decina di minuti di discussione con i sottufficiali, li abbiamo ammazzati col calcio dei fucili. Alcuni soldati tedeschi che si erano arresi, strisciavano sulle ginocchia. Tenevano in mano, sopra le teste, fotografie di una donna o di un bambino. Ma li abbiamo uccisi tutti.
Si attese quindi il momento “opportuno”, ma si dovette resistere ancora esasperatamente finché due anni dopo, il 19 marzo, fu affondato un altro transatlantico, il Vigilantia, con tutto il suo equipaggio. Nessuno riuscì a salvarsi per le enormi falle aperte dallo scoppio delle munzioni imbarcate; non fu difficile  allora per il  Presidente Wilson ottenere l'approvazione da parte del Congresso per una partecipazione diretta nel conflitto. Era il 2 aprile del 1917.
Renzo Pellicano ci relaziona ancora sui particolari romanzeschi del viaggio di Lev Trotskij sulla nave finlandese “Cristiania Fjord” con altri 275 compagni rivoluzionari di vertice e con molto cospicui finanziamenti, oltre  ad esponenti del mondo industriale americano (di cui è stata nascosta l’attività preliminare a rapine di sconfinati beni del sottosuolo, avvenute in seguito, negli anni 1990, in Russia). Trotskij & C. raggiunsero appunto in Russia Lenin, il quale era già arrivato per via terra, attraversando incredibilmente perfino la linea del fuoco nel famoso “vagone piombato”.

Si ricordi sempre quanto ci ha spiegato nel cap. I Nicholas Murray Butler e cioè che: «Il mondo si divide in tre categorie di persone: un piccolissimo numero che fanno produrre gli avvenimenti; un gruppo un po’ più importante che veglia alla loro esecuzione e assiste. al loro compimento, e infine una vasta maggioranza che giammai saprà ciò che in realtà è accaduto».
Il Presidente Thomas W. Wilson una volta insediatosi al tavolo della pace, a Versailles, a pontificare con l’ottusa o forse corrotta, anzi ricattata e comunque collusa, collaborazione dei due premier: inglese, David Lloyd George e francese, George Clemenceau , assistito dai suoi centodiciassette consiglieri, [23] capeggiati da Bernard Baruch (più del novanta per cento erano banchieri ebrei), inventò tanti stati artificiali, senza storia, come ripetiamo, esasperò incredibilmente nazionalismi e particolarismi, cinicamente spaccò l’Europa per lasciare incolmabili fossi di odio esasperato tra i popoli, a garanzia della prossima conflagrazione di una seconda guerra mondiale per completare la distruzione dell’Europa e delle Nazioni iniziata con la prima.
Si deve anche tener conto di chi potesse giovarsi di un prolungamento nel tempo del conflitto  sospeso e della conseguente ulteriore prostrazione delle nazioni europee di entrambe le alleanze. Oltre tutto una strategia che creò anche una potenza nemica dell’Europa ad est per il prosieguo delle operazioni  di sfaldamento e consunzione dell’Europa nella seconda fase, cioè nella seconda guerra mondiale.  La mancanza di proteste delle nazioni dell’Intesa dimostra l’unicità del comando nella guerra dell’Intesa al contrario di quanto è avvenuto nel campo avverso, in cui gli imperi centrali non riuscirono a mantenere un’unità strategica e tattica dei propri alleati al di sopra dei loro interessi particolari.

Dopo Versailles, la Germania, devastata dalla guerra, schiacciata da un debito di guerra ingente, senza più riserve auree, senza più una flotta militare, con la flotta mercantile ridotta alle sole navi di piccolo tonnellaggio, senza locomotive e senza le migliori vetture ferroviarie,  con un esercito limitato a soli centomila uomini, senza cannoni e senza carri armati, annichilita da oltre sette milioni di disoccupati, distrutta economicamente per industrie in rovina, fallite o chiuse e importazioni inesistenti, non avrebbe mai potuto risorgere senza un aiuto finanziario adeguato al disastro del  Dictat.
Per riaccendere la guerra disgregatrice in quest’Europa, pure smembrata, e scissa a Versailles (ma era ancora un’Europa che resisteva al completo asservimento, legata alle sue secolari tradizioni, alla sua orgogliosa identità, alla sua storia millenaria), si doveva ridare alla Germania annientata economicamente, la possibilità di riprendere le armi, secondo il programma già deciso. Fu messo quindi in atto un piano luciferino, finanziando e favorendo il riarmo della Germania, affinché questa potesse fungere da detonatore nella situazione instabile e potenzialmente esplosiva - creata da Wilson e dai suoi funesti “consiglieri-banchieri”, a Versailles - onde poter giustificare poi le strumentali e ipocrite ”reazioni” delle demoplutocrazie occidentali e della precostituita e ben assecondata Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS) ad Est.
Dunque il rilancio economico della Germania venne reso possibile da un massiccio afflusso di capitali, [24] ovviamente dell’International Banking Fraternity, già molto prima della scalata al potere dei nazionalsocialisti. Il considerevole afflusso di capitali fu facilitato a seguito di un'abile svalutazione del marco [25]. Nel peiodo 1924 - 26 Wall Street e la City di Londra, vale a dire: la National City Bank, la Chase Manhattan Bank,  la  Morgan Bank, la Kuhn & Loeb Bank, la Standard Oil dei Rockefeller, la General Motors e Paul Warburg trasferirono all’economia tedesca  975 milioni di dollari, dei quali 170 destinati alla creazione  di tre grandi cartelli: Vereinigte  Stahlwerke (acciaio), IG-Farben (chimica), guidata dalla potente famiglia ebraica dei Warburg, AEG (settore elettrico).
I banchieri della Morgan Bank e il direttore della Banca d'Inghilterra Montagu Norman fin dal 1924 avevano, infatti, escogitato il “Piano Dawes” (Charles G. Dawes, 1924), assieme al Piano Young che permise la stabilizzazione dell’economia tedesca, favorendo l’afflusso di capitali stranieri in Germania, Il Piano Young (Owen D. Young) [26] sostituì il 7 giugno 1929 il Piano Dawes offrendo soluzioni meno pesanti, con la suddivisione dei versamenti a pagamento dei  prestiti in 59 anni.
Il libro dello storico  Antony Cyril Sutton: Wall Street and the rise of Hitler, [27]  documenta chiaramente la storia segreta dell'espansione rivoluzionaria nel ‘900. Nella prima parte del suo volume l’Autore dimostra che l'ascesa del nazionalsocialismo, e pure il suo enorme sforzo bellico, sono stati consentiti dall'assistenza economica e tecnologica offerta fin dagli anni Venti da Wall Street alla Repubblica di Weimar.   Antony C. Sutton, ha evidenziato che i negoziati per la "ricostruzione" videro al tavolo delle trattative da una parte banchieri come Charles Dawes e Owen Young, notori esponenti dell'Establishment supercapitalista, dall'altra il presidente della Reichsbank Hjalmar Horace Greeley Schacht, anche lui legato all'Establishrnent da vincoli familiari. [28]
Potrebbe sembrare paradossale che se ne sia occupata proprio la Cupola del grosso Capitale Transnazionale, la quale intervenne già fin dai primissimi anni Venti con forti aiuti economici alla Germania di Weimar. Nel contempo, completando la strategia decisa, i tre principali cartelli industriali di Weimar  e cioè Vereinigte Stahlwerke (carbone e acciaio), AEG e Osram (elettricità) e pure IG Farben (chimica), furono tutti e tre finanziati compiutamente da Wall Street. Lo storico  Antony Cyril Sutton nel suo libro Wall Street and the rise of Hitler, [29] documenta chiaramente la storia segreta dell'espansione rivoluzionaria nel ‘900. Nella prima parte del suo volume Sutton dimostra che l'ascesa del nazionalsocialismo, e pure il suo enorme sforzo bellico sono stati consentiti dall'assistenza economica e tecnologica offerta fin dagli anni Venti da Wall Street alla Repubblica di Weimar, e che tanti aiuti alla Germania erano prestati unicamente per il secondo fine di metterla in condizioni di “aprire le operazioni belliche in Europa”. E perché ciò potesse avvenire, come vedremo in seguito, ci fu prima anche la politica di “appeasement”, che lasciava mano libera in Europa a Hitler per le sue rivendicazioni nazionali, in modo che lo stesso si sentisse incoraggiato e quasi spronato ad agire con la forza. Contemporaneamente l’URSS di Stalin aveva fin dai tempi della Repubblica di Weimar costantemente attuato una strategia di collaborazione politica e commerciale, fornendo alla Germania tutti gli aiuti, che neanche la simpatizzante Italia avrebbe dato. Pellicano ci ha documentato che l’URSS, unico Stato nemico a farlo, aveva rinunziato a chiedere le riparazioni di guerra, passando poi per il patto di Rapallo e per una sempre più stretta ed efficace collaborazione economica e commerciale, fornendo pure alle risorgenti forze armate tedesche la possibilità di riarmarsi e di esercitarsi in territorio sovietico, per sfuggire alle ispezioni delle Commissioni di controllo alleate. Il dittatore comunista si spinse fino all’”assurdo” di comandare al partito comunista tedesco di appoggiare i nazionalsocialisti nelle elezioni del 1933; Stalin aveva già scelto di fare di Hitler  la sua “nave rompighiaccio”, [30]  cioè si aspettava che la Germania nazionalsocialista, conquistando l’Europa, avesse messo in ginocchio Francia e Gran Bretagna, onde aprirle alle rivoluzioni comuniste; vedremo in seguito come favorì la Germania in guerra. Era, dunque, un piano concordante con quello dei plutocrati d’America per la distruzione dell’Europa. Non concordava, ovviamente, nel fine ultimo delle progettate rivoluzioni comuniste. Pertanto gli stessi banksters hanno usato Stalin per il raggiungimento del loro scopi, ben attenti  a non consentirgli la realizzazione  delle rivoluzioni comuniste..

Si dice che poi decisero di appoggiare il partito nazionalsocialista e Hitler, in una riunione segreta di banchieri, Comunque sia, Pellicano assicura che Pierre Faillant de Villemarest ha documentato che i nazionalsocialisti abbiano ricevuto dai Banchieri d’affari americani complessivamente in quattro anni, cioè dal 1929 al 1932, trentadue milioni di dollari;  infatti nei piani dei Banchieri di affari di Wall Street e della City di Londra, la Germania doveva rinascere per poter essere strumentalizzata ad usare la forza per recuperare i Volksuddeutsken, i tedeschi etnici irredenti, perseguitati in Polonia. Una cinica strategia preordinata nei dettagli anche nelle vicende precedenti, il cosiddetto “appeasement” durante il quale gli “Alleati” furono indirizzati dal vertice unico plutocratico a consentire a Hitler di liberare e incorporare nel Terzo Reich i Tedeschi etnici: Austriaci, Sudeti, e rioccupare la Renania, che era stata smilitarizzata, oltre ad occupare anche l’intera Cecoslovacchia per farne due protettorati. L’appeasement quindi fu una manovra, durata sette anni per ottenere che Hitler potesse sentirsi più sicuro della comprensione amichevole delle demoplutocrazie occidentali.
Intanto Mussolini si era proposto decisamente di forgiare il carattere degli italiani, come aveva affermato nel discorso del 28 ottobre 1926  «Creeremo l’“italiano nuovo”» e continuava a ribadirlo nel 1933, quando scriveva: «Oggi noi seppelliamo il liberismo economico. Noi abbiamo respinto la teoria dell’uomo economico, la teoria liberale, e ci siamo inalberati tutte le volte che abbiamo sentito dire che il lavoro è una merce. L’uomo economico non esiste, esiste l’Uomo integrale che è politico, che è economico, che è religioso che è guerriero» [31]. Il fascismo partiva quindi dalla rieducazione del popolo,  attraverso una attenta e ben studiata propaganda, usando anche strumenti efficaci come la radio, il teatro di massa [32], e più tardi, anche il cinema e in particolare, rivolgendosi ai giovani. le cui coscienze più facilmente potevano accogliere le impronte delle nuove idee. Enzo Erra ha scritto che il fascismo è azione e che «propugnava l’intervento [dell’individuo] nella vita e nella storia […]». De Felice ha restituito alla loro concreta «realtà storica gli sforzi compiuti dal regime fascista per trasformare l’italiano in un “uomo nuovo”». [33]
Ha riconosciuto, infatti, Renzo De Felice: «Il fascismo è un fenomeno rivoluzionario[…]  che tende alla mobilitazione delle masse e alla creazione di un nuovo tipo di uomo» [34]. E più avanti: «Un altro elemento rivoluzionario è che il fascismo italiano[…] si pone un compito, quello di trasformare la società e l’individuo in una direzione che non era mai stata sperimentata né realizzata» [35]. Concorda Pierre Milza (eminente storico francese, comunista): «con la campagna antiborghese si voleva sostituire all’individuo decadente prodotto dalla cultura borghese un ”uomo nuovo” dinamico, virile, deciso, efficace, pronto a qualunque sacrificio, indurito da un’educazione spartana e dagli effetti sublimati del rigore autarchico» [36]. Su un binario parallelo, nel 1930 Niccolò Giani aveva fondato nell’università di Milano la “Scuola di Mistica Fascista” (SMF) che ebbe tra i seguaci e i docenti intellettuali di primo piano in tutta Italia. Coerentemente con le loro idee molti andarono volontari in guerra [37]: Niccolò Giani cadde in Albania; caddero in combattimento anche i docenti Guido Pallotta e Berto Ricci e molti altri di questi giovani militanti (cinque le Medaglie d’oro) [38].«Con i “mistici” capeggiati da Niccolò Giani tornava l’anima più genuina e fedele al fascismo delle origini, riecheggiando quello spirito genuino delle origini che negli anni era stato represso e coinvolto nel compromesso conservativo, «vera e propria “guardia armata”, questa si, dell’immobilismo sistematizzato e strumentale», come ha scritto Luigi Emilio Longo [39].
Mussolini aveva ancora da risolvere gravi problemi di mancanza di lavoro in Italia, per cui ancora troppi italiani erano costretti ad emigrare, producendo così la depauperazione delle forze vitali in patria ed il rafforzamento delle nazioni concorrenti. Oltre alla lottizzazione di poderi nelle bonifiche in Italia, e dei villaggi agricoli in Libia, fu necessario creare uno sbocco al lavoro italiano in Africa orientale. Tale iniziativa è oggi criticata da storici asserviti al potere egemone globalista, come politica coloniale arretrata, poco producente e troppo costosa; costoro non hanno capito lo spirito che ha animato la conquista dell’”Impero”; si trattava di aprire una terra semiselvaggia al lavoro delle masse di italiani dispersi all’estero, per redimerla e civilizzarne gli indigeni, onde farne una fonte di ricchezza per la madre-patria, ma anche fonte di ricchezza per i coloni e per i popoli autoctoni. Lo ribadìrà Mussolini, nel discorso della proclamazione dell’Impero: «Impero di civiltà e umanità per tutte le popolazioni d’Etiopia». Conferma questi principi di civiltà Renzo De Felice: «Non si tratta di imperialismo di tipo inglese o francese: è un imperialismo, un colonialismo che tende all’emigrazione, che spera cioè che grandi masse di italiani possano trapiantarsi in quelle terre per lavorare, per trovare quelle possibilità che non hanno in patria. Insomma non si parte tanto dall’idea di sfruttare le colonie, quanto soprattutto dalla speranza di potervi trovare terra e lavoro» [40]. 
La conquista dell’Impero fu rapida e vittoriosa, ma venne ostacolata dalla Società delle Nazioni, egemonizzata dalla Gran Bretagna [41], decretando sanzioni economiche per le quali l'Italia non avrebbe potuto più importare né materie prime né prodotti industriali; ma ciò rimase pura teoria. La patetica reazione della Società delle Nazioni giovò al regime fascista ed all’economia italiana in due direzioni. Il regime seppe approfittare efficacemente di queste sanzioni piuttosto teoriche: fu proclamata l’"Autarchia”, fu ottenuta l'offerta dell'oro alla Patria nella “Giornata della Fede” (medaglie, monete, anelli), ma anche ne rimase esaltata la forza del fascismo “che non si lasciava piegare da ben cinquantadue nazioni e soprattutto dalle potenze plutocratiche, decise ad impedire all'Italia di avere il suo "posto al sole".  Soltanto Germania, Giappone e Stati Uniti non votarono le sanzioni economiche. L’autarchia produsse un incremento della ricerca di nuovi sistemi di produzione autarchica, orientò i consumi verso i prodotti italiani e incrementò la produzione agricola: con la “Battaglia del grano” e con la meccanizzazione dell’agricoltura si raggiunse l’autosufficienza, svincolandosi dalla dipendenza straniera. Si incrementarono le industrie estrattive e si ottenne dalla Germania nazionalsocialista la vendita di materie prime indispensabili e di prodotti “sanzionati”. Parlando della guerra d’Africa è stata diffusa da giornalisti, ma anche da Denis Mac Smith e poi da Angelo Del Boca, la calunnia che gli italiani avrebbero usato i gas asfissianti, provocando le smentite e le testimonianze di moltissimi protagonisti della guerra d’Africa; a noi basta far notare che il Negus mai disse che lo abbiamo combattuto col gas, benché ne avrebbe avuto tutto l’interesse.

Ritenendo di aver condizionato Hitler, con i sette anni dell’”Appeasement”, rassicurandolo sulla comprensione dei suoi avversari democratici, si arrivò alla conclusione della strategia amichevole per creare il previsto “casus belli” affinché si potesse poi, dare alle demoplutocrazie una scusa, un appiglio apparentemente plausibile per entrare in guerra, dando così cinicamente inizio alla seconda guerra mondiale.
Danzica era una città abitata esclusivamente da Tedeschi, per cui gli impudenti impositori del Dictat, a Versailles, non riuscendo ad assegnarla alla Polonia, la costrinsero nel paradossale assetto giuridico di città libera, sotto la giurisdizione di un commissario della Società delle Nazioni, ma, concretamente, sotto il controllo di truppe polacche. Vollero dare anche alla Polonia un illogico e innaturale sbocco al mare tagliando dal territorio tedesco una enorme fetta dell’alta Slesia, un cosiddetto paradossale “corridoio” largo addirittura 50 kilometri in un territorio altamente industrializzato, popolato quasi esclusivamente da Tedeschi; tagliando così la Germania in due. Molti altri tedeschi “volksuddeutschen”erano rimasti nelle loro terre ancestrali assegnate alla Polonia. Nel dopoguerra il Maresciallo Joseph Pilsudski, Presidente della Polonia, pur conoscendo l’orientamento delle plutodemocrazie, avendo poi visitato le fortificazioni della Linea Maginot sulla frontiera della Francia rispetto alla Germania, si era reso conto che l’esercito francese, in caso di guerra, si sarebbe schierato dietro le potentissime fortificazioni della Linea Maginot e sarebbe rimasto sulla difensiva: una realtà che annullava tutte le previsioni. Belle parole e promesse demoplutocratiche di accorrere a difendere la repubblica polacca in caso di eventuale aggressione.
Di conseguenza Pilsudski aveva impostato una politica conciliante, sancita nel 1934 da un Trattato di non aggressione e di reciproca consultazione con il Terzo Reich. Un anno dopo il maresciallo Pilsudski moriva stranamente all’improvviso. Storici, studiosi e testimoni dell’epoca sospettarono che Pilsudski fosse stato avvelenato a causa della sua amicizia con la Germania. Ufficialmente fu dichiarato, come si è ripetuto nella storia in tanti simili casi (senza cadere nella smentita di un’autopsia), che quella strana morte era stata causata da un tumore fulminante al fegato.
Hitler e i suoi collaboratori, pur essendo straziati dalle orribili notizie che giungevano quotidianamente dai consoli tedeschi in Polonia continuarono “pazientemente” (si trattava di una pazienza soltanto apparente) a trattare diplomaticamente per risolvere la questione di Danzica, del “corridoio” attraverso la Slesia occupata dalla Polonia. Poi ancora diplomaticamente continuarono nella difesa dei tedeschi perseguitati e massacrati in Polonia su cinica istigazione delle demoplutocrazie, e pertanto tentarono di rivolgere la loro diplomazia alla radice del problema, cercando cioè di trovare un qualche appoggio in Inghilterra, fonte principale delle istigazioni al massacro più provocatorio di tedeschi etnici. Ma Hitler trovò in Halifax un imperturbabile e cinico muro di gomma. Resistevano, è vero, ancora in Inghilterra molti politici disposti a difendere la pace: i continui instancabili sovrumani sforzi diplomatici superarono ogni aspettativa di chi non riusciva a capire quanto orrore fosse necessario per ottenere la provocata guerra guerreggiata.
Mussolini, il Papa e altri politici esasperati e inorriditi, intervennero sui polacchi per fermare le feroci squadracce sanguinarie di ebrei e bolscevichi organizzati di Polonia e perfino mobiliati dai Servizi segreti della Russia sovietica mentre cominciava ad accorrere anche qualche volenteroso, esaltato e perfino inferocito soldato dei reparti regolari dell’Esercito polacco. I tedeschi etnici continuavano a morire assassinati con modalità strazianti in un crescendo di follia sterminatrice.
Il ministro degli Esteri rumeno principe Michel Sturdza ha scritto: «Gli uomini e le donne tedesche venivano cacciati come bestie selvagge per le strade di Bromberg. Quando venivano catturati, venivano mutilati e fatti a pezzi dalla folla polacca. Ogni giorno il massacro aumentava. Migliaia di tedeschi partivano dalle loro case in Polonia con solo i vestiti addosso. Inoltre non vi era alcun dubbio che l’esercito polacco stesse preparando i piani per il massacro di Danzica. Nelle notti tra il 25 ed il 31 Agosto 1939, ci furono, oltre a innumerevoli attacchi a civili di sangue tedesco, ben 44 atti perfettamente autenticati di violenza armata contro tedeschi e loro proprietà. Nella notte del 31 Agosto un gruppo di disperati polacchi occuparono la stazione di trasmissioni radiofoniche tedesche di Gleiwitz…» [42]

Mentre David Irving conferma ciò che altri avevano già detto circa l’intenzione di Hitler di non aggredire l’Inghilterra: « Per 20 anni Hitler aveva sognato un’alleanza con l’Inghilterra. Fino a guerra inoltrata egli rimase attaccato a questo sogno con la vana e ridicola tenacità di un amante che non vuole ammettere di non essere corrisposto. Come disse Hitler al Maggiore Quisling il 18 Agosto 1940: ”dopo aver fatto una proposta dietro l’altra agli inglesi circa la riorganizzazione dell’Europa, mi trovo ora costretto contro la mia volontà a combattere questa guerra contro l’Inghilterra.”» [43]
Il principe Sturdza racconta anche: «Solo poche ore dallo scoppio delle ostilità fra la Germania e la Polonia, Mussolini, rinnovando i suoi sforzi per la pace, propose a tutte le potenze interessate un’immediata sospensione delle azioni belliche e l’immediata convocazione di una conferenza fra le grandi potenze, alla quale avrebbe partecipato anche la Polonia. Le proposte di Mussolini furono sollecitamente accettate da tutti i governi interessati, tranne che dalla Gran Bretagna.» [44]
Churchill aveva imposto di non rispondere alle proposte italiane.
Potrebbe dirsi che la guerra europea sia divenuta la Seconda Guerra Mondiale il 12 settembre 1941, quando il presidente Roosevelt, pur senza aver interpellato il Congresso, ordinò alla Marina americana di affondare qualsiasi nave da guerra tedesca che avesse incontrato.
Ci conforta in quest’idea l’illustre storico americano della cosiddetta “Alta Finanza” Ferdinand Lundberg, il quale specifica nelle mille pagine del suo ben documentato bestseller: «Lungi dal salvare il mondo nel 1914-16, i magnati dell’industria sono stati i principali promotori della guerra, sono essi che hanno spinto gli Stati Uniti nel conflitto col pretesto di assicurare la libertà dei mari e il trionfo della democrazia» [45]. Lungo tutto l'arco della guerra si assiste all'"imparziale" sostegno finanziario, attraverso la concessione di crediti e con la prosecuzione degli investimenti, ai Tedeschi, ai Russi e agli "Alleati".

TERZA GUERRA
Renzo Pellicano ci fa constatare,  che il cinico attacco militare all’Europa con due atroci  guerre mondiali, complottate, decise e provocate fortemente dalla Cupola del Grosso Capitale Mondialista, è continuato e si è accanito ancora contro l’Europa, dal 1945 fino alla dissoluzione dell’Urss nel 1991 (e oltre; continua ancora) con una terza guerra non convenzionale: una guerra finanziaria, con l”’imposizione di una banca centrale, assolutamente privata e nutrita della truffa del Signoraggio”; una guerra psicologica; una guerra demografica; una guerra etnica; una guerra culturale; ecc. una guerra non convenzionale, ma anche più dissolutoria delle prime due, perché tenta il “lavaggio del carattere” dell’intera Europa, inquinandone e distruggendone definitivamente l’identità etnica e culturale. In particolare Pellicano ha riferito che anche Costanzo Preve nel suo libro La quarta guerra mondiale, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma, 2008, p. 143, ha scritto: «La quarta guerra mondiale in corso è una guerra di tipo geopolitico-culturale condotta dall’impero messianico USA contro tutto il resto del mondo ‘ribelle’». Pur aderendo alle tesi di Costanzo Preve, vogliamo subito chiarire che gl Stati Uniti sono il braccio armato della Cupola del Grosso Capitale Mondialista, che continua a combattere non convenzionalmente per annullare ogni resistenza all’imposizione del mondialismo attraverso l’opera degli Stati Uniti […], i quali sono, secondo Preve, un nuovo tipo di impero: messianico, geopolitico e culturale. Messianico (pur trattandosi di un messianesimo quasi del t:utto privo di secolarizzazione) in quanto sono loro a detta dell’ex presidente Clinton “l’unico paese indispensabile al mondo“. Si ricordi, aggiungiamo noi, che anche l’ineffabile Franklin D. Roosevelt predicava, secondo il vangelo-messianico-puritano-americano: ”To evangelize the world”. Geopolitico in quanto rinuncia ad un controllo capillare e formale dei propri feudi, ma si limita a disseminare il pianeta di basi militari in appoggio alla protezione dei propri traffici, nonché dei separatisti di turno (secondo la logica del divide et impera). Culturale (e psicologico, aggiungiamo noi) perché in grado di radicare  (attraverso la guerra psicologica) nei propri sudditi una forma di linguaggio e di pensiero dalle quali non ci si riesce tanto facilmente a liberare. Ad esempio per gli USA Saddam, Milosevic, Chavez, Castro…, sono il male minore, quindi va bene tutto così: tutto ciò ci porta a non ritenere meno pericolosi proprio quelli che dovrebbero essere gli alleati nel cammino da compiere.  Un piano segreto di rieducazione psicologica era già stato studiato fin dal 1944; ufficiali dell’OSS [47] studiavano il sistema per allineare rapidamente l’Europa alle esigenze politiche di Washington e per attuare un vero e proprio lavaggio collettivo del cervello per l’intero popolo tedesco e, più in generale, per i popoli d’Europa. Infatti il 10 settembre 1944  Jan E Libich e H. F. Broch de Rothermann, agenti del 2677° (sic?) Reggimento OSS Operazioni Psicologiche (Moral Operations Rome) [48] di stanza a Roma, indirizzarono, al loro superiore, capo del Settore Operazioni Psicologiche dell'OSS, colonnello Kenneth D. Mann, una relazione che è un vero e proprio piano di “rieducazione” politica e sociale della Germania (e più in generale dell'intera Europa occupata dagli “Alleati”) . Questo piano segreto è stato dimenticato, indenne, tra altri documenti secretati e distrutti; esso risulta applicato in pieno in Germania, in Giappone e anche in Italia. per ottenere un lavaggio del carattere dei popoli che avevano tenacemente combattuto la “guerra del Sangue contro l’oro”.
Nel riassumere i concetti principali della terza guerra, Renzo Pellicano accenna i Piani di “rieducazione” delle nazioni vinte: il Piano Morgenthau, più ristretto, rapidamente  sgorgò nel Piano Kalergi, più generale. Richard Nikolaus di Coudenhove Kalergi, ossessionato dal suo ideale massonico di un’Europa unita, ma svirilizzata e asservita al potere economico mondialista, sosteneva ostinatamente un velleitario sogno che portava avanti sin dagli anni venti e che venne utilizzato dai cosiddetti “Poteri Forti” per imporre la costituzione di un falso legame che si fa chiamare Unione Europea. In questa soltanto il Parlamento europeo è eletto dai cittadini dei popoli europei, ma questo parlamento è chiamato a decidere soltanto le questioni meno importanti; le decisioni che interessavano la riduzione progressiva della sovranità delle nazioni vennero emanate da altri organi costituiti dai Presidenti delle varie nazioni aderenti all’Unione o da persone nominate direttamente dall’alto.
Fu costituita la Banca Centrale Europea, assolutamente privata (come ormai sono tutte le Banche Centrali) e gli stati nazionali cedettero la sovranità monetaria alla banca privata che si fa chiamare Banca Centrale Europea ((BCE). Il presidente della BCE viene nominato dall’alto e la BCE stampa l’euro, la moneta unica, ceduta dietro pagamenti in Titoli di Stato. che non vengono mai pagati, ma generano interessi che si sommano agli interessi, costituendo il cosiddetto “Debito Pubblico” (truffa del cd. “Signoragio”). La costituzione dell’Euro quale moneta unica dell’Unione e la fondazione della BCE fu approvata nel Trattato di Maastricht, per l’Italia approvato da Andreotti, (spigliato Presidente dl Consiglio, che non sentì il bisogno di consultare il Parlamento) e da altri due disinvolti ministri, ma senza discutere l’operazione, neanche in seguito, in Parlamento.  L’Unione Europea, insomma servì a ridurre progressivamente la sovranità degli stati aderenti trasferendola (inavvertitamente per il popolo bue) ad organi occultamente diretti dal Grosso Capitale Mondialista, ma lasciando l’illusione di essere vincolati a questa Unione Europea, che in apparenza dovrebbe essere l’Unione di tutte le Patrie, le quali, però, avranno progressivamente perduto ogni sovranità. Renzo Pellicano annota diligentemente tutte le tappe di questi “asservimenti nel più incivile vassallaggio” (1999; imposizione dell’Euro e della BCE).

Ancora non bastava, però. Intervenne, infatti, un’eminenza grigia, un animatore e coordinatore politico, discreto, nascosto, ma efficientissimo: e sicuro, collegato in continuo contatto e in piena sincronia con le teste pensanti dell’establishment mondialista: Joseph Hieronimus Retinger [49], economista polacco di famiglia ebrea, ma cattolico, con concordi contatti con i gesuiti, conosciuto proprio come 'Sua Eminenza Grigia'. Fu tra i fondatori e segretario generale fino al 1952 dell'United European Movement presieduto da Winston Churchill e finanziato dall'ACUE (American Committee for United Europe) [50]. L’ideale di Retinger era ovviamente: “costruire un'Europa Unita per arrivare ad un Mondo unito in pace, guidato da Organizzazioni Sovranazionali che avrebbero garantito più stabilità ai singoli governi nazionali”.
Sappiamo ancora di più grazie a Joshua Paul, un ricercatore presso la Georgetown University di Washington. il quale ha scovato presso gli US National Archives di Washington documenti governativi americani declassificati, che dimostrano con quanta solerzia i servizi segreti degli Stati Uniti avessero condotto una campagna negli anni Cinquanta e Sessanta per costruire gli impulsi europeisti e, per quanto possibile, un’ideologia unitaria europea nei popoli, ma soprattutto fra i governi dell’Europa, onde poterli affastellare in un’Unione, chiamata Europa, ma senza carattere, tradizioni e cultura specifici, della precedente Europa [51]. Tutti stati annullati in uno spirito “atlantico” sotto l’egida Usa e ben inseriti nella sua politica per arrivare infine ad un governo unico mondiale. E in tale prospettiva fu finanziato e diretto il cosiddetto movimento federalista europeo. Infatti, tra i documenti citati esiste un memorandum, datato 26 Luglio 1950, nel quale si davano precise e dettagliate istruzioni per una campagna di promozione di un cosiddetto “Parlamento europeo”. Questo documento è firmato proprio dal generale William J. Donovan, che era stato in tempo di guerra,  capo dell’OSS (Office of Strategic Services), precursore della CIA [52].
Nel 2007, ancora peggio, il Trattato di Lisbona, che affossa definitivamente le libertà degli Stati nazionali aderenti all’UE, fu approvato, senza discutere. Tale trattato, un compendio di oltre 400 pagine, fu approvato all’unanimità senza mai essere stato letto. Tuttavia oggi, meditando sul delitto commesso dai politici, cominciamo a capire che  questo trattato prevede:
1)   l’aumento dei poteri del consiglio; un consiglio del quale nessun cittadino europeo riesce a sapere quali provvedimenti prendano i suoi membri.
2)    la diminuzione dei poteri del parlamento europeo.
3)    L’ulteriore perdita di sovranità degli stati nazionali.
E in particolare:
La UE avrà il controllo totale sulle politiche d’immigrazione (articolo 79 del TFEU), che saranno sottratte agli Stati nazionali.
Oggi l’unico organo dell’Unione europea che possa avviare nuove leggi è la Commissione europea. I commissari non sono eletti, ma scelti dagli Stati membri. L’esperienza ci dice che non sono indipendenti, ma seguono direttive [53]. Ufficialmente, le linee generali della politica dell’UE sono stabilite dal Consiglio europeo, una riunione biennale dei capi di governo degli stati membri. In realtà, i politici più influenti come Barroso, Juncker, e i capi di governo dei grandi paesi si incontrano costantemente con i politici al di fuori dell’UE e con i leader economici internazionali (cioè con le persone che sono invitate a Davos [54] ed alla Conferenza Bilderberg a porte chiuse.
Nel 1950 consistenti divergenze di vedute tra Stati Uniti e Unione Sovietica portarono l’attenzione degli Usa sul problema della labilità militare dei popoli vinti nella sfera che a Yalta fu assegnata all’Occidente; si disse che ne era scaturita la necessità di rafforzare la difesa dei paesi satelliti, ai quali fu “suggerito” di riarmarsi, per essere in grado di difendersi in caso di un eventuale attacco dell’Unione Sovietica; finché si giunse nel 1954 a tentare di costituire la Comunità Europea di Difesa. Ma essendo fallito il tentativo per l’opposizione della Francia, gli Usa vollero tagliare ogni indugio stipulando un patto di reciproca difesa col governo giapponese e concludendo anche un misterioso accordo bilaterale col governo italiano, che dopo averlo firmato, non ebbe il permesso di informarne il Parlamento. Questo accordo è tuttora valido, ma le sue clausole segrete, alla pari delle clausole segrete del Trattato di Pace, non furono mai rivelate al Parlamento. Sappiamo soltanto che sul suolo italiano sono state impiantate più di 120 basi militari Usa, ufficialmente mascherate come basi Nato [55], presidiate da notevoli formazioni di truppe speciali statunitensi (marines) per il mantenimento delle quali il nostro bilancio nazionale sborsa quattrocento milioni di euro annui, a quel che finora è dato sapere [56].
In seguito alla crisi apertasi nel 2007-2008; la supremazia del dollaro, stava per vacillare. Come era già accaduto in passato, ci fu chi pensava ad esportare l’epicentro della crisi in Europa. Un articolo del “Wall Street Journal”, del 10 febbraio 2010, riportato da Stefania Limiti durante lo sviluppo della crisi finanziaria, provocata nel 2008 dal crollo della finanza americana, riferiva di una cena ad alto livello tenutasi a New York per complottare una manovra finanziaria a cui in realtà si voleva dare la massima pubblicità, come se la segretezza fosse sfuggita al Wall Street Journal, strettamente controllato da Wall Street. Era  una notizia utile e necessaria per realizzare il piano di aggressione finanziaria all’Europa.
Pertanto si è fatto anche ricorso all’opera delle agenzie di rating, che hanno colpito l’area dell’euro, declassando il valore dei relativi titoli di Stato: un criminale gioco al ribasso per far riguadagnare al dollaro le posizioni di prestigio di qualche anno prima e contemporaneamente ottenere .lo sconquasso economico dell’Europa.
L’attacco delle agenzie di rating, preliminare ad una serie di vendite al ribasso, nella zona Euro, accompagnate da articoli negativi, ispirati da veline di Wall Street, si è completato infiltrando nei mercati sotto attacco anche una forma di strumenti finanziari derivati che si chiamano Credit Default Swaps(Cds) [57], detti  anche talvolta, più trasparentemente, derivati di assicurazione: una strategia con i mezzi più sofisticati, fra cui, anche altri famigerati derivati, definiti dal miliardario finanziere Warren Buffet  come "financial weapons of mass destruction (armi finanziarie di distruzione di massa).
In Europa avvenne che si infiltrassero anche venditori  di derivati provenienti dalla City e le stesse banche europee parteciparono all’operazione con strutture coperte  di queste vendite al ribasso; Renzo Pellicano ci riporta i particolari e ce ne spiega il cinico funzionamento.

Noi Italiani abbiamo perduto la guerra! Non abbiamo più diritti, non possiamo neanche sapere, capire; dobbiamo soltanto pagare per le truppe di occupazione che si fanno chiamare NATO.
Loro, invece, hanno vinto e continuano a festeggiare, in Russia ancora negli anni 1990, la vittoria della “Guerra patriottica”!  Sembrerebbe giusto: hanno vinto!
Due-trecentomila morti, due-trecentomila compagni lasciati a ingrassare la terra tedesca per la gloria dell’Armata Rossa, ma in sostanza soltanto per i concreti interessi del Capitalismo di Wall Sreet. Forse qualcosa era sbagliato… Ora il “Grande Timoniere”(!) Mikhail Gorbaciov, il luciferino Gorbaciov, invasato della setta massonica del Lucis Trust, sta cambiando le cose… ma in peggio: “privatizzare”.
Al reduce dalla Guerra Patriottica hanno portato un voucher per la proprietà dell’azienda ex statale, che non dà più salario; lo Stato non distribuisce più stipendi, né pensioni, né aiuti sociali. In un anno: sei, forse sette, milioni di morti di fame, di stenti, di malattie, provocate dalla deficienza assoluta di risorse economiche: vecchi, ragazzi, donne, ma anche uomini robusti muoiono!. Il Grande timoniere ripara lestamente in Occidente; Boris Yeltsin privatizza più rapidamente con l’aiuto del vice presidente Anatolij Chubais e di agenti della Cia come consulenti specializzati in privatizzazioni: è proprio la ”svendita del secolo”, la “Sale of the century”. I capitali vengono dall’America. In Russia la burocrazia statale, la Nomenklatura era costituita al 90 % da ebrei; fu facile intendersi tra correligionari per i capitalisti ebrei americani. Tutto fu privatizzato, perfino ad un centesimo circa del valore ufficiale; le enormi risorse del sottosuolo della Federazione Russa furono svendute a prezzi stracciatissimi.
Negli Stati Uniti già in tempo, finanzieri d’assalto si erano preparati a speculare sulle sventure  russe: si erano bene informati sui valori delle imprese più grosse, pingui e redditizie e sulle valutazioni delle grandi risorse minerarie dell’ex URSS; il loro intervento in massa fu ben descritto con una frase sarcastica: “l’attacco dei piraña alla carcassa di un bue grasso caduto nel fiume”.
Dalla Reuter, 1° agosto 2011: «Il Primo Ministro russo Vladimir Putin ha oggi accusato gli Stati Uniti di vivere al di là dei propri mezzi “come parassiti». La sua dichiarazione fa eco con  l’attacco di Stalin nel 1950 all'egemonia tirannica del dollaro. Stalin, come Kennedy, venne poi ucciso (avvelenato)  perché tentava di instaurare nel 1952 il rublo d'oro, uffrendo la possibilità di evitare, così, di utilizzare il dollaro come moneta mondiale di scambio. Oltre ad essere un affronto per coloro che volevano il dollaro come moneta di egemonia mondiale anche per pagare il petrolio, la politica di Stalin costituiva un attacco diretto al sistema di dominio mondiale del dollaro. Stalin fu avvelenato; tanto è bastato, ovviamente, per i Banksters, per comprare qualche traditore in Russia. Questa tesi è sostenuta egregiamente dal prof. Nicolai Starikov in molti libri, tutti purtroppo non ancora tradotti dal russo [58]. (Ovvio).

Dobbiamo ricordare che nel luglio del 1944, a Bretton Woods, fu concordato che il dollaro sarebbe stata l’unica moneta convertibile in oro; mentre tutte le altre valute potevano essere commutate esclusivamente in dollari. Con tale espediente si obbligavano gli stati a munirsi di dollari per i loro acquisti internazionali, incrementando così gli introiti da signoraggio della Federal Reserve e consentendo agli USA l’acquisto di beni e servizi all’estero disponendo di dollari, stampandoli senza limiti.
Ma nel 1971 gli USA, non potendo onorare gli impegni presi, annullarono la convertibilità del dollaro in oro. In seguito si diede una nuova convertibilità al dollaro, un surrogato, rendendo obbligatorio il pagamento in dollari per l’acquisto di petrolio; il dollaro così riusciva a mantenere il ruolo di prima moneta di scambio e bene di rifugio internazionale. Ovviamente gli Usa, stampando dollari senza alcun limite, avevano ottenuto anche la possibilità di acquistare beni e servizi senza limiti all’estero; se ne giovarono l’economia generale degli USA e quindi anche le disponibilità dei civili americani a carico del resto del mondo.
Giovedì 3 luglio 2014 Vladimir Putin ha dichiarato alla televisione: «nei primi anni Novanta le privatizzazioni-truffa in Russia? Furono manovrate dalla CIA; agenti della CIA affiancarono l’allora vicepremier Anatolij Chubais come consulenti specializzati nella privatizzazione di beni pubblici di Stato. Molti di questi agenti – ha aggiunto Putin – furono poi processati negli Stati Uniti per essersi arricchiti in maniera illecita, durante il processo di privatizzazione nel nostro Paese. Due di questi agenti erano membri dell’organizzazione “umanitaria”  USAID”».
Sembra che nessuno abbia ancora osato impegnarsi nella gravosa fatica di quantificare il potere di rapina dei piraña dell’International Banking Fraternity  nella “Sale of the Century”, la Svendita del Secolo, in Russia negli anni Novanta. Se ne è dovuto occupare Putin, il quale avrà incaricato suoi collaboratori di raccogliere i dati di queste privatizzazioni-truffa: un lavoraccio lungo, pesante e pericoloso [59]. Intanto Putin ha cominciato a recuperare e a ri-statalizzare tre importanti comparti del settore energetico russo.
Buon lavoro presidente Putin per la giustizia e per la lotta contro il capitalismo di rapina mondialista!


[1] Emilio Gentile, La democrazia di Dio. La religione nell’era dell’impero e del terrore, Laterza, Roma-Bari, 2006. Cfr. anche il fondamentalismo religioso di matrice evangelical negli Usa nel libro: Gli eletti di Dio. Lo spirito religioso dell’America, di Marco Nese, dove ha descritto in quale maniera la sindrome elettiva dei puritani non tenda per nulla ad una democrazia sociale, quanto invece ad una “repubblica teocratica” su base oligarchica, strumento diretto di una ristretta minoranza di fondamentalisti, che si spacciano come possessori di un mandato universale, del quale assicurano che si tratta della diretta volontà del Geova biblico. Quella che normalmente si direbbe una patologia da alienati è divenuta la giustificazione di un gigantesco potere che avanza pretese di universalità, e che ottiene incredibili riscontri di assuefazione e persino di condivisione, attraverso lo strumento della minaccia e dell’intimidazione, oppure dei beni materiali diffusi, col miraggio dei quali si registra l’ammorbidimento dell’opinione pubblica internazionale.
[2]Si possono trovare conferme nel libro di Sergio Romano, Il rischio americano. L’America imperiale, l’Europa irrilevante,  Longanesi,Milano, 2003, p. 17 e ss.
[3]WASP, il gruppo etnico dominante fino a cinquant’anni fa negli Stati Uniti. Una concezione tracotantemente razzista, che ha dovuto piegarsi, però, all’intromissione di molto facoltosi ebrei. Un pervadente fondamentalismo trovava e trova i suoi riferimenti in tanti incitamenti della Bibbia -  testo sacro, nella propria traduzione, anche per tutti i Wasp.
[4]Edgar L. Jones,  corrispondente di guerra per il mensile nordamericano “Atlantic Monthly” (nell’articolo  “One War is Enough”: numero di febbraio 1946).  Ma la “psicopatia” non era limitata al rango di soldato, lo stesso generale  Mark Clark, Ike Eisenhower erano soggetti da studiare per psicopatia. Lo spietato generale George Patton, che il 9 luglio 1943, prima dello sbarco a Gela: «Kill, kill and kill some,…» incitava ad assassinare gli avversari che avessero opposto una resistenza troppo decisa, anche se poi si fossero arresi: «… se si arrendono quando tu sei a due-trecento metri da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fottano, nessun prigioniero! È finito il momento di giocare, è ora di uccidere! Io voglio una divisione di assassini, perché gli assassini sono immortali!».
[6] L’anglosassone Fabian Society era un’ affiliazione massonica mondialista socialistica, diffusa in America e nell’impero britannico.

[7]Nicola II era angustiato dai precedenti prestiti ottenuti da Alessandro II e Alessandro III, per cui era stata costituita  "in pegno" buona parte del tesoro dei Romanov, custodita nelle casse delle Accepting Houses londinesi.  Era , quindi, praticamente, nelle mani dei Rothschild.
[8]Il Giappone visto come potenza continentale eurasiatica per la sua Weltashauung e per la sua “Civiltà continentale”.
[9]La scienza geopolitica vede nella storia due opposti in costante competizione per la conquista di nuovo spazio vitale via terra o via mare: potenze terrestri o “continentali” e potenze “marittime”. Esempio classico nella storia antica la competizione tra Roma e Cartagine, tra l’Impero ”terrestre” di Roma e l’impero “marittimo” dei fenici. Si può riscontrare nelle due manifestazioni geopolitiche lo sviluppo di due concezioni della vita, di due civiltà: la “civiltà marittima” basata sulle ricchezze materiali, sull’individualismo, sugli interessi economici e quindi sul liberismo economico e sul prevalere dell’economia sulla politica; la “civiltà continentale”, al contrario, si basa su principi diametralmente opposti a quelli ”atlantisti” e cioè sull’idealismo, sull’autorità e la gerarchia, sulla comunità e sulla nazione, cioè in definitiva sul primato della politica sull’economia.
[10]L’anglosassone Fabian Society era un’ affiliazione massonica mondialista socialistica, diffusa in America e nell’impero britannico.
[11]Corporate” significa gruppo di potere che manipola lo Stato per i propri egoistici interessi:”neocorporativismo anglosassone”. Al contrario nel corporativismo fascista, le corporazioni sono organi dello Stato che partecipano alla vita politica nell’interesse collettivo della Nazione. Il concetto è stato stravolto nel dopoguerra dalla “guerra delle parole” per cui il termine “corporativo”si usa impropriamente e faziosamente per qualificare interessi di parte.
[12]La politica delle “Ententes”con la Francia e la Russia venne consolidata dal massone sir Edward Grey quando divenne ministro degli Esteri.
[13]La Pilgrim’s Society era ed è tuttora un’associazione segreta angloamericana di ordine superiore, collegata, ovviamente, con l’International Banking Fraternity.
[14]Nella battaglia di Sedan (31 agosto - 1º settembre 1870) la Francia di Napoleone III fu sconfitta dalla Prussia di Otto von Bismarck, preludio alla cessione dell’Alsazia e della Lorena. Ma era ugualmente importante: controbilanciare, con un’azione militare, la crescente inferiorità economica e demografica nei confronti della Germania.
[15] Alfred Mahan, The Interest of America in Sea Power , Present and Future, Boston, 1897.
[16]Alfred Mahan, The Interest of America in Sea Power, Edizioni ‘Sampson Low’, London, 1890. (Traduzione in italiano edizioni ‘Casanova’, Torino, 1904).
[17]Le manovre militari ai confini del Canada e perfino la costruzione di tre piste di volo nella prossimità del confine, piste  ben individuabili perché malnasoste con strisce di zolle erbose mal disposte, che costituivano una chiarissima  minaccia di guerra degli USA al Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda se non fosse entrata in guerra contro la Germania, anche per il vincolo di un pesantissimo debito di guerra (della Prima Guerra Mondiale). Un asservimento che con la Seconda Guerra mondiale sarebbe aumentato sproporzionatamente.
[18]Jacques Bordiot, Le Gouvernement Invisibile. edizioni ‘Avalon’, Paris, (Francia) 1987.
[19]Curtis B. Dall, F.D.R.My Exploited Father-in-Law, ( F.D. Roosevelt il mio sfruttato suocero) Action Associates, Washington, 1970, p.137. Dall, ex genero del presidente Franklin Delano Roosevelt, fu un alto funzionario della potente banca “Lehman Brothers”, della quale almeno uno dei fratelli faceva parte della loggia massonica ebraica B’nai B’rith
[20]Altra “eminenza grigia” israelita, longa manus della Confraternita del Grosso Capitale transnazionale, di cui avremo presto occasione di parlare per altre operazioni segrete. Edward Mandell House era in contatto con i più potenti banchieri israeliti di New York, in particolare con  Paul e Felix Warburg, Otto H. Kahn, Louis Marburg, Henry Morgenthau, Jacob e Mortimer Shiff, Herbert Lehman e manteneva anche potenti relazioni con banchieri e politici in Europa.(Dan Smoot, The invisible Governement, Western Islands , Belmont (Mass), 1962, p. 2).
[21]Jakob Schiff, nell’ aprile 1918 ebbe a dichiarare pubblicamente che grazie al suo appoggio finanziario la rivoluzione russa era riuscita.
[22]Cfr. Joaquin Bochaca, La finanza e il potere, Edizioni di Ar, Padova, 1982, p. 49. Epiphanius, Massoneria e sette segrete, cit., pp. 285 – 291.
[23]Epiphanius, Massoneria e sette segrete…, cit., p. 324, scrive: «…nel 1918 il “Colonnello” House, attraverso Wilson, nomina i plenipotenziari negoziatori a Versailles, tutti, nessuno escluso, appartenenti alla massoneria, alla Round Table, o alla Pilgrims’ Society con la sponsorizzazione dell’Alta Finanza, posta allora sotto il controllo delle grandi famiglie ebraiche». I politologi chiamano l'”Inner Circle” il circolo ristretto di consiglieri che lavorano con il presidente americano, sovente scavalcando la Costituzione (e talvolta persino lo stesso presidente), agendo illegalmente ed in segreto. Basterebbe ricordare l’incredibile vicenda occorsa Il 25 settembre 1919, prima della conclusione della conferenza di pace di Parigi, quando Wilson fu colto da un ictus, e dopo una settimana da un secondo attacco, che lo rese quasi totalmente inabile. La gravità della sua menomazione venne tenuta segreta fino alla sua morte, Wilson fu tenuto lontano da tutti: dal suo vice presidente Thomas R. Marshall, dal suo governo e dai parlamentari in visita alla Casa Bianca, per il resto della sua presidenza.
[24]Come sarebbe stato possibile un qualsiasi progresso economico partendo da un’economia inflazionata al massimo, quale si può evincere dalle allucinanti cifre riportate da Renzo Pellicano? Lo storico americano Antony Ciril Sutton (docente di economia e storia all'Università di Stato della California), col suo libro “Wall Street and the rise of Hitler”, ha rivelato e comprovato che la regia dello scenario europeo di allora andava ricercata non in Germania, bensì a New York in un palazzo sito al 120 di Broadway, vale a dire nell’American International Corporation (AIC): zoccolo duro di Wall Street.
[25]Una manovra truffaldina che si è ripetuta in seguito, anche per le cosiddette “privatizzazioni” in Italia e in altri Stati.
[26]Non a caso - osserva il prof. Antony Cyril Sutton, eminente storico ed economista americano - i negoziati per la "ricostruzione" videro al tavolo delle trattative da una parte banchieri come Charles Dawes e Owen Young, notori esponenti dell'Establishment supercapitalista, dall'altra il presidente della Reichsbank Hjalmar Horace Greeley Schacht, legato all'Establishment da vincoli familiari, l'uomo che si rivelò il "legame chiave tra l'élite di Wall Street e il circolo più chiuso di Hitler". (Antony C. Sutton, Wall Street and the rise of Hitler, ’76 Press, Seal Beach, California, 1976,p.18).  Vedi anche Henry Coston, La Haute Finance et Ies Révolutions, Parigi, 1963.
[27]Antony C. Sutton, Wall Street and the rise of Hitler, cit.
 [28] A. C. Sutton, op. cit.,  p. 18.
[29]Sutton Antony C., nel suo libro “Wall Street and the rise of Hitler” ha rivelato e comprovato che la regia dello scenario europeo di allora andava ricercata non in Germania, bensì a New York in un palazzo sito al 120 di Broadway, vale a dire nell’American International Corporation (AIC): zoccolo duro di Wall Street. Anche Churchill e Roosevelt  d’accordo, avevano bisogno di Hitler per provocare la scintilla, a Danzica, da far apparire come la provocazione della seconda guerra mondiale, già. dettagliatamente progettata  da loro. Forse ancora troppo pochi sanno che anche Stalin  aveva bisogno di spingere Hitler alla guerra, come ha dimostrato ancora meglio Viktor Suvorov , ex alto ufficiale dei quando pubblicò a Parigi, per le Edizioni Olivier Orban, Le brise glace - Juin 1941: le plan sécret de Staline pour conquerir l’Europe, In poche parole, Stalin avrebbe voluto conquistare l’Europa, una volta che Hitler, come una nave rompighiaccio, avesse aperto la strada all’Armata Rossa sfiancando le nazioni europee. Infatti Stalin, oltre ad aver favorito in ogni modo l’economia tedesca, impose anche al partito comunista tedesco di appoggiare i nazionalsocialisti nelle elezioni del 1933 e addirittura consentì ai reparti dell’esercito e dell’aviazione tedeschi di effettuare esercitazioni segrete nel territorio sovietico, lontani dalla vista delle Commissioni alleate di controllo.,
[30]Suvorov Viktor, (Vladimir Rezun: Le brise glace - Juin 1941: le plan secret de Staline pour  conquerir l’Europe, Ed. Olivier Orban, 1989..
[31]Benito Mussolini, scritti da “Dottrina del Fascismo”, vol. VIII, p. 259 sgg. Dopo la crisi del 1929, l’“italiano nuovo” avrebbe salvato i popoli dell’Occidente dal pericolo di degenerazione.
[32]Per portare il teatro nei piccoli centri si faceva circolare il cosiddetto “Carro di Tespi”.
[33]Enzo Erra, Le radici del fascismo, una storia da riscrivere, Settimo Sigillo, Roma,  1995, pp. 83, 84.
[34]Renzo De Felice, Intervista sul fascismo,  a cura di Michael A. Ledeen, Laterza, Roma-Bari, 1975, p. 40.
[35]Idem, p. 41.
[36]Riportato da Emilio Gentile, Fascismo. Storia e interpretazione, Laterza, Roma-Bari, 2002, p. 236.
[37]Vedasi: La partecipazione dei volontari napoletani alla guerra, intervento di Antonio de Pascale al convegno di studi storici “Napoli nella seconda guerra mondiale”, Napoli, 2005. Atti pubblicati dall’Isses, Napoli (www.isses.it).
[38]Aldo Grandi, Gli eroi di Mussolini, Niccolò Giani e la Scuola di mistica fascista, Rizzoli, Milano, 2004. Riporto per brevità soltanto i primi tre punti del decalogo della Scuola di Mistica Fascista: 1). "Non vi sono privilegi, se non quello di compiere per primi la fatica e il dovere."   2). "Accettare tutte le responsabilità, comprendere tutti gli eroismi, sentire come giovani italiani e fascisti la poesia maschia dell’avventura e del pericolo."  
3). "Essere intransigenti, domenicani, fermi al proprio posto di dovere e di lavoro, qualunque esso sia: ugualmente capaci di comandare e obbedire."

[39]Luigi Emilio Longo, Dalla formazione teorica all’azione, su “Historica Nuova”, anno IV,  N° 10,  p. 19.
[40]Renzo De Felice, Intervista sul fascismo,  a cura di Michael Ledeen, Bari, Laterza, 1975.  p. 52.
[41]Si deve notare che la Gran Bretagna, se veramente avesse voluto, avrebbe potuto impedire il passaggio delle navi italiane attraverso il Canale di Suez e bloccare così ogni possibilità italiana di conquista. No, da parte britannica si voleva che prendessimo l’Etiopia, per poterci condannare alle sanzioni e gettarci nelle braccia di Hitler, onde poter combattere entrambi i fascismi nella guerra che stavano preparando le demoplutocrazie. Comunque, in contraccambio al consenso al passaggio indisturbato attraverso il canale di Suez gli avidi inglesi si fecero cedere gli assetti dell’Agip nel petrolio dell’Iraq.
[42]Michel Sturdza, The suicide of Europe, Western Islands edition, Boston,1968.
[43]David Irving, Hitler’s War, Avon History, 1989.
Che tipo di guerra volesse la Germania, quando e contro chi, è ancora materia di discussione, dal momento che Hitler non era uomo da documentare le proprie decisioni. Ma due cose sono chiare: una guerra contro la Polonia (appoggiata dalla Francia e dalla Gran Bretagna) nel 1939 non era assolutamente nei suoi piani strategici e la guerra che alla fine fu costretto a combattere sia contro l'URSS sia contro gli USA era l'incubo di ogni generale e diplomatico tedesco.

[44]Michel Sturdza, The suicide of Europe, Western Islands edition, Boston,1968..
[45]Ferdinand Lundberg, The Rich and the super-Rich, Isle Stuart, New York, 1968, best seller che ha avuto una dozzina di edizioni in un solo anno, citato da Yann Moncomble, Les vrais responsables de la troisième guerre mondiale, Paris, Ed. Yann Moncomble, 1982, p. 82.
[47]L'OSS, l'antenato militare di quello che diventerà la CIA, durante la seconda guerra mondiale aveva lo scopo di produrre propaganda antinazionalsocialista e antifascista per la 5a Armata americana e collaborare con l'8a britannica per gli stessi obbiettivi. La sezione «Moral Operations Rome» è stata una delle sedi più importanti dell'OSS.
[48]Archivi Nazionali di College Park (Maryland) nella cartella classificata RG 226, Entry 108b, box 67. Se non fosse stata trovata la documentazione dimenticata in archivio, ci sarebbe stata ragione di pensare  all’esuberanza di un romanziere.
[49]Retinger fu anche «l’ideatore del Bilderberg Group,  massone del 33° grado, sedeva fra i più alti dignitari delle Logge polacche e svedesi e intratteneva rapporti con diverse eminenze dell'Ordine dei Gesuiti e con uno degli esperti del Vaticano (fautore di un avvicinamento fra Chiesa e Massoneria, cfr. Philip Gardiner, Secret Societies, 2008) il rev. Padre Gruber». Retinger manteneva strette relazioni col più anziano «Colonnello» israelita Edward Mandell House (altra eminenza grigia già più volte menzionato), con la potentissima famiglia ebraica dei Warburg, col Pilgrims Henry Morgenthau, appartenente all'entourage del 33º Grado Franklin Delano Roosevelt, col banchiere internazionale Herbert H. Lehman, membro della B’nai B’rith e della Pilgrims Society, e col banchiere, Bernard Baruch, (altra eminenza grigia, come si ricorderà) a sua volta membro di rilievo della Pilgrims Society e del Council on Foreign Relations.
Con l’intreccio delle sue relazioni e amicizie, con l'appoggio finanziario della famiglia Rockefeller e la collaborazione  del principe Bernardo di Olanda, Retinger fondò nel 1954 anche il Bilderberg Group, dal nome dell'hotel olandese in cui si tenne dal 29 al 31 maggio la prima conferenza, con la partecipazione di un centinaio di persone. La visione di Retinger  e di Bernardo d’Olanda era: “annullare le tradizioni, le culture e le sovranità delle nazioni in un'Europa Unita per arrivare attraverso il Gruppo Bilderberg ad un Mondo unito, guidato proprio dal Bilderberg e da altre Organizzazioni Sovranazionali. Riportiamo qualche nome di italiani, alcuni di loro “membri”, altri semplici invitati al convegno del Bilderberg, a Stresa nel 2004: Mario Monti; Romano Prodi; Alessandro Profumo, Credito Italiano; Sergio Romano, editorialista della Stampa;  Paolo Scaroni, Enel; Giulio Tremonti; Marco Tronchetti Provera, Pirelli; Valter Veltroni, Unità; Emma Bonino; Giovanni Agnelli; Umberto Agnelli; Mario Draghi; Gabriele Galateri, Mediobanca; Giampiero Cantoni, BNL; Gianni De Michelis; Giorgio La Malfa; Claudio Martelli; Rodolfo De Benedetti.

[50]Per controllare meglio e finanziare il nuovo assemblamento dell’Europa fu creato nel 1948 il Comitato americano per l’Europa unita,. Il presidente era proprio Donovan, che però allora, appariva come un qualsiasi avvocato privato.
[51]Le élites dei Popoli europei avevano cementato nella lotta comune “del sangue contro l’oro” un profondo sentimento unitario europeo, che affiorava nel cameratismo più profondo, rimasto, però, ancorato al sentimento patriottico della rispettiva Nazione. Su questi spontanei sentimenti non fu facile, ma tuttavia si riuscì ad innestare l’idea di un’Europa unita, nel progressivo annullamento della sovranità dei governi nazionali. Si dovette molto insistere e faticare per annullare le voci fasciste che volevano “un’Europa delle Patrie”; Jean Thiriart inseguì velleitariamente un grande sogno: “l’Europa, non supina e suddita, ma libera, unita, armata e indipendente”. Lo stesso Charles De Gaulle, meno velleitario, dalla presidenza della Repubblica francese,  si batteva  per “l' Europa delle patrie”, contro “l'Europa dei popoli” di Coudenhove Kalergi. Ma tutto fu superato nel lavaggio del carattere dei popoli e nell’ingaggio di tanti faccendieri, improvvisatisi politici, corrotti o ammansiti furbescamente nel conformismo più allettante e obbligatorio per chi aspirava a far carriera.
[52]Secondo documenti trovati da Joshua Paul, ricercatore della Georgetown University di Washington nell’US National Archives, di Washington, per favorire una Unione Europea controllata dagli USA, è statò costituito nel 1948, l’ACUE (American Committee for United Europe). il “Comitato americano per l’Europa unita.” Presidente, come sappiamo, era Donovan, vice-presidente è stato Allen Dulles, che negli anni Cinquanta divenne direttore della CIA. Inoltre si sfruttò anche la collaborazione organizzativa del generale Walter Bedell Smith, che in seguito fu primo direttore della CIA. Vi operavano anche discretamente decine di agenti ex-OSS (branca “Guerra psicologica”), che si muovevano dentro e fuori la CIA. Il finanziamento dell’ ACUE veniva dalle fondazioni Ford e Rockefeller, nonché da gruppi di business con stretti legami con il governo degli Stati Uniti. Il capo della Fondazione Ford, ex-agente OSS Paul Hoffman, fu preposto come capo dell’ACUE alla fine degli anni Cinquanta. Si noti la disinvoltura con cui la plutocrazia mescola pubblico e privato, anche nei finanziamenti; ovviamente i finanziamenti secondo la prassi plutocratica, producono la certezza del dominio, ma anche il guadagno sui finanziamenti versati.. Lo stesso Joshua Paul  ha documentato che la ACUE (American Committee for United Europe). ha finanziato il Movimento europeo (United European Movement), la più importante organizzazione federalista negli anni del dopoguerra. La Campagna europea della gioventù, un braccio del Movimento europeo, è stata interamente finanziata e controllato da Washington. Ad esempio, il regista belga, barone Boel, tanto per citarne uno, ha ricevuto i pagamenti mensili in un conto speciale. Il 19 settembre 2000, il ”Telegraph” britannico ha rivelato finalmente: “Eurofederalisti finanziati dai capi dello spionaggio statunitense “.
[53]Pertanto, due istituzioni (Commissione e Consiglio), che sono dominate da pochi personaggi, hanno tutto il potere nella Comunità Europea. L’unica istituzione formalmente rispettosa dei dettami democratici è il Parlamento europeo, ma non viene consultato su questioni importanti. Si fanno proprio chiacchiere accademiche per mantenere le apparenze, chiacchiere molto spesso del tutto inutili, ma sempre troppo ben pagate. Poiché il diritto comunitario è stato imposto al di sopra del diritto nazionale, i Parlamenti nazionali sono stati  privati ​​del loro potere a favore di un Parlamento che non decide le questioni importanti: un’evidente e sfacciatamente arrogante violazione dei diritti degli Stati membri da parte della UE.
[54]A Davos, in Svizzera, si svolge il consueto World Economic Forum , la consueta carrellata di big della politica, dell’economia e delle imprese.
[55]la cui presenza è stata stabilita con accordi segreti, in spregio alla sovranità nazionale, presi nel 1944 dal CLN con le truppe di occupazione  anglo-americane, che non sono noti se non al capo del governo e ad  alcuni membri dello stesso,
[56]Mauro Bulgarelli, ex deputato verde, ha denunciato: “Ogni anno gli italiani versano in media 400 milioni di euro per le basi Usa Nato”. www.youtube.com/watch?v=_WMWLvxDvco pubblicato in data 05/aprile 2013. L'Organizzazione del Trattato dell'Atlantico del Nord (viene comunemente denominata NATO: in inglese North Atlantic Treaty Organization. Il trattato istitutivo della NATO, il Patto Atlantico, fu firmato a Washington, D.C. da dodici Stati (Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Islanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Regno Unito, Stati Uniti) il 4 aprile 1949 ed entrò in vigore il 24 agosto dello stesso anno. Dal 1952 al 1969  altri sedici stati aderiranno al patto. Nel 1949 incontrò una forte resistenza francese, trascinatasi a lungo per i timori francesi, complicati da interferenze sovietiche per l’Indocina francese. La rsitenza francese si ammorbidì dopo l’impegno della Repubblica Federale di Germania a non armarsi di bombe atomiche, di armi chimiche e e biologiche. E solo allora la Repubblica Federale di Germania divenne a pieno titolo un membro della NATO. Il giorno prima era entrato in vigore lo Statuto europeo sulla Saar. Quando gli Alti Commissari alleati dichiararono la fine del regime di occupazione, questo cessò ufficialmente. La Repubblica Federale di Germania era rientrata a far parte formalmente del consesso delle nazioni, ma restò occupata militarmente anche più di prima. Vedasi: “Helga Haftendorn analizza le discussioni e gli eventi che 50 anni fa hanno caratterizzato l'adesione della Germania alla NATO.” .
[57]. Un cds è una scommessa fatta da un terzo rispetto alla bancarotta o meno di un altro titolo (spesso fatta nel caso in cui colui che fa la scommessa non e' il proprietario del titolo di cui si tratta: “naked cds”, cds allo scoperto). E' come scommettere su un cavallo che appartiene ad un altro. Sembra una fantasia di un cervello malato, ma si tratta di un caso reale che ha trovato milioni di investitori, producendo danni gravissimi, un mix infernale di gioco d’azzardo e finanza, A ben pensare, i cds sono illegali: se fossero polizze di assicurazione, bisognerebbe incriminare i venditori perché non hanno fatto le formalità legali per registrarsi come società assicuratrici, ne' hanno le riserve di capitale: chiunque può vendere cds anche se non ha risorse ne' fondi. Se i cds si valutassero come giochi di azzardo, allora bisognerebbe incriminare i venditori come operatori di una bisca fuorilegge. Si potrebbe quindi colpire i cds senza nuove leggi, solo con quelle già esistenti. Evidentemente manca la volontà di intervenire. Pertanto, nella primavera del 2011, il ministro tedesco delle finanze Shauble ha introdotto una serie di misure contro i cds allo scoperto (naked credit default swaps): si tratta di misure che hanno avuto un effetto positivo per la stabilità dell'euro e delle obbligazioni dell'eurolandia. L'ufficio di Londra di AIG aveva emesso cds per 3 mila miliardi di dollari. più del prodotto nazionale lordo della Francia. I cds hanno distrutto la più grande ditta assicuratrice del mondo, l'AIG, nel settembre 2008, ma iI cancro dei derivatives continua a crescere. I fatti che più ci riguardano ci dicono che i cds sono stati impiegati per scatenare vere e proprie ondate  speculative, come quella che ha colpito la Grecia e che ha attaccato l’euro, è per questo che in Europa ma anche negli Stati Uniti si cerca di intervenire per combattere questi strumenti micidiali.

                                                                                                                                   


giovedì 26 dicembre 2019

I 120 GIORNI DELLA SOCIALIZZAZIONE

I 120 GIORNI DELLA SOCIALIZZAZIONE. SPINELLI E MANUNTA AL MINISTERO CORPORATIVO Archivi del sindacalismo



Nunziante Santarosa 
 
 
    Ci è capitato fra le mani un volume non vecchio, bensì antico, un vero e proprio incunabolo, dovuto alla penna di un importante teorico del sindacalismo fascista espressivo dell’avanguardia sociale più intransigente, nonché giornalista autorevole e raffinato saggista. Di più: protagonista, nell’ambito della Repubblica Sociale Italiana, di battaglie sulle pagine di testate storiche come Il Corriere della sera ( di cui fu vice direttore con la gestione Amicucci ) e Il Secolo - La Sera ( del quale fu direttore ) volte a spostare il regime di Salò su posizioni sempre più rivoluzionarie.
    Su questo personaggio abbiamo già avuto occasione di intrattenerci in Pagine ricordandolo per le elaborazioni e, in più generale, per il lavoro sindacale svolto durante il Ventennio littorio. Si tratta di Ugo Manunta e il suo libro reca il titolo La caduta degli angeli - Storia intima della Repubblica Sociale Italiana, nei cui capitoli, ricchi di documentazione, dà anche ampiamente conto delle esperienze delle organizzazioni dei lavoratori del tormentato periodo nonché di quelli che presenta come i 120 giorni - gli ultimi dei 600 della RSI - maggiormente caratterizzati dalle iniziative riformatrici promosse con straordinaria energia dal ministero del Lavoro retto dall’operaio tipografo Giuseppe Spinelli, proveniente dai ranghi del sindacalismo rivoluzionario e, dopo la costituzione della repubblica, dirigente dei metalmeccanici e podestà di Milano.
    Orbene, accanto a Spinelli, Mussolini collocò, in qualità di Direttore Generale per la socializzazione, proprio Ugo Manunta. La RSI poté così affidarsi, onde vivere appieno la sua vicenda trasformatrice, su di un tandem che produsse una spinta propulsiva destinata a mettere in crisi orientamenti conservatori ed equilibri moderati collocati anche all’interno del fascismo repubblicano. Da notare che l’abbinamento Spinelli - Manunta fu voluto dal Duce, insofferente del moderatismo del ministero della Economia Corporativa Angelo Tarchi che “applicava la socializzazione col contagocce”, secondo la denuncia del Manunta medesimo. Il Tarchi venne spostato al ministero per il Commercio con l’Estero.
    La socializzazione era pura illusione, una sorta di Fata Morgana, un sogno fiorito in spiriti illuminati frammezzo alle macerie di una Italia messa a ferro e fuoco da due eserciti stranieri che se ne contendevano i brani ? E Mussolini era ormai solo un visionario isolato e disoccupato che trascorreva oziosamente le sue giornate giocando a fare il rivoluzionario?
    Dice in proposito il Manunta: “Illuso è colui che ipotizza, per errore o per suggestione operata da altri su di lui, uno stato di cose che non esiste, e che pertanto agisce fuori dalla realtà: il che contrasta con gli atteggiamenti nettamente realistici assunti, invece dagli uomini che nel fascismo repubblicano si schierarono decisamente a sinistra”. E soggiunge: “essi pensavano che (...), indipendentemente dal risultato delle armi ci fossero attività degne di essere sviluppate pure in quelle drammatiche circostanze, e forse più facilmente portate alle loro estreme conclusioni che non in tempi normali. Era illusione non lasciarsi fuorviare dalla contingenza e continuare a credere che meritasse la pena di restare sulla breccia ad occuparsi di salari, di cottimi, di socializzazione?”
    Ancora: “Il fatto che la tutela del lavoro non sia mai venuta meno per tutto il tempo della guerra ha permesso di mitigare il disagio delle categorie lavoratrici in un periodo particolarmente difficile, ma si sono avute e si hanno di tale attività conseguenze visibili anche nella vita presente”. Il saggio manuntiano di cui veniamo trattando è venuto alla luce nell’anno 1946 da una certa romana Azienda Editoriale Italiana non meglio identificata. C’è quindi da credere all’autore quando afferma che dell’operato dei suoi colleghi sindacalisti nei mesi dell’ira restano tracce concrete e accertabili nel dopoguerra. E, aggiungiamo noi, non solo di quello immediatamente successivo allo scatenamento dei furori fratricidi. Osiamo osservare, senza tema di smentita, che frutti niente affatto irrilevanti del remoto impegno non solo tecnico ma pure rivoluzionario di quei paladini del lavoro ancora vivono, ancorché irriconosciuti, nel sistema sindacale attuale.
    Ma veniamo a quel quadrimestre rinnovatore e trasformatore cui prima si accennava. Annota lo scrittore sardo: “Abbiamo accennato al sacro furore di cui furono pervasi i dirigenti del neo ministero del Lavoro negli ultimi quattro mesi della Repubblica Sociale Italiana. Vi ritorniamo per aggiungere che in quei 120 giorni tutta la problematica sindacale fu riesaminata dalle basi, in vista di un profondo rinnovamento della vita sociale, e che da questa febbre rivoluzionaria scaturirono decisioni di reale importanza per le categorie lavoratrici. Tutta l’azione del Ministero tendeva a recuperare il tempo perduto in un ventennio di sterili compromessi (...). Mentre con l’applicazione della socializzazione a un intero settore produttivo - quello industriale - si metteva l’accento sulle nuove responsabilità del lavoro e sul declassamento del capitale, aprendo uno spiraglio ad un nuovo tipo di economia equidistante da quella individuale e da quella collettiva, si provvedeva infatti alla quasi contemporanea sistemazione delle categorie, con clausole non equivoche e di una larghezza veramente eccezionale, e si poneva allo studio il problema della casa dei lavoratori”.
    Ed eccoci al tema ristrutturativo delle federazioni e confederazioni dei lavoratori che Ugo Manunta così rievoca nei suoi dati di fondo: “Nello stesso tempo si affrontava un’altra ardua questione: quella del nuovo ordinamento sindacale in un’unica organizzazione comprendente tutti i produttori, che avrebbe dovuto costituire l’intelaiatura di quel nuovo Stato del Lavoro ch’era ormai la meta di tutti i sindacalisti, accomunati in quell’ultimo disperato tentativo di realizzare in una sola volta tutte le aspirazioni più profonde delle categorie lavoratrici”.
    Si tenga presente che alcuni mesi prima dell’affidamento del neo ministero del Lavoro all’asse Spinelli - Manunta, il ministro dell’Economia Corporativa si era fatto approvare in una riunione di governo un disegno di legge relativo al nuovo ordinamento sindacale. Il saggista fa ad esso riferimento, et pour cause, senza la benché minima benevolenza. Dice: “Ne trattarono sulla stampa alcuni competenti, per lo più disapprovando. E in realtà quel disegno di legge non era un capolavoro, soprattutto perché agli estensori era mancata quella visione profondamente innovatrice che era necessaria per affossare definitivamente il vecchio stato capitalistico”. Particolare niente affatto irrilevante: il “disegno“  era stato riprodotto sulla stampa corredato da inusitato avvertimento. E cioè: il governo ne sottoponeva contenuti e forma agli interessati acciocché lo monitorassero per quindi esternare eventuali perplessità o chiari dissensi prima dello sdoganamento.
    Appena insediato, Spinelli inserì nell’agenda di lavoro la nomina di una commissione incaricata di mettere mano alla suddetta “ visione profondamente innovatrice “. Alcuni nomi di suoi componenti: il Galanti, Amadio, l’ex direttore de Il Lavoro Fascista Luigi Fontanelli, il sindacalista Giuseppe Grossi, il dirigente dell’associazione per il Pubblico Impiego prefetto Mancuso, il capo della segreteria politica di Pavolini Olo Nunzi, Belletti, Rossano, Margara e altri. La Commissione approntò subito un altro decreto in cui afferma Manunta, “presupposta un’economia socializzata, si prescindeva in ogni punto dalla figura del capitalista e si gettavano le basi per un riordinamento degli enti locali e delle stesse assemblee rappresentative. Ne risultò un documento di notevole valore politico oltre che giuridico. E per averne un’idea basterà che i membri della commissione avevano dovuto decidere non solo su come intelaiare il nuovo tipo di organizzazione sindacale unitetica, ma anche in quali termini di legge tradurre tutte quelle conquiste del lavoro alla cui affermazione avevano invano lavorato per vent’anni. Scomparsi i contraddittori, cioè i rappresentanti delle confederazioni padronali, sciolte con una legge di due mesi prima, essi si trovavano ora a legiferare....”.
    Ma i commissari andarono oltre: “In quanto alla figura del capitalista essa fu sistematicamente ignorata, mentre fu delineata con estrema chiarezza quella del capo della impresa di cui parlava la legge sulla socializzazione, cioè l’animatore e il tecnico dell’azienda, lavoratore anche lui, e quindi a buon diritto socio di questo nuovo sindacato che avrebbe dovuto costituire il pilastro dello Stato del Lavoro, e in alcuni casi sostituirsi a molti enti locali le cui funzioni non potevano non essere assorbite da tale nuovo ente di diritto pubblico”.
    Infine: “Alle organizzazioni dei lavoratori si concedevano compiti di un’insolita ampiezza. Il cittadino diveniva elettore in quanto lavoratore, e il corpo legislativo era la risultante di elezioni di secondo grado fatte dai rappresentanti delle categorie lavoratrici, con la garanzia, dunque, di essere formato esclusivamente da produttori, tutti esprimenti interessi legittimi nello Stato”.
 
PAGINE LIBERE  Mensile culturale della CISNAL. Ottobre 1997.
 
 

sabato 21 dicembre 2019

RESISTERE PER ROMA


RESISTERE PER ROMA 





PARACADUTISTI, MARO’ E LEGIONARI ALLA DIFESA DI ROMA 
L.F.
 
 
    Il 22 gennaio 1944 gli Anglo-Americani sbarcavano sul litorale laziale costituendo una testa di ponte ad Anzio, distante dalla Capitale appena una cinquantina di Km.  Roma sembrava, ormai, a portata di mano. Il Comando Germanico inviò il Maggiore Paracadutista Walter Gericke a fronteggiare la situazione con un Gruppo da combattimento formato da sparuti Reparti eterogenei trovati sul posto. Con essi riuscì a ben contrastare le truppe sbarcate. Successivamente affluirono Reparti corazzati e la IV Div.  Fallschirmjager, che contennero la pressione dei VI Corpo d'armata statunitense. Le contrapposte posizioni, tenute dai contendenti, diedero origine a quello che divenne il 'Fronte di Nettuno'. Pochi giorni dopo, alla Divisione Paracadutisti Germanici si aggregò - con non poche difficoltà, a causa della diffidenza tedesca - il Battaglione Paracadutisti 'Nembo', comandato da quel meraviglioso Soldato che risponde al nome del Capitano Corradino Alvino. Trecento italiani riprendevano, organicamente, a combattere contro gli invasori Anglo-Americani. Finiva così, in parte, l'amarezza e la rabbia nel sapere che Roma era difesa soltanto da truppe straniere. Tedeschi, nostri alleati, ma pur sempre stranieri. Al Nord la RSI, sorta da appena quattro mesi, faceva sforzi giganteschi per organizzare, addestrare, equipaggiare, armare e sopportare logisticamente le centinaia di migliaia di volontari che accorrevano ai vari Reparti in via di costituzione, tutti protesi e ardentemente desiderosi di combattere contro gli invasori del suolo italico. Ritenendo, questi ultimi, i soli nemici avverso i quali l'Italia si era battuta onorevolmente per trentanove mesi, sino al tradimento settembrino ordito da certi figuri in combutta con quel Savoia che non seppe morire come un vero re. Per gli avvenimenti che si erano susseguiti tra luglio e settembre, i Tedeschi, ovviamente, non si fidavano più di noi, anche se, alla data dell'8 settembre, in Patria e fuori dei confini, 180.000 uomini erano rimasti al loro fianco. Non fosse altro per non macchiare -nei secoli a venire- l'onore della nostra razza. La Xa Flottiglia MAS, le Camicie Nere della M.V.S.N. e Paracadutisti non ammainarono la bandiera della Patria. Mentre l'Esercito regio si dissolveva e la Flotta da battaglia alzava a riva il 'pennello nero' -segno che contraddinse i pavidi, gli inetti, gli ignavi e i furbastri 'benpensanti'- a Porta S. Paolo, in quel di Roma, il Generale Gioacchino Solinas, con i suoi Granatieri, oppose resistenza agli USA. Per non consegnare loro le armi.  Altro che eroismo contro il 'nazifascismo': Solinas e i suoi uomini aderirono alla Repubblica Sociale Italiana.
    Successivamente, il Generale prestò servizio presso lo Stato Maggiore dell'Esercito repubblicano e, dal giugno '44, comandò il Centro Complementi destinati alle Divisioni dell'Esercito di Mussolini. La falsa retorica antifascista si è appropriata di eroismi e benemerenze, inserendoli nella sua vacua storiografia. Come nel caso del Vice brigadiere Salvo D'Acquisto che, da Carabiniere in servizio sul territorio della RSI, viene camuffato da eroe resistenziale.
    La battaglia per Roma, iniziata il 22 gennaio, continuò per quattro mesi, sino al 4 giugno. Per gli eserciti 'alleati' non fu davvero una semplice passeggiata nonostante l'enorme potenziale bellico messo in campo.  In quei 134 giorni d’inferno, i Paracadutisti di Alvino, di Rizzatti e di Sala, i Marò di Bardelli, di Mataluno, di Nesi, i Legionari di Degli Oddi, gli Aerosiluranti di Faggioni e Marini stupirono amici e nemici, coronando in un alone di gloria l’olocausto delle giovani vite di migliaia di Caduti. Il primo Reparto a raggiungere il Fronte di Nettuno fu, come accennato,il Battaglione “Nembo” di Alvino. Aggregato alla IV Divisione Fallschirmjager il “Nembo” entrò in linea l’8 Febbraio. Il 16 partecipò a un contrattacco germanico, con tale irruenza e combattività da suscitare l’ammirazione incondizionata e il compiacimento dei Parà tedeschi che, in fatto di guerra seriamente combattuta, non erano certo degli sprovveduti. Il “Nembo”, in continui combattimenti, si coprì di gloria, mettendo in grossa difficoltà gli Anglo-Americani che pagarono un prezzo altissimo perdite umane. Il Battaglione venne citato nel bollettini di guerra dell'Alto Comando Germanico. I tedeschi erano strabiliati dell'ardore e dell'aggressività dei nostri al punto che, anch'essi, attaccavano le postazioni avversarie al grido di 'Nembo'. Al fosso della Moletta, gli uomini di Alvino diedero i meglio di se stessi. Le perdite superarono i due terzi degli effettivi. Un mese dopo l'arrivo al Fronte il Battaglione, ridotto a una Compagnia, prese il nome di Cmp. 'Nettuno-Nembo' e tornò in linea combattendo sino al giorno 4 e poi ripiegando, ancora, fino al 30 di giugno.
 
Artiglieri italiani della Flak sul Fronte di Anzio.
 
    A fine febbraio, intanto, da La Spezia partiva per Nettuno il Btg.  Fanteria Marina 'Barbarigo' della XI Flottiglia MAS, agli ordini del Capitano di Corvetta FM Umberto Bardelli. Dopo molte richieste e insistenza, millecento Marò riuscirono a coronare il loro sogno: quello di vedere in faccia il nemico invasore. A Nettuno, tra il lago di Fogliano, il canale Mussolini, Borgo Piave, Cerreto Alto e Borgo Sabotino, ebbe origine il mito di 'Barbarigo'. Esso ci tramanda le imprese e il valore dei Marò, l'abnegazione dei Sottufficiali, l'eroismo indomito degli Ufficiali di questo straordinario Battaglione. Di questo mito vanno fieri i protagonisti superstiti e inorgoglisce tutto il combattentismo repubblicano. Quei 'mille' giovani, anzi giovanissimi, del 'Barbarigo', superarono epicamente i 'mille' di Leonida alle Termopili. A Nettuno, articolati nelle Compagnie (la 'Decima', 2a 'Scirè', 3a 'Iride', 4a 'Tarigo' e 5a Cannoni), unitamente al Gruppo Artiglieria Xa 'S. Giorgio' aggregato al 'Barbarigo', gli uomini di Bardelli furono tutti eroi. Gli ultimi giorni di maggio e i primi di giugno, videro l'accanita resistenza e l'estremo sacrificio di tutte le compagnie. La 1a a Borgo S. Michele e Borgo Pasubio, la 4a, ultima a lasciare il Fronte dopo aver contrattaccato gli americani all'arma bianca. Fogliano, Gorgolicino, Norma, Colleferro, difese zolla dopo zolla, metro dopo metro. E Cisterna, dove non rimane in piedi un solo uomo del II' Plotone/2a Cmp. Il Comandante Tenente Sandro Tognoloni per il suo eroismo, verrà decorato di Medaglia d'oro al V.M. Ancora il 2, 3 e 4 giugno, l'indimenticabile Ten. di Vascello FM Giulio Cencetti, con una Compagnia di Formazione -l'Ultima- fronteggia gli 'alleati' alle porte di Roma che lascia, transitando per Piazzale di Ponte Milvio, alle ore 13.30 dei 5 giugno '44. Al Labaro del 'Barbarigo' venne concessa la Medaglia di Bronzo VM con questa motivazione: 'Armato essenzialmente di fede e di coraggio chiedeva di essere inviato al Fronte di Nettuno per riscattare l'Onore della Patria tradita. A fianco dell'Alleato fedele, in tre mesi di lotta asperrima contendeva fino all'estremo alle orde travolgenti dei nuovi barbari il possesso di Roma immortale dando luminose prove di strenuo valore e consacrando col sangue dei migliori il sacro diritto d'Italia alla vita e alla rinascita. Fronte di Nettuno - Roma. 4 marzo-4 giugno 1944'. Il Gruppo di Artiglieria XII 'S. Giorgio' affiancò il 'Barbarigo' che da poco era entrato in linea a Nettuno.  Il Gruppo, al comando del Capitano Renato Carnevale, era ordinato su due Batterie cannoni da 105 m/m e una Batteria da 75 m/m.  Gli uomini del 'S. Giorgio' si impegnarono nel durissimo compito, opponendo le loro bocche da fuoco ai terrificanti cannoneggiamenti e bombardamenti provenienti dalle linee avversarie e dal mare e dal cielo.  Quotidianamente, senza sosta, con tiri di accompagnamento, di interdizione, di alleggerimento, di contro batteria, contrastando animosamente ed efficacemente la pressione nemica. Il 'S.  Giorgio' in linea a tutto il 3 giugno, sparando sino all'ultimo proiettile.
 
Genieri italiani della RSI sul fronte di Anzio.
 
    La Xa concorse alla difesa di Roma anche con i suoi Reparti navali. A Fiumicino venne costituita -meglio dire: creata- la 'Base Sud' dei Mezzi d'assalto di superficie.  Il comando venne assunto dal Ten. di Vasc. Domenico Mataluno.  Tra mille difficoltà di ogni tipo, innumerevoli furono le uscite in mare dei Mezzi in dotazione, alla ricerca di naviglio nemico. Notti insonni, attese snervanti, spesso con mare forte.  Il 20 febbraio venne scoperto, attaccato e colpito con siluro un cacciatorpediniere. Il 28 dello stesso mese venne affondata una corvetta. Stessa sorte subì l'incrociatore inglese 'Penelope'. L'ultimo eroico Comandante fu il Ten. di Vasc. pilota Sergio Nesi -Medaglia d'argento al V.M. sul campo per aver attaccato e colpito una corvetta nemica. La 'base Sud', al suo comando, operò sino al 4 giugno '44. In aprile entrò in linea, sul Fronte di Nettuno, il II' Btg. del I' Rgt. SS italiana, al comando del Ten. Col.  Federigo degli Oddi. Per il valoroso comportamento nei combattimenti e per l'aggressività dimostrata in ogni circostanza, il Labaro del Btg. fu decorato con la Medaglia d'argento.  Soldati eccezionali che si imposero all'ammirazione per l'indiscusso valore ed audacia.  Vale ricordare, tra i tanti, l'episodio nel quale dieci Legionari tennero un settore del Fronte, lungo 400 metri, contro reiterati attacchi di forze di gran lunga superiori e che non portarono ai risultati sperati. Un altro caposaldo, nella notte tra il 27-28 aprile, difeso da sette giovani Legionari, venne investito dall'attacco di due Compagnie fucilieri appoggiate da carri armati e fuoco d'artiglieria. Dopo dura resistenza la posizione fu, giocoforza, abbandonata. La notte successiva, un pattuglione di trenta Legionari riconquistarono, con azione irruente e decisa, il caposaldo. Nel mese di maggio, anche il Battaglione 'Debica' della Legione SS italiana raggiunse il Fronte schierandosi tra S. Marinella e Fiumicino. Il 'Debica' in ogni azione fu all'altezza delle aspettative, coprendosi di gloria e lasciando sul terreno oltre il 50% degli effettivi. Il valore dei Legionari fu ricompensato con ben quarantacinque Croci di Ferro e cinquantasette Promozioni per merito di guerra.  Dopo 'NETIUNO' i Legionari della SS italiana furono autorizzati a fregiarsi delle mostreggiature nere anziché rosse.  Parificazione di alto valore morale. A fine maggio, raggiunse il Fronte di Nettuno anche il Reggimento Paracadutisti italiani.  Gli arditi dei cielo combatterono strenuamente a Castel Porziano, Ardea, Castel di Decima e all'Acquabona, dove cadde, eroicamente, il Comandante del Rgt. Maggiore Mario Rizzatti Medaglia d'Oro alla Memoria.  Ai Paracadutisti venne affidato il compito di costante retroguardia del Fronte in fase di ripiegamento.  Questo significò il quotidiano contatto con un nemico mille volte più numeroso e dotato di mezzi e volume di fuoco inestinguibili.
    Per l'eroico comportamento dei Paracadutisti, lo schieramento italo tedesco potè effettuare un regolare sganciamento dalla pressione della Va Armata USA. Le perdite superarono il 60% dell'organico reggimentale. Il Gagliardetto del Btg. 'Folgore' fu insignìto di Medaglia di Bronzo. Le decorazioni individuali furono: Tre Medaglie d'Oro VM alla Memoria, Dodici d'Argento alla Memoria, Diciassette d'Argento VM sul campo, Sedici di Bronzo e Dodici Croci di guerra al VM. Nei mesi in cui fu combattuta la battaglia per la difesa di Roma, fu presente, su quel Fronte, anche l'Artiglieria Contraerea e la risorta Aeronautica della RSI. In particolare, le ali repubblicane parteciparono con il Gruppo Aerosiluranti, costituito dal valoroso Capitano AA Carlo Faggioni. Un mese dopo avere giurato fedeltà alla RSI, sette aerosiluranti entrarono in azione di guerra, al largo di Nettuno, colpendo due navi nemiche. Era la prima vittoria dell'A.N.R. Subito dopo gli aerosiluranti attaccarono a Capo Circeo, dove colpirono un cacciatorpediniere, un grosso piroscafo e tre navi trasporto.  La notte del 10 aprile, con un altro attacco, furono silurate tre navi nemiche.  In questa azione cadeva il Comandante Faggioni.  Il 4 giugno, mentre Roma veniva occupata dalle armate 'alleate', il Gruppo Aerosiluranti, al comando dei Capitano AA Marino Marini -che aveva sostituito Faggioni- alle ore 21, con dieci SM 79, attaccava la munitissima base di Gibilterra, mettendo a segno tutti i siluri su altrettante navi nemiche.
    La battaglia in difesa di Roma è entrata nella Storia d'Italia tingendola con l'azzurro di questo inestimabile medagliere. Alle Bandiere:  - Medaglia d'Argento VM al Labaro del II/I Rgt. SS italiana. - Medaglia di Bronzo VM al Labaro dei Btg.  'Barbarigo' della Xa - Medaglia di Bronzo VM al Labaro del Rgt.  Paracadutisti Italiani Individuali:  - 3 Medaglie d'Oro VM alla Memoria - 15 Medaglie d'Argento VM alla memoria - 2 Medaglie di Bronzo VM alla Memoria - 1 Medaglia d'Oro VM sul campo - 75 Medaglie d'argento VM sul campo - 28 Medaglie di Bronzo VM sul campo - 37 Croci di guerra VM sul campo - 94 Croci di Ferro
 
Granatieri Repubblicani reduci dal Fronte di Cisterna a Sud di Roma.
 
L'epopea dei Paracadutisti, dei Marò, dei Legionari, degli Artiglieri, degli Aerosiluranti e dei Mezzi d'assalto della Xa Flottiglia MAS è patrimonio che viene onorato e si perpetua nel Campo della Memoria di Nettuno.
 
 
NUOVO FRONTE  N. 154-155. Maggio-Giugno 1995. (Indirizzo e telefono: vedi PERIODICI)

LA BATTAGLIA DI ROMA
Mario Tedeschi
 
 
    Il "Barbarigo" andò al fronte nella notte fra l'uno e il due marzo del 1944, quando i millecentoottanta che formavano il Battaglione vennero trasportati dai Tedeschi fino a Sermoneta. Lì, dopo che Bardelli fu riuscito ad evitare lo smembramento del reparto, furono distribuiti gli incarichi: la Compagnia subito nelle "buche" del Canale Mussolini (oggi Canale Italia) a dare il cambio agli sfiniti soldati germanici nella punta avanzata dello schieramento; altre due Compagnie schierate dal Lago di Fogliano fino al fosso di Gorgolicino; un'altra ancora a Sezze per impratichirsi delle armi tedesche (erano entrati in scena da poco, per esempio, i razzi anticarro, che i Tedeschi chiamavano panzerfaust e che bisognava imparare ad usare restando sdraiati a terra e lasciando che il carro si avvicinasse il più possibile, senza cedere alla tentazione di filarsela a gambe levate).
    Nella notte fra il 4 ed il 5 la Compagnia entrò in linea: prima un tratto sulle camionette germaniche, che correvano silenziose nella notte lungo le strade dell'Agro Pontino sbrecciate dalle granate ma ancora guarnite dai filari di eucaliptus; poi, da Borgo Isonzo in avanti, a piedi e in silenzio. Quel ricambio nelle "buche" avvenne senza che il nemico se ne accorgesse, e fu davvero una gran bella prova per soldati inesperti, come noi eravamo; ci rendemmo conto, poi, che le "buche" del nemico erano a poca distanza, tanto che tutto si poteva sentire.
    La battaglia di Nettuno andò avanti fino al 24 maggio ed ebbe fine, non perché le truppe angloamericane ammassate nella testa di ponte di Anzio fossero riuscite a sfondare, ma perché le altre forze alleate, grazie soprattutto ai Polacchi, ai Marocchini ed alla loro bravura, erano riuscite ad aprirsi un varco a Cassino. Rischiavamo così di essere aggirati alle spalle e per questo fu dato l'ordine di ripiegamento. Ma la battaglia, in realtà, durò fino al 2 giugno per noi del "Barbarigo", che i Comandi tedeschi lasciarono a piedi con l'ordine di coprire la ritirata ai loro soldati, e si protrasse fino all'alba del 4 giugno per quanti fra noi, riuscirono a farsi accettare nella Compagnia volontaria di centodieci uomini spedita nel pomeriggio del 3 a garantire un'estrema difesa all'ottavo chilometro fra le vie Appia, Tuscolana e Anagnina. Le inesperte reclute s'erano conquistate, in tre mesi, il diritto ad essere prescelte per fare da sicherungsgruppe, secondo la formula in uso nell'Esercito tedesco per indicare chi veniva abbandonato fino alla fine per salvare tutti gli altri. Alla nostra destra si sarebbero dispiegati i paracadutisti della "Folgore" che furono poi quasi tutti massacrati insieme al loro comandante, essendo stati investiti dai carri armati americani.
    Il fatto merita riflessione. La battaglia di Anzio (indicata in codice dagli Angloamericani come "operazione Shingle") incominciò con lo schieramento di ben 234 navi di diverse nazionalità e vide sbarcare, prima 36mila uomini e 3mila automezzi, poi altri 34mila uomini e 15mila automezzi. Il generale tedesco Mackensen, comandante della 14a Armata, fu colto di sorpresa, ma organizzò presto una prima resistenza; poi intervenne il maresciallo Kesselring, al comando del Gruppo di Armate C. Le perdite da ambo le parti furono altissime. Basti pensare che il 4° Corpo d'Armata americano, in soli quattro giorni, fra il 16 e il 20 febbraio, vide morire 5 mila uomini; i Tedeschi, in una delle ultime controffensive, persero oltre 3 mila 500 uomini. Alla fine, la sacca era ridotta ad appena due chilometri di profondità e le forze alleate non furono ricacciate in mare soltanto per due motivi: perché il maltempo, che durò a lungo e trasformò la piana in uno sterminato mare di fango, bloccò i pochi carri armati e i semoventi di cui ancora disponevano i Tedeschi; e perché la Marina da guerra angloamericana, con i suoi bombardamenti, frantumò, polverizzò le posizioni germaniche. Fu, insomma, un autentico macello. E in questo macello il Comando tedesco, arrivati all'ultima battaglia, affidò ai volontari italiani, cioè a noi del "Barbarigo", ed ai nostri commilitoni paracadutisti, il compito disperato di ritardare, anche soltanto per poche ore, l'avanzata nemica. Non fu una scelta dettata dall'egoismo di chi non voleva sacrificare i propri connazionali e preferiva ricorrere ad altri come "carne da cannone". In casi del genere, le scelte si fanno avendo la certezza che i soldati comandati al compito disperato non si daranno alla fuga e combatteranno fino all'ultimo, come voluto. Quelle disposizioni dell'ultimo giorno furono, dunque, assai più importanti d'una decorazione collettiva, d'una citazione sul campo.
 
Il Comandante Borghese in visita al Fronte di Anzio assieme al Comandante Bardelli con altri marò del Barbarigo.
 
    Adesso dovrei raccontare della lunga battaglia, che il "Barbarigo" conobbe tutta, senza risparmio, dal Canale Mussolini a Fogliano, da Terracina a Borgo Isonzo, da Borgo Piave a Gorgolicino, da Cisterna a Campo di Carne, da Doganelle a Sezze; e poi tutti i nostri capisaldi, da "casa Falangola" alla "ridotta Fracassini", a "Erna" e "Dora". Nomi e località che nessuno di noi ha dimenticato e di cui in anni vicini siamo andati vanamente alla ricerca nell'Agro Pontino, dove la ricostruzione ha cancellato tutto e per i nostri morti non c'è nemmeno un cimitero. Soltanto alcuni alberi, eucaliptus lungo le strade, palme ad Anzio, sopravvivono, mostrando antiche ferite; guardandoli, e ricordando cosa fu la battaglia, si rimane ancora stupiti per la loro forza, eguale soltanto a quella della memoria dei combattenti.
    Il lettore non si attenda da me un racconto epico. Innanzi tutto, perché non ne sarei capace. In secondo luogo, perché una relazione in tono epico sulla vicenda del "Barbarigo" fu già scritta da Giulio Cencetti, che del Battaglione fu anche il comandante nel periodo finale. E infine perché lo stile e il modo di pensare di tutti noi ("siamo quelli che siamo") erano diversi e lontani dalla retorica; ed io sto cercando di far capire come eravamo.
    Il "Barbarigo" subì a Nettuno, in soli tre mesi, perdite altissime: oltre 200 morti, più di cento dispersi, quasi 200 feriti su un totale di millecentoottanta uomini. Ciò dimostra che non fummo risparmiati, né ci risparmiammo. Ma questo era proprio quello che volevamo. Eravamo tutti volontari e di un buon livello culturale: la grande maggioranza studenti. Avemmo la fortuna di ritrovarci ufficiali di ottimo livello, scelti con occhio sicuro da Borghese e da Bardelli. Da loro, noi novellini imparammo subito una cosa: e cioè che il compito del soldato non è, né quello di fare l'eroe, né quello di obbedire alle esaltazioni momentanee, ma più semplicemente, consiste nel 'fare quello che va fatto", in ogni momento e in ogni situazione, senza stare a tirarla in lungo e sapendo che tra le cose che "vanno fatte" può rientrare anche il sacrificio della vita.
    Questo era lo spirito dei primissimi volontari, quelli del fronte di Nettuno, ma anche di quanti giunsero più tardi dopo la caduta di Roma, provenienti da altri reparti, per ricostruire il Battaglione, le cui perdite erano aumentate durante il ripiegamento verso il Nord. E così, il vero "prodigio" del nostro "Barbarigo" fu quello di amalgamare e trasformare in autentici soldati tanti ragazzi che, come il povero Spagna, erano entrati in linea senza nemmeno aver tirato, fino al giorno prima, una bomba a mano. Non c'è bisogno di essere esperti di cose militari per capire l'eccezionalità di questo fatto: basta aver visto, in qualcuno degli innumerevoli film di guerra trasmessi dalla televisione, l'importanza che viene attribuita all'addestramento. Noi, il tirocinio lo facemmo combattendo, come avevamo desiderato. E fummo riconoscenti a Valerio Borghese per averci consentito di realizzare quel desiderio. La storia è tutta qui.
    I primi a morire furono, quasi per un segnale simbolico, due fra i più giovani: Alberto Spagna, di cui ho già detto, e il guardiamarina Paolo Sebastiani, che era stato anche l'alfiere del Battaglione. Il 1° aprile del '44 il numero uno del giornale di reparto, un modesto foglietto stampato a Littoria (oggi Latina), pubblicava l'elenco dei primi caduti e il saluto del comandante Bardelli:
    Guardiamarina Sebastiani Paolo, 1a Compagnia; 2° Capo Nobili Emilio, 1a Compagnia; Sergente Cortese Enzo, 3a Compagnia; S.C. Farné Alfonso, 2a Batteria; Marò Egi Walter, 3a Compagnia; Marò Frezza Emanuele, 1a Batteria; Marò Mancino Aldo, 2a Batteria; Marò Spagna Alberto, 1a Compagnia.
    Ho voluto citare questi nomi, nel modo stesso in cui furono elencati, per far capire che tutto il Battaglione fu subito impegnato, compreso il famoso "Gruppo cannoni", che Bardelli era stato costretto ad inventare lì per lì, vincendo la scommessa grazie alla bravura del capitano (tenente di vascello) Mario Carnevale. A nome dei morti, Bardelli scrisse: "Siamo tutti qui per i vivi, perchè il nostro giovane e puro sangue non sia dimenticato e dia frutto, perché i compagni che combattono sanno che senza di noi ogni parola e ogni promessa non sono che vuota retorica".
    Parole delle quali, anche in tempi segnati dalla retorica dell'antiretorica, non è lecito sorridere, perché non furono scritte a vuoto: molti di quelli che le lessero allora furono uccisi, lo stesso Comandante che le scrisse morì combattendo, dopo aver gridato a chi l'aveva preso in imboscata: "Barbarigo non s'arrende!". Sembra letteratura, cattiva letteratura, a chi legge con gli occhi di mezzo secolo dopo. Per noi tutti fu vita.
    In questo stesso spirito si svolsero i molti episodi di cui furono protagonisti i soldati del "Barbarigo". Quando eravamo arrivati a Sermoneta, all'inizio dell'avventura, la piana che degradava dalla rocca verso il mare bruciava dei mille fuochi della battaglia e, sullo sfondo, i traccianti delle artiglierie di marina disegnavano nel cielo fantastici reticoli luminosi. Poi, quando anche noi ci trovammo immersi in quel macello, la battaglia si frantumò, come sempre avviene per tutti i soldati. Avemmo di fronte, di volta in volta, Canadesi, Neozelandesi, Americani; atletici e sportivi i primi, nei pochi casi in cui si riuscì a farne prigioniero qualcuno dovettero piegarsi a cedere le scarpe.
    Noi avevamo ai piedi gli stivaletti "da franchigia" della Marina, tutto quello che Borghese e i suoi collaboratori erano riusciti a trovare, e sembravano di cartone, fatti per impregnarsi d'acqua; loro avevano anfibi comodissimi, impermeabili e caldi. Chi invece, fra i nostri, fosse caduto prigioniero, ma sì, anche degli Americani, sapeva che gli conveniva offrire subito l'orologio e quant'altro di valore avesse indosso, per evitare d'essere ucciso e rapinato.
    C'erano anche Americani convinti del fatto che un prigioniero nemico, nel corso d'una battaglia, è "res nullius", con tanti saluti alla convenzione di Ginevra.
    Debbo aggiungere, a onore dei miei vecchi commilitoni, che essi ancora oggi preferiscono parlare del Battaglione, più che di loro stessi. E' tuttora vivo, insomma, lo spirito che si manifestò tanti anni fa quando l'allora guardiamarina Enzo Leoncini, che aveva il comando della 3a Compagnia, dopo un'azione che aveva suscitato ammirazione anche presso i Tedeschi, venne chiamato al Comando di Battaglione e si sentì dire che sarebbe stato proposto per una medaglia d'argento. "Allora la date anche ai marò dei quattordici avamposti, che hanno fatto tutto", rispose Leoncini: "c'ero anch'io, li comandavo io; ma se non era per loro staremmo ancora correndo verso Roma con gli Alleati al culo". Quelli del comando non volevano capire, ma Leoncini non mollò: "Una sola medaglia per me non fa per noi. O la date a tutti quelli che dico io o non la date a nessuno". Si addivenne finalmente a un compromesso: "Io", disse Leoncini, che era romano, "a Roma ho una ragazza, e così buona parte dei miei uomini. Andiamo in permesso a Roma cinque o sei per volta, per 24 ore, poi torniamo e non se ne parla più". E così fu fatto.
 
Marò del Barbarigo in una pausa di battaglia al fronte di Anzio.
 
    Ma lo straordinario "collettivo" (per usare una definizione d'oggi) che fu il "Barbarigo", forni anche tanti spunti individuali, che meritano rievocazione. Parlo di quando il capo di 3a classe Giulio De Angelis, detto "lo Sceriffo", per esser certo che i suoi giovani marinai durante la notte fossero ben svegli, ruzzolava fuori dalle "buche" e poi si avvicinava strisciando alle linee, a rischio di farsi accoppare; e quando trovava qualcuno addormentato gli calava addosso e cominciava a pestarlo di santa ragione con la bomba a mano tedesca usata a mo' di randello dicendo: "se era il negro (in genere gli Americani usavano soldati di colore per le azioni di sorpresa) a quest'ora era morto". Parlo di Mario Riondino, all'epoca guardiamarina, che in un'azione di pattuglia guidata da un feldwehbel tedesco (analoga a quella di cui ho già scritto) alla fine si ritrovò a salvare lui, sulle spalle, il sottufficiale ferito, dopo che i soldati della Wehrmacht se l'erano data a gambe, e ricevette per questo anche lui un colpo mentre rientrava nelle linee; il tutto sottolineato da una croce di ferro di seconda classe che von Schellerer in persona gli appuntò sul petto. Parlo di Renato Carnevale, artigliere d'Africa Orientale e d'Albania, che in poche ore, avendo ricevuto dai Tedeschi nove cannoni da 105/28 (privi peraltro di reti mimetiche e di altri strumenti, che lo stesso Carnevale dovette andare a Roma a procurarsi con mezzi di fortuna, viaggiando su una Balilla sconquassata, denominata "cassa da morto"), mise in piedi il Gruppo "San Giorgio" e nel giro di tre settimane riuscì a meritarsi una citazione del Comando di Kesselring. Parlo di Alberto Marchesi e dell'indomito coraggio che lo spinse, nei giorni del ripiegamento su Roma, ad avventurarsi in mezzo ai reparti in ritirata per rintracciare quelli nostri, che erano rimasti senza ordini, abbandonati dai Tedeschi sulle loro posizioni, dalle quali nessuno intendeva andarsene di sua iniziativa, sempre per via di quel maledetto 8 settembre e del ricordo ignominioso delle fughe collettive (ma noi vedemmo anche i Tedeschi fuggire, e in più d'un caso restammo a coprir loro le spalle).
    Parlo di Paolo Posio e degli uomini della 2a e 3a Compagnia impegnati a Cisterna contro gli "Sherman" americani che avanzavano aprendo la strada alle fanterie, e che per ore tennero le posizioni, anche dopo che il Comando tedesco aveva ordinato di rientrare.
    Parlo, infine, di Alessandro Tognoloni che, sempre a Cisterna, benché ferito non accettò di ritirarsi e si gettò contro i carri nemici avanzanti armato soltanto della pistola e d'una bomba a mano. Scomparve nel polverone della battaglia, fu dato per morto e si ebbe, per quel fatto, una medaglia d'oro alla memoria, che avrebbe meritato comunque. Nemmeno lo stile ampolloso di cui i ministeriali erano specialisti in casi del genere (e tali rimasero su entrambi i lati del fronte durante la guerra civile, tali sono ancor oggi; come se la guerra e gli atti di valore non si potessero raccontare con le parole d'ogni giorno), riuscì a velare il coraggio di Tognoloni: "Ufficiale comandante di un plotone fucilieri inviato di rinforzo a reparto duramente provato, riusciva con i propri uomini a contenere per molte ore la straripante pressione avversaria. Invitato dai superiori a ritirare il plotone ormai duramente provato, insisteva ancora una volta nel condurlo al contrattacco. Ferito, a chi tentava di portargli aiuto, ordinava di non pensare a lui. Trascinatosi nelle linee italiane e vista la situazione ormai insostenibile, dopo aver con grande freddezza dato ai pochi superstiti disposizioni per il ripiegamento ed essersi assicurato che il ripiegamento si effettuava con il salvataggio di tutte le armi, si scagliava contro il nemico irrompente con la pistola in pugno e lanciando bombe a mano, fino a quando veniva travolto dalle forze corazzate avanzanti. Meraviglioso esempio di cosciente eroico sacrificio"
    Riporto per esteso questa motivazione, non soltanto perché il fatto è autentico e la decorazione ben meritata, ma perché Sandro Tognoloni in realtà non morì; fu raccolto ferito dagli Americani e portato prigioniero negli Stati Uniti. Di dove tornò, e il 30 luglio del 1951 si vide giungere, dal Comando del Distretto militare di Roma, protocollo 22/C7525, indirizzata al sottotenente di complemento di fanteria Tognoloni Alessandro una lettera che recava in oggetto la dicitura "partecipazione punizione" ed era così formulata: “prestava circa 7 mesi di servizio in una formazione della X Mas. Il 21/5/44 gravemente ferito a Cisterna, veniva catturato dagli americani. Per il suo comportamento veniva decorato della medaglia d'oro al V.M. Condonata in virtù del D.L.P. 24/6/46 n. 10”.
    Mirabile esempio di militarburocratese, dove non si capisce bene se il Governo di questa Repubblica abbia condonato l'indisciplina di Tognoloni o la sua medaglia d'oro.
    Ma anche a questo, alla guerra burocratica che avrebbe voluto cancellarci per sempre ed arrivò, per tal fine, addirittura a cancellare il nostro servizio militare nella Repubblica Sociale, come se non fosse mai esistito, come se non avessimo mai combattuto, siamo riusciti a sopravvivere.
    Tre mesi, durò la battaglia di Nettuno per il "Barbarigo". Quella per Roma durò soltanto una notte. L'ultima notte. Quella del sabato 3 alla tarda mattinata della domenica 4 giugno 1944 quando, in pochi superstiti, ce ne andammo, ultimo reparto organizzato ad uscire dalla città, per la via Flaminia, sotto gli attacchi dei caccia americani.
    Roma era stata per mesi alle nostre spalle, muta ed ostile. Ma, al fronte, questo era permesso anche ignorarlo. La gente, quando alla sera si chiudeva nelle case e spegneva le luci, tendeva l'orecchio ai tonfi lontani, dove eravamo noi, e cercava di capire. Capire quanto avremmo resistito ancora, perché soltanto questo importava. Per quanto tempo la città avrebbe dovuto continuare a sopportare una difesa che non voleva.
    Più i tonfi erano vicini, forti e continui, più la gente era lieta. Lieta della sua viltà, fra le pareti calde e le finestre ben chiuse, unita nel desiderio di cibo, che la spingeva a contare con gioia i nostri morti; non tanto per odio, quanto perché essi erano l'indice più sicuro della progressiva paralisi nostra. Roma non ci odiava né ci amava: voleva soltanto che ce ne andassimo, per poter finalmente ritrovare le "abboffate". Del resto, era pur sempre la città che pochi mesi prima, il 25 luglio del 1943, aveva salutato la caduta del fascismo inalberando cartelli con la scritta "Viva Badoglio che ci dà l'olio". Ideologie, onore militare, amor patrio, come dicono a Roma "nun sò cose che se magneno". Così era andata, ripeto, e nessuno di noi, lontano, se n'era reso conto veramente. Ma quando, alla sera del 3 giugno, ripartimmo da Roma per raggiungere l'ottavo chilometro dell'Appia e distenderci come sicherungsgruppe, il dubbio non era più possibile per nessuno. E per questo dico che allora, e solamente allora, noi combattemmo la vera Battaglia per Roma.
    Il Battaglione era tornato due giorni prima, dopo aver combattuto per tutto il ripiegamento insieme a pochi reparti di copertura della 7351 Divisione tedesca. Battaglia dura, combattuta passo per passo da gente sorretta unicamente dal desiderio di spuntarla. Il ripiegamento era cominciato, come ho già detto, il 24 maggio e, da allora, ci eravamo fermati soltanto il 2 giugno, entro le mura del Distaccamento Marina.
    La città accolse distratta e indifferente la nostra banda cenciosa e sporca, come sempre quando i soldati vengono dalla battaglia. Se tutti quei partigiani antifascisti di cui negli anni successivi si è tanto favoleggiato fossero esistiti veramente, avrebbero potuto attaccarci e, forse, anche sopraffarci. Ma non si vide nessuno. La città era calma, i tram circolavano; Roma pensava ad altro. Pensava a quelli che ormai stavano arrivando, ragionava obbedendo alle spinte dei ventri vuoti e della paura continua. Noi, che ci stavamo a fare ancora? Non eravamo che fantasmi.
    Così, quando alla sera del sabato 3, insieme all'ordine di evacuare Roma entro le 24, il comandante Bardelli ebbe quello di formare una Compagnia volontaria (e fu chiamata poi "L'Ultima") da mandar giù all'ottavo chilometro, verso Cinecittà, per creparci tutti se necessario, centodieci uomini si offrirono in un minuto. Questo sa di retorica, forse, e può suonare falso; ma è così. Eravamo centodieci, comandati da Mario Betti, che da anni faceva il soldato e proveniva dal Decimo Arditi e che poi, a guerra finita, scoprii essere un professore di flauto. E Betti aveva con sé, come ho già detto, Giulio Cencetti, Paolo Posio, Mario Cinti e Claudio Cicerone come ufficiali subalterni. Centodieci, con i piedi piagati dalle lunghe marce del ripiegamento, le divise sporche e la testa in subbuglio per il dolore e la rabbia; mandati contro gli "Sherman" con i soli mitra e le bombe a mano, su due camion che non ci avrebbero aspettato perché, tanto, secondo le previsioni del Comando tedesco, non sarebbero serviti. A Via Veneto, quando passammo, la gente era ai caffè, ed era tanta, perché molti erano scesi a Roma per "farsi liberare" (altri ne trovammo poi a Firenze, dello stesso tipo). Dall'alto delle macchine urlammo loro le ingiurie più oscene che mai soldati abbiano gridato, sbattendole su quei visi pallidi, che non volevano guardarci.
    Tutti urlammo e imprecammo, contro loro e le loro madri, e odiammo Roma con tutte le nostre forze, perché non voleva essere difesa. Finalmente trovammo il posto, e ci spiegammo in ordine mentre i due camion tedeschi ripartivano verso Roma alla svelta. Fu bravo Cencetti a bloccarne uno e ad imporre all'autista di mollare almeno la motrice, agganciando il rimorchio a quello del primo automezzo. Non c'era più nessuno e per la strada venivano giù, a rotta di collo, i superstiti degli ultimi gruppi di guastatori che erano rimasti indietro a far saltare ponti e strade. Ora toccava a noi, e fra breve anche quel piccolo transito alla spicciolata sarebbe finito. Tra le canne degli orti venivano avanti i marocchini, armati di lunghi coltelli: loro erano pronti a sbudellare chiunque gli si parasse di fronte, noi dovevamo rallentare l'avanzata. E così cominciò. Ignoravamo che alla nostra destra i paracadutisti, investiti direttamente dai corazzati nemici, erano stati tutti sopraffatti, insieme al comandante Rizzati, morto, in testa ai suoi, da quel bravo soldato che era.
 
Paracadutisti della Nembo.
 
    Albeggiava quando una macchina con a bordo tre ufficiali tedeschi arrivò correndo, da destra; si vedeva che venivano dalla battaglia. "E voi che fate qui?". "Sicherungsgruppe", fu la risposta. "No, andate via, andate via; ormai tutto kaput. Andate via, tra poco qui arrivano gli Americani..."
    Così ricominciammo il ripiegamento, puntando ancora una volta verso Roma, al Distaccamento Marina. Facemmo un giro largo, dalla parte del Verano, perché sapevamo che il nemico sarebbe entrato dal lato opposto, come in effetti avvenne.
    Arrivammo a Maridist e trovammo la caserma già invasa da civili che stavano rubando tutto il possibile. Nella furia del saccheggio uno di loro era stato addirittura spinto giù dalle scale ed era morto; chissà se saranno riusciti a farlo passare per caduto in guerra e far avere ai suoi una pensione. Sparammo qualche colpo in aria e i saccheggiatosi scapparono, ma senza allontanarsi troppo; rimasero nei pressi, come corvi, in attesa di poter ricominciare. Sapevano che dovevamo andarcene, e presto. E qui venne il bello.
    Infatti, grazie al sacrificio dei paracadutisti, i calcoli del Comando germanico erano risultati sbagliati e noi eravamo riusciti in buon numero a sopravvivere. Una sola motrice non ci bastava per andarcene. Così una pattuglia, fu spedita verso la Flaminia e tornò avendo sequestrato un autocarro con rimorchio appena arrivato in città e destinato alla borsa nera. A bordo, scarpe di cartone e alcuni sacchi di quelle piccole, caccolose pseudo-caramelle che circolavano allora. Staccammo il rimorchio, scaricammo le scarpe, tenemmo qualche sacco di caramelle (non avevamo nulla da mangiare) e puntammo verso nord.
    A piazzale Flaminio, la gente s'era assiepata per vedere i Tedeschi che se ne andavano; ed era uno spettacolo davvero, perché il soldato tedesco, quando ha la sensazione che il comando abbia mollato, pensa soltanto a salvare la pelle. I primi reparti germanici organizzati li avremmo rivisti sotto Viterbo, quando incrociammo una colonna di carri della "Hermann Góring" che scendeva controcorrente.
    Noi arrivammo, con le nostre due motrici, verso le tredici, quando dall'altra parte della città, a San Paolo, la folla era già in strada ad applaudire i soldati anglo-americani. Eravamo, come ripeto, l'ultimo reparto inquadrato, cioè con ufficiali al comando e uomini che obbedivano agli ordini e non pensavano solamente a scappare. La gente ci vide, ci riconobbe. Fu un attimo di gelo. Poi un marò, e non sono mai riuscito a sapere chi fosse, ebbe un colpo di genio: affondò una mano in un sacco di caramelle e cominciò a lanciarle alla folla. Altri lo imitarono. Fu un successo travolgente: la gente si accapigliava per raccogliere le caramelle e batteva le mani.
    Fu così che uscimmo fra i battimani da quella Roma che non ci amava e per la quale ci eravamo battuti, senza che lei ce lo avesse mai chiesto.
 
 

lunedì 16 dicembre 2019

LA SINISTRA A PESCI IN FACCIA

La sinistra a pesci in faccia

Ma chi sono, da dove spuntano le sardine, questi pesci miracolosi che si moltiplicano nelle piazze, lontano dal mare e sono esaltati dai media italiani come un fenomeno spontaneo, genuino, dietetico, salvifico?
Io le conosco, le sardine. Conosco i loro padri che cinquant’anni fa si concentravano nelle piazze adiacenti e antagoniste a quelle in cui c’era una manifestazione tricolore o un comizio di Giorgio Almirante. E inveivano, a volte tentavano di impedire che lui parlasse, gridavano minacciosi slogan. Conosco poi i loro fratelli maggiori che diciassette anni fa dettero vita ai girotondini, scendendo in piazza come un movimento di resistenza a Silvio Berlusconi, non legato ai partiti e alla sinistra storica. Mutano di colore negli anni, i resistenti, in una progressione cromatica precisa: erano rossi cinquant’anni fa, erano viola 17 anni fa, sono pesce azzurro in questi giorni.
Da che cosa deduci che siano la stessa piazza? Da tre indizi. Il primo è che cantano oggi come cantavano ieri e l’altro ieri Bella Ciao, è la loro sigla e il loro marchio di fabbrica, non sanno andare oltre l’antifascismo, di cui sono orfani e scorfani;  ogni nemico è sempre la reincarnazione del fascista tornante. Il secondo indizio è che non sanno concepire un’idea positiva, non sanno indicare una leadership positiva, tantomeno hanno un programma concreto che li unisce; sono uniti solo dall’odio verso qualcuno, Almirante o Craxi, Cossiga o Berlusconi, Salvini o Meloni. Il terzo indizio è che la cupola dell’informazione li adotta, li coccola, come un fenomeno nuovo, fresco, giovane, spontaneo, popolare da opporre all’Orco di turno. E la stampa si fa pescivendola, piazzando le sardine.
Qualcuno le apparenta alle madamine torinesi scese in piazza per la Tav. Si può avere un giudizio negativo o positivo sulle Madamine ma i tre requisiti predetti non erano presenti in quel movimento: le Madamine non volevano ostacolare qualcuno o impedire qualcosa, ma volevano che si facesse l’Alta Velocità. Poi non cantavano Bella Ciao, semmai si opponevano ai movimenti radicali contro l’Alta Velocità, i devoti di Erri de Luca, i compagni antagonisti, anarco-insurrezionalisti (più grilloidi) che intonavano Bella Ciao nella loro guerra di resistenza al treno veloce. Si certo, anche le Madamine facevano i flash mob, ma le sardine in quanto pesci fanno piuttosto i fish mob.
Ma torniamo a bomba. Dal modo con cui sono presentati sui media, con un’onda di commozione celebrante collettiva, si capisce lontano un miglio che sono usati per rilanciare l’antisalvinismo da postazioni fintonuove, che alludono alla solita società civile. Sono usati soprattutto per scongiurare la caduta dell’Emilia rossa, senza però usare i vecchi arnesi del pd e senza andare al traino degli inetti i grillini. Il sottinteso è: non pensate al governo, spostatevi sulla piazza di città, ci sono i ragassi, con la doppia esse, c’è un’aria nuova. Ma no, ragassi, è aria fritta e rifritta; del resto, le sardine più gustose finiscono in friggitoria. Non c’è dietro di loro un pensiero. L’unico libro dedicato alla filosofia delle sardine l’ha scritto un intellettuale conservatore, Robert Hughes che anni fa attaccò il bigottismo progressista, politically correct, ne La cultura del piagnisteo.
La svolta ittica della sinistra ha poi un pericoloso contorno. Sono i centri sociali che autonomamente scendono in piazza ogni volta che si affaccia Salvini o la Meloni. E vorrebbero impedire coi loro modi facinorosi di esprimersi. Voi direte: ma le sardine, le innocue, dietetiche sardine, cosa c’entrano con gli estremisti dei centri sociali? Nulla, per carità, marciano divisi anche se poi colpiscono uniti lo stesso obiettivo, e magari cantano da ambo le parti Bella Ciao.
Ma vorrei far notare cosa succede quando Salvini va in piazza. È uno schema fisso, naturalmente casuale, che però si ripete puntuale. Si mobilitano le sardine da una parte e le murene dall’altra. Le une presentano una piazza dalla faccia pulita e senza curriculum politico; c’è un popolo, er valoroso popolo de sinistra, a piede libero, non di partito, non di corrente, se non marina. E le altre, le murene, servono a intimidire coloro che hanno intenzione di andare ad ascoltare Salvini. Si temono scontri, assalti, incidenti, lanci di roba, picchetti, così ti passa la voglia di andarci, soprattutto se sei una persona mite, un moderato, uno che non ha alcuna voglia di trovarsi coinvolto in qualche scontro tra polizia e manifestanti. Insomma s’innesca una tenaglia perversa in cui le sardine hanno il compito di persuasori, le murene fungono da dissuasori.
Ero in tour di conferenze tra l’Emilia e Romagna, e mi sono trovato nei luoghi in cui avrebbe parlato Salvini e in cui sarebbero usciti dalle scatole le sardine; i giornali locali tappezzavano le città di locandine sul pericolo di centri sociali in rivolta contro l’arrivo di Salvini. Si alimentava una psicosi, e naturalmente la colpa era di Salvini che con la sua presenza provoca e profana una terra antifascista.
Insomma vedi i ragazzi-sardina, pensi che siano merce nuova e poi ti ritrovi in versione marina, proprio nelle zone che furono il triangolo rosso della guerra civile, il vecchio fantasma dell’Anpi e dei nuovi partigiani fosco-emiliani. Vuoi vedere che la i finale dell’Anpi sta ora per partigiani ittici?
E il Pd come risponde alle sardine? Si fa piatto come una sogliola, per non farsi notare. Ma rischia di finire in padella. Indorato e fritto.

MV, La Verità 21 novembre 2019 Marcello Veneziani

                                                                                                                                                       

martedì 10 dicembre 2019

GUERRA ALL'ITALIA

GUERRA ALL'ITALIA



di Enrico Montermini



Mentre in Italia le Sardine cantano in piazza "Bella ciao", da Parigi, Berlino e Bruxelles trapelano i dettagli della riforma del MES, il meccanismo di stabilità finanziaria dell'Unione Europea - e non sono buone notizie. 
 
A quanto pare l'asse Parigi-Berlino che controlla la politica europea continua la sua guerra senza quartiere all'Italia utilizzando la finanza come arma per indebolire il Paese. 
 
Nulla, quindi, è cambiato dal primo al secondo governo Conte, se non il fatto che ora la pillola amara ci viene ora somministrata con larghi sorrisi e pacche sulle spalle.
 
Il MES è l'organismo preposto ad aiutare gli Stati a finanziarsi quando sono sotto attacco da parte dei mercati.
Non starò a tediare il lettore con una descrizione troppo tecnica, che potete trovare qui: Che cos'è il Mes e perchè la sua riforma fa discutere.
Mi limiterò a evidenziare le dimensioni inaudite dell'attacco che si sta preparando contro l'Italia.


Il MES è finanziato da 19 stati membri dell'Unione in proporzione al proprio PIL.
L'Italia è il terzo finanziatore in ordine di importanza dietro a Francia e Germania.
Secondo una simulazione, tra i 19 sottoscrittori del fondo solo 10 hanno le carte in regola per accedervi e tra questi l'Italia non figura.

La clausola capestro introdotta nella riforma è stata fortemente voluta dall'amministratore delegato del MES, il tedesco Klaus Regling.
Essa prevede che il debito pubblico degli Stati che possono accedere ai finanziamenti deve essere intorno al 60% del PIL: un dato studiato su misura per agevolare Francia e Germania e punire l'Italia.


Qualora un paese "non virtuoso" come l'Italia dovesse chiedere aiuti al MES, sarebbe costretto a sottoscrivere un memorandum d'intesa per la riduzione del debito pubblico.


Gli Stati non virtuosi saranno quindi incoraggiati a ridurre, precauzionalmente, il proprio debito pubblico, cosa che nessun governo italiano farà mai perché significherebbe arginare la corruzione, il nepotismo e gli sprechi nella pubblica amministrazione, che è un bacino elettorale e un concentrato di interessi economici che nessuno vuol toccare. 


Il pericolo è che il semplice annuncio della riforma del MES possa scatenare la speculazione dei mercati contro il debito sovrano italiano, costringendo il governo ad accettare un memorandum d'intesa con il MES.

Tale memorandum - come insegnano i precedenti - comprenderebbe dure misure di austerity, che di solito portano a due conseguenze.

La prima: un drammatico crollo del prodotto interno lordo a fronte di una modesta riduzione del debito pubblico.
La cura, insomma, si rivela sempre più dannosa della malattia.

La seconda conseguenza: il taglio del welfare, la deregolamentazione del mercato del lavoro e la svendita degli asset pubblici a soggetti privati o a stati esteri.

Sono le cosiddette riforme, da sempre invocate dai falchi di Parigi, Berlino, Bruxelles e appena iniziate dal governo Monti.

Riforme, che vogliono anche i grandi istituti finanziari, le agenzie di rating e la Confindustria. Misure, i cui effetti, economici e politici, equivalgono a quelli di una guerra perduta.


Il lettore si domanderà probabilmente perché il sottoscritto accredita un'interpretazione complottista alla riforma del MES.

Innanzitutto perché i maggiori sottoscrittori del debito pubblico italiano sono le due più importanti banche francesi.

Un attacco speculativo provocato dal semplice annuncio delle clausole capestro descritte trasformerebbe immediatamente i titoli di stato italiani in titoli tossici: da qui la necessità di disfarsi degli stessi, facendosi rimborsare dal MES.

E' quanto è accaduto alla Grecia, dove i prestiti della Troika sono serviti a rimborsare le banche francesi e tedesche, ma sono stati pagati con la rovina del popolo greco.

In secondo luogo, perché la strategia dell'asse franco-tedesco è sviluppata dall'Ecole de Guerre Economique: la scuola di guerra economica fondata da un generale francese.

In terzo luogo perché, da un lato, Macron è il prodotto degli interessi della famiglia Rothschild, per la quale ha lavorato prima di entrare in politica; dall'altro perché in Germania le banche sono state in gran parte nazionalizzate e sono quindi un asset a disposizione del governo di Angela Merkel.

Quella stessa Merkel che, ordinando la vendita dei titoli di stato italiani detenuti da Deutsche Bank, ha provocato l'attacco dei mercati contro l'Italia che ha portato alle dimissioni dell'ultimo governo Berlusconi.

E' lecito ipotizzare, quindi, che esista un piano franco-tedesco per muovere guerra all'Italia servendosi della finanza e delle strutture politiche e finanziarie europee come strumento.


La riforma del MES sarebbe solo l'ultima offensiva di una guerra iniziata addirittura all'epoca della caduta del Muro di Berlino.

Che di guerra si tratti, purtroppo, non pare che se ne siano accorti né i politici né la stampa, che sono troppo presi dalle beghe domestiche.


Perché mai, è lecito chiedersi, la Francia e la Germania vogliono la rovina economica dell'Italia?

Perché qualora il governo accettasse la riforma del MES il Paese, prima o poi, sarebbe costretto ad accettare il piano di riforme di cui si è detto: perderebbe, insomma, quel poco che le resta della sua sovranità e della democrazia.
Come accaduto alla Grecia, quando Tsipras, dopo aver indetto un referendum per dire "no" agli ordini della Troika, fu costretto a piegarsi ai ricatti della stessa.

L'arrivo in Italia della Troika, sempre paventato dalla Cassandra di turno, è però l'estrema ratio: molto meglio avere un governo nazionale sostanzialmente docile agli ordini di Parigi e Berlino.

In gioco c'è il dominio dell'Europa: l'obbiettivo vanamente perseguito da Napoleone, Guglielmo II e Hitler con i loro eserciti e che ora pare a portata di mano con l'arma della finanza.