martedì 18 giugno 2024

I GIUDA

                                                                         I GIUDA


Caro Bocchieri,

intervengo a proposito dell'articolo di Giuliano Fiorani, dal titolo “A Gianfranco Fini, ai servi sciocchi e ai giuda” e, in particolare a quanto scritto a pagina 22 di “Intervento” di marzo-aprile 2024.
Mi riferisco alla citazione nella quale la più volte parlamentare italiana ed europea Cristiana Muscardini, preoccupata per certi sbandamenti e cadute di Valori nel M.S.I. scriveva il 7 novembre 1986 : “Caro Segretario...la defascistizzazione del Partito può essere una cosa buona se riferita ad aspetti ed atteggiamenti, ma non è accettabile se riferita ai contenuti base, sia di tipo politico-sociale che morale...Ognuno di noi potrà un domani sedersi al tavolo delle trattative con altri partiti, solo se a quel tavolo tutti sapranno con chiarezza che nessuno di noi, ne in forma palese ne in forma strisciante, rinnega non solo il passato ma anche il futuro del fascismo. Fascismo degli anni 2000, fascismo proiettato nella storia futura, ma fascismo”.
Poichè l'articolo di Fiorani è tutto incentrato sulle responsabilità di Gianfranco Fini per la “svolta” o “tradimento” degli Ideali del Movimento Sociale Italiano nei confronti del Fascismo, è appena il caso di ricordare che la stessa Cristiana Muscardini, che ho avuto l'onore (sic!) di ospitare a Verbania in diverse delle nostre manifestazioni o commemorazioni che allora organizzavo come Segretario cittadino del M.S.I., fa parte di quella schiera di missini che a Fiuggi si erano impegnati a rinnegare tutto, perché non vedevano l'ora di entrare nelle stanze del potere, non importa se al seguito e grazie alla chiacchieratissima lobby berlusconiana, purché per loro si spalancassero le stanze del potere.
Schiera di missini che, pur di entrare in Parlamento, nei Consigli Regionali, nei salotti televisivi e giornalistici, nei Consigli di Amministrazione degli Enti di Stato, disciplinatamente si erano uniformati alle disposizioni finiane di : “Evitare ogni commemorazione nostalgica, anche quelle a ricordo dei martiri missini giovani o anziani degli anni 70-80, per non dare l'immagine di un partito reducistico”.
Schiera di missini che, prima sotto le bandiere di Alleanza Nazionale e oggi sotto quelle di Fratelli d'Italia, fanno ogni giorno le democratiche acrobazie verbali per attestare che “hanno rinnegato non solo il passato ma anche il futuro del fascismo”.
A futura memoria!
Adriano Rebecchi Martinelli

sabato 1 giugno 2024

DAL BORDELLO NEL QUALE SIAMO STATI GETTATI...

DAL BORDELLO NEL QUALE SIAMO STATI GETTATI A SEGUITO DELLA SCONFITTA (SI BADI BANE: SCONFITTA MILITARE, NON DELLE IDEE) DEL 1945,      C’E’ UNA VIA D’USCITA?

DEMOCRAZIA DEL LAVORO (Per intenderci quella MUSSOLINIANA)

dI Filippo Giannini

   L’11 marzo 1945, il fondatore del Partito Comunista d’Italia, Nicola Bombacci, parlando al Teatro Universale, di fronte alle Commissioni interne degli stabilimenti industriali, fra l’altro affermò: <Il socialismo non lo farà Stalin, ma lo farà Mussolini che è socialista>. E il 13 marzo successivo, parlando allo stabilimento industriale dell’Ansaldo, di fronte a più di mille operai disse: <Fratelli di fede e di lotta, guardiamoci in viso e parliamo pure liberamente: voi vi chiedete se io sia lo stesso agitatore socialista, comunista, amico di Lenin, di vent’anni fa? Sissignori, sono sempre lo stesso, perché io non ho rinnegato i miei ideali per i quali ho lottato e per i quali, se Dio mi concederà di vivere ancora, lotterò sempre. Ma se mi trovo nelle file di coloro che militano nella Repubblica Sociale Italiana, è perché ho veduto che questa volta si fa sul serio e che si è veramente decisi  a rivendicare i diritti degli operai>.

   Quale era la strada intrapresa da Nicola Bombacci? Per giungere allo Stato Organico, alla Socializzazione dello Stato, il passaggio era (ed ancora oggi dovrebbe essere) lo Stato Corporativo.

Michaal Shanks, economista di vasta esperienza internazionale, già direttore della Commissione europea degli affari sociali e presidente  del Consiglio nazionale dei consumi, nel suo libro What is wrong with the modern world? (Cosa c’è di sbagliato nel mondo moderno?) indica lo Stato Corporativo di Mussolini, di fronte al persistente crisi del liberismo e del marxismo, come l’unico modello per uscire dalle contrapposizioni vigenti nella Democrazia Parlamentare. Non c’è alternativa, conclude l’economista inglese: o lo Stato Corporativo o lo sfascio dello Stato.

   Oggi, anno 2011 Era LXVI dello Stato Sfascista, siamo giunti allo Sfascio dello Stato.

   È sotto gli occhi di tutti (a parte di coloro che ne godono i privilegi) le ingiustizie e le disuguaglianze che consentono e alimentano una società basata su sistemi liberali in politica e liberisti in economia. Questi sistemi sostenitori di una libertà che si trasforma in anarchia dove solo il più svelto, il più spregiudicato, il più privo di scrupoli, il più prepotente, il più imbroglione, il più ricco prevale su tutti. E ancora una volta ricordiamo l’ammonimento di Benito Mussolini: <La corruzione non è NEL sistema, ma è DEL sistema>, e possiamo aggiungere che ciò è ampiamente comprovato. Allora, giusto come ha scritto il giornalista Franco Monaco: <Per rifare l’Italia, per rifarla Nazione bisogna mandare all’aria anzitutto i partiti. Perché una vera democrazia è cosa ben diversa da quella di loro comodo, grottesca impalcatura di gole profonde. Una vera democrazia  non può fondarsi che sulla serietà pura e semplice del lavoro, quindi su una rappresentanza chiara, diretta e responsabile di tutte le categorie produttive>.

   Ora un po’ di storia.

   Prima con il Lodo di Palazzo Vidoni dell’ottobre 1925, poi con la Carta del Lavoro presentata il 21 aprile 1927 (sì, signori, addirittura più di ottanta anni fa) codificava, per la prima volta al mondo, i rapporti fra capitale e lavoro, cioè fra il proprietario di un’azienda e il lavoratore, basava l’intero sistema sulla collaborazione di classe in contrapposizione all’allora vigente lotta di classe, rendendo, in pratica, due forze non più ferocemente antagoniste, ma collaborative nel comune interesse. Di nuovo Franco Monaco (Quando l’Italia era ITALIA, pag. 47): <Questa unitarietà di comportamento dei datori di lavoro e dei lavoratori non poteva essere basata che su una loro uguaglianza totale: giuridica, politica ed economica. Perciò l’ordinamento corporativo ridimensionava il capitale, gli toglieva la vecchia arroganza padronale, lo faceva diventare strumento tecnico dell’economia, senza per altro mettere in discussione la proprietà privata>. La Carta del Lavoro fu la premessa legislativa necessaria per l’impalcatura dell’apparato corporativo. Con la creazione nel luglio 1926 del Ministero delle Corporazioni, nel 1930 vide la luce il Consiglio Nazionale delle Corporazioni.  

   L’insieme dell’edificio corporativo andava costruito in tempi assennati perché sottoposto a continue verifiche, limature, variazioni, aggiunte. A seguito di ciò, con la legge del febbraio 1934 il sistema corporativo appariva quasi compiuto, mancava solo la sostituzione della ormai praticamente esautorata Camera elettiva con un organo espresso dalle corporazioni. Le elezioni plebiscitarie a lista unica, nel marzo 1934 e conseguente impresa etiopica, avevano probabilmente ritardato la variazione istituzionale e la creazione del nuovo assetto rappresentativo corporativo.

   Nel 1939 entrò in funzione la Camera dei Fasci e delle Corporazioni, organo legislativo e rappresentativo, con 600 deputati chiamati Consiglieri Nazionali.

   La nascita dello Stato Corporativo rappresentò il tentativo di superare i limiti del così detto Stato liberale e l’incubo dello Stato sovietico. Il Secondo conflitto mondiale infranse l’esperimento in una fase che era già cruciale a causa dell’isolamento internazionale provocato dalle sanzioni e dall’autarchia. Così si espresse il Direttore de Il Giornale d’Italia in un vecchio articolo.

    Il Dottor Sebastiano Barolini di Pontinia (Lt) ha scritto che ha avuto la ventura di studiare il Diritto Corporativo che pone l’uomo al centro della Società e, riassumendo: 1) Ridimensionamento dello strapotere dei padroni attraverso la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese; 2) Partecipazione dei lavoratori agli utili delle imprese; 3) Partecipazione dei lavoratori alle scelte decisionali onde evitare chiusure di aziende o licenziamenti improvvisi senza che ne siano informati per tempo i dipendenti, i quali sono interessati a trovare altre soluzioni atte a non perdere il posto di lavoro; 4) Intervento dello Stato attraverso i suoi funzionari immessi nei consigli di amministrazione allorquando le imprese assumono interesse nazionale a maggior difesa dei lavoratori (altro che l’intervento di Marchionne); 5) Diritto alla proprietà in funzione sociale e cioè lotta alle concentrazioni immobiliari e diritto per ogni cittadino, in quanto lavoratore, alla proprietà della sua abitazione; 6) Diritto alla iniziativa privata in quanto molla di ogni progresso sociale di contro all’appiattimento collettivista e alle concentrazioni capitaliste; 7) Edificazione si una giustizia sociale che prelevi il di più del reddito ai ricchi e lo distribuisca fra le classi più povere attraverso la previdenza sociale, l’assistenza gratuita alla maternità e all’infanzia, le colonie marine e montane per i bambini poveri, l’assistenza agli anziani, il dopolavoro per i lavoratori, i treni popolari e via dicendo; 8) Eliminazione dei conflitti sociali attraverso la creazione di un apposito Tribunale del Lavoro in base al principio che un cittadino non può farsi giustizia da sé altrettanto deve valere per i conflitti sociali ad evitare scioperi e serrate che tanti danni provocano alle parti in causa ed alla collettività nazionale; 9) Abolizione dei sindacati di classe ormai ridotti a cinghie di trasmissione dei partiti che li controllano e creazione dei sindacati di categoria economica con conseguente modifica del Parlamento in una Assemblea composta da membri eletti attraverso le singole Confederazioni di categoria dei datori di lavoro e dei lavoratori; 10) Attuazione, particolarmente nel Mezzogiorno, della bonifica integrale, che toglie ai latifondisti le terre incolte, le rende produttive e le distribuisce in proprietà gratuita ai contadini poveri.

   Nell’Enciclica di Pio XI Quadragesimo anno, si legge fra l’altro: <Ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari ed amministratori del capitale di cui però dispongono a loro grado e piacimento>. Insieme alle famose Encicliche Rerum Novarum e Centesimus Annus si può affermare che le Encicliche papali sono la trasposizione politica dei problemi sociali che avevano proposto la Chiesa.

   Quindi rivolgiamo una esortazione ai giovani, ne va del vostro futuro: dedicatevi allo studio del Diritto corporativo e ignorate le interessate e fraudolenti, mendaci voci che vi parlano di spinte corporative o di iniziative settoriali corporative. Lo Stato Corporativo è tutto l’opposto perché è volto, attraverso l’esame dei programmi proposti dalle singole Confederazioni di categoria, a formulare una seria e globale programmazione economica ben diversa da quelle inconsistenti dall’attuale disonesto e incapace regime.

   Siamo ora declassati a Nazione di serie B a causa dell’incapacità e corruzione dell’attuale regime.

    A dimostrazione di quanto scritto, oltre al già citato Michaal Shanks, diamo la voce ad altri studiosi e autorità che sono al di sopra di ogni sospetto di simpatie per il passato regime.

Un riconoscimento alla validità della proposta corporativa venne addirittura da Gaetano Salvemini: «L'Italia è diventata la Mecca degli studiosi della scienza politica, di economisti, di sociologi, i quali vi si affollano per vedere con i loro occhi com'è organizzato e come funziona lo Stato corporativo fasci­sta. Giornali, riviste, periodici specializzati, facoltà di scienze politiche, di economia, di sociologia, delle grandi come delle piccole università, inondano il mondo di articoli, di saggi, opuscoli, libri che formano già una biblioteca di dimensioni rispettabili sullo Stato corporativo fascista, le sue istituzioni, i suoi aspetti politici, i suoi indirizzi di politica economica, i suoi effetti speciali».

      In questo contesto non possiamo non ricordare che quando Mussolini, nel 1934, affermò. <L’America va verso l’economia corporativa>, disse molto meno di quanto non si potrebbe credere. L’America non riusciva a superare la crisi economica che l’attanagliava e Roosevelt, favorevolmente colpito dalla politica mussoliniana, inviò attraverso Italo Balbo, <parole di apprezzamento per l’organizzazione corporativa del nostro Paese>. In merito ha scritto Vaudagna: <In Italia intellettuali, politici e giornalisti videro nel New Deal una sorta di corporativismo in embrione, che seguiva la strada aperta dal fascismo>. Roosevelt, nel contesto di una economia che era sempre stata ispirata ai principi del più sfrenato ed incontinente liberismo, introdusse , con le buone e assai più con le cattive, il coordinamento economico da parte dello Stato, la qual cosa fu, non a torto, valutato come un punto di svolta determinante.

    Zeev Sternhell, ebreo, professore di Scienze Politiche presso l’Università di Gerusalemme, col saggio “La terza via fascista” (“Mulino”  1990), nel quale, tra le molte altre considerazioni, possiamo leggere: <Il Fascismo fu una dottrina politica, un fenomeno globale, culturale, che riuscì a trovare soluzioni originali ad alcune grandi questioni, che dominarono i primi anni del secolo>. L’autore continua a spiegare: <Le ragioni dell’attrazione esercitata dal Fascismo su eminenti uomini della cultura europea, molti dei quali trovarono in esso la soluzione dei problemi relativi al destino della civiltà occidentale>. Sono proprio le soluzioni sociali ad attrarre maggiormente il giudizio del  professore di Scienze Politiche: <Il corporativismo riuscì a dare la sensazione a larghi strati della popolazione che la vita fosse cambiata, che si fossero dischiuse delle possibilità completamente nuove di mobilità verso l’alto e di partecipazione>.

   Torniamo a Roosevelt. Questi aveva impostato la campagna elettorale all’insegna del New Deal, ossia ad un vasto intervento statale in campo economico, proponendo un’alternativa al liberismo capitalista. Una volta eletto Roosevelt (e questo nel dopoguerra venne accuratamente nascosto) inviò, nel 1934, in Italia Rexford Tugwell e Raymond Moley, due fra i suoi più preparati uomini del Brain Trust per studiare il miracolo italiano.

   E allora, per tornare al titolo di questo pezzo, riprendiamo uno stralcio del lavoro di Lucio Villari: <Tugwell e Moley, incaricati alla ricerca di un metodo di intervento pubblico e di diretto impegno dello Stato che, senza distruggere il carattere privato del capitalismo, ne colpisse la degenerazione e trasformasse il mercato capitalistico anarchico, asociale e incontrollato, in un sistema sottoposto alle leggi e ai principi di giustizia sociale e insieme di efficienza produttiva>. Roosevelt inviò Rexford Tugwell a Roma per incontrare Mussolini e studiare da vicino le realizzazioni del Fascismo. Ecco come Lucio Villari ricorda il fatto tratto dal diario inedito di Rexford Tugwell in data 22 ottobre 1934 (Anche l’Economia Italiana tra le due Guerre, ne riporta alcune parti; pag. 123): <Mi dicono che dovrò incontrarmi con il Duce questo pomeriggio… La sua forza e intelligenza sono evidenti come anche l’efficienza dell’amministrazione italiana, è il più pulito, il più lineare, il più efficiente campione di macchina sociale che abbia mai visto. Mi rende invidioso… Ma ho qualche domanda da fargli che potrebbe imbarazzarlo, o forse no>.  

   Erano gli anni che da tutto il mondo (e lo ripeto: da tutto il mondo) politici e studiosi venivano in Italia per studiare il MIRACOLO ITALIANO. Esattamente come oggi, vero? E chi può ci smentisca!

   Andiamo verso la conclusione e citiamo di nuovo Franco Monaco: <C’è una sola strada da percorrere, tutta italiana, ma preclusa ai grassatori: una strada da riprendere con un impegno non tribunizio, ma di studio e di ampia informazione pubblica, se si vogliono veramente ricostruire i valori crollati>.

   Per valori crollati, Franco Monaco si riferisce a quelli crollati nella non troppo lontana sconfitta militare del 1945, quando i liberatori ci imposero le loro leggi, quelle basate essenzialmente sul valore del dollaro.

Torneremo presto sull’argomento, in quanto convinti corporativisti.

Abbiamo ricevuto la mai che qui sotto riportiamo, con preghiera di “farla girare”. Cosa che facciamo con grande, grandissimo, anzi, infinito piacere.

 

Ed ora leggete quanto segue:

 

    Il giorno 21 settembre 2010 il Deputato Antonio Borghesi dell'Italia dei Valori ha proposto l'abolizione del vitalizio che spetta ai parlamentari dopo solo 5 anni di legislatura in quanto affermava che tale trattamento risultava iniquo rispetto a quello previsto dai lavoratori che devono versare 40 anni di contributi per avere diritto ad una pensione.

Ecco com’è finita:

Presenti 525

Votanti 520

Astenuti 5

Maggioranza 261

Hanno votato sì 22

Hanno votato no 498

 i 22 sono: BARBATO, BORGHESI, CAMBURSANO, DI GIUSEPPE, DI PIETRO, DI TANISLAO, DONADI, EVANGELISTI, FAVIA, FORMISANO, ANIELLO, MESSINA, ONAI,
 MURA, PALADINI, PALAGIANO, PALOMBA, PIFFARI, PORCINO, RAZZI, ROTA,
 SCILIPOTI,   ZAZZERA.
 Ecco un estratto del discorso presentato alla Camera:  Penso che nessun cittadino e nessun lavoratore al di fuori di qui possa  accettare l'idea che gli si chieda, per poter percepire un vitalizio o una pensione, di versare contributi per quarant'anni, quando qui dentro sono sufficienti cinque anni per percepire un vitalizio. È una distanza tra il Paese reale e questa istituzione che deve essere ridotta ed evitata. Non sarà mai accettabile per nessuno che vi siano persone che hanno fatto il
 parlamentare per un giorno - ce ne sono tre - e percepiscono più di 3.000 euro al mese di vitalizio. Non si potrà mai accettare che ci siano altre persone rimaste qui per sessantotto giorni, dimessisi per incompatibilità, che percepiscono un assegno vitalizio di più di 3.000 euro al mese. C'è la
 vedova di un parlamentare che non ha mai messo piede materialmente in Parlamento, eppure percepisce un assegno di reversibilità. Credo che questo sia un tema al quale bisogna porre rimedio e la nostra proposta, che stava in quel progetto di legge e che sta in questo ordine del
 giorno, è che si provveda alla soppressione degli assegni vitalizi, sia per i deputati in carica che per quelli cessati, chiedendo invece di versare i contributi che a noi sono stati trattenuti all'ente di previdenza, se il deputato svolgeva precedentemente un lavoro, oppure al fondo che l'INPS ha
 creato con gestione a tassazione separata. Ciò permetterebbe ad ognuno di cumulare quei versamenti con gli altri nell'arco della sua vita e, secondo i criteri normali di ogni cittadino e di
 ogni lavoratore, percepirebbe poi una pensione conseguente ai versamenti realizzati.
    Proprio la Corte costituzionale, con la sentenza richiamata dai colleghi questori, ha permesso invece di dire che non si tratta di una pensione, che non esistono dunque diritti quesiti e che, con una semplice delibera dell'Ufficio di Presidenza, si potrebbe procedere nel senso da noi prospettato,che consentirebbe di fare risparmiare al bilancio della Camera e anche a tutti i cittadini

E ai contribuenti italiani circa 150 milioni di euro l’anno.

    
Non ne hanno dato notizia né radio, né giornali, né TV OVVIAMENTE. Facciamola girare noi!!!

 

  IL 9 ottobre 2011 sempre LXVI Era Sfascista, il Presidente Giorgio Napoletano ha lanciato questo monito: <Dobbiamo ridare dignità e decoro alla politica >. La risposta data dal Parlamento italiano il 21 settembre (risposta poco sopra riportata), non è adeguata al monito?

 

Caro amico lettore, questo articolo è puttosto lunghetto, però l'argomento è importante e potrebbe rivelarsi come soluzione (forse è l'unica) per uscire dalla melma nella quale ci hanno costretti a vivere.
Grazie
Filippo Giannini

domenica 19 maggio 2024

In vista non c'è un'alba radiosa!

In vista non c'è un'alba radiosa!

Tra il 6 e il 9 giugno si svolgeranno nei 27 Paesi dell'Unione Europea le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo.

In 25 Paesi si voterà in un'unica giornata, chi il 6, chi il 7, o l'8 o il 9.

Solo in due, Italia e Repubblica Ceca, si potrà votare in due giornate, in Italia dalle 14 alle 22 di sabato e dalle 7 alle 23 domenica.

Ci si potrebbe chiedere come mai se in quasi la totalità dei i Paesi si vota in una sola giornata, in Italia si vota in due giorni, questa volta addirittura con l'inizio del voto di sabato e la risposta è abbastanza scontata : la paura dell'astensionismo.

Infatti, nelle ultime Elezioni Europee del 2019 la percentuale dei votanti in Italia è stata del 54,5%, in calo rispetto alla già bassa percentuale del 2014 che era stata del 57,2%.

In parole povere, la metà degli Italiani oramai rifiuta la partecipazione ad un rito, che sarebbe altamente democratico visto che si vota con il più giusto sistema proporzionale, ma il progressivo scadimento della classe politica, la diffusa pratica dei cambi di casacca (l'Italia è al primo posto per gli Europarlamentari che hanno cambiato gruppo!), quella dell'assenteismo (gli europarlamentari italiani sono solo al 19° posto per le presenze!) e il fatto che ci siano candidati importanti e di bandiera che poi non andranno al Parlamento Europeo e altri che invece verranno paracadutati a Bruxelles perché scomodi al loro Partito o alla loro coalizione in Italia, tutto quanto scritto sopra non invoglia certamente a votare in queste elezioni europee.

Inoltre è oramai chiaro che, specie questa volta, più che sui temi europei, la battaglia elettorale italiana sarà incentrata sui temi interni, sui rapporti di forza e di potere nella coalizione di Centrodestra al governo e di quelli nella eterogenea opposizione di Centrosinistra ancora alla ricerca di una linea comune e condivisa.

Resteranno invece nell'ombra i tanti problemi dell'Italia, momentaneamente accantonati, perché la loro soluzione o tentativo di soluzione potrebbe incidere negativamente sul consenso elettorale degli uni e degli altri.

Parliamo del gigantesco debito pubblico dell'Italia (il terzo più grande al mondo!), dei salari e stipendi che restano tra i più bassi in Europa, della disastrata Sanità (della quale trattiamo anche a pagina 3), della difficile sostenibilità del sistema pensionistico, di uno Stato sociale che arranca, dei progetti per ottenere i fondi europei del PNRR che in parte sono ancora solo sulla carta, dei ritardi sulla transizione ecologica e sul contrasto al dissesto ambientale.

La stessa cosa vale per i grandi e drammatici temi internazionali sui quali, è inutile nascondercelo, la posizione del nostro Paese è tutt'altro che chiara e decisa come si vorrebbe far credere, così come del resto, checchè ne dica la propaganda governativa, sullo scacchiere internazionale l'Italia continua a incidere ben poco.

In compenso Centrodestra e Centrosinistra andranno avanti ad accapigliarsi nelle insignificanti polemiche quotidiane e a dividersi, anche al loro interno, sulle riforme “epocali” in cantiere, che di “epocale” hanno solo i disastri che determineranno per il futuro dell'Italia.

Nel difficile momento che stiamo vivendo, dove in vista non c'è un'alba radiosa, ci sarebbe bisogno di una classe politica alta, idealmente solida, moralmente integra, preparata e competente, invece gli Italiani devono “accontentarsi di quello che passa il Convento”.

Adriano Rebecchi Martinelli 

 




domenica 21 aprile 2024

25 APRILE, LA LIBERAZIONE.. UN FALSO STORICO

25 Aprile, la liberazione.. Un falso storico

 

La stragrande maggioranza dei partigiani era di fede COMUNISTA e pertanto NON voleva liberare l’Italia, ma consegnarla al dominio Staliniano come avvenne per tutte le nazioni “Liberate” dall’armata rossa ( Ungheria, Romania, Bulgheria, ecc. ecc, ).

Se l’Italia non cadde sotto il dominio sovietico fu perché a Yalta il 17 Aprile 1945 si riunirono Churcill, Truman e Stalin e si divisero il mondo  e l’Italia fu assegnata al predominio USA..!!

La guerra la perdemmo ( perché fu persa e non vinta ) contro i 5 eserciti più forti del mondo e certamente NON contro i partigiani..

Pertanto la favola della liberazione dell’Italia da parte dei partigiani è appunto una stupida favola senza alcun riscontro storico e politico!!!

Ma questi politici inetti ed incapaci sono come uno scaldabagno… se gli togli la resistenza restano solamente dei rottami…!!!!

Alessandro Mezzano

 

lunedì 1 aprile 2024

La catastrofe del popolo somalo

La catastrofe del popolo somalo

Dalla Somalia italiana a quella disastrata di oggi!

Verso la fine dell'ottocento, Inghilterra e Italia acquisirono il controllo della parte costiera della Somalia, in precedenza denominata "Paese dei Somali", dando vita alla Somalia britannica al nord e alla Somalia italiana al centro e al sud.

Erano territori dominati da vari Sultanati locali, dove regnava la povertà e una feroce schiavitù.

Dopo la fine della Prima guerra mondiale, come compenso per la vittoria, fu assegnata all'Italia anche la parte dell'Oltregiuba, situata a sud del fiume Giuba e costituita da altipiani e pianure.

Venne così costituita la colonia della Somalia italiana che confluirà poi nell'Africa Orientale Italiana.

A partire dal 1926 il Fascismo, dopo aver sconfitto le resistenze di alcune tribù e Sultanati locali, arrivò alla pacificazione della Somalia, nel rispetto della cultura locale e delle strutture tribali e sociali e della religione locale che era l'Islam.

L'Italia inviò in Somalia alcune decine di migliaia di contadini e lavoratori (soprattutto veneti e lombardi) che in breve tempo fecero diventare la Somalia uno degli Stati più progrediti dell'Africa.

Nel censimento del 1938, nella sola capitale Mogadiscio che contava 50.000 abitanti, gli Italiani erano circa 20.000, cioè il 40% della popolazione.

Durante la presenza italiana in Somalia furono costruiti la strada Imperiale per collegare la capitale Mogadiscio all'Etiopia, la ferrovia Mogadiscio-Villaggio Duca degli Abruzzi, quest'ultimo era un nuovo villaggio-colonia noto per le moderne tecniche di irrigazione e coltivazione, diventato poi una cittadina (oggi chiamata Giohar), la diga sul fiume Uebi Scebeli e quella sul Giuba che, con una serie di canali di irrigazione portavano acqua alle nuove piantagioni di mais, ricino, arachide, sorgo, sesamo, manioca, banano, cotone, tabacco e agli allevamenti (caprini, ovini, bovini).

Nei principali centri furono costruiti scuole, asili, dispensari, lebbrosari, tubercolosari e furono impiantate numerose piccole aziende manifatturiere (conserve, cuoio, pellame, pesce, carta, cemento, combustibili, semi oleosi) e centri per l'artigianato locale.

Fu costruita anche buona parte dell'attuale capitale Mogadiscio, con strade asfaltate e fognature e, in particolare: il lungomare, il nuovo porto con annessa diga foranea, la Cattedrale, l'Ospedale, la sede della Banca d'Italia, il grande albergo Croce del Sud, Corso Vittorio Emanuele III°, Viale Littorio e altri piccoli quartieri di casette con giardino e copertura a terrazzo.

A dimostrazione della riconosciuta civiltà e del progresso portato dall'Italia fascista nell'arretrata Somalia basta citare due fatti:

durante la Seconda guerra mondiale decine di migliaia di Somali combatterono coraggiosamente a fianco delle truppe italiane, con pochissimi episodi di diserzione che invece furono molto frequenti tra le truppe coloniali inglesi e francesi;

nel 1949, alla fine dell'occupazione inglese, le Nazioni Unite affidarono la Somalia all'Amministrazione fiduciaria dell'Italia per dieci anni, cioè fino al 1 luglio 1960, per accompagnare il Paese all'indipendenza.

Però, dopo aver ottenuto l'indipendenza, la Somalia iniziò subito due guerre contro la confinante Etiopia, guerre che terminarono nel 1969 quando, con un colpo di stato, andò al potere il dittatore Siad Barre che iniziò a sua volta una lunga e sanguinosa guerra civile ad intermittenza durata 30 anni, con episodi di inaudita crudeltà e massacri di civili e che terminò, ma solo in apparenza, con la Conferenza di pace di Gibuti del 2000.

Ma in Somalia in realtà non c'è mai stata pace perché nel frattempo, alla guerriglia dei Signori della guerra che si contendevano il controllo dei rispettivi territori, si è aggiunta quella dell'integralismo religioso dell'Unione delle corti islamiche e la guerriglia e relativi massacri sono arrivati fino ai giorni nostri, malgrado l'intervento prima dell'Onu e poi degli Usa, quest'ultimo richiesto dalle stesse Nazioni Unite.

Il risultato è che le tante guerre tribali hanno distrutto l'importante sistema idrico creato dagli Italiani e portato alla morte di molte piantagioni adesso tornate deserto, hanno causato la scomparsa di molti allevamenti e spazzato via tutta la rete artigianale e commerciale.

Così oggi quasi 8 milioni di persone, circa la metà della popolazione, sono colpite dalla povertà e dalla siccità, 2 milioni di persone oltre alla fame bevono acqua non potabile che aumenta il rischio specie per i bambini di contrarre malattie, di questi ultimi oltre 200.000 stanno oramai morendo di fame.

Secondo l'Unicef solo tra gennaio e luglio 2022 sono già morti per fame e sete 730 bambini.

Questo è il tragico raffronto tra la Somalia di ieri colonia italiana e l'attuale Federazione della Somalia, con buona pace delle faziose ricostruzioni sul colonialismo italiano, specie su quello fascista, accusato di ogni nefandezza dalle italiche e bugiarde vestali dell'antifascismo.


 

domenica 24 marzo 2024

23 MARZO 1944, VIA RASELLA

23 marzo 1944, le vittime dimenticate di via Rasella

Con una bomba piazzata dentro un carretto della spazzatura Bentivegna e compagni, fulgidi esempi di combattenti a viso aperto (mimetizzati nella propria uniforme di spazzini), “spazzavano” da via Rasella in Roma 32 territoriali atesini del battaglione Bozen. Spedendoli in un attimo al Creatore, assieme ad un bambino innocente ed un innocuo passante.
I defunti ed i feriti, per la storiografia repubblicana ed i tribunali, non furono mai considerati che vittime sacrificali da offrire alla dea “resistenza”. Così si tacque, per legge, su chi fossero, da dove venissero, se avessero avuto una vita precedente ed una famiglia. Essendo via Rasella la causa, dal dopoguerra in poi si condannò e celebrò soltanto l’effetto…le Fosse Ardeatine. La chiesa (quella dalla c minuscola), comprensiva dei vari papi e vicari di Roma, mai ha pubblicamente rivolto un pensiero od una orazione a quei caduti. Pur, per quanto se ne sappia, nella maggior parte cattolici fino al momento del violento trapasso.
Non parliamo poi del povero bimbo, addirittura messo in discussione come vittima. Le Fosse Ardeatine hanno ottenuto, come giustamente dovuto a tutti i morti, il rispetto dovuto. I militari del Bozen (ed i civili) di via Rasella, no. 
La “democrazia”, che ha vinto, ha tentato di cancellarli, la chiesa pure. 
La memoria degli “altri”, NO ..

Grazie per l’attenzione
Vincenzo Mannello 


(riflessioni già condivise in rete nel 2014)

venerdì 23 febbraio 2024

La "memoria corta" della RAI

La "memoria corta" della RAI

 

 se non fosse la nota "vaccinista compulsiva" Manuela Falcetti ad indignarsi durante la trasmissione radiofonica "Italia sott'inchiesta" per il trattamento riservato alla attivista antifascista Ilaria Salis, detenuta per gravi reati in Ungheria, neppure riprenderei la questione. So benissimo, come tanti altri, in che modo vanno le cose italiane quando si tratta di difendere comunistardi ed affini. Però, sentire chiedere ad un avvocato "cosa dice la legge" italiana quando trattasi della giustizia ungherese, mi fa riflettere sui comportamenti passati, in materia dei diritti, tenuti dalla conduttrice durante la dittatura sanitaria di Conte e Draghi in Italia, non in Ungheria. 

Mai, in circa due anni di trasmissioni, la signora spese una sola parola a favore di chi non la pensasse come "la scienza" ufficiale in materia di Covid. Approvando e sostenendo apertamente tutti i provvedimenti governativi in materia di lockdown, mascherine e tamponi obbligatori, segregazionismo scolastico, lavorativo e sociale, privazione di ogni sostentamento e giusto licenziamento per chi avesse rifiutato il vaccino contro il virus che, ricordiamo la vulgata mediatica, immunizzava dal male salvando la vita agli inoculati. Mentre i milioni di ribelli NoVax si sarebbero ammalati fino a morire tra atroci tormenti. Esattamente la tesi di Draghi e di quanti, quotidianamente, terrorizzavano via etere gli ascoltatori senza alcun diritto di replica da parte degli untori, condannati al rogo a prescindere .. Tutto poi aggravato dalla caccia, radiofonica ma non solo, ai NoGreenpass. Cittadini di terza o quarta serie, da discriminare e, possibilmente, eliminare dalla società privandoli dei diritti civili e persino affamandoli senza stipendio. 
Oggi sembrano accuse lontane secoli, ma basterebbe riascoltare le puntate dell'epoca per verificarne la consistenza. Tenendo presente che, non sembri una nefasta predizione, il tutto potrebbe ripresentarsi con l'insorgere di una nuova "pandemia" .. e di vecchi "dittatori".

Grazie per l'attenzione
Vincenzo Mannello