lunedì 14 marzo 2022

GLI UOMINI DELLA RSI: RINO COZZARINI, PRIMA MEDAGLIA D'ORO

GLI UOMINI DELLA RSI: RINO COZZARINI, PRIMA MEDAGLIA D'ORO         


UN DOCUMENTO SU RINO COZZARINI, PRIMO EROE DELL'ESERCITO REPUBBLICANO' articolo pubblicato nei primi mesi della guerra civile
 
 

 
    "Il 10 novembre 1943, in un cruento assalto cadeva sul fronte meridionale italiano nel conteso settore di Falciano-Mondragone alla testa dei suoi legionari, il tenente Rino Cozzarini.
    L'Italia perdeva con lui uno dei suoi figli minori. Rino Cazzarini era nato a Venezia nel 1918: aveva dunque solo 25 anni. Cresciuto in un'atmosfera di assoluta dedizione ai supremi ideali patriottici, egli rimane un esempio per tutti i giovani.
    A 18 anni si arruola volontario e parte per la Spagna martoriata nel nome dell'Idea italiana e fascista che lo spinge laddove sui campi di battaglia si decidono i destini della Spagna cattolica che il bolscevismo tenta di asservire per farne il trampolino di lancio della futura offensiva sovietica contro la civiltà d'Europa.
    Rientrato dalla Spagna riprende i suoi studi. Ma il 10 giugno 1940squilla di nuovo la diana di guerra. L'Italia, rotto gli indugi, prende il suo posto di combattimento.
    Rino Cozzarini chiede immediatamente di servire ancora la Patria in armi. Sarà però il suo atteggiamento che segue l'infausta data dell'8settembre a dargli il carisma purissimo dell'eroismo. In quei tristi giorni egli è veramente un italiano e di nulla si preoccupa se non di salvare la Patria, ferita, mutilata, tradita. E anzi è forse egli il primo fra gli ufficiali italiani che, posto di fronte alla tragedia che sembra afferrar tutti, salta alla riscossa in un impeto supremo di ribellione.
    8, 9, 10 e 11 settembre 1943.L'esercito regio non esiste più,disorganizzato dal tradimento dei generali e della monarchia. Su tutte le strate d'Italia hanno l'ordine assurdo e vergognoso di far causa comune con gli anglosassoni e di rivolgere le armi contro i germanici.
    I reparti italiani abbandonati da ufficiali indegni si liquefanno. Di quello che è stato uno dei più valorosi eserciti del mondo non restano che torme di esseri senza guida né mèta. 
    Non possono affiancarsi al nemico anglosassone e non possono a maggior ragione contro l'alleato. Con l'esercito è l'Italia che crolla. Soltanto i soldati di Hitler tengono testa al nemico imbaldanzito dai facili successi, turano le falle, organizzano quel nuovo schieramento offensivo contro il quale da mesi cozzano le armate anglo-statunitensi.
    E' in questo momento drammatico che si forma agli ordini di Rino Cozzarini il primo battaglione volontari italiani avanguardia del nuovo esercito.
    Il giovane ufficiale che alcuni uomini non hanno voluto abbandonare,trovato un autocarro, comincia a percorrere le strade dell'Italia meridionale per cercare di raggruppare attorno a sé un nucleo di soldati da riportare in linea a fianco dei germanici.
    Incontra per primo un motociclista lanciato a velocità pazza.
- Da dove vieni?
- Sono scappato da Roma
- Dove vai?
- A casa no di certo.
- Vuoi venire con me?
- Sì, signor tenente.
- Come ti chiami?
- Mari.
    E la corsa dell'autocarro viene ripresa con il motociclista per battistrada. Lungo la via vi sono gruppi di soldati sbandati, avviliti,inutilmente alla ricerca di una guida, di una mèta.
- Volete venire con me? - domanda il tenente Cozzarini - torneremo a combattere contro gli inglesi.
    In tal modo si forma quel leggendario battaglione che doveva imporsi all'ammirazione dello stesso avversario e guadagnarsi i più lusinghieri elogi del comando germanico.
    Radunati attorno a sé oltre mille uomini, Rino Cozzarini si presenta a un comando tedesco e chiede l'onore di un posto sulla linea del fuoco.
    Immediatamente si crea un'atmosfera di cameratismo e solidarietà fra volontari italiani e soldati del Reich. Dopo un breve periodo di addestramento, la sera del 29 ottobre i volontari partono per la prima linea.
    L'indomani sono schierati nel settore Falciano-Mondragone, posizione dura da tenere. Gli anglo-americani gettano continuamente nuovi contingenti nella fornace per rompere lo schieramento. Riusciti vani i tentativi delle fanterie, il comando nemico sferra un'offensiva con forze corazzate. Ma i volontari non mollano. Si trasformano in cacciatori di carri con la vecchia, ma sempre efficace, tattica della bottiglia di benzina e della bomba a mano. La battaglia non ha soste. La mattina del 31 si sposta su Falciano facendosi più violenta. Gli italiani scattano più volte al contrattacco. Il nemico è fermato e ributtato. Il canto di 'Battaglioni M' saluta la vittoria mentre verso le retrovie sono avviati 300 prigionieri e 4 carri armati inglesi.
    Sul campo dell'onore giacciono 192 italiani, 192 eroi. Il motociclista Mari rantola in un fosso, ma trova ancora la forza di gridare: Viva l'Italia. Viva il battaglione! 
    Al sergente Amendola è concessa sul campo la croce di ferro germanica. 
    Nei giorni che seguono il battaglione italiano è nuovamente chiamato al combattimento e si copre di gloria. Cozzarini promosso da qualche giorno capitano e insignito della croce di ferro, cade sul conteso campo della lotta nel corso di un cruento assalto. La sua anima eletta raggiunge così quelle dei suoi ragazzi che lo hanno preceduto sulla via dell'onore e della gloria.
 
 
IL SECOLO D'ITALIA Quotidiano del 28 Settembre 1990 (Indirizzo e telefono: vedi PERIODICI)
 
 


L'AEROPOEMA DI COZZARINI
Filippo Tommaso Marinetti
 
 
    Il quadrilatero di chiostri e biblioteche plasmato dal Bramante a guisa di tonsura sul cranio del monte Cassino domina la battaglia dei germanici contro gli anglo-americani e mercenari.
    Ne rintuonano tipografie di monaci collane autunnali di vigneti a istrici di fiamma lampeggianti funebri cortei di tarli subiti nei secoli dagli eccelsi volumi del candore filosofico.
    Originalissima spiritualità azzurra di quel cielo aperto come un messale tutto miniato di colombe telescopi artiglierie puntate da teologi astronomi matematici consunti nella mistica rilegatura delle costellazioni.
    Non raggi di sapienza ma tenebre crudeli piombano giù dalle errabonde lampade funerarie accatastandosi. 
    Poiché a tradimento compiuto muore l'Italia colpita lacerata il capitano Rino Cozzarini si affanna per soccorrerla ansando col suo volto affilato di scure olivastra occhi di liquirizia sotto grappoli di capelli neri.----------
    - Non riconosco l'infamante capitolazione io che fui un menarista sobbalzante sfera d'avorio sul metallico deserto arancione e nella affocata tenda mimetica della guerra di Spagna scrissi una tragedia che ha per protagonista il tipo ideale perfetto socialmente umano dell'Ufficiale ed ora bisogna incarnarlo sul palcoscenico del mondo.
    Dalla cima del monte Cassino si stacca una nuvola rosea di sereno egoismo che dilata i veementi muggiti turchini delle stalle montane.
    Ronza romba con traiettoria immensa un rotondo pensiero di grandezza immateriale.
    Sganasciandosi si sbellica dalle risate una ragazzaglia di echi a frotte che troppo li divertì l'intoppo trappo del burbero fucile mitragliatore.
    Mio buon Gesù aiutami a tamponare il sangue di tante ferite vedi l'Italia non ha più lacrime e fiata male Lei così bella aiutami e recluteremo gente per difenderla nelle università negli ospedali adolescenti vecchi malati parleremo anche a tutti col cuore e bacerò i ginocchi a chi mi dirà di sì purché venga con noi.
    Onore e sacrificio onore e sacrificio onore e sacrificio null'altro da offrirvi ma tu presto lascia rancori pianta gli affetti il denaro la miseria vieni.
    Italiani perché calpestaste così atrocemente la sublime poesia della Patria nessuno può rispondere a questa mia domanda e sono rimpianti vani.
    Ora vi disprezzate e vi coprite la faccia col fango e riconoscete soltanto l'implacabile superiorità del Numero e della Quantità massiccia.
    Dalla cima del monte Cassino si spande una macchia oleosa ed è una nuvola viola che tenta covare la battaglia sotto ali membranose di cinismo.
    - Eppure io posseggo un fulgente segreto e lo stringo nel pugno fra le mie dita intenerite. Dal fondo del più torbido oceano è venuto miracolosamente a galla.
    Sembra l'orologino dell'amore materno dato al figlio che parte per il fronte oppure una tremante bestiola a sguardi umili e flebile tic-tac.
    Lo maneggio bene e lo bacio e ribacio ed è l'invocato Istante dell'eroismo assoluto da regalare alla Patria. Prima che muoia.
    Ronza romba con traiettoria immensa un pensiero rotondo di bontà caritatevole per i deboli. L'applaudono i settecento combattenti reclutati ferroviariamente all'impazzata e sono contadini che brandiscono vincastri di greggi smarriti forbicioni da vinaiolo trappole sfasciate da volpi beffarde e sdentate forche di inverni senza lupi e pertiche zelanti nell'ammainare irraggiungibili olive di pace. Un aeropoeta di Cagliari trasvolando riesce a raggiungere un blocco nero del nuraghi nativo.
    Ma i gruppi futuristi di Reggio Calabria Girgenti Bagheria implorano armi e munizioni.
    Come potremo combattere senza fucili né bombe. Abbiamo soltanto questi libri d'aviazione stampati su latta da Mazzotti e Nosenzo per corazzarci il petto. Un itinerario in Palestina di Padre Cesare Angelini. Il futurismo poesia ad ogni costo di Orestano.La vittoriosa architettura di Sant'Elia. L'aeroporto di Scurto. Bombardata Napoli canta di Bellanova la fine della tradizione monarchica Aeropittura contro nature morte di Renato di Bosso. Quando ero pecoraio di Giardina. La poesia dei ferri chirurgici di Masnata Aria madre di Civello. I poeti futuristi repubblicani del 1908. L'essenza del futurismo di Acquaviva Studenti fascisti cantano così di Buccafusca De Marinetti a Maiakowski Histoiredu futurisme Russe di Lehermann. Sopraggiungono ad insaporarli di sale marino il Tirreno e l'Adriatico con l'ampio giro dei loro fiati melodiosi lieti di lambire il declivio soave del petto della fidanzata questo snello campionario delle tinte della felicità. Un blu madonna unoro di aureole in chiesetta alpestre un carminio di labbra un vermiglio di vulcani un argento di ulivi in promontorio un rosa di aurora inbaracca marinara un lapislazzuli di sguardi ritrovatisi in paradiso.Ronza romba con traiettoria immensa un rotondo pensiero di vendetta che addenta l'equità. La battaglia diventa una crepitante rabbia di macchine tipografiche e vi sibila l'inchiostro carbonoso di una rotativa a traffico librario infinito.
    - Se vincerò o mia futura sposa ti apparterrà un lembo della vittoria se cascherò dirai ad altri che sono morto e riaccenderai una fiaccola nuova. Alla Patria che mi vuole lascio quanto ho di più caro nella mia vita. In ginocchio s'intrufola nelle linee mitraglianti il capitano Rino Cozzarini con bombe a mano sventagliando morte svincola il suo battaglione accerchiato in un vigneto colmo di vampe e pampini carbonizzati come si libera un sentimento ideale da acredini pessimiste. Nella fattoria presa d'assalto egli entra con i volontari.
    - Padrona dammi il secchio del pozzo che la gola ci brucia o Gloria non mi ruberai il magnifico Istante di eroismo assoluto da regalare alla Patria.
    In ginocchio strisciando egli introduce fra i due rulli spietati tutto se stesso tipo ideale perfetto socialmente umano dell'ufficiale. Collaudo patetico.
    Delicatissima la carta di carne patinata dai più armoniosi baci. Adamantini i caratteri di orgoglio letterario artistico creatore. Mal'angoscia del raffinamento preme il petto di Rino Cozzarini.
    - Devo essere il primo fra tutti e guari a voi se qualcuno mi passa avanti ed ora stampami stampami nella storia fuori testo stampami o mestierante nemico.
    Un così denso splendore di colori italiani potrebbe ostruire i rulli già li bloccò la rotativa è ferma. Ed ecco in cielo rasserenarsi i cuori degli eroi frementi e senza gioia quando garrisce la serica notizia tricolore."Forse speriamo preghiamo l'Italia guarirà". E se morisse dichi la colpa. Colpa della numismatica monarchia del passato e della tradizione. Tradizione uguale tradimento gloria quindi a Cozzarini eroe dell'invenzione. Non sia una platonica facezia in gondola la nostra riunione di Venezia. Occorre poetare coi mirini di battaglia. La poesia cannoneggi la mitraglia. O futuristi che invocaste trent'anni faun'ardente alata repubblica originale pregate il buon Gesù che largisca nella strozza del nemico un buon pesce d'aprile a superdentata lisca e nel mio stremato corpo di volontario del fronte russo l'indiscusso lusso di una buona salute al campo."
 
 
IL SECOLO D'ITALIA Quotidiano del 28 Settembre 1990 (Indirizzo e telefono: vedi PERIODICI)
Fotografia del cippo oggi esistente sul posto dove cadde Cozzarini. La foto ci è stata inviata dal cyberamanuense  Legionario61
 
 

 

domenica 6 marzo 2022

REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA CRONOLOGIA DEGLI AVVENIMENTI

 REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA CRONOLOGIA DEGLI AVVENIMENTI
 

SPRONATI DA UFFICIALI DAL PASSATO VALOROSO, MA ANCHE DA SEMPLICI MILITI, FANTI, AVIERI, MARINAI, RIFIUTANDO IL DISONORE CHE COLPIVA OGNUNO, MOLTI SOLDATI DAVANO INIZIO, CON MOTO SPONTANEO, AL FENOMENO PRODIGIOSO DELLA RICOSTRUZIONE DELLE FORZE ARMATE
PREMESSE da L’ORGANIZZAZIONE MILITARE DELLA RSI
Giuseppe Rocco.
 
 

    Come tutti sanno, già prima dell’8 settembre 1943, mentre gli alti comandi preparavano il tradimento, in numerosi ambienti militari la situazione successiva al 25 luglio, pur nella formale apparente disciplina, aveva provocato una serie di sbandamenti e di perplessità. In modo particolare, nei reparti della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, costretti a sostituire i fascetti con le stellette, maturavano propositi che il maldestro intreccio di tre tradimenti portò in seguito allo scoperto.
    Tutta l’abilità dei cospiratori si era esaurita con il colpo di stato del 25 luglio. Mussolini, dopo la sua liberazione dal Gran Sasso, ebbe a dire a Galbiati che se i nostri Capi militari avessero applicato, nella preparazione della guerra, la stessa intelligenza dimostrata nella preparazione del colpo di stato, egli non sarebbe stato a Roma a parlare, ma in un albergo del Cairo. Tutti e tre i Capi di Stato Maggiore, cioè Badoglio, Cavallero e Ambrosio, come risulta dai loro diari, persero più tempo per studiare il colpo contro il governo che per elaborare piani contro il nemico.
    Dopo il 25 luglio, solo livore politico, vendette e confusione: si pensi che su sedici ministri, due soltanto riuscirono a partire da Pescara con il re e Badoglio. Gli altri, dimenticati o spariti.
    I tedeschi, traditi dal governo badogliano (naturalmente, consenziente il re); il governo Badoglio, tradito dagli americani con la promessa - falsa - di sbarcare una divisione di paracadutisti nell’aeroporto di Ciampino, e con la proclamazione dell’armistizio quattro giorni prima di quanto concordato (l’8 settembre anziché il 12); tre milioni e mezzo di soldati italiani traditi dallo Stato Maggiore, abbandonati allo sbaraglio, senza ordini, con la sola direttiva generica di volgere le armi contro l’alleato che da tre anni gli combatteva a fianco.
    Già nella notte fra l’8 e il 9, ma con ritmo sempre più accelerato nei giorni successivi (prima che i tedeschi attuassero i loro comprensibili piani di vendetta per il tradimento), ovunque si trovassero soldati italiani, qualcuno si ribellò.
    Con moto spontaneo, spronati da ufficiali dal passato valoroso ma anche da semplici militi, fanti, marinai, avieri ecc., rifiutando il disonore che colpiva ognuno, molti soldati davano inizio al fenomeno prodigioso della ricostruzione delle Forze Armate. Si manifestò ovunque l’intenzione di continuare a combattere il vecchio nemico, mettendosi a fianco di qualche reggimento tedesco - in caso di elementi isolati - o costituendo reparti regolari organizzati e disciplinati.
    In ogni centro, grande o piccolo, attorno a quanti non avevano deposto le armi, si verificò un’affluenza di giovani generosi e anche di meno giovani, padri di famiglia con gradi o senza, che avevano tutto da perdere ma ritenevano necessario salvare, nel momento supremo, il valore più alto di un popolo: l’onore militare. Valore che si riflette, in guerra e in pace, in tutti i campi della vita civile ed economica della nazione.
    Le note dell’inno del primo fascismo, trasmesse da Radio Monaco la sera dell’8 settembre da un gruppo di "irriducibili", rappresentò il primo collante, un segnale per gli isolati, una prima certezza di non essere soli, ma che altri fratelli erano determinati a raccogliere dal fango le armi abbandonate, continuando a combattere, con o senza speranza di vittoria ma per fedeltà alla parola data.
    Nel giro di pochi giorni, quasi tutti i reparti della Milizia e nuclei di soldati, di marinai, di avieri, di fascisti, di civili non fascisti, di funzionari statali, di specialisti delle varie Armi si riunivano spontaneamente per difendere le loro sedi e le loro prime caserme, anche dall’alleato germanico giustamente diffidente. Subito si creò una rete militare tale da occupare e presidiare tutto il territorio non invaso dagli anglo-americani, (circa gli otto decimi del suolo italiano) ed assicurare l’attività dell’apparato statale in tutti i suoi aspetti, amministrativi, assistenziali, politici, giudiziari ecc.
    La Repubblica Sociale Italiana era già viva e vitale prima ancora della liberazione del Duce, prima che il nuovo Governo ne sanzionasse la nascita.
    Dopo tre giorni, già centottantamila uomini erano accorsi volontari o rimasti in servizio.
    Il primo importante scopo era stato raggiunto: neutralizzare la furia dei tedeschi, trasformati in poche ore da alleati in nemici.
    * * *
    Difficoltà immense accompagnarono la nascita delle Forze Armate repubblicane; le carenze erano enormi, ma tutto riuscì a procedere, nonostante il continuo arretramento del fronte, sia in Italia che nel resto dell’Europa occupata dai tedeschi. Lo stato "Repubblica Sociale Italiana" per venti mesi operò regolarmente, in tutte le funzioni consentite dal tempo di guerra.
    Come il lettore potrà rilevare dal contenuto del libro, verso la metà di aprile ’45, quando avvenne lo sfondamento della Linea Gotica, l’Italia era ancora in piedi, tutta la sua struttura organizzativa rispondeva alle esigenze della popolazione, l’aspetto alimentare era sopportabile, la burocrazia funzionava bene, tanto che il governo del Sud aveva emanato disposizioni di assorbirla man mano che avanzava l’occupazione militare alleata. La situazione finanziaria, inoltre, era tale che, nonostante il peso della guerra, il costo dell’alleato e degli assegni familiari pagati ai congiunti dei richiamati (anche quelli che combattevano con l’esercito del Sud), il bilancio del 1944 si chiuse in pareggio. I disagi maggiori erano rappresentati dagli incessanti bombardamenti mirati e terroristici nonché dalle imboscate di fuorilegge che scendevano di notte dalle montagne.
    Le truppe della RSI erano distribuite lungo i confini dove, da sole od unitamente a reparti germanici, avevano impedito fino all’ultimo ogni sfondamento, sia sul fronte occidentale che su quello orientale. Ad ovest si opponevano alle armate golliste che, dopo lo sbarco alleato in Provenza del 15 agosto ’44 ed il conseguente abbandono da parte dei tedeschi della Francia meridionale, si erano riaffacciati al confine piemontese, con l’intenzione di conquistare territori italiani, come pegno da presentare al tavolo della pace. Ad est, agguerrite grandi formazioni slave, comuniste o no, aiutate anche da italiani, pretendevano di impadronirsi del Veneto fino all’Isonzo ed oltre.
    Solo la strapotenza americana in uomini e mezzi riuscì, con enormi sforzi, impiegando venti mesi più del previsto, ad eliminare il fronte italiano. I tedeschi, con le divisioni depauperate dalle perdite, ormai battuti su altri fronti, rinunciarono a resistere sulla linea del Po, anticipando l’abbandono del territorio italiano. Si determinò così una situazione improvvisa, che mise le armate repubblicane in crisi, per cui i previsti piani di ripiegamento non poterono essere attuati e la fine della guerra portò con sé lo scatenamento dell’odio comunista con le tragedie che rappresentano una delle pagine più buie della nostra storia.
    * * *
    Esaurite queste premesse, è nostra intenzione esaminare la situazione militare alla metà di aprile 1945, prima dei movimenti di ripiegamento generale, segnando su apposite cartine la dislocazione dei vari reparti lungo i confini. Indicheremo altresì la posizione degli enti militari nelle varie località e tutta l’organizzazione del fronte interno.
    La rappresentazione grafica sarà preceduta da una succinta storia di ogni Arma e di ogni Reparto, onde far conoscere il vero spirito di abnegazione e la fede che animava i singoli elementi, dal più umile "levato" al più noto generale.
 

 
da L’ORGANIZZAZIONE MILITARE DELLA RSI. Giuseppe Rocco.



da COMBATTENTI DELL'ONORE.
 Paolo Teoni Minucci.
 
     
    1943
    13 maggio giovedì Con la resa della 1a Armata italiana, termina la resistenza delle Forze Armate italo-tedesche in Africa settentrionale.
    10 giugno giovedì Sbarco incontrastato anglo-americano a Pantelleria.
    12 giugno sabato Sbarco incontrastato anglo-americano a Lampedusa e Linosa.
    10 luglio sabato Sbarco anglo-americano in Sicilia.
    21 luglio mercoledì Convocazione del Gran Consiglio del Fascismo.
    24 luglio sabato ore 17 Si riunisce il Gran Consiglio del Fascismo.
    25 luglio domenica ore 2,40 Il Gran Consiglio del Fascismo approva a maggioranza l’ordine del giorno Grandi.
    25 luglio domenica ore 17 Mussolini entra a villa Savoia, residenza privata del Re d’Italia Vittorio Emanuele III di Savoia.
    25 luglio domenica ore 17,29 Mussolini viene arrestato all’uscita da villa Savoia, al termine dell’udienza reale.
    25 luglio domenica ore 22,30 L’EIAR diffonde i seguenti comunicati:
    "Attenzione, attenzione: Sua Maestà il re e Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo, Primo ministro Segretario di stato, presentate da Sua Eccellenza il Cavaliere Benito Mussolini ed ha nominato Capo del Governo, Primo Ministro, Segretario di Stato, Sua Eccellenza il Cavaliere Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio".
    Segue quindi la radiodiffusione del proclama del Re Vittorio Emanuele III:
    "Italiani, assumo da oggi il comando di tutte le Forze Armate.
    Nell’ora solenne che incombe sui destini della Patria, ognuno riprenda il suo posto di dovere, di fede, di combattimento: nessuna deviazione deve essere tollerata, nessuna discriminazione può essere consentita.
    Ogni italiano s’inchini innanzi alle ferite gravi che hanno lacerato il sacro suolo della Patria. L’Italia, per il valore delle sue Forze Armate, per la decisa volontà di tutti i cittadini ritroverà, nel rispetto delle Istituzioni che ne hanno sempre confortato l’ascesa, la via della riscossa.
    Italiani, sono oggi più che mai indissolubilmente unito a voi dalla incrollabile fede nella immortalità della Patria".
    Poi la radiodiffusione del proclama del Generale Pietro Badoglio:
    "Italiani, per ordine di Sua Maestà il Re e Imperatore, assumo il governo militare del Paese con pieni poteri.
    L’Italia, duramente colpita nelle sue province invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni.
    Si serrino le file attorno a Sua Maestà il Re e Imperatore, immagine vivente della Patria, esempio per tutti.
    La consegna ricevuta è chiara e precisa, sarà scrupolosamente eseguita e chiunque s’illuda d’intralciare il normale svolgimento o tenti di turbare l’ordine pubblico, sarà inesorabilmente colpito.
    Viva l’Italia, viva il Re."
    28 luglio mercoledì alba Mussolini viene fatto imbarcare sulla corvetta Persefone.
    28 luglio mercoledì Il nuovo Governo ordina lo scioglimento del Partito Nazionale Fascista.
    28 luglio mercoledì ore 13 Mussolini sbarca all’isola di Ponza e viene rinchiuso in una casa situata in località Santa Maria.
    7 agosto sabato ore 1 Mussolini viene imbarcato sul cacciatorpediniere Pantera.
    7 agosto sabato ore 13 Mussolini approda all’isola La Maddalena e rinchiuso a villa Weber.
    17 agosto martedì Gli anglo-americani occupano Messina; la Sicilia è perduta.
    28 agosto sabato ore 4 Mussolini viene imbarcato su di un idrovolante e trasportato a Vigna di Valle sul lago di Bracciano.
    28 agosto sabato ore 6 Mussolini viene caricato su di una ambulanza militare che parte per Assergi, località ai piedi del Gran Sasso d’Italia.
    28 agosto sabato ore 13,30 Mussolini è rinchiuso nella "Villetta del Gran Sasso" poco lontano dalla base di partenza della funivia che in due tronchi, superato un dislivello di 1000 metri, porta alla località di Campo Imperatore, nella quale sorge tutt’ora il rifugio Duca degli Abruzzi a quota 2112 metri sul livello del mare.
    3 settembre venerdì Mussolini viene portato al rifugio Duca degli Abruzzi, con la funivia, e alloggiato in un appartamento.
    3 settembre venerdì Gli anglo-americani sbarcano in Calabria.
    3 settembre venerdì ore 17,15 A Cassibile in Sicilia, località 15 chilometri a sud di Siracusa, il Generale Castellano, su mandato di Badoglio, sottoscrive per conto dell’Italia la resa incondizionata, nelle mani del Maggior Generale americano Bedell Smith, Capo di Stato Maggiore del Generale Eisenhower, Comandante in capo delle forze anglo-americane.
    8 settembre mercoledì ore 18,30 Il Generale Eisenhower rende nota al mondo, via radio, la capitolazione dell’Italia con questo comunicato:
    "L’Esercito italiano ha capitolato senza condizioni. Ho concesso un armistizio le cui condizioni sono state approvate da Gran Bretagna, dagli Stati Uniti e dalla Russia Sovietica. Ho pertanto agito nell’interesse delle Nazioni Unite. Il Governo italiano, ha dichiarato di sottomettersi a queste condizioni senza riserve. L’armistizio è stato firmato da un mio plenipotenziario e da un plenipotenziario di Badoglio ed entra subito in vigore. Le ostilità tra le Forze armate delle Nazioni Unite e quelle dell’Italia, vengono immediatamente sospese. Tutti gli italiani che coopereranno ad allontanare l’aggressore tedesco dal territorio italiano, otterranno l’aiuto delle Nazioni Unite."
    8 settembre mercoledì ore 19,45 L’EIAR radiodiffonde il seguente proclama di Badoglio, precedentemente registrato:
    "Il Governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al Generale Eisenhower, comandante in capo delle Forze Alleate anglo-americane.
    La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le Forze anglo-americane dovrà cessare, da parte delle Forze italiane, in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza."
    9 settembre giovedì ore 5 La vettura reale ed un seguito di altre, su cui sono Badoglio, membri del Governo e numerosi generali, lascia Roma e, imboccata la Tiburtina, dirige su Pescara. Il Re e Badoglio se ne vanno, senza dare avviso né ordini al Consiglio dei Ministri, abbandonando all’ira tedesca centinaia di migliaia di nostri soldati.
    9 settembre giovedì alba Una potente forza da sbarco anglo-americana, prende terra in prossimità di Salerno.
    9 settembre giovedì Truppe inglesi sbarcano senza contrasto a Taranto.
    9 settembre giovedì Il corteo reale effettua una sosta a Crecchio, dove chiede ed ottiene ospitalità al castello dei Duchi di Bovino.
    9 settembre giovedì notte Il corteo reale giunge ad Ortona e s’imbarca sulla corvetta Baionetta, assieme a trenta fra generali e colonnelli, con destinazione Brindisi.
    10 settembre venerdì pomeriggio La Baionetta attracca nel porto di Brindisi. Il Re e la Famiglia reale, prendono alloggio nella palazzina del Comando di Piazza.
    12 settembre domenica ore 14 Mussolini viene liberato dalla prigione di Campo Imperatore, da paracadutisti tedeschi. Fatto salire su di un ricognitore biposto Stork, pilotato dall’asso dell’aviazione capitano Gerlach, su cui sale anche il capitano delle SS Otto Skorzeny, decolla fortunosamente da un ripido spiazzo sassoso alle 15, alla volta dell’aeroporto di Pratica di Mare, nei pressi di Pomezia, dove atterra alle 16.
    12 settembre domenica ore 17 Mussolini, a bordo di un trimotore Heinkel, decolla da Pratica di Mare alla volta di Vienna, e vi giunge a notte inoltrata.
    12 settembre domenica ore 22 Dalla radio tedesca viene diffusa la notizia della liberazione di Mussolini.
    13 settembre lunedì mattino Mussolini si trasferisce in volo a Monaco di Baviera.
    14 settembre lunedì mattino Mussolini parte in aereo per Rastenburg, quartier generale di Hitler.
    15 settembre mercoledì sera Mussolini fa diramare da radio Monaco, 5 ordini del giorno indirizzati "ai fedeli camerati di tutta Italia:
    — A partire da oggi 15 settembre, riassumo la suprema direzione del fascismo in Italia.
    — Nomino Alessandro Pavolini, Segretario provvisorio del PNF, il quale assume, d’ora innanzi, la dizione Partito Repubblicano Fascista.
    — Ordino che tutte le Autorità militari, politiche, amministrative e scolastiche, come tutte le altre che sono state destituite dal loro ufficio dal Governo della capitolazione, riassumano immediatamente i loro posti ed uffici.
    — Ordino l’immediata ricostituzione degli Uffici del Partito, con le seguenti disposizioni:
    — appoggiare efficacemente e cameratescamente l’Esercito tedesco, che si batte sul suolo Italiano, contro il comune nemico;
    — fornire immediatamente al popolo assistenza morale e materiale;
    — esaminare la situazione dei membri del Partito, in relazione alla loro condotta di fronte al colpo di stato, alla capitolazione, al disonore, di segnalare i vili e di punire esemplarmente i traditori;
    — Ordino la ricostituzione di tutte le formazioni della MVSN. Il partito Fascista Repubblicano libera gli ufficiali delle Forze Armate, dal giuramento prestato al Re il quale, capitolando alle condizioni ben note ed abbandonando il suo posto, ha consegnato la Nazione al nemico e l’ha trascinata nella vergogna e nella miseria".
    18 settembre sabato sera Mussolini pronuncia da Radio Monaco il suo primo discorso dopo l’arresto, durante il quale, fatto il riassunto degli avvenimenti dal 25 luglio in poi ed avere accusato il Re e Badoglio della resa incondizionata, del tradimento e del disonore caduti sul popolo italiano dichiara, preannunciando così la nascita del nuovo stato:
    – Riprendere le armi a fianco della Germania, del Giappone e degli altri alleati. Solo il sangue può cancellare una pagina così obbrobbiosa della storia della Patria.
    – Preparare senza indugio la riorganizzazione delle nostre Forze Armate attorno alle formazioni della MVSN. Solo chi è animato da una fede e combatte per un’idea, non misura l’entità dei sacrifici.
    – Eliminare i traditori, in particolar modo quelli che sino alle ore 21,30 del 25 luglio militavano, talora da parecchi anni, nelle file del Partito.
    – Annientare la plutocrazia parassitaria e fare finalmente del lavoro il soggetto dell’economia e la base infrangibile dello stato.
    23 settembre giovedì Mussolini rientra in Italia da Monaco e prende residenza alla Rocca delle Caminate.
    23 settembre giovedì pomer. Alessandro Pavolini dirama alla radio, la composizione del nuovo Governo nominato da Mussolini, in attesa della convocazione della Costituente.
    27 settembre lunedì Alla Rocca delle Caminate, prima riunione del Governo fascista repubblicano.
    29 settembre mercoledì Comunicazione del Governo fascista repubblicano: "Con l’indirizzo del 27 settembre approvato dal Consiglio dei Ministri, si dà inizio al funzionamento del nuovo Stato fascista repubblicano, il quale troverà nella Costituente, che sarà prossimamente convocata, la promulgazione dei suoi definitivi ordinamenti costituzionali. Da oggi e fino a quel giorno, il Duce assume le funzioni di Capo del nuovo Stato fascista repubblicano".
    29 settembre Badoglio e Malta, a bordo della corazzata inglese Nelson, firma il "lungo armistizio", documento che contiene tutte le clausole della resa senza condizioni dell’Italia, clausole che saranno rese pubbliche solamente il 6 novembre 1945.
    10 ottobre domenica Mussolini prende residenza a Gargnano, sul lago di Garda nella villa Feltrinelli.
    13 ottobre mercoledì ore 15 Il governo del Regno del sud, dichiara guerra alla Germania.
    13 novembre sabato Nei pressi di Ferrara viene ucciso dai partigiani, mentre si stava recando a Verona al Congresso del Partito, il Segretario federale del Fascio ferrarese, il moderato Igino Ghisellini. L’attentato segna l’inizio, su base scientifica, della guerra civile in Italia.
    14 novembre domenica matt. Si apre a Verona il Congresso del Partito fascista repubblicano.
    25 novembre giovedì Proclamazione della Repubblica Sociale Italiana.
     
    1944
    8 gennaio sabato Comincia il processo a carico dei 19 membri del Gran Consiglio del Fascismo, firmatari dell'ordine del giorno Grandi che aveva pr
    11 gennaio martedì ore 9,21 Al poligono di tiro di Ponte Catena in Verona, vengono fucilati: Ciano, De Bono, Gottardi, Marinelli, Pareschi, unici componenti il Gran Consiglio, in stato di detenzione.
    22 gennaio sabato ore 2 Fra Anzio e Nettuno, a sud di Roma, uno sbarco di truppe anglo-americane, crea una pericolosa testa di ponte alle spalle della linea "Gustav" e minaccia di far crollare, per aggiramento, il fronte di Cassino.
    4 giugno domenica Cadute le ultime difese, Roma viene occupata dalle truppe anglo-americane.
    30 giugno venerdì Con decreto ministeriale la RSI, istituisce le Brigate Nere, reparti armati composti dagli iscritti al Partito Fascista Repubblicano e da volontari, liberi da impegni militari di età compresa fra i 18 ed i 60 anni. Le BB.NN. hanno prevalente funzione di salvaguardia dell'ordine interno. I rispettivi Segretari federali, ne assumono il comando e Comandante Generale è nominato Alessandro Pavolini.
    14 agosto lunedì Firenze è occupata dagli anglo-americani.
    25 agosto venerdì Inizia l'attacco degli anglo-americani alla "linea verde" che fa parte del dispositivo di difesa della "linea gotica", ultimo baluardo di sbarramento alla valle del Po.
    25 ottobre mercoledì Si esaurisce l’offensiva anglo-americana, che ha conseguito buoni risultati ma non ha scardinato la porta che chiude la strada per Bologna e la pianura padana. Il fronte si assesta e si prepara al periodo invernale; la sosta durerà 5 mesi.
    13 novembre lunedì Il generale inglese Alexander rivolge un proclama ai partigiani, affinché depongano le armi e ritornino alle loro case in attesa dell'offensiva di primavera.
    16 dicembre sabato mattina Mussolini tiene al teatro Lirico di Milano il suo ultimo discorso, davanti ad una platea entusiasta e commossa.
     
    1945
    5 aprile mercoledì ore 4,50 Con l’attacco nella zona della Versilia alla Linea verde 1, facente parte dell’ormai logoro complesso difensivo della Linea gotica, la 5a Armata americana dà inizio all’operazione Second Wind, propedeutica all’offensiva di primavera che porterà, di lì a pochi giorni, alla conquista della parte ancora libera del territorio della RSI.
    14 aprile venerdì L’attacco anglo-americano si estende a tutta la Linea gotica e si sviluppa principalmente in direzione di Bologna, lungo le valli del Reno e del Setta al centro, e contro la linea del Senio nella zona adriatica. 
    18 aprile martedì ore 19 Mussolini lascia Gargnano e alle 21 giunge a Milano.
    21 aprile venerdì alba Bologna è occupata dagli anglo-americani.
    23 aprile domenica Gli anglo-americani iniziano l’attraversamento del Po.
    25 aprile martedì ore 19,30 Mussolini lascia Milano per la Valtellina, preceduto e seguito da contingenti eterogenei di truppe della RSI.
    26 aprile mercoledì ore 17 Con l’ammaina bandiera ordinato dal Comandante Principe Junio Valerio Borghese presso la sede di piazza Fiume, la Xa MAS smobilita.
    27 aprile giovedì In luogo ed ora imprecisati, Mussolini cade nelle mani dei partigiani.
    28 aprile venerdì In luogo e ora imprecisati, Mussolini e la Signora Petacci vengono uccisi.
    28 aprile venerdì ore 17,15 In piazza Paracchini a Dongo, i partigiani si apprestano a uccidere, contro il parapetto di ferro che delimita a lago la piazza, un gruppo di persone, in precedenza catturato, che comprende anche alcuni esponenti della RSI.
    28 aprile venerdì ore 17,25 Schierati i fascisti con il viso al lago, un eterogeneo gruppo di armati apre il fuoco contro di loro; cadono così:
    Francesco Barracu Medaglia d'oro al v.m., mutilato di guerra, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.
    Nicola Bombacci Organizzatore sindacale, socialista.
    Pietro Calistri Capitano pilota della ANR.
    Vito Casalinuovo Colonnello, ufficiale d'ordinanza di Mussolini.
    Goffredo Coppola Professore, Presidente dell'Istituto di cultura fascista.
    Ernesto Daquanno Direttore dell'agenzia Stefani.
    Gian Luigi Gatti Tenente, medaglia d'oro al v.m., segretario particolare di Mussolini.
    Augusto Liverani Ministro delle Comunicazioni.
    Fernando Mezzasoma Ministro della Cultura popolare.
    Mario Nudi Presidente della Federazione Agricoltori.
    Paolo Porta Avvocato, Commissario dei Fasci repubblicani di Como.
    Alessandro Pavolini Ministro Segretario del Partito fascista repubblicano, Comandante Generale delle BB.NN.
    Ruggero Romano Ministro dei Lavori Pubblici.
    Idreno Utimperghe Commissario dei Fasci repubblicani di Lucca.
    Paolo Zerbino Ministro degli Interni.
    Dopo una sequenza drammatica, viene ucciso anche il Dottore in legge Marcello Petacci, fratello di Claretta.
    28 aprile venerdì I 16 corpi vengono gettati su di un camion furgonato sul quale, transitando da Azzano, si provvede a caricare anche i cadaveri di Mussolini e della Signora Petacci.
    29 aprile notte sabato Il camion giunge a Milano e i corpi dei 18 uccisi sono scaricati a piazzale Loreto per l'esposizione al pubblico.
    30 aprile domenica ore 2,30 A Ghedi (Brescia), con la firma della resa di tutte le truppe della RSI, presso il Comando del 4° Corpo d’Armata Corazzato del Generale americano Crittemberg, il Generale Maresciallo d'Italia e Ministro della Guerra Rodolfo Graziani, sancisce di fatto la fine della Repubblica Sociale Italiana.
    In alcune regioni d’Italia, reparti dell’Esercito repubblicano, resteranno in armi fino al 5 maggio 1945.
 
 
da COMBATTENTI DELL'ONORE. Paolo Teoni Minucci.
Anno di Edizione: 2000. Greco&Greco editori. (Indirizzo e telefono: vedi EDITORI)
 

 

lunedì 21 febbraio 2022

Uccidete Gentile per educarne cento

gentile togliatti(1)

 G. GENTILE                           TOGLIATTI IL CRIMINALE

                                            ROSSO CHE LO FECE UCCIDERE

Uccidete Gentile per educarne cento

C’è una data, un simbolo e un atto da cui prende origine la cancellazione del pensiero avverso, l’eliminazione con disprezzo di chi non si conforma e l’egemonia culturale. È il 15 aprile del 1944. In quel giorno viene ucciso un filosofo, forse il più grande filosofo italiano del Novecento e il più grande promotore di cultura in Italia. Giovanni Gentile fu filosofo del fascismo e la definizione è vera ma riduttiva: la sua filosofia era già compiuta prima che nascesse il fascismo, la sua impronta culturale va ben oltre il regime; fu gran ministro della pubblica istruzione, fece una vera riforma della scuola, fondò l’Enciclopedia italiana, fondò e diresse istituti di cultura. Fu ucciso da un commando di partigiani comunisti. Non ricostruirò la storia dell’assassinio, i retroscena, i colpevoli. Il miglior libro sul tema, il più onesto, resta quello di Luciano Mecacci, La ghirlanda fiorentina, edito da Adelphi.

Eravamo in guerra, il clima era feroce. Ma a Gentile, prima che il suo passato di ministro e di fascista, non si perdonò il suo appello alla pacificazione e a sentirsi italiani prima che fascisti e antifascisti. Inviso anche ai fascisti più fanatici, fu proprio quel suo appello alla concordia a renderlo ingombrante; avrebbe favorito una transizione meno feroce dal fascismo all’antifascismo.

Non rivangherò le responsabilità comuniste, l’atto d’accusa di Concetto Marchesi prima dell’omicidio, la “sentenza di morte” emessa contro di lui, poi la dissociazione del Partito d’Azione; e non tornerò sul tema se il mandante fosse Palmiro Togliatti o l’Intellettuale Collettivo. Ne ho scritto abbastanza. Non ci sarebbe comunque da sorprendersi di Togliatti, considerando le sue responsabilità nel massacro degli anarchici da parte dei comunisti in Spagna, sui comunisti italiani rifugiati e trucidati in Unione sovietica, la complicità sulle foibe… Il suo cinismo e il suo allineamento a Stalin non ci impediscono di riconoscere la sua grande intelligenza politica, l’amnistia concessa da Guardasigilli ai fascisti, il suo ruolo di costituente e poi nella repubblica.

Togliatti avrebbe potuto giustificare l’esecuzione come azione di guerra ma andò oltre, usando parole sprezzanti. Come sarà per Mussolini e i gerarchi, non bastò “giustiziarli”, ma vi fu lo scempio di Piazzale Loreto; così non bastò uccidere Gentile, si volle fare scempio della sua figura e del suo pensiero. Sull’Unità del 23 aprile del ’44 Togliatti rifiutò il tono rispettoso per un morto, volle scrivere “il necrologio di una canaglia”; “traditore volgarissimo”, “camorrista”, “corruttore di tutta l’intellettualità italiana” (compreso quella che poi passò armi e bagagli al Pci); “intellettualmente disonesto”, “moralmente un aborto”, “un gerarca corrotto”. Dopo di lui infierirono sul cadavere, con odio, Eugenio Curiel e altri intellettuali: “raccattato nell’immondezzaio”, “lenone”, “mediocre vacuo”…

Gentile non aveva nulla da guadagnare nell’esporsi con l’ultimo fascismo di Salò, da cui era rimasto fino allora appartato: aveva tanti contro, non aveva mai amato l’alleanza con Hitler, detestava il razzismo; ma per coerenza e carattere non si tirò indietro, come scriverà in Genesi e struttura della società (un libro che ripubblicai con Vallecchi, ora uscito da Oaks a cura di Gennaro Sangiuliano). Si espose, accettò di presiedere l’Accademia e fu ucciso. Era stato fascista e mussoliniano, aveva avuto onori e onorari dal regime, e grande potere; ma era stato anche attaccato da molti fascisti e intellettuali, fu emarginato dal regime dopo i Patti Lateranensi.

Per Gentile il fascismo passa ma l’Italia resta, lo Stato viene prima del Partito e la Nazione prima del regime. Aveva difeso e riformato la scuola e l’università italiana, la Normale di Pisa, aveva fondato l’Istituto di studi orientali, l’Ismeo, aveva creato quel monumento alla cultura che è l’Istituto dell’Enciclopedia, la Treccani. E aveva difeso tanti intellettuali antifascisti, dissidenti ed ebrei, ne aveva portati ben 85 – contarono i suoi detrattori in camicia nera – a collaborare all’Enciclopedia; protesse antifascisti militanti come Piero Gobetti che pure lo aveva attaccato e giovani docenti oscillanti tra l’ossequio al fascismo e il larvato antifascismo, come Norberto Bobbio. Era stato, si, paternalista, autoritario, passionale; ma anche generoso, educò ai doveri e al coraggio, difese e diffuse cultura e intelligenza. Il filosofo Antonio Banfi, diventato comunista, commentò sul giornale comunista La nostra lotta l’assassinio di Gentile; dopo una caterva d’insulti, ammetteva trincerandosi dietro un si dice: “Era, si dice, un onesto uomo, affabile, generoso di aiuto, molti protesse e difese in anni tempestosi… Era uno studioso, un filosofo”; ma i tempi erano quelli che erano, richiedevano atti drastici e spietati.

E dire che Togliatti, come Gramsci, era stato gentiliano all’epoca di Ordine nuovo, come ammise il cofondatore Angelo Tasca. Dopo la guerra, quando curò per le edizioni di Rinascita il profilo di Marx scritto da Lenin, Togliatti cancellò il riferimento a Gentile, unico citato da Lenin tra i filosofi viventi. La censura ideologica cominciò allora…

Uccidere Gentile fu una bestialità coerente al clima generale. Peggio che sparargli fu però infangarlo e diffamarlo dopo morto, usare il suo assassinio come uno spauracchio, volere la sua eliminazione come premessa per instaurare l’egemonia culturale e liberare gli stessi intellettuali all’ombra del Pci dal debito imbarazzante verso di lui. Condannavano il filosofo della dittatura e poi si piegavano al partito di Stalin e al totalitarismo comunista.

L’uccisione di Gentile fu un parricidio culturale e insieme un avvertimento e un esempio, da seguire seppure in forme incruente in tempo di pace: eliminare chi dissente, cancellare i non allineati; morte civile e infamia. I meriti, i valori, le verità non contano se sei dalla parte sbagliata. Cominciò così l’egemonia culturale…

MV, La Verità 15 aprile 2021

 


 

lunedì 14 febbraio 2022

I 120 GIORNI DELLA SOCIALIZZAZIONE.

I 120 GIORNI DELLA SOCIALIZZAZIONE. SPINELLI E MANUNTA AL MINISTERO CORPORATIVO Archivi del sindacalismo
Nunziante Santarosa 
 
 
    Ci è capitato fra le mani un volume non vecchio, bensì antico, un vero e proprio incunabolo, dovuto alla penna di un importante teorico del sindacalismo fascista espressivo dell’avanguardia sociale più intransigente, nonché giornalista autorevole e raffinato saggista. Di più: protagonista, nell’ambito della Repubblica Sociale Italiana, di battaglie sulle pagine di testate storiche come Il Corriere della sera ( di cui fu vice direttore con la gestione Amicucci ) e Il Secolo - La Sera ( del quale fu direttore ) volte a spostare il regime di Salò su posizioni sempre più rivoluzionarie.
    Su questo personaggio abbiamo già avuto occasione di intrattenerci in Pagine ricordandolo per le elaborazioni e, in più generale, per il lavoro sindacale svolto durante il Ventennio littorio. Si tratta di Ugo Manunta e il suo libro reca il titolo La caduta degli angeli - Storia intima della Repubblica Sociale Italiana, nei cui capitoli, ricchi di documentazione, dà anche ampiamente conto delle esperienze delle organizzazioni dei lavoratori del tormentato periodo nonché di quelli che presenta come i 120 giorni - gli ultimi dei 600 della RSI - maggiormente caratterizzati dalle iniziative riformatrici promosse con straordinaria energia dal ministero del Lavoro retto dall’operaio tipografo Giuseppe Spinelli, proveniente dai ranghi del sindacalismo rivoluzionario e, dopo la costituzione della repubblica, dirigente dei metalmeccanici e podestà di Milano.
    Orbene, accanto a Spinelli, Mussolini collocò, in qualità di Direttore Generale per la socializzazione, proprio Ugo Manunta. La RSI poté così affidarsi, onde vivere appieno la sua vicenda trasformatrice, su di un tandem che produsse una spinta propulsiva destinata a mettere in crisi orientamenti conservatori ed equilibri moderati collocati anche all’interno del fascismo repubblicano. Da notare che l’abbinamento Spinelli - Manunta fu voluto dal Duce, insofferente del moderatismo del ministero della Economia Corporativa Angelo Tarchi che “applicava la socializzazione col contagocce”, secondo la denuncia del Manunta medesimo. Il Tarchi venne spostato al ministero per il Commercio con l’Estero.
    La socializzazione era pura illusione, una sorta di Fata Morgana, un sogno fiorito in spiriti illuminati frammezzo alle macerie di una Italia messa a ferro e fuoco da due eserciti stranieri che se ne contendevano i brani ? E Mussolini era ormai solo un visionario isolato e disoccupato che trascorreva oziosamente le sue giornate giocando a fare il rivoluzionario?
    Dice in proposito il Manunta: “Illuso è colui che ipotizza, per errore o per suggestione operata da altri su di lui, uno stato di cose che non esiste, e che pertanto agisce fuori dalla realtà: il che contrasta con gli atteggiamenti nettamente realistici assunti, invece dagli uomini che nel fascismo repubblicano si schierarono decisamente a sinistra”. E soggiunge: “essi pensavano che (...), indipendentemente dal risultato delle armi ci fossero attività degne di essere sviluppate pure in quelle drammatiche circostanze, e forse più facilmente portate alle loro estreme conclusioni che non in tempi normali. Era illusione non lasciarsi fuorviare dalla contingenza e continuare a credere che meritasse la pena di restare sulla breccia ad occuparsi di salari, di cottimi, di socializzazione?”
    Ancora: “Il fatto che la tutela del lavoro non sia mai venuta meno per tutto il tempo della guerra ha permesso di mitigare il disagio delle categorie lavoratrici in un periodo particolarmente difficile, ma si sono avute e si hanno di tale attività conseguenze visibili anche nella vita presente”. Il saggio manuntiano di cui veniamo trattando è venuto alla luce nell’anno 1946 da una certa romana Azienda Editoriale Italiana non meglio identificata. C’è quindi da credere all’autore quando afferma che dell’operato dei suoi colleghi sindacalisti nei mesi dell’ira restano tracce concrete e accertabili nel dopoguerra. E, aggiungiamo noi, non solo di quello immediatamente successivo allo scatenamento dei furori fratricidi. Osiamo osservare, senza tema di smentita, che frutti niente affatto irrilevanti del remoto impegno non solo tecnico ma pure rivoluzionario di quei paladini del lavoro ancora vivono, ancorché irriconosciuti, nel sistema sindacale attuale.
    Ma veniamo a quel quadrimestre rinnovatore e trasformatore cui prima si accennava. Annota lo scrittore sardo: “Abbiamo accennato al sacro furore di cui furono pervasi i dirigenti del neo ministero del Lavoro negli ultimi quattro mesi della Repubblica Sociale Italiana. Vi ritorniamo per aggiungere che in quei 120 giorni tutta la problematica sindacale fu riesaminata dalle basi, in vista di un profondo rinnovamento della vita sociale, e che da questa febbre rivoluzionaria scaturirono decisioni di reale importanza per le categorie lavoratrici. Tutta l’azione del Ministero tendeva a recuperare il tempo perduto in un ventennio di sterili compromessi (...). Mentre con l’applicazione della socializzazione a un intero settore produttivo - quello industriale - si metteva l’accento sulle nuove responsabilità del lavoro e sul declassamento del capitale, aprendo uno spiraglio ad un nuovo tipo di economia equidistante da quella individuale e da quella collettiva, si provvedeva infatti alla quasi contemporanea sistemazione delle categorie, con clausole non equivoche e di una larghezza veramente eccezionale, e si poneva allo studio il problema della casa dei lavoratori”.
    Ed eccoci al tema ristrutturativo delle federazioni e confederazioni dei lavoratori che Ugo Manunta così rievoca nei suoi dati di fondo: “Nello stesso tempo si affrontava un’altra ardua questione: quella del nuovo ordinamento sindacale in un’unica organizzazione comprendente tutti i produttori, che avrebbe dovuto costituire l’intelaiatura di quel nuovo Stato del Lavoro ch’era ormai la meta di tutti i sindacalisti, accomunati in quell’ultimo disperato tentativo di realizzare in una sola volta tutte le aspirazioni più profonde delle categorie lavoratrici”.
    Si tenga presente che alcuni mesi prima dell’affidamento del neo ministero del Lavoro all’asse Spinelli - Manunta, il ministro dell’Economia Corporativa si era fatto approvare in una riunione di governo un disegno di legge relativo al nuovo ordinamento sindacale. Il saggista fa ad esso riferimento, et pour cause, senza la benché minima benevolenza. Dice: “Ne trattarono sulla stampa alcuni competenti, per lo più disapprovando. E in realtà quel disegno di legge non era un capolavoro, soprattutto perché agli estensori era mancata quella visione profondamente innovatrice che era necessaria per affossare definitivamente il vecchio stato capitalistico”. Particolare niente affatto irrilevante: il “disegno“  era stato riprodotto sulla stampa corredato da inusitato avvertimento. E cioè: il governo ne sottoponeva contenuti e forma agli interessati acciocché lo monitorassero per quindi esternare eventuali perplessità o chiari dissensi prima dello sdoganamento.
    Appena insediato, Spinelli inserì nell’agenda di lavoro la nomina di una commissione incaricata di mettere mano alla suddetta “ visione profondamente innovatrice “. Alcuni nomi di suoi componenti: il Galanti, Amadio, l’ex direttore de Il Lavoro Fascista Luigi Fontanelli, il sindacalista Giuseppe Grossi, il dirigente dell’associazione per il Pubblico Impiego prefetto Mancuso, il capo della segreteria politica di Pavolini Olo Nunzi, Belletti, Rossano, Margara e altri. La Commissione approntò subito un altro decreto in cui afferma Manunta, “presupposta un’economia socializzata, si prescindeva in ogni punto dalla figura del capitalista e si gettavano le basi per un riordinamento degli enti locali e delle stesse assemblee rappresentative. Ne risultò un documento di notevole valore politico oltre che giuridico. E per averne un’idea basterà che i membri della commissione avevano dovuto decidere non solo su come intelaiare il nuovo tipo di organizzazione sindacale unitetica, ma anche in quali termini di legge tradurre tutte quelle conquiste del lavoro alla cui affermazione avevano invano lavorato per vent’anni. Scomparsi i contraddittori, cioè i rappresentanti delle confederazioni padronali, sciolte con una legge di due mesi prima, essi si trovavano ora a legiferare....”.
    Ma i commissari andarono oltre: “In quanto alla figura del capitalista essa fu sistematicamente ignorata, mentre fu delineata con estrema chiarezza quella del capo della impresa di cui parlava la legge sulla socializzazione, cioè l’animatore e il tecnico dell’azienda, lavoratore anche lui, e quindi a buon diritto socio di questo nuovo sindacato che avrebbe dovuto costituire il pilastro dello Stato del Lavoro, e in alcuni casi sostituirsi a molti enti locali le cui funzioni non potevano non essere assorbite da tale nuovo ente di diritto pubblico”.
    Infine: “Alle organizzazioni dei lavoratori si concedevano compiti di un’insolita ampiezza. Il cittadino diveniva elettore in quanto lavoratore, e il corpo legislativo era la risultante di elezioni di secondo grado fatte dai rappresentanti delle categorie lavoratrici, con la garanzia, dunque, di essere formato esclusivamente da produttori, tutti esprimenti interessi legittimi nello Stato”.
 
 
PAGINE LIBERE 

lunedì 7 febbraio 2022

Nicola Bombacci IL COMUNISTA DELLA R.S.I.

Nicola Bombacci


Nicola Bombacci nacque a Civitella, in provincia di Forlì, il 24 ottobre 1879. Da sempre agitatore socialista, nel 1910 lo troviamo a dirigere la sezione del Partito Socialista a Cesena ove dirige anche la pubblicazione del giornale “Il Cuneo”. Successivamente sarà chiamato a dirigere la Camera del Lavoro di Modena e, ancora dopo, avrà funzione di dirigente nazionale del Partito Socialista Italiano.

 Nel 1921 con la scissione dei socialisti avvenuta al congresso di Livorno, parteciperà alla fondazione del Partito Comunista Italiano. Conobbe e collaborò con Vladimir Illjc Uljanov, ossia Lenin. L’11 novembre 1922 guidò una delegazione del Partito Comunista Italiano in visita al Kremlino e incontrò Lenin. Fu in quell’occasione che Lenin rimproverò ai socialisti italiani di essersi fatti scappare Mussolini ,  il “solo socialista capace di fare la rivoluzione”.

 Nel 1923, con l’adozione da parte di Lenin della NEP (Nuova Politica Economica) ci fu una ripresa degli scambi commerciali fra la Russia di Lenin e l’Italia Fascista e Bombacci, il 30 novembre 1923 a Montecitorio auspicò, in contrasto con l’atteggiamento dei comunisti italiani, l’intensificarsi dei rapporti economici e commerciali con l’Unione Sovietica, dichiarandosi favorevole all’incontro “delle due rivoluzioni”.

 Con l’avvento in URSS di Stalin (Joseph V. Dzugasvili) nel 1927 e l’allontanamento di Trotshij, Zinoviev e Kamenev, anche Bombacci si allontanò dal Comunismo e si avvicinò a Mussolini che, il 6 aprile 1936, gli permise di pubblicare “La Verità”, un periodico comunista. Egli fu anche sostenitore dell’autarchia , contro lo strapotere del capitalismo internazionale.

 Dopo l’8 settembre 1943 e il radio discorso da Monaco di Mussolini appena liberato, Bombacci, con altri comunisti come Walter Mocchi e Fulvio Zocchi, col socialista Carlo Silvestri e altri non fascisti, corse al Nord a combattere l’ultima battaglia con quella Repubblica Sociale nella quale, con Mussolini, sperava di poter realizzare il suo socialismo.

 Collaborò alla stesura del Manifesto di Verona (i famosi 18 PUNTI) ed anche alla formazione e, soprattutto, alla appassionata diffusione fra gli operai della conoscenza della Legge sulla socializzazione delle imprese, approvata il 12 febbraio 1944. E’ famoso il suo vibrante e appassionato discorso tenuto a Genova il 15 marzo 1945. Disse, fra l’altro : “Compagni ! Guardatemi in faccia, compagni ! Voi ora vi chiederete se io sia lo stesso agitatore socialista, il fondatore del Partito Comunista, l’amico di Lenin che sono stato un tempo. Sissignori, sono sempre lo stesso ! Io non ho mai rinnegato gli ideali per i quali ho lottato e per i quali lotterò sempre…” E ancora: “Il socialismo non lo realizzerà Stalin ma Mussolini che è socialista anche se per vent’anni è stato ostacolato dalla borghesia che poi lo ha tradito…ma ora Mussolini si è liberato di tutti i traditori e ha bisogno di voi lavoratori per creare il nuovo Stato proletario…



  Nelle ultime drammatiche fasi della guerra non abbandonò Mussolini e lo seguì fino a Dongo. Qui, il 28 aprile 1945, fu ucciso con altri quattordici uomini della R.S.I. che avevano seguito il Duce fino all’ultimo.

mercoledì 2 febbraio 2022

DELENDA CARTAGO..!!

 

DELENDA CARTAGO..!!

 

Mentre il senato discute, Sagunto brucia!

Tito Livio narra che quando, circa duemila e duecento anni fa Roma correva il più grave dei pericoli della sua storia millenaria, premuta dalla potenza degli eserciti Cartaginesi di Annibale che, terminata la conquista della Spagna al di qua dell’Ebro, sfidavano l’Urbe assediando appunto la città di Sagunto, alleata dei Romani, al senato di Roma si discuteva se intervenire o no in aiuto dell’alleata cinta d’assedio.

La discussione si stava protraendo all’infinito sui pro e sui contro, tra decisionisti e prudenti, quando intervenne un senatore (Publio Cornelio Scipione..?) che disse appunto: “..mentre il senato discute, Sagunto brucia!..” riuscendo così a spostare l’attenzione del senato, dalla discussione teorica alla pragmaticità delle decisioni operative.

Iniziava così la seconda guerra Punica che vide alla fine la sconfitta e l’esilio di Annibale e fu il preambolo della distruzione della stessa Cartagine nella terza guerra Punica da cui iniziò il definitivo decollo di Roma, ormai senza più nemici importanti, come potenza imperiale e padrona del mondo al quale portò le sue Leggi, le sue tradizioni, la sua Civiltà.

Mutando le situazioni, stiamo vivendo oggi, in Europa e nel mondo, una condizione analoga perché la nostra civiltà, le nostre tradizioni, i nostri millenari valori spirituali sono alla mercé del liberalcapitalismo e della socialdemocrazia ed a nessuno dei due interessa né promuoverli, né salvarli perché la loro unità di misura è solo il denaro e quanto ne discende, in un contesto generale di materialismo becero ed abbrutente.

Noi dell’area Nazionalpopolare, o meglio i nostri ideali ed il nostro progetto politico, siamo l’antitossina per guarire questa mortale malattia della nostra civiltà, per riportare i nostri popoli a “volare alto”, per ripristinare la priorità dell’Uomo sul denaro e ristabilire il controllo della politica sull’economia.

Il materialismo dei nani di Zurigo e di Wall Street e quello dei discendenti del marxismo internazionale sono la nostra Cartagine che deve essere distrutta e sulle cui ceneri si dovrà spargere il sale per renderla eternamente sterile!

Appunto: “Delenda Cartago”.

E’ vero, siamo in pochi, ma siamo coscienti sia della realtà che ci circonda che della potenzialità innovativa della nostra proposta politica che può contare sulla conquista di quei vasti strati di opinione pubblica che formano, per ora, il partito dello scontento, della sfiducia e del non voto e che raggiungono ormai in Italia più di un terzo della popolazione totale..!

Occorre però fare un primo indispensabile passo, senza il quale tutto sarà inutile e destinato al fallimento, occorre operare per la riunificazione dell’area nazionalpopolare!

Senza passare per questa fase, non saremo credibili né all’interno, né all’esterno del nostro movimento e pertanto qualsiasi azione politica risulterà inutile ed inefficace.

Per questo dobbiamo piantarla di discutere in eterne assemblee, comitati, tavole rotonde e collegi, ma dobbiamo, è imperativo, passare all’azione costruendo dalla base un’unità, che potrà essere federativa, consociativa o comunque si voglia, purché sia UNITA’ di persone, di idee e di azione politica.

Anche per noi è venuta l’ora di dire, come nel senato dell’antica Roma, : ”..mentre il senato discute, Sagunto brucia!..”

E’ giunto il momento di vedere il “bluff” di quei camerati (ma lo sono veramente??) che antepongono i loro protagonismi e le loro misere ambizioni di pennacchi e medaglie agli interessi dell’ideale!

E’ giunto il momento di avere il coraggio di giocarci il nostro futuro e la nostra stessa esistenza politica cercando così di forzare la mano agli eterni indecisi, ai “sor tentenna” in camicia nera, ai pantofolai ed ai rivoluzionari da salotto e da “bar dello sport”!

Se non ci riusciremo, vorrà dire che come realtà politica, credevamo solamente di esistere, ma in pratica siamo morti e sepolti senza saperlo…..ed allora.. De profundis..!!

Alessandro Mezzano

 

NOI SIAMO UOMINI D’OGGI.

NOI SIAMO SOLI.

NON ABBIAMO PIU’ DEI,

NON ABBIAMO PIU’ IDEE,

NON CREDIAMO NE’ A GESU’ CRISTO, NE’ A MARX!

BISOGNA CHE IMMEDIATAMENTE,

SUBITO,

IN QUESTO STESSO ATTIMO,

COSTRUIAMO LA TORRE

DELLA NOSTRA DISPERAZIONE E DEL NOSTRO ORGOGLIO.

CON IL SUDORE ED IL SANGUE DI TUTTE LE CLASSI,

DOBBIAMO COSTRUIRE UNA PATRIA

COME NON SI E’ MAI VISTA.

COMPATTA COME UN BLOCCO D’ACCIAIO,

COME UNA CALAMITA.

TUTTA LA LIMATURA D’EUROPA VI SI AGGREGHERA’

PER AMORE O PER FORZA

ED ALLORA,

DAVANTI AL BLOCCO DELLA NOSTRA EUROPA,

L’AMERICA, L’ASIA E L’AFRICA,

DIVENTERANNO POLVERE!

Henry Drieu La Rochelle

                                                                                                

 

 

 

 


mercoledì 26 gennaio 2022

IL MIRACOLO ECONOMICO DEL REGIME FASCISTA

IL MIRACOLO ECONOMICO DEL REGIME FASCISTA
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    * * *
da BENITO MUSSOLINI, L'UOMO DELLA PACE - DALLA MARCIA SU ROMA ALL'ASSALTO AL LATIFONDO. Cap. XXXV. Guido Mussolini e Filippo Giannini
 
 

    "Sotto il dominio fascista, ci viene detto, l’Italia subì un rapido sviluppo capitalista con l’elettrificazione dell’intero paese, lo sviluppo e il fiorire delle industrie dell’automobile e della seta, la creazione di un moderno sistema bancario, la prosperità dell’agricoltura, la bonifica di notevoli aree agricole (...), la costruzione di una larga rete di autostrade ecc. (...). Il rapido progresso dell’Italia dopo la 2a guerra mondiale e il fatto che oggi è già in marcia verso uno sviluppo intensivo capitalistico sarebbe impensabile senza i processi sociali iniziati durante il periodo fascista". Così Mihaly Vajda scrive in The Rise of Fascism in Italy and Germany.
    Può sembrare poco credibile, ma l’ulteriore sferzata di dinamicità alla politica mussoliniana venne impartita proprio per battere la "grande crisi". E i "meccanismi messi in opera, per la fantasia istituzionale che questi dimostrarono, per il successo complessivo da essi ottenuto" (Giuseppe Galasso).
    Si può dire che ampie aree della penisola erano affogate in malsaniche paludi; chi era costretto a vivere in quelle zone raramente superava il quarantesimo anno d’età. Queste aree insalubri si estendevano dal Veneto all’Emilia-Romagna, dalla Maremma toscana all’Agro Pontino, dalle pianure del Garigliano, del Volturno, del Sele al Tavoliere delle Puglie e alla Basilicata, dalla Piana di Sibari alle terre della Sila e del Neto. E così per la piana di Catania e per il Campidano in Sardegna. Questa era la situazione del nostro territorio sino a quando non vennero intraprese gigantesche opere di bonifica, di trasformazione fondiaria, di risanamento del territorio.
    Così, quando negli anni Trenta tutto il mondo era soggiogato dalla profonda crisi economica, in Italia ebbe inizio un’attività frenetica i cui benefici si proietteranno nei decenni a venire.
    È impossibile elencare in poche pagine quanto allora fu compiuto; ricorderemo solo alcune realizzazioni, ripromettendoci di citarne altre in "appendice".
    Abbiamo già ricordato che nel primo dopoguerra il ritorno dei combattenti fu caotico e deludente. Le riforme promesse, quando i contadini erano al fronte, si rivelarono semplici parole. L’unica concreta iniziativa governativa fu la creazione, nel 1917, dell’Opera Nazionale Combattenti (ONC), concepita per facilitare l’inserimento nella vita civile dei reduci. L’ONC fu, negli anni dell’immediato dopoguerra "solo uno strumento di sottogoverno e ai braccianti disoccupati non restò che occupare con la forza quella terra che, seppur promessa, sembrava impossibile ottenere democraticamente" [6,445].
    Il fascismo trovò anche tale questione irrisolta.
    Ci volle la saggia politica agraria ispirata e pilotata da Arrigo Serpieri che promosse numerose leggi di carattere fondamentale, tra le quali, le più importanti: la legge N° 3256 del 30/12/23, sulla bonifica idraulica e della difesa del suolo; la legge N° 753 del 18/5/24 sulle trasformazioni agrarie di pubblico interesse. 
    Serpieri venne eletto deputato al Parlamento nel 1924, incarico rinnovato fino al 1935 quando fu nominato Senatore del Regno e capo della Commissione Agricoltura. Dal Senato fu epurato nel dopoguerra dal Governo Bonomi perché fascista (45/4).
    Come Sottosegretario di Stato organizzò e diresse i servizi per la prima applicazione della legge N° 3134 del 24/12/28 ("Legge Mussolini") per la "Bonifica integrale", le cui opere vennero affidate all’ONC.
    Le prime bonifiche, con impianti idrovori per il sollevamento delle acque, ebbero inizio nel basso Veneto e in Emilia. Nuova terra venne posta al servizio dell’agricoltura e, con essa, si crearono nuovi posti di lavoro.

    Dal suolo bonificato sorgono irrigazioni, si costruiscono strade, acquedotti, reti elettriche, opere edilizie, borghi rurali ed ogni genere di infrastrutture. Con questa tecnica la bonifica di Serpieri va ben al di là del semplice prosciugamento e diventa strumento di progresso economico.
    Dalle Paludi Pontine sorsero "in tempi fascisti" (così detti per indicare "in poco tempo") vere e proprie città: Littoria, inaugurata il 18 dicembre 1932, Sabaudia (giudicata uno dei più raffinati esempi di urbanistica razionale europea) il 15 aprile 1934; Pontinia, il 18 dicembre 1935; Aprilia, il 29 ottobre 1938; Pomezia, il 29 ottobre 1939. Nell’Agro Pontino furono costruite ben 3040 case coloniche, 499 chilometri di strade, 205 chilometri di canali, 15.000 chilometri di scoline. Furono dissodati 41.600 ettari di terreno, furono costruiti quattordici nuovi borghi che portano il nome delle principali battaglie alle quali parteciparono i nostri fanti.
    La bonifica di Maccarese, nell’Agro romano, è un’altra importante realtà: un’"azienda modello" agricolo-zootecnico-vivaistica, sorse su oltre 5 mila ettari di terreni bonificati con centinaia di case, campi sperimentali, caseifici, cantine sociali: tutto gestito da oltre 1500 lavoratori tecnici ecc.
    La "bonifica integrale" continuava senza soste: quella dell’Isola Sacra a Roma, con la fondazione di Acilia e di Ardea; quella dove poi sorgeranno Fertilia (Sassari), Mussolinia (oggi Arborea-Oristano); quella del Campidano (Cagliari), quella di Metaponto (Matera). E così le bonifiche si estenderanno in Campania, Puglie, Calabria, Lucania, Sicilia, Dalmazia.
    Non possono essere dimenticate le grandi opere realizzate in Somalia, Eritrea e in Libia; a solo titolo d’esempio citiamo il lavoro svolto da Carlo Lattanzi che visse per oltre quarant’anni sulla "Quarta Sponda". Si deve alla sua instancabile attività la bonifica e la messa a coltura di ampie aree a grano, oliveti, vigneti, frutteti ecc. su oltre 2600 ettari di terreni aridi e sabbiosi.
    Un cenno merita anche la gigantesca opera realizzata dall’ingegnere idraulico Mario Giandotti: un poderoso canale che, attingendo acque dal Po, irriga ampie aree di terreni coltivati nelle province di Modena, Mantova, Bologna, Ravenna, Forlì. Oltre 340 chilometri di canali danno vita a ben 325 mila ettari di terreno.
    Armando Casillo (dal cui lavoro abbiamo attinto alcuni dati) riporta i risultati delle bonifiche e delle leggi rurali. Ecco un sommario elenco: 5.886.796 ettari bonificati, tra il 1923 e il 1938, un confronto è necessario fra il periodo pre-fascista, quando in 52 anni nell’intera Penisola furono bonificati appena 1.390.361 ettari. A queste vanno aggiunte quelle delle colonie, dell’Etiopia e, poi, dell’Albania. Si aggiungano 32.400 chilometri di strade; 5.400 acquedotti; 15 nuove città e centinaia di borghi; oltre un milione di ettari di terreno rimboscati; un milione di fabbricati rurali; l’incremento della produzione che passò da 100 a 2.438; il lavoro agricolo per ettaro che aumentò da 100 a 3.618; i lavoratori occupati nelle opere di bonifica e nei nuovi poderi superavano le 500 mila unità. Né va dimenticata la sconfitta della malaria che causava, come già ricordato, centinaia di morti ogni anno.
    Un altro dato significativo sulla qualità tecnica raggiunta nel settore agricolo dal nostro Paese, è la comparazione fra i 16,1 quintali di frumento per ettaro raggiunto nelle terre bonificate e la produzione statunitense, considerata la migliore, ferma a 8,9 quintali/ettaro.
    "L’attribuzione ai braccianti di poderi nelle zone di bonifica è il fiore all’occhiello della politica rurale fascista. Come si vede, traguardi che cambiarono il volto dell’Italia" (Armando Casillo).
    Ma la spinta impressa da Mussolini è volta a nuove mete. La mattina del 18 dicembre 1932 il Duce lascia Roma in auto per recarsi ad inaugurare il nuovo Comune di Littoria. Ecco alcuni passi del discorso inaugurale [4,XXV,184]: "Camerati! Oggi è una grande giornata per la rivoluzione delle Camicie Nere, è una giornata fausta per l’Agro Pontino. È una gloriosa giornata nella storia della nazione. Quello che fu invano tentato durante il passato di venticinque secoli, oggi noi stiamo traducendo in una realtà vivente. Sarebbe questo il momento di essere orgogliosi. No! (...). Abbiamo vinto la nostra prima battaglia. Ma noi siamo fascisti e quindi più che guardare al passato siamo sempre intenti verso il futuro. Finché tutte le battaglie non siano state vinte, non si può dire che tutta la guerra sia vittoriosa. Solo quando accanto alle cinquecento case oggi costruite, ne siano sorte altre quattromilacinquecento, quando accanto ai diecimila abitatori attuali vi siano i quaranta-cinquantamila che noi ci ripromettiamo di fare vivere in quelle che furono le paludi pontine, solo allora potremo lanciare alla nazione il bollettino della vittoria definitiva".
    Quindi il Duce elenca i nomi delle nuove città che stanno sorgendo: "Sarà forse opportuno ricordare che una volta, per trovare lavoro occorreva varcare le Alpi o traversare l’Oceano. Oggi la terra è qui a mezz’ora soltanto da Roma. È qui che noi abbiamo conquistato una nuova provincia. È qui che abbiamo condotto e condurremo delle vere e proprie operazioni di guerra. È questa la guerra che preferiamo. Ma occorre che tutti ci lascino intenti nel nostro lavoro".
    Si può ben dire che negli anni della bonifica integrale "tutto il territorio italiano era un’enorme, bruciante, palpitante, esaltante operante fucina di opere, azionata da braccia, da idee, da inesauribile volontà di cambiare il volto a un’Italia rurale che aveva dormito per secoli" (Casillo). 
    L’elenco più completo di città e borghi costruiti in quel periodo è posto alla fine di questo capitolo.
    Volendo ricordare la nascita del "Lido di Milano", possiamo usare le semplici ed espressive parole di Don Franco Giuliani, autore del libro Tutte le opere del Duce Volume III: "Milano non ha il mare, non l’ha mai avuto, ma il Duce ha "creato" il mare, ecco come.

    Nel 1927 (23 giugno) varò una legge, la 1630, per la realizzazione di un "Idroscalo" per la città di Milano. Vero mare, perfino salato, arenile, pini marini, bagnanti, bagnini. Realizzazione ardita che solo il Duce poteva permettersi di portare a termine.
    L’"Idroscalo" è un grande canalone lungo 3 Km e largo 300 metri con 300 di testata per le manovre dei velivoli. Il bacino occupa una superficie di 610.000 mq. È alimentato da acque sorgive.
    L’Idroscalo è sempre stato segnalato come pantano. Il Duce l’ha trasformato in bacino, un lago, una "fetta" di mare con tutte le caratteristiche marine (...).
    Questo spettacolare miracolo fu inaugurato nel 1930, il 5 luglio.
    L’arenile ha 100 cabine, ha il suo "lungomare", con alberi intorno, alberghi, Luna Park, campi sportivi, prati. Al centro del bacino vi è un’isoletta che può essere raggiunta facilmente con una barca e trovarvi ogni divertimento".
    Sempre in piena "congiuntura economica" la nostra fantasia produttiva veniva riconosciuta ovunque. Il 22 dicembre 1932, il deputato laburista inglese Lloyd George rimproverava il suo Governo di inerzia e lo spronava, per risolvere i problemi della disoccupazione, proponendo di "fare come Mussolini nell’Agro Pontino".
    Ancora più incisivamente il giornale Noradni Novnij di Brno, il 15 dicembre 1933, scriveva: "Con successo infinitamente superiore a quello annunciato per il suo piano da Stalin, in Russia si è fatta un’opera di costruzione, ma in Italia si è compiuta un’opera di redenzione, di occupazione. All’altra estremità dell’Europa si costruiscono enormi aziende, città gigantesche, centinaia di migliaia di operai sono spinti con folle velocità a creare un’azienda colossale per il "dumping" (rifiuti - ndr) che dovrà portare la miseria a milioni di altri paesi europei. Mentre invece in Italia il piano Mussolini rende una popolazione felice e nuove città sorte in mezzo a terre redente, coperte ovunque di biondi cereali".
    I consensi non riguardavano solo i metodi usati dal Governo italiano per superare la "crisi congiunturale", ma essi partivano dagli anni precedenti.
    Lo svedese Goteborgs Handels del 22 marzo 1928, scriveva: "Non si può davvero non restare altamente sorpresi di fronte al lavoro colossale che il governo fascista viene svolgendo con una incredibile intensità di energica: amministrazione pubblica radicalmente cambiata, ordinamento sociale posto sulla nuova base della organizzazione sindacalista, trasformazione dei codici, riforma profonda della istituzione e un tipo di rappresentanza nazionale affatto nuovo negli annali del mondo".
    Il coro di meravigliati consensi andava dalla Bulgaria al Giappone, dalla Cina alla Francia.
    Il londinese Morning Post del 29 ottobre 1928: "L’opera del fascismo è poco meno che un miracolo". Il prestigioso Deily Telegraph del 16 gennaio 1928: "Il fascismo non è soltanto uno sforzo verso un nuovo sistema politico, ma un nuovo metodo di vita. Esso è perciò il più grande esperimento compiuto dall’umanità dei nostri tempi".
    Altri dati rivelano che quanto si scriveva nel mondo era ben meritato. Nel 1922 i braccianti erano oltre 2 milioni: nei primi anni del ’40 il loro numero si ridusse a soli 700 mila unità, gli altri erano divenuti proprietari, mezzadri o compartecipi di piccole o grandi aziende. Nella sola Sicilia i proprietari terrieri passarono dai 54.760 del 1911 a 222.612 del 1926. Questo è un ulteriore dato che può far meglio comprendere lo sforzo compiuto in quegli anni.
    Possiamo quindi dire che l’obiettivo politico fu, almeno in gran parte, centrato. Questo avveniva mentre nel mito marxista la collettivizzazione delle terre risultava fallimentare e affogata nel sangue e nella disperazione. Mussolini a Carlo Marx contrapponeva il contadino compartecipe della produzione. 
    Nacquero così, soprattutto nel Mezzogiorno d’Italia, nuovi ceti di piccoli proprietari, superando i motivi della "lotta di classe" e creando lo "strumento di pace e di giustizia sociale".
Elenco di città e borghi sorti durante il governo Mussolini
    (Molte fra le località indicate sono rimaste semplici aggregati di case che dopo la fine del fascismo non hanno avuto ulteriore sviluppo).
    Littoria: oggi Latina, fondata il 30 giugno ed inaugurata il 18 dicembre 1932. Sabaudia: fondata in onore della dinastia Savoia il 5 agosto 1933 ed inaugurata il 15 aprile 1935. Pontinia: fondata il 19 dicembre 1934 ed inaugurata il 18 dicembre 1935. Aprilia: fondata il 25 aprile ed inaugurata il 29 ottobre 1938. Pomezia: fondata il 22 aprile 1938 ed inaugurata il 28 ottobre 1940. Mussolinia di Sardegna nell’oristanese, fondata nel 1930 e divenuta Arborea nel dopoguerra. Fertilia: nei pressi di Alghero. Mussolinia di Sicilia: inaugurata nel 1939, oggi divenuta Case M...olinia. Segezia: in Basilicata. Marconia: in Lucania nei pressi di Pisticci. Metaurilia: fondata nel 1938 presso Fano. Volania: nel ferrarese. Acilia nei pressi di Ostia fondata nel 1939. Carbonia: in Sardegna fondata il 17 dicembre 1938. Tirrenia: nei pressi di Livorno. Guidonia: inaugurata nel 1938. Cervinia: in Val d’Aosta sorta nel 1936. Felicia: oggi la slovena Cvic. Arsia: fondata il 27 ottobre 1936, in Istria, oggi Resa.
    Nel 1938 andarono in Libia 20 mila nostri agricoltori e trovarono pronti 26 villaggi agricoli: Olivetti, Bianchi, Giordani, Micca, Tazzoli, Breviglieri, Marconi, Garabulli, Crispi, Corradini, Garibaldi, Littoriano, Castel Benito, Filzi, Baracca, Maddalena, Aro, Oberdan, D’Annunzio, Razza, Mameli, Battisti, Berta, Luigi di Savoia, Gioda.
    Altri dieci villaggi libici nei quali berberi e indigeni imparavano dai nostri agricoltori a far fruttare la terra: El Fager (Alba), Nahima (Deliziosa), Azizia (Profumata), Nahiba (Risorta), Mansura (Vittoriosa), Chadra (Verde), Zahara (Fiorita), Gedina (Nuova), Mamhura (Fiorente), El Beida (la Bianca) già Beda Littoria.
 

 
 
da BENITO MUSSOLINI, L'UOMO DELLA PACE - DALLA MARCIA SU ROMA ALL'ASSALTO AL LATIFONDO. Guido Mussolini e Filippo Giannini
Anno di Edizione: 1999. Greco&Greco editori. (Indirizzo e telefono: vedi EDITORI)