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lunedì 14 marzo 2022
GLI UOMINI DELLA RSI: RINO COZZARINI, PRIMA MEDAGLIA D'ORO
domenica 6 marzo 2022
REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA CRONOLOGIA DEGLI AVVENIMENTI
lunedì 21 febbraio 2022
Uccidete Gentile per educarne cento
G. GENTILE TOGLIATTI IL CRIMINALE
ROSSO CHE LO FECE UCCIDERE
Uccidete Gentile per educarne cento
C’è una data, un simbolo e un atto da cui prende origine la cancellazione del pensiero avverso, l’eliminazione con disprezzo di chi non si conforma e l’egemonia culturale. È il 15 aprile del 1944. In quel giorno viene ucciso un filosofo, forse il più grande filosofo italiano del Novecento e il più grande promotore di cultura in Italia. Giovanni Gentile fu filosofo del fascismo e la definizione è vera ma riduttiva: la sua filosofia era già compiuta prima che nascesse il fascismo, la sua impronta culturale va ben oltre il regime; fu gran ministro della pubblica istruzione, fece una vera riforma della scuola, fondò l’Enciclopedia italiana, fondò e diresse istituti di cultura. Fu ucciso da un commando di partigiani comunisti. Non ricostruirò la storia dell’assassinio, i retroscena, i colpevoli. Il miglior libro sul tema, il più onesto, resta quello di Luciano Mecacci, La ghirlanda fiorentina, edito da Adelphi.
Eravamo in guerra, il clima era feroce. Ma a Gentile, prima che il suo passato di ministro e di fascista, non si perdonò il suo appello alla pacificazione e a sentirsi italiani prima che fascisti e antifascisti. Inviso anche ai fascisti più fanatici, fu proprio quel suo appello alla concordia a renderlo ingombrante; avrebbe favorito una transizione meno feroce dal fascismo all’antifascismo.
Non rivangherò le responsabilità comuniste, l’atto d’accusa di Concetto Marchesi prima dell’omicidio, la “sentenza di morte” emessa contro di lui, poi la dissociazione del Partito d’Azione; e non tornerò sul tema se il mandante fosse Palmiro Togliatti o l’Intellettuale Collettivo. Ne ho scritto abbastanza. Non ci sarebbe comunque da sorprendersi di Togliatti, considerando le sue responsabilità nel massacro degli anarchici da parte dei comunisti in Spagna, sui comunisti italiani rifugiati e trucidati in Unione sovietica, la complicità sulle foibe… Il suo cinismo e il suo allineamento a Stalin non ci impediscono di riconoscere la sua grande intelligenza politica, l’amnistia concessa da Guardasigilli ai fascisti, il suo ruolo di costituente e poi nella repubblica.
Togliatti avrebbe potuto giustificare l’esecuzione come azione di guerra ma andò oltre, usando parole sprezzanti. Come sarà per Mussolini e i gerarchi, non bastò “giustiziarli”, ma vi fu lo scempio di Piazzale Loreto; così non bastò uccidere Gentile, si volle fare scempio della sua figura e del suo pensiero. Sull’Unità del 23 aprile del ’44 Togliatti rifiutò il tono rispettoso per un morto, volle scrivere “il necrologio di una canaglia”; “traditore volgarissimo”, “camorrista”, “corruttore di tutta l’intellettualità italiana” (compreso quella che poi passò armi e bagagli al Pci); “intellettualmente disonesto”, “moralmente un aborto”, “un gerarca corrotto”. Dopo di lui infierirono sul cadavere, con odio, Eugenio Curiel e altri intellettuali: “raccattato nell’immondezzaio”, “lenone”, “mediocre vacuo”…
Gentile non aveva nulla da guadagnare nell’esporsi con l’ultimo fascismo di Salò, da cui era rimasto fino allora appartato: aveva tanti contro, non aveva mai amato l’alleanza con Hitler, detestava il razzismo; ma per coerenza e carattere non si tirò indietro, come scriverà in Genesi e struttura della società (un libro che ripubblicai con Vallecchi, ora uscito da Oaks a cura di Gennaro Sangiuliano). Si espose, accettò di presiedere l’Accademia e fu ucciso. Era stato fascista e mussoliniano, aveva avuto onori e onorari dal regime, e grande potere; ma era stato anche attaccato da molti fascisti e intellettuali, fu emarginato dal regime dopo i Patti Lateranensi.
Per Gentile il fascismo passa ma l’Italia resta, lo Stato viene prima del Partito e la Nazione prima del regime. Aveva difeso e riformato la scuola e l’università italiana, la Normale di Pisa, aveva fondato l’Istituto di studi orientali, l’Ismeo, aveva creato quel monumento alla cultura che è l’Istituto dell’Enciclopedia, la Treccani. E aveva difeso tanti intellettuali antifascisti, dissidenti ed ebrei, ne aveva portati ben 85 – contarono i suoi detrattori in camicia nera – a collaborare all’Enciclopedia; protesse antifascisti militanti come Piero Gobetti che pure lo aveva attaccato e giovani docenti oscillanti tra l’ossequio al fascismo e il larvato antifascismo, come Norberto Bobbio. Era stato, si, paternalista, autoritario, passionale; ma anche generoso, educò ai doveri e al coraggio, difese e diffuse cultura e intelligenza. Il filosofo Antonio Banfi, diventato comunista, commentò sul giornale comunista La nostra lotta l’assassinio di Gentile; dopo una caterva d’insulti, ammetteva trincerandosi dietro un si dice: “Era, si dice, un onesto uomo, affabile, generoso di aiuto, molti protesse e difese in anni tempestosi… Era uno studioso, un filosofo”; ma i tempi erano quelli che erano, richiedevano atti drastici e spietati.
E dire che Togliatti, come Gramsci, era stato gentiliano all’epoca di Ordine nuovo, come ammise il cofondatore Angelo Tasca. Dopo la guerra, quando curò per le edizioni di Rinascita il profilo di Marx scritto da Lenin, Togliatti cancellò il riferimento a Gentile, unico citato da Lenin tra i filosofi viventi. La censura ideologica cominciò allora…
Uccidere Gentile fu una bestialità coerente al clima generale. Peggio che sparargli fu però infangarlo e diffamarlo dopo morto, usare il suo assassinio come uno spauracchio, volere la sua eliminazione come premessa per instaurare l’egemonia culturale e liberare gli stessi intellettuali all’ombra del Pci dal debito imbarazzante verso di lui. Condannavano il filosofo della dittatura e poi si piegavano al partito di Stalin e al totalitarismo comunista.
L’uccisione di Gentile fu un parricidio culturale e insieme un avvertimento e un esempio, da seguire seppure in forme incruente in tempo di pace: eliminare chi dissente, cancellare i non allineati; morte civile e infamia. I meriti, i valori, le verità non contano se sei dalla parte sbagliata. Cominciò così l’egemonia culturale…
MV, La Verità 15 aprile 2021
lunedì 14 febbraio 2022
I 120 GIORNI DELLA SOCIALIZZAZIONE.
lunedì 7 febbraio 2022
Nicola Bombacci IL COMUNISTA DELLA R.S.I.
Nicola Bombacci
Nicola Bombacci nacque a Civitella, in provincia di Forlì, il 24 ottobre 1879. Da sempre agitatore socialista, nel 1910 lo troviamo a dirigere la sezione del Partito Socialista a Cesena ove dirige anche la pubblicazione del giornale “Il Cuneo”. Successivamente sarà chiamato a dirigere la Camera del Lavoro di Modena e, ancora dopo, avrà funzione di dirigente nazionale del Partito Socialista Italiano.
Nel 1921 con la scissione dei socialisti avvenuta al congresso di Livorno, parteciperà alla fondazione del Partito Comunista Italiano. Conobbe e collaborò con Vladimir Illjc Uljanov, ossia Lenin. L’11 novembre 1922 guidò una delegazione del Partito Comunista Italiano in visita al Kremlino e incontrò Lenin. Fu in quell’occasione che Lenin rimproverò ai socialisti italiani di essersi fatti scappare Mussolini , il “solo socialista capace di fare la rivoluzione”.
Nel 1923, con l’adozione da parte di Lenin della NEP (Nuova Politica Economica) ci fu una ripresa degli scambi commerciali fra la Russia di Lenin e l’Italia Fascista e Bombacci, il 30 novembre 1923 a Montecitorio auspicò, in contrasto con l’atteggiamento dei comunisti italiani, l’intensificarsi dei rapporti economici e commerciali con l’Unione Sovietica, dichiarandosi favorevole all’incontro “delle due rivoluzioni”.
Con l’avvento in URSS di Stalin (Joseph V. Dzugasvili) nel 1927 e l’allontanamento di Trotshij, Zinoviev e Kamenev, anche Bombacci si allontanò dal Comunismo e si avvicinò a Mussolini che, il 6 aprile 1936, gli permise di pubblicare “La Verità”, un periodico comunista. Egli fu anche sostenitore dell’autarchia , contro lo strapotere del capitalismo internazionale.
Dopo l’8 settembre 1943 e il radio discorso da Monaco di Mussolini appena liberato, Bombacci, con altri comunisti come Walter Mocchi e Fulvio Zocchi, col socialista Carlo Silvestri e altri non fascisti, corse al Nord a combattere l’ultima battaglia con quella Repubblica Sociale nella quale, con Mussolini, sperava di poter realizzare il suo socialismo.
Collaborò alla stesura del Manifesto di Verona (i famosi 18 PUNTI) ed anche alla formazione e, soprattutto, alla appassionata diffusione fra gli operai della conoscenza della Legge sulla socializzazione delle imprese, approvata il 12 febbraio 1944. E’ famoso il suo vibrante e appassionato discorso tenuto a Genova il 15 marzo 1945. Disse, fra l’altro : “Compagni ! Guardatemi in faccia, compagni ! Voi ora vi chiederete se io sia lo stesso agitatore socialista, il fondatore del Partito Comunista, l’amico di Lenin che sono stato un tempo. Sissignori, sono sempre lo stesso ! Io non ho mai rinnegato gli ideali per i quali ho lottato e per i quali lotterò sempre…” E ancora: “Il socialismo non lo realizzerà Stalin ma Mussolini che è socialista anche se per vent’anni è stato ostacolato dalla borghesia che poi lo ha tradito…ma ora Mussolini si è liberato di tutti i traditori e ha bisogno di voi lavoratori per creare il nuovo Stato proletario…”
Nelle ultime drammatiche fasi della guerra non abbandonò Mussolini e lo seguì fino a Dongo. Qui, il 28 aprile 1945, fu ucciso con altri quattordici uomini della R.S.I. che avevano seguito il Duce fino all’ultimo.
mercoledì 2 febbraio 2022
DELENDA CARTAGO..!!
DELENDA CARTAGO..!!
Mentre il senato discute, Sagunto brucia!
Tito Livio narra che quando, circa duemila e duecento anni fa Roma correva il più grave dei pericoli della sua storia millenaria, premuta dalla potenza degli eserciti Cartaginesi di Annibale che, terminata la conquista della Spagna al di qua dell’Ebro, sfidavano l’Urbe assediando appunto la città di Sagunto, alleata dei Romani, al senato di Roma si discuteva se intervenire o no in aiuto dell’alleata cinta d’assedio.
La discussione si stava protraendo all’infinito sui pro e sui contro, tra decisionisti e prudenti, quando intervenne un senatore (Publio Cornelio Scipione..?) che disse appunto: “..mentre il senato discute, Sagunto brucia!..” riuscendo così a spostare l’attenzione del senato, dalla discussione teorica alla pragmaticità delle decisioni operative.
Iniziava così la seconda guerra Punica che vide alla fine la sconfitta e l’esilio di Annibale e fu il preambolo della distruzione della stessa Cartagine nella terza guerra Punica da cui iniziò il definitivo decollo di Roma, ormai senza più nemici importanti, come potenza imperiale e padrona del mondo al quale portò le sue Leggi, le sue tradizioni, la sua Civiltà.
Mutando le situazioni, stiamo vivendo oggi, in Europa e nel mondo, una condizione analoga perché la nostra civiltà, le nostre tradizioni, i nostri millenari valori spirituali sono alla mercé del liberalcapitalismo e della socialdemocrazia ed a nessuno dei due interessa né promuoverli, né salvarli perché la loro unità di misura è solo il denaro e quanto ne discende, in un contesto generale di materialismo becero ed abbrutente.
Noi dell’area Nazionalpopolare, o meglio i nostri ideali ed il nostro progetto politico, siamo l’antitossina per guarire questa mortale malattia della nostra civiltà, per riportare i nostri popoli a “volare alto”, per ripristinare la priorità dell’Uomo sul denaro e ristabilire il controllo della politica sull’economia.
Il materialismo dei nani di Zurigo e di Wall Street e quello dei discendenti del marxismo internazionale sono la nostra Cartagine che deve essere distrutta e sulle cui ceneri si dovrà spargere il sale per renderla eternamente sterile!
Appunto: “Delenda Cartago”.
E’ vero, siamo in pochi, ma siamo coscienti sia della realtà che ci circonda che della potenzialità innovativa della nostra proposta politica che può contare sulla conquista di quei vasti strati di opinione pubblica che formano, per ora, il partito dello scontento, della sfiducia e del non voto e che raggiungono ormai in Italia più di un terzo della popolazione totale..!
Occorre però fare un primo indispensabile passo, senza il quale tutto sarà inutile e destinato al fallimento, occorre operare per la riunificazione dell’area nazionalpopolare!
Senza passare per questa fase, non saremo credibili né all’interno, né all’esterno del nostro movimento e pertanto qualsiasi azione politica risulterà inutile ed inefficace.
Per questo dobbiamo piantarla di discutere in eterne assemblee, comitati, tavole rotonde e collegi, ma dobbiamo, è imperativo, passare all’azione costruendo dalla base un’unità, che potrà essere federativa, consociativa o comunque si voglia, purché sia UNITA’ di persone, di idee e di azione politica.
Anche per noi è venuta l’ora di dire, come nel senato dell’antica Roma, : ”..mentre il senato discute, Sagunto brucia!..”
E’ giunto il momento di vedere il “bluff” di quei camerati (ma lo sono veramente??) che antepongono i loro protagonismi e le loro misere ambizioni di pennacchi e medaglie agli interessi dell’ideale!
E’ giunto il momento di avere il coraggio di giocarci il nostro futuro e la nostra stessa esistenza politica cercando così di forzare la mano agli eterni indecisi, ai “sor tentenna” in camicia nera, ai pantofolai ed ai rivoluzionari da salotto e da “bar dello sport”!
Se non ci riusciremo, vorrà dire che come realtà politica, credevamo solamente di esistere, ma in pratica siamo morti e sepolti senza saperlo…..ed allora.. De profundis..!!
Alessandro Mezzano
NOI SIAMO UOMINI D’OGGI.
NOI SIAMO SOLI.
NON ABBIAMO PIU’ DEI,
NON ABBIAMO PIU’ IDEE,
NON CREDIAMO NE’ A GESU’ CRISTO, NE’ A MARX!
BISOGNA CHE IMMEDIATAMENTE,
SUBITO,
IN QUESTO STESSO ATTIMO,
COSTRUIAMO LA TORRE
DELLA NOSTRA DISPERAZIONE E DEL NOSTRO ORGOGLIO.
CON IL SUDORE ED IL SANGUE DI TUTTE LE CLASSI,
DOBBIAMO COSTRUIRE UNA PATRIA
COME NON SI E’ MAI VISTA.
COMPATTA COME UN BLOCCO D’ACCIAIO,
COME UNA CALAMITA.
TUTTA LA LIMATURA D’EUROPA VI SI AGGREGHERA’
PER AMORE O PER FORZA
ED ALLORA,
DAVANTI AL BLOCCO DELLA NOSTRA EUROPA,
L’AMERICA, L’ASIA E L’AFRICA,
DIVENTERANNO POLVERE!
Henry Drieu La Rochelle