venerdì 21 luglio 2017

25 LUGLIO 1943

25 Luglio '43: la lunga notte di Mussolini

Dopo 9 ore di riunione si decide di restituire l'incarico al re

25 Luglio '43: la lunga notte di Mussolini
Il Gran Consiglio del Fascismo, alle 2 e 40 del mattino, approva con 19 voti a favore e solo 7 contrari l'ordine del giorno Grandi. L'ultima parola spetta a Vittorio Emanuele III. E' la fine del Ventennio e del Duce come Primo Ministro. 
“Signori, con quest’ordine del giorno avete provocato la crisi del regime. La seduta è tolta”. Sono le 2 e 40 del mattino, il Gran Consiglio del Fascismo è riunito da oltre nove ore quando Benito Mussolini e gli altri membri del Governo lasciano la grande sala del Pappagallo. Mancano ancora due anni alla fine del Duce, ma il “Ventennio” si conclude li.
Il 25 luglio 1943 è una di quelle date che ha segnato la storia del ‘900. A ripensarci, settant’anni dopo, viene da domandarsi cosa sarebbe successo se, nel pomeriggio del giorno precedente, non fosse iniziata la discussione dell’“ordine del giorno Grandi”. Quasi sicuramente l’Italia non avrebbe tradito il suo alleato storico, la Germania, per cercare di conquistare una vittoria abortita al fianco dell’Inghilterra, della Francia e degli Stati Uniti. Troppo facile ipotizzare con il senno di poi. Più difficile è dare ai fatti il vero significato ed il vero peso che hanno avuto per il popolo che li ha vissuti.
Le Idi di marzo del Duce Roma, 24 luglio 1943. Ore 17, 14. La città è avvolta da un’afa opprimente, fanno più di 30° all’ombra. Ma la vera morsa che attanaglia il Paese è un’altra. Due settimane prima gli americani sono sbarcati in Sicilia. Mussolini ha provato a tranquillizzare la Nazione, ma non gli hanno creduto neppure i suoi gerarchi. La guerra è persa. Forse la resa non sarà immediata, di sicuro i tedeschi cercheranno di impedire che Roma cada. Ma da quando il primo soldato statunitense poggia il piede sulle bianche spiagge di Lampedusa, tutti capiscono che è iniziata la fine. La fiducia del Duce del fascismo e dell’Impero, quella che riempiva di una folla adorante piazza Venezia appena 3 anni prima, sembra essere volatilizzata. Gli italiani sono stanchi del conflitto mondiale e della povertà dilagante. La nazione è sull’orlo del collasso. Perfino Roma, nonostante sia stata dichiarata “Città aperta” viene bombardata il 19. Così, anche quelli che erano stati fedelissimi a Mussolini fin dalla primissima ora, cominciano a vedere un futuro senza il Duce. Forse è questo che spinge Dino Grandi, ex Ministro degli Esteri e attuale Presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, il gerarca che con Galeazzo Ciano era il più ostile ad Adolf Hitler, presenterà un ordine del giorno che può rimescolare le carte in tavola. Un documento la cui bozza gira già da diversi giorni
In quella caldissima mattina d’estate, il Duce si deve sentire un po’ come Giulio Cesare alle Idi di marzo. Sa benissimo che se aprirà la seduta del Gran Consiglio, il suoi “fedelissimi” potrebbero rivoltarsi contro di lui. La moglie, Donna Rachele, deve aver avuto lo stesso presentimento che, qualche secolo prima, aveva avuto anche la moglie del condottiero romano. Lo prega di non andare alla sala del Pappagallo. Non c’è verso di convincere il Duce. Mussolini esce  per l’ultima volta dalla spoglia ed immensa sala del Mappamondo, a palazzo Venezia, nel primo pomeriggio. Sono finiti i tempi delle amanti ricevute proprio li. Della folla festante sotto il balcone. Ora c’è solo la guerra e la disfatta sembra molto vicina.
L’ordine del giorno La seduta del Gran Consiglio si apre con un quarto d’ora di ritardo. Nel pomeriggio del 24 viene ufficialmente chiesto ai membri del Governo di votare la richiesta di riattribuzione al Sovrano del comando supremo delle forze armate. L’ultima parola, poi, spetterà al re,  così come è ancora previsto dallo Statuto Albertino. Il Sovrano infatti, può revocare l’incarico affidato al Primo Ministro in ogni momento, se questi non ha più l’appoggio del suo Gran Consiglio. Sì, perché per quanto Mussolini  abbia agito da dittatore durante il corso dei suoi venti anni al potere, non ha mai pensato da dittatore. Non ha quasi per nulla modificato la carta costituzione. Lasciando così al Sovrano la teorica possibilità di destituirlo.
La seduta si apre con l’appello dei partecipanti. Si comincia con i quadrumviri che hanno fatto la marcia su Roma: Emilio De Bono e Cesare Maria De Vecchi. Poi si passa ai presidenti delle Camere: Dino Grandi e Giacomo Suardo ed al segretario del Pnf Carlo Scorza. Segue l’elenco di tutti i componenti del Governo: Giacomo Acerbo, Umberto Albini, Giuseppe Bastianini, Carlo Biggini, Tullio Cianetti, Alfredo De Marsico, Carlo Pareschi, Gaetano Polverelli). Alla fine è la volta del presidente dell’Accademia d’Italia (Luigi Federzoni), il capo della milizia (Enzo E. Galbiati), il presidente del Tribunale speciale (Antonino Tringali Casanova), nonché gli esponenti del collateralismo fascista: Giovanni Balella, Annio Bignardi, Ettore Frattari e Luciano Gottardi. Per ultimi vengono chiamati i camerati che hanno “ben meritato” il privilegio di sedere al tavolo del Massimo organo consultivo: Dino Alfieri, Giuseppe Bottai, Guido Buffarini Guidi, Galeazzo Ciano, Alberto De Stefani, Roberto Farinacci, Giovanni Marinelli e Edmondo Rossoni.
Il Duce apre la seduta. Ricorda ai presenti che sono tutti vincolati al segreto. Parla per un’ora e mezzo, elencando tutti i problemi del Paese. Poi si siede. Tocca ai due quadrumviri, favorevoli a Grandi prendere la parola. Sono le 19,36. Mussolini ascolta la discussione. È dilaniato dai bruciori di stomaco che lo accompagnano da diversi anni. È in divisa. Con la mano sotto la giacca si preme sull’addome. Sembra un po’ come Napoleone dopo la sconfitta di Lipsia. Sa che ha davanti a sé due possibilità, l’esilio, la lontananza dalle stanze del potere che lo hanno reso grande. O, nel peggiore dei casi, la morte. Arriverà anche la sua Waterloo, ma mancano ancora due anni alla disfatta completa. Glielo avevano anche fatto leggere, qualche giorno prima, l’ordine del giorno. Il Duce, però, non voleva e non vuole pensare che quella proposta si possa concretizzare. Mussolini è il Fascismo. Ed il Fascismo senza Mussolini non ha motivo di esistere.
Le 19 pugnalate Alle due e mezza del mattino del 25 luglio ’43, Mussolini ammette la votazione per l’ordine del giorno Grandi. I presenti sono 28. Il Duce, ovviamente, non si può esprimere. Il primo a votare è Scorza. Urla forte il suo “no”. Poi è la volta di Suardo, il presidente del Senato si astiene. È in lacrime. La votazione prosegue. Tocca a Galeazzo Ciano, il genero del Duce, il marito di Edda. Dalla sua bocca esce il “sì” tipico dei codardi, di chi si schiera sempre con la maggioranza. È il tradimento più eclatante.
Alla fine saranno in sette ad aver votato contro l’ordine del giorno: Biggini, Buffarini Guidi, Frattari, Galbiati, Polverelli, Scorza e Tringali Casanuova. I sì sono quelli di: Acerbo, Albini, Alfieri, Balella, Bastianini, Bignardi, Bottai, Cianetti (che ritirerà la sua firma solo successivamente), Ciano, De Bono, De Marsico, De Stefani, De Vecchi, Federzoni, Gottardi, Grandi, Marinelli, Pareschi e Rossoni.
Per Cesare furono fatali le coltellate del figlio adottivo Bruto, inferte sotto la statua dello storico rivale Gneo Pompeo. A Mussolini sono necessarie le 19 pugnalate, i 19 voti contrari di 27 dei membri del suo Governo per cadere. La parte di Bruto, questa volta, la interpreta il genero.
Alle 2 e 40 la seduta è tolta. La scioglie lo stesso Mussolini. Dino Grandi vincola espressamente al Duce il compito ad andare a dare la notizia della sua “sfiducia” al re.
Quando torna a casa, a villa Torlonia è notte fonda. Rachele lo aspetta sveglia. Capisce al volo che cosa è successo. Il Duce è curvo su se stesso, ha il volto scuro di chi si sente tradito, più che sconfitto. Il problema non è tanto come sia andata la votazione. Ma proprio che sia stato presentato l’ordine del giorno Grandi. Quando lo vede entrare, la moglie gli dice solo una frase “spero tu li abbia fatti arrestare tutti”. Benito le risponde con un filo di voce: “no, ma lo farò domani”. Non ne avrà il tempo, né la possibilità.
La “badogliata” Mussolini è ancora sicuro di poter convincere Vittorio Emanuele. Non crede assolutamente che possa rimuoverlo dal suo incarico. Ma il Sovrano, chiamato “piccolo re”, non ha quel soprannome solo per la statura. È proprio un piccolo re. Umanamente e politicamente.
Il 25 luglio il Duce si presenta a villa Savoia. Ha un completo blu. È stato espressamente invitato a non presentarsi in divisa. Sarà Vittorio Emanuele terzo a riprendere il comando delle forze armate ed a conferire l’incarico al nuovo Primo Ministro. Sono passati quasi 21 anni dall’ultima volta che il Sovrano ha esercitato questo potere.
Vittorio Emanuele riceve il suo Primo Ministro uscente vestito da Primo Maresciallo dell’Impero. Guarda Mussolini in faccia e gli dice semplicemente: “l’Italia  era in tocchi e l’esercito moralmente a terra”. Un colloquio breve. Giusto il tempo sufficiente per consentire  all’autista personale del Duce di andarsene e far arrivare i Carabinieri. All’uscita dall’incontro Mussolini viene arrestato. È invitato a prendere posto (per “motivi di sicurezza”) in un’autoambulanza della Croce Rossa e portato in un paio di caserme, prima di essere trasferito sul Gran Sasso.
Da li, poi, riuscirà a fuggire con l’aiuto dei tedeschi. Si vendicherà dei suoi traditori. Anche e soprattutto del genero Galeazzo Ciano. Verranno i mesi durissimi della Repubblica Sociale e della guerra civile. Ma quella è tutta un’altra storia.
Poco dopo aver fatto arrestare il Duce, il “piccolo re” nomina il marchese Pietro Badoglio Primo Ministro. L’uomo che era entrato trionfante ad Addis Abeba, il Generale in capo alle truppe che avevano conquistato l’Abissinia, lo stesso che tradirà l’alleanza con la Germania, scegliendo di passare dalla parte dei vincitori. In meno di due mesi si arriverà all’armistizio di Cassibile, alla fuga del re al sud. In due parole, all’8 settembre. C’è un motivetto che ricorda proprio questa scelta. E si chiama, logicamente, “Badoglieide”: “gli squadristi li hai richiamati/gli antifascisti li hai messi in galera/la camicia non era più nera/ma il fascismo restava padron”. Ma anche questa, è tutta un’altra storia.
Al tramonto del 25 luglio si conclude il giorno più lungo di Benito Mussolini. In meno di ventiquattr’ore è passato da Duce a carcerato. La stessa gente che fino a qualche mese prima lo acclamava, adesso sputa sulle sue immagini e insulta il suo nome. È l’eterno ritorno dell’uguale. Quell’incoerenza figlia della naturale inclinazione di un popolo che tende naturalmente al tradimento. E che forse ha dimenticato le parole, non sue,che  Mussolini amava molto ripetere: “meglio vivere un giorno da leoni, che cento anni da pecora”. Ma per gli italiani no, non è così. Meglio morire dopo un’esistenza trascorsa nel gregge che rimanere fedeli e coerenti ad un Pensiero, ad un’Idea, all’Onore.
                                                                                                                                                                                                                                         
Micol Paglia

lunedì 17 luglio 2017

SECONDA GUERRA MONDIALE: I CRIMINI DI GUERRA DEGLI INGLESI


SECONDA GUERRA MONDIALE: I CRIMINI DI GUERRA DEGLI INGLESI

Brani tratti da WITNESS TO HISTORY (testimonianza di storia) Michael Walsh)

Fonte: Michael Walsh News Services
          

Durante la Guerra furono sganciate più tonnellate di bombe sulla città di Berlino di quelle sganciate sull’intera Gran Bretagna durante tutta la Guerra. Tutte le città e cittadine tedesche con oltre 50.000 abitanti furono distrutte dal 50 all’80%.
Dresda fu incenerita assieme a 30.000 civili arsi o sepolti fra le rovine.
Amburgo fu totalmente distrutta e 70.000 civili morirono nei modi più orrendi. Mentre Amburgo bruciava, i venti che alimentavano le fiamme alte tre miglia, raggiunsero il doppio della velocità di un uragano superando le 150 miglia all’ora. Alberi con un diametro di 3 piedi (circa 90 centimetri) nelle periferie cittadine furono risucchiati dalla terra dall’innaturale forza di questi venti e scaraventati lontano nell’inferno urbano, e così anche veicoli, uomini, donne….e bambini.
Le fiamme vulcaniche furono scagliate in cielo a 5.000 piedi (circa 1.500 metri), quattro volte l’altezza dell’Empire State Building. I gas che si sprigionarono a quell’altezza causarono reazioni meteorologiche fin nella stratosfera.
Fra il 1940 ed il 1945, 61 città tedesche, con una popolazione totale di 25 milioni di anime, furono distrutte o devastate in una campagna di bombardamento iniziata dal governo inglese.
Una distruzione su tale scala non aveva altro scopo se non quello di uccidere in massa indiscriminatamente quanti più tedeschi era possibile, indipendentemente dal fatto che erano civili. Ciò portò ad un bombardamento di rappresaglia che fece 60.000 inglesi morti e 86.000 feriti.
Il celebre storico e stratega di guerra britannico, Capitano Sir Basil Liddell Hart, dichiarò che con questa strategia si arrivò alla vittoria "mettendo in atto i mezzi bellici più incivili che il mondo conobbe dopo le invasioni dei Mongoli" – The Evolution of Warfare (l’evoluzione della guerra, ndt), Baber & Faber, 1946, pag. 75.
"Fu assolutamente contrario al diritto internazionale" – Primo Ministro Neville Chamberlain.

LA GRAN BRETAGNA PRESE DI MIRA I CIVILI, E NON LA GERMANIA

"Hitler intraprese il bombardamento di obiettivi civili britannici solo con riluttanza, tre mesi dopo che la RAF aveva iniziato a colpire obiettivi civili tedeschi. Hitler sarebbe stato disposto a fermare il massacro in qualsiasi momento. Hitler era veramente ansioso di raggiungere un accordo con la Gran Bretagna mirante a limitare l’azione aerea alle zone di guerra" – J.M. Spaight., CB. CBE. Bombing Vindicated, pag. 47. Segretario Responsabile al Ministero dell’Aviazione.
"Churchill era ossessionato nel fare intervenire in guerra l’America. Cercò di spaventare Roosevelt con la prospettiva di una veloce vittoria tedesca. Cercò la provocazione, come l’affondamento della nave LUSITANIA nella Prima Guerra Mondiale per provocare l’opinione pubblica americana. Il bombardamento tedesco di civili inglesi poteva portare allo stesso scopo. Ma per settimane tutto era come se i tedeschi non avessero l’intenzione di essere così compiacenti". – The First Casualty, Philip Knightley, Andre Deutsch

I PRIMI ATTACCHI FURONO BRITANNICI

Il primo attacco aereo "di zona" durante la guerra fu effettuato da 134 bombardieri britannici sulla città tedesca di Mannheim, il 16 Dicembre 1940.( Nota del traduttore: l’autore ha dimenticato, per una ignota ragione, che il primo attacco fu effettuato dagli inglesi nel Maggio del 1940 sulla città di Friburgo, provocando morti e danni ma non rilevanti). Lo scopo di questo attacco, come spiegò in seguito il Capo dell’Aviazione Marshall Peirse, era di "concentrare il massimo danno possibile nel centro della città" – The Strategic Air Offensive Against Germany. (H.M. Stationery Office, London, 1961).

L’AMMISSIONE DELL’ALTO COMANDO BRITANNICO

"Poiché avevamo dei dubbi circa l’effetto psicologico della distorsione propagandistica della verità e cioè che eravamo noi che iniziammo l’offensiva del bombardamento strategico (civile), ci siamo astenuti dal dare alla nostra grande decisione dell’11 Maggio 1940 la pubblicità che meritava" – Bombing Vindicated. J.M. Spaight, CB. CBE. Segretario Responsabile al Ministero dell’Aviazione.
"Lo scopo primario di queste incursioni era di pungolare i tedeschi ad intraprendere raid aerei di ritorsione della stessa entità sulla Gran Bretagna. Questi raids avrebbero svegliato una intensa indignazione negli inglesi nei confronti della Germania e creare così una psicosi di guerra senza la quale sarebbe stato impossibile intraprendere una guerra moderna" – Dennis Richards, the Royal Air Force 1939/1945; The Fight at Odds. H.M. Stationery Office.

LA CLASSE DEI LAVORATORI NELL’OBIETTIVO DI UNO STERMINIO DI MASSA

"Condivido in pieno (il bombardamento terroristico). Sono per il bombardamento delle aree industriali delle città tedesche. Sono un sostenitore di Cromwell – credo nello "sterminare in nome di Dio!" – Sir Archibald Sinclair, Segretario d’Aviazione.


LA BANALITÁ DEL MALE SATANICO

"Loro (i Capi dell’Aviazione Britannica) sostenevano che il risultato desiderato, di ridurre la produzione industriale tedesca, verrebbe più prontamente raggiunto se le case degli operai delle fabbriche venissero distrutte. Se gli operai fossero impegnati a seppellire le loro mogli e i loro bambini, possiamo ragionevolmente aspettarci che la produzione scenda" – Advance to Barbarism, F.J.P. Veale; emerito giurista britannico.

DRESDA

"La storia a lungo occultata del peggior massacro della storia del mondo. La devastazione di Dresda nel Febbraio 1945 fu uno di quei crimini contro l’umanità i cui autori sarebbero dovuti essere chiamati in giudizio a Norimberga se quel tribunale non fosse stato snaturato".


– Richard. H.S. Crosman, Ministro del Governo Laburista.
"Ho letto le recensioni delle biografie di Sir Arthur Harris con sentimenti contrastanti ed anche la lettera di Robert Kee (8 Luglio).  Il 13 Febbraio 1945 ero ufficiale di rotta su uno dei bombardieri Lancaster che devastarono Dresda. Ricordo bene la riunione informativa del Capitano del nostro gruppo. Ci fu detto che l’Armata Rossa stava spingendosi verso Dresda e che la città sarebbe stata piena di rifugiati e che il centro cittadino sarebbe stato pieno di donne e bambini.

Il nostro obiettivo era la piazza del mercato.

Ricordo che eravamo in un qualche modo turbati ma facemmo come ci fu detto. Bombardammo l’obiettivo come ci era stato ordinato e sulla via del ritorno il nostro radio-marconista intercettò una trasmissione tedesca che accusava la RAF di tattiche terroristiche e che 65.000 civili morirono. Liquidammo ciò come propaganda tedesca.
Non avevamo ancora capito, finché alcune settimane dopo il mio squadrone ricevette una visita dall’Unità Cinematografica Crown che trasmetteva i film della propaganda bellica. Ci fu una riunione informativa beffarda, con una distinta differenza. Lo stesso Capitano del gruppo diceva: "siccome la piazza del mercato sarebbe stata piena di donne e bambini, non avremmo bombardato il centro cittadino per nessuna ragione. L’obiettivo sarebbe stato invece uno snodo ferroviario che portava ad Est di vitale importanza.
Posso categoricamente confermare che l’incursione su Dresda fu una macchia nera nella storia di guerra britannica. Gli avieri del mio squadrone erano convinti che quest’azione malvagia non fu istigata dal nostro rispettabile capo "Butch" Harris (Butch sta per: macellaio, ndt.), ma da Churchill. Ho aspettato 29 anni a dire ciò, e ancora mi tormenta" – A. Williams, Nottingham, the Observer, 8 Agosto 1984.

 BAMBINI MITRAGLIATI

Il mitragliamento a bassa quota delle colonne di rifugiati da parte della caccia americana e inglese era cosa di ordinaria amministrazione: "Si dice che gli animali dello zoo e i gruppi di rifugiati terrorizzati furono mitragliati mentre tentavano di scappare attraverso il Grossen Garten da aerei che volavano a bassa quota e che molti corpi crivellati di colpi vennero ritrovati in seguito in questo parco" – Der Tod von Dresden (la morte di Dresda), Axel Rodenberg, 25 Febbraio 1951.
A Dresda "perfino i resti ammucchiati di una corale di bambini furono mitragliati in una strada che costeggiava un parco" – David Irving, Destruction of Dresden.
Fu usato il fosforo "per via della sua dimostrata capacità di deprimere il morale dei tedeschi" – fonte ufficiale britannica.

 CITAZIONI DELL’EPOCA

"Posso dirvi che la Germania è stata completamente distrutta" – Generale Americano Bradley, Associated Press, Londra, 11 Giugno 1945.
L’offensiva dei bombardamenti terroristici costò la vita di oltre 2 milioni di civili tedeschi. Ne conseguì la totale distruzione di molte fra le più belle e storiche città d’Europa. Costò la vita a 58.888 aviatori della RAF, all’incirca lo stesso numero di ufficiali subalterni britannici durante la Prima Guerra Mondiale.
"Anche gli atti terroristici deliberati e senza senso, contro, ad esempio, Lubecca e Dresda, effettuati dai piloti Alleati, avrebbero dovuto essere soggetti ad indagine e portati davanti ad una corte di giustizia competente" – Generale di Divisione H. Bratt, Esercito Reale Svedese.
"Una nazione che cosparge un’altra di un manto di gas inevitabilmente letali oppure sradica intere città dal pianeta facendo esplodere bombe atomiche, non ha il diritto di giudicare nessuno per crimini di guerra; essa stessa ha già commesso la più grande atrocità, non paragonabile a qualsiasi altra atrocità; ha ucciso, fra indicibili sofferenze, centinaia di migliaia di persone" – Lydio Machado Bandeira de Mello, Dott. Giurista Professore brasiliano di Criminologia; autore di oltre 40 opere di legge/filosofia.
"Per quanto riguarda i crimini contro l’umanità, quei governi che ordinarono la distruzione delle città tedesche, annientando così valori culturali insostituibili e trasformando in torce umane donne e bambini, dovrebbero anch’essi essere trascinati in giudizio" – Hon Jaan Lattik. Statista estone, diplomatico e storico.

 ONORE POSTUMO PER I CIVILI TEDESCHI

"In conclusione, si deve ammettere, non senza un certo disagio, che i veri eroi della storia non sono né i comandanti dell’aviazione e nemmeno i 58.888 ufficiali e avieri del Comando Bombardieri uccisi in battaglia.
Gli eroi furono gli abitanti delle città tedesche sotto attacco; gli uomini, le donne e i bambini che soffrirono stoicamente e continuarono a lavorare fra le rovine in fiamme delle loro case e fabbriche, fintanto che non furono invasi dagli eserciti alleati" – Recensore del London Times sulla Storia Ufficiale Britannica dell’Offensiva Aerea Strategica.
"Non ci sono numeri definitivi sul numero di civili uccisi come conseguenza del bombardamento massiccio, ma 2 milioni dovrebbe essere una cifra attendibile (stima)" – Professor Harry Elmer Barnes, Dottorato in storia americana.
"La città di Kassel subì oltre 300 incursioni aeree, alcune con ondate di 1.000 bombardieri; inglesi di notte e americani di giorno. Quando il 4 Aprile 1945 Kassel si arrese, su una popolazione di 250.000 abitanti, solo 15.000 restarono vivi" – Jack Bell, Chicago Daily News Servizio Estero, Kassel 15 Maggio 1946
"Innumerevoli cittadine e paesi furono rasi al suolo o trasformati in città-fantasma come Wiener Neustadt in Austria. Di quella città, dopo le incursioni aeree, rimasero in piedi solo diciotto case e la sua popolazione fu ridotta DA 45.000 A SOLI 860" – In the Ruins of the Reich, Douglas Botting. George, Allen & Unwin, Londra, 1985

LE ALTRE CITTÁ

Berlino, Amburgo, Dortmund, Essen, Dresda, Francoforte, Norimberga, Dusseldorf, Hannover, Brema, Wuppertal, Vienna, Duisburg, Monaco, Magdeburgo, Lipsia, Mannheim, Stoccarda, Kiel, Gelsenkirchen, Bochum, Aachen, Wuerzburg, Darmstadt, Krefeld, Munster, Moenchen-Gladbach, Braunschweig, Ludwigshafen, Remscheid, Pforzheim, Osnabruck, Magonza, Bielefeld, Giessen, Duren, Solingen, Wilhelmshafen, Karlsruhe, Oberhausen, Heilbronn, Augsburg, Hamm, Knittelfeld, Luneburg, Cuxhaven, Kulmbach, Hagen, Saarbrucken, Friburgo, Graz, Coblenza, Ulm, Bonn, Bremerhaven, Wanne-Eickel, Worms, Lubecca, Schweinfurt, Kleve, Wiener-Neustadt, Wiesbaden, Paderborn, Bocholt, Hanau, Hildesheim, Emden, Siegen, Primasens, Halle, Bayreuth, Kreuznach, Witten, Aschaffenburg, Kaiserlautern, Gladbeck, Dorsten, Innsbruck, Neumunster, Linz, Klagenfurt, Reutlingen, Recklinghausen, Reuel, Regensburg, Homberg, Elmshorn, Wetzler, Villach, Hameln, Konigsburg, Moers, Passau, Solbad Hall i.T., Coburg, Attnang-Puchheim, Friedrichshafen, Francoforte sull’Oder, Danzica,  Chemnitz, Rostock, Schwerte, Plauen, Bad Kreuznach.
A queste vanno aggiunte importanti città italiane come Roma, Milano, Genova, Torino, Napoli, Bolzano.
 Traduzione a cura di: Gian Franco SPOTTI
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CRIMINI ALLEATI IMPUNITI

Poco tempo fa mi è capitato fra le mani un mio vecchio libro di lettura di lingua tedesca dal titolo DEUTSCH FUER AUSLAENDER (tedesco per stranieri) scritto da Hermann Kessler edito nel 1970. Rileggendo alcuni brani, a pag.137 e 138 mi sono imbattuto in un racconto che parla della città di Dresda, della sua bellezza e della sua distruzione da parte dell'aviazione "Alleata".
Rileggendolo mi ha colpito e vorrei farlo circolare sia in lingua originale, ossia in tedesco, che con la relativa traduzione in italiano.

DER TOD VON DRESDEN
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Die weltberuehmten Schoenheit Dresdens kenne ich nur aus der Kunstgeschichte. Vom Untergang der Stadt haben mit die Ueberlebenden erzaehlt. Ihren Wiederaufbau habe ich mit eigenen Augen gesehen und die Bewohner bewundert, die in der Stadt des Todes mutiger gearbeitet haben als ihre Vorvaeter in der Wildnis des Erzgebirges.
Der Reiz Dresdens ist seine Lage. Die mittelalterliche Stadt war eine natuerliche Festung. Sie wurde um 1500 die Hauptstadt Sachsens. August der Starke, saechsischer Kurfuerst und Koenig von Polen, hat Dresden zu einer der schoensten Staedte Europas gemacht. Die beruehmtesten Baumeister der Zeit arbeiteten in der Stadt. Sie schufen den zierlichen Wunderbau des Zwingers, der einen bezaubernden Festsaal im Freien darstellt und die beruehmten Bruehlschen Terrassen an der Elbe, die man den Balkon Europas nannte.
Der Reichtum der Fuersten fuellte die Schatzkammern des Gruenen Gewoelbes und machte die Gemaeldegalerie der Stadt zu einer der ersten Kunstsammlungen der Welt.
All die Pracht wurde an einem Tag vernichtet.
Der Krieg ging seinem Ende zu. Stroeme von Menschen,Tieren und Wagen flohen aus den deutschen Ostgebieten. Dresden nahm die Fluechtlinge aus Schlesien und dem Suedetenland auf. Jeder freie Raum der Stadt war mit Menschen ueberfuellt. Die Fuhrwerke verstopften Strassen und Plaetze. Alle Gruenflaechen und Parks waren riesige Lager geworden. Die Einwohnerzahl der Stadt hatte sich
verdoppelt. 1.130.000 Menschen draengten sich in der Stadt, als ihr Untergang kam.
Dresden war ohne Verteidigung, die Einwohner ohne Schutz. Der Tod hatte leichtes Spiel. Dreimal schlug er in die hilflose Menge. Der erste Schlag verwandelte die Stadt in ein Feuermeer. Auf zwanzig Millionen Quadratmeter brannte ein Hoellenfeuer. Der Asphalt der Strassen gluehte. Als lebende Fackeln rannten die Menschen durch den Flammensturm, schrien, stuerzten und starben.
Zehntausende retteten sich auf die Gruenflaeche, die wie zwei riesige Inseln im Flammenmeer lagen.
Diese Stellen traf der zweite Angriff. Jede Bombe war ein Volltreffer auf wehrlose Menschen und Tiere.
Der dritte Schlag richtete sich gegen die Fluechtenden auf den Landstrassen. Er war der blutigste. Ueber 250.000 Tote kostete der Tag, viel mehr als die Atombombe auf Japan.
Wochenlang sammelte man die Toten in der Stadt. Als sie zu einer Gefahr fuer die Lebenden wurden, musste man sie zu Tausenden auf dem Markt verbrennen. Ein kleiner Huegel bedeckt die Asche von 10.000 Menschen.
"wer das Weinen verlernt hat, lernt es beim Tode Dresdens" sagte der Dichter Gerhart Hauptmann.
Einer der Ueberlebenden, Axel Rodenberger, schrieb ein erschuetterndes Buch "Der Tod von Dresden".
Er schrieb es ohne Hass und klagt niemand an. Er malt das Bild dieses blutigsten Kriegstages, um die Menschheit und ihre Staatsmaenner vor neuen Kriegen und groesseren Leiden in der Zukunft zu warnen.

T R A D U Z I O N E

LA MORTE DI DRESDA

Le celeberrime bellezze di Dresda le ho apprese dalla storia dell'arte. I sopravvissuti mi hanno raccontato sfacelo della città.
Ho visto con i morte, hanno lavorato più alacramente di quanto fecero i loro antenati nei selvaggi ielo i occhi la sua ricostruzione e ho ammirato i suoi abitanti che, nella città della mMonti Metalliferi.
L'incanto di Dresda è tutto suo. La città medioevale era una fortezza naturale. Attorno al 1500 fu la capitale della Sassonia. Augusto Il Forte, principe sassone e re di Polonia, trasformò Dresda in una delle città più belle d'Europa.
I più famosi costruttori edili del tempo lavoravano in città.
Essi crearono la meravigliosa costruzione dello Zwinger,che rappresenta un incantevole salone all'aperto e le famose terrazze di Bruehl sull'della Volta Elba, denominate balcone d'Europa.
La ricchezza del principe riempì le sale del tesoro Verde e rese la galleria dei dipinti della città una delle prime raccolte d'arte del mondo. Tutto questo splendore fu distrutto in un sol giorno.
La guerra volgeva al termine. Fiumi di persone, animali ed automezzi fuggivano dai territori tedeschi orientali. Dresda riceveva i rifugiati dalla Slesia e dai Sudeti.
Ogni spazio libero della città era stracolmo di persone.
Dresda era senza difese e
I mezzi di trasporto intasavano strade e piazze. Tutti gli spazi verdi ed i parchi erano diventati giganteschi accampamenti. Il numero degli abitanti era raddoppiato,1.130.000 persone si accalcavano in città mentre ne arrivava il tramonto.
di suoi abitanti senza protezione.
La morte ebbe gioco facile. Per ben tre volte essa colpì nel mezzo della gente indifesa.
Il primo attacco trasformò la città in un mare di fuoco.
In venti milioni di metri quadrati bruciava un fuoco infernale.
L'asfalto delle strade si sciolse. Le persone, trasformate in torce umane, correvano attraverso la tempesta di fiamme,urlavano, cadevano e morivano.
Decine di migliaia si salvarono negli spazi verdi che fungevano da grosse isole nel mare di fiamme.
Queste isole furono raggiunte dal secondo attacco.
Ogni bomba era un preciso centro su gente ed animali inermi. Il terzo attacco venne indirizzato sui fuggitivi sulle strade di campagna. Fu il più sanguinoso. Quel giorno costò più di 250.000 morti, molti di più della bomba atomica sul Giappone.
Per settimane si raccolsero i morti nella città e quando questi rappresentarono una minaccia di malattie per i sopravvissuti, si dovette bruciarli a migliaia sulla piazza del mercato. Una collinetta ricopre le ceneri di 10.000 persone.
"chi ha dimenticato il pianto, lo impara nella Morte di Dresda", disse il poeta Gerhart Hauptmann.
Uno dei sopravvissuti, Axel Rodenberger, scrisse un libro scioccante dal titolo "la Morte di Dresda".

Egli dipinse un quadro di questo sanguinosissimo giorno di guerra per ammonire l'umanità e tutti i capi di Stato da nuove guerre e da nuove sofferenze nel futuro.

Gian Franco SPOTTI
Soragna (Parma)


                                                                                                                                                                  

venerdì 14 luglio 2017

LA QUESTIONE DELL' EURO

Caro Avvocato,
in passato abbiamo trattato più volte quello che è successo all’introduzione dell’euro e che si può così sintetizzare.
Nel gennaio 2002, all’atto dell’introduzione dell’euro come moneta corrente, l’allora governo Berlusconi (che aveva stravinto le elezioni del maggio 2001), non controllò e non bloccò prezzi e tariffe, lasciando che i ceti imprenditoriali, nonché commercianti, artigiani ecc. facessero il “concambio” lira-euro a loro piacimento, arrivando addirittura all’equazione 1.000 lire uguale 1 euro (cioè 1.936,27 lire).
Nelle altre nazioni europee aderenti all’euro questo non è avvenuto, perché i loro governi hanno controllato severamente che nessuno speculasse sul “concambio”.
In Italia invece questo non avvenne perché i ceti imprenditoriali e le partite Iva nel 2001 avevano votato e fatto votare in massa Berlusconi proprio perché volevano un governo liberale che non intervenisse nell’imminente passaggio all’euro e li lasciasse liberi di fare il cambio a piacimento.
Che si sia trattato di una vera e propria “manovra” speculativa e non di pressapochismo lo conferma il fatto che la “governativa” Istat, per tutto il 2002, continuò a certificare un’inflazione “ufficiale” irrisoria, dell’1,5-1,75,2%, quando tutti noi constatavamo invece che i prezzi erano saliti del 20-30-40-50% o più.
Questo perché se l’Istat avesse certificato l’inflazione “reale”, per via delle indicizzazioni su pensioni, salari e stipendi, il governo Berlusconi avrebbe dovuto aumentare sensibilmente le pensioni e gli stipendi degli Statali (e non c’erano i soldi!) e le imprese avrebbero dovuto aumentare significativamente salari e stipendi (e perso i benefici ottenuti con la speculazione!).
Fummo in pochi a denunciare questo “speculazione”, noi Nazionalpopolari, qualche isolato economista snobbato dai media e un’Associazione consumatori, perché anche gli Enti pubblici, Regioni, Province, Comuni, Aziende di Stato, approfittarono anch’essi del “concambio” per alleggerire i loro pesanti bilanci passivi, aumentando di fatto col “concambio” le tariffe dei loro servizi.
E molti di questi Enti erano amministrati dalla Sinistra e/o controllati dalla Sinistra che quindi non denunciò la speculazione in atto, dimostrando ancora una volta che gli “inciuci” nella politica italiana non sono l’eccezione ma la regola.
Questa nostra analisi è stata riconosciuta corretta non solo dai soliti isolatissimi economisti, ma anche dall’ex leghista e Ministro del Bilancio nel primo governo Berlusconi del 1994, Giancarlo Pagliarini (che poi ha abbandonato la Lega) il quale, in uno scambio di opinioni con noi, confermò la giustezza della nostra analisi e sul ritorno alla lira disse : “E’ la volta che per bere un caffè dobbiamo andare con un milione di svalutatissime lire in tasca!”
Cordiali camerateschi saluti e sempre A NOI!
Adriano
 
 
Carissimo Adriano!
Sull’Euro, mentre sono perfettamente d’accordo sul dato di fatto che ormai vada tenuto, desidererei che Tu mi illuminassi sul fatto che, secondo me, il nostro potere d’acquisto si è molto svalutato a seguito del passaggio dalla Lira all’Euro.
Mia moglie ed io riceviamo dalla Cassa Nazionale Forense una pensione complessiva di circa € 3.600,00# per quattordici mensilità indicizzate, che corrispondono a circa settemilioni di lire… che, a mio modesto avviso, non hanno lo stesso potere di acquisto di tremila seicento euro!
Cameratescamente mi devi credere: è solo un mio dubbio ed, evidentemente, non c’è alcuna critica!
Il mio Onore ha sempre un solo nome e questo si chiama: Fedeltà!
Paolo

                                                                                                                                                           

domenica 9 luglio 2017

Mussolini: il difensore degli ebrei jugoslavi durante la II° guerra mondiale.

Mussolini: il difensore degli ebrei jugoslavi durante la II° guerra mondiale.

mussolini1Nota della Redazione: mentre in tutta Europa imperversava la II° guerra mondiale e l’esercito tedesco conquistava gran parte del territorio continentale gli ebrei tentavano di scappare dai territori occupati dall’esercito di Hitler. Respinti dalla Gran Bretagna, le navi con i profughi venivano minacciate di essere affondate dalla marina di Sua maestà e dalla flotta statunitense non appena fossero state in vista delle coste del nord America; gli unici luoghi sicuri in cui rifugiarsi erano i territori occupati dall’esercito italiano. Fino al 25 luglio 1943, ovvero fino alla caduta del Fascismo, nessun ebreo residente nel territorio italiano o in quelli occupati dal nostro esercito venne consegnato ai tedeschi. Tutto ciò nonostante le leggi razziali tanto decantate. Trieste era diventato il principale porto dal quale gli stessi si imbarcarono per la Palestina. Questa è la storia vera. Questo è quanto realmente accaduto.  Lasciamo adesso che a parlare siano i fatti, quelli citati da Filippo Giannini in questo articolo.
E’ stato scritto dall’intellettuale Enrico Eindrich: “Sara’ la storia a dire se Mussolini fu un avventuriero o uno statista, o se le sue idee circa la necessita’ della collaborazione, anziche’ della rovinosa lotta di classe siano ciarpame o, invece, seme fecondi di vita e di civilta’”.
Qualche lettore, leggendo questo articolo, potra’ pensare che voglio fare della gratuita pubblicita’ al mio ultimo libro dal titolo: “Uno scudo protettore – Mussolini, il Fascismo e gli ebrei”. E’ vero. Ma nel contempo, leggendo il pezzo, capira’ il motivo. Navigando su internet alla ricerca di notizie su un Rabbino che opero’ in Italia e in Francia negli anni dell’ultima grande Guerra, mi sono imbattuto in un sito titolato: Fascismo e le persecuzioni degli ebrei, e ho letto questo titolo: Fascismo e le deportazioni: un documento prova la complicita’ di Mussolini nell’eliminazione degli ebrei croati. Qui di seguito riporto questo documento che, per la verita’, fa parte della documentazione del mio volume sopracitato.
Ecco integralmente, questa trovata.
<Lo sconvolgente documento che pubblichiamo ci e’ stato segnalato da un navigatore (Luigi Miragliuolo) ed e’ conservato nelle Carte di Gabinetto del Ministero degli Esteri Italiano e, in copia, presso il Centro Documentazione Ebraico di Milano. Come si puo’ vedere nel formato pdf, reca in calce il nulla osta di Mussolini, il che dimostra come gia’ nel ’42, quando l‘Italia non era ancora occupata dai tedeschi, il duce abbia dato esplicito assenso all’eliminazione degli ebrei croati, pur sapendo perfettamente (come risulta dall’appunto) che sarebbero stati uccisi. E‘ stato pubblicato nel lontano 1989 nella colonna ufficiale dei Documenti Diplomatici Italiani (Serie Nona, vol. 9 doc.52).
La complicita’ di Mussolini con Hitler nella politica delle deportazioni e’ confermata anche dai diari dell’ambasciatore Luca Pietromarchi, di recente pubblicati da Olschki. “Bismarck si e’ rivolto al Ministero degli Esteri e ha preteso la consegna degli ebrei nelle regioni sotto il nostro dominio in Croazia per distruggerli”. Con queste parole di sgomento, l‘ambasciatore Pietromarchi fissava nell’agosto 1942 la tremenda escalation antisemita della politica tedesca e le manovre italiane per raffreddare (allora c’erano queste manovre, nda) il piu’ possible le richieste naziste.
Come segnalatoci da un altro navigatore (il professor Matteo Luigi Napolitano), dall’esame delle altre carte dei Documenti Diplomatici Italiani emerge infatti che lo Stato Maggiore Generale (e in particolare il generale Roatta) espresse molti dubbi sull’opportunita’ di consegnare gli ebrei nella Croazia occupata dagli italiani. “In seguito a cio’ – si legge in un appunto del Capo d’Uffcio di Collegamento con la seconda armata, Castellani, datato 3 dicembre 1942 – il Duce ha disposto: 1) Che detti ebrei vengano mantenuti tutti in campi di concentramento (e non vi sorge il dubbio che questo ordine fu dato per sottrarre quegli infelici ai tedeschi? nda); 2) che si proceda intanto, oltre che a determinare la pertinenza dei singoli internati, a raccogliere – in analogia alle richieste contenute nella soprariferita proposta del Governo croato [di rinunciare alla consegna degli ebrei da parte italiana a condizione che costoro vengano internati in Italia e rinuncino a tutti i loro beni immobili in Croazia,n.d.a.] – le istanze che gli interessati stessi volessero liberamente presentare per rinunciare alla cittadinanza croata e alla proprieta’ di ogni bene immobile posseduto in Croazia. In relazione a quanto precede, Supersloda [l’organo responsabile dei campi di concentramento controllati da italiani] ha impartito istruzioni ai comandi dipendenti interessati di organizzare i campi di concentramento per un soggiorno prolungato>.

Ed ecco il “DOCUMENTO”

Ministero degli Affari Esteri Gabinetto
Appunto per il Duce
Bismarck ha dato comunicazione di un telegramma a firma Ribbentrop con il quale questa Ambasciata di Germania viene richiesta di provocare istruzioni alle competenti Autorita’ Militati italiane in Croazia affinche’ anche nella zona di nostra occupazione possano essere attuati i provvedimenti divisati da parte germanica e croata per un trasferimento in massa degli ebrei di Croazia nei territori orientali. Bismarck ha affermato che si tratterebbe di varie migliaia di persone ed ha lasciato comprendere che tali provvedimenti tenderebbero, in pratica, alla loro dispersione ed eliminazione. L’Ufficio competente fa presente che segnalazioni della R. Delegazione a Zagabria inducono a ritenere che, per desiderio germanico, che trova consenziente il Governo ustascia, la questione della liquidazione degli ebrei in Croazia starebbe ormai entrando in una fase risolutiva. Si sottopone, Duce, quanto precede per le Vostre decisioni. Roma, 21 agosto 1942-XX>
internati ebreiSin qui il testo dello sconvolgente documento sulle responsabilità di Mussolini in merito alla deportazione e allo sterminio degli ebrei.
I bravi Navigatori, forse in mancanza di una bussola, hanno perso l’orientamento, sempre che siano in buona fede (ecco il punto): infatti hanno tralasciato alcune bazzecole, alcune pinzellacchere, alcune quisquilie.
A uno studioso serio non e’ difficile dimostrare che Mussolini non era uno Stalin, che regalo’, a Hitler, nel periodo dell’alleanza Molotov-Ribbentrop, quando i due rispettivi Paesi invasero la Polonia, 600 ebrei catturati dall’Armata Rossa. Mussolini, in base a documenti da me raccolti, mai consegno’, o dette ordine di consegnare, un solo ebreo ai tedeschi.
Vediamo come, secondo la vulgata resistenziale, l’adorabile tiranno (Bernhard Shaw) avrebbe favorito la soluzione finale, come viene comunemente intesa.
Lo sconvolgente documento, di cui abbiamo visto il testo, evidenzia la nota, con la classica matita rosso-blu: nulla osta. E questo sarebbe stato sufficiente, secondo certi ambienti, per classificare il documento come aberrante. Ecco perche’ parlo di pinzellacchere ecc.: non esiste un solo documento che comprovi che quello scritto abbia dato seguito una consegna di qualche malcapitato ai nazionalsocialisti o agli ustascia. Non uno. Anzi, viste le situazioni precedenti a quel 21 agosto 1942 XX, e quelle successive, che ora esamineremo, quella sigla costruì un ulteriore escamotage per guadagnare tempo: esattamente come era stato fatto sino ad allora e come venne fatto successivamente. E inquadriamo qui solo la situazione degli ebrei nell’ambito jugoslavo, quello cioe’ riguardante lo sconvolgente documento scoperto dai due navigatori.
Le modalita’ del genocidio nelle terre balcaniche, messe in opera dalle milizie ustascia di Ante Pavelic, furono uniche pur nelle terribili vicende della Seconda Guerra mondiale. Su una popolazione di due milioni e 400 mila abitanti, fino a tutto il 1945 vennero trucidati un milione di serbi, fra i quali sei Vescovi e più di 300 religiosi cristiani-ortodossi. Mentre gli ebrei trucidati furono 50 mila. La zona costiera dalmata fu occupata, per una profondita’ di 50 chilometri, dalle truppe italiane e, di conseguenza, come negli altri Paesi sotto la giurisdizione delle milizie di Mussolini, divenne zona di rifugio per quanti erano soggetti alla persecuzione razziale nei territori sotto occupazione tedesca.
La visita del principe Bismarck nell’agosto 1942, di cui allo sconvolgente documento, era uno dei tanti tentativi effettuati dal Governo di Berlino per strappare al Duce il reale nulla osta e farsi così consegnare gli ebrei protetti dall’esercito italiano. Tentativi senza esito tranne vaghe promesse, tese, ripeto, a guadagnar tempo. E questo e’ dimostrato dal fatto che i tedeschi non allentarono la pressione, insistendo ripetutamente, il che dimostra – certo per chi vuol capire – che essi non avevano ottenuto nulla. Infatti il 9 dicembre von Bismarck ritornò sulla questione e propose che gli ebrei venissero trasportati via mare a Trieste e da li’ in Germania. La risposta fu che la scarsità del tonnellaggio disponibile nell’Adriatico rendeva il trasporto impossibile.
Berlino allora inviò a Roma addirittura von Ribbentrop nel mese di febbraio 1943. Ed ecco cosa ho riferito, in proposito, a pag. 117 del mio libro: <Scrive Renzo De Felice; “Per tutto cio’ che riguardava la questione ebrei, puntare i piedi era impossibile; sarebbe equivalso a mettersi irrimediabilmente in rotta con Hitler, che in questa materia era assolutamente intransigente (e un passo della lettera recata da von Ribbentrop lo confermava senza ombra di dubbio)>. Così, messo alle strette, il Duce firmò l’ordine di consegna degli ebrei. Per la scoperta, fatta dai resistenti, di un documento sconvolgente ancora si sentono i lai e le grida: “Ecco come il Duce ordinò di consegnare gli ebrei ai carnefici nazisti”. E invece no: i resistenti, furbescamente trascurano alcune bazzecole, pinzellacchere, cosette da nulla. E mi spiego. Sempre a pag. 117, ho scritto: <Poi, ripartito il Ministro tedesco, confidò al generale Robotti: “E’ stato a Roma per tre giorni e mi ha tediato in tutti i modi il Ministro Ribbentrop che vuole a tutti i costi la consegna degli ebrei jugoslavi. Ho tergiversato, ma poichè non si decideva di andarsene, per levarmelo davanti, ho dovuto acconsentire, ma voi inventate tutte le scuse che volete per non consegnare neppure un ebreo. Dite che non abbiamo ecc., ecc.”>. Esattamente come fu fatto per la visita di Bismarck dell’agosto 1942.

giovanni-preziosi-leggi-razzialiQualora i resistenti volessero esaminare le lettere di ringraziamento per quanto fece il Governo di Mussolini, non hanno che da leggere gli oltre cento documenti che accompagnano il mio testo. E sono lettere con tanto di firma non solo di ebrei jugoslavi, ma anche greci, francesi, italiani. Ebrei (e non solo ebrei) che risiedevano sotto le leggi garantite dalle truppe fasciste.

Come ha scritto Leon Poliacov, <Uno scudo protettore veniva eretto a protezione degli ebrei>. Da qui il titolo del mio libro. Se non basta per soddisfarli posso ricordare quanto ha scritto George L. Mosse, docente dell’Università di Gerusalemme (Il razzismo in Europa, pag. 245): <Come abbiamo già detto, era stato Mussolini stesso a enunciare il principio “discriminare non perseguire”. Tuttavia l’esercito italiano si spinse anche più in là, indubbiamente con il tacito consenso di Mussolini>. So bene che smontare, anche se di poco, 70 anni di menzogne e’ impresa erculea; tuttavia voglio ricordare quanto ha testimoniato Salim Diamond (Internment in Italy, 1940-1945): <(…). Anche quando apparvero le leggi razziali, le relazioni con gli amici italiani non cambiarono per nulla (…). Nel campo controllato dai carabinieri e dalle Camicie nere gli ebrei stavano come a casa loro>.

A questo punto è bene mettere in evidenza che gli ebrei catturati dai tedeschi nelle zone di pertinenza degli italiani sino all’8 settembre 1943, furono opera del primo Governo antifascista. Quando cioè, il Re, lo Stato Maggiore e Badoglio fuggirono abbandonando all’alleato tradito non solo il popolo italiano, ma anche gli ebrei, che sino ad allora erano stati protetti.

Ben altro si dovrebbe fare che andare a Gerusalemme, con lo zucchetto in testa, ad implorare perdono. Perdono per aver salvato gli ebrei? Se questa fu una colpa, si aprirebbe, allora, un altro interessante dibattito.
Indubbiamente la Giustizia non è di questo mondo. E qualora i validi navigatori volessero contestare quanto qui riportato, non devono far altro che presentare documenti: ma che indichino i nomi, le località le date degli ebrei che Mussolini fece consegnare ai tedeschi.
Prima di chiudere invio un appello a chi di competenza: si è costituito un comitato per portare in giudizio (ovviamente un giudizio mediatico) Benito Mussolini. Fu un truce tiranno? Anche se fosse stato tale avrebbe pur sempre il diritto ad un processo, che ripari, anche se tardivamente e parzialmente, il ludibrio di Piazzale Loreto. Salvo che, gli autori di questa marachella non riconoscano che quello è l’unico atto di giustizia che l’antifascismo conosce.
Concludo come ho iniziato, con un giudizio di un altro intellettuale, anche lui straniero, Claude Ferrere: <Alcuni italiani si sono vendicati di un Capo troppo grande per loro, le cui stesse beneficenze apparivano troppo gravose. E tutti i governanti d’Europa, anche se non osarono approvare apertamente, gioirono in segreto. Dinanzi a quell’Uomo (maiuscolo nel testo, nda) erano afflitti da un complesso d’inferiorità insopportabile, come era accaduto tempo prima con Napoleone. Duemila anni or sono per le stesse ragioni venne ucciso Giulio Cesare>.

                                                                                                                                               

martedì 4 luglio 2017

Sicilia 1943, l' ordine di Patton: «Uccidete i prigionieri italiani»




Sicilia 1943, l' ordine di Patton: «Uccidete i prigionieri italiani»
di Gianluca Di Feo – “Corriere della Sera” 23 giugno 2004
 
I massacri dimenticati compiuti dai fanti americani tra il 12 e il 14 luglio.

«Il capitano Compton radunò gli italiani che si erano arresi. Saranno stati più di quaranta. Poi domandò: "Chi vuole partecipare all'esecuzione?".
Raccolse due dozzine di uomini e fecero fuoco tutti insieme sugli italiani». «Il sergente West portò la colonna di prigionieri italiani fuori dalla strada. Chiese un mitra e disse ai suoi: "E' meglio che non guardiate, così la responsabilità sarà soltanto mia". Poi li ammazzò tutti». E' una piccola Cefalonia: le vittime sono soldati italiani che avevano combattuto con determinazione. I carnefici non sono né delle SS né della Wehrmacht: sono fanti americani. Quella avvenuta in Sicilia tra il 12 e il 14 luglio 1943 è la pagina più nera della storia militare statunitense. Una pagina sulla quale gli storici negli Stati Uniti discutono da un lustro, mentre nel nostro Paese la vicenda è pressoché sconosciuta. Nelle università del Nord America ci sono corsi dedicati a questi eccidi, come quello tenuto a Montreal sul tema «Dal massacro di Biscari a Guantanamo». E negli Usa in queste settimane gli esperti di diritto militare valutano le responsabilità dei carcerieri di Abu Ghraib anche sulla base delle corti marziali che giudicarono i «fucilatori di italiani». Perché - come risulta dagli atti di quei processi - i soldati americani si difesero sostenendo di avere soltanto eseguito gli ordini di George Patton. «Ci era stato detto - dichiararono - che il generale non voleva prigionieri».

I fatti
Nessuno conosce il numero esatto di uomini dell'Asse uccisi dopo la resa. Almeno cinque gli episodi principali, con circa duecento morti. Di
due, quelli avvenuti nell'aeroporto di Biscari, nel Ragusano, si conosce ogni dettaglio. Nel massimo segreto, nell'autunno 43 la corte marziale Usa
celebrò due processi: il sergente Horace T. West ammazzò 37 italiani, il plotone d esecuzione del capitano John C. Compton almeno 36. Gli atti del
tribunale recitano: «Tutti i prigionieri erano disarmati e collaborativi». Altri due eccidi sono stati descritti da un testimone oculare, il giornalista britannico Alexander Clifford, in colloqui e lettere ora divulgate. Avvennero nell'aeroporto di Comiso, quello diventato famoso mezzo secolo dopo per gli euromissili della Nato. All'epoca era una base della Luftwaffe, contesa in una sanguinosa battaglia. Clifford disse che sessanta italiani, catturati in prima linea, vennero fatti scendere da un camion e massacrati con una mitragliatrice. Dopo pochi minuti, la stessa scena sarebbe stata ripetuta con un gruppo di tedeschi: sarebbero stati crivellati in cinquanta. Quando un colonnello, chiamato di corsa dal reporter, fermò il massacro, solo tre respiravano ancora. Clifford denunciò tutto a Patton, che gli promise di punire i colpevoli. Ma non ci fu mai un processo e il cronista si è rifiutato fino alla morte di deporre contro il generale. Infine l'ultima strage nella Saponeria Narbone-Garilli a Canicattì contro la popolazione che la stava saccheggiando. Secondo i resoconti stilati in quei giorni confusi del 43, la polizia militare Usa dopo avere intimato l'alt ed esploso dei colpi in aria, sparò una raffica sulla folla uccidendo sei persone. Ma i verbali scoperti nel 2002 dal professore Joseph Salemi della New York University - il cui padre fu testimone oculare dell'eccidio - riportano il racconto di alcuni dei soldati americani presenti: «Appena arrivati, il colonnello urlò di sparare sulla folla che era entrata nello stabilimento. Noi rimanemmo fermi, era un ordine agghiacciante. Allora lui impugnò la pistola ed esplose 21 colpi, cambiando caricatore tre volte. Morirono molti civili: vidi un bambino con lo stomaco sfondato dalle pallottole».

L'ordine
Ma gli atti dei processi per «i fatti di Biscari» accreditano la possibilità che le vittime siano state molte di più. Tutti i crimini sono stati opera della 45ma divisione di Patton, i «Thunderbirds»: reparti provenienti dalla Guardia nazionale di Oklahoma, New Mexico e Arizona. Vengono descritti come cow boy, con elementi d'origine pellerossa. Ma presero parte con coraggio ad alcune delle battaglie più dure del conflitto. Quello sulle coste siciliane fu il loro battesimo del fuoco: avevano l'ordine di conquistare entro 24 ore i tre aeroporti più vicini alla costa, strategici per trasferire dal Nord Africa gli stormi alleati. Invece la disperata resistenza di due divisioni italiane e di poche unità tedesche li fermò per quattro giorni. Molti G.I. persero il controllo dei nervi. Ed erano tutti convinti che il generale Patton avesse ordinato di non fare prigionieri. Decine di soldati, graduati ed ufficiali testimoniarono al processo: «Ci era stato detto che Patton non voleva prenderli vivi. Sulle navi che ci trasportavano in Sicilia, dagli altoparlanti ci è stato letto il discorso del generale. "Se si arrendono quando tu sei a due-trecento metri da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fottano, nessun prigioniero! E finito il momento di giocare, è ora di uccidere! Io voglio una divisione di killer, perché i killer sono immortali!».

L'orrore
Il primo a scoprire e denunciare gli eccidi fu il cappellano della divisione, il colonnello William King. Alcuni soldati americani, sconvolti, lo chiamarono e gli indicarono la catasta dei corpi crivellati dal sergente West: «E' una follia - gli dissero -, stanno ammazzando tutti i prigionieri. Siamo venuti in guerra per combattere queste brutalità non per fare queste porcherie. Ci vergogniamo di quello che sta accadendo». King corre a cercare il comando del reggimento. Ma lungo la strada per l'aeroporto vede un recinto di pietra, probabilmente un ovile, pieno di italiani catturati. Recita il verbale del cappellano: «Quando mi sono avvicinato, il caporale di guardia mi ha salutato: "Padre, sei venuto per seppellirli?". "Cosa stai dicendo?", replicai io. Il caporale rispose: "Loro sono lì, io sono qui con il mio mitra Thompson, tu sei lì. E ci hanno detto di non fare prigionieri"». A quel punto King sale su un masso, chiama tutti gli americani presenti e improvvisa una predica per convincerli a risparmiare quegli uomini: «Non potete ucciderli, i prigionieri sono una fonte preziosa di notizie sul nemico. E poi i loro camerati potrebbero vendicarsi sui nostri che hanno preso. Non fatelo!». Altrettanto drammatica la testimonianza del capitano Robert Dean: «Venni fermato da due barellieri disarmati. Mi dissero: "Abbiamo due italiani feriti, mandate qualcuno ad ammazzarli". Io gli urlai di curare quei soldati, altrimenti gliela avrei fatta pagare"».

La condanna
Fu proprio la volontà del cappellano King a far nascere i due processi sui massacri di Biscari. King raccontò tutto all'ispettore dell'armata - figura simile ai nostri pubblici ministeri -, che fece rapporto a Omar Bradley. La corte marziale contro il sergente West si aprì a settembre. L'accusa: «Omicidio volontario premeditato, per avere ucciso con il suo mitra 37 prigionieri, deliberatamente e in piena coscienza, con un comportamento disdicevole». I fanti italiani - poco meno di 50 - erano stati catturati dopo un lungo combattimento in una caverna intorno all'aeroporto di Biscari. Il comandante li consegnò al sergente con un ordine ritenuto «vago» dai giudici: allontanarli dalla pista dove si sparava ancora. Nove testimoni hanno ricostruito l'eccidio. West mette gli italiani in colonna, dopo alcuni chilometri di marcia ne separa cinque o sei dal resto del gruppo. Poi si fa dare un mitra e conduce gli altri fuori dalla strada. Lì li ammazza, inseguendo quelli che tentano di scappare mentre cambia caricatore: uno dei corpi è stato trovato a 50 metri. Davanti alla corte, il sergente si difese invocando lo stress: «Sono stato quattro giorni in prima linea, senza mai dormire». Dichiarò di avere assistito all'uccisione di due americani catturati dai tedeschi, cosa che lo «aveva reso furioso in modo incontrollato». Il suo avvocato parlò di «infermità mentale temporanea». Infine, West disse ai giudici: «Avevamo l'ordine di prendere prigionieri solo in casi estremi». Ma la sua difesa non convinse la corte, che lo condannò all'ergastolo. La pena però non venne mai eseguita. Washington infatti era terrorizzata dalle possibili ripercussioni di quei massacri. Temeva il danno d'immagine sugli italiani - con cui era stato appena concluso l'armistizio - e il rischio di ritorsioni sugli alleati reclusi in Germania. Si decise di non mandare West in una prigione negli Usa ma di tenerlo agli arresti in una base del Nord Africa. Poi la sorella cominciò a scrivere al ministero e a sollecitare l'intervento del parlamentare della sua contea. Il vertice dell'esercito teme
che la vicenda possa finire sui giornali. Il 1° febbraio 1944 il capo delle pubbliche relazioni del ministero della Guerra sollecita al comando alleato
di Caserta un «atto di clemenza» per West: «Non possiamo - è il testo della lettera pubblicata da Stanley Hirshson nel 2002 - permettere che questa storia venga pubblicizzata: fornirebbe aiuto e sostegno al nemico. Non verrebbe capita dai cittadini che sono così lontani dalla violenza degli scontri». Così dopo solo sei mesi, West viene rilasciato e mandato al fronte. Secondo alcune fonti, morì a fine agosto in Bretagna. Secondo
altre, ha concluso la guerra indenne.

L'assoluzione 
Invece il 23 ottobre 43 il capitano John C. Compton non cercò scuse: davanti alla corte marziale disse solo di avere obbedito agli ordini. Nel processo fu ricostruita la battaglia per la base di Biscari, combattuta per tutta la notte. C'era una postazione nascosta su una collina che continuava a bersagliare la pista. E una mischia feroce, con tiri di mitragliatrici e mortai, senza una linea del fronte. L'unità di Compton aveva avuto dodici caduti in poche ore. A un certo punto, un soldato statunitense vede un italiano in divisa e un altro in abiti «borghesi» che escono da una ridotta: sventolano una bandiera bianca. L'americano si avvicina e dalla trincea alzano le mani circa quaranta uomini. Cinque hanno giacche e maglie civili sopra i pantaloni e gli stivali militari. Il soldato li consegna al sergente ma arriva il capitano. Compton non perde tempo: dice di ucciderli. Molti dei suoi si offrono volontari: sparano in 24, esplodendo centinaia di pallottole sul mucchio degli italiani. Il numero esatto delle vittime resta incerto ma l'inchiesta si conclude con l'incriminazione del solo ufficiale per 36 omicidi, scagionando i suoi subordinati. E Compton in aula dichiara che l'ordine era quello, che doveva uccidere i nemici che continuavano a resistere a distanza ravvicinata. Inoltre precisa che quegli italiani erano «sniper», termine traducibile come «cecchini» o «franchi tiratori», e quindi andavano fucilati: una linea difensiva che sarebbe stata suggerita dallo stesso Patton. «Li ho fatti uccidere perché questo era l'ordine di Patton - concluse il capitano -. Giusto o sbagliato, l'ordine di un generale a tre stelle, con un esperienza di combattimento, mi basta. E io l'ho eseguito alla lettera». Tutti i testimoni - tra cui diversi colonnelli - confermarono le frasi di Patton, quel terribile «se si arrendono solo quando gli sei addosso, ammazzali». Alcuni riferirono anche che Patton aveva detto: «Più ne prendiamo, più cibo ci serve. Meglio farne a meno». Compton fu assolto. Il responsabile dell'inchiesta William R. Cook fu tentato di presentare appello: «Quell'assoluzione era così lontana dal senso americano della giustizia - scrisse - che un ordine del genere doveva apparire illegale in modo lampante». Ma nel frattempo Cook era caduto al fronte. Ironia della sorte, si crede che sia stato colpito da un cecchino mentre cercava di avvicinarsi a dei tedeschi con la bandiera bianca. La sua assoluzione è però diventato un caso giuridico, che ha cominciato a circolare tra il personale della giustizia militare statunitense dopo la fine della guerra. Un precedente «riservato» anche per evitare che influisca sui processi ai criminali di guerra nazisti. Poi nel '73 una traccia nei diari di Patton pubblicati da Martin Blumenson e nell'83 la prima descrizione completa nell'autobiografia del generale Omar Bradley. Oggi alcuni storici americani - assolutamente non sospettabili di revisionismo - ritengono che sulla base della sentenza Compton andavano assolte le SS fucilate per gli omicidi di prigionieri americani. E mentre negli Stati Uniti da 25 anni si pubblicano studi sul «massacro di Biscari» e le sue ripercussioni - il primo nel 1988 fu di James J. Weingartner, l'ultimo nel 2002 è stato di Hirshson - nel nostro Paese la vicenda è stata sostanzialmente ignorata. Vent'anni fa nel volume dello statunitense Carlo d'Este sullo sbarco in Sicilia, tradotto da Mondadori, la questione era relegata in un capoverso. Poi, ultimamente due introvabili scritti di storici siciliani e una pagina nel documentato volume di Alfio Caruso. Mai però un iniziativa per ricordare quei soldati, rimasti senza nome. Mentre persino Biscari non esiste più: oggi il paese si chiama Acate.

Gianluca Di Feo

sabato 1 luglio 2017

GRAMSCI, UN GRANDE UOMO


GRAMSCI, UN GRANDE UOMO
di Gianfredo Ruggiero

 Vogliamo dedicare queste
poche righe alla memoria di un uomo che seppe vivere e morire per le sue
idee.

Non ci riferiamo ad Antonio, il pensatore e leader comunista, ma a suo
fratello
Mario dimenticato da tutti perché ebbe la sventura di vestire la
camicia nera.

Più giovane di dodici anni, Mario Gramsci aderì al fascismo al ritorno dalla
prima guerra mondiale che combatté con il grado di sottotenente. A nulla
valsero i tentativi del fratello Antonio di convincerlo ad abbandonare la
fede fascista per aderire a quella comunista, non ci riuscirono neppure le
bastonate dei compagni che lo ridussero in fin di vita.

Fu il primo segretario federale di Varese, volontario per la guerra
d’Abissinia e combattente nel ’41 in Africa settentrionale.
Dopo l’8 Settembre ’43, quando l’Italia si svegliò col fazzoletto rosso
attorno al collo e la bandierina americana in mano, Mario Gramsci, invece di
gettare la sua divisa come fecero molti suoi coetanei, continuò a
combattere. Ma lo fece dalla parte sbagliata, dalla parte dei perdenti.
Aderì infatti alla Repubblica Sociale Italiana.

Fatto prigioniero, fu torturato per fargli abiurare la sua fede fascista.
Poi fu deportato in uno campo di concentramento in Australia dove le
durissime condizioni di detenzione riservate ai militari fascisti non
renitenti, cominciarono a minare la sua salute.
Rientrò in Patria sul finire del ’45 e subito dopo morì in un ospedale di
terz’ordine attorniato solo dall’affetto dei suoi cari.
Andò sicuramente meglio al celebre fratello Antonio che quando si ammalò in
carcere, a causa di una malattia contratta da adolescente, fu scarcerato e,
da uomo libero, poté curarsi a spese del Regime in una famosa clinica
privata.
Non pretendiamo che Mario Gramsci sia ricordato alla stregua del fratello
maggiore a cui, giustamente, sono dedicati libri e intitolate piazze -

perché al di là del giudizio storico rimane un grande del novecento – ma un
piccolo pensiero, crediamo, lo meriti anche lui.
Con Mario Gramsci vogliamo onorare tutti fratelli “minori”, come il fratello
di Pier Paolo Pasolini ucciso dai partigiani comunisti. Dimenticati, questi
fratelli d’Italia, perché caddero dalla parte sbagliata.


Gianfredo Ruggiero, Presidente del Circolo culturale Excalibur