sabato 13 agosto 2016

SANT'ANNA DI STAZZEMA E I PARTIGIANI ASSASSINI

Sant'Anna di Stazzema e i partigiani assassini/1

Dopo settant'anni diventa necessario riflettere sulle vicende che insanguinarono lo Stivale in quell'epoca di odio cieco

Sant'Anna di Stazzema e i partigiani assassini/1
"Una delle pagine più infami della 'guerra privata' scritta dai comunisti, col sangue di centinaia di innocenti"
"Una delle pagine più infami della 'guerra privata' scritta dai comunisti durante la guerra civile. È una pagina scritta col sangue di centinaia di innocenti. Una pagina veramente incredibile nella sua agghiacciante assurdità": così Giorgio Pisanò definisce la strage di Sant'Anna di Stazzema del 12 agosto 1944. "I partigiani rossi - scrive ancora - provocarono coscientemente la rappresaglia tedesca, lasciarono quindi che le SS massacrassero centinaia di civili e tornarono, quindi, a strage ultimata, per rapinare i cadaveri delle vittime".
Una pagina buia della nostra storia, buia e triste, tra le più brutte che l'Italia ricordi. Che ricorda, però, raccontandone troppo spesso solo un pezzo. La vicenda di Sant'Anna di Stazzema, in realtà, è ben più tragica, se possibile, di quanto riportato sui libri di storia. Più buia, e più triste, perché a causare il massacro di tutti quei civili furono altri italiani, partigiani rossi, avvezzi nell'epoca della guerra civile a provocare spargimento di sangue al fine di ergersi ad eroi della Patria e a far ricadere sull'altra parte l'anatema dei decenni a venire. Lo abbiamo visto spesso, e il lettore attento lo ricorderà: abbiamo parlato degli assassinii di Ghisellini, di Resega, di Facchini, di Capanni, tutti orditi al solo fine di seminare odio, spargere sangue, suscitare rappresaglie, negare ogni ipotesi di pacificazione e di fine dell'orrore. Accadde molto spesso, accadde per esempio a Via Rasella, che provocò lo scempio delle Ardeatine, scientemente e consapevolmente. Accadde a Bettola, sull'Appennino reggiano, a Marzabotto, nel biellese, e sono solo alcuni esempi. Accadde anche a Sant'Anna di Stazzema, alla cui vicenda è dedicato il piccolo approfondimento di oggi, in concomitanza con il triste anniversario di quella orrenda strage.
La vicenda di Sant'Anna di Stazzema comincia nella primavera del 1944: a raccontare a Giorgio Pisanò com'era la situazione in quello che fino ad allora era stato un angolo di paradiso è Duilio Pieri, che nella strage perse il padre, la moglie, due fratelli, le cognate e quattro nipotini e che nel 1945 era divenuto presidente del Comitato vittime civili di guerra della zona: "Giunse la primavera del 1944 - dice Pieri - E, con la primavera, cominciarono a farsi vivi i primi partigiani". Pisanò è abituato a raccontare i fatti portando le prove di quello che dice, dunque ascoltò anche Amos Moriconi, che nella strage aveva perso la moglie, la figlia di due anni, la madre, due sorelle, un fratello e il suocero. "Li vedemmo apparire a Sant'Anna verso la fine di marzo - racconta - e li accogliemmo così come avevamo accolto gli sfollati, fraternamente, pronti ad aiutarli. Nessuno di noi sollevò questioni di natura politica. Ma ci accorgemmo ben presto che la nostra umanità non era molto apprezzata. Gli sbandati, infatti, si accamparono sul crinale delle montagne che sovrastano a semicerchio il paese e pretesero che noi li rifornissimo di viveri. Non ci restò che piegarci alla imposizione. Ma, nonostante ciò, questi individui cominciarono a perquisire le abitazioni, portando via tutti i viveri che trovavano. Il malumore serpeggiò ben presto tra la popolazione, ma ogni tentativo di ribellione venne soffocato con la minaccia delle armi spianate". È facile e comodo presentarsi in un paesino di agricoltori, allevatori ed artigiani, gente povera e semplice, che non dispone di armi, e pretendere qualsiasi cosa. Ed è facile organizzare un gruppo di sbandati in un manipolo di guerrafondai. Cosa che avviene presto, infatti: nasce così la Brigata 10 bis Garibaldi. "Molti fascisti furono uccisi nelle loro abitazioni - racconta ancora Pisanò - spesso sotto gli occhi dei familiari. Altri invece vennero condotto prigionieri  tra le montagne, e lì trucidati senza alcuna parvenza di processo. Ma queste azioni provocarono solo raramente la rappresaglia dei fascisti. Nella zona di Sant'Anna anzi le camicie nere non effettuarono mai rastrellamenti. Né i tedeschi si scaldavano eccessivamente per questi episodi di guerra civile tra italiani. Quando però i partigiani comunisti accentuarono  la loro attività nei confronti delle truppe germaniche, fu subito chiaro che le ritorsioni non si sarebbero fatte attendere".
Nessuna rappresaglia è giustificabile, di nessun genere - sebbene sia una pratica consolidata ed ammessa, con determinate regole ed entro certi limiti, dalle leggi di guerra - e non c'è alibi che tenga per un massacro di civili, questo è evidente. Ma assegnare a ciascuno le proprie responsabilità deve essere un dovere: verso se stessi, verso chi legge e verso la nostra storia. È per questa ragione che la vicenda di Sant'Anna, come le tante dello stesso genere, va raccontata tutta. L'epilogo si questa orribile storia di sangue è l'argomento della seconda parte di questo piccolo speciale, on line domani sul Giornale d'Italia. (... continua ...)
Emma Moriconi
emoriconi@ilgiornaleditalia.org

Sant'Anna di Stazzema, settant'anni dopo/2

Se ne andarono obbligando i civili a non muoversi: si consumò così una delle più orrende pagine della nostra storia

Sant'Anna di Stazzema, settant'anni dopo/2
"I partigiani continuavano a ripeterci che ci avrebbero difesi con ogni mezzo": e invece erano stati proprio loro a sacrificarli sull'altare di una memoria postuma a proprio uso e consumo
I tedeschi sanno che nello stazzemese sono rintanate bande partigiane, dunque organizzano gruppi di pattuglia e di controllo del territorio ed iniziano i rastrellamenti dei partigiani nell'alto versante della montagna. "I partigiani - raccontano alcuni superstiti a Pisanò - avevano sparato dalle nostre case contro i tedeschi. Prima o poi, lo sapevamo bene, il rastrellamento sarebbe giunto anche a Sant'Anna. Ma ci sorreggeva un filo di speranza. I partigiani, infatti, continuavano a ripeterci che non se ne sarebbero andati, che ci avrebbero difesi con ogni mezzo, che non c'era da temere perché loro erano più forti dei tedeschi. Ma la mattina del 9 agosto venne affisso sulla porta della chiesa un manifesto del comando germanico. Era l'ordine di sgombero per la popolazione civile: ci davano poche ore di tempo per andarcene tutti. I civili che fossero stati sorpresi ancora in paese dalle truppe rastrellatrici, sarebbero stati considerati favoreggiatori dei partigiani e fucilati come tali. La voce si sparse in un baleno. I comunisti però intervennero subito strappando il manifesto tedesco e affiggendone un altro nel quale facevano obbligo ai civili di non muoversi. Che cosa dovevamo fare? Eravamo presi tra due fuochi. La presenza minacciosa dei partigiani comunisti era molto più concreta di qualsiasi ordinanza tedesca. Così restammo tutti".
Vile ricatto, a voler riassumere il tutto con due sole parole. Che però non bastano a dare la dimensione dell'orrore delle azioni partigiane: perché se davvero costoro fossero rimasti al fianco della popolazione civile, allora si, li si dovrebbe ricordare come eroi, pronti a tutto pur di difendere la vita e la libertà di un popolo. Ma così non fu, anzi accadde l'esatto contrario: non solo gli abitanti di Sant'Anna furono costretti a non lasciare le loro case sotto la vile minaccia dei partigiani, ma essi furono lasciati soli. "Gli abitanti di Sant'Anna - scrive ancora Pisanò - gli sfollati che avevano cercato salvezza nel borgo appenninico non potevano certo sospettare, in quei momenti, che i comandi comunisti avevano freddamente deciso di sacrificarli": vili assassini, altro che eroi. "Quel giorno stesso - continua il giornalista - i partigiani rossi sparirono dalla circolazione. In paese non li vide più nessuno. [...] Se ne andarono obbligando i civili a non muoversi: calcolarono infatti cinicamente che le SS avrebbero scambiato gli uomini di Sant'Anna per partigiani comunisti e li avrebbero massacrati, tornando alle loro basi con la certezza di aver 'ripulito' la zona".
Alle 6 del mattino del 12 agosto 1944 inizia l'incubo: i tedeschi assaltano le frazioni che circondano Sant'Anna. A temere la rappresaglia sono soprattutto gli uomini: i tedeschi cercano i partigiani, che c'entrano in fondo le donne e i bambini. Dunque sono gli uomini a cercare riparo fuori dalle rispettive case. E poi la popolazione civile inerme spera ancora che a difenderli giungano gli eroici partigiani, in fondo glielo avevano promesso ... ma i partigiani sanno bene cosa sta per succedere, e si sono arroccati ben nascosti sulle montagne intorno al paese, da dove si può assistere a tutto ciò che accade ma si è a distanza di sicurezza e non si rischia di essere coinvolti nella guerriglia. Assassini e vigliacchi. Non eroi.
A raccontare ancora a Pisanò l'orrendo spettacolo è Mario Bertelli: "Dal mio nascondiglio potevo sentire l'eco degli spari e delle raffiche. La distanza mi impediva di udire le grida e le invocazioni d'aiuto. Per un po' di tempo ritenni così che i tedeschi sparassero più che altro per intimidire la popolazione, come era già accaduto altre volte. Poi cominciai a vedere il fumo degli incendi. Bruciavano case un po' dovunque. Mi resi conto che la situazione si stava facendo tragica. Ero solo, senza armi. Tornare in paese in quelle condizioni non sarebbe servito a nulla: non avrei potuto aiutare i miei familiari e sarei caduto subito nelle mani dei tedeschi. Trascorsi così ore di agonia. Alla fine gli spari diminuirono di intensità e poi cessarono del tutto. Mi avviai allora verso l'abitato. Avrei voluto correre ma ero troppo debole a causa della malattia: l'orgasmo e il terrore di quanto avrei potuto vedere in paese mi piegavano le gambe. Quando giunsi, molte case stavano bruciando. Mi avvicinai alla prima: vidi alcuni cadaveri tra le fiamme. Allora corsi urlando come un pazzo verso la mia casa. Era stata distrutta dalle fiamme, ma tra le macerie infuocate non trovai alcun cadavere. Mi spinsi allora fino alla piazza della chiesa, da dove vedevo levarsi un fumo denso. Ma quando vi arrivai, una scena spaventosa mi inchiodò al suolo senza che avessi più la forza di avanzare di un passo: un mucchio enorme di cadaveri stava bruciando lentamente. Ad un tratto mi sentii afferrare convulsamente e una voce, quella di mio padre, singhiozzò: 'Sono là dentro, tutti'. Seppi così che nell'orribile cumulo c'erano anche mia moglie, mia madre, le mie sorelle Pierina e Aurora e mio nipote".

"Le testimonianze dei sopravvissuti di Sant'Anna sono concordi nell'attribuire ai partigiani comunisti la responsabilità morale del massacro"
Due volte vigliacchi
Dopo la strage si avventarono come sciacalli sui corpi degli uccisi e li depredarono dei propri averi
I giorni successivi ai superstiti tocca la triste sorte di seppellire quei corpi: molti di essi sono irriconoscibili, quindi vengono tumulati insieme, in una grande fossa comune. Solo in quel piccolo agglomerato vengono seppelliti centotrentadue corpi, in maggioranza donne e bambini. Le vittime in tutto sono centinaia. La storia ufficiale dice 560, ma probabilmente il numero reale è inferiore a questa cifra: è ancora Pisanò a fare un'indagine in merito, battendo tutta la zona di persona e contando casa per casa il numero degli occupanti: la cifra più probabile  è quella d 300-350 vittime. Dato confortato anche dall'opuscolo "Fuoco sulla Versilia" di Anna Maria Rinonapoli che conta 340 nomi. Che siano 560 o 340 in realtà non cambia di molto la percezione di orrore che una strage del genere produce. Ma è un dato che suscita quantomeno una riflessione: per l'uso demagogico ed ideologico che si è fatto di questa strage (del resto, la strage era stata concepita dai comunisti proprio a fini demagogici), per i comunisti più sono le vittime e meglio è. C'è dell'altro: nessun italiano fascista e repubblicano ha partecipato a quell'orrore, lo confermano i verbali delle indagini e dei processi celebrati nel dopoguerra relativi ai fatti della zona. La responsabilità di quel sangue versato ricade tutto sui tedeschi e sui partigiani che lo provocarono, con dolo ed a proprio uso e consumo, affinché i libri di storia raccontassero nei decenni a venire di quanto orrore il "nazifascismo" (termine estremamente abusato) avesse seminato e di quanto eroismo si fossero fregiati i partigiani. Una storiella che prima o poi anche la storia "ufficiale" sbugiarderà.
"Tutte le testimonianze dei sopravvissuti di Sant'Anna - riferisce Pisanò - sono concordi nell'attribuire ai partigiani comunisti la responsabilità morale del massacro. [...] È indiscutibile, inoltre, che i partigiani non si allontanarono dalla zona, ma rimasero nascosti tra le rocce e i boschi delle montagne attorno a Sant'Anna. Lo prova il fatto che nemmeno due ore dopo la fine del massacro tornarono a farsi vivi in paese [...] Perché non intervennero a difesa dei civili? Perché non tentarono di attaccare le SS per dare tempo ai vecchi, alle donne, ai bambini di Sant'Anna di fuggire nei boschi?". Ma c'è di più: gli sciacalli tornarono in paese e spogliarono i cadaveri delle vittime, si appropriarono dei loro beni, vergogna su vergogna. È ancora Amos Moriconi a fornire una preziosa testimonianza: "Credo di essere stato uno dei primissimi, se non il primo a rientrare nel paese distrutto e pieno di morti. Trovai la mia casa che bruciava. Di mia moglie e di mia figlia nessuna traccia. Non tardai purtroppo a sapere che erano state massacrate nel piazzale della chiesa. Ma non era finita: poco dopo, alla Vaccareccia, trovai le salme di mia madre e dei miei tre fratelli. Mi aggirai come un folle per le rovine di Sant'Anna. Non sapevo più che cosa dovevo fare; non riuscivo nemmeno a pensare. Fu allora che qualcuno mi disse che era necessario seppellire subito i morti. Raccolsi un po' di attrezzi e scavai una grande buca. Poi trasportai lì presso le salme dei miei congiunti e cercai di comporle prima di seppellirle. Mentre mi stavo dedicando a questa orribile incombenza, vidi i partigiani. Erano due. Uno lo conoscevo bene da tempo: si faceva chiamare 'Timoscenko'. Si avvicinarono a me. Notai subito che avevano le tasche piene di portafogli, oggetti d'oro e d'argento. Li guardai senza parlare. 'Timoscenko' allora mi disse: 'Devi consegnarci tutti i soldi e gli oggetti di valore che trovi sui morti. Siamo noi che dobbiamo prenderli in consegna'. Mi sentii salire il sangue alla testa: impugnai la picozza e la alzai di scatto: 'Vattene!' gli dissi. 'Vai via se non vuoi che ti spacchi il cranio'. 'Timoscenko' esitò un momento e poi, senza replicare, si allontanò". Un'altra testimonianza la fornisce Teresa Pieri, che racconta di aver veduto due partigiani comunisti dividersi soldi, bracialetti, catenine d'oro appartenute ai suoi cari. Quando alla viltà non c'è fine. Aggiungiamo, per dovere di cronaca, che nulla di quanto pubblicato da Pisanò, prima sul settimanale Gente e poi nei suoi volumi, ha mai dato origine a smentite o a precisazioni di alcun genere.
emoriconi@ilgiornaleditalia.org
Emma Moriconi

                                                                                                                                            

mercoledì 10 agosto 2016

22 luglio 1943: PALERMO CADE…COMBATTENDO!


Sicily map U.S. Army Center of Military History
Fig.1 La linea del fronte dal 12 luglio al 17 agosto 1943.
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Fig.2 Memoriale a Sergio Barbadoro, Portella della Paglia, 22 luglio 2016.
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Fig.3 Portella della Torretta, Bunker.
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Fig.4 Cimitero militare americano (provvisorio) di Palermo, 1943.

La “favola” dell’occupazione “indolore” di Palermo e dell’intera Sicilia occidentale nell’estate del 1943 da parte della Settima Armata americana, ancor’oggi è dura a morire. Persiste il “mito” fasullo dei soldati “a stelle e strisce” che, occupata Agrigento la sera del 16 luglio dopo una settimana di duri combattimenti – Patton, in proposito, nel suo diario alla data del 18 luglio scriveva testualmente che “le truppe italiane hanno combattuto con encomiabile accanimento” – (1), avrebbero, invece, fatto successivamente una “piacevole passeggiata” (così la definì il generale Keyes della 3a divisione di fanteria americana)(2) di qualche giorno per conquistare allegramente la parte ovest dell’isola. In realtà, si tratta di una storiella evidentemente costruita dalla propaganda bellica Alleata del tempo di guerra, che poi è assurta al rango di verità incontrovertibile da parte di pubblicisti-storiografi supponenti, poco interessati ad una seria contestualizzazione dei fatti storici e più propensi a rifilare al pubblico la versione di comodo dei cosiddetti “vincitori”. Ancor oggi, rispetto a quegli avvenimenti tragici, la realtà rimane seppellita dalla visione farsesca della spensierata passeggiata oleografica illustrata da foto e cine-giornali americani, che volevano le loro truppe sempre circondate da plaudenti “paisà” smaniosi di cioccolata e sigarette, con i militari italiani nel ruolo di comparse sfuggenti, presenti sempre e solamente con le mani alzate in segno di resa; eppure, partendo dalle stesse fonti militari ufficiali statunitensi, si scopre che solamente alla data del 24 luglio 1943 le truppe di Patton poterono dire di controllare effettivamente “the entire western half of the island”(3), dunque, a più di due settimane dall’inizio delle operazioni di sbarco, avendo lasciato sul campo, solamente durante i sei giorni della “tranquilla scampagnata” verso Palermo e la Sicilia occidentale cominciata il 18 luglio, “appena” 272 uomini tra morti, dispersi e feriti, cifra che si traduce in una media di circa 45 perdite al giorno, contro 2900 militari italiani morti o feriti. A dimostrazione del fatto che “qualche italiano” che li combatté e sparò loro addosso i cosiddetti “liberatori” lungo la loro “passeggiata” dovettero incontrarlo (4). Tutto ciò premesso, va tenuto ugualmente in considerazione che in quella fascia di territorio le agguerrite truppe statunitensi non dovettero misurarsi direttamente con le divisioni italiane, Aosta ed Assietta, né tantomeno con la divisione tedesca Sizilien, che invece, con una difficile manovra tesa ad evitare l’accerchiamento, stavano ripiegando verso la zona orientale dell’isola, sulle linee di difesa predisposte dal comandante della 6a Armata italiana, Generale Alfredo Guzzoni (montagne Madonie prima, Nebrodi poi) (5). Esse, invece, si scontrarono, per lo più, contro piccoli presidi isolati del Regio Esercito, composti nella maggioranza dei casi da addetti ai servizi e non già da unità combattenti, che rappresentarono la massima parte dei loro 53.000 prigionieri di guerra catturati in zona, di cui si vantò il generale Patton. Una “tranquilla passeggiata” dove i cosiddetti autoproclamatisi “liberatori”, va doverosamente ricordato, dopo aver fatto precedere il loro “Sbarco” dalla famigerata pratica dei bombardamenti di saturazione (6), che si tradusse a partire dal 9 maggio 1943 in quasi due mesi d’ininterrotti bombardamenti a tappeto indiscriminati, diurni e notturni, non solo su obiettivi militari ma anche e soprattutto su obiettivi civili, che avevano letteralmente lo scopo di “terrorizzare” la popolazione – dal 2 giugno 1943, significativamente il nome in codice della Sicilia nei messaggi del Quartier Generale degli Alleati fu “horrified”(7) – seguiti dalla costante guerra psicologica dei messaggi che invitavano civili e militari alla resa immediata in cambio della sospirata pace! (8); dopo aver già consumato nei primi giorni dello sbarco numerose stragi a sangue freddo, massacrando centinaia di militari italiani e tedeschi colpevoli di essersi arresi solo dopo aver strenuamente combattuto, o aver fucilato uomini e ragazzi solo perché indossavano una camicia nera (9), si avvalsero certamente, oltre che dell’incomparabile superiorità quantitativa e qualitativa del loro apparato bellico, anche di mezzi tanto squallidi, come l’appoggio dei mafiosi locali prontamente liberati al fine di indurre la popolazione a collaborare pacificamente con gli invasori (10), quanto vigliacchi, quali l’utilizzo di prigionieri italiani come scudi umani per costringere alla resa le truppe locali che essi fronteggiavano di volta in volta (11). E’ in questa cornice, tutt’altro che edificante per gli “invasori democratici”, che va collocata l’occupazione di Palermo avvenuta tra il 22 ed il 23 luglio 1943. Al riguardo la versione ufficiale è categorica… la città cadde senza combattere! Persino a detta del maggiore dell’esercito britannico Hugh Pond, che pure fu uno dei pochi autori anglosassoni che scrisse un resoconto dettagliato sulla campagna militare di Sicilia sforzandosi (ma senza esagerare!) di essere obiettivo, “Palermo non fu difesa”(12). Addirittura, nella versione dei reporter di guerra Alleati, fatta propria incondizionatamente, in modo acritico e senza alcuna riserva dagli storici “nostrani” e anglosassoni, si scrive di “folla in delirio” all’ingresso degli americani in citta (13); senza che nessuno ricordi minimamente come il capoluogo siciliano in realtà fosse quasi deserto poiché la maggior parte della popolazione era ormai sfollata a causa dei bombardamenti (14), dimenticando poi che le foto ritraenti i cosiddetti “bagni di folla”, sapientemente sceneggiati dalla propaganda Alleata, non ritraggono affatto Palermo, bensì alcuni piccoli centri periferici della provincia come Campofelice, Giacalone, Monreale etc. In realtà, a dispetto della propaganda di guerra anglo-americana, a dispetto persino di quel che pensarono in quei giorni caotici e drammatici in piena campagna militare in corso tanto lo Stato Maggiore del Regio Esercito quanto lo stesso generale Guzzoni, comandante delle forze dell’Asse in Sicilia (15), la città non cadde senza che per ore si fosse combattuto. Infatti, la manovra di attacco predisposta dagli americani, che nella prima mattina del 22 luglio avanzarono verso Palermo su due colonne principali, prevedeva che il capoluogo isolano venisse attaccato su tre differenti direttrici: la 3a divisione di fanteria proveniente da Lercara Friddi avrebbe attaccato scontrandosi col presidio di Portella di Mare, la 2a divisione corazzata, proveniente da Alcamo, divisasi a sua volta in due differenti colonne, avrebbe attaccato sia attraverso la strada montana che passava per il presidio di Portella della Paglia, che da Nord-Ovest, superando il presidio di Portella della Torretta (16); l’appuntamento per il ricongiungimento delle due divisioni era fissato per le ore 12:00 del 22 luglio in città! Come riporta il generale Emilio Faldella, “La difesa di Palermo, (affidata al generale Molinero, Ndc.) era costituita da : 4 battaglioni costieri, 1 gruppo appiedato di cavalleria, 2 compagnie mitraglieri, 1 compagnia mortai da 81, 4 batterie costiere, 17 batterie controaeree, delle quali 3 a doppio compito contro‑aeree e antinave, il I° gruppo da 100/27 del 25° artiglieria « Assietta ». Il fronte a terra era stato organizzato col criterio di sbarrare le rotabili convergenti sulla città; ogni Portella era presidiata da una com­pagnia di fanteria con pezzi sciolti d’artiglieria in funzione contro­carro. Non appena era giunta notizia dello sbarco nemico autorità e personalità avevano chiesto al generale Molinero, comandante della Di­fesa Porto « N » (Palermo) i lasciapassare per abbandonare la città. Nella notte sul 20 luglio il prefetto ed il segretario federale partirono da Palermo di nascosto e nella giornata del 20 metà del personale delle batterie controaeree abbandonò il proprio posto. Poiché nella giornata del 21 truppe americane avevano catturato il comando della 208a div. costiera ad Alcamo, il gen. Molinero rin­forzò la difesa di Portella della Torretta (Fig.3), sulla strada per Alcamo, con una compagnia di fanteria ed una batteria del 1°/25° art. e fece brillare le interruzioni stradali a Portella della Torretta e Passo Renda. Alle 4,30 del 22 luglio il colonnello tedesco Mayer, comandante di batterie tedesche controaeree che avevano messo in posizione i loro pezzi da 88 in funzione controcarro, si presentò al Comando Difesa Porto ed assicurò che avrebbe condiviso le sorti del presidio italiano; viceversa, dopo poco, inutilizzati i pezzi, si allontanò dalla città con i suoi dipendenti. Il personale della Capitaneria di Porto si imbarcò per Napoli ed il comandante dell’aeroporto, ad insaputa del generale Molinero, fece incendiare depositi di benzina e bombe. Questi avvenimenti impre­vedibili allarmarono la popolazione e depressero lo spirito delle truppe.”(17) La mattina del 22 luglio, la 3a divisione di fanteria americana attaccò per prima, ma solo dopo alcune ore di combattimento riuscì ad impadronirsi alle 13:00 di Portella del Mare, entrando alla periferia di Palermo alle 17:00; il gen. Molinero, a quel punto impiegò la propria riserva, composta dalla compagnia motomi­traglieri e dal gruppo squadroni appiedato che, al comando del maggiore Mistretta, oppose successive resistenze, riuscendo a ritardare l’avanzata americana fino alle 18:00 (18). Lo stesso maggiore Pond dell’esercito britannico, confermò che il maggiore Mistretta coi suoi uomini si oppose agli americani “con una violenta azione di retroguardia” (19). Mentre nella mattinata si sviluppava l’attacco su Portella di Mare, quasi contemporaneamente alle 9:30 del mattino, la prima colonna della 2a divisione corazzata americana si presentò a Portella della Paglia dopo aver attraversato il paese di San Giuseppe Jato, venendo a sua volta attaccata coraggiosamente dalla compagnia comandata dal sottotenente Barbadoro, che col suo pezzo da 100/17 per nove ore inchiodava sulla strada il nemico, cadendo eroicamente sul proprio cannone solamente alle ore 18:30 circa (Fig.2), sgombrando così a quel punto il passo montano alla colonna corazzata nemica e la via perso Palermo (20). Da quel momento in poi verso la città cominciarono ad affluire forze americane da due direttrici diverse. Alle 19:30 il Comando della Difesa Porto fu catturato ed ogni resistenza cessò. Stranamente, non esistono notizie ufficiali su quel che avvenne a Portella della Torretta, che pure risultava essere il caposaldo maggiormente rafforzato dei tre dai quali si accedeva alla città. Attualmente, solamente un vago indizio parrebbe fornirci una notizia. Nelle cartine sull’avanzata militare delle truppe Alleate in Sicilia dal 12 luglio al 17 agosto dell’U.S. Army Center of Military History, e visibile la data del 23 luglio come data dell’occupazione da parte americana di un’area che corrisponde quasi certamente a quella della Portella summenzionata (Fig.1). Di sicuro resta il fatto che Palermo cadde in mano agli americani la sera del 22 luglio 1943…COMBATTENDO!
                                                    PATTON IL BASTARDO CRIMINALE
IlCovo

lunedì 8 agosto 2016

LA REGIA MARINA IN MAR NERO


La Regia Marina in Mar Nero
 
di Daniele Lembo
 
Nella notte tra il 21 ed il 22 giugno 1941, avrebbe avuto inizio l’Operazione Barbarossa: l’attacco tedesco alla Russia.
Hitler avrebbe dato notizia a Mussolini della “Berbarossa” alle tre di notte dello stesso 21 giugno, con una sua nota diplomatica consegnata dal principe Bismarck al conte Ciano. É risaputo che il Duce del Fascismo non si dimostrò molto entusiasta di quella comunicazione arrivata in notturna, anche in considerazione del fatto che il cancelliere tedesco aveva rappresentato un garbato rifiuto all’offerta italiana di partecipare all’impresa contro Stalin.
Comunque, il giorno successivo al comunicato di Hitler, anche l’Italia entrava in guerra contro la Russia. L’annuncio ufficiale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, emesso in giornata, avrebbe citato: “Agli effetti dell’applicazione delle leggi vigenti, l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche è da considerarsi Stato nemico a decorrere dalle ore 5,30 del giorno 22 giugno 1941”.
Le insistenze di Mussolini di partecipare alla lotta contro l’orso russo furono tante e tali che, il 30 di giugno seguente, Hitler riferì al Duce che accettava l’invio di un Corpo italiano e di velivoli da caccia nel settore orientale.
Al fronte russo fu destinato il XXXVCorpo d’Armata autotrasportabile che il 9 luglio assunse la denominazione di C.S.I.R. - Corpo di Spedizione Italiano in Russia – agli ordini del Gen. Francesco Zingales (poi sostituito dal generale Giovanni messe). Il C.S.I.R. si articolava sulle Divisioni Pasubio, Torino, Celere Principe Amedeo Duca d’Aosta, la 63° Legione Camicie Nere Tagliamento e il 30° Raggruppamento Artiglieria di Corpo d’Armata. Un totale di 2.900 ufficiali, 58.000 tra sottufficiali e truppa, ai quali si sommavano le 2.000 camicie nere della Tagliamento.
Oltre alle truppe di terra il C.S.I.R. era dotato di una propria componente aerea, composta da velivoli da caccia e da osservazione, del 22° Gruppo da caccia terrestre e del 61° Gruppo da Osservazione Aerea, per un totale di 83 tra caccia Macchi Castoldi Me200 e bimotori Caproni CA 311. A questi si andavano ad aggiungere alcune squadriglie da trasporto su plirimotori CA 133, Siai S.M. 81, Siai S75 e SIAI S73.
Nel 1942 il Corpo di Spedizione Italiano in Russia era destinato ad essere notevolmente aumentato negli organici, venendo trasformato in Armata. L’aumento degli organici avrebbe visto, quindi, la nascita dell’A.R.M.I.R. – Armata Italiana in Russia -, strutturata su tre Corpi d’Armata (XXXV Corpo D’Armata, II Corpo D’Armata e Corpo D’Armata Alpino).
Come sarebbero andate a finire le vicende militari italiane su quel fronte è ampliamente noto anche a chi nulla si intende di storia militare. Ciò che è poco conosciuto è che, nello stesso 1942, oltre alla trasformazione del C.S.I.R. in A.R.M.I.R. sullo scacchiere orientale arrivarono anche alcune piccole ma agguerrite unità navali della regia Marina. E’ da rilevare che, mentre le truppe di terra erano state inizialmente rifiutate da Hitler, le unità navali furono, invece, espressamente richieste e sollecitate dai tedeschi.

LA REGIA MARINA IN MAR NERO
 
Nella primavera del 1942 la Crimea era ormai completamente nelle mani germaniche. Continuava a resistere la sola fortezza di Sebastopoli che, affacciandosi sul mar nero, proprio dal mare poteva essere approvvigionata.
Il rifornimento per i russi era gioco facile poiché, sulle acque del Mar nero, la flotta sovietica schierava una corazzata, due moderni incrociatori da 8.000 tonnellate, due incrociatori più vetusti da 5.000 tonnellate, il moderno e veloce caccia Tashkent, peraltro costruito dalla Oro di Livorno, ventinove sommergibili, alcune vedette e Mas.
I tedeschi, dovendo contrastare i rifornimenti alla roccaforte russa, si ritrovarono nell’impossibilità di far entrare proprie unità nel Mar nero dallo stretto dei dardanelli, attraverso il quale il transito era precluso alle unità militari per motivi politici. Fu così che i germanici decisero di far arrivare in quel mare chiuso, attraverso il Danubio, alcune loro piccole siluranti. Contestualmente, chiesero agli italiani l’intervento di Unità navali simili per bloccare Sebastopoli dal mare. Fu nel marzo del ’42 che l’ammiraglio Raeder – una prima richiesta era già stata avanzata in gennaio – chiese alla Regia Marina di intervenire in quello scacchiere con unità di piccolo tonnellaggio, veloci e potentemente armate, da affiancare alle motosiluranti tedesche già presenti.
La richiesta dovette essere accolta con intima soddisfazione dall’ammiraglio Riccardi: questa volta i tedeschi, non potendo farne a meno, si abbassavano a chiedere l’aiuto italiano.
La Regia Marina avrebbe risposto all’appello degli alleati spedendo in quel settore una Squadriglia di Mas, una Squadriglia composta da sei sommergibili tascabili tipo CB e un reparto della Decima Flottiglia MAS, quest’ultimo armato con cinque motoscafi siluranti M.T.S.M. e cinque barchini esplosivi M.T.M..
Il 22 aprile del ’32, quattro Mas da 24 tonnellate della XIX Squadriglia, furono caricati su enormi autocarri e partirono da Venezia alla volta di Vienna. Il viaggio via terra, in considerazione dell’ingombro del trasporto, rivelò enormi difficoltà e, agli autisti dei camion, furono richiesti dei veri e propri virtuosismi. Attraversando piccoli centri abitati, per consentire il transito ai grossi motoscafi siluranti, si dovettero perfino demolire dei muri. Finalmente, giunti alle rive del Danubio i grossi motoscafi siluranti furono messi in acqua e rimorchiati fino a Galatz da dove avrebbero autonomamente proseguito fino alla base di Costanza. Da Costanza, infine, si sarebbero trasferiti alla base operativa di Yalta.
Il 25 aprile seguente, via ferrovia, sarebbero partiti da La Spezia i 6 sommergibili della 1° Squadriglia C.B., raggiungendo Costanza il successivo 2 di maggio. I sei C.B. – al comando del ten. Vasc. Lesen d’Aston (C.B.1), del s. ten. Vasc. Russo (C.B.2), del ten. Vasc. Sorrentino (C.B.3), del ten. Vasc. Suriano (C.B.4), del s. ten. Vasc. Farolfi (C.B.5) e del s. ten. Vasc. Gallinaro (C.B.6) – erano modeste unità tascabili che dislocavano 36 tonnellate, avevano un equipaggiamento composto da soli quattro uomini ed erano armati con due tubi lanciasiluri esterni oppure con due mine.
Il 5 maggio 1942, infine, partì da La Spezia l’Autocolonna Moccagatta, organizzata dalla Decima Mas di Borghese. L’autocolonna, che prendeva il nome dal capitano di fregata Vittorio Moccagatta, morto il 25 aprile 1941 nel corso di un attacco dei mezzi d’assalto a Malta, era stata organizzata dal cap. corv. Salvatore Todaro ed era agli ordini del cap. corv. Aldo Lenzi.
La colonna in questione, che trasportava cinque barchini esplosivi M.T.M. e cinque motoscafi siluranti M.T.S.M., contraddistinti dai nnrr. 204 – 206 – 208 – 2010 e 216, disponeva di una tale organizzazione logistica da farla essere una vera e propria base mobile. In particolare, la “Moccagatta” si componeva di 31 veicoli, tra i quali 5 autocarri pesanti 666, 2 rimorchi per siluri, 5 autocarri che trasportavano un M.T.M. ciascuno, 5 rimorchi speciali che trasportavano ciascuno un M.T.S.M., 3 trattori, 1 auto-officina per automezzi, barchini e siluri, 1 autobotte da 12.000 litri, 3 rimorchi botte per lubrificanti, benzina, ecc 1 camion gru ( per il sollevamento dei barchini ), 1 “biga” a cassone, 1 auto-radio-segreteria, 1 autopulman-alloggio-comando (dotato di cuccette per i piloti), 1 autovettura “FIAT 1100” versione coloniale, 1 furgone “FIAT1100” telonato, 1 motocicletta porta ordini. Facevano parte dell’autocolonna anche cucine da campo, gruppi elettrogeni e 2 mitragliere da 20 mm, rimorchiate su carrello. La perfetta organizzazione della colonna autocarrata avrebbe permesso ai 48 uomini della Decima, inviati con i piccolissimi motoscafi in Mar Nero, di vivere, operare e combattere su quel lontano scacchiere.
A Verona, uomini e mezzi della “Moccagatta” furono caricati su vagoni ferroviari e, seguendo l’itinerario Brennero – Vienna – Cracovia – Rostov – Leopoli- tarnopol, raggiunsero, il giorno 15, la vecchia frontiera russa. L’ultima tappa del viaggio in ferrovia fu a Simferopol dove gli uomini della Decima arrivarono il giorno 19 e dove gli autocarri furono scaricati dal treno per proseguire via rotabile. Il 23 maggio, l’autocolonna raggiunse Foros, località della Crimea a sud di Sebastopoli, dove si fece base e furono messi in acqua i motoscafi.
Per comodità di trattazione ci occuperemo, separatamente, dell’operatività dei MAS, dei motoscafi della Decima Flottiglia Mas e dei sommergibili tascabili.

L’ATTIVITÁ OPERATIVA DEI MAS
 
I Mas italiani, attivi dalla base navale di Yalta, avrebbero colto il loro primo successo nella serata del 10 giugno, affondando un mercantile da 5.000 tonnellate. Nella seconda decade di giugno, il capitano di corvetta Curzio Castagnacci, con il suo Mas 571, avrebbe messo a segno un secondo buon colpo. Il 18 giugno, due MAS italiani attaccarono un convoglio composto da motozattere nemiche, scortate da sei cannoniere, che si dirigevano verso Sebastopoli. Una unità da trasporto sovietica fu sicuramente affondata ma, purtroppo, nello scontro venne anche ferito mortalmente il sottotenente di vascello Bisagno che era a bordo del Mas 571.
Nel mese di agosto, i Motoscafi siluranti furono attivi a protezione delle motozattere della Kriegsmarine, impegnate in compiti di trasporto dalla costa orientale della penisola di Crimea alla sponda occidentale del Mare di Azov.
A sud ovest di kerch, nella nottata tra il 2 e il 3 agosto, i Mas 573, 568 e 569, ai comandi di castagnacci, Legnani e Ferrari, sorpresero l’incrociatore pesante Molotov e il cacciatorpediniere Kharkov, mentre le due unità stavano bombardando la costa.
I Motoscafi di castagnacci e Legnani (MAS 573 e 568) attaccarono con i siluri il Molotov e una delle torpedini lanciate dal MAS 568, fortunatamente, andò a colpire a poppa l’incrociatore. Messo a segno il siluro, a Legnani non restava che defilarsi, tentando di eludere i colpi delle armi del caccia Kharkov, intervenuto a difesa del Molotov. Il mas 568 riuscì a porsi in salvo solo grazie all’abilità del suo comandante che diede ordine di lanciare, in rapida successione, le bombe di profondità trasportate a poppa, regolandone lo scoppio alla minima profondità. Le dieci cariche esplosero, in veloce sequenza, davanti alla prua dell’unità russa inseguitrice, danneggiando, seppur in modo lieve, il Kharkov che fu costretto a desistere dalla caccia. Il Molotov, gravemente danneggiato, fu trainato nel porto di Bathumi dove andò incontro a lavori che comportarono la sostituzione di circa venti metri di scafo a poppa, cosa che avrebbe tenuto ferma in bacino l’unità per quasi due anni.
La vita degli equipaggi dei MAS non fu solo costellata di soddisfazioni e vittorie. Il 9 settembre 1942, infatti, un attacco a bassa quota di cacciabombardieri con la stella rossa causò l’affondamento dei Mas 571 e 573, di una bettolina, nonché il danneggiamento degli altri Mas. Le unità affondate sarebbero state poi rimpiazzate dall’Italia.
Le Motosiluranti continuarono ad operare in quel settore, imbarcando equipaggi italiani, fino al maggio del 1943. Il 17 aprile, sette di quelle unità si trasferirono ad Anapa per contrastare, unitamente alle motosiluranti tedesche, la navigazione dei russi. Il 13 maggio, i Mas della Regia Marina avrebbero portato a termine la loro ultima missione al largo di Yalta, dopodiché gli equipaggi furono rimpatriati. I motoscafi sarebbero, invece, restati sul mar Nero dove, il 20 maggio, furono consegnati ai marinai della Kriegsmarine che erano stati precedentemente addestrati alla conduzione delle unità italiane. Da quella data in poi, sarebbero restati sul Mar Nero solo i sommergibili tascabili tipo C.B..

LA DECIMA FLOTTIGLIA MAS
 
Abbiamo già detto che la Colonna Moccagatta stabilì la prima base a Foros, dove mise in acqua gli M.T.S.M. e gli M.T.M..
Il giorno 29 maggio ’42 giunse in loco anche il comandante Todaro e l’attività degli M.T.S.M. ebbe avvio il 4 giugno seguente con una missione compiuta dallo stesso ufficiale. Da quella data in poi, i mezzi della Decima sarebbero usciti in mare ogni notte, condizioni meteo permettendo.
Fu nella notte del 10 giugno che il s.t.v. Aldo Massarini, mentre era in navigazione a bordo dell’M.T.S.M. 216 nelle acque di Sebastopoli, si avvide di un’unità la cui sagoma gli era familiare. Si trattava del cacciatorpediniere Tashkent, era la seconda volta che lo vedeva. La prima volta l’aveva visto a Livorno, al momento del varo.
Massarini attaccò il sovietico Tashkent a una distanza di circa 80 metri ma, purtroppo, il siluro, forse perché lanciato troppo da vicino, non deflagrò. Grande dovette essere lo sconforto del giovane ufficiale che, nel fare rapporto, una volta rientrato, sembra non potette trattenere le lacrime. La scena fu tale che l’Ammiraglio tedesco Schuster, presente al rapporto del giovane, si tolse dal petto la croce di ferro e l’appuntò alla giacca del giovane Sottotenente di Vascello.
Il s.t.v. Massarini avrebbe avuto la possibilità di rifarsi al largo di Chersosene, nella serata del 13 giugno, colpendo col siluro e danneggiando gravemente un mercantile da 10.000 tonnellate. L’unità sovietica sarebbe stata poi affondata, il giorno seguente, dagli aerei tedeschi mentre veniva rimorchiata a Sebastopoli.
La città di Sebastopoli sarebbe capitolata il 2 luglio 1942. Il Comandante Todaro, di fronte ai tedeschi che nicchiavano sull’autorizzazione agli italiani di entrare nel porto della fortezza arresasi, non attese altri nulla osta germanici e si prese quella che considerava la giusta ricompensa all’operato degli italiani in quelle acque, entrando nel porto di Balaclava, a sud della piazzaforte, con cinque motoscafi a bandiere spiegate. Todaro fece rientro in Patria il 4 di luglio, lasciando gli uomini della Decima in Mar Nero. Quegli uomini, il seguente giorno 9, avrebbero addirittura operato come fanteria da sbarco. Sullo specifico episodio è molto efficace il racconto poi fatto da Valerio Borghese: “Il Forte Gorki presso capo Feolent, era, dopo la caduta di Sebastopoli, l’ultimo punto di resistenza russo. Costruito su un costone dominante, a picco sul mare, era composto da una serie di trinceroni e gallerie scavate in roccia, alcune delle quali avevano sbocco sul mare. I Mas di Mimbeli e i barchini di Lenzi ebbero l’ordine di cooperare l’attacco finale, bloccando appunto le uscite al mare del Forte. Quattro unità parteciparono all’azione (Lenzi, Romano, Massarini e Cugia) su ogni mezzo era stata imbarcata una terza persona tutti armati di mitra e bombe a mano. Nel momento culminante dell’azione Lenzi lascia su ognuno dei motoscafi un solo uomo e sbarca con gli altri; la piccola squadra degli otto audaci marinai, penetrando dal mare nelle gallerie e risalendole di corsa, moltiplicandosi con urla, scoppi di bombe a mano, scariche di mitra, prende a rovescio i difensori, colti di sorpresa, e collabora valorosamente a piegare la tenace resistenza nemica. Ottanta prigionieri rastrellati dai piloti nelle cavernette della scogliera sono il frutto della partecipazione dei nostri all’azione”.
Con la caduta di Sebastopoli gli uomini della Decima sarebbero potuti facilmente essere rimpatriati, essendo venuto meno il motivo che giustificava la loro presenza in quelle acque. Sarebbero però restati ancora in zona, a fronte della specifica richiesta dei tedeschi di continuare a dare il loro appoggio alle truppe di terra.
La colonna Moccagata iniziò a smantellare la base di Foros il 13 di agosto, per poi trasferirsi a Teodosia, località più ad oriente. Il trasferimento fu ultimato il 1° di settembre, con la partenza degli ultimi veicoli da Foros.
Da Teodosia, il 23 settembre, l’autocolonna ripartì di nuovo, seguendo l’itinerario Yalta – Simferopoli – Melitopol – Mariupol. L’attività operativa in quelle acque era ormai da considerarsi conclusa e, finalmente, nel gennaio ’43, la “Moccagata” lasciò Mariupol. Era l’inizio del rientro in Patria. Gli MTSM e gli MTM con tutto il personale fecero rientro in Italia nel marzo del 1943. L’unico a non rientrare fu l’MTM 80 – pilotato dal 2° capo Barberi – che, il 28 giugno ’42, era stato impiegato nella zona di Balaclava venendo lanciato dalla costa, nel corso di un’azione diversiva nella baia di San Giorgio.

I SOMMERGIBILI C.B.
 
I sei C.B. erano giunti a Costanza, località dalla quale i piccoli sommergibili sarebbero partiti, ai primi di giugno, per portarsi a Yalta che sarebbe stata la loro base nel corso di questo ciclo operativo. I C.B. 1, 2 e 3, salparono da Costanza il 2 giugno, mentre i restanti 3 C.B. la lasciarono il successivo giorno 9. Come i MAS, anche i sommergibili tascabili iniziarono l’attività sul Mar Nero nella prima decade di giugno e non tardarono a cogliere paganti successi.
Il C.B. 2, alle prime luci dell’alba (ore 5,02) del 18 giugno, sorprese nelle acque di Sebastopoli il sommergibile sovietico SHCH 214, mentre stava immergendosi. La minuscola unità italiana, approfittando della sorpresa e di condizioni di luce favorevoli, attaccò ed affondò, con un solo siluro, il battello nemico. Poche ore dopo l’affondamento del SHCH 214, il comandante del C.B. 2 – Attilio Russo – sarebbe incorso in una strana avventura. Mentre dirigeva per il rientro a Yalta, Russo avvistò due imbarcazioni a remi che, dall’apparenza sembravano essere scialuppe di salvataggio. Anni di esperienza di guerra e racconti del tempo circa le tattiche molto poco ortodosse impiegate da quel nemico, indussero il comandante italiano ad avvicinarsi ai presunti naufraghi, prendendo qualche precauzione: ordinò al 2° capo, meccanico Valeri di tenersi nel portello di poppavia imbracciando un fucile mitragliatore sovietico, mentre lui rimaneva in coperta con uno dei tre moschetti in dotazione al C.B. a portata di mano.
La prudenza si dimostrò necessaria perché, giunti a una cinquantina di metri, i “poveri naufraghi” tirarono fuori le armi ed iniziarono a sparare sul C.B. . Narrerà poi Russo: “si videro rinetrare i remi e al loro posto nelle scalmiere incavate sul bordo, vennero appoggiate le canne di mitragliatrici, i cui proiettili colpirono ripetutamente il piccolo scafo”.
Fortunatamente il C.B. 2 riuscì a fare rientro alla propria base, sebbene con evidenti segni dei proiettili lasciati dal nemico sulla pinna e sullo scafo.
Il C.B. 3, comandato dal s. ten. vasc. Giovanni Sorrentino, fu una delle unità più attive. Il 13 giugno, Sorrentino lanciò due siluri contro un incrociatore pesante classe “Voroscilov”, sfortunatamente non colpendolo. Le due torpedini, forse a causa di un’avaria, non sortirono l’effetto sperato, affondando poco dopo il lancio. Maggior fortuna, il piccolo C.B. 3, l’avrebbe avuta il giorno seguente quando, con due siluri, attaccò il sommergibile SHCH 208, mentre era in emersione, affondandolo.
Più malevola si rivelò la sorte per il C.B. 5 che, addirittura, fu affondato il 13 giugno 1942 da una motosilurante russa mentre era ormeggiata alla banchina a Yalta.
Dopo la caduta di Sebastopoli, i C.B. si trasferirono a Costanza per i lavori di raddobbo e solo il 18 agosto, i cinque sommergibili superstiti tornarono a Yalta per riprendere l’attività operativa. Nei mesi successivi il C.B. 1, il C.B. 4 e il C.B. 6 furono destinati prima a Sulina, poi a Otchkow ed infine a Scadovski, in Ucraina, mentre il C.B. 2 e il C.B. 3 andarono a Burgac per operare all’imboccatura del Bosforo. Questo secondo ciclo operativo ebbe brevissima durata poiché, con il freddo inverno alle porte, l’operatività delle modeste unità venne ridotta a zero e le stesse furono inviate a svernare a Costanza.
A fine inverno i C.B. furono concentrati a Sebastopoli, dove diedero avvio al loro ultimo ciclo di operazioni nel settore, nel corso del quale le cinque unità svolsero 21 missioni. Attività che, comunque, continuò a dare buoni risultati se si considera che il C.B. 4, al comando del s. ten. vasc. Armando Sibille, il 26 agosto 1943, ad ovest di Capo Eupatoria, affondò con il siluro il sommergibile russo SCH207.

ALCUNE CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
 
Sebastopoli, come detto, si arrese nei primi giorni di luglio. L’attività delle unità siluranti e dei C.B. della Regia Marina nel Mar Nero è una delle tante pagine di storia patria poco conosciute. Infatti, sono pochi gli storici che hanno evidenziato come le unità navali italiane diedero un decisivo apporto al crollo della piazzaforte russa.
L’attività svolta dai C.B., dai Mas e dai motoscafi della Decima si dimostrò decisiva ad interdire il traffico navale russo, rendendo impossibile il rifornimento via mare della città. Al momento dell’entrata a Sebastopoli delle truppe romene da terra e dei mezzi d’assalto italiani nel porto di Balaclava, la città aveva le artiglierie quasi completamente integre, mancavano invece le munizioni, il cui arrivo via mare era stato impedito anche dai marinai italiani.
E’ corretto, invece, ricordare, che del valido contributo dato dalla Regia Marina alla caduta della città ne diedero atto i tedeschi. In particolare, l’Ammiraglio Schuster, Comandante in capo del Gruppo Sud della Marina tedesca, inviò una lettera di compiacimento all’Ammiraglio Riccardi, Capo di Stato Maggiore della Regia Marina, nella quale, tra l’altro, si poteva leggere: “Di ritorno da una lunga visita al fronte ho piacere di poter confermare all’Eccellenza vostra quali ottime prove abbiano dato le forze navali italiane impegnate nel Mar Nero. Nonostante le difficili condizioni di rifornimento ed i continui attacchi aerei nemici sulle loro basi, le unità hanno appoggiato energicamente, con successo, la battaglia di Sebastopoli sotto l’instancabile e valorosa guida del capitano di fregata Mimbelli. Il comportamento e lo spirito combattivo degli equipaggiamenti sono stati esemplari. Ho potuto consegnare personalmente parecchie croci di guerra per speciali atti di valore. Tutti i tipi di unità impiegate si sono dimostrate perfettamente adatti ed io mi aspetto da essi anche per le future operazioni, un forte e decisivo appoggio”.

DOPO L’8 SETTEMBRE 1943
 
Questo lavoro intende trattare delle unità della regia Marina in Mar Nero, ma prima di concludere è opportuno almeno fare un accenno a come si svolsero i fatti dopo l’8 settembre ’43. Alla data dell’8 settembre i C.B. erano ancora a Sebastopoli. La proclamazione dell’armistizio sorprese i sommergibili italiani i quali, passato il primo momento di sbandamento, decisero di continuare a combattere a finaco dei tedeschi.
Il 12 settembre il C.B. 1 (g.m. Giovanni Re), e il C.B. 4 (s. ten. vasc. Armando Sibille), ricevettero l’ordine di trasferirsi a Yalta dove si trasferì anche il Capo squadriglia, capitano di fregata Alberto Torri, e il capitano del Genio Navale Luigi Navarra. A Sebastopoli restarono, invece, il C.B. 2 (s. ten. vasc. Arrigo Barbi), il C.B. 3 (s. ten. vasc. Matteo Nardon) e il C.B. 6 (s. ten. vasc. Alberto Farolfi.
Il C.B. 1 e il C.B. 4 furono poi impiegati, a 15 miglia a sud di Yalta, in un’operazione alla quale presero parte anche i battelli rimasti a Sebastopoli. Lo scopo dei battelli subacquei italiani, che operavano unitamente a unità della Marina rumena e a sommergibili e 6 Mas della Marina tedesca, era quello di creare una fascia di protezione che si stendeva dal largo di Novorossisk, fino al largo di Odessa, per proteggere il transito di alcuni convogli che effettuavano la ritirata dal Caucaso, verso Ovest. Nel corso dell’operazione di protezione del traffico, il C.B. 1, il 16 settembre 1943, silurò ed affondò una grossa maona carica di rifornimenti. Sfortunatamente, a causa di infiltrazioni di acqua, anche lo stesso C.B.1, rischiò di affondare e il comandante fu costretto a chiedere aiuto. In soccorso giunse una motozattera tedesca che, intorno alle ore 1,00 del 16 settembre, rimorchiò l’unità italiana fino a Yalta e di qui a Sebastopoli. Successivamente, il C.B. 1 assieme al C.B. 2, anch’esso in avaria, furono rimorchiati a Costanza.
Il C.B. 3, il C.B. 4 e il C.B. 6, il giorno 7 novembre lasciarono Sebastopoli da dove, già da due giorni, tutto il personale di terra aveva iniziato il ripiegamento sulla base logistica di Costanza. I tre sommergibili tascabili partirono, alla volta di Costanza, assieme ad un convoglio tedesco. La navigazione si rivelò lunga e difficile ed il convoglio, giunto ad Odessa all’alba dell8 novembre, fu attaccato da un sommergibile e da velivoli da caccia russi. I tre C.B., sempre in convoglio, salparono da Odessa il 20 di novembre ma, nel corso del viaggio in mare, una violenta tempesta disperse le navi affondando due unità tedesche e una rumena. Fortunatamente, i tre piccoli sommergibili si ritrovarono a Sulina, alla foce del Danubio, e da qui si portarono a Costanza dove arrivarono il 29 di novembre.
Una volta a Costanza il personale italiano e i battelli furono internati dai rumeni e, ufficialmente, il 19 dicembre ’43, i cinque C.B. presenti sul Mar Nero, furono presi in carico dalla marina Rumena. Quest’ultima, però, non li avrebbe utilizzati a lungo. Infatti, a seguito di trattative del governo della R.S.I., i rumeni avrebbero restituito i sommergibili agli italiani riconsegnandoli, il 30 gennaio 1944, alla Marina Nazionale Repubblicana della R.S.I..
Di nuovo italiane, le 5 unità subacquee, furono armate con equipaggi provenienti da Betasom. Svolgendo una modestissima attività operativa. Si autoaffondarono nel porto di Odessa, il 25 agosto 1944, prima dell’arrivo delle truppe russe.

Articolo tratto da STORIA del NOVECENTO n. 113


                                                                                                                                       

venerdì 5 agosto 2016

BENITO MUSSOLINI, 133 anni di storia e di onore

Benito Mussolini, 133 anni di storia e di onore

Benito Mussolini, 133 anni di storia e di onore

Predappio e il forlivese, passioni e pulsioni: i giorni romagnoli, così come li abbiamo vissuti

Da San Cassiano al Museo di Villa Carpena, dalla Casa Natale a Palazzo Varano: storia di un Uomo e della sua terra
"Chi ama Colui che di là mosse, ama Predappio, come un po' di se stesso, perché Predappio è il Paese di tutti gli Italiani: è un po' come la Galilea di tutti noi, perché di là cominciò una nuova nostra Storia".
Estrapolo questo breve passo da un libretto che porta, come data di pubblicazione, il 21 aprile 1940. L'ho preso in prestito da una scrivania di Palazzo Varano, una scrivania che reca un Fascio littorio e che è sistemata nella stanza in cui il giovane Benito dormiva, leggeva, sognava la Rivoluzione Socialista. Oggi, su quella scrivania, lavora il Primo Cittadino di Predappio. Lo restituirò, quel libretto: l'ho promesso e lo farò. Ora però è qui, tra le mie mani: lo posso toccare, posso sentire l'odore delle paginette ingiallite che profumano di storia. Qui tutto profuma di storia. E se abbiamo cinque sensi, qui si riesce a utilizzarli tutti al massimo delle potenzialità. Di più: c'è un sesto senso che aggiunge qualcosa di importante ai cinque che solitamente utilizziamo. È qualcosa di straordinario e di potente, una dimensione non materiale ma profondamente spirituale, direi mistica.
La terra di Romagna pulsa e racconta, stimola e scalda, suscita emozioni e incide la volontà. Meglio: incide, nella volontà, la determinazione di poter fare ogni cosa. Energia pura, che sembra trasudare dalla terra, che sembra permeare l'atmosfera, che scende dal cielo insieme alla pioggia e avvolge insieme al vento.
I miei passi sulla ghiaia di San Cassiano, le mani sul pesante sarcofago in cui riposa, gli occhi che sfiorano nomi, volti... Bruno, Rachele, Anna Maria, Vittorio, Romano... ora anche Martina. E una lacrima si ferma sul ciglio e poi cade giù, inutilmente forse. O forse no.
Qualche chilometro ed ecco Villa Carpena, assolata, raggiante nel giorno del genetliaco di Benito, mentre le persone passano di qua, numerosissime: fame e sete di storia, voglia di sapere, di vedere con i loro occhi. C'è di che essere orgogliosi: raccontare loro questo luogo, calpestare lo stesso suolo su cui questa famiglia ha camminato, respirare queste mura in cui visse, sfiorare la divisa di Benito adagiata sul suo letto, vicina a un mazzolino di fiori tricolore, sentire sotto le dita la sua ruvidezza, riempirsi le narici di quell'odore che è l'odore del tempo passato e del passato mai morto. E quel ritratto a pastello che ci rimanda il bel volto di Bruno, nello studio del Duce, e i suoi oggetti, le sue carte... e, fuori, le persone in fila, che aspettano di entrare, di vedere, di ascoltare, di capire. Ciascuno di noi, qui al Museo Villa Mussolini, in Via Crocetta 24 a Forlì, ha un compito. Poi, ciascuno fa quel che serve, e volentieri, con il cuore. Centinaia di persone nella sola giornata di domenica 31 luglio, decine di volontari, tanti giovani ma anche tante persone mature, donne e uomini, di ogni estrazione sociale, curiosi, gente che vuole sapere, che non si accontenta delle banalità diffuse, che sente profondamente il bisogno di conoscere tante verità nascoste. Raccontarle è una missione e un privilegio, un onore.
Dalla nostra Redazione siamo partiti in gruppo, al Giornale d'Italia la storia si racconta così, vivendola in prima persona, toccando le carte, assaporando gli umori, percependo le atmosfere nei luoghi. Da Roma siamo partiti in quattro, il quinto del gruppo ci raggiunge da Como. E poi ci sono gli amici, studiosi, appassionati, che sono partiti da ogni parte d'Italia per arrivare qui, ciascuno di noi si sente come una verga che, insieme alle altre, compone quel Fascio simbolo di unità e di forza, insieme ci sentiamo invincibili. C'è chi si siede a scrivere sotto il gazebo dove Benito leggeva, rifletteva, si riposava. C'è chi si apparta al secondo piano, dentro il Centro Studi, immerso tra le carte raccolte amorevolmente da Romano negli anni, fino alla sua morte. C'è chi passeggia lungo i vialetti che quest'anno portano, ciascuno, un nome. Il viale d'accesso è intitolato a Benito Mussolini. Fa un certo effetto, quella targa lungo la via. Altre stradine sono intitolate a membri della famiglia e a nomi importanti del Ventennio fascista. Scorrono, uno dietro l'altro, i nomi di Mezzasoma, Starace, Pavolini, Borsani... sono molti, ventuno in tutto. Io mi fermo su Via Domenico Leccisi, e penso a quella notte di amore e di coraggio in cui quest'uomo prese con sé quelle povere spoglie oltraggiate di Benito, e rifletto - ancora una volta - sul fatto che se posso andare a San Cassiano a posare le mani su quel sarcofago e a sorridere, vedendo un fiume di uomini e donne che viene a rendere omaggio al Duce, lo devo a Lui.
Il sole picchia forte, a Villa Mussolini. Quando scende la sera l'aria è più fresca, i visitatori sono andati via, e noi ci sediamo un momento a pensare. Siamo stanchi, e siamo felici. Fiorenza, la nostra soldatessa del SAF, è stata la prima a mettersi al lavoro questa mattina, e ora è l'ultima a mettersi seduta. Che coraggio, e che forza, in questo piccolo corpo... me ne stupisco ogni volta, poi penso che lei è una soldatessa di Mussolini, e che dunque non potrebbe essere diversamente. I ragazzi di Vestone Tricolore ancora non cedono alla stanchezza, del resto sono guidati da Mauro, e questo dice tutto: non si cede di un millimetro, è una parola d'ordine e non si sfugge. Poi però il sole tramonta, e, nella notte, la luna nel cielo sembra sia lì solo per illuminare lei: la Villa. E noi, in silenzio, la guardiamo e pensiamo che siamo orgogliosi di aver fatto ancora una volta bene il nostro dovere.
Emma Moriconi

A tu per tu con Donna Rachele
"Amor vincit omnia"
Resoconto delle emozioni di un pomeriggio d'estate, sotto il gazebo del Duce
Un viale alberato. Un gazebo con sotto un tavolino e due panchine di marmo. Intorno il verde. E l'aria che soffia leggera. E porta voci di tanti anni fa. Voci che raccontano di un Uomo che si sedeva in questi stessi luoghi a leggere e a riflettere. E di una Donna che, poco distante, si occupava della sua famiglia. Atmosfere di vita quotidiana a Villa Carpena.
Ho sempre pensato che la Storia bisogna conoscerla, leggerla, studiarla. Tutta. Perché è l'unico modo per capire non solo e non tanto il passato (che ormai è passato e quindi non tornerà più) ma anche e soprattutto il futuro. Che non può esistere se non si hanno radici solide. Ecco, le mie radici passano per questo giardino, per questa Casa in cui si è tanto sofferto ma anche tanto amato.
Il presente si confonde con il passato. Vedo gli occhi azzurri di Donna Rachele. Come se fosse seduta qui accanto a me. Incrocio il suo sguardo. E in uno strano dialogo senza parole, Le faccio tante domande. Le chiedo di raccontarmi di quando era felice, dei suoi figli, dell'Uomo della sua vita. Sorride. E le rughe sul suo viso vanno a comporre un mosaico di orgoglio e fierezza.
Per un attimo abbasso gli occhi e penso al volto di marmo bianchissimo che, poco lontano da qui, veglia sulle spoglie mortali del suo Benito al cimitero di San Cassiano. Lei capisce. Perché quando la guardo di nuovo sul suo sorriso - perché lei ora sorride - è calato un velo di tristezza.
Capisce. E mi dice che la sofferenza che ha dovuto sopportare, seppure immensa, è solo una parte della sua esistenza. Che l'amore per i suoi figli, per la sua terra e per quell'Uomo al quale ha dedicato tutta se stessa vince su tutto. Anche sull'astio rancoroso di tutti quelli che l'hanno ucciso e sull'odio di chi, ancora oggi, ne offende la memoria. "Amor vincit omnia. E' questa la risposta" mi dice Donna Rachele.
La ringrazio e le sorrido. Poi la saluto. E' venuto il momento di tornare al presente. "Vieni ancora a trovarmi" sussurra mentre mi allontano. E le prometto che lo farò. Anche solo per dirle ancora una volta - pure se lo sa già - che siamo ancora in tanti a rispettare ed ammirare una Famiglia come la sua.
Cristina Di Giorgi

Giornalisti, scrittori, studiosi, e poi tanti libri, per raccontare la nostra storia più bella
La Rivoluzione Culturale in terra di Romagna
A Villa Mussolini a Forlì, tutti insieme, perché è l'unione che rende forti: per la Memoria, per la Verità
L'anniversario della nascita di Benito Mussolini, quest'anno, è stato contrassegnato da un'alta presenza di gente di cultura, nel senso più vasto del termine. La ricorrenza è importantissima, per ciascuno di noi. E ciascuno di noi la celebra come vuole, come meglio sente dentro di sé di voler reclamare il giusto posto, sul calendario della storia, per questa data: il 29 luglio del 1883, il giorno in cui nacque Benito Mussolini. E così, mentre Padre Giulio Tam ci riporta ai valori spirituali e alla Fede in Dio, mentre i ragazzi di Vestone Tricolore si danno da fare senza tregua per fornire a chi viene a visitare Villa Mussolini la massima collaborazione, mentre il ragù bolle in pentola da ore, mentre l'instancabile Fiorenza accoglie i visitatori, saluto il gruppo che ho appena accompagnato a visitare le stanze della Villa e mi dirigo verso Predappio. Lungo il tragitto che mi separa dal cancello della Villa ho modo di vedermi scorrere davanti agli occhi una serie di pubblicazioni, libri che raccontano pezzi di questo tratto di storia nostra. "Fascismo, Stato sociale o dittatura?", e penso allo Stato che volle Mussolini, e che la sua pronipote Martina, insieme ai nostri Edoardo Fantini e Andrea Piazzesi, ci raccontano in queste pagine.
E poi "Donna Rachele mia nonna, la moglie di Benito Mussolini", che ho scritto con sua nipote Edda e che racconta di una donna coraggiosa e speciale.
E a seguire tre o quattro lavori di Pietro Cappellari, l'occhio mi cade sul tomo che racconta la RSI nel reatino, ma ve ne sono molti a firma di questo studioso che - lo so bene - non le manda certo a dire. Pietro non è con noi fisicamente, oggi, ma è come se fosse qui.
Vedo anche il libro di Mariantoni, "Le storture del male assoluto"... eh si, quanti "danni", ha fatto il Fascismo, penso tra me. Danni come la bonifica delle paludi pontine, per esempio, o come le riforme sociali e popolari, infinite, insuperate. E penso che all'epoca si, eravamo un popolo fiero.
E poi il libro del nostro Alessandro Russo, "Giovinezza tradita", appena uscito: e penso a quando l'ho preso in mano per la prima volta, e quanto mi prese la lettura di quelle pagine che sono, in ultima analisi, una profonda riflessione su una generazione che fu, si, fatta di eroi, ma anche di biechi personaggi. Perché le cose bisogna dirle, tutte.
E poi ... eccoli lì, i miei due piccoli "tesori": "Gli Uomini di Mussolini" e "Mussolini, sangue a piazzale Loreto". Anni di lavoro, per mettere insieme le storie di questi uomini e di queste donne che tanto hanno dato alla nostra Italia, e dei quali volevo, nel mio piccolo, tentare di riscattare la Memoria. Cosa saremmo, noi, se non avessimo avuto costoro?
Penso alle case editrici che in questo tempo mi hanno dato la loro fiducia, la Minerva prima e la Herald poi, penso al mio Giornale d'Italia e al mio Direttore Storace, penso ai tanti che mi hanno raccontato le loro storie, e ai tanti che hanno letto e leggono le mie parole ogni giorno su queste colonne e su quei volumi.
Mi guardo intorno, vedo Edoardo Fantini che passeggia con il suo cane per i vialetti della Villa, Alessandro Russo che parla con le persone e racconta la sua esperienza su queste colonne e negli archivi, Cristina Di Giorgi che ha al suo attivo bei lavori editoriali eppure oggi è qui, sotto il nostro gazebo, per aiutare i colleghi che presentano i loro sforzi, e sorride a tutti, anche se fa un caldo boia, sotto il tendone. E vedo Luciano Garibaldi: ha otto decenni sulle spalle, Luciano, eppure è qui, perché il libro sull'orrore di Piazzale Loreto l'ho scritto con lui, e ne vado fierissima. Luciano è un'icona per la mia generazione e non solo. Tutti vogliono conoscerlo, stringergli la mano, fare foto con lui, davanti alla Villa. Sorrido, ne sono orgogliosa. Profondamente. Prendo la mia auto e vado a San Cassiano, Edda è lì, per la Messa di famiglia. La abbraccio e penso che sono fiera di esserle amica, perché è stata capace di far comprendere che quello è un luogo sacro, e va rispettato. Poi torniamo a Villa Carpena, ed ecco le telecamere, i giornalisti, le persone che la aspettano per conoscerla, per abbracciarla, per vederla di persona. Firmiamo un po' di libri, parliamo con tante persone, tutti noi. Discorsi importanti, non banalità, non frasi fatte o motti inflazionati. Ci poniamo domande, interrogativi, mettiamo a confronto i nostri studi, strutturiamo il lavoro futuro, pensiamo a quanto abbiamo appreso e ci rendiamo conto, tutti, che è proprio vero che di imparare non si finisce mai. Guardo due giovanissimi che ho portato con me da Roma. Uno è mio figlio, 18 anni appena compiuti, e qui ormai è di casa. L'altro è un suo amico, appena 19 anni, che è qui per la prima volta. Entrambi domani vi racconteranno le loro esperienze di questi giorni, in questa terra. Nel frattempo si danno da fare, fanno ciò che serve, come tutti. Questo clima è straordinario, e non parlo di quello meteorologico. Il clima che c'è tra noi, l'atmosfera, questa volontà di affermare la verità storica ad ogni costo e contro ogni avversità, et ventis adversis. La Rivoluzione Culturale, ecco a cosa aneliamo, tutti. E penso a chi non è qui con noi fisicamente ma di certo con il pensiero, con lo spirito, e che condivide questa volontà, e che si batterà ogni giorno, fino all'ultimo respiro. Perché la nostra vita, così come è iniziata, avrà una fine. Ma ciò che lasceremo resterà per chi verrà dopo, di generazione in generazione. E vinceremo. Insieme. 
Emma Moriconi

Ci sono vicende che resistono ai secoli, nonostante la vita, nonostante la morte
Memoria e radici. Nemmeno il sangue le può spezzare
In questi luoghi la verità resiste nei muri, nelle stanze, ascoltando la campagna che entra dalle finestre, lasciate appena aperte
Nelle ore più calde la terra di Romagna ha un respiro profondo. La vita le scorre sotto quella scorza dura, sotto quella pelle lasciata alla fame del sole.
Le strade si allungano veloci, una linea dritta che divide lo sguardo. E tanto lo puoi comprendere solo raggiungendo queste campagne: che sotto può essere dolce. Devi poterla capire, perché non si rivela mai al primo venuto, ad uno solo dei tuoi sguardi.
Di tanta stagione non rimane che la mano del vento. E nel silenzio della campagna romagnola, quest'aria smuove le fronde degli alberi, come fosse un saluto, una voce covata dove preme il ricordo.
Ed è esattamente in uno di questi momenti che, l'abbraccio con Emma Moriconi e Cristina Di Giorgi, si rivela come l'unione di intenti che solo un'amicizia può saldare. Come un patto di sangue. E mentre accade tutto questo, attorno, nei giardini di Villa Carpena, le mura della casa di Rachele e Benito Mussolini si sollevano verso il cielo.
Quel silenzio ci insegna qualcosa. Basta anche solo un'occhiata, oppure muovere due passi verso l'angolo del giardino dove il Duce era solito leggere i giornali. La pietra ci accoglie come un tempo, resiste nei secoli nonostante la vita e la morte.
Emma, Cristina. Non abbiamo neppure bisogno di parlare. La si legge negli occhi quella domanda che brucia e che vuole dare un senso a tutto quello che ci circonda.
Che senso ha l'uomo senza memoria, senza radici, senza lavoro culturale? E allora si ritorna dove tutto ha avuto inizio. Che Villa Carpena non è solo il luogo della Storia, ma è luogo del cuore, di un amore che vuole essere corrisposto. Disinteressato, per questo ancora più forte.
Non lo chiede nessuno, lo senti nel sangue: ritornare a guardare dove cresce radice per non farla seccare. Per non dimenticare. Che in questi luoghi anche la verità resiste nei muri, nelle stanze, seguendo le scale, ascoltando la campagna che entra dalle finestre, lasciate appena aperte. 
Per un attimo, mentre Emma si prende cura dei visitatori della Villa, io e Cristina volgiamo lo sguardo nello stesso punto: la campagna ti acceca mentre la osservi dalla finestra socchiusa. E la voce di Emma ci lega stretti, ad un passo da quegli oggetti che spiegano la consuetudine di una vita semplice. Emma scandisce il tempo, attraversa la Storia che ancora una volta chiede solo di essere condivisa. Dovreste ascoltarla mentre parla di cultura e radici che neppure il sangue è in grado di recidere.
Ma è quando carico la pipa e mi concedo del tempo fumando, le mani dietro la schiena, il passo lento che accompagna la zolla rivoltata e dura, odorosa e secca, che accade qualcosa. Proprio nel momento in cui sono più solo mi accorgo come la terra di Romagna sia capace di rivelarsi, concedendoti  una nuova consapevolezza. Può capitare davvero, che in Romagna tutto può accadere, di tornare a casa migliori. Perché la Romagna può celare gelosa i suoi frutti. Ma se ti abbraccia, allora, il viaggio in questa terra può diventare un'educazione alla vita.
Chiunque ascolti i suoni, le voci, i silenzi del suolo romagnolo, ne raccolga la testimonianza perché, quello che è stato, deve essere detto anche a chi non vuole ascoltare.
Alessandro Russo

Emma Moriconi - Cristina Di Giorgi - Alessandro Russo  -DA GIORNALE D'ITALIA-
                                                                                                                                                   

martedì 2 agosto 2016

TURCHIA, I DIRITTI UMANI E L'EMERGENZA TRA GEOPOLITICA E STORIA






di Claudio Moffa
Turchia, NATO, golpisti. Non è l’unico caso di omissioni cruciali, di silenzi abnormi, che di professionale non hanno nulla, e di utile per l’operare concreto della Politica e degli operatori per la sicurezza, hanno molto poco. Due esempi recenti: primo, le sacrosante accuse a Blair per l’entrata in guerra dell’Inghilterra contro l’Iraq di Saddam Hussein, prive però di un particolare importante, e cioè che l’ex premier inglese ebbe a confessare nel dicembre 2010 che lo scatenamento dell’assalto finale a Saddam Hussein era stato discusso e concordato dalla superpotenza britannica con alcuni ufficiali israeliani.
Secondo, il braccio e mano tesa del furbo criminale Breivik, da cui la sua immagine di nazista, quando nazista non era mai stato e non è, ma un ‘cristiano sionista’, sedicente “templare”, comunque adoratore di Israele. Nero su bianco, nel suo documento programmatico: verità indubitabile dunque, e utilissima a essere ricordata per verificare anche l’attentato di Nizza, visto che Breivik avrebbe ispirato il 17nne disadattato irano-tedesco autore della folle strage.
Ma sempre sempre e sempre, a destra e sinistra domina il political correct, purché si parli di certuni solo per decantare le indubbie lodi cinematografiche di Paul Newman, o la genialità attribuita in esclusiva a Albert Einstein.
Un deja vu, dunque, quello sul golpe e il dopo golpe turco: eppure le dimensioni dei silenzi sul caso Erdogan hanno raggiunto un apice forse mai registrato prima d’ora, vista l’eco planetaria del fallito colpo di stato e degli arresti di massa in corso in tutta la Turchia.

Del silenzio sul collegamento tra il plurimiliardario e magnate delle comunicazioni multimediali Gulen e il clan dei Clinton ho già detto: ancora non se ne discute, almeno nelle forme e dimensioni dovute, e almeno su quanto filtrato dalle strisce google. Ma oltre a questo particolare, ecco due nuovi temi chiave i cui veri profili e contenuti sono sommersi dal political correct di chi continua a voler occultare la Cronaca e la Storia.

Il primo tema è di natura geopolitica. il secondo di carattere storico. Dal punto di vista geopolitico tutto può accadere in futuro, ma è un dato certo che l’avvenuta pacificazione dei rapporti tra Ankara e Mosca rappresenta una svolta di enorme portata. La Russia ha infatti acquisito dentro la NATO un alleato di ferro, e questo mentre l’oltranzismo occidentale va sfogandosi in modo pericoloso spedendo altre truppe in Polonia e nei Paesi baltici. A questo punto a Putin converrà che la Turchia non solo resti nella NATO, ma anche che entri nell’Unione europea, nei cui vertici si annidano i peggiori ‘falchi’ anti Mosca, impegnati a contrastare persino Obama, Hollande, Renzi, Merkel. Comunque quel che emerge dalla pace Putin-Erdogan, è una situazione nuova, originale rispetto a tutto l’ultimo quarto di secolo, e foriera di speranze di stabilizzazione delle relazioni internazionali.
C’è poi l’altro silenzio, che riguarda la Storia. Non si può non essere preoccupati per le migliaia di arresti in tutta la Turchia e per la dilatazione abnorme dello stato di fermo, senza il previo controllo dell’autorità giudiziaria da parte dei sopravvissuti al golpe. La difesa legittima dello Stato di diritto rischia di trasformarsi nel suo contrario …
Ma quel che va ricordato per ben contestualizzare la fase emergenziale prima subita e poi imposta da Erdogan è la svolta profonda che sta vivendo il popolo turco dopo più di un secolo di sostanziale dittatura laicista, anticristiana e antimusulmana, a sua volta prodotto di due o tre cruciali eventi storici del primo Novecento: il colpo di stato dei Giovani Turchi del 1908, le orribili stragi e deportazioni di armeni durante la prima guerra mondiale, e l’avvento del regime kemalista nel 1923. Di tutto questo nemmeno il Papa e Erdogan hanno parlato nel loro confronto sulla questione armena, tutta centrata sul genocidio sì o genocidio no, senza ricordare chi fossero i nuovi padroni della Turchia dopo il rovesciamento del sultano Abdul Hamid.
Chi erano infatti i Giovani Turchi? Erano, non musulmani, ma ebrei, ebrei massoni legati alle logge europee, in particolare quelle italiane. Questo dato di fatto emerge non solo da molta letteratura ‘ortodossa’, come la Storia del Medio Oriente di William Yale, pubblicato in Italia da Feltrinelli nel lontano 1962, il libro di Johnson sull’accordo segreto Sykes Picot del 1916, in parte pubblicato a puntate anche dal quotidiano Rinascita, o un saggio recente sulla Rassegna mensile di Israel di un docente dell’Università di Trieste, che descrive la composizione demografica di Salonicco, la città originaria dei Giovani Turchi, e le origini ebraiche della maggioranza della sua popolazione agli inizi del Novecento.
Oltre a questa saggistica accessibile in modo relativamente facile da chiunque, ci sono infatti anche le memorie diplomatiche e le fonti a stampa dell’epoca, sepolte nell’oblio dagli stessi manuali di storia, anche universitari. L’ambasciatore inglese Sir Gherard Lowether non ha peli sulla lingua nel descrivere nei suoi rapporti al Foreign Office di inizio 900, gli emuli turchi della Giovine Italia di Mazzini:
Salonicco ha una popolazione di circa 140mila ebrei spagnoli (emigrati nel 1492, ndr), compresi 20mila seguaci della setta di Sabbatai Zevi, un cripto-giudeo che esternamente professa la religione islamica. Molti di essi hanno acquisito in parte una nazionalità italiana e sono Liberi Massoni affiliati alle logge Italiane. Nathan. Il sindaco di Roma, è ai vertici della Massoneria, e i primi ministri Luzzati e Sonnino, e altri senatori e deputati sono anch’essi, pare, massoni …”
L’ambasciatore americano dello stesso periodo, Morghentau, descrive a sua volta nel suo Ambassador Morghentau Story fatti precisi e disvelatori dell’identità e degli intenti nascosti dei Giovani Turchi: erano non islamici, scrive, ma ‘atheists’, e furono loro “gli uomini che concepirono il crimine contro gli armeni” (p. 323) scatenandogli addosso i musulmani turchi e curdi; il loro programma segreto – al di la dell’auto rappresentazione di liberatori dei popoli sottoposti al regime del Sultano di Istanbul – emergeva da un comizio di Enver Pascià de 1909, nel quale il leader dei golpisti annunciava che tutti i popoli e tutte le religioni della nuova Turchia sarebbero stati liberati dal nuovo regime, scordandosi pero, nella lunga lista (“Turkey Bulgarians, Greeks, Servians, Roumanians, Musulmans, Jews.” pp. 12-13) i seguaci del cristianesimo tra le prime, e gli armeni tra i secondi. Una sorta di preannuncio dei futuri massacri e deportazioni di armeni durante la prima guerra mondiale, i cristiani vittime di una comunità religiosa sua concorrente nella rete dei traffici commerciali della Turchia europea e anatolica.
Dopo di allora, a guerra conclusa, nella nuova capitale Ankara si insedia Kemal Ataturk, il ‘padre’ della Turchia moderna, antimusulmano, sostenitore di un laicismo durato fino alle elezioni del 2003, che avrebbe favorito – dopo la sua morte e la fine della seconda guerra mondiale - una alleanza della Turchia con Israele, due paesi “assediati” dal mare islamico. Una intesa durata fino alla svolta del nuovo secolo, con l’episodio dei Mavi Marmara come evento simbolo di una svolta in fieri.
Ed ecco allora il punto su cui riflettere per capire la fase emergenziale e attuale; le due elezioni di Erdogan in questo scorcio del XXI secolo, la prima a capo del governo, la seconda a Presidente, non sono state certo in grado di intaccare la struttura profonda, massonista, della Turchia. Da qui tutto quel che sta accadendo. Giustificare potrebbe essere altra cosa, ma comprendere è dunque necessario, sia pure con le incognite di un futuro ancora incerto, in Turchia e in uno scacchiere mediorientale che non conosce pace dalla Dichiarazione Balfour del 1917 e più tardi dalla fondazione dello Stato d’Israele a spese degli autoctoni palestinesi.