martedì 3 ottobre 2023

LA STRAGE DI GORLA 20 OTTOBRE 44

La strage di Gorla. Quando i “bravi” americani bombardavano gli inermi bambini italiani

Ascolta: se tutti devono soffrire per comprare con la sofferenza l’armonia eterna, che c’entrano qui i bambini? Rispondimi per favore…” ( Ivan Karamazov, ne I fratelli Karamazov, di Fëdor Dostoevskij).

Oggi, o Dio, gli Innocenti Martiri Ti hanno reso testimonianza, non a parole, ma con la morte” (preghiera della S. Messa del 28 dicembre in suffragio dei Santi Innocenti, i bimbi trucidati da Erode).

Il 20 ottobre 1944 purtroppo è una giornata bellissima, quasi primaverile. Il cielo di Lombardia, quel venerdì, è straordinariamente limpido. Alle ore 11,27, sul quartiere milanese operaio di Gorla, si scatena l’inferno. Uno stormo di bombardieri americani B24 “Liberator” provenienti dalla Puglia, prende di mira il sobborgo, privo di obiettivi militari e della benché minima protezione contraerea; una bomba da 500 libbre centra in pieno la tromba delle scale del complesso scolastico “Francesco Crispi”, facendo a pezzi in pochi secondi circa 200 bambini (184 dentro la scuola e altri 18 nei dintorni), tutti tra i 6 e gli 11 anni. Stessa sorte per le 14 maestre, i 4 bidelli, un’infermiera e la Preside, oltre che per molti genitori accorsi, dopo il suono del preallarme, a riprendersi i figli. Il numero complessivo dei civili inermi massacrati durante l’incursione sarà di oltre 600, a cui vanno aggiunte altre centinaia di feriti più o meno gravi.

A Gorla, dove sorgeva la scuola bombardata dagli americani, oggi si può vedere un monumento in bronzo dello scultore Remo Brioschi (che non volle compenso). Rappresenta una madre velata, con gli occhi rivolti a terra e le braccia protese, sulle quali è adagiato il corpo del figlio morto, e sotto la statua si trova la cripta con i resti delle piccole vittime. L’opera è stata eretta nel 1947 e inaugurata solo nel 1952, grazie ai sacrifici e alle lotte sostenute da un comitato genitori sorto per impedire che si cancellasse la memoria della tragedia. Battaglia non facile, visto che inizialmente il Comune di Milano aveva destinato il terreno della scuola alla costruzione di un cinematografo e “una parte della popolazione… tra cui il parroco d’allora, osteggiava la costruzione di questo “i monumento, dicendo che quello non era un luogo sacro e preferiva che con i fondi che sarebbero stati raccolti (i genitori si erano autotassati, n.d.a.), si fosse costruito un asilo in parrocchia 

I responsabili dell’eccidio offrirono una forte somma perché il monumento venisse demolito”. “Gli americani – conferma Graziella Ghisalberti (anche lei sopravvissuta) – erano pronti a pagare perché si distruggesse questo monumento”.

Tutte le grandezze della terra e il sangue stesso dei martiri/ Non varranno il fatto di non essere stati della terra./Di non avere questo sapore terroso./ Di essere stati strappati al principio,/ All’origine, al punto d’origine di questa vita terrestre./Di non avere questa piega e questo sapore d’ingratitudine./Di un’amarezza/ Terrosa” ( Charles Péguy, Il mistero dei Santi Innocenti). Le salme dei bambini, che dapprima erano state sepolte nel cimitero di Greco e in altri limitrofi, a poco a poco, negli anni ’50, vennero recuperate e “dai vari cimiteri della zona fu possibile riunire le diverse cassettine ossario e, a gruppi, accompagnarle con una cerimonia religiosa, ricoperte da drappi rosa o azzurri, al luogo della tumulazione” ( Elisa Rumi).

Su questa strage di innocenti, così come sugli altri crimini di inaudita ferocia compiuti in Italia dai cosiddetti "Alleati" fra il 1943 e il 1945, vige tuttora, da parte del nostro sistema massmediatico, un’omertà quasi assoluta. La ragione è facilrensibilemente comp: “il bombardamento di Gorla è rimasto vivo nel ricordo degli abitanti del quartiere, grazie al Monumento Ossario da loro fortemente voluto, ma in altre zone della città è un ricordo completamente rimosso, anche perché, nel dopoguerra, era un avvenimento scomodo da ricordare, essendo stato compiuto da quelli che erano rappresentati come i ‘liberatori’”. (Achille Rastelli, Bombe sulla città).

I duecento bambini assassinati dagli americani non erano e non sono politicamente corretti.  Nell’autunno 1944 è convinzione diffusa che la fine della guerra sia questione di settimane. Ma è solo una pia illusione, che non tiene conto della “germanica rabies”. Infatti, nonostante i tremendi rovesci subiti su tutti i fronti durante l’estate, con la conseguente perdita dell’Ucraina, dei Balcani, della Francia e dell’Italia centrale , la Germania continua a contendere al nemico, con le unghie e con i denti, ogni palmo di terreno. A est l’Armata Rossa è stata fermata sulla Vistola, a ovest, contro americani e inglesi, resiste la linea Sigfrido che si appoggia alla barriera naturale del Reno, mentre in Italia il fronte è ormai stabilizzato sotto linea Gotica che corre lungo l’Appennino tosco- emiliano, da La Spezia a Rimini. La strategia tedesca è quella dello “Zeitgewinn” (guadagno di tempo): si spera ancora, da una parte nella possibilità di una rottura dell’alleanza fra le plutocrazie occidentali e l’Unione Sovietica e, dall’altra, nella messa a punto di “nuove armi” (di cui in effetti esistono dei prototipi) le quali potrebbero ribaltare in extremis le sorti del conflitto o determinare almeno una situazione di stallo tale da creare i presupposti per una pace di compromesso.

Tutte le risorse del globo sono mobilitate contro la Germania, eppure gli anglo-americani, pur avendo il completo dominio dell’aria, non sono ancora riusciti a strangolare l’apparato bellico e industriale tedesco. Nel 1943, addirittura, “la produzione industriale tedesca raggiunse nuovi massimi, grazie soprattutto alla riorganizzazione dell’apparato produttivo attuata da Albert Speer, il ministro incaricato della Produzione Bellica, alle misure di difesa contraerea e alla consueta capacità dei tedeschi di riprendersi rapidamente anche dai colpi più duri” (B.H.Liddel Hart, Storia della seconda guerra mondiale).

Nonostante l”olocausto dall’aria” e il Feuersturm (tempesta di fuoco) che divora le città del Reich, la volontà di resistenza del popolo tedesco è intatta: “Unsere Mauern brachen, aber unsere Herzen nicht!” (Crollano i nostri muri, ma i nostri cuori no!). Negli alti comandi alleati si fa strada pertanto l’idea che solo intensificando l’offensiva aerea – che è già devastante – sulla popolazione civile, si possa spezzarne il morale e piegare definitivamente la Germania. Ben presto diviene prevalente la teoria terroristica dell’”area bombing”, sostenuta dal capo del Bomber Command della RAF, il famigerato Maresciallo Harris, soprannominato, dai suoi stessi aviatori, “Butcher Harris” (Harris il Macellaio), al quale nei primi anni ’90 è stato fatto erigere in memoria un monumento a Londra.

Il metodo consiste nel saturare il bersaglio con la massima quantità possibile di esplosivo usando il maggior numero possibile di apparecchi… Egli è convinto che colpire una donna tedesca mentre va da casa al lavoro equivale a colpire un soldato in trincea: azione legittima in entrambi i casi” (Storia della seconda guerra mondiale, a cura di Enzo Biagi). Colpire selvaggiamente i civili, oltre che le vie di comunicazione, le istallazioni industriali e militari del nemico, diviene ben presto l’obiettivo primario dei cosiddetti Alleati. “Secondo i teorici di questa forma di attacco, la popolazione civile, sconvolta e terrorizzata, avrebbe dovuto insorgere e premere sul governo nazionale per forzarlo alla resa” (Achille Rastelli). È il “moral bombing” antenato delle bombe… filosofe (pardon, “intelligenti”) usate in Iraq e Afghanistan, contro gli… stati “canaglia”.

Infatti, negli Alleati (sic!), “l’equiparazione obbligata della loro vittoria al trionfo del Bene sul Male (maiuscole nostre) generarono la persuasione che ogni loro azione fosse lecita” (Piero Buscaroli). È la logica puritana degli “Wasp” (White Anglo- Saxon Protestant), convinti da sempre di essere il popolo eletto, in base alla quale, tanto per intenderci, è stato giustificato e rimosso dalla memoria storica, in nome del “progresso”, il genocidio del popolo dei Pellerossa attuato scientificamente e con fanatica ferocia nella seconda metà dell’ ‘800. Di conseguenza, a guerra finita, i vincitori “non furono perseguitati… neppure per crimini pubblici ed evidenti, per il solo fatto che avevano vinto. Né i loro archivi, divenuti ‘res nullius’, furono saccheggiati e divulgati. Furono anzi ‘classificati’, ossia celati e protetti” (P. Buscaroli).

Hollywood e il sistema massmediatico controllato dei “gendarmi della memoria” faranno il resto… “Di contro a una cifra di circa 10.000 persone vittime, tra il settembre 1943 e l’aprile 1945, di atti di violenza da parte di truppe germaniche, le vittime della guerra aerea, in Italia, nello stesso periodo, sono state stimate nella cifra di 42.420. Anche la modalità di questa guerra aerea meriterebbe qualche considerazione. Già prima dell’8 settembre 1943, i bombardamenti alleati su alcune città italiane avevano assunto, nel senso letterale del termine, un carattere terroristico, cioè lo scopo di esercitare sulla popolazione civile, come allora si disse, una ‘pressione psicologica’” (Roberto Vivarelli, Fascismo e storia d’Italia). Piero Buscaroli (“E Churchill disse: Distruggete l’Italia”, Corriere della sera del 5 febbraio 1995), cita al riguardo un toccante e drammatico ricordo personale: “Come sempre in tutti i bombardamenti… i caccia della scorta svolgevano un lavoro più personalizzato e minuto scendendo a mitragliare quei poveri diavoli che si trovavano per strada, nei piazzali, fuori dai rifugi. Uno dei più vividi ricordi dell’autore… risale alla primavera del 1945, quando buttandosi, insieme con la propria bicicletta… dentro il profondo fossato che fiancheggiava a quei tempi la via Emilia, tra Imola e il Piratello, riuscì a salvare, quattordicenne, la vita, da un mitragliamento condotto, forse dieci metri di quota, da tre “Lightning” bimotori. Una maestra, non altrettanto veloce, rimase bersaglio di quei giovialoni americani, e il suo sangue macchiò a lungo la strada”.

Racconti di questo genere, da parte dei sopravvissuti, sulle imprese dei killer anglo-americani in Italia, fino a qualche anno fa erano numerosissimi, ma nessuno storico di professione ha avuto il cuore di raccoglierli e divulgarli in un’opera organica, e nessun cenno sull’argomento è ovviamente presente nei testi scolastici. Eppure – insiste Vivarelli – “Chiunque abbia vissuto durante quegli anni nelle regioni dell’Italia centro-settentrionale, sa per esperienza che la presenza di aerei alleati era quotidiana, e sa che questi aerei assumevano come proprio bersaglio qualsiasi essere vivente si presentasse alla loro vista, non importa se si trattava di uomini, donne, vecchi o bambini, e persino bestiame, tutti facilmente riconoscibili dato che, ormai indisturbati, questi velivoli leggeri svolgevano le loro azioni a bassa quota”.

Non si può non ricordare, a questo punto, anche quanto avvenuto sul lago d’Iseo solo pochi giorni dopo l’eccidio di Gorla, la domenica del 5 novembre 1944, quando fu mitragliato, davanti al porticciolo di Siviano, – stavolta gli avvoltoi erano inglesi della RAF – il vaporetto diretto da Tavernola a Montisola. Trasportava 112 passeggeri, in gran parte donne e bambini, oltre ai giovani componenti dell’Orsa Calcio, che andavano a disputare una partita. Bilancio della carneficina: 43 morti tra cui due gemelline di 9 mesi, Maria e Lisetta) e 33 feriti. Volavano così bassi, dirà una sopravvissuta, che si potevano vedere in faccia i piloti. Annita Nazzari. allora diciassettenne, non dimenticherà mai la scena di un “bambino di tre o quattro anni che teneva in mano la testa della mamma staccata di netto. Piangeva così tanto perché voleva rimettergliela”.

Sei ancora quello della pietra e della fionda,/uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,/ con le ali maligne, le meridiane di morte…” ( Salvatore Quasimodo, “Uomo del mio tempo”).

Venerdì 20 ottobre 1944. Dall’ aereoporto di Castelluccio dei Sauri (provincia di Foggia), alle ore 6.30, tre squadriglie di bombardieri si levano in volo dirette verso la Lombardia, al comando del colonnello James B. Knapp. Gli obiettivi da colpire sono gli stabilimenti Breda di Sesto San Giovanni e quelli dell’Isotta Fraschini e dell’Alfa Romeo nella parte occidentale di Milano, sospettati di produrre parti utili per i missili V1, lanciati su Londra come rappresaglia per i bombardamenti terroristici subiti dalle città tedesche.

Le acciaierie Falck e le fabbriche della Caproni invece vengono risparmiate perché i Falck e i Caproni aiutano i partigiani e sabotano sia i tedeschi che il governo della RSI . Le condizioni sono ottimali: giornata tersa e luminosa ( nei giorni precedenti il vento ha spazzato il cielo), inesistenza di valida difesa contraerea, assenza della caccia germanica, ritirata durante l’estate per difendere lo spazio aereo del Reich. Durante la mattina la formazione nemica viene avvistata, e alle 11.14 suona il preallarme (o piccolo allarme). Dieci minuti dopo, le sirene danno il vero e proprio allarme (o grande allarme), seguito dalle bombe delle prime due squadriglie che cadono sull’Alfa Romeo e l’Isotta Fraschini.

La terza squadriglia, quella che dovrebbe colpire lo stabilimento Breda, sbaglia, forse per un errore tecnico, la direzione e, invece che su Sesto San Giovanni, viene a trovarsi su Gorla. L’errore (se di errore si tratta), non essendo possibile correggere o invertire la rotta, non è più rimediabile e la missione va considerata fallita. Le bombe però sono già innescate, quindi devono per forza essere sganciate. Riportarle alla base è, in questi casi, troppo pericoloso. La visibilità è perfetta, i piloti americani sanno che sotto di loro ci sono solo civili inermi. Basterebbe sganciare il carico in aperta campagna, lontano da centri abitati, oppure nel mar Adriatico (è la rotta seguita nell’andata e che gli aerei devono ripercorrere per il ritorno). Invece i piloti, con agghiacciante freddezza, sganciano su Gorla, ben sapendo di infierire su una popolazione indifesa.

Quando alle 11.14 suona il preallarme, i bambini dell’Istituto “Francesco Crispi” incominciano a scendere, con i loro insegnanti, nel rifugio. “L’edificio ospitava poco più di 200 bambini, alcuni quel giorno però non erano a scuola perché malati o perché avevano bigiato, vista la bella giornata. La scuola ospitava due turni, uno al mattino e un altro al pomeriggio. Quando suonò il primo allarme alcune maestre cominciarono a far preparare i bambini per scendere al rifugio, ma mentre questa attività era ancora in corso ( mettere via penne e quaderni in cartella, dare le ultime istruzioni eccetera), suonò il secondo allarme. Alcune maestre si attardarono per chiedere se si trattava del grande allarme o del cessato allarme,.. altre invece autorizzarono i più grandi a tornare a casa, se avessero voluto. Sulle scale si accalcarono quindi circa 200 bambini che dovevano andare al rifugio, altri che correvano avanti per uscire… Portare al rifugio 200 ragazzini non era un’impresa semplice; pare che i primi a raggiungerlo, quelli della prima elementare, fossero appena arrivati, quando la bomba s’infilò nella tromba delle scale, con il suo scoppio provocò il crollo delle stesse e, di conseguenza, quello del rifugio” (A. Rastelli). “Da notare che sul tetto della scuola c’era la croce rossa: purtroppo è servita da tiro a segno…” ( Graziella Ghisalberti

nell’intervista, reperibile su internet, concessa il 21 ottobre 2020 ).

Dalle macerie saranno estratti vivi 6 bambini. Si salva solo la quinta maschile “perché era al piano terra e il maestro Modena fece scavalcare la finestra agli scolari” (Graziella Ghisalberti). Il destino sembra infierire sui bambini delle famiglie più agiate che frequentano il primo turno fino alle 11.30; il secondo, al pomeriggio, è riservato a quelli delle famiglie più numerose e meno abbienti che a mezzogiorno possono usufruire della refezione. “Nella sfortuna si ebbe la circostanza favorevole che le scuole elementari ‘Francesco Crispi’… svolgevano un doppio turno di lezioni con 250 alunni che frequentavano la mattina e 250 il pomeriggio, altrimenti, se i bambini avessero frequentato tutti nella mattinata, la strage sarebbe stata di dimensioni bibliche” (Fabrizio Carloni, “Milano ’44, la strage degli innocenti”, sul Secolo d’Italia del 20 ottobre 2000).

Nei secondi successivi al crollo della scuola cadono su Gorla e sui quartieri di Turro e Precotto 170 bombe da 250 kg, portando a 614 il conto totale dei morti. In suffragio delle loro anime, il 26 ottobre il Cardinal Schuster, tra i primi ad accorrere sul luogo del disastro, celebrerà in Duomo una Messa solenne.

Anche la scuola di Precotto viene bombardata. Qui, però, i bambini riescono miracolosamente a salvarsi. Sono in cortile a giocare e fanno in tempo a scendere nel rifugio un attimo prima che divampi la tempesta di fuoco. “Quel mattino – ricorda Piera Nanetti (allora in prima elementare) – non volevo andare a scuola perché il vento aveva spazzato il cielo e potevano bombardare, ma mia mamma mi ci portò. Ricordo i bombardieri, si sentiva dal rumore che erano pesanti di bombe… le scaricarono su di noi, anche se sul tetto delle scuole era dipinta una grande croce. Eravamo là sotto (nel rifugio, n.d.a.), quando esplose il mondo e noi restammo sepolti. Gridavo con la bocca piena di calcinacci. Per grazia di Dio don Carlo Porro individuò subito il punto più giusto dove scavare per estrarci, trovando l’uscita di sicurezza, altrimenti saremmo tutti morti perché poi il rifugio crollò”.

Ricorda ancora Graziella Ghisalberti: “La mattina le lezioni finivano alle 11.30, quindi io e le mie amiche al suono dell’allarme siamo uscite per correre a casa… ma quando ho alzato gli occhi e ho visto tutte quelle bombe che cadevano sono tornata indietro verso la scuola per scappare nel rifugio… ma sulla porta della scuola la maestra dei maschi, Norma Grazzina, mi sbarrò la strada, io urlavo e lei non voleva farmi entrare, mi ha rimandato via… La maestra ‘cattiva’ in realtà mi stava salvando la vita, lei invece è morta con gli altri…. La mia ‘colpa’ era di essermi salvata. Mi rimandarono in Brianza (dove la famiglia era precedentemente sfollata, n.d.a.) perché le altre mamme non potevano sopportare la mia voce quando chiamavo mamma… La mia ‘colpa’ l’ho riscattata lottando tutta la vita perché i 184 Piccoli Martiri di Gorla non siano dimenticati”. “In quel marasma accorse anche la mamma di Edoardo (il cuginetto di Graziella, n.d.a.) e, alzati gli occhi ai ruderi fumanti, vide ai piani alti un corpo che penzolava appeso a un calorifero: era una bimba. ‘Nel rifugio saranno tutti salvi’, urlava scavando con le unghie. Edoardo fu trovato dai vigili del fuoco soltanto il giorno dopo e mamma Angioletta se lo prese in braccio… Lo portò a casa e con l’aceto si ostinava a farlo rinvenire’” (Lucia Bellaspiga, su Avvenire del 20 ottobre 2014).

Sempre nel già citato Bombe sulla città di Achille Rastelli, a proposito del bombardamento di Guernica del 26 aprile 1937 (definito giustamente “controverso”) si legge che “passò alla storia come il primo bombardamento strategico a fini terroristici… I morti in quell’occasione, poi, furono decisamente inferiori ai 1645 universalmente noti e l’importanza di questo attacco aereo fu esagerata dalla propaganda e resa ancor più celebre dal quadro di Pablo Picasso… ma ai primi di giugno il capo del governo basco, Aguirre, riferì a Indalecio Prieto, ministro della Difesa del governo repubblicano di Valencia, che i morti non erano più di 200…”.

Ora, cimentiamoci in un modesto sforzo di immaginazione: che risalto nazionale e internazionale avrebbero avuto i 200 morticini di Gorla (di cui nessuno in Italia sa nulla, a parte gli abitanti – ma quanti, poi? – del quartiere), se la carneficina fosse stata attribuibile ai tedeschi? Avrebbero acceso l’ispirazione di un Pablo Picasso o (almeno) di un Renato Guttuso?

Chi ha bombardato chi? In un’intervista (reperibile su internet) a Sergio Francescatti, all’epoca uno dei 6 bambini sopravvissuti, condotta da Lucia Ascione su TV 2000 nel corso della trasmissione “Bel tempo si spera” del 31 ottobre 2019, la parola “americani” è un’espressione tabuistica, nel senso che non viene pronunciata praticamente mai, da nessuno. Solo negli ultimi secondi del servizio si dice che, in occasione dell’anniversario della strage (si badi, dopo 75 anni di silenzio delle autorità USA…), il sindaco Sala aveva auspicato le scuse del governo americano e che “il console generale americano a Roma, la signora Lee Martinez, ha avuto parole di pietà e partecipazione”.

L’intervista (inframmezzata dalle strazianti testimonianze di altri sopravvissuti e da fotografie d’epoca in cui compare per 4 secondi quella di un manifesto con la scritta: “Milano ferita dai liberatori anglosassoni”) dura 22 minuti scarsi (poi il programma prosegue con un argomento diverso, politicamente più corretto) e l’unico velato riferimento ai responsabili del crimine è la manciata di secondi (al minuto 8 circa) in cui l’intervistatrice, interrompendo brevemente il Francescatti, avverte, ma proprio di sfuggita, che Gorla si trovava sotto “una pioggia di bombe sganciate purtroppo dagli Alleati. Si è parlato dopo di un vero e proprio errore umano, meglio, il bersaglio originario viene mancato e viene deciso di scaricare quel carico di morte”. ( sic!)

I criminali di guerra americani responsabili della strage non sono mai stati né perseguiti né processati. I governi che si sono succeduti in Italia dopo la sconfitta, hanno accuratamente evitato di sollevare la questione e di pretendere dagli USA non solo scuse ma l’apertura di un’inchiesta. Col piano Marshall, oltre al resto, è stato comprato anche il silenzio sulle atrocità anglo-americane avvenute durante il conflitto, una raccapricciante pagina di storia tuttora da scrivere. Il perdono, doveroso per un Credente, non può esimere dal cercare e riconoscere la verità storica e dal rendere onore alle vittime.

Nota (eufemisticamente) ancora Rastelli: “Un certo cinismo da parte degli analisti della 15° AF ( di cui faceva parte la formazione che ha bombardato i bambini, n.d.a,) tuttavia, traspare a posteriori: in nessuna delle relazioni che ho avuto occasione di esaminare ho trovato il benché minimo riferimento a questa strage, e non penso che ne fossero rimasti all’oscuro, dato il clamore che ne faceva la propaganda della RSI. Inoltre, circa cinquant’anni dopo, due aviatori… da me contattati non ricordavano niente di specifico riguardo all’operazione del 20 ottobre, e anche questa è una rimozione del ricordo abbastanza singolare”.

Del resto, per anni si fece circolare l’idea che gli autori del massacro fossero gli inglesi “giudicati più crudeli, mentre gli statunitensi avevano fama di essere ‘buoni’”… ( dal sito Associazione Gorla Domani)

Così “solamente dopo l’inizio del nuovo millennio… alcuni superstiti cercarono di contattare, attraverso il giornalista Leo Siegel, la Console americana nella metropoli meneghina; dopo settimane di attesa arrivò la risposta che ci si aspettava: la Console Deborah E. Graze rifiutò di inviare il giorno della Commemorazione anche solo un semplice mazzo di fiori, non tanto per riconoscere le proprie colpe ma come gesto di Carità Cristiana verso i bambini morti” (dal sito “I piccoli martiri di Gorla”, creato dai parenti delle vittime). “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me” ( Giov. XV, 18-19)

Solo nel 2019 (ribadiamo: dopo 75 anni!), d una sollecitazione del sindaco Giuseppe Sala (“credo che sia doveroso che il governo americano si scusi, sapendo che noi siamo qua per perdonare”), la nuova Console americana di Milano, Elizabeth Lee Martinez, ha risposto con un comunicato di (quasi) 13 righe ( leggibile su internet) esprimendo le “condoglianze alle famiglie delle vittime di questa infausta e terribile tragedia occorsa durante la guerra” (sic!) e auspicando che “Stati uniti e Italia, alleati nella Nato, continuino insieme ad affrontare le sfide emergenti” (sic!).

Non conosciamo gli usi e i costumi americani – è il commento rivolto all’insulso comunicato, sul sito dei Piccoli Martiri – ma nella nostra cultura si può parlare di condoglianze nell’immediatezza di un evento luttuoso… si può arrivare ad una, due settimane di ritardo. Non 80 anni… Avremmo preferito… che la Console avesse incardinato la sua lettera sul termine ‘scuse’ invece di ‘condoglianze’, non tanto per dover riconoscere le colpe…quanto per ammettere che quell’episodio non è costato la vita a duecento soldati di un esercito nemico armati di mitragliatori, pronti a combattere, ma a duecento bambini di una scuola elementare armati di quaderni e matite colorate… che non avevano colore politico, che non potevano essere considerati obiettivi militari da annientare per vincere la guerra. ”.

Dopo 80Nanni, l’anno scorso, il 20 di ottobre, per la prima volta, “il consolato americano ha partecipato alla commemorazione con Anthony Deaton, Console per la stampa e la cultura” (Alberto Giannoni, su “il Giornale.it”) e un mazzo di fiori bianchi è stato deposto ai piedi del monumento.

Oggi, a 80 anni di distanza, nell’Italia “democratica” e “antifascista” qualcuno lamenta che nessun presidente della Repubblica sia mai venuto a portare una corona di fiori agli scolaretti massacrati. Meglio così… senza intrusi! “Sine macula enim sunt ante thronum Dei” (Apocalisse di San Giovanni, XIV, 1-5).

sabato 16 settembre 2023

Dedicato all'unico vero, grande socialista

Dedicato all'unico vero, grande socialista del XX Secolo [ di Filippo Giannini ]

Ho ricevuto una lettera da persona che ha un orientamento politico simile al mio e che, fra l’altro, ha scritto: “Sarà destino degli italiani riprendere dall’esterno ciò che hanno rifiutato in Italia (…). I lavoratori italiani si renderanno conto del patrimonio che hanno gettato al vento (…)”.
I lavoratori italiani non “hanno rifiutato” e non “gettato al vento” il patrimonio che fu a loro lasciato da Benito Mussolini, per il semplice motivo che non potevano “rifiutare” ciò che non conoscevano, dato che sono stati ingannati da personaggi che hanno la cupidigia come prodotto e la menzogna come metodo.
Tu, lavoratore italiano – e lo posso affermare con la massima sicurezza – da sessanta anni (e forse da qualche anno in più) – sei stato ingannato, truffato e derubato dei diritti (quelli reali) che Mussolini ti aveva assicurato.
Per illustrare il mio asserto voglio avvalermi di un comunicato, rilasciato alcuni giorni fa, dal Presidente Provinciale dell’Anpi (Associazione Nazionale Partigiani Italiani) del Veneto, pubblicato su “Il Giornale di Vicenza”. Il comunicato, a firma dell’on. Franco Bussetto, Presidente dell’Associazione, chiede scusa per l’eccidio di Schio commesso nel 1945 da “schegge impazzite del movimento partigiano”. Non è questo l’argomento che voglio trattare (provvederò in altro momento), ma mi voglio avvalere di una frase, contenuta nel comunicato, molto in uso in quell'ambiente, cioè la raccomandazione: “Senza alcuna revisione storica”.
Secondo te, lavoratore, cos’è questo terrore della “revisone storica”? D’altra parte la Storia è soggetta ad una continua “revisione”, come attestano i più seri studiosi.
Si può revisionare la storia di Mazzini o Garibaldi, anche di Napoleone; addirittura, recentemente è stata revisionata la storia di Nerone; insomma, la storia di tutti i Grandi può essere revisionata, ma non di Mussolini e del Fascismo. Per questi, appena si pone qualche dubbio sull’autenticità dell’asserto che “la storia ha emesso la condanna definitiva e senza appello”, sorgono come anime dannate i “furbastri” i quali, per chiudere quelle corbellerie in cassaforte e renderle inattaccabili hanno posto a sentinella le leggi liberticide di Scelba, di Reale e di Mancino. Ma in quella cassaforte è rinchiusa anche la truffa che è stata perpetrata contro di te, lavoratore e ne garantisce la continuità.
Provo a spiegare i motivi del terrore che la parola “revisionismo” crea in un certo ambiente.
Tu, lavoratore, hai idea di quanto percepisce un parlamentare o senatore italiano, “un eletto dal popolo” e che dovrebbe essere al “servizio del popolo”? E le altre prebende che si sono “autoriconosciute”? I miei dati sono ripresi da un lavoro di Umberto Scaroni.
E’ recente la notizia che il Parlamento ha votato all’unanimità (senza astenuti), un aumento di stipendio per i parlamentari pari a circa 1.135,00 Euro al mese. Inoltre la mozione è stata camuffata in modo tale da non risultare nei verbali ufficiali. Operazione da banditi. I nostri “rappresentanti” percepiscono le seguenti somme: Stipendio base Euro 9.980,00 x 15 mensilità; “portaborse” (generalmente parente o familiare): Euro 4.030,00 al mese; rimborso spese affitto: 2.900,00 Euro al mese; indennità di carica: da Euro 335,00 circa a Euro 6.455,00 al mese. Biglietti stadio (tribuna d’onore, è ovvio); telefono cellulare, teatro, assicurazione infortuni ecc., tutto gratis e così a seguire, senza remora alcuna.
Con Mussolini tutto ciò era impensabile: il deputato o il senatore di allora, percepiva un “gettone di presenza”, perché era considerato un “onore essere al servizio del popolo”. E Mussolini, se andava allo stadio, si pagava il biglietto come qualsiasi altro spettatore. Vogliamo ricordare che “il tiranno” morì poverissimo e lasciò la famiglia tutta nella miseria?
Cominci a capire perché “la storia ha condannato Mussolini e il Fascismo senza appello”?
E questa è solo una parte, anzi una frazione.
Ti hanno mai parlato di come i tuoi diritti fossero garantiti dalla “Carta del Lavoro” (1927), dalla “Camera dei Fasci e delle Corporazioni” (1939) e, infine, dal “Manifesto di Verona” (1943)? Ti hanno mai parlato della legge sulla “Socializzazione”? Certamente no, o, tutt’al più, per rinnovare la truffa ai tuoi danni ti hanno descritto il tutto per quello che non fu, celando, invece, quello che è stato.
Con la “Socializzazione delle Imprese” (primo passo per “Socializzare lo Stato”) Mussolini poneva come base ed oggetto primario il lavoro in tutte le sue manifestazioni, con una differenza sostanziale rispetto a quanto sancisce la Costituzione “nata dalla Resistenza”; infatti questa lascia voi lavoratori alla mercé del sistema capitalista perché rimangono inalterati i rapporti fra capitale e lavoro. Invece lo “Stato del Lavoro Fascista” conferiva una assoluta preminenza del lavoro rispetto al capitale. Per maggior chiarezza, il capitale veniva accettato solamente quale strumento del lavoro.
Cos’è, allora, una “Azienda socializzata”? “L’azienda si dice socializzata quando viene gestita contemporaneamente dalle rappresentanze del capitale e dei lavoratori, togliendo la gestione stessa all’arbitrio dei capitalisti”. Ne consegue che il lavoratore potrà godere della ripartizione degli utili, come fu previsto nel citato “Manifesto di Verona”.
Il “capitalista” che per produrre ricchezza per sé sfrutta al massimo il lavoro altrui, spinto da questa sua volontà di ottenere i massimi guadagni con minime spese, costringe il lavoratore al massimo rendimento riconoscendogli il minimo salario.
Tutto ciò era inaccettabile per Mussolini.
E’ spiegato, quindi, perché il grande capitalista, i grandi industriali, la grande finanza internazionale abbiano foraggiato i movimenti antifascisti, pagandoli centinaia di milioni (del valore di allora) per assicurarsi, a guerra finita, la soppressione di quelle leggi a loro tanto invise.
Cosa che avvenne: ancora si sparava quando i partiti antifascisti, come primo atto (25 aprile 1945) con legge a firma di Mario Berlinguer (padre di Enrico) decretarono la fine delle leggi sulla Socializzazione.
Benito Mussolini era un vero rivoluzionario, era l’uomo che i lavoratori attendevano da secoli, ma ha avuto la sventura di cozzare contro la pochezza di alcuni uomini e, soprattutto contro le invincibili lobbies economiche e finanziarie internazionali.
Brevemente vediamo come e perché queste “potenze” si coalizzarono.
Pochissimi italiani hanno letto l’indegno “Trattato di Pace” che ci fu imposto (Diktat) nel 1947 dai “liberatori” e i cui tentacoli sono ancor oggi attivissimi. L’art. 17 di questo “diktat” proibisce tassativamente la ricostituzione di partiti o organizzazioni “fasciste”.
Anche ad un lettore poco smaliziato un impedimento così chiaramente antidemocratico può apparire incomprensibile. “Può apparire”, ma per i “grandi manovratori del mondo” è una preclusione che li salvaguarda. Il Fascismo nella sua spinta rivoluzionaria stava investendo quei settori, come abbiamo poco sopra accennato, i cui poteri sono inattaccabili. Tutti sanno che, almeno all’epoca, il valore del denaro era vincolato all’oro. Mussolini aveva “osato” mettere in discussione questo dogma e si apprestava a capovolgerlo; cioè il valore della moneta sarebbe stato vincolato al potere del lavoro e della produzione. Dato che i principi del fascismo si stavano espandendo in ogni angolo del mondo (Mussolini negli anni ’30 era l’uomo più popolare della terra), i possessori dell’oro, per parare il pericolo mortale, esercitarono il loro potere sull’apparato politico.
Assistiamo da anni ai grandi festeggiamenti per gli “anniversari dell’abbattimento del nazifascismo”. A prescindere che la Germania nazista poteva essere considerata solo un pericoloso concorrente commerciale – certamente a livello mondiale – ma niente di più, il vero nemico dei Paesi plutocratici (cioè dove le classi ricche sono egemoni nella vita pubblica) era il Fascismo: perciò ne fu decretata la morte.
Dal 1935 al giugno 1940 i “paesi democratici” misero in atto nei nostri confronti una serie di provocazioni per costringerci alla guerra, argomento che in questa sede non posso trattare perché esula dal tema, ma sulla cui esistenza ho ampia documentazione, e nella quale anche l’attestazione dello stesso Churchill.
E con la guerra fu la fine del Fascismo e l’inizio della grande truffa ai tuoi danni, lavoratore, perché fu bloccata una grande rivoluzione che poteva rappresentare un nuovo Rinascimento: “Il Rinascimento del Lavoro”.
E la truffa è ancora in atto; e affinché non perda di smalto, da ogni dove, di giorno, di notte, da destra, da sinistra, su “quell’uomo”, su “quel regime” vengono rovesciate menzogne: perché, come disse “qualcuno”,: ci sono uomini che debbono morire mille volte.
Quel che rende la cosa ancora più triste è che i profittatori, gli sfruttatori del tuo lavoro, per garantirsi la propria dorata esistenza, si sono avvalsi proprio di te, lavoratore.
Documento inserito .
                                                                                                                                           


domenica 3 settembre 2023

8 SETT. A MIGLIAIA RIFIUTARONO LA RESA

 

A MIGLIAIA RIFIUTARONO LA RESA
Erano i volontari che, prima della fondazione della Repubblica sociale italiana, decisero autonomamente di battersi al fianco dei camerati germanici su tutti i fronti.
Adriano Bolzoni

 




Comincerò col ricordare che gli uomini in armi nelle forze armate della Repubblica Sociale Italiana, giovani o veterani con più anni di guerra, volontari o delle leve del 1924-25, furono tanto numerosi da rendere perplesso e quasi incredulo, pur conoscendo la realtà, anche chi scrive.
Tutte le volte che, per non importa quale ragione, si ripresenta l'argomento, vale a dire la consistenza, la sostanza, la natura ed i caratteri dell'esercito della Rsi, ebbene, sono il primo a riconoscere che il fenomeno militare repubblicano ha veramente dell'incredibile. Eppure, come inviato di guerra, come giornalista combattente, in totale autonomia e libertà, in possesso degli accrediti necessari dei comandi italiani e della Wehrmacht, ho svolto i miei compiti dall'ottobre del 1943 all’aprile del 1945. Intendo dalla Gustav alla Gotica, dalla piana del Liri a Cassino, da Anzio a Nettuno sino alla Garfagnana, dal Senio al confine alpino francese, dal litorale adriatico alla Venezia Giulia, sino alla fine della campagna d’Italia.
Trascuro i dati forniti dal generale Emilio Canevari (che del nuovo esercito della Rsi fu uno dei creatori), contenuti anche nel "Rapporto Graziani", dove si fornisce la cifra di 780.000 uomini, però includendo circa 260.000 militarizzati. E’ invece scrupolosamente documentata, nella primavera del 1944, una forza di
327.000 uomini nelle diverse unità. Questo, volendo escludere dal computo i circa 150.000 uomini incorporati nella Guardia Nazionale Repubblicana.
Si voleva creare un esercito repubblicano nazionale chiaramente apolitico; si scartò l'idea che questo esercito fosse composto di soli volontari, mantenendo la leva perché il concorso alla difesa avesse carattere nazionale e popolare.
Solo il 28 ottobre del 1943, ben cinquanta giorni dopo l'8 settembre (e cinquanta giorni in quel precipitare di avvenimenti significarono molto ed ebbero un gran peso) il governo della Rsi emise due decreti-legge: il primo stabiliva lo scioglimento delle forze armate regie e la creazione di quelle repubblicane; il secondo dettava la legge fondamentale del nuovo esercito repubblicano.
E’ bene, per meglio valutare il vero miracolo della Rsi - la creazione di un esercito, mai dimenticando che (è anche il parere di chi scrive) fu il fenomeno militare-combattente della Rsi a nutrire la Repubblica Sociale -, considerare gli avvenimenti di quel periodo. L'8 settembre del 1943, dopo l'accettazione di un "armistizio" che si traduce istantaneamente nella resa senza condizioni al nemico e nel dissolvimento dell'esercito con la fuga del re, della corte e dei responsabili delle forze armate, è il caos generale. Il 9 settembre, gli Alleati sbarcano in forze a Salerno, il giorno 1 ottobre entrano a Napoli.
Le forze armate della RSI nasceranno, s'è detto, il 28 ottobre. Solo più tardi, dopo un nuovo sbarco degli Alleati ad Anzio, il 22 gennaio 1944, esse avranno capacità operativa, mobilità e consistenza. E intanto? Intanto e da subito, in pratica dal 9 settembre 1943, un numero stupefacente di italiani - in uniforme, in armi, bandiera tricolore alle spalle senza lo scudo sabaudo - continua a battersi, non accetta la resa. Non aspetta la liberazione di Mussolini dalla prigionia sul Gran Sasso, non aspetta la creazione della Repubblica Sociale Italiana, non aspetta la fondazione del nuovo esercito repubblicano.
I comandanti, gli equipaggi ed il personale dei servizi dei nostri sommergibili nelle basi francesi - battelli che operavano nell’Atlantico - non abbandonano il campo che li ha visti, per lunghi, durissimi anni di sacrifici e vittoriose imprese, a fianco di leali e in molti casi fraterni camerati di terra, uniti dall'identico destino del combattere in mare contro un nemico strapotente. Questo, per molte ragioni, può apparire piuttosto comprensibile. Altrettanto comprensibile può apparire l’immediato affiancarsi alla Wehrmacht degli uomini dei nostri battaglioni del genio (nebbiogeni), dislocati nel Baltico e dei reparti di specialisti di stanza in Germania. Si trattava di circa 22.000 effettivi. Il loro comportamento prima e dopo l'8 settembre fu tale, nell'adempimento del servizio, da non suscitare mai il minimo dubbio dei comandi tedeschi riguardo alla loro lealtà ed efficienza.
Combattenti italiani presenti in Germania o nella Francia occupata dalla Wehrmacht, si dirà, quindi la loro decisione di continuare a battersi a fianco delle forze tedesche poteva derivare dalla scelta di un male minore. Non è irragionevole pensarlo, con l'esclusione dei comandanti e degli equipaggi dei nostri gloriosissimi sommergibili atlantici, che davvero il disonore dell'8 settembre rifiutarono consapevolmente e senza esitazioni. Ma quel che accadde in Italia, sino alla creazione dell'esercito della Rsi, a cominciare dalle prime ore dopo l'annuncio dell’”armistizio”, quindi dell'accettazione della resa e del repentino miserabile capovolgimento delle alleanze, con l'amico che diventa nemico e viceversa, testimonia per la Storia e la stessa salute dei combattenti italiani, per una non trascurabile parte di loro, almeno la ragione prima e profonda del rifiuto dell’armistizio.


1)                2)  

  1.  Il Maresciallo di Italia Rodolfo Graziani fu tra i primissimi a prendere posizione per la ripresa della lotta e il rispetto dell'alleanza.

  2. Reparti di allievi ufficiai della Guardia Nazionale Repubblicana, alle dipendenze di Renato Ricci, schierati nel cortile di una caserma


Il caso, peraltro clamoroso e universalmente oggi conosciuto, dell’immediato costituirsi nelle strutture di San Bartolomeo, a La Spezia, di una unità di fanteria di marina, che poi divenne addirittura la Divisione "Decima" con i suoi battaglioni, raccogliendo poi anche gli equipaggi di natanti e mezzi d'assalto, è certo il più famoso, ma non il solo. Diffusasi la voce che la "Decima" inquadrava ed arruolava combattenti, sotto bandiera e comando italiani, un flusso sempre crescente di giovani volontari e militari di ogni arma e grado sommerse le strutture della Marina a La Spezia, sin dal 9 settembre, agli ordini del comandante Junio Valerio Borghese.
La Wehrmacht, impegnata nella strenua battaglia di contenimento a Salerno e nel controllo essenziale delle maggiori vie di comunicazione della Penisola (l'esercito regio s'era già dissolto), non aveva né intenzione né interesse ad affrontare uno scontro con dei reparti formati da combattenti decisi a battersi, all'ombra della bandiera nazionale, rifiutando l’armistizio. Quando il 17 ottobre venne costituita la Repubblica Sociale Italiana, già da lunghi giorni la "Decima" si trovava a tentare di risolvere problemi impossibili: come inquadrare, vestire, nutrire, armare e organizzare un numero esorbitante di volontari.
Sempre immediatamente dopo la proclamazione dell'armistizio, nelle tragiche, sconvolgenti e miserabili ore del "tutti a casa", forti reparti della "Nembo" e della "Folgore, paracadutisti già misuratisi in combattimenti davvero eroici, anche per riconoscimento del nemico, rimasero in campo. Non meno di 4.000 uomini. E non meno di 60.000 combattenti, veterani di guerra e giovani volontari, si aggregarono (là dove le operazioni li avevano visti affiancare le unità della Wehrmacht) ai reparti tedeschi. Ci volle del bello e del buono, ci vollero trattative condotte anche a muso duro, quando si costituirono le forze armate della Rsi, per recuperare quei combattenti che i comandi germanici si tenevano stretti .
Nessuno oserà negare che, immediatamente dopo la paurosa catastrofe dell'8 settembre, per quanti decisero di non cambiare fronte e di non sopportare, con la sconfitta, anche l’ignominia e il disonore, insieme al disprezzo del nemico, non si trattava di fanatismo politico, di costrizione, di "cartoline-precetto" o roba simile. E’ certo probabile che taluno o talaltro, in uniforme, si trovasse
nella condizione di seguire la volontà del reparto, dei commilitoni, di continuare a battersi contro gli Alleati, che anche troppo evidentemente stavano guadagnando la campagna d’Italia. Sì, questo è possibile. Ma questo non può riguardare, in nessuna maniera, la situazione dei piloti, degli equipaggi di volo e degli specialisti dell'Aviazione. Sarebbe bastato salire a bordo di un velivolo militare e volarsene al Sud.
L'Aviazione della Rsi, che poi inquadrò 36.640 uomini tra piloti, ufficiali, sottufficiali, avieri e personale navigante e a terra, immediatamente dopo l'8 settembre, nelle prime ore rovinose e degradanti, trovò all'origine i suoi combattenti. Nomi che forse non diranno nulla alle ultime generazioni - cinquantacinque anni dopo - , ma che la storia dell’Aeronautica militare tricolore non ha dimenticato, che la gloria ha accarezzato, che l'eroismo ha baciato. Botto, Visconti, Drago, Marini, Bellagambi, Faggioni, Vizzotto, Marinoni e i loro compagni (impossibile elencare centinaia di piloti da caccia, bombardieri e ricognitori) non attesero la creazione delle forze armate della Rsi. Ripresero a battersi. Sui loro velivoli, la coccarda tricolore.
Certo in maniera imprecisa, poiché esistono solo dati indicativi e cifre sempre approssimate, è però lecito indicare in circa 80-90 mila i combattenti, giovani volontari e veterani di guerra già in armi nel giugno 1940, che subito dopo l'8 settembre, e comunque prima della creazione della Repubblica Sociale Italiana e la fondazione del nuovo esercito repubblicano, rifiutando la resa e il capovolgimento repentino del fronte, decisero di continuare a battersi a fianco dell'alleato tedesco. Date le condizioni catastrofiche del Paese, l'avanzare delle armate anglo-americane, l'evidente strapotere del nemico, il clima caotico del "tutti a casa", il numero di chi si mostrò deciso a continuare il combattimento è da considerarsi letteralmente stupefacente.
Al Sud, dove almeno mezzo milione di uomini era ancora in uniforme e, sia pure malamente e disordinatamente, ancora inquadrato nelle diverse unità, per trovare circa 6.000 volontari destinati a formare il Corpo motorizzato del regio esercito (compresi i servizi e il reparto sanitario) da mettere in campo a fianco degli Alleati, i più validi e meno screditati comandanti dovettero compiere miracoli.
Una notazione aggiuntiva va fatta. Nessuno storico o ricercatore attendibile, e ve ne furono, ancorché largamente imparziali, come Roberto Battaglia di parte comunista (anche se a parer mio i termini di "storico” e "comunista" sono antitetici), ha mai preso per buone le pagine sulla resistenza di Pietro Longo. Questi, nel suo "Un popolo alla macchia " pubblicato nel 1947, elenca nel campo della guerriglia qualcosa come 114 divisioni di partigiani, forti di ben 471 brigate . Per la sola regione del Piemonte, Longo cita una dopo l'altra 196 brigate combattenti. Nel campo partigiano i termini di divisione e brigata non hanno nessun preciso riferimento alle conosciute unità militari di non importa quale esercito.
Normalmente una brigata partigiana poteva contare su tre o quattro dozzine di uomini, talvolta un centinaio di armati. E questo nel periodo conclusivo della guerra civile. Comunque, alla stregua di Longo o di Secchia, un cronista buffone potrebbe dire che, subito dopo l'8 settembre, basandosi sulla consistenza di un centinaio di armati ciascuna, gli italiani che affiancarono i tedeschi, e comunque intendevano continuare a battersi, formarono 600 brigate . Usando lo stesso metro, la pesante divisione alpina "Monterosa" della Rsi, che con l'artiglieria divisionale e i servizi superò numericamente, con i suoi 16.000 uomini, ogni altra grande unità in campo, allineò in battaglia almeno 120 brigate combattenti.
Chiunque può capire che tutto questo è supremamente stupido. Ragionando alla partigiana, il "Barbarigo", ch'era solo un robusto battaglione della "Decima", mandando i suoi circa 1.600 volontari sul fronte di Anzio, nella piana Pontina, non allineò 16 fantomatiche brigate, ma combattenti decisi al sacrificio. Ebbe, tra morti e feriti, circa 800 dei suoi effettivi. Insensato parlare dell’ecatombe di 8 brigate italiane alla difesa di Roma.
Conclusione. Immediatamente dopo l'8 settembre, prima della liberazione di Mussolini (del tutto sconosciuta la sua fine), prima della nascita di un governo della Rsi, prima della creazione delle forze armate repubblicane, nel disordine e nel caos generali, decine di migliaia di italiani rifiutarono la resa. Ritennero, ogni ideologia esclusa o accantonata, di scegliere quello che per loro era il campo dell'onore.

 


 

domenica 13 agosto 2023

i contrammiragli USA l'Etna la vedono sempre .. da Sigonella

i contrammiragli USA l'Etna 

la vedono sempre .. da Sigonella 

 


 🔴 i contrammiragli USA l'Etna la vedono sempre .. da Sigonella🤔


Alla vergogna ed alla mancanza di pudore dei media italiani siamo abituati oramai da sempre.
Svezzati (uso il plurale perché, malgrado il progredire della disinformazione organizzata del regime, non sono certo il solo a pensarla in questo modo) da oltre 50anni di battaglie politiche, sindacali, sociali (quasi sempre "perse") non dovrebbe stupire più di tanto noi "veterani" vedere, ascoltare e leggere argomenti perlomeno "fastidiosi". Se non altro in quanto palesemente faziosi e di dubbia interpretazione e valutazione. 
Premesso quanto sopra, sono letteralmente "schifato" dallo articolo (a firma Giuseppe La Barbera) pubblicato il 30 luglio 2023 dal quotidiano catanese La Sicilia con il titolo "Forse potevi vedere l'Etna invece quel cielo azzurro tremava di bombe e fuoco". 
Lo trovate allegato alla presente mia lettera, potete benissimo leggerlo per trarne le conclusioni che più vi aggradano.
Nel panegirico offerto dallo articolista alle memorie del Contrammiraglio statunitense Alan Goodrich Kirk (morto nel 1963, dopo essere stato ambasciatore in Unione Sovietica) si celebra la (reale) mostruosa potenza della marina americana e delle forze alleate che si presentarono all'alba del 10 luglio 1943 davanti alle coste siciliane per dare inizio alla Operazione Husky, ovvero il famigerato Sbarco. Supportato dal  suddetto Kirk e commilitoni, "tutti lì, per le stesse orgogliose ragioni, disposti a dare la vita per la democrazia e la libertà, di fronte allo stesso oceano, ODIANDO lo stesso nemico .." e via di seguito.
Ebbene, a distanza di 80 anni dal drammatico evento, una cosa balza evidente pur nel quadro dominato dai media del regime atlantista e filo americano (La Sicilia in testa) : per molti siciliani, per tantissimi italiani ed europei (persino antifascisti dichiarati) Kirk e soci INVASERO l'isola, non portarono affatto "libertà e democrazia", la occuparono e governarono (assieme alla mafia) fino al Trattato di Parigi del 1947. Con il quale gli USA imposero il proprio definitivo dominio sulla (imberbe) repubblica italiana, piazzando basi militari (autonome) in tutta Italia, Sicilia in primis. 
Ricordando che il 10 luglio del '43, sotto le cannonate navali del Kirk e le bombe degli aerei alleati, venivano ammazzati gli eroici soldati italiani e tedeschi che difendevano il territorio nazionale e che migliaia di civili persero la vita proprio grazie ai "liberatori" .. risulta evidente il "perché" del mio (non solo personale) sdegno. Siamo in tempi difficili, capisco persino che giornali e giornalisti debbano esaltare gli Stati Uniti e la NATO per preparare la opinione pubblica alla guerra (combattuta) contro la Russia. 

Ma sfugge loro che, proprio a causa dei vari Kirk, convinti di essere "paladini della democrazia e della libertà", oggi ci ritroviamo (specie a Catania) con il rischio di "scomparire in un secondo". Sigonella è sempre lì  ..
Vincenzo Mannello
Grazie per l'attenzione 

domenica 30 luglio 2023

24 Agosto 1943: in memoria di ETTORE MUTI

24 Agosto 1943: in memoria di ETTORE MUTI

Estate 1943, nell’Italia passata da Mussolini a Badoglio accadono cose strane. Ettore Muti, eroe di guerra pluridecorato, ex segretario del Partito Fascista, dà fastidio anche perché non vuol collaborare col governo nato dal golpe del 25 luglio che aveva rovesciato il Duce. Badoglio teme anzi che intorno alla figura di Muti possano riorganizzarsi i fascisti. E così, la notte tra il 23 e il 24 agosto per Muti scatta la condanna. Un’operazione sporca di cui, col tempo si è saputo ogni particolare.

ETTORE MUTI EROE D’ ITALIA


In una nazione in crisi di ideali, anche il ricordo di un eroe puo’ aiutare a crescere.
Ettore Muti, ravennate, classe 1902, prima di essere fermato da un colpo vigliacco alla nuca nell’estate ’43, è stato il vero ultimo eroe della storia militare e rivoluzionaria Italiana, alla faccia di chi la storia non la vuole insegnare, propinandoci solo miti esotici alla Cheguevara.
Ettore Muti è stato un giovane che si era ribellato, come altri suoi coetanei, alla standardizzazione del sistema e che, come pochi anni fa cantava Lucio Battisti, si è sentito libero di rifiutare le “ideologie alla moda” che nell’inizio secolo erano dettate dai grandi stati conservatori centrali: per Muti ed i suoi compagni solo l’uomo contava e non il blasone che lo rappresentava. Muti è stato un simbolo in quell’Italia di prima metà del secolo, che in pochi anni ha saputo ricostruire un paese arretrato e privato della sua personalità dai troppi colonizzatori, un’Italia che in quegli anni ha saputo esprimere il meglio della propria cultura di antiche tradizioni.
Certo molti Italiani già possedevano quei valori nel loro patrimonio, ma Muti è stato il sublime 
esemplare di eroe senza macchia e senza paura, pronto sia a difendere la libertà del popolo, che 
a sviluppare il moderno pensiero social-futurista nato tra gli arditi del D’Annunzio e sviluppato da sindacalisti come Corridoni o politici come Mussolini. Muti era affascinato dalla rivoluzione, fosse essa da rivendicare in Spagna come in Somalia, in Italia come in Anatolia. Ettore Muti SIGNORI, a sedici anni già si trovava a difendere l’Italia combattendo nei reparti d’assalto della prima guerra mondiale, mentre a quasi venti lottava da veterano a fianco del D’Annunzio per il diritto di Fiume ad essere una libera città.
Muti fu glorioso negli innumerevoli duelli vinti nei celi di mezzo mondo. Resta infatti famosa la battaglia di Alcazar, combattuta solo contro 18 caccia nemici, mandati tutti in fuga dopo averne abbattuto più d’uno.
Muti, anche dopo la sua morte, è stato il simbolo di quei giovani da poco diciottenni che, dopo il 1943 hanno preferito una morte onorevole, difendendo, con la divisa della Repubblica Sociale Italiana o con quella della Xa MAS i confini della patria dal tradimento dei savoia, fuggiti a Napoli dopo aver lasciato l’Italia nel caos, tra i tedeschi che sentendosi traditi e braccati schiacciavano la popolazione da una parte e con la forza sovrastante dell’esercito Slavo e Sovietico che premevano per annettersi la Venezia Giulia dall’altra parte. Anche a loro memoria, senza voler dare giudizi politici alle loro gesta, è dedicata la storia narrata in questa paginaMuti, nel suo essere soldato, cavaliere e rivoluzionario, non ha avuto mai paura di immolarsi per i suoi fratelli italiani; egli era e spero resterà per chi avrà la fortuna di conoscerne la storia, il simbolo di un’Italia che, in un breve arco di tempo, come una folgore nella sua millenaria storia, ha segnato indelebilmente la coscienza ed i cuori di un popolo forte e geniale; un popolo che, alle soglie del duemila, ha ancora bisogno di riconoscersi, per potersi criticare liberamente, sia nelle sue pagine più gloriose, come in quelle più tristi…. un popolo che non può non ricercare in quegli ideali l’energia per ribellarsi a quella morte lenta, chiamata “normalizzazione”.

Dal tronco del Fascismo, folgorato dal tradimento regio del 25 luglio, il 18 settembre, dopo l’infausta parentesi badogliana, rifioriva la nuova robustissima pianta dello squadrismo .
E come nel 1919 il fascismo fu prima di tutto squadrismo, cioè azione,così il fascismo repubblicano, risorgeva sotto il segno dello squadrismo.

Il giorno dell’appello-radio del Duce, restituitoci per divino disegno, da un pungo di eroi tedeschi, alcuni uomini delle vecchie squadre d’azione, ringiovaniti nello spirito, dal disperato ma contenuto dolore e dalla ferrea volontà di rinascita, si ritrovarono e si riconobbero, nella stessa parola d’ordine del Capo:combattere.Combattere per vincere.Vincere per ridare vita onorata all’Italia.
La passione di quei pochi, 18 in tutto, ben presto dilagava dall’angusta piazza di San Sepolcro, riaccendendo la sopita passione, rimovendo la perplessità accorata di molti, ancora attardati dal dubbio.Ma più ancora i “18” si ripresentavano alla vita vile degli italiani, supinamente disposti a subire l’onta della disfatta senza combattere, signori di coraggio e di audacia.
I ranghi della prima squadra “Ettore Muti”, ben presto si ingrossarono; nuove squadre dai cari indimenticabili nomi degli eroi della vigilia, si riformavano per incanto.
La rinnovata primavera del sangue, irrompeva travolgente nel buio inverno spirituale e morale della Patria, accorata ma non doma, dall’avverso destino.

La speranza ritornava in molte coscienze.Il rigagnolo ben presto diventava travolgente fiume.
Chi rimaneva contro di noi? Il numero poco conta.”Molti nemici, molto onore!”.
La lotta serrata e senza quartiere ben presto aveva ragione della piazza.Le case del fascio, chiuse dal governo del tradimento, venivano riaperte.Il fascismo riconquistava col sangue, il diritto a dirigere il Paese, sulla via dell’onore e del combattimento.
L’ambiente era presto tonificato e tutto intorno era promessa di rinascita.Il popolo assente prima, titubante poi, cominciava a riavvicinarsi al fascismo, sicura premessa di ripresa della coscienza dei doveri dell’ora.Le squadre di azione avevano così assolto al loro compito e per ordine del Duce, venivano sciolte.
Non volendo disperdere ma conservare e possibilmente potenziare lo spirito squadrista, per concorde decisione dei Comandanti delle squadre, veniva formata la Legione “Ettore Muti”.La quale, conservando intatte le forze spirituali del volontarismo squadrista, le potenzia in una quadrata ed organica formazione che, costituisce oggi una poderosa salvaguardia, contro le forze del disordine e del disfattismo.

“Il 19 marzo è la data di costituzione della Legione.Il 23 dello stesso mese, nella storica ricorrenza della fondazione dei Fasci di Combattimento, per ordine del Duce, una formazione mobile composta di 500 Arditi, in completo assetto di guerra, veniva avviata in zona di impiego.Il battesimo del fuoco, nella lotta antipartigiana, era quanto mai doloroso.Cadevano a diecine i nostri migliori.Ma dal loro sacrificio fiorivano le premesse di un più solido organismo.Nuove reclute affluivano.Tra queste parecchi renitenti, riconquistati al dovere;molti militari affascinati dalle gesta della Legione.La “Ettore Muti” col sangue dei suoi eroi, e l’ardimento degli Arditi, si era conquistata il suo “Mito”.
Da allora ad oggi, il numero degli Arditi volontari, è andato gradatamente aumentando, tanto da rendere necessario lo sdoppiamento della Legione in due formazioni.L’una mobile, dislocata in zona d’operazione, l’altra territoriale per i servizi di polizia ausiliaria.Troppo lungo sarebbe qui riepilogare le azioni compiute.Basta a riepilogarle l’ambito onore dell’ologio del Duce:” La Legione “Ettore Muti” è la mia “pupilla” e gli Arditi sono veramente tali, degni di portare il nome dell’Eroe”. Così il Duce.
Nel nome purissimo dell’Eroe ravennate e serrata nel cuore l’alta consegna, concludiamo con il giuramento di sempre: Con Mussolini e per Mussolini, ovunque e dovunque, fino alla morte.Questo è lo spirito; questa la ferrea volontà di tutti i “Mutini”.Oggi più di ieri, domani più di oggi; crescendo di amore e di dedizione”.

giovedì 20 luglio 2023

DEMOCRAZIA DEL LAVORO

DEMOCRAZIA DEL LAVORO

 

DAL BORDELLO NEL QUALE SIAMO STATI GETTATI A SEGUITO DELLA SCONFITTA (SI BADI BENE: SCONFITTA MILITARE, NON DELLE IDEE) DEL 1945, C’E’ UNA VIA D’USCITA?


DEMOCRAZIA DEL LAVORO (Per intenderci quella MUSSOLINIANA)

di Filippo Giannini
   L’11 marzo 1945, il fondatore del Partito Comunista d’Italia, Nicola Bombacci, parlando al Teatro Universale, di fronte alle Commissioni interne degli stabilimenti industriali, fra l’altro affermò: “Il socialismo non lo farà Stalin, ma lo farà Mussolini che è socialista”. 
E il 13 marzo successivo, parlando allo stabilimento industriale dell’Ansaldo, di fronte a più di mille operai disse: “Fratelli di fede e di lotta, guardiamoci in viso e parliamo pure liberamente: voi vi chiedete se io sia lo stesso agitatore socialista, comunista, amico di Lenin, di vent’anni fa? Sissignori, sono sempre lo stesso, perché io non ho rinnegato i miei ideali per i quali ho lottato e per i quali, se Dio mi concederà di vivere ancora, lotterò sempre. Ma se mi trovo nelle file di coloro che militano nella Repubblica Sociale Italiana, è perché ho veduto che questa volta si fa sul serio e che si è veramente decisi  a rivendicare i diritti degli operai”.
   Quale era la strada intrapresa da Nicola Bombacci? Per giungere allo Stato Organico, alla Socializzazione dello Stato, il passaggio era (ed ancora oggi dovrebbe essere) lo Stato Corporativo.
Michaal Shanks, economista di vasta esperienza internazionale, già direttore della Commissione europea degli affari sociali e presidente  del Consiglio nazionale dei consumi, nel suo libro What is wrong with the modern world? (Cosa c’è di sbagliato nel mondo moderno?) indica lo Stato Corporativo di Mussolini, di fronte al persistente crisi del liberismo e del marxismo, come l’unico modello per uscire dalle contrapposizioni vigenti nella Democrazia Parlamentare. 
Non c’è alternativa, conclude l’economista inglese: o lo Stato Corporativo o lo sfascio dello Stato.
   Oggi, anno 2011 Era LXVI dello Stato Sfascista, siamo giunti allo Sfascio dello Stato.

   È sotto gli occhi di tutti (a parte di coloro che ne godono i privilegi) le ingiustizie e le disuguaglianze che consentono e alimentano una società basata su sistemi liberali in politica e liberisti in economia. Questi sistemi sostenitori di una libertà che si trasforma inanarchia dove solo il più svelto, il più spregiudicato, il più privo di scrupoli, il più prepotente, il più imbroglione, il più ricco prevale su tutti. 
E ancora una volta ricordiamo l’ammonimento di Benito Mussolini: “La corruzione non è NEL sistema, ma è DEL sistema”, e possiamo aggiungere che ciò è ampiamente comprovato. Allora, giusto come ha scritto il giornalista Franco Monaco: “Per rifare l’Italia, per rifarla Nazione bisogna mandare all’aria anzitutto i partiti. Perché una vera democrazia è cosa ben diversa da quella di loro comodo, grottesca impalcatura di gole profonde. Una vera democrazia  non può fondarsi che sulla serietà pura e semplice del lavoro, quindi su una rappresentanza chiara, diretta e responsabile di tutte le categorie produttive”.
   Ora un po’ di storia.

   Prima con il Lodo di Palazzo Vidoni dell’ottobre 1925, poi con la Carta del Lavoro presentata il 21 aprile 1927 (sì, signori, addirittura più di ottanta anni fa) codificava, per la prima volta al mondo, i rapporti fra capitale e lavoro, cioè fra il proprietario di un’azienda e il lavoratore, basava l’intero sistema sulla collaborazione di classe in contrapposizione all’allora vigente lotta di classe, rendendo, in pratica, due forze non più ferocemente antagoniste, ma collaborative nel comune interesse. 
Di nuovo Franco Monaco (Quando l’Italia era ITALIA, pag. 47): “Questa unitarietà di comportamento dei datori di lavoro e dei lavoratori non poteva essere basata che su una loro uguaglianza totale: giuridica, politica ed economica. Perciò l’ordinamento corporativo ridimensionava il capitale, gli toglieva la vecchia arroganza padronale, lo faceva diventare strumento tecnico dell’economia, senza per altro mettere in discussione la proprietà privata”. 
La Carta del Lavoro fu la premessa legislativa necessaria per l’impalcatura dell’apparato corporativo. 
Con la creazione nel luglio 1926 del Ministero delle Corporazioni, nel 1930 vide la luce il Consiglio Nazionale delle Corporazioni.  
   L’insieme dell’edificio corporativo andava costruito in tempi assennati perché sottoposto a continue verifiche, limature, variazioni, aggiunte. 
A seguito di ciò, con la legge del febbraio 1934 il sistema corporativo appariva quasi compiuto, mancava solo la sostituzione della ormai praticamente esautorata Camera elettiva con un organo espresso dalle corporazioni. Le elezioni plebiscitarie a lista unica, nel marzo 1934 e conseguente impresa etiopica, avevano probabilmente ritardato la variazione istituzionale e la creazione del nuovo assetto rappresentativo corporativo.
   Nel 1939 entrò in funzione la Camera dei Fasci e delle Corporazioni, organo legislativo e rappresentativo, con 600 deputati chiamati Consiglieri Nazionali.
   La nascita dello Stato Corporativo rappresentò il tentativo di superare i limiti del così detto Stato liberale e l’incubo dello Stato sovietico. Il Secondo conflitto mondiale infranse l’esperimento in una fase che era già cruciale a causa dell’isolamento internazionale provocato dalle sanzioni e dall’autarchia. 
Così si espresse il Direttore de Il Giornale d’Italia in un vecchio articolo.
    Il Dottor Sebastiano Barolini di Pontinia (Lt) ha scritto che ha avuto la ventura di studiare il Diritto Corporativo che pone l’uomo al centro della Società e, riassumendo: 
1) Ridimensionamento dello strapotere dei padroni attraverso la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese; 
2) Partecipazione dei lavoratori agli utili delle imprese; 
3) Partecipazione dei lavoratori alle scelte decisionali onde evitare chiusure di aziende o licenziamenti improvvisi senza che ne siano informati per tempo i dipendenti, i quali sono interessati a trovare altre soluzioni atte a non perdere il posto di lavoro; 
4) Intervento dello Stato attraverso i suoi funzionari immessi nei consigli di amministrazione allorquando le imprese assumono interesse nazionale a maggior difesa dei lavoratori (altro che l’intervento di Marchionne); 5) Diritto alla proprietà in funzione sociale e cioè lotta alle concentrazioni immobiliari e diritto per ogni cittadino, in quanto lavoratore, alla proprietà della sua abitazione; 
6) Diritto alla iniziativa privata in quanto molla di ogni progresso sociale di contro all’appiattimento collettivista e alle concentrazioni capitaliste; 
7) Edificazione si una giustizia sociale che prelevi il di più del reddito ai ricchi e lo distribuisca fra le classi più povere attraverso la previdenza sociale, l’assistenza gratuita alla maternità e all’infanzia, le colonie marine e montane per i bambini poveri, l’assistenza agli anziani, il dopolavoro per i lavoratori, i treni popolari e via dicendo; 
8) Eliminazione dei conflitti sociali attraverso la creazione di un apposito Tribunale del Lavoro in base al principio che un cittadino non può farsi giustizia da sé altrettanto deve valere per i conflitti sociali ad evitare scioperi e serrate che tanti danni provocano alle parti in causa ed alla collettività nazionale; 
9) Abolizione dei sindacati di classe ormai ridotti a cinghie di trasmissione dei partiti che li controllano e creazione dei sindacati di categoria economica con conseguente modifica del Parlamento in una Assemblea composta da membri eletti attraverso le singole Confederazioni di categoria dei datori di lavoro e dei lavoratori; 
10) Attuazione, particolarmente nel Mezzogiorno, della bonifica integrale, che toglie ai latifondisti le terre incolte, le rende produttive e le distribuisce in proprietà gratuita ai contadini poveri.
   Nell’Enciclica di Pio XI Quadragesimo anno, si legge fra l’altro: “Ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari ed amministratori del capitale di cui però dispongono a loro grado e piacimento”. 
Insieme alle famose Encicliche Rerum Novarum Centesimus Annus si può affermare che le Encicliche papali sono la trasposizione politica dei problemi sociali che avevano proposto la Chiesa.
   Quindi rivolgiamo una esortazione ai giovani, ne va del vostro futuro: dedicatevi allo studio del Diritto corporativo e ignorate le interessate e fraudolenti, mendaci voci che vi parlano di spinte corporative o di iniziative settoriali corporative
Lo Stato Corporativo è tutto l’opposto perché è volto, attraverso l’esame dei programmi proposti dalle singole Confederazioni di categoria, a formulare una seria e globale programmazione economica ben diversa da quelle inconsistenti dall’attuale disonesto e incapace regime.
   Siamo ora declassati a Nazione di serie B a causa dell’incapacità e corruzione dell’attuale regime.
    A dimostrazione di quanto scritto, oltre al già citato Michaal Shanks, diamo la voce ad altri studiosi e autorità che sono al di sopra di ogni sospetto di simpatie per il passato regime.
Un riconoscimento alla validità della proposta corporativa venne addirittura da Gaetano Salvemini: 
“L’Italia è diventata la Mecca degli studiosi della scienza politica, di economisti, di sociologi, i quali vi si affollano per vedere con i loro occhi com’è organizzato e come funziona lo Stato corporativo fasci­sta. Giornali, riviste, periodici specializzati, facoltà di scienze politiche, di economia, di sociologia, delle grandi come delle piccole università, inondano il mondo di articoli, di saggi, opuscoli, libri che formano già una biblioteca di dimensioni rispettabili sullo Stato corporativo fascista, le sue istituzioni, i suoi aspetti politici, i suoi indirizzi di politica economica, i suoi effetti speciali”.
      In questo contesto non possiamo non ricordare che quando Mussolini, nel 1934, affermò. 
“L’America va verso l’economia corporativa”, disse molto meno di quanto non si potrebbe credere. L’America non riusciva a superare la crisi economica che l’attanagliava e Roosevelt, favorevolmente colpito dalla politica mussoliniana, inviò attraverso Italo Balbo, “parole di apprezzamento per l’organizzazione corporativa del nostro Paese”. 
In merito ha scritto Vaudagna: “In Italia intellettuali, politici e giornalisti videro nel New Deal una sorta di corporativismo in embrione, che seguiva la strada aperta dal fascismo”. 
Roosevelt, nel contesto di una economia che era sempre stata ispirata ai principi del più sfrenato ed incontinente liberismo, introdusse , con le buone e assai più con le cattive, il coordinamento economico da parte dello Stato, la qual cosa fu, non a torto, valutato come un punto di svolta determinante.
    Zeev Sternhell, ebreo, professore di Scienze Politiche presso l’Università di Gerusalemme, col saggio “La terza via fascista” (“Mulino”  1990), nel quale, tra le molte altre considerazioni, possiamo leggere: 
“Il Fascismo fu una dottrina politica, un fenomeno globale, culturale, che riuscì a trovare soluzioni originali ad alcune grandi questioni, che dominarono i primi anni del secolo”. L’autore continua a spiegare: “Le ragioni dell’attrazione esercitata dal Fascismo su eminenti uomini della cultura europea, molti dei quali trovarono in esso la soluzione dei problemi relativi al destino della civiltà occidentale>. 
Sono proprio le soluzioni sociali ad attrarre maggiormente il giudizio del  professore di Scienze Politiche:
“Il corporativismo riuscì a dare la sensazione a larghi strati della popolazione che la vita fosse cambiata, che si fossero dischiuse delle possibilità completamente nuove di mobilità verso l’alto e di partecipazione”.
   Torniamo a Roosevelt. Questi aveva impostato la campagna elettorale all’insegna del New Deal, ossia ad un vasto intervento statale in campo economico, proponendo un’alternativa al liberismo capitalista. 
Una volta eletto Roosevelt (e questo nel dopoguerra venne accuratamente nascosto) inviò, nel 1934, in Italia Rexford Tugwell e Raymond Moley, due fra i suoi più preparati uomini del Brain Trust per studiare il miracolo italiano.
   E allora, per tornare al titolo di questo pezzo, riprendiamo uno stralcio del lavoro di Lucio Villari:
“Tugwell e Moley, incaricati alla ricerca di un metodo di intervento pubblico e di diretto impegno dello Stato che, senza distruggere il carattere privato del capitalismo, ne colpisse la degenerazione e trasformasse il mercato capitalistico anarchico, asociale e incontrollato, in un sistema sottoposto alle leggi e ai principi di giustizia sociale e insieme di efficienza produttiva”.
 Roosevelt inviò Rexford Tugwell a Roma per incontrare Mussolini e studiare da vicino le realizzazioni del Fascismo. Ecco come Lucio Villari ricorda il fatto tratto dal diario inedito di Rexford Tugwell in data 22 ottobre 1934 (Anche l’Economia Italiana tra le due Guerre, ne riporta alcune parti; pag. 123): 
“Mi dicono che dovrò incontrarmi con il Duce questo pomeriggio… La sua forza e intelligenza sono evidenti come anche l’efficienza dell’amministrazione italiana, è il più pulito, il più lineare, il più efficiente campione di macchina sociale che abbia mai visto. Mi rende invidioso… Ma ho qualche domanda da fargli che potrebbe imbarazzarlo, o forse no”.  
   Erano gli anni che da tutto il mondo (e lo ripeto: da tutto il mondo) politici e studiosi venivano in Italia per studiare il MIRACOLO ITALIANO. Esattamente come oggi, vero? E chi può ci smentisca!
   Andiamo verso la conclusione e citiamo di nuovo Franco Monaco: “C’è una sola strada da percorrere, tutta italiana, ma preclusa ai grassatori: una strada da riprendere con un impegno non tribunizio, ma di studio e di ampia informazione pubblica, se si vogliono veramente ricostruire i valori crollati”.
   Per valori crollati, Franco Monaco si riferisce a quelli crollati nella non troppo lontana sconfitta militare del 1945, quando i liberatori ci imposero le loro leggi, quelle basate essenzialmente sul valore del dollaro.
Torneremo presto sull’argomento, in quanto convinti corporativisti.
Abbiamo ricevuto la mai che qui sotto riportiamo, con preghiera di “farla girare”. Cosa che facciamo con grande, grandissimo, anzi, infinito piacere.
 
 ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Ed ora leggete quanto segue:
    Il giorno 21 settembre 2010 il Deputato Antonio Borghesi dell’Italia dei Valori ha proposto l’abolizione del vitalizio che spetta ai parlamentari dopo solo 5 anni di legislatura in quanto affermava che tale trattamento risultava iniquo rispetto a quello previsto dai lavoratori che devono versare 40 anni di contributi per avere diritto ad una pensione.
Ecco com’è finita:
Presenti 525
Votanti 520
Astenuti 5
Maggioranza 261
Hanno votato sì 22
Hanno votato no 498
 i 22 sono: BARBATO, BORGHESI, CAMBURSANO, DI GIUSEPPE, DI PIETRO, DI TANISLAO, DONADI, EVANGELISTI, FAVIA, FORMISANO, ANIELLO, MESSINA, ONAI,
 MURA, PALADINI, PALAGIANO, PALOMBA, PIFFARI, PORCINO, RAZZI, ROTA,
 SCILIPOTI,  ZAZZERA.
 Ecco un estratto del discorso presentato alla Camera:  Penso che nessun cittadino e nessun lavoratore al di fuori di qui possa  accettare l’idea che gli si chieda, per poter percepire un vitalizio o una pensione, di versare contributi per quarant’anni, quando qui dentro sono sufficienti cinque anni per percepire un vitalizio. È una distanza tra il Paese reale e questa istituzione che deve essere ridotta ed evitata. Non sarà mai accettabile per nessuno che vi siano persone che hanno fatto il
 parlamentare per un giorno – ce ne sono tre – e percepiscono più di 3.000 euro al mese di vitalizio. Non si potrà mai accettare che ci siano altre persone rimaste qui per sessantotto giorni, dimessisi per incompatibilità, che percepiscono un assegno vitalizio di più di 3.000 euro al mese. C’è la
 vedova di un parlamentare che non ha mai messo piede materialmente in Parlamento, eppure percepisce un assegno di reversibilità. Credo che questo sia un tema al quale bisogna porre rimedio e la nostra proposta, che stava in quel progetto di legge e che sta in questo ordine del
 giorno, è che si provveda alla soppressione degli assegni vitalizi, sia per i deputati in carica che per quelli cessati, chiedendo invece di versare i contributi che a noi sono stati trattenuti all’ente di previdenza, se il deputato svolgeva precedentemente un lavoro, oppure al fondo che l’INPS ha
 creato con gestione a tassazione separata. Ciò permetterebbe ad ognuno di cumulare quei versamenti con gli altri nell’arco della sua vita e, secondo i criteri normali di ogni cittadino e di
 ogni lavoratore, percepirebbe poi una pensione conseguente ai versamenti realizzati.
    Proprio la Corte costituzionale, con la sentenza richiamata dai colleghi questori, ha permesso invece di dire che non si tratta di una pensione, che non esistono dunque diritti quesiti e che, con una semplice delibera dell’Ufficio di Presidenza, si potrebbe procedere nel senso da noi prospettato,che consentirebbe di fare risparmiare al bilancio della Camera e anche a tutti i cittadini
E ai contribuenti italiani circa 150 milioni di euro l’anno.
 
Non ne hanno dato notizia né radio, né giornali, né TV OVVIAMENTE. Facciamola girare noi!!!
   Oggi, 9 ottobre 2011 sempre LXVI Era Sfascista, il Presidente Giorgio Napoletano ha lanciato questo monito: <Dobbiamo ridare dignità e decoro alla politica >. La risposta data dal Parlamento italiano il 21 settembre (risposta poco sopra riportata), non è adeguata al monito?