martedì 24 luglio 2018

ITALIA SEMPRE PIU´ SERVA

Italia sempre più serva
La Sovranità assasssinata dalle parole del suo garante

di Clemente Mario Pansa
 
L’art. 1 della Costituzione recita:
«L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione»
Questo articolo, importantissimo perché è il «primo» della Carta Costituzionale e sancisce due aspetti fondamentali sui quali si basano i seguenti 138 articoli che la compongono.
Il primo aspetto: L’Italia è una repubblica democratica.
Il secondo: La Sovranità appartiene al popolo.
Dunque, cosa sta succedendo?
Sta succedendo un fatto gravissimo.
Colui il quale è preposto alla tutela ed alla tutela dei dettati costituzionali e che dovrebbe, quindi, garantire che questi principi fondamentali siano rispettati ed applicati, non solo non garantisce il rispetto e l’applicazione dei medesimi, ma è esso stesso il trasgressore.
Prendiamo atto che il Colle ha ciurlato nel manico dopo l’esito della votazione. C’è stata una coalizione vincente che, pur non avendo i numeri per poter da sola formare un governo, non è stata incaricata di tentare almeno di formarlo questo governo… e qui la prima violazione del primo principio sancito dalla Costituzione: L’Italia è una repubblica democratica… tanto democratica che un solo uomo si arroga il diritto di decidere a chi affidare l’incarico della formazione del governo, ignorando le «direttive» dell’elettorato.
Forse perché queste erano disallineate con quelle che arrivavano da Bruxelles e da oltre Oceano?
Forse. Anzi, probabile.
Siamo, tuttavia, consapevoli di essere in una fase molto delicata della nostra storia repubblicana. Si è usciti da una consultazione elettorale già da due mesi abbondanti ed ancora fervono le trattative per la composizione del nuovo governo.
Abbiamo, nel frattempo, corso il serio rischio che ritornassero al governo quei partiti bocciati nelle urne il 4 marzo scorso. Abbiamo corso il rischio che ministri arroganti ed incapaci (alcuni persino semi-analfabeti – ed è un eufemismo) responsabili dello sfacelo attuale, rimettessero piede a Palazzo Chigi, sotto l’ombrello protettivo del Quirinale e, probabilmente, sotto il suo auspicio…
E qui ci avviamo verso la seconda violazione del secondo principio sancito nell’articolo 1 della Carta Costituzionale: La sovranità appartiene al popolo… Infatti appartiene così tanto al popolo che un uomo solo si arroga il diritto di affermare che il nuovo governo non debba legiferare con provvedimenti favorevoli al sovranismo.
Ed ecco, quindi, la seconda, palese, inequivocabile violazione.
E non è finita qui.
Si arroga persino il diritto di esprimere preferenze per i ministri di dicasteri importanti e sensibili (quali ad esempio quello dell’economia e delle Finanze)…
Ora, se nessuno confuta il fatto che due più due faccia quattro, vien lecito e legittimo pensare che la violazione dei due su citati principi, faccia il paio con la facoltà che si è riservata di nominare i «ministri chiave»…
Bruxelles – e non è un mistero – per bocca dell’alcolizzato lussemburghese, fin dall’indomani dell'esito del voto del 4 marzo, aveva «suggerito» alla serva Italiadi nominare un governo tecnico, preoccupato per la vittoria di quei due partiti (Lega e M5S) che nel corso della campagna elettorale avevano chiesto voti per avere meno Europa e più sovranità…
Tramontata, dunque, l’ipotesi del governo tecnico (cui nessuno in Parlamento avrebbe concesso la fiducia) il Quirinale, obtorto collo, ha dovuto ingoiare la possibilità che quei due partiti si mettessero insieme per dare all’Italia il nuovo governo.
Ma…
Questo governo s’ha da fare, ma con l’imposizione di alcune condizioni.
Le abbiamo già indicate e lasciamo al Popolo Italiano la facoltà di fare le proprie osservazioni e di valutare il comportamento dell’Uomo del Colle.
Per quello che ci riguarda, siamo convinti che le spinte verso certe soluzioni non sono arrivate solo da Bruxelles, ma, come già accennato, anche da oltre Oceano.
Non dimentichiamo che l’Italia è una colonia degli USA con la presenza di oltre 100 basi militari statunitensi sparse su tutto il territorio nazionale e parlare di «sovranità» disturba i sonni tranquilli del manovratore americano.
E non dimentichiamo neanche il grande «suggeritore» italiano, presunto appartenente alla loggia massonica Three Eyes(1).
Nel gennaio del 2015, infatti, al Senato, il M5S chiedeva al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di riferire sulla sua affiliazione alla loggia massonica segreta sovranazionale aristocratica reazionaria Three Eyes, denunciata in un libro molto interessante del gran Maestro Gioele Magaldi.
Non ci risulta nessuna riposta da parte dell’interpellato.
Del resto, in Italia, questa è la prassi. Quando si arriva a certi personaggi, di certi livelli elevati, le indagini, neanche tanto misteriosamente, si bloccano e se ci sono prove, di qualsiasi genere, si distruggono.
Si distruggono, naturalmente, su ordine degli interessati.
Hai visto mai che rendendole note, ci scappi qualche rinvio a giudizio da parte di qualche solerte Magistrato che ha l’ardire e la tracotanza di far rispettare la Legge?
Ecco, appunto, ma esistono in Italia solerti Magistrati che abbiano la tracotanza e l’ardire di far rispettare le Leggi?
Lo sapremo nei prossimi giorni se qualcuno aprirà un fascicolo nei confronti del presidente della Repubblica per aver palesemente negato la sovranità della nostra Nazione.
Ma non fatevi illusioni!

                                                                                                                           
 

mercoledì 18 luglio 2018

L´EROE DI GIARABUB

L'eroe di Giarabub che fermò gli Angloamericani

Nel 1941, in Inghilterra e in America, si diffuse alla radio e sui giornali l´espressione the Giarabub´s man, 1´uomo di Giarabub, per indicare un nemico degli Alleati che aveva suscitato la loro ammirazione. Si alludeva a Salvatore Castagna, il maggiore dell´esercito italiano, che, in una sperduta oasi della bassa Cirenaica, con un pugno di uomini, aveva tenuto testa all´esercito inglese dal 9 dicembre 1940 al 21 marzo 1941. Salvatore Castagna era nato a Caltagirone, in provincia di Catania, il 14 gennaio 1897. Aveva appena compiuti gli studi medi superiori quando l´Italia, nel maggio del 1915, entrò in guerra. Deciso a prendervi parte i1 giovane diciottenne dovette eludere con uno stratagemma 1´opposizione dei genitori per arruolarsi come volontario. Dopo un breve corso di allievo ufficiale, nel novembre ebbe il battesimo del fuoco sul Monte Civaron, e per il suo eroico comportamento fu promosso tenente. Nel 1917, combattendo sul Carso, gli fu conferita la medaglia d´argento al valor militare; venne anche assegnato al servizio permanente effettivo per merito di guerra.
Pochi giorni prima della fine del conflitto il 26 ottobre 1918, fu ferito alla testa combattendo sul Grappa. La guerra contribuì a rivelare il giovane Castagna a se stesso, ne affinò il carattere, ne temprò la volontà: il romantico diciottenne e diventato un esperto e valoroso soldato, insofferente dell´inazione. E così, dal 1923 al 1925 prese parte alla riconquista della Tripolitania, in quell´Africa in cui nel 1937, col grado di Maggiore, ritornò come comandante prima de1 presidio dì Iefren, poi di Bardia e infine di Giarabub, dove lo sorprese 1´inizio della seconda Guerra mondiale per 1´ Italia.
Giarabub è un´oasi circondata da dune, a 50 chilometri dal confine egiziano e a 300 da1 mare. In essa nel 1856 una carovana aveva fondato uno dei più importanti santuari del mondo musulmano: scavati pozzi e piantate palme, l´oasi era stata recintata per otto chilometri di perimetro con mura massicce, e vi erano state costruite una scuola, una foresteria e una sede per la confraternita. Ai primi del Novecento, decaduto il convento, l´oasi era diventata un punto dì sosta delle carovane. Il governo italiano nel 1926 1´aveva occupata, d´accordo con quello egiziano, come posto dì controllo di frontiera, senza alcuna importanza strategica. Quando nell´aprile 1940 vi fu destinato il maggiore Castagna, in previsione della partecipazione italiana alla guerra il presidio era stato rafforzato, e risultava composto da 1340 militari italiani e 800 libici. L´armamento, modestissimo, vantava due cannoni dì piccolo calibro, 56 mitragliatrici, 12 mitra, oltre alle armi individuali.

Il 9 dicembre 1940, dopo sei mesi dall´inizio delle ostilità, le forze inglesi in Egitto, prevalentemente composte in quella zona da australiani, sferrarono 1´attacco che li avrebbe portati alla conquista di tutta la Cirenaica, ma solo il presidio di Giarabub resistette a tutti gli attacchi, sempre più lontano dalle altre zone di combattimento che, dopo la ritirata italiana da Bardia a Bengasi, erano a 700 chilometri di distanza in linea d´aria. L´assedio durò quattro interminabili, terribili mesi: la difficoltà dei rifornimenti aerei costrinse alla progressiva riduzione della razione giornaliera fino a mezza scatoletta di carne e ottanta grammi di gallette; si arrivò a dover sacrificare gli ultimi animali, i due cammelli e 1´asino adibiti a girare attorno a un pozzo per tirare su l´acqua. Ma gli inglesi non avevano fretta: sapevano che il presidio avrebbe capitolato per fame e continuavano ad alternare durissimi attacchi ad inviti alla resa.
Dopo tre mesi di resistenza, un giorno di metà marzo un aereo britannico lancia sugli assediati dei volantini dove di legge «Difensori di Giarabub, i vostri capi non vi hanno detto che abbiamo occupato l´intera Cirenaica catturando 150.000 prigionieri. Ogni sacrificio è inutile Arrendetevi. Noi vi tratteremo bene». Ne1 contempo da Tripoli giunge via radio 1´ordine di resistere fino all´esaurimento dei viveri, e poi arrendersi chiedendo 1´onore delle armi.



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venerdì 15 giugno 2018

PASCA, LA RAGAZZA DELLA DECIMA MAS

PASCA, LA RAGAZZA DELLA DECIMA MAS



La storia di Pasca, la ragazza della Decima Mas
( di Barbara Spadini)
Pasca Piredda, nuorese, proviene da una famiglia molto conosciuta.
La madre è cugina di Grazia Deledda mentre lo zio Franceschino Pintore, medico dei poveri, diverrà uno dei primi sindaci democratici di Nuoro. Franceschino è comunista, la famiglia Piredda è antifascista e frequenta noti antifascisti come Emilio Lussu e Mario Berlinguer;
Pasca, invece, già da ragazzina è una fascista entusiasta. Verso la seconda metà degli anni Trenta, mentre frequenta l’istituto magistrale, svolge un tema sulla mistica fascista che attira l’attenzione di Fernando Mezzasoma, ministro della cultura popolare.
Il gerarca fascista la vuole a Roma, dove Pasca frequenta un collegio del partito che forma assistenti sociali esperte di problemi femminili.
Pasca, nonostante il paese sia in guerra, per le campagne romane svolge un importante servizio in favore delle “massaie rurali”, insegnando loro i rudimenti dell’igiene. Nel mentre si laurea, alla “Sapienza”, in Scienze politiche e poi in Scienze coloniali, come consigliatole dal ministro Mezzasoma, per il quale continua a svolgere lavori di segreteria, scrive discorsi e lettere, corregge bozze.
La stima di Mezzasoma per Pasca è così radicata che quando, dopo l’otto settembre del 1943, Mussolini organizza la Repubblica Sociale italiana e richiama Mezzasoma al ministero della cultura popolare, questi la invita a seguirlo al Nord: Pasca accetta di buon grado l’incarico di segretaria di Mezzasoma.
Un giorno si presentano da Mezzasoma tre ufficiali della Decima Mas per proporre la diffusione di un comunicato radio, da far trasmettere dall’Eiar, per invitare i giovani ad arruolarsi nell’esercito repubblicano: i tre ufficiali “giovanissimi, bellissimi nelle loro divise, ardenti di amore patrio”, invitano a cena la bella Pasca, che risplende di mediterraneità: questa bellezza sarda poco più che ventenne, minuta, dai capelli corvini, dal sorriso dolce e leale viene da loro “rapita” e portata a La Spezia, dove la Decima ha il comando.
Appena arrivati inviano un laconico comunicato via telegrafo al ministro Mezzasoma: “Abbiamo arruolato nella Decima Flottiglia Mas Pasca Piredda con l’incarico di capoufficio stampa e propaganda”.
Pasca è la prima donna che entra nella Decima, rimanendo al comando di Borghese fino alla caduta della R.S.I.
Borghese le assegna il grado di sottotenente di vascello e il relativo stipendio (mille lire, una miseria, otto volte inferiore a quanto guadagnava al ministero).
Ai primi del 1944 Pasca passa a Milano, dove dirige il giornale della Decima, “La Cambusa”, stampato sotto i bombardamenti alleati in mezzo a mille peripezie e sempre guardato a vista tanto dai servizi fascisti quanto dagli alleati tedeschi.
Il 25 aprile, il nome di Pasca figura in un elenco di nominativi di ufficiali della Decima consegnato, per vie traverse quanto oscure, ai partigiani e subito individuata e scoperta, viene condotta a San Vittore. A mezzanotte è condannata a morte da un tribunale di guerra, all’alba viene fatta scendere in cortile con altri undici, forse dodici compagni di sorte: ”Tutti giovani, non so se fossero o no della Decima” e messa al muro: prima che il plotone d’esecuzione aprisse il fuoco, compare d’improvviso il partigiano «Neri», commissario politico della 52ª Divisione garibaldina, che la porta via: i servizi segreti inglesi e americani se la contendono per sapere da lei dove si è rifugiato Borghese.
Dopo un altro mese passato in cella a San Vittore, Pasca è processata e assolta per insufficienza di prove: tuttavia non viene liberata, ma deve subire una serie di trasferimenti da un campo di concentramento all’altro finché- mentre viaggia verso Taranto guardata a vista da due carabinieri- improvvisamente viene fatta scendere alla stazione di Civitavecchia. Qui l’aspetta lo zio Franceschino. Le fa poche feste, ma la riporta a casa. Nuoro non l’accoglie a braccia aperte: le strade della città sono tappezzate di manifesti che dicono: “Tornano gli assassini”.
Su consiglio del prefetto il padre la manderà a “villeggiare” sull’Ortobene: quando finalmente potrà tornare a Roma sarà di nuovo a fianco di Borghese nel lungo processo che il Comandante subirà fra il 1945 e il 1949.
La storia di Pasca è ben raccontata in un libro-intervista, «La ragazza della “Decima”», con prefazione di Luciano Garibaldi.
L’autrice non ha potuto vedere il libro a lei dedicato: è morta a Roma all’inizio del 2009.
 
 

sabato 12 maggio 2018

Voglia di guerra

Voglia di guerra

GIUSTIZIA KILLER E AMBIGUITA' GUERRA-OPERAZIONE DI POLIZIA

Nello scacchiere mondiale gli USA  (imitati da Israele) giocano sempre di più sull'ambiguità fra diritto e uso della forza, fra operazione di polizia e atto di guerra, fra esercizio della giustizia e assassinio.
Annullando nella pratica le norme più elementari del diritto, la Casa Bianca ci riporta indietro di molti secoli, riproponendo la barbarie della propria idea di giustizia. Persone sgradite al governo di Washington vengono accusate senza prove di certi reati, condannate a morte con una semplice dichiarazione, e l'esercito degli Stati Uniti si ritiene in diritto di intervenire nel territorio di qualunque paese del mondo per eseguire queste condanne a morte, anche uccidendo anche migliaia di altre persone innocenti.
  • 1980. Un tentativo di abbattere l'aereo su cui viaggia il presidente libico Gheddafi, operazione nella quale sono coinvolti aerei USA e della NATO, si conclude con l'abbattimento di un DC9 Itavia con 81 passeggeri a bordo. Dopo oltre vent'anni la magistratura sta ancora indagando sui fatti, lottando contro i depistaggi messi in atto dalla NATO per impedire che si faccia piena luce sulla  tragedia.
  • Dopo un attentato contro alcuni militari americani in Germania, gli USA accusano, senza prove, il presidente libico Gheddafi, bombardano Tripoli e Bengasi facendo molte vittime civili. Concentrando alcuni  attacchi sulla sua residenza, tentano di uccidere lo stesso Gheddafi, colpendo a morte una sua giovane figlia.
  • Durante la guerra del Golfo del 1991, gli USA tentano disperatamente di uccidere Saddam Hussein, e questa ossessione li spinge a colpire diversi obbiettivi civili (Amiria).
  • Nel corso dell'intervento in Jugoslavia del 1999 viene bombardata l'abitazione del presidente Milosevic.
  • L'intervento in Afghanistan del 2001-2002 viene giustificato col tentativo di uccidere Bin Laden e i membri di Al Qaeda, accusati, senza prove, di essere gli esecutori degli attentati dell'11 settembre in USA (solo successivamente Bin Laden rivendicherà gli attentati). I Talebani vengono sterminati solo perché, prima di consegnare Bin Laden, chiedono - come farebbe qualunque governo - che vengano fornite le prove della sua colpevolezza. Il Mullah Omar, per il semplice fatto di essere leader dei Talebani, ricercato con tutti i mezzi per l'uccisine immediata, è obbiettivo (mancato, sembra) di innumerevoli missili e bombe teleguidate.
  • Il 4 novembre 2002 Saed Sunian al-Harthi, presunto membro di Al Qaeda, individuato nello Yemen dalle telecamere di un aereo teleguidato  Predator viene ucciso, assieme a cinque persone che viaggiano con lui, lanciando un missile “Hellfire” che  incenerisce la loro auto.
L'assassinio senza prove e senza processo, e con coinvolgimento di altre persone innocenti, è diventato una prassi normale per gli USA.
Anche la pratica di intraprendere azioni militari di attacco senza che vi sia una dichiarazione di guerra, consente agli Stati Uniti ogni abuso. Il riconoscimento dello stato di guerra o meno, è essenziale ai fini del diritto penale. Per il giudice, chi uccide è un assassino in tempo di pace, non lo è invece il combattente in guerra, da qualunque parte stia.
Maestro di criminale doppiezza è il governo israeliano: soldati di Tel Aviv quasi ogni giorno attaccano città palestinesi uccidendo sia uomini in armi che civili (persino un giornalista italiano): per quelle stragi ma non vengono giudicati. Quando invece gli stessi soldati catturano palestinesi accusati di avere sparato o messo bombe, o di detenere semplicemente armi, li consegnano ai tribunali che li giudicano come criminali comuni.
I prigionieri catturati in Afghanistan sono com­battenti, peraltro di una nazione aggredita. Secondo le norme del diritto internazionale non possono neppure essere interrogati, e alla fine del conflitto, devono essere liberati. Invece sono stati trasportati nella base USA di Guantanamo, tenuti in condizioni inumane (perennemente con i piedi legati, in gabbie individuali,  all'aperto, totalmente isolati dagli altri e dal resto del mondo, interrogati e probabilmente torturati. Ven­gono giudicati da uno speciale tribunale militare senza che alcuno possa tute­lare i loro diritti ele­mentari (non vengono riconosciuti loro né le tutele dei prigionieri di guerra, né quelle dei criminali comuni). Tuttavia uno dei  prigionieri, John Walker Lindh, essendo di nazionalità americana, è stato separato dagli altri, portato in patria, e giudicato - con una certa clemenza - da un normale tribunale civile.
Gli attentati dell'11 settembre 2001 sono stati presi a pretesto dal governo americano per sospendere, in caso di persone sospettate di terrorismo internazionale, ogni garanzia giuridica, e avviare arresti e detenzioni coperte da segreto.
Ma peggiore sorte è toccata a circa 3000 Talebani catturati a Mazar-I-Sharif: prima sono stati dalle forze speciali USA interrogati e torturati con percosse per indurli a fornire informazioni su Al Qaeda; poi, da reparti di una milizia locale afgana  ma alla presenza di diversi militari americani, sono stati rinchiusi per diversi giorni in container; e in parte lasciati morire di fame, disidratazione o mancanza d'aria, in parte passati per le armi e sepolti in una grande fossa a Dasht Leili.
indice

DISPREZZO PER GLI ACCORDI  INTERNAZIONALI

 L'amministrazione Bush ha denunciato e boicottato un'infinità di convenzioni e importantissimi accordi internazionali. Non è solo il Protocollo di Kyoto sull'ambiente ad essere stato denunciato dagli Stati uniti.
  1. Nel dicembre 2001 gli Stati Uniti si ritirano ufficialmente dal Trattato sui missili antibalistici del 1972, distruggendo un accordo storico. Per la prima volta nell'era nucleare gli Usa rinunciano a un importante accordo sul controllo degli armamenti. 
  2. Convenzione sulle armi biologiche e tossiche del 1972, ratificata da 144 paesi tra cui gli Stati Uniti. Nel luglio 2001 gli Usa abbandonano una conferenza a Londra in cui si discuteva un protocollo del 1994, finalizzato a rafforzare la Convenzione provvedendo a ispezioni sul posto. A Ginevra, nel novembre 2001, il sottosegretario di stato John Bolton afferma che "il protocollo è morto" e contemporaneamente accusa Iraq, Iran, Corea del Nord, Libia, Sudan e Siria di violare la Convenzione, ma senza fornire prove o formulare accuse specifiche. 
  3. Accordo delle Nazioni Unite per mettere un freno al traffico internazionale illegale di armi leggere, luglio 2001: gli Stati uniti sono l'unico paese a opporsi. 
  4. Aprile 2001. Gli Stati uniti non vengono rieletti a capo della Commissione dell'ONU sui diritti umani, dopo essersi sottratti per anni al pagamento delle quote dovute alle Nazioni Unite (tra cui le attuali quote di 244 milioni di dollari) - e dopo aver costretto l'ONU ad abbassare la quota del budget spettante agli Usa dal 25 al 22%. (Nella commissione per i diritti umani, gli Usa sono virtualmente gli unici a opporsi alle risoluzioni che sostengono l'accesso a costi ridotti ai farmaci per l'Hiv/Aids, che riconoscono una alimentazione adeguata come diritto umano fondamentale, e che chiedono una moratoria sulla pena di morte.) 
  5. Trattato sul tribunale penale internazionale da insediare all'Aia per giudicare militari e leader politici accusati di crimini di guerra e crimini contro l'umanità. Firmato a Roma nel luglio 1998, il trattato è stato approvato da 120 paesi, con sette voti contrari (tra cui quello degli Stati uniti). Nell'ottobre 2001 la Gran Bretagna diventa la quarantaduesima nazione a firmare. Nel dicembre 2001 il senato americano aggiunge un emendamento a una proposta di legge per stanziamenti militari in base alla quale il personale militare Usa non ricadrebbe sotto la giurisdizione del proposto tribunale penale internazionale. 
  6. Trattato per il bando delle mine terrestri, firmato a Ottawa nel dicembre 1997 da 122 paesi. Gli Stati Uniti si rifiutano di firmare insieme a Russia, Cina, India, Pakistan, Iran, Iraq, Vietnam, Egitto e Turchia. Il presidente Clinton respinge il trattato, sostenendo che le mine sarebbero necessarie per proteggere la Corea del Sud contro l' "enorme vantaggio militare" della Corea del Nord. Clinton dichiara che gli Stati uniti aderiranno all'accordo "in seguito", nel 2006. Bush sconfessa questa dichiarazione nell'agosto 2001. 
  7. Protocollo di Kyoto per ridurre il surriscaldamento globale, 1997. Il presidente Bush lo dichiara "morto" nel marzo 2001. Nel novembre 2001 l'amministrazione Bush snobba i negoziati di Marrakesh (Marocco), finalizzate a rivedere l'accordo, soprattutto annacquandolo in un vano tentativo di ottenere l'approvazione degli Stati Uniti. 
  8. Maggio 2001. Gli Stati Uniti si rifiutano di incontrare i paesi dell'Unione europea per discutere, anche ai più bassi livelli di governo, lo spionaggio economico e la sorveglianza elettronica di telefonate, e-mail e fax (il programma Usa Echelon che ancora oggi continua a spiare qualsiasi forma di comunicazione esistente). 
  9. Maggio 2001. Gli Stati Uniti si rifiutano di partecipare ai colloqui sponsorizzati dall'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico a Parigi, sui modi per reprimere i paradisi off-shore finalizzati all'evasione fiscale e al riciclaggio del denaro sporco. 
  10. Febbraio 2001. Gli Stati Uniti si rifiutano di unirsi ai 123 paesi impegnati a bandire l'uso e la produzione di mine e bombe anti-persona. 
  11. Settembre 2001. Gli Stati Uniti si ritirano dalla Conferenza internazionale sul razzismo, che riunisce 163 paesi a Durban, Sudafrica. Il pretesto è che è "unilaterale" e "contro Israele". 
  12. Luglio 2001. Piano internazionale per un'energia più pulita: il gruppo G8 dei paesi industrializzati (Stati uniti, Canada, Giappone, Russia, Germania, Francia, Italia, Regno Unito): gli Usa sono l'unico paese a opporsi. 
  13. L'imposizione di un boicottaggio illegale nei confronti di Cuba, che attualmente sta diventando ancora più aspro. Nell'ottobre 2001, per il decimo anno consecutivo, l'Assemblea generale della Nazioni Unite approva una risoluzione che chiede la fine dell'embargo Usa, con 167 voti a 3: Stati uniti, Israele e le isole Marshall. 
  14. Trattato sul bando totale dei test nucleari. Firmato da 164 paesi e ratificato da 89 paesi compresi Francia, Gran Bretagna e Russia. Firmato dal presidente Clinton nel 1996 ma rigettato dal senato americano nel 1999. Gli Stati uniti sono uno dei tredici paesi che non hanno ratificato il trattato, tra quelli che hanno armi nucleari o programmi sull'energia nucleare. Nel novembre 2001, gli USA impongono un voto nel Comitato dell'ONU sul disarmo e la sicurezza per dimostrare la loro opposizione al trattato sul bando dei test. 
  15.  Nel 1986 la Corte internazionale di giustizia dell'Aja dichiara gli Stati Uniti colpevoli di violazione del diritto internazionale per "uso illegittimo della forza" in Nicaragua, attraverso i suoi interventi e quelli del suo esercito per procura, i contras (una guerra dell'amministrazione Reagan con 30 mila morti, centinaia di villaggi cancellati e 1 milione 350 mila profughi su una popolazione di 3,8 ml. di abitanti). Gli Usa rifiutano di riconoscere la giurisdizione della Corte. Una risoluzione delle Nazioni Unite che chiede l'osservanza della decisione della Corte viene approvata per 94 voti contro due: Stati Uniti e Israele.
  16. Nel 1984 gli Stati uniti lasciano l'UNESCO e cessano i loro versamenti al budget dell' United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization in seguito al progetto New World Information and Communication Order (Nwico) finalizzato a ridurre la dipendenza dei media mondiali dalle big four: le agenzie Ap, Upi, France Presse, Reuters. Gli Usa accusano l'UNESCO di "limitazione della libertà di stampa", di cattiva gestione e di altre cose ancora, nonostante il voto di 148 contro uno a favore del progetto Nwico nell'ONU. L'UNESCO termina il progetto Nwico nel 1989. Nonostante questo gli Stati Uniti si rifiutano di rientrare. Nel 1995 l'amministrazione Clinton propone di rientrare; la mossa viene bloccata dal Congresso e Clinton non insiste sulla questione. Alla fine, nel febbraio 2000, gli Stati Uniti pagano una parte degli arretrati alle Nazioni unite, ma escludono l'UNESCO, agenzia in cui non sono più rientrati. 
  17. 1989. Protocollo opzionale al Patto internazionale dell'ONU sui diritti civili e politici, finalizzato all'abolizione della pena di morte e contenente una norma che bandisce la condanna a morte per coloro che hanno meno di 18 anni. Gli Stati Uniti non firmano né ratificano il protocollo, e si auto-esonerano dalla norma predetta, diventando uno dei cinque paesi che ancora condannano a morte i minori (con Arabia saudita, Repubblica democratica del Congo, Iran, Nigeria). La Cina ha abolito questa pratica nel 1997, il Pakistan nel 2000. 
  18. Patto internazionale delle Nazioni Unite sui diritti economici, sociali e culturali del 1966, che copre un'ampia gamma di diritti ed è monitorato dal Committee on Economic, Social and Cultural Rights. Gli Stati Uniti hanno firmato nel 1977 ma non l'hanno ratificato. 
  19. Convenzione delle Nazioni Unite sulla prevenzione e la punizione del crimine di genocidio, 1948. Gli Stati Uniti l'hanno infine ratificata nel 1988, aggiungendo svariate "riserve" col risultato che per giudicare se un qualunque "atto nel corso di conflitti armati" costituisce genocidio, bisogna consultare obbligatoriamente la Costituzione americana e il "consiglio e consenso" del senato. Le riserve sono rigettate da Gran Bretagna, Italia, Danimarca, Olanda, Spagna, Grecia, Messico, Estonia e altri.
  20.                                                                                                                                  

martedì 8 maggio 2018

L’OLOCAUSTO DELLE DONNE FASCISTE MODENESI


L’OLOCAUSTO DELLE DONNE FASCISTE MODENESI
 
Il contributo di sangue pagato dalle donne modenesi, fasciste, o presunte tali, o semplicemente madri, spose, fidanzate e sorelle di fascisti è stato particolarmente alto.
Molte tra quelle che non pagarono con la vita la loro fedeltà o la loro scomoda posizione di donne dei fascisti, furono oltraggiate, seviziate, vilipese, violentate da orde di barbari che si comportarono, specialmente a guerra ultimata, come le peggiori truppe mercenarie dei tempi antichi che, sulle terre conquistate, avevano il "privilegio" di prendersi tutto quello che era possibile predare, comprese le donne. Ma, e questo è orribile, nemmeno i più fanatici guerrieri Apaches, passati alla storia come dei feroci e sanguinari guerrieri, torturarono e trucidarono le donne bianche come invece è successo nella nostra Italia e in particolare nella civile Provincia modenese.
Tra le tante donne uccise che è possibile trovare nella cronaca di questa ricostruzione, ne vogliamo ricordare alcune.
Ad esempio, la maestra Morselli Mirka, uccisa barbaramente a 22 anni a Monfestino semplicemente perché era amica di un ufficiale tedesco; o il caso della Signora Martini Gualtieri Aldina, bruciata viva nella sua casa a Montefiorino dai partigiani perché non volle loro aprire la porta della sua casa; o la giovanissima Balestri Irma, uccisa a Cavezzo dopo otto giorni di sevizie; e ancora a Cavezzo l'orribile esecuzione della signora Sala, vedova di 65 anni, uccisa assieme ai suoi due figli. E che dire della strage della famiglia Pallotti, dove una bambina di dodici anni fu lasciata agonizzante tutta la notte, mortalmente ferita, vicino ai cadaveri della mamma, del papà e del fratello.
Quante ragazze uccise e violentate alla presenza dei loro genitori! E’ sufficiente ricordare la bestiale uccisione, a Castelnuovo Rangone, di una ragazza di 23 anni, Gozzi Ines; a Gargallo di Carpi, della giovane Maini Evalda; a Cavezzo la diciottenne Nivet Maria Grazia; a Modena la giovane studentessa universitaria Bacchi Anna Maria.
A Carpi la diciottenne Pirondi Iolanda, a Campogalliano la ventiduenne Botti Carmen, ancora a Cavezzo madre e figlia di 38 e 18 anni, Cattabriga Stefanini Prima e Cattabriga Paolina e poi la signora Morselli Latina uccisa assieme al fratello e sempre a Cavezzo la famiglia Castellazzi composta da marito e moglie e dalla figlia diciottenne; in questa circostanza i partigiani violentarono a più riprese le due donne davanti al disgraziato marito e padre ucciso per ultimo.
E tante altre esecuzioni di donne innocenti: la ventunenne Pellacani Bruna a Bomporto, gettata in un pozzo nero. La Signora Bocchi Marisi Itala falciata assieme al figlio dai mitra partigiani.
Nella "letteratura" resistenziale antifascista, troviamo, quando si ricordano di citare qualche fascista, che queste persone venivano "giustiziate" per aver commesso il delitto di essere le donne dei fascisti.
Tante altre donne sono passate sotto le "particolari cure" degli eroici partigiani. A Villa Freto, nel 1954, fu scoperto il cadavere di una sospetta fascista tale Catellani Gina, uccisa nel mese d’Aprile del 1945; a Mirandola le signore Pignatti Iolanda e Paltrinieri Bertacchi Rosalia, di 39 e 31 anni, furono violentate e seviziate davanti ai loro rispettivi mariti e figli e poi sepolte vive; non lontano da questo centro della bassa, a Medolla, era barbaramente uccisa una ragazza di 23 anni, Greco Eva, assieme al fratello di 17 anni ed al padre.
Un discorso particolare deve essere fatto per le ausiliarie poiché queste donne avevano avuto il coraggio di vestire una divisa militare e condividere con i loro colleghi maschi i rischi che correvano trovandosi ad essere facile bersaglio delle imboscate partigiane; ne vogliamo ricordare alcune, cadute in territorio modenese: le ausiliarie Pittalis Maria e Bellentani Mara, la diciassettenne Malagoli Tiziana, la giovane di Castelfranco, Forlani Barbara, Bonini Bianca, Corradi Defais, De Nito Angela.
Queste eroiche ragazze, che volontariamente si schierarono al fianco dei soldati che aderirono alla RSI, sono state, nella storia d'Italia le prime donne a vestire una divisa militare creando il corpo del Servizio Ausiliario Femminile.
Se oggi ancora molti, ignorano quanto è stato fatto dalla Repubblica Sociale Italiana, nella sua pur breve vita, e dal suo esercito con quella lotta disperata, ancor meno conoscono ciò che le donne del Nord, dai 18 ai 45 anni, appartenenti a tutti i ceti sociali, seppero fare, in funzione dei loro altissimi ideali per salvare la memoria e l'onore, di fronte all'intero paese, dei loro padri e dei loro fratelli caduti su tutti i fronti.
E' questa una pagina della nostra storia ancora tutta da scoprire e da celebrare; subito dopo l’8 Settembre, centinaia e centinaia di ragazze si presentarono ai Comandi militari ed alle organizzazioni di Partito; volevano lavorare e lottare accanto ai soldati. Per la loro consistenza d'amore, negli eventi storici, le donne erano scese più volte in campo accanto ai loro uomini per superare assieme i pericoli, le persecuzioni, le lotte. Ma mai, in Italia, il generoso intervento della donna assunse l'aspetto di una partecipazione corale come in quei 600 giorni. Fu il loro, soprattutto, un atto d’amore verso la Patria, quella Patria così travagliata ma pur ancora formata da cittadini capaci di difendere e di combattere per l'onore come giuramento ideale prestato alla propria coscienza.
In questo clima, in questa audacissima ispirazione, le ausiliarie costituirono uno degli aspetti più espressivi di quel fenomeno volontaristico, che riuscì a creare un esercito al Nord della Linea Gotica e dove ne entrarono a far parte ben 5.000 donne.
Erano tantissime le volontarie che correvano ad arruolarsi nei reparti della RSI tanto che si dovette affrontare il problema costituendo appunto il Corpo del Servizio Ausiliario Femminile, SAF, costituito da varie specialità. Ausiliarie per i servizi ospedalieri, per i servizi militari, per i posti di ristoro, per la difesa contraerea.
Dopo due mesi di corso, le reclute prestavano giuramento alla RSI, secondo la formula stabilita per le forze armate, in seguito erano impiegate in servizio effettivo presso i reparti delle Forze Armate, della Decima Mas, e della GNR, che prendevano in forza le ausiliarie, sia amministrativamente, che disciplinarmente.
Per il particolare aspetto che assunse la guerra civile, in ogni momento della giornata, in ogni settore del loro lavoro, queste volontarie erano esposte ai più gravi pericoli. La serenità con cui li affrontarono, giovò sempre a mantenere la saldezza dei reparti combattenti e a rendere luminose le ore più critiche o quasi irreali, quelle drammatiche. Una forza superiore le sostenne anche nell'ora della morte, specialmente quando quella morte fu più dura per loro che per i soldati, poiché, come abbiamo visto per tanti episodi, i partigiani non seppero rinunciare, prima di ucciderle, ad ogni sorta di turpitudine e d’atrocità incredibili.
Le ausiliarie erano infatti militarizzate a tutti gli effetti, i loro fogli matricolari erano regolarmente trasmessi ai distretti militari e costantemente aggiornati. La divisa che indossavano, era di foggia militare, anche i gradi erano rapportati a quelli dell'esercito.
Tennero sempre a considerarsi del tutto uguali ai soldati e questo contribuì a dar loro quel comportamento esemplare che meravigliò, non solo gli stessi camerati, ma anche la popolazione che sostava sbigottita e commossa quando queste ragazze passavano impeccabili e perfette per le città mentre cantavano le loro canzoni, venate, a volte, di note dolorose, o quando infaticabili di giorno e di notte, sotto i bombardamenti, nelle retrovie, nelle stazioni ferroviarie, andavano e venivano con viveri, medicamenti, ordini.
Ma sapevano anche stare immobili per giorni interminabili accanto ai loro apparecchi d’intercettazione nelle baracche della contraerea per trasmettere le segnalazioni sui movimenti degli aerei, in particolar modo di quel "pippo" che tormentava le notti degli italiani del nord.
Ma le ausiliarie sapevano di essere osservate dalla gente e bersagliate dagli avversari, per questo esasperavano quasi la loro virtù trasformando sempre in sentimenti d’amore fraterno, l'ammirazione che nutrivano per i combattenti.
Erano oltre cinquemila le ausiliarie, un piccolo esercito; quante sono state le "trucidate"? Non è possibile stilare elenchi completi ed esaurienti; in ogni modo il loro sacrificio ha dimostrato al mondo quanta purezza ci fosse nei loro sentimenti e nel loro modo di operare di completa dedizione alla causa.
Ciò che fecero queste donne può essere sintetizzato nelle motivazioni per la proposta di medaglie al valor militare; di queste ne vogliamo appunto citare due, a ricordo di tutte le ausiliarie trucidate nelle "radiose giornate" della "liberazione".
L'ausiliaria Barbier Franca venne proposta, dall'alto commissario per il Piemonte per il conferimento della medaglia d'oro al valor militare alla memoria, con la seguente motivazione:
"Catturata dai partigiani, manteneva un contegno deciso rifiutando di entrare a far parte della banda e riaffermando la sua intransigente fedeltà all'idea. Condannata a morte dai fuorilegge, le fu promessa la vita se avesse rinunciato ai principi del fascismo. Rimase fedele nella sua fede e portata davanti al plotone d'esecuzione, ebbe la forza di gridare: "Viva l'Italia ! Viva il Duce !" ordinando da sola il fuoco. Di fronte al suo coraggio i fuorilegge non ebbero la forza di eseguire l'ordine. Fu uccisa dal capo con un colpo alla nuca".
L'ausiliaria Milazzo Angelina, venne proposta, dal Comando Generale SAF, per il conferimento della Medaglia d'argento al valor militare, alla memoria:
"Abbandonava gli studi per arruolarsi nel servizio ausiliario femminile. Durante l'addestramento era d'esempio alle compagne per fede e disciplina. Assegnata al Comando SAF di Vicenza, si meritava una citazione all'ordine del giorno per la capacità e lo spirito d'iniziativa dimostrati nel portare a termine una difficile impresa. In viaggio di servizio, durante un mitragliamento aereo, sacrificava coscientemente la vita per salvare una gestante già ferita. Suggellava con l'offerta suprema la fulgida vita di volontaria."
Nell'Italia d’oggi queste due eroiche donne non hanno avuto nessun riconoscimento, anzi sono state completamente dimenticate ed il loro sacrificio non viene posto ad esempio alle giovani generazioni. In Italia, il riconoscimento della medaglia d'oro è stato dato, da questa Repubblica, ai massacratori dei soldati altoatesini in Via Rasella a Roma da dove scaturì la rappresaglia tedesca delle Fosse Ardeatine. L'Italia "nata dalla resistenza" ha premiato, con il Ministro socialista Lagorio, questi "eroi". Quelle donne in camicia nera sono state invece presentate, come delle persone dedite a tutte le malefatte. Così è la riconoscenza nell'Italia d’oggi!

                                                                                                                                                    

mercoledì 2 maggio 2018

LE MAROCCHINATE DI ESPERIA "LIBERATA "


     LE MAROCCHINATE DI ESPERIA "LIBERATA

VOGLIAMO percorrere i tempi, prima che inizi la sarabanda in onore di coloro che
vennero a "liberarci" (a loro dire!). Pare proprio il caso di sollevare un po' di pol
re da una pagina vergognosa della 2^guerra mondiale che vide artefici i francesi,per
i quali, allo annuncio della guerra il "prode" traditore Badoglio abbia versato calde
lacrime. Strugge dentro, alla coltre di silenzio stesa sui crimini dei veri nemici defi-
niti "alleati e liberatori". Questo e' uno dei tanti crimini del CEF (corps expedition-
naire francais) che agi' agli ordini del gen. Juin. Il cef occupava il Garigliano fra i
corpi D'armata americano e inglese. L'11 maggio 6oo batterie aprono il fuoco sulle
difese italo-tedesche e spianare la strada alle orde marocchine del gen. Guillaume.
Queste truppe hanno avuto la promessa che saranno rispettate le loro tradizioni .
"col sangue agli occhi" vanno all'assalto di monte Maio e monte D'oro ma non trova-
no i nostri.
Sul loro cammino trovano inermi contadini: sui quali i marocchini potranno cogliere i frutti promessi
dai "liberatori". Il 18 maggio inizia la giostra. Devastano, violentano, stuprano. I francesi lasciano
correre, gli inglesi non vedono, gli ameri-cani tacciono: NOBLESSE OBLIGE! Rosa Moretti, viene
piu' volte violentata. C'e' una particolarita' ha 85 anni!!!
I "liberatori" entrano in casa di Achille Cuffa, lo massacrano e violentano le figlie (10 e 13 anni).
Poi vanno in chiesa dove seviziano e uccidono il parroco don Alberto Terilli.(Questo i preti "democra
tici lo sanno?). A Esperia bucano gli occhi delle icone, violano il Santo Sacramento, a Pontecorvo
marocchini e francesi sgozzano Vincenzo Sardelli ne violentano la moglia e uccidono i due bambini
(3 e 5 anni.
Per dare succintamente un'idea, a Pico una ragazza fu legata a una croce stuprata e uccisa; stessa
sorte segui' la sorella di 14 anni! 


"Secolo d'Italia" 30 agosto 1955 riporto' la notizia di una dodicenne violentata 42
volte dai marocchini, al ventesimo goumiers era gia' morta, ma la profanazione
continuo' imperterrita. Bestiale ed empia!!! Non esisteva eccezione per nessuno:
bambini, donne, vecchi. A don Alvise, parroco di esperia inferiore, che chiese pieta'
al maggiore Grandmougin, fu risposto:(Questi atti non si possono evitare perche'
sono le loro usanze). Questa era la "liberta" di Grandmougin, parroco francese uffi
ciale del cef, ricevuto dal papa dopo la "liberazione".Ecco questa e' la nostra cele-
brazione del ricordo dei veri invasori che furono gli angloamericani. Adesso l'Italia e' invasa con 113 basi e postazioni U.S.A. e' un "paese" a sovranita' limitata con uno "stato" FANTOCCIO- filoamericano.Abbiamo perso l'indipenden-
za, la nostra cultura, la nostra civilta' millenaria. 



Per il loro egoismo di guerrafondai DIO stramaledica inghilterra e america!!!!!!
!

domenica 29 aprile 2018

Furono crimini, ma democratici

Furono crimini, ma democratici

Nel 1965 il famoso storico tedesco Andreas Hillgruber scrisse un libro che è rimasto una pietra miliare negli studi sulla Seconda guerra modiale: La strategia militare di Hitler. Ripubblicato con aggiornamenti nel 1982, questo ponderoso libro (oltre ottocento pagine fitte di note e rimandi bibliografici direttamente attinti dalle fonti) è uscito in italiano nel 1986 (Rizzoli). Relegata in una noticina sperduta tra centinaia di altre, solo un attento lettore è in grado di rintracciare – quasi fosse l’epigrafe di un reperto archeologico – la frase decisiva: «Hitler rifiutò, nel periodo da noi preso in esame [il primo anno di guerra] gli attacchi puramente terroristici a centri abitati della Gran Bretagna, come aveva suggerito Jodl. In tutte le fasi della guerra aerea contro l’Inghilterra nel 1940-41… valsero solo obiettivi militari e industriali…». Gli storici lo sanno bene: la responsabilità di avere per primi deciso di colpire dal cielo i civili ricade infatti tutta e soltanto sugli inglesi.
Fu solo dopo la decisione, fortemente voluta da Churchill, di attaccare i centri abitati tedeschi che Hitler, dopo reiterate pressioni di Goering e di altri suoi collaboratori, si lasciò convincere a effettuare rappresaglie sulle città inglesi. E furono i bombardamenti sul centro di Londra e su Coventry. Nulla, tuttavia, in confronto con la rappresaglia della rappresaglia, lucidamente pianificata dagli strateghi angloamericani. La distruzione di Amburgo nel luglio 1943 e quelle sistematiche di Berlino, Dresda e di tutte le città del Reich grandi e piccole, fino all’ultimo raid del 25 aprile 1945, ridussero i precedenti bombardamenti tedeschi al rango di trascurabili esercitazioni pirotecniche. Il risultato è presto detto: ottocentomila civili tedeschi uccisi, secondo stime prudenti. E modalità di guerra giudicate criminali persino dai più tenaci democratici. Ad esempio, nel suo Tra le città morte: i bombardamenti sulle città tedesche: una necessità o un crimine? (Longanesi), lo studioso oxfordiano A. C. Grayling non può fare a meno di scrivere a chiare lettere che «lanciare deliberatamente attacchi militari contro le popolazioni civili allo scopo di provocare in mezzo ad esse terrore e morti indiscriminate è un crimine morale».
È esattamente ciò che decisero a tavolino i capi alleati: gli eccidi terroristici, oltre che essere misure punitive, avrebbero dovuto produrre il crollo del morale della popolazione affrettando la fine della guerra. Il risultato, come è noto, fu quello opposto: i tedeschi, lungi dal crollare psicologicamente, rinsaldarono il loro morale ad ogni massacro e tennero duro fino all’ultimo giorno. In particolare, sappiamo che la programmazione della tempesta di fuoco sperimentata con drammatico successo su Amburgo nel ‘43 (ottantamila morti dopo cinque attacchi consecutivi in una settimana), fu presa a modello dal Bomber Command britannico per le sue successive esibizioni. Il cui apice spettacolare fu Dresda, ma il cui metodo fu attuato su decine e decine di altre città. Si puntò a fare di ogni città un crogiolo: «Nel 1942 il gabinetto di guerra e lo stato maggiore dell’aviazione decisero di distruggere tutte le città tedesche con una popolazione superiore ai 100.000 abitanti», conferma Grayling. E quando si diceva “tutte” le città, si intendeva proprio “tutte”. La programmazione dell’eccidio di massa fu certosina. Il principe dei criminali, in questo disegno di sterminio attuato a distanza di sicurezza, fu il famigerato comandante del Bomber Command Arthur Harris. Fu lui, più di ogni altro, che «soddisfece il desiderio del premier» di operare vasti massacri di popolazione tedesca, facendo della politica del bombardamento una pratica scientifica eseguita con modalità industriali. Jörg Friedrich, nel libro La Germania bombardata. La popolazione tedesca sotto gli attacchi alleati 1940-1945 (Mondadori), scrive che, in una relazione a Churchill, Harris previde entro l’aprile del ‘44 l’annientamento «del 75% dei tedeschi residenti in città con più di 50.000 abitanti», avendo come fine dell’intera operazione la «desertificazione della Germania». Siamo dunque di fronte alla cosciente e minuziosa programmazione dello sterminio. Friedrich, a un certo punto del suo libro impressionante, afferma che «la devastazione subita dalla Germania fu superiore a quella sperimentata da qualsiasi civiltà fino a quel momento, eppure il Reich resistette un anno in più del previsto sotto gli attacchi del Bomber Command e di due forze aeree statunitensi».
Dresda. Veduta della città dopo i bombardamenti.
Gli americani e gli inglesi facevano studi accurati sulla consistenza degli edifici di ogni città tedesca, sulla conformazione e il materiale usato per ogni singola costruzione civile. Calcolavano la struttura dei solai e delle cantine, la collocazione dei muri maestri e delle travature, la dislocazione degli isolati urbani… un lavoro maniacale, con appositi uffici tecnici che si occuparono per anni dei più minuti rilevamenti aerei, con studi particolareggiati sulla dirompenza delle bombe e l’efficacia distruttiva degli esplosivi… un lavoro che alla fine portò al risultato voluto. Si trovò eccellente la combinazione di spezzone incendiario e bomba a liquido infiammabile che, ad esempio, nel caso tragico della cittadina di Pforzheim, produsse un ottimo fatturato di omicidi: «Nella fornace bruciarono dalle quarantamila alle cinquantamila persone… nel solo quartiere di Hammerbrook perirono trentasei abitanti su cento. Settemila bambini e ragazzi persero la vita, diecimila rimasero orfani», precisa Friedrich. I settemila bambini eliminati nel giro di un’ora nella sola Pforzheim avranno certamente ringraziato Churchill e Harris per aver fatto loro conoscere la potenza dell’ideale democratico piovuto dal cielo… ma è inutile continuare l’orrido necrologio. Bisogna leggere il libro di Friedrich per provare fino in fondo la nausea di fronte alla truffa del moralismo liberaldemocratico. I fini della guerra non c’entravano, c’entrava la voglia di massacro. Su Dresda diciamo poi solo poche cose. Recentemente è uscito in Italia il mistificatorio libro di Frederick Taylor Dresda. 13 febbraio 1945: tempesta di fuoco su una città tedesca (Mondadori).
Dresda. Ammassi di cadaveri dopo i bombardamenti.
L’autore intende subito fare i conti col precedente libro di David Irving, Apocalisse a Dresda (Mondadori), cercando di squalificarlo. Dice: Irving è uno storico discusso, si sa, Irving è screditato (ma da chi è screditato?)… Ha portato le prove che a Dresda furono ammazzati in poche ore centotrentacinquemila tedeschi, quasi tutti donne, bambini e vecchi in fuga dall’Armata Rossa? Ma si è basato su un documento coevo tenuto nascosto dalle autorità… dice Taylor che la verità, come risulta da certi documenti ritrovati a Coblenza, è che i morti non furono più di venticinquemila, al massimo, che so, quarantamila… Il fatto – continua Taylor – è che «c’era in realtà solo una spiegazione possibile. Era stato aggiunto uno zero per ragioni di propaganda…». Cioè Irving ha fatto propaganda (ma per conto di chi?), mentre invece Taylor dice la verità. L’incredibile affermazione di Taylor è dunque che si può fare storiografia semplicemente mettendo uno zero in più a una cifra… ma come fa a sapere che è così facile? Non sarà che, con uguale facilità, lo stesso zero può anche essere tolto? Ma allora, se è possibile dare i numeri con tanta disinvoltura – nonostante lo stesso Taylor dica che l’opera di Irving è «interamente documentata» – non viene in mente a nessuno che il medesimo trucco può esser stato applicato a proposito di altri, più noti eccidi di massa? Per i suoi calcoli, Irving si basò su un rapporto coevo che tenne conto non solo dei cadaveri ritrovati e riconosciuti, ma anche di quelli dispersi e presunti in base al ritrovamento di oggetti personali: la maggioranza dei morti se ne andò in cielo bruciata e fusa dal vortice di fuoco che turbinò su Dresda per giorni… e in ogni caso Irving rimase molto più basso del Tagesbefehl 47, un documento che registrava duecentoduemila morti verificati e ne stimava il totale a duecentocinquantamila… ma è un documento che Taylor dice semplicemente che è falso. Ce lo assicura lui e ci possiamo fidare…
Ma gli angloamericani non ammazzavano soltanto dal cielo. Non mancarono di sporcarsi le mani anche a distanza ravvicinata. La documentazione esiste. Solo che non ne parla nessuno. Quello che ha documentato James Bacque in Gli altri lager. I prigionieri tedeschi nei campi alleati in Europa dopo la 2a guerra mondiale (Mursia) è semplice: un milione di morti tra i prigionieri tedeschi, tra il 1945 e il 1947, lasciati «morire lentamente di fame davanti agli occhi dei vincitori, ogni giorno per anni». Un computo che, nell’altro libro di Bacque (che non è affatto un “revisionista”) Crimes and Mercies (pubblicato dalla Warner Book di Londra nel 1998, mai tradotto e ignorato dai media), raggiunge cifre da capogiro: se considerati nel complesso delle violenze angloamericane, francesi, slave e sovietiche, i civili tedeschi liquidati dai vincitori ascendono a nove milioni. In ogni caso, sono parecchi i casi in cui, anche a guerra in corso, gli americani applicarono l’eccidio come sistema abituale. Basta leggere Il prezzo della disfatta. Massacri e saccheggi nell’Europa “liberata” di Gianantonio Valli (edizioni Effepi). In scala molto più ridotta, quasi piccoli cammei di etica democratica, abbiamo eloquenti testimonianze sul comportamento angloamericano nel caso specifico italiano. Ad esempio, in La gioia violata di Federica Saini Fasanotti (edizioni Ares), in cui si ricordano i crimini alleati contro militari e civili italiani. In proposito lo stesso Mario Cervi, su “Il Giornale”, ha testimoniato che «gli eserciti che dovevano portare democrazia e riscatto compirono essi pure sopraffazioni, rappresaglie, stragi di innocenti, atti di barbarie».
È ciò che documentano Marco Gioannini e Giulio Massobrio in Bombardate l’Italia. Storia della guerra di distruzione area 1940-1945 (Rizzoli), in cui vengono messi in luce anche risvolti finora misconosciuti. Riferendosi ai bombardamenti indiscriminati sui civili dopo l’8 settembre, si scrive: «La ferocia di questa fase della guerra aerea è dimostrata anche dall’uso da parte alleata di armi proibite dalle convenzioni internazionali, come il fosforo bianco che sviluppa gas tossici…». Circa poi gli eccidi americani in Sicilia, Gianfranco Ciriacono ha scritto Le stragi dimenticate. Gli eccidi americani di Biscari e Piano Stella (stampato in proprio nel 2006), un lavoro molto documentato, che nel 2007 è stato confermato da uno studio apparso su “Il Giornalista”, pubblicazione dell’Università di Salerno. Si tratta di eventi drammatici. Tra i più noti, l’uccisione a freddo di trentasette soldati italiani prigionieri per mano del sergente Horace West, oppure l’eliminazione di settantatre soldati e sei civili italiani, di cui vi è traccia nei documenti della Corte Marziale di Washington e di cui ha scritto Roberto Coaloa su “Il Sole-24 Ore” circa un anno fa. Recentemente è uscito un piccolo libro di Guido Falqui Massidda, Germania, perdono (Nicolodi editore), in cui l’autore scrive che «centinaia di migliaia di persone – probabilmente milioni – furono uccise, stuprate, torturate, scacciate, spogliate di ogni loro avere solo perché tedesche… la bestialità umana sarebbe stata legalmente e deliberatamente scatenata per distruggere anche l’immagine, l’identità e la dignità di un intero popolo». E sente il bisogno di chiedere perdono alla Germania. Parole giuste e coraggiose. Ma sono gocce, nel grande oceano di menzogne e di deformazioni a senso unico. * * *
Tratto da Linea del 14 novembre 2008.