sabato 13 dicembre 2014

L'EROINA DI RIMINI (SANGUE ITALIANO)

L'EROINA DI RIMINI (SANGUE ITALIANO)



SANGUE ITALIANO

La prima pattuglia nemica entra in Rimini da Porta Romana. Il lungo viale dei platani che immette nel sobborgo XX Settembre con sullo sfondo le macerie della bramantesca chiesa della Colonnella, taglia col suo rettilineo cumuli di rottami: tutto è diroccato, lo stadio civico, la chiesa dei Cappuccini, la chiesa di San Giovanni, le case, i palazzi, il convento dei Cappuccini, la chiesa di Santo Spirito. Sul quadrivio della via Flaminia, di dove si dipartono la via nazionale di San Marino, la via dei Trai e la via XX Settembre, dondola un semaforo sospeso lassù a mezz'aria non si sa come, tra le rovine di ogni cosa all'intorno. La pattuglia canadese esita incerta sulla direzione da prendere. Il cielo è solcato dal rombo dei velivoli e delle cannonate che vengono dal mare, dalle colline e dalla parte opposta della città; crepitano in distanza le mitragliatrici, l'aria acre velata di fumo e di polvere. All'intorno, in qualsiasi parte volgano lo sguardo, i Canadesi non scorgono se non calcinacci, non una casa in piedi; le macerie si stendono per chilometri; tutta la superficie di quella che era la vivace, elegante e ricca città adriatica è una sola, immensa, caotica distesa di pietre: a malapena si distinguono i tracciati di quelle che furono le vie principali. Mentre la pattuglia sta per imboccare a caso la via XX Settembre, un'ombra si muove dietro un cumulo di rovine: i Canadesi spianano le armi, pronti a sparare. Non è un'ombra, è una donna, una giovane donna. Ella alza le mani e i Canadesi la circondano. Una granata cade sui ruderi dello stadio sollevando un nugolo di rottami. Il terriccio e la polvere entrano nella bocca e negli occhi. Alla deflagrazione la ragazza è rimasta immobile a braccia levate. Un Canadese le rivolge la parola in un gergo a base di francese. La ragazza si sforza di comprendere e alla fine riesce a capire la domanda del soldato. Costui chiede da che parte si vada per raggiungere la via Emilia. L'interpellata, dopo un'impercettibile incertezza indica con la mano la via dei Trai. Il Canadese si consulta coi compagni e torna a guardare la ragazza. Costei gli fa cenno col braccio invitandolo a seguirla. Il gruppo allora s'incammina. La ragazza, una popolana sui 18 anni, bruna, dalle membra forti, e slanciate, lacera e sporca, cammina spedita. La lunga e diritta via dei Trai conduce in piazza Tripoli, al mare, non all'arco di Augusto e alla Via Emilia. La pattuglia, composta di una ventina di uomini, più due soldati tedeschi prigionieri, procede nel tragico scenario della città morta; i Canadesi tengono i fucili spianati, pronti a far fuoco; i due Tedeschi, al centro dei gruppo, mostrano i segni della lotta nei volti e sulle uniformi, ma camminano marzialmente. La popolana li sbircia, di sfuggita: pare ai Tedeschi che quello sguardo abbia un significato. Quale significato? La giovane riminese continua a camminare, gli alberi che fiancheggiano la via sono diverti, tronchi e fronde ingombrano il passaggio, giacciono sulle macerie delle case. La popolana si volge a guardare i due Tedeschi, i quali questa volta sono loro a sorridere. Ancora pochi passi, poi una tremenda esplosione lancia in aria macerie e persone, avvolgendole in una nube di terriccio, di calcinacci, di informi rottami. Una pausa tragica. Un attimo di terrificante silenzio. Poi il gemito dei feriti. Un uomo poi si raddrizza sulle natiche, si netta il sangue dal volto, si leva in piedi. E' ferito ma salvo. I Canadesi morti in gran parte, sfracellati dallo scoppio. I rimanenti agonizzano. Agonizza anche la popolana, che ha avuto le gambe amputate e il volto ferito dalla formidabile esplosione. L'uomo che fra tutti si è salvato, uno dei soldati tedeschi, si accosta alla moribonda: ella gli sorride con una smorfia e riesce a dire penosamente: «Sapevo che qui esisteva un campo di mine... perché vi aveva lavorato mio fratello... vi ho condotto gli Inglesi perché sono stata violentata da due Australiani... in una casa colonica dove ci eravamo rifugiati... ho seguito questa pattuglia... volevo vendicarmi ... non sapevo come ... la sorte mi ha favorito ... ». L'eroina sta dissanguandosi; il suo volto diventa cadaverico. Il soldato tedesco non può far nulla per lei se non raccoglierne l'ultima parola: «Ho vendicato il mio onore». Il soldato tedesco si china sulla morente e la bacia in fronte. Quando risolleva il capo la giovane eroina è spirata. Questo ci ha raccontato il soldato tedesco dopo aver raggiunto i propri camerati all'altra estremità della città morta. Il soldato, che dopo un anno di soggiorno in Italia si esprime abbastanza bene nella nostra lingua, così ha commentato il suo racconto: «La ragazza non aveva indosso alcuna carta o qualsiasi documento di riconoscimento. Non ho potuto quindi sapere il suo nome». E si è rammaricato, il soldato tedesco, di non averglielo chiesto prima che ella spirasse. Il nome dell'eroina rimarrà sconosciuto forse per sempre, e così la storia di questa guerra ricorderà il leggendario episodio come quello della eroina riminese. Dell'anonima ma fulgida eroina riminese.





 

martedì 9 dicembre 2014

IL PROTOCOLLO HOSSBACH: LA DISTRUZIONE DI UN MITO


IL PROTOCOLLO HOSSBACH: LA DISTRUZIONE DI UN MITO


Sociale
Il ‘Protocollo’ Hossbach: la distruzione di un mito, di Dankwart Kluge, Leoni am Starnberger See (Baviera): Druffel Verlag, 1980. 168 pagine. DM 19.80. ISBN 3-80611003-4.
Da: The Journal of Historical Review, Autunno 1983 (Vol. 4, N° 3), pag. 372-375
Recensito da Mark Weber
Ci è stato ripetuto in tutte le salse che Hitler aveva l’intenzione di conquistare il mondo, o almeno l’Europa. Al grande Tribunale postbellico di Norimberga, gli Alleati vittoriosi provarono a dimostrare che Hitler e i suoi “scagnozzi” si erano infilati in una sinistra “cospirazione per arrivare ad una guerra di aggressione”. La più importante prova prodotta a sostegno di questa accusa fu ed è un documento conosciuto come il “Protocollo Hossbach” oppure “Memorandum Hossbach”.
Il 5 Novembre 1937, Hitler radunò alcuni alti ufficiali per una conferenza presso la Cancelleria del Reich a Berlino: il Ministro della Guerra Werner von Blomberg, il Comandante dell’Esercito Werner von Fritsch, il Comandante della Marina Erich Raeder, il Comandante dell’Aviazione Hermann Goering ed il Ministro degli Esteri Konstantin von Neurath. Era presente pure l’assistente militare di Hitler, il Colonnello Conte Friedrich Hossbach.
Cinque giorni dopo, Hossbach scrisse una relazione non autorizzata dell’incontro andando a memoria. Egli non prese alcuna nota durante la conferenza. Hossbach, dopo la guerra, sostenne di aver chiesto a Hitler due volte di leggere il memorandum, ma il Cancelliere rispose che non aveva il tempo. A quanto pare, nessuno degli altri partecipanti era a conoscenza della relazione del Colonnello sulla conferenza. Non considerarono quell’incontro nemmeno tanto importante.
Alcuni mesi dopo la conferenza, Hossbach fu trasferito ad altro incarico. Il suo manoscritto fu nesso in archivio assieme a molti altri documenti e dimenticato. Nel 1943, l’ufficiale di stato maggiore tedesco Colonnello Conte Kirchbach trovò il manoscritto mentre faceva delle ricerche in archivio e ne fece una copia per se stesso. Kirchbach lasciò l’originale in archivio e diede la sua copia a suo cognato, Victor von Martin, perché lo tenesse al sicuro. Poco dopo la fine della guerra, Martin consegnò questa copia alle autorità alleate di occupazione, che la usarono per presentare una versione ampiamente modificata da usare come prova incriminante a Norimberga. Frasi come quelle che citavano Hitler a dire: “ la questione tedesca può essere risolta solo con la forza “ furono inventate e inserite. Ma la cosa più importante è che il documento presentato a Norimberga è lungo meno della metà del manoscritto originale di Hossbach. Sia l’originale scritto da Hossbach che la copia Kirchbach/Martin sono totalmente (e convenientemente) scomparsi.
Secondo il documento Hossbach presentato a Norimberga e da allora ampiamente citato, Hitler disse ai presenti le sue considerazioni dovevano essere considerate come una sorta di “testamento finale” in caso di sua morte. La parte più incriminante cita Hitler che dice che le forze armate avrebbero agito al più tardi entro il 1943-45 per assicurare lo “spazio vitale” (Lebensraum) di cui aveva bisogno la Germania. Tuttavia, se la Francia fosse stata indebolita da una crisi interna prima di quel periodo, la Germania doveva agire nei confronti della Boemia e della Moravia (allora appartenenti alla Cecoslovacchia). Oppure se la Francia si fosse impegolata nella guerra (probabilmente con l’Italia) da non essere in grado di agire contro la Germania, in quel caso la Germania doveva prendere la Cechia e l’Austria simultaneamente. I presunti riferimenti di Hitler allo “spazio vitale” tedesco si riferiscono solo ad Austria e Cechia.
Quando Hitler arrivò al potere nel 1933, la Germania era militarmente alla mercé di nazioni straniere ostili. Il riarmo era iniziato lentamente e, agli inizi del 1937, a causa della penuria di materie prime, i reparti delle tre forze armate subirono dei tagli. Scoppiarono furiose polemiche fra i reparti  in merito agli stanziamenti disponibili.
Contrariamente a quanto suggerisce il protocollo Hossbach, Hitler riunì la conferenza del 5 Novembre 1937 in parte per riconciliare i litigiosi capi dei reparti militari e in parte per ravvivare il programma di riarmo tedesco. La politica estera era solo una questione supplementare. Hitler tentò di giustificare il bisogno di ricostruire la forza armata tedesca presentando casi esagerati ed ipotetici di crisi estere che avrebbero richiesto un azione militare, nessuna delle quali però avvenne. Hitler non annunciò alcun nuovo corso nella politica estera tedesca, ne tantomeno un piano per una guerra di aggressione.
A Norimberga, Goering testimoniò che Hitler gli disse privatamente, appena prima della conferenza, che lo scopo principale della conferenza stessa era quello “di mettere pressione sul Generale von Fritsch, poiché (Hitler) non era soddisfatto del riarmo dell’esercito “. Raeder confermò l’affermazione di Goering.
Come alcuni altri conservatori aristocratici e tradizionalisti, Hossbach divenne un acerrimo oppositore di Hitler e del regime Nazionalsocialista. Era intimo amico del Generale Ludwig Beck che venne fucilato nel 1944 per la parte avuta nella cospirazione che tentò di assassinare Hitler e di rovesciare il governo. Nonostante il suo diniego postbellico, è di fatto certo che Hossbach preparò la sua versione distorta della conferenza su pressione  di Beck per poterla usare al fine di screditare il regime di Hitler dopo aver messo in opera un colpo di stato. Hossbach era anche vicino all’Ammiraglio Wilhelm Canaris, capo del controspionaggio militare, e al Generale Ziehlberg, entrambi i quali furono fucilati per i ruoli avuti nel complotto assassino del 1944. Già nel 1938 Hossbach, Beck e Canaris erano a favore di un colpo di stato che rovesciasse Hitler.
Il memorandum Hossbach viene spesso citato nelle opere storiche famose come prova conclusiva dei progetti di Hitler per una guerra di aggressione. Un buon esempio ne è il best-seller, ma inaffidabile, Rise and Fall of the Third Reich (ascesa e tramonto del Terzo Reich), che presumeva che il protocollo riportasse “ il punto di cambiamento decisivo nella vita del Terzo Reich”.  Di questa conferenza critica, Shirer scrisse che il dado era tratto. Hitler aveva comunicato la sua decisione irrevocabile di entrare in guerra. Per il pugno di uomini che l’avrebbero diretta, non ci potevano essere più dubbi. Come molti altri giornalisti germanofobi, Shirer cita ingannevolmente il memorandum Hossbach come un documento affidabile. Egli distorce persino l’effettiva importanza bellica dei partecipanti alla conferenza. Dei cinque alti ufficiali presenti, tre (Bolmberg, Fritsch, Neurath) persero i loro incarichi dopo pochi mesi dalla conferenza. Raeder fu sostituito in qualità di Comandante della Marina nel Gennaio del 1943. Solo Goering era veramente vicino a Hitler.
L’importante ruolo del fraudolento protocollo Hossbach at Tribunale di Norimberga è un’altra schiacciante conferma dell’aspetto illegittimo del processo-farsa di questa impresa giudiziaria eccessiva senza pari nella storia. Sulla base del protocollo, che divenne il documento di Norimberga 386-PS, l’accusa del Tribunale dichiarò: “ un influente gruppo di cospiratori Nazisti si riunirono con Hitler il 5 Novembre 1937 per discutere la situazione. Fu messo in evidenza ancora una volta che la Germania doveva avere lo spazio vitale nell’Europa Centrale. Riconobbero che tale conquista avrebbe probabilmente incontrato resistenza la quale doveva essere abbattuta con la forza e che la loro decisione avrebbe probabilmente portato ad una guerra generale “. Il pubblico accusatore americano Sidney Alderman disse al Tribunale che il memorandum (“uno dei documenti più eccezionali e rivelatori di tutti quelli sequestrati”) toglieva ogni ombra di dubbio circa la colpa dei dirigenti tedeschi per i loro crimini contro la pace. Esso fu anche la base per la conclusione dei giudici di Norimberga che la “cospirazione tedesca mirante all’entrata in guerra fu presa alla conferenza del 5 Novembre 1937. Il documento fu decisivo nel condannare Goering, Neurath e Raeder per il ruolo avuto nella cospirazione criminale”. Il falso protocollo Hossbach era fin troppo tipico del genere di prova usata dagli Alleati vittoriosi a Norimberga per legittimare la  carcerazione e l’assassinio giuridico dei dirigenti della Germania sconfitta.
Non c’è alcun dubbio che il protocollo Hossbach abbia alcun valore come documento storico. Dopo la guerra sia Hossbach che Kirchbach dichiararono che la versione dell’accusa americana è diversa dal documento manoscritto che ricordavano. Hossbach testimoniò inoltre a Norimberga di non poter confermare che la versione dell’accusa corrispondesse totalmente al manoscritto che scrisse nel 1937. E nelle sue memorie ammise che, comunque, Hitler non profilò nessun tipo di “piano di guerra” all’incontro. A Norimberga, Goering, Raeder, Blomberg e Neurath (Fritsch era morto) denunciarono tutti il protocollo Hossbach come un grossolano travisamento della conferenza. Il protocollo parla solo della prima parte della conferenza, distorcendone quindi il suo vero aspetto. Il memorandum si conclude con la semplice frase: “ La seconda parte della conferenza trattava di questioni inerenti gli armamenti “. Nessun dettaglio in merito. Nel 1968 Victor von Martin qualificò il memorandum  con queste parole: “ Il protocollo presentato al Tribunale di Norimberga fu messo insieme in un modo tale da cambiare totalmente il significato dell’originale e può essere definito soltanto come una rozza contraffazione “.
Quando scrisse l’appassionante studio: The Origins of the Second World War (le origini della seconda guerra mondiale), A.J.P. Taylor ritenne il memorandum Hossbach un documento affidabile dell’incontro del 5 Novembre 1937. Tuttavia, in un supplemento, chiamato “Ripensamenti”, aggiunto ad altre edizioni, il rinomato storico britannico ammise che all’inizio si era fatto “trasportare” dalla “leggenda” del documento. La presunta importante conferenza era invece “un insieme di questioni interne”. Il protocollo stesso, faceva notare Taylor “  a parte l’auspicio di un incremento degli armamenti, non contiene direttive miranti ad azioni belliche “. Egli osservò mestamente che “ coloro che credono nei processi politici possono continuare a citare il memorandum Hossbach “. H.W. Koch, un docente all’Università di York, in Inghilterra, smantellò ulteriormente la leggenda in un articolo del 1968 che terminava dicendo che l’infame protocollo sarebbe “inammissibile in qualsiasi altro tribunale eccetto quello di Norimberga”.
Dankwart Kluge ha dato un valido contributo alla comprensione delle origini della Seconda Guerra Mondiale. Il suo studio rimarrà per anni come la più autorevole analisi di una grande frode documentaria. Questo interessante lavoro include il testo completo del protocollo Hossbach come appendice, quattro foto ed una esauriente bibliografia. L’autore nacque nel 1944 a Breslau (Wroclaw) nella Slesia. Dal 1974 ha lavorato come avvocato a Berlino Ovest. Kluge ha fatto un lodevole lavoro raggruppando il materiale proveniente non solo da tutte le fonti documentarie disponibili, ma anche da numerose interviste private e corrispondenze con testimoni chiave. Kluge difende la sua causa in modo avvincente, sebbene lo stile narrativo sia un po’ fiacco. Questo importante studio non lascia dubbi sul fatto che il tanto reclamizzato protocollo sia una revisione truccata di una copia non certificata di un originale non autorizzato, che è poi scomparso. Harry Elmer Barnes, al quale è dedicata l’opera, ne sarebbe stato entusiasta.
Traduzione a cura di: Gian Franco Spotti
                                                                                                                                      

domenica 7 dicembre 2014

IL PD E IL CRIMINALE COMUNISTA PALMIRO TOGLIATTI


IL PD E IL CRIMINALE COMUNISTA PALMIRO TOGLIATTI

Voglio evidenziare il fatto che i comunisti italiani, compresi coloro che attraverso vergognose fasi di polimorfismo si sono dati il nome di "democratici", tengano ancora in grande considerazione dei veri e propri criminali, nemici dell'umanità, a cui fanno riferimento con stima e ammirazione.
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Mi riferisco in particolare a Palmiro Togliatti, noto criminale e assassino dei suoi stessi compagni, numero due del Komintern, secondo solo a Stalin, di cui era servile esecutore.
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Nonostante il fatto che a questo schifoso personaggio, incarnazione del più bieco comunismo, siano da ascrivere responsabilità pesanti in termini di vite umane, palesate e confermate da studiosi e storici di fama mondiale, i pidiessini italiani ne celebrano gli anniversari della scomparsa.
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Non riescono quindi, i compagni, a nascondere la loro vera indole, che è quella di un camaleontico stereotipo bagnato dal sangue di vittime innocenti, e annualmente quindi osannano al carnefice, che hanno chiamato addirittura "il Migliore".
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Riporto di seguito un estratto da un articolo che è sintomatico degli anni in cui Togliatti imperava, scodinzolando dietro a Stalin, il più grande criminale della Storia.
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L'equazione : Togliatti = PCI = Stalin = sangue = PD esprime la crudezza di un anacronistico sistema di potere su cui tutti dovremmo riflettere, per evitare ai nostri figli e nipoti che si ripresenti loro un modello come quello tristemente famoso già sperimentato.
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Dissenso
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TOGLIATTI E I CRIMINI DEL PCI IN UNIONE SOVIETICA.
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Il mito comunista, dio vorace, s’è nutrito anche del sangue dei suoi fedeli, tra cui non pochi italiani, emigrati in Unione Sovietica per sfuggire al fascismo.
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Questi ultimi vennero poi epurati, e dall’Italia nessuno mosse un dito per impedirlo.
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E’ comprovato storicamente che anzi, Togliatti, come n° 2 del Komintern, ne avvallò l’esecuzione.
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Ma a tutt’oggi si è preferito preservare la leggenda Togliatti e il mito del “Migliore”, così come è ancora definito oggi questo criminale dai comunisti, che ne hanno celebrato l’anniversario della scomparsa proprio ieri, 21 agosto 2010.
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Facciamo un po’ di chiarezza su quanto avvenne in Unione Sovietica nel periodo in cui Togliatti era secondo solo a Stalin nella guida del Komintern, l’organo per la diffusione internazionale del comunismo:
Va sottolineato che le condanne a morte di antifascisti furono ben più numerose in Unione Sovietica sotto Stalin che non in Italia sotto Mussolini.
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Solo tra il 1935 e il 1939 – nel corso delGrande terrore - sono 110 gli italiani fucilati subito dopo l’arresto in seguito a processo sommario.
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Nel complesso la persecuzione riguardò 1.020 antifascisti della comunità degli esuli italiani.
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Le ricerche continuano tuttora da parte del Centro studi Memorial di Mosca e delle sue filiali nel territorio dell’ex Unione Sovietica con sempre nuove scoperte come il caso dei 550 italiani che vivevano lontano dalla capitale, ormai con la nazionalità russa, e che nel 1942 vennero deportati nel Kazachstan del Nord in quanto originari di un paese che era in guerra con l’Urss :
cittadini sovietici, ma stranieri, anzi nemici da internare.
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A questa vicenda e alla ricostruzione delle singole storie, Giancarlo Lehner, dal crollo dell’Unione Sovietica, ha dedicato più libri e ricerche, insieme a Francesco Bigazzi, da "Dialoghi del terrore" (Ponte alle Grazie, Firenze 1991) a "La tragedia dei comunisti italiani" (Mondadori, Milano 1999).
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Ora con “Carnefici e vittime. I crimini del Pci in Unione Sovietica” (Mondadori, Milano 2006, pp.436) Lehner traccia un quadro organico avvalendosi di nuovi documenti inediti che riguardano in particolare gli interrogatori degli incriminati :
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un museo degli orrori dove vediamo comunisti accusati di essere fascisti e agenti controrivoluzionari ;
prima protestano e poi sono costretti a firmare verbali in cui ammettono fatti assolutamente falsi e assurdi.
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Ma Lehner pone soprattutto una questione storica :
dov’è, e in che cosa consiste la soluzione di continuità con questo passato ?
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Questo è, in sostanza, il quesito circa la resa dei conti con il comunismo in Italia.
In che misura si può scindere il Pci da Togliatti ?
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E ancora :
si può scindere il Togliatti segretario del Pci nel dopoguerra dal Togliatti-Ercoli, dirigente del Komintern negli anni Trenta ?
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Si può scindere il Togliatti italiano” a sua volta in due :
il Togliatti sotto Stalin dal Togliatti dopo Stalin ?
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Il partito nuovo costituito da Togliatti nel dopoguerra ha i suoi dirigenti e quadri nazionali e locali che sono iscritti al partito dagli anni Trenta, e vede al suo vertice numerosi dirigenti direttamente coinvolti in quei fatti :
una “storia segreta” i cui custodi erano definiti dai più giovani – ricorda Fabrizio Onofri (dirigente comunista) – «quelli che sapevano».
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Infatti su questa vicenda – la persecuzione e il massacro degli antifascisti - le denunce non sono mai mancate da parte dell’antifascismo non comunista, ma in Italia il “muro di gomma” predisposto dal Pci ha inesorabilmente retto lungo i decenni :
fino allo scioglimento del Pci questo argomento è stato ritenuto un’invenzione, una provocazione e comunque un’esagerazione, ordite con intento di sabotaggio dell’antifascismo.
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Eppure le prime proteste risalgono proprio all’inizio del Grande terrore stalinista, in cui Togliatti fu subito attivo e zelante.
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Già nel dicembre 1934, poco dopo la misteriosa uccisione di Sergej Mironovic Kirov, il segretario del Pcus di Leningrado, quando Stalin ordina l’epurazione di massa, il Pci su disposizione di Togliatti espelle immediatamente dieci emigrati esponendoli alla polizia sovietica, e stende una lista di 501 nominativi che diffonde anche all’estero indicandoli come spie e provocatori.
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L’epurazione riguarda anche le altre comunità di esuli stranieri ;
tra questi il caso più noto in Europa è quello di Victor Serge, conosciuto soprattutto a Parigi in quanto fino ad allora era stato il traduttore “ufficiale”delle opere di Lenin in francese.
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Nel giugno del 1935, al “Congresso Internazionale degli scrittori per la difesa della cultura”, una tra le più famose iniziative di unità antifascista promosse dal propagandista del Komintern, Willy Munzenberg, esplode il caso dell’antifascismo perseguitato a Mosca.
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Nel suo intervento Gaetano Salvemini denuncia l’arresto di Serge accomunando Stalin a Hitler :
«Non mi sentirei in diritto di protestare contro la Gestapo e contro l’Ovra – afferma – se mi sforzassi di dimenticare che esiste una polizia politica sovietica.
In Germania vi sono i campi di concentramento, in Italia vi sono isole adibite a luoghi di pena, e nella Russia sovietica vi è la Siberia.
È in Russia che Victor Serge è prigioniero
».
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L’intervento di Salvemini scuote la platea, scoppiano tafferugli con i comunisti che aggrediscono gli antifascisti che applaudono.
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André Malraux, che è il presidente effettivo, per calmare i comunisti, assicura che non permetterà più che dalla tribuna si parli di Serge.
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Ma Carlo Rosselli pubblica l’intervento di Salvemini nel numero del 28 giugno di Giustizia e Libertà e si diffonde così una protesta che mette in imbarazzo gli intellettuali come André Gide (che presiedeva l’assise insieme ad André Malraux) impegnati a fianco dei comunisti.
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Gide è quindi costretto a recarsi all’ambasciata sovietica per chiedere informazioni sulla sorte di Serge.
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La costellazione dei “comitati unitari antifascisti” ne fu talmente scossa che Stalin decise di chiudere il caso espellendo Serge dall’Unione Sovietica (andrà in Belgio perché Francia e Gran Bretagna rifiutarono di accoglierlo).
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Fu quindi proprio Victor Serge che alla caduta del fascismo, quando Togliatti diventa ministro della Giustizia nel governo Bonomi, invia una “lettera aperta” al Guardasigilli comunista scrivendo :
«Signor Ministro che ne è degli antifascisti italiani rifugiati in Urss dall’epoca in cui la rivoluzione russa offriva generosamente asilo ai perseguitati di tutto il mondo ?».
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In particolare Serge chiede notizie di Luigi Calligaris.
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Calligaris era appunto nell’elenco di Togliatti del 1934.Arrestato e deportato, scomparve nel nulla.
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Nell’ultimo verbale di interrogatorio eseguito l’8 gennaio 1935 faceva appello a Togliatti-Ercoli.
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Togliatti in seno al partito così liquida Serge quando qualcuno gli chiede una spiegazione :
«Un provocatore trotzkista belga che deve la vita alla campagna di stampa borghese per la sua liberazione dalla Lubianka aizzata da Gaetano Salvemini
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Per valutare questi primi passi del Togliattiitaliano” va ricordato che per l’occasione egli pubblicò nell’Italia liberata il testo dell’articolo da lui scritto proprio nel 1936, a giustificazione dei processi degli anni Trenta, caratterizzati dalle confessioni a pioggia degli accusati di fronte al Tribunale moscovita.
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«Nessuno – sono le parole riproposte dal nuovo Ministro della Giustizia – può mettere in dubbio l’autenticità di fatti confermati da una riprova che è sempre stata considerata, da quando esistono al mondo una giustizia e dei giudici, come decisiva e irrefutabile : la confessione degli accusati.»
Titolo della pubblicazione :
"Il complotto contro la rivoluzione russa" (edizioni Ear).
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Il Pci nel dopoguerra, nel segno dell’unità antifascista, ha gioco più facile che nella Parigi del 1935 nel far calare il sipario sul caso della persecuzione degli emigrati antifascisti in Unione Sovietica.
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A far eco a Togliatti sulla bontà dei processi di Mosca è proprio Joseph E. Davies che, nel 1936-1938, li aveva seguiti in prima persona come “osservatore” di Franklin D. Roosevelt in quanto ambasciatore americano a Mosca.
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Nel 1945 viene infatti pubblicato a Roma il suo libro di memorie – "Missione a Mosca"(Donatello De Luigi, Roma) – in cui rassicura l’Occidente sulla nomenklatura sovietica («I dirigenti dell’Unione Sovietica hanno convinzioni sincere e propositi onesti»), sulla regolarità dei processi e la colpevolezza degli imputati.
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Commentando il processo Radek del 1937 Davies scrive :
«Presumere che tutto il processo fosse una montatura equivarrebbe ad ammettere l’esistenza di un genio creativo grande quanto Shakespeare e con la capacità di regia di un Belasco.
Lo sfondo storico e le attuali circostanze danno inoltre una certa attendibilità alle deposizioni
.»
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Per Davies «i ragionamenti» di Radek nel confessare la sua attività criminale sono perfettamente logici».
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«Inoltre» – sentenzia il fiduciario di Roosevelt - «i particolari venuti alla luce hanno veramente confermato le accuse, e il comportamento degli accusati ha avuto il suo peso nel mio giudizio.»
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E ancora sul processo del 1938 contro Bucharin il rooseveltiano dichiara di condividere la versione datagli dal ministro degli esteri, Litvinov :
«Evidentemente tutti gli imputati sono colpevoli perché se non lo fossero non avrebbero certo confessato d’aver commesso delitti che sanno essere punibili con la pena di morte.»
«Anche gli altri diplomatici presenti al processo – aggiunge Davies – si sono convinti dell’esistenza di un vasto complotto.»
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Del resto il rappresentante diplomatico sovietico in Italia all’inizio del ’44 era appunto l’ex pubblico ministero di quei processi, Andrei Vysinskij, nominato da Stalin viceministro degli Esteri.
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Il Pci nel dopoguerra ha sempre negato l’esistenza di persecuzioni e condanne d’innocenti, e quindi in Italia alla sorte degli esuli antifascisti in Urss non si è dedicata alcuna attenzione se non da parte di circoli molto ristretti dell’antifascismo anticomunista.
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La posizione di copertura del Pci non mutò sostanzialmente neppure dopo la morte di Stalin, quando cominciarono a essere liberati anche i prigionieri italiani.
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Molti di loro per ragioni di salvaguardia dell’assistenza pensionistica che ricevevano dall’Urss furono silenti, ma dura fu la sorte anche di chi osò contestare il silenzio voluto dal Pci.
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Illuminante è il caso del sacerdote don Pietro Leoni, che aveva trascorso dieci anni di lavori forzati in Urss.Rientrato in Italia nel 1955, cerca inutilmente di richiamare l’attenzione.
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Il Pci reagisce orchestrando una campagna di stampa secondo cui il vero don Pietro era morto nel 1948 e il sacerdote sarebbe un impostore che ha ricevuto due milioni di lire da Pio XII per fare propaganda anticomunista.
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Don Pietro – come ricorda Lehner – è pertanto costretto a emigrare in Canada, dove è morto nel 1995.
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Anche le denunce successive sono sempre state neutralizzate.
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Nel 1964 Renato Mieli – che dopo le leggi razziali era emigrato e aveva aderito al Pci, rientrato in Italia aveva fondato l’Ansa ed era poi stato direttore dell’Unità e responsabile esteri del Pci, da cui era uscito dopo i fatti di Ungheria nel 1957 – pubblica “Togliatti 1937”, un corposo e documentato saggio storico in cui parla in modo organico delle persecuzioni e delle responsabilità di Togliatti.
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La Rizzoli per cautelarsi si premura di dare in anteprima a Togliatti il testo attraverso Davide Lajolo.
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Sia Lajolo sia Massimo Caprara nei loro libri di memoria convergono nel ricordare come il segretario del Pci in privato non contestasse la veridicità delle affermazioni di Mieli, arrivando anche ad ammettere che al suo posto Antonio Gramsci si sarebbe comportato diversamente, ma come scusante Togliatti invocava la paura di essere a sua volta ucciso.
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Una ipocrita esagerazione rispetto al ruolo invece attivo che svolse in quel contesto.
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La stessa moglie di Luigi Longo, Teresa Noce, ha sottolineato il primato conformista di Togliatti a Mosca in quel momento rispetto agli altri dirigenti comunisti stranieri :
«Persino i tedeschi, persino Ulbricht e Pieck si occupavano dei loro compagni scomparsi. Togliatti mai.»
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Per quante attenuanti invochi Togliatti per giustificare il proprio personale comportamento, rimane il fatto che il Pci sistematicamente occulti il proprio passato, cancelli le tracce, si inventi una luminosa e salvifica storia di partito e demonizzi chi afferma la verità.
Con ampia comprensione.
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La Rizzoli infatti, quando Togliatti pochi mesi dopo muore a Yalta, rifiuta di continuare a pubblicare il libro di Mieli nonostante il successo e la seconda edizione sia già esaurita :
la terza edizione già stampata non viene più distribuita e se ne decide la distruzione (salvo un quantitativo consegnato a casa dell’autore).
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Sempre nel 1964 Guelfo Zaccaria, espulso nel 1951 dal Pci per titismo, sarà bollato come “Zaccaria-cane spia” per aver sostenuto – a un convegno del Comitato italiano per la verità sui crimini dello stalinismo(a cui partecipano, tra gli altri, insieme a Renato Mieli anche Ignazio Silone, Giuseppe Faravelli, Giulio Seniga, Antonio Landolfi, Carlo Ripa di Meana e Pier Carlo Masini) – che erano duecento (su seicento emigrati tra il 1928 e il 1932) i comunisti italiani uccisi sotto Stalin.
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Bisognerà aspettare la caduta dell’Urss e lo scioglimento del Pci perché finalmente – dopo trent’anni – anche l’ex giornalista dellUnità, Romolo Caccavale (che su sollecitazione dell’ex segretario del Pci, Alessandro Natta, ha condotto una ricerca sugli italiani scomparsi) affermasse che aveva ragione Zaccaria :
«sono intorno ai duecento … il numero ipotizzabile degli antifascisti italiani colpiti dal terrore staliniano nell’Urss degli anni Trenta» ("Comunisti italiani in Unione Sovietica", Mursia, Milano 1995).
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Un’ammissione tormentata, il cui primo spiraglio di verità – in area comunista e filocomunista – si era registrato solo da parte di Paolo Spriano quando nel 1970 aveva ammesso che gli italiani vittime dei sovietici ammontano a «104 persone tra caduti e dispersi» aggiungendo la constatazione che sull’argomento, purtroppo, l’archivio del Pci è «muto».
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Il “muro di gomma” si è protratto a lungo fino agli anni Novanta nel panorama storiografico dominante.
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La questione infatti investe direttamente la figura di Togliatti.
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È significativo come la tesi della assoluta estraneità di Togliatti venisse insistentemente sostenuta nel 1982 da Aldo Agosti in un ampio saggio dedicato al Pci a Mosca negli anni Trenta, pubblicato dagli Annali Feltrinelli, e quindi ribadita da Agosti anche dopo l’apertura degli archivi sovietici nella biografia dedicata al leader del Pci edita dalla Utet nel 1995.
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In Italia è prevalsa la linea di sostenere l’estraneità di Togliatti o addirittura che sarebbe intervenuto a tutela di alcuni, proseguendo sulla linea difensiva che egli si era inventata.
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Infatti quando nel corso della campagna elettorale del 1963 l’argomento venne sollevato dal giornalista socialdemocratico nel corso della sua conferenza-stampa televisiva del 22 febbraio, il segretario del Pci aveva replicato :
«Quanto al fatto che ci siano stati degli operai, dei compagni nostri che sono stati perseguitati nell’Unione Sovietica, è verissimo che vi furono simili casi.
Noi, quando lo abbiamo saputo, siamo intervenuti ed abbiamo ottenuto la necessaria soddisfazione

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Ancora negli ultimi anni è infatti continuato questo tentativo di occultare la diretta responsabilità di Togliatti in quei procedimenti giudiziari come emerge, ad esempio, dal libro edito nel 2001 da Einaudi di Didi Gnocchi, “Odissea Rossa sulla vicenda di Edmondo Peluso”, uno dei fondatori del Pci giustiziato nel 1942, in cui si “assolveTogliatti citando una lettera in cui in modo molto formale Togliatti, attraverso il Komintern, chiedeva informazioni sul processo a Peluso.
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Miriam Mafai all’epoca (giugno 2001) ne prese spunto per sostenere su la Repubblica la tesi di un ruolo umanitario svolto da Togliatti a Mosca.
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Una tesi assolutamente falsa e già smentita quasi trent’anni prima da Giorgio Bocca che nella sua biografia dedicata nel 1973 al leader del Pci aveva ricostruito l’episodio raccontando di come Togliatti, quando gli portarono un appello di Peluso, «lo strappasse in pezzi minutissimi e si dimenticasse poi di lui».
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Lehner ha addirittura redatto un Dossier Pelusoin cui ricostruisce dettagliatamente la vicenda dimostrando come Togliatti, innanzi alle ripetute richieste di Peluso di udirlo come testimone a propria difesa, abbia temuto manovre per coinvolgerlo e che quindi, tramite il Komintern, ne abbia accelerato l’eliminazione.
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In realtà anche Paolo Spriano aveva affermato che «non risulta che egli [Togliatti, ndr] sia intervenuto in favore di un prigioniero, un inquisito, già in mano al Nkvd.»
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Dopo l’apertura degli archivi sovietici, Elena Dundovich nelle sue ricerche tra le fonti moscovite su Togliatti per gli anni ’36-’38 (in “Tra esilio e castigo” del 1998, edito da Carocci, e in “Italiani nei lager di Stalin” realizzato con Francesca Gori e pubblicato da Laterza) ha trovato che «portano non di rado la sua firma documenti rinvenuti negli archivi del Komintern che trattano il delicato tema degli emigrati italiani considerati sospetti dai funzionari italiani e sovietici della Terza Internazionale, per questo poi indagati e arrestati dalla Nkvd.»
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«In prima persona – prosegue la DundovichTogliatti per esempio autorizzò che una parte di costoro, e non casualmente proprio di coloro la cui sorte era più incerta e sui quali gravavano maggiori sospetti, venisse inviata all’ambasciata italiana per richiedere i documenti necessari a un eventuale espatrio, conoscendo perfettamente le conseguenze che poteva avere nel clima politico di quegli anni il minimo contatto con le autorità diplomatiche fasciste. [...]
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L’insieme di questi documenti provano in maniera inequivocabile come egli fosse informato delle singole fasi della tragedia che stava colpendo gli antifascisti italiani in Urss e come a quella tragedia, seppur non continuativamente, egli prese parte.»
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Lehner enumera i vari documenti che riguardano i procedimenti giudiziari e gli elenchi con relative condanne vistati personalmente da Togliatti, con scritta di suo pugno Soglasen Sono d’accordo»).
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Sul piano storico certamente vi sono state evoluzioni, contraddizioni e novità nel Pci e nel suo leader, ma è difficile contestare la sostanziale continuità tra il Togliattiitaliano” e il Togliatti sovietico” in questa tragica vicenda.
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Basti pensare al fatto che nell’ultimo anno di vita, ancora nell’aprile del 1963, il Togliatti italiano” scriveva al segretario del Pc cecoslovacco, Antonin Novotny, chiedendogli di differire a dopo le elezioni politiche italiane la riabilitazione di Slansky e degli altri dirigenti comunisti impiccati nel 1952 :
«La riabilitazione di Slansky, venendo pochi giorni prima delle elezioni, darebbe luogo a una campagna forsennata contro di noi.
Tutti i temi più stupidi e provocatori dell’anticomunismo verrebbero al centro dell’attenzione pubblica, spostandola dai problemi reali del nostro paese
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Ancora nel ’58 non aveva fatto mancare la sua voce per approvare l’impiccagione di Nagy e proprio nello stesso anno aveva dichiarato :
«La destalinizzazione è una di quelle parole che servono per erudire i fessi.
Cioè a creare nozioni cui non corrisponde nulla di reale.
»
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La questione storica posta dal libro di Lehner sulla mancanza di soluzione di continuità prospetta quindi una soluzione antropologica.
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E’ cioè un fatto antropologico in quanto – ed è questa l’importanza della ricostruzione di Lehner – vediamo casi in cui sfuma il confine e manca appunto una soluzione di continuità nella stessa persona tra carnefice e vittima.
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Vediamo cioè i comunisti vivere incapsulati in una “condizione umana” in cui domina il Partito, la Classe, la Storia, il Bene della Causa, il Pericolo del Nemico.
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La vicenda della corresponsabilità prima, dell’occultamento poi di questi fatti e della perdurante sostanziale apologia di Togliatti (che è il filo comune delle recenti autobiografie di personalità comuniste anche molto diverse tra loro come Giorgio Napolitano, Pietro Ingrao e Rossana Rossanda) ci riporta quindi alle origini della fede comunista :
la lettura classista della storia del Novecento, la teorizzazione della superiorità – nonostante errori e difetti – del Pci e di Togliatti rispetto agli avversari, il primato della giustizia sociale sulle libertà “borghesi”.
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Per i comunisti la libertà può attendere e per questo Carlo Rosselli aveva invece nominato il proprio movimento Giustizia e Libertà”.
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Il libro di Lehner ci riporta così alla conclusione dello storico Richard Pipes :
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«Il comunismo non è stato una buona idea che ha avuto un cattivo esito ;
è stata una cattiva idea. ».
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Tratto da uno scritto di Ugo Finetti

venerdì 5 dicembre 2014

ANCORA QUALCHE NUOVO CONFRONTO di Filippo Giannini



ANCORA QUALCHE NUOVO CONFRONTO
di Filippo Giannini

CIRCA L’ITALIA CHE FRANA, CON RELATIVI MORTI. Avevo 5 o 6 anni; un giorno durante uno dei normali giorni di scuola, la mia insuperabile maestra, la signora Gandolfi, ci disse di avvertire i nostri genitori che il giorno successivo saremmo dovuti andare per una missione in campagna e chi voleva poteva indossare la nostra divisa. Avvertii della cosa mamma e papà e, indossata la divisa di Figlio della Lupa, il giorno dopo mi recai a scuola (Riccardo Grazioli Lante), ma non feci in tempo ad entrare che fuori ci attendeva, fra le altre, anche la maestra, signora Gandolfi, che ci accompagnò ad un autobus che ci attendeva fuori della scuola. Dopo un certo tragitto, giunti in una zona di campagna e, scesi dall’autobus, ci venne incontro addirittura il Duce, il quale dopo un brevissimo discorso ci spronò a svolgere una missione nella quale eravamo tutti impegnati. Missione, ci disse, nell’interesse della Patria e del nostro futuro. Detto questo ci vennero consegnate delle piantine e cominciammo, tutti insieme con il Duce in testa, a piantarle salendo su una collina.
   La sera, stanco quanto mai, mi addormentai felice di aver compiuto, con il mio dovere, anche qualcosa di utile, appunto, per la mia Patria.
   Qualche tempo fa lessi che durante il mai sufficiente deprecabile, infame Ventennio (che sia sempre benedetto) furono piantati un miliardo di alberi; ritengo la cifra esagerata, ma ne furono piantati a sufficienza perché l’albero, grazie alle sue radici opera all’incirca come il ferro-cemento, cioè, ripeto, grazie alle radici queste trattengono la terra impedendo che essa frani. Non so se mi sono spiegato. Provo a farlo meglio: durante il Male Assoluto, vennero piantati degli albero che svolsero nel tempo le loro funzioni. Poi, finalmente (bah!) fummo liberati (doppio bah!, anzi triplo) e grazie ai liberatori (ma quando ce ne libereremo?) è tornata la libertà (quella di rubare, quella di cementificare a cacchio di cane) ed oggi, finalmente possiamo navigare, grazie alle frane, nelle strade e godererne molto più di qualsiasi altro popolo. Quando c’era il Male Assoluto (che sia una volta ancora benedetto) esisteva la salvaguardia dell’ambiente e sorgevano i Parchi Nazionali e, di conseguenza la salvaguarda del verde. Non so se mi sono spiegato!
ORA UNA FAVOLA – CHE E’ STATA REALTA’. Oggi è stata raggiunta un’Italia dei diritti e della libertà (non si espresse così l’onorevole Violante?). A proposito di onorevole, non sarà mai così, ma se fossi deputato e qualcuno mi chiamasse onorevole, per me sarebbe una offesa molto grave. Tornando a noi: il ladro che ruba commette una grave colpa e per questo se acciuffato dovrebbe finire in galera, e questo sarebbe giusto. Ora volgiamo lo sguardo nell’ambito politico. Certi onorevoli – credo che siano tre o quattromila – prima hanno varato una legge attestante che rubare non è un furto, poi si sono concessi dei vitalizi che vanno dai 3.000 ai 10.000 euro mensili, ovviamente senza annullare la ricchissima pensione. Mi spiego meglio dato che il furto è così infame che anch’io sono rimasto incredulo. Ebbene questi signori che a fine rapporto (rapporto che può essere loro riconosciuto anche se si sono presentati nelle aule solo per un paio di mesi) si sono concessi un premio (chiamiamolo così), battezzato vitalizio, cioè vita natural durante, vitalizio che  non intacca la loro super dorata pensione, vitalizio che parte, appunto, da 3.000 a 10.000 Euro mensili. E questi mariuoli da galera, molti di questi, non contenti della furbatina sono anche dei corroti e corruttori. Sapete, tanto per arrotondare, e poi tengono famiglia…
Ed ora per farmi passare l’incombente mal di fegato, trattiamo della favola. E spostiamoci a qualche anno indietro. Sino alla fine del 1943 Mussolini (sì, sì, Lui, l’infame) aveva rifiutato qualsiasi appannaggio, non solo a titolo personale, ma anche per le spese della sua segreteria. Riporta il Candido del 1958, parla il Ministro Pellegrini-Gianpietro: <Nel novembre era stato preparato un decreto, da me controfirmato, con il quale si assegnava al Capo della Rsi, l’appannaggio mensile di 120 mila Lire. Il decreto, però che doveva essere sottoposto alla firma del Capo dello Stato, fu da lui violentemente respinto una prima volta. Alla presentazione, effettuata dal sottosegretario di Stato, Medaglia d’Oro Barracu, seguì una seconda del suo segretario particolare Dolfin. A me, che, sollecitato da Dolfin e dall’economo, ripresentai per la terza volta il decreto, Mussolini disse: “Sentite Pellegrini, noi siamo in quattro: io Rachele, Romano e Annamaria. Mille lire ciascuno sono sufficienti”. Dovetti insistere nel fargli notare che, a parte l’insufficienza della cifra indicata, in relazione dl costo della vita, occorreva tener conto delle spese della sua casa e degli uffici. Dopo vive sollecitazioni finì per accettare, essendo egli anche Ministro degli Esteri, solo l’indennità mensile di 12.500 lire assegnata ad ogni altro Ministro. Nel dicembre 1944, però, mi inviò una lettera che pubblicò, rinunciando ad ogni e qualsiasi emolumento, ritenendo sufficienti alle sue necessità i diritti d’autore>. Cosa ne pensi, caro lettore? Mi dici che vai a Montecitorio o nelle sedi di qualsiasi ufficio delle Regioni? A far che, ti chiedo, in quelle sedi troverai solo esponenti dei diritti e della libertà.
   Concludo. Gli italioti, che come tutti sappiamo sono tanto intelligenti e furbi, cosa hanno escogitato? Hanno messo in atto gli ordini dei liberatori, hanno assassinato il malefico ed hanno instaurato questa democrazia dei diritti e della libertà. Non siete felici?
   E grazie ai liberatori (sì, sì, quelli che con solo due bombette, quelle, cioè, assolutamente fuori da ogni convenzione, uccisero e storpiarono 300 mila esseri umani, tutti scrupolosamente civili!) oggi abbiamo una classe politica, mafiosa, corrotta, corruttrice, ecc. ecc. ecc. Allora avevamo un Jung, un Beneduce, un Serpieri, un Crollalanza ecc. ecc., uomini onestissimi, a capo dei quali c’era un Male Assoluto il più onesto di tutti, e tutti tesi all’interesse del popolo, i quali con gli occhi di oggi possiamo catalogarli fra i fessi.
   E ALLORA, COME USCIRE DALL’ATTUALE CRISI? Sarebbe semplicissimo: ispirandosi a quanto fu fatto durante il mai sufficientemente condannabile, infausto truce Ventennio; sempre che gli attuali mascalzoni lo volessero. Una breve premessa: sapete che nel periodo del Male Assoluto l’Italia uscì dalla crisi congiunturale nata nel 1929 meglio di qualsiasi altro paese, tanto che da ogni parte del mondo giungevano in Italia esperti per studiare il miracolo italiano? Non lo sapevate? Ė ovvio, certe cose si debbono nascondere.
    Concludo: Continuerò in uno dei prossimi miei lavori.
   Allora in bocca al lupo a tutti, anche se sarebbe più veritiero augurare: in bocca a Renzi (o simili che sono tanti e ognuno simile agli altri). Ciao, ciao…