martedì 14 ottobre 2025

IN PIEDI!

GLI STATI UNITI D'AMERICA SONO L'UNICO PAESE OCCIDENTALE AD ESSERE PASSATO DA UNO STATO DI BARBARIE AD UNO DI DECADENZA SENZA ESSERSI FERMATO IN QUELLO DELLA CIVILTA'!! GOMMA DA MASTICARE E COCA COLA NON FANNO CIVILTA!

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domenica 5 ottobre 2025

Il libro nero dei crimini statunitensi in Vietnam

Il libro nero dei crimini statunitensi in Vietnam

Vietnam

Il libro nero dei crimini statunitensi in Vietnam

Sono innumerevoli le atrocità che furono commesse in Vietnam da parte degli Stati Uniti. In queste pagine cercheremo di offrire al lettore una rassegna abbastanza indicativa che tuttavia non può essere esaustivo ma sufficiente perché il lettore si renda conto che la guerra teorizzata dai manuali di scienze strategiche e nelle asettiche aule universitarie e dei centri di ricerca è una cosa la guerra reale è tutt’altra cosa. Il testo al quale faremo riferimento è quello di Nick Turse autore del saggio “Così era il Vietnam. Spara a tutto ciò che si muove” (Piemme,2015). Partendo dai risultati posti in essere sia dalla Scuola di medicina di Harvard che dall’Istituto di medicina della Università di Washington le vittime complessive durante la guerra del Vietnam furono di tre milioni dei quali due tra la popolazioei civile.

Il saggio del giornalista americano non si basa solo sui documenti segreti che vennero prodotti dal Vietnam War Crimes Working Group ma anche su numerose interviste fatte da Turse ai reduci del Vietnam. Naturalmente gran parte degli atti processuali o delle indagini che vennero condotte dall’ esercito e dai marines sui crimini di guerra commessi durante la guerra del Vietnam sono scomparsi.

Questo saggio dovrebbe essere letto in parallelo alle inchieste che furono fatte a partire dall’articolo di Norman Poirier dal titolo “Un’atrocità americana” pubblicato su “Esquire”, a partire dal resoconto di Daniel Lang sul Times nell’ottobre del 1969 intitolato “Vittime di guerra “ e infine dalle inchieste sugli avvenimenti di My Lai pubblicati da Seymour Hersch nel 1969.

Inutili furono i tentativi di insabbiamento da parte dei vertici politici e militari americani come dimostra chiaramente l’esito fallimentare della task force – nota come Cowin – voluta dal generale Westmoreland. Ma fu certamente l’Associazione dei reduci di guerra che arrivò a contare circa 10.000 membri all’inizio degli anni ‘70 che ebbe modo di rivelare le atrocità commesse durante la guerra del Vietnam. Quando nel marzo del 1971 sul Times apparve il saggio di Neil Sheehan – un ex reduce dell’esercito che aveva trascorso tre anni come corrispondente di guerra nel sud-est asiatico – con un titolo choc ma significativo: “Dobbiamo celebrare i processi sui crimini di guerra?” e Daniel Ellsberg pubblicò i Pentagon Papers le responsabilità dei vertici politici e militari furono chiare . Come ebbe modo di sottolineare la Commissione internazionale di inchiesta sui crimini statunitense in Indocina che si riunì a Oslo nel 1971: “i crimini commessi in Indocina non sono il risultato di azioni di singoli soldati ufficiali ma sono la conseguenza delle strategie a lungo termine portata avanti dagli Stati Uniti nel sud-est asiatico, e il fardello della responsabilità deve essere addossato principalmente su chi ha deliberato tali decisioni“.

I souvenir dell’orrore e l’addestramento militare

Partiamo dalla costatazione – non quindi dall’assunto – che i soldati americani trattavano i vietnamiti come essere subumani. Dimostrare la credibilità di questa tesi è estremamente e drammaticamente agevole. Il figlio del celebre generale Patton – e cioè Patton junior – era conosciuto dalle truppe americane per un macabro souvenir che era solito tenere sulla scrivania e cioè un teschio di un soldato vietnamita che portava con sé addirittura alle feste di addio o al termine dei suoi turni di servizio; alcuni soldati semplici invece tagliavano le teste ai soldati morti per tenerle, venderle o scambiarle con i premi che i comandanti offrivano loro. Tuttavia, molto più numerosi erano quei soldati che tagliavano le orecchie alle loro vittime utilizzandole come trofei donati ai superiori come regali o come prove per confermare il numero dei nemici abbattuti. Esistono tuttavia casi in cui le reclute conservavano le orecchie dei soldati uccisi portandole al collo con dei lacci o esibendoli in qualche altro modo.

Un altro macabro rito era quello praticato da alcuni reparti americani che tagliavano le teste dei cadaveri piazzandoli in cima o a delle aste o a dei pali con lo scopo di terrorizzare i guerriglieri che abitavano nelle zone limitrofe.

Un’altra pratica usata con una certa frequenza era quella di lanciare i cadaveri dagli aerei per determinare un effetto psicologico di terrore.

Quest’innumerevoli atrocità erano anche il risultato dell’addestramento militare che aveva scopi precisi. Partendo dal fatto che gran parte dei soldati che combattevano in Vietnam non avevano più di vent’anni, questi venivano sottoposti a intensi stress psicofisici allo scopo di creare una vera e propria tabula rasa che avrebbe facilitato l’indottrinamento militare. Le loro giornate duravano circa 17 ore e ogni dettaglio della loro vita era prestabilito. Insomma, l’addestramento militare mirava ad una vera e propria spersonalizzazione con rapporti sociali forzati, giornate sovraccariche di lavoro, disorientamento e successivo riorientamento in base ai codici militari. L’umiliazione psicologica e la sofferenza fisica facevano parte dell’addestramento. Uno degli slogan maggiormente usati durante l’addestramento era quello di uccidere senza pietà. Un’altra tecnica di spersonalizzazione era naturalmente relativa ai nemici che venivano definiti musi gialli, nanerottoli allo scopo di disumanizzarli. A causa di questo addestramento la differenza fra militari e civili era vanificata. Infatti qualunque cosa si muovesse nei villaggi sia che fossero donne che bambini era da considerarsi un nemico. Naturalmente l’addestramento sottolineava l’importanza della obbedienza cieca ai comandanti. Uno degli slogan più terrificanti che veniva utilizzato per sintetizzare la forma mentis dell’addestramento era la seguente: “il soldato più libero è quello che si sottomette volontariamente all’autorità“.

Superfluo sottolineare che i soldati ignoravano la Convenzione di Ginevra del 1949. Di particolare significato, a tale riguardo,è il fatto che gran parte degli allievi ufficiali della School di Fort Benning ,in Georgia, non avevano alcun problema a torturare i prigionieri di guerra pur di ottenere informazioni .

Il tabellone dei risultati

Una delle pratiche più diffuse durante la guerra del Vietnam fu la competizione fra unità: infatti gareggiavano le une con le altre con lo scopo di raggiungere i numeri di morti più alti. Ecco allora che apparvero veri e propri tabelloni dei risultati e cioè grafici presenti nelle basi militari che indicavano quanti morti erano stati fatti durante la settimana. Naturalmente non aveva alcun importanza se le vittime fossero soldati vietnamiti oppure donne e bambini. A tale proposito l’autore riporta due casi significativi. Il primo risale al 1 settembre 1969 quando i soldati della 196ª brigata di fanteria utilizzarono la mitragliatrice per uccidere quelli che sembravano soldati vietnamiti ma che in realtà erano bambini vietnamiti. Il secondo caso risale al 22 settembre 1968: dopo aver catturato un vietnamita ferito e disarmato ,senza alcuna ragione se non quella di competere con altre unità ,venne ucciso da Joseph Mattaliano della 82ª divisione aerotrasportata .

Razzismo e geopolitica del disprezzo in Vietnam

Al di là dei documenti ufficiali dei circoli accademici patinati e delle riviste accademiche patinate il Vietnam veniva considerato per esempio dal presidente Johnson come un paese piccolo e insignificante che contava meno di una pisciata; per il consigliere della Sicurezza Kissinger il Vietnam del Nord era una piccola potenza di quarto ordine. Per gli ufficiali, impegnati nelle operazioni di guerra in Vietnam, era considerato il “cesso nel cortile dell’Asia”, il “bidone della spazzatura della civiltà” o il “buco del culo del mondo”. Scontato che il razzismo fosse ampiamente diffuso sia fra i soldati che fra gli ufficiali: i vietnamiti non era un esseri umani ma erano soltanto musi gialli, erano poco più che animali e quindi ci poteva fare loro ciò che si voleva. Questo consentiva ai soldati di maltrattare i bambini per puro divertimento oppure agli ufficiali, che sedevano delle corti marziali, di assolvere gli assassini o di condannarli a pene simboliche. Ma soprattutto consentiva ai comandanti di ignorare i crimini di guerra commessi dai loro sottoposti.

Tattiche di guerra

Una delle tattiche più note applicate in Vietnam fu quella del cerca e distruggi formalizzata dal generale Westmoreland. Secondo questa tecnica piccole unità dovevano trovare, attirare e preparare le truppe nemiche. In altri termini il loro compito era quello di far uscire in un modo o nell’altro i reparti nemici dai loro rifugi e dalle campagne e poi scatenare su di loro l’artiglieria pesante. Questa tattica elaborata nelle stanze asettiche del Pentagono si rivelò semplicemente stupida: finì infatti per dare ai Vietcong un vantaggio tattico straordinario. Le truppe nordvietnamite potevano far finta di abboccare ogni volta che poteva far loro comodo, costringendo in questo modo gli americani a ritrovarsi invariabilmente sulla difensiva. Infatti ,In base ai documenti del Pentagono, i Vietcong furono in grado di cogliere di sorpresa le forze americane per il 78% delle volte. A pagare il prezzo più alto furono come sempre i civili.

Un’altra tattica fu quella del fuoco libero: chiunque si trovasse nelle zone denominate in questo modo diventava per definizione un nemico. Donne e bambini potevano essere in modo legittimo considerate un bersaglio. secondo i dati del Pentagono, nel solo mese di gennaio del 1969, vennero bombardati villaggi in cui abitavano 3.300.000 vietnamiti secondo la tattica del fuoco libero.

Il Vietnam come laboratorio di sperimentazione

Sovente le guerre moderne sperimentano le proprie innovazioni tecnologiche direttamente sul campo di battaglia. Da questo punto di vista il Vietnam è esemplare. Come ricorda il giornalista americano il Vietnam divenne il terreno di prova per le nuove tecnologie militari e uno dei suoi più entusiasti sostenitori fu il generale Maxwell Taylor. Nonostante le innovazioni tecnologiche, rimane il fatto incontrovertibile che lo strapotere militare americano non riuscì a prevalere sui guerriglieri, cioè non riuscì a prevalere su un paese basato su un’economia agricola. Anche se gli Stati Uniti non hanno mai usato le armi nucleari ,la potenza distruttiva che riversarono sul Vietnam fu pari a centinaia di bombe di Hiroshima: attuarono cioè una guerra basata sul concetto di overkill cioè sull’uso di un potenziale distruttivo in eccesso. E come tutte le guerre i costi per la comunità americana furono altissimi: le stime sul costo complessivo della guerra si aggirano dai 700 ai 1000 miliardi espressi in dollari attuali. Infatti la guerra in Vietnam arrivò ad assorbire il 37% dell’intera spesa militare del paese.

Fra le drammatiche innovazioni poste in essere durante la guerra in Vietnam ci fu l’uso da parte degli F-4 Phantom delle bombe con il napalm. Nel suo saggio Turse ricorda che nel Sud-est asiatico ne furono sganciate qualcosa come 400.000 tonnellate: il 35% delle vittime moriva entro i primi 15/20 minuti. Per tutti coloro che non venivano asfissiati o divorati dalle fiamme – sottolinea il giornalista americano – si poteva prospettare soltanto un destino da morti viventi poiché il naso, le labbra, i capezzoli e le palpebre venivano bruciati quasi fusi dal calore mentre la pelle veniva carbonizzate, cioè si scrostata come una polvere chimica. Allo scopo di rendere ancora più devastante l’uso di questa sostanza, gli americani la combinavano con un altro agente incendiario e cioè il fosforo bianco che, acceso dal contatto con l’aria, bruciava finché non veniva interrotto l’afflusso di ossigeno. A tale proposito esiste una drammatica testimonianza scrupolosamente riportata da Turse: “ho visto la pelle e le ossa della mano di un bambino ustionato dal fosforo bianco sfrigolare per 24 ore, insensibile a qualunque cura “.

Lo sdoganamento della tortura

In un contesto di tale natura l’uso della tortura – l’uso di bastoni, di mazze, di acqua e scosse elettriche – era assolutamente consueto, cioè faceva parte della routine sia nell’arcipelago carcerario del Vietnam sia nelle centinaia di basi militari statunitensi e sudvietnamite. Le tecniche utilizzate dagli americani furono la conseguenza degli studi che la CIA fece negli anni ‘50 e che poi culminò nel cosiddetto “Manuale Kubark per gli interrogatori del controspionaggio” scritto segretamente nel 1963. la CIA ebbe modo di perfezionare queste tecniche all’interno del centro nazionale interrogatori di Saigon. Grazie all’addestramento fornito dalla CIA, nel 1971 gli agenti del governo sudvietnamita in grado di impiegare le tecniche della tortura pianificate dalla CIA si aggiravano intorno alle 85.000 unità. Non a caso il comitato internazionale della Croce Rossa e ebbe modo più volte di contestare al governo americano in accettabili violazioni della convenzione di Ginevra nonostante le false promesse del segretario di Stato Dean Rusk. Fra il 1968 e il 1969 la Croce Rossa visitò 60 strutture carcerarie gestite direttamente dagli Stati Uniti e in tutte queste prigioni furono trovate prove di abusi come percosse, ustioni e torture con scosse elettriche ai danni sia di prigionieri di guerra sia di detenuti civili. Tuttavia una delle tecniche più tristemente usate nelle prigioni sudvietnamite di Con Son furono le gabbie di tigre: erano una serie di celle di pietra grandi circa un metro e mezzo per tre, prive di finestre in ciascuna delle quali erano rinchiuse dai tre ai cinque vietnamiti. Se si guardava tra le inferiate che costituivano il soffitto delle celle ci vedevano uomini incatenati al suolo, ammanettati ad una sbarra o con i ceppi alle caviglie. Inoltre sopra ogni cella c’era un secchio di calce viva che ufficialmente doveva servire per scopi igienici ma che in realtà veniva regolarmente gettata loro addosso come punizione provocando soffocamento e ustioni. Fu solo grazie alle indagini dei deputati americani Augustus Hawkins e William Anderson che il Congresso degli Stati Uniti fu messo al corrente di queste pratiche. Soltanto nel 1971, grazie un’inchiesta ufficiale dell’esercito sulle torture ai prigionieri di guerra, si venne a sapere che le violazioni della Convenzione di Ginevra erano diffusissime e che la tortura per le truppe americane era una procedura standard. Infatti la brutalità era regolarmente praticata all’interno delle basi americane ed era diffusa anche fra le truppe sul campo. Il culmine di queste operazioni fu il programma noto come Phoenix Program secondo il quale uomini delle forze speciali americane e sudvietnamite insieme a killer professionisti furono impiegati per neutralizzare i membri della struttura Vietcong e cioè i civili al servizio del FNL. Questo programma, nel 1969, produsse circa 19.000 neutralizzazioni, un lavoro questo che può essere definito da veri e propri cacciatori di taglie in cui si faceva ben poco caso al fatto che gli obiettivi fossero davvero colpevoli. Le prime ammissione ufficiali arrivarono nel 1971 quando William Colby – futuro direttore della CIA, ma all’epoca responsabile statunitense per la pacificazione il Vietnam – affermò che nell’ambito di questo programma erano state uccise almeno 20.000 persone. L’ex agente dell’intelligence militare K.B arton Osborn spiegò come il personale di questo programma avesse carta bianca per torturare e assassinare nella più totale impunità.

Conclusione

Indubbiamente sono diversi gli insegnamenti che si possono apprendere da questa vicenda. In primo luogo, l’indispensabilità, nel contesto delle democrazie occidentali, di salvaguardare ad ogni costo la stampa libera come abbiamo avuto modo di osservare a proposito dell’articolo su Snowden.

In secondo luogo, è necessario sottolineare come esista un enorme divario tra la manualistica accademica che viene regolarmente prodotta sulla politica internazionale e sulla strategia – pensiamo alle riflessioni sulla Guerra del Vietnam della Rand Corporation e di Kissinger – e la realtà nella sua spietata brutalità. In terzo luogo – come già avevamo evidenziato in un articolo su Krippendorf – il linguaggio artefatto e astratto della manualistica accademica sulla politica estera nasconde sovente realtà drammatiche. In quarto luogo, le vicende relative ai crimini commessi dalle truppe americane-ed in particolare all’uso della tortura non può non farci pensare a casi analoghi come quello delle torture commesse in Algeria dalla Francia e quello delle analoghe pratiche poste in essere a Guantanamo. In quinto luogo gli Stati durante i conflitti usano un modus operandi analogo a quello delle organizzazioni criminali. Gli stupri di guerra, le violenza indiscriminate su donne e bambini come l’uso della tortura sono azioni analoghe a quelle poste in essere dalle principali organizzazioni mafiose. E non devono essere considerati eventi occasionali, pur nella loro drammaticità, ma costant .

In sesto luogo, la guerra del Vietnam – come quella di Algeria – dimostra ancora una volta la validità dell’esperimento di Milgran come d’altronde delle riflessioni di Hanna Arendt su Adolf Eichmann. Parlare di guerre pulite è soltanto un’ipocrisia. Le guerre sono sempre sporche. Chi le fa – non chi le teorizza dentro un’aula accademica o in un centro di ricerca – non può non macchiarsi le mani di sangue e di fango.


domenica 21 settembre 2025

Rosa Dainelli, l’agente segreto di Cuveglio

Rosa Dainelli, l’agente segreto di Cuveglio che, durante la Seconda Guerra Mondiale, fece impazzire gli inglesi in Africa Orientale. (*)

Rosa Dainelli.

Rosa Costanza Dainelli, nata a Cuveglio in Valle il 02 maggio 1901 ha una storia che vale la pena raccontare.Una storia da romanzo rimasta nell’ombra forse perché non era opportuno parlare di elementi legati al SIM, ovvero il Servizio di Informazione Militare del periodo fascista, anche se il suo operato, dettato dalle circostanze belliche, fu rivolto esclusivamente contro l’esercito inglese durante il II conflitto mondiale in Etiopia. Ma partiamo dall’inizio: nata a Cuveglio in Valle il 2 maggio 1901, allevata con una educazione severa e nel culto del dovere, riuscì a studiare e laurearsi in medicina. Nel 1937, per un certo periodo, trovò impegno a Varese negli uffici di Assistenza Sociale, un lavoro non certo di grande profitto e così, nel novembre del 1938, prese la decisione coraggiosa di emigrare in Etiopia da poco conquistata, attratta come molti altri dal miraggio di una vita più fortunata.

Rosa Dainelli in età matura.

Dopo un breve soggiorno ad Asmara, si trasferì ad Addis Abeba. Non passò molto che si scatenò la guerra. In Africa Orientale la resistenza italiana fu assai debole; già nell’aprile 1941 Addis Abeba cadde in mano inglese e il 17 maggio ci fu la resa di Amedeo d’Aosta. Non tutti gli italiani accettarono la sconfitta, parecchi tra militari e civili, sperando in una controffensiva italo-tedesca in Egitto, diedero vita a un movimento di resistenza contro gli inglesi organizzato attorno ad agenti del SIM. Anche Rosa fu tra quelli che non vollero arrendersi. Ad Addis Abeba vivevano 40.000 civili italiani oltre a un numero imprecisato di militari allo sbando e così decise di lasciare il lavoro e di rendersi utile entrando come infermiera volontaria nell’ospedale militare Regina Elena della città ad assistere feriti e malati sempre più numerosi e disperati in quella situazione di confusione che si era venuta a formare. Nelle sue carte si trova una relazione del suo operato a favore dei numerosi italiani, militari e civili. Rosa aprì anche un ambulatorio a casa sua, modesto, ma che dava soccorso a molti indigeni che versavano in misere condizioni, afflitti da piaghe, ulcere e gonfiori. Durante un viaggio nella regione Galla aveva anche riscattato uno schiavo, Woldemariam, figlio di schiavi. In quei mesi Rosa collaborò col Comitato di assistenza sorto ad Addis Abeba. Dinamica e risoluta, trattò più volte con i comandi inglesi e riuscendo spesso ad ottenere revoche o modifiche a dure disposizioni che gravavano sulla provata popolazione italiana. Era però in contatto anche con elementi della resistenza; aveva aderito infatti ai Gruppi Segreti d’Azione.

Una colonna motorizzata italiana in Etiopia.

Quell’attività di resistenza la portò ad azioni pericolose di sabotaggio una delle quali, particolarmente rischiosa, è rimasta nella storia. Fu una missione voluta dal Vice Re, Amedeo d’Aosta che culminò la sera del 16 settembre 1941, quando un boato cupo scosse la città intera: fu distrutto il Deposito d’Artiglieria, si trattava di due milioni di cartucce Fiocchi, preda bellica che gli inglesi pensavano di usare per i loro mitragliatori . Dopo il sabotaggio al deposito d’armi, Rosa e il fratello, già nel mirino dell’Intelligence, non poterono sfuggire all’arresto da parte degli Inglesi, il 7 novembre 1941. Rinchiusa nelle prigioni di Acaki, per cinque giorni fu sottoposta a torture fisiche delle quali ne porterà le ‘stigmate’ tutta la vita. Fu l’unica donna italiana ad essere torturata in Africa. Non cedette. Subì quindi due mesi di segregazione e altri sei di cella. Le torture e la dura detenzione ne minarono gravemente la salute tanto che gli inglesi decisero di trasferirla in isolamento nel campo di concentramento di Dire Daua da dove, sette mesi dopo, nell’estate del 1943, un poco ristabilita, fu rimpatriata su una nave bianca e ricoverata a Firenze. Quando si riprese ritornò al suo paese. Le navi bianche erano quattro piroscafi (Saturnia, Vulcania, Duilio e Giulio Cesare) dipinti di bianco con grandi croci rosse che furono adibite dal governo italiano a riportare dall’Africa Orientale donne, bambini e soldati feriti.

La motonave ‘Saturnia’.

Con una dozzina di viaggi rimpatriarono 50.000 persone che, per vari motivi, vennero accolte freddamente dalle istituzioni e con avversione dalla popolazione. Anche Rosa trovò un clima ostile che peggiorò dopo l’8 settembre. Non aderì al nuovo regime di Salò, ma rimase sgradita alla Resistenza e visse un periodo veramente difficile. Al momento della Liberazione, fu presa e incarcerata nella caserma dei carabinieri di Cuvio. Gli indizi contro di lei però non erano tali da inviarla in campo d’internamento e così fu liberata con il consiglio di allontanarsi. Avvilita attraversò clandestinamente il Tresa ed espatriò in Svizzera. Il suo carattere indomito non la fece perdere d’animo. trovò lavoro a Ginevra nelle Nazioni Unite, addetta al Bureau International de Travail (Ufficio Internazionale del Lavoro). Si dimostrò capace ed efficiente tanto da scalare le gerarchie e diventare funzionaria. Così come aveva fatto in Etiopia, anche in Svizzera la sua indole la portò a prestare soccorsi a molti italiani emigrati, povera gente bisognosa di aiuti materiali e assistenza burocratica, trovando a moltissimi di loro una sistemazione e un lavoro. Nel 1951 il sottosegretario al ministero dell’Africa Orientale Italiana (che cesserà solo nel 1953), gli chiese una relazione sulla sua attività ad Addis Abeba. Si voleva in qualche modo chiarire e liquidare quell’oscuro periodo storico. La compilò, ma andò incontro a una serie di difficoltà e scetticismi da parte di burocrati e militari probabilmente ognuno a salvaguardia del proprio particolare. Tutto ciò non le impedì di ricevere la decorazione al valore militare. Alta, appariscente, elegante, le sue origini non le impedivano di ben figurare nel mondo delle persone che contano e seguirne l’etichetta. Ebbe rapporti con importanti personaggi tra i quali Maria Josè, l’ex regina in esilio a Ginevra, dalla quale tutti gli anni riceveva l’invito a bere il tè nel castello di Merlinge, dove viveva separata dal Re Umberto II. In età avanzata sposò Mathias Giuseppe Martegani, benestante svizzero, di origine italiana, figlio dell’ex vicesindaco di Ginevra. Poco dopo i settant’anni una subdola infezione alle gambe si propagò al corpo portandola alla morte. Era il 17 marzo ’73. Volle essere sepolta al cimitero di Cuveglio, dove ancora riposa.

(*) Fonte: http://curiosonevarese.blogspot.com

L’Africa Orientale Italiana in una illustrazione dell’Istituto Geografico Militare di Firenze del 1936.
La campagna d’Africa Orientale, 1940-1941.

giovedì 11 settembre 2025

Dedicato all'unico vero, grande socialista

Dedicato all'unico vero, grande socialista del XX Secolo [ di Filippo Giannini ]

Ho ricevuto una lettera da persona che ha un orientamento politico simile al mio e che, fra l’altro, ha scritto: “Sarà destino degli italiani riprendere dall’esterno ciò che hanno rifiutato in Italia (…). I lavoratori italiani si renderanno conto del patrimonio che hanno gettato al vento (…)”.
I lavoratori italiani non “hanno rifiutato” e non “gettato al vento” il patrimonio che fu a loro lasciato da Benito Mussolini, per il semplice motivo che non potevano “rifiutare” ciò che non conoscevano, dato che sono stati ingannati da personaggi che hanno la cupidigia come prodotto e la menzogna come metodo.
Tu, lavoratore italiano – e lo posso affermare con la massima sicurezza – da sessanta anni (e forse da qualche anno in più) – sei stato ingannato, truffato e derubato dei diritti (quelli reali) che Mussolini ti aveva assicurato.
Per illustrare il mio asserto voglio avvalermi di un comunicato, rilasciato alcuni giorni fa, dal Presidente Provinciale dell’Anpi (Associazione Nazionale Partigiani Italiani) del Veneto, pubblicato su “Il Giornale di Vicenza”. Il comunicato, a firma dell’on. Franco Bussetto, Presidente dell’Associazione, chiede scusa per l’eccidio di Schio commesso nel 1945 da “schegge impazzite del movimento partigiano”. Non è questo l’argomento che voglio trattare (provvederò in altro momento), ma mi voglio avvalere di una frase, contenuta nel comunicato, molto in uso in quell'ambiente, cioè la raccomandazione: “Senza alcuna revisione storica”.
Secondo te, lavoratore, cos’è questo terrore della “revisone storica”? D’altra parte la Storia è soggetta ad una continua “revisione”, come attestano i più seri studiosi.
Si può revisionare la storia di Mazzini o Garibaldi, anche di Napoleone; addirittura, recentemente è stata revisionata la storia di Nerone; insomma, la storia di tutti i Grandi può essere revisionata, ma non di Mussolini e del Fascismo. Per questi, appena si pone qualche dubbio sull’autenticità dell’asserto che “la storia ha emesso la condanna definitiva e senza appello”, sorgono come anime dannate i “furbastri” i quali, per chiudere quelle corbellerie in cassaforte e renderle inattaccabili hanno posto a sentinella le leggi liberticide di Scelba, di Reale e di Mancino. Ma in quella cassaforte è rinchiusa anche la truffa che è stata perpetrata contro di te, lavoratore e ne garantisce la continuità.
Provo a spiegare i motivi del terrore che la parola “revisionismo” crea in un certo ambiente.
Tu, lavoratore, hai idea di quanto percepisce un parlamentare o senatore italiano, “un eletto dal popolo” e che dovrebbe essere al “servizio del popolo”? E le altre prebende che si sono “autoriconosciute”? I miei dati sono ripresi da un lavoro di Umberto Scaroni.
E’ recente la notizia che il Parlamento ha votato all’unanimità (senza astenuti), un aumento di stipendio per i parlamentari pari a circa 1.135,00 Euro al mese. Inoltre la mozione è stata camuffata in modo tale da non risultare nei verbali ufficiali. Operazione da banditi. I nostri “rappresentanti” percepiscono le seguenti somme: Stipendio base Euro 9.980,00 x 15 mensilità; “portaborse” (generalmente parente o familiare): Euro 4.030,00 al mese; rimborso spese affitto: 2.900,00 Euro al mese; indennità di carica: da Euro 335,00 circa a Euro 6.455,00 al mese. Biglietti stadio (tribuna d’onore, è ovvio); telefono cellulare, teatro, assicurazione infortuni ecc., tutto gratis e così a seguire, senza remora alcuna.
Con Mussolini tutto ciò era impensabile: il deputato o il senatore di allora, percepiva un “gettone di presenza”, perché era considerato un “onore essere al servizio del popolo”. E Mussolini, se andava allo stadio, si pagava il biglietto come qualsiasi altro spettatore. Vogliamo ricordare che “il tiranno” morì poverissimo e lasciò la famiglia tutta nella miseria?
Cominci a capire perché “la storia ha condannato Mussolini e il Fascismo senza appello”?
E questa è solo una parte, anzi una frazione.
Ti hanno mai parlato di come i tuoi diritti fossero garantiti dalla “Carta del Lavoro” (1927), dalla “Camera dei Fasci e delle Corporazioni” (1939) e, infine, dal “Manifesto di Verona” (1943)? Ti hanno mai parlato della legge sulla “Socializzazione”? Certamente no, o, tutt’al più, per rinnovare la truffa ai tuoi danni ti hanno descritto il tutto per quello che non fu, celando, invece, quello che è stato.
Con la “Socializzazione delle Imprese” (primo passo per “Socializzare lo Stato”) Mussolini poneva come base ed oggetto primario il lavoro in tutte le sue manifestazioni, con una differenza sostanziale rispetto a quanto sancisce la Costituzione “nata dalla Resistenza”; infatti questa lascia voi lavoratori alla mercé del sistema capitalista perché rimangono inalterati i rapporti fra capitale e lavoro. Invece lo “Stato del Lavoro Fascista” conferiva una assoluta preminenza del lavoro rispetto al capitale. Per maggior chiarezza, il capitale veniva accettato solamente quale strumento del lavoro.
Cos’è, allora, una “Azienda socializzata”? “L’azienda si dice socializzata quando viene gestita contemporaneamente dalle rappresentanze del capitale e dei lavoratori, togliendo la gestione stessa all’arbitrio dei capitalisti”. Ne consegue che il lavoratore potrà godere della ripartizione degli utili, come fu previsto nel citato “Manifesto di Verona”.
Il “capitalista” che per produrre ricchezza per sé sfrutta al massimo il lavoro altrui, spinto da questa sua volontà di ottenere i massimi guadagni con minime spese, costringe il lavoratore al massimo rendimento riconoscendogli il minimo salario.
Tutto ciò era inaccettabile per Mussolini.
E’ spiegato, quindi, perché il grande capitalista, i grandi industriali, la grande finanza internazionale abbiano foraggiato i movimenti antifascisti, pagandoli centinaia di milioni (del valore di allora) per assicurarsi, a guerra finita, la soppressione di quelle leggi a loro tanto invise.
Cosa che avvenne: ancora si sparava quando i partiti antifascisti, come primo atto (25 aprile 1945) con legge a firma di Mario Berlinguer (padre di Enrico) decretarono la fine delle leggi sulla Socializzazione.
Benito Mussolini era un vero rivoluzionario, era l’uomo che i lavoratori attendevano da secoli, ma ha avuto la sventura di cozzare contro la pochezza di alcuni uomini e, soprattutto contro le invincibili lobbies economiche e finanziarie internazionali.
Brevemente vediamo come e perché queste “potenze” si coalizzarono.
Pochissimi italiani hanno letto l’indegno “Trattato di Pace” che ci fu imposto (Diktat) nel 1947 dai “liberatori” e i cui tentacoli sono ancor oggi attivissimi. L’art. 17 di questo “diktat” proibisce tassativamente la ricostituzione di partiti o organizzazioni “fasciste”.
Anche ad un lettore poco smaliziato un impedimento così chiaramente antidemocratico può apparire incomprensibile. “Può apparire”, ma per i “grandi manovratori del mondo” è una preclusione che li salvaguarda. Il Fascismo nella sua spinta rivoluzionaria stava investendo quei settori, come abbiamo poco sopra accennato, i cui poteri sono inattaccabili. Tutti sanno che, almeno all’epoca, il valore del denaro era vincolato all’oro. Mussolini aveva “osato” mettere in discussione questo dogma e si apprestava a capovolgerlo; cioè il valore della moneta sarebbe stato vincolato al potere del lavoro e della produzione. Dato che i principi del fascismo si stavano espandendo in ogni angolo del mondo (Mussolini negli anni ’30 era l’uomo più popolare della terra), i possessori dell’oro, per parare il pericolo mortale, esercitarono il loro potere sull’apparato politico.
Assistiamo da anni ai grandi festeggiamenti per gli “anniversari dell’abbattimento del nazifascismo”. A prescindere che la Germania nazista poteva essere considerata solo un pericoloso concorrente commerciale – certamente a livello mondiale – ma niente di più, il vero nemico dei Paesi plutocratici (cioè dove le classi ricche sono egemoni nella vita pubblica) era il Fascismo: perciò ne fu decretata la morte.
Dal 1935 al giugno 1940 i “paesi democratici” misero in atto nei nostri confronti una serie di provocazioni per costringerci alla guerra, argomento che in questa sede non posso trattare perché esula dal tema, ma sulla cui esistenza ho ampia documentazione, e nella quale anche l’attestazione dello stesso Churchill.
E con la guerra fu la fine del Fascismo e l’inizio della grande truffa ai tuoi danni, lavoratore, perché fu bloccata una grande rivoluzione che poteva rappresentare un nuovo Rinascimento: “Il Rinascimento del Lavoro”.
E la truffa è ancora in atto; e affinché non perda di smalto, da ogni dove, di giorno, di notte, da destra, da sinistra, su “quell’uomo”, su “quel regime” vengono rovesciate menzogne: perché, come disse “qualcuno”,: ci sono uomini che debbono morire mille volte.
Quel che rende la cosa ancora più triste è che i profittatori, gli sfruttatori del tuo lavoro, per garantirsi la propria dorata esistenza, si sono avvalsi proprio di te, lavoratore.
Documento inserito il: 11. 09. 2025
 

 

sabato 6 settembre 2025

8 SETTEMBRE 1943 TRADIMENTO!

LA SUA VERGOGNOSA SINTESI STORICA: RESA INCONDIZIONATA DELLA NAZIONE AL NEMICO E GUERRA ALL´ALLEATO.

GLI AMICI DIVENNERO NEMICI. I NEMICI DIVENNERO ALLEATI. SI COPRI´ IL TRADIMENTO MILITARE CON LA RETORICA DELLA <<LIBERTA´>> SCIORINATA SULLA PATRIA NON PIU´ LIBERA.

COMMEMORARE IL TRADIMENTO DELL´OTTO SETTEMBRE 1943 E L´IGNOBILTA´ DELLA RESA INCONDIZIONATA AL NEMICO ANGLO-AMERICANO E´ QUANTO DI PIU´ OSCENO, DI PIU´ BASSO SI POTESSE FARE SUL PIANO POLITICO E STORICO. LA STAMPA E LE TELEVISIONI DEL REGIME ANTINAZIONALE E ANTIFASCISTA, ATTRAVERSO I PROPRI PENNIVENDOLI, DANNO PER L´ENNESIMA VOLTA FIATO ALLA GROTTESCA, RAFFINATA RICERCA DI MENZOGNE, ONDE RIAFFERMARE UN´ANTICA TEMATICA ANTINAZIONALE, TANTO CARA AGLI ANGLO-RUSSI AMERICANI. UNA TEMATICA ELABORATA PER ESPRIMERE ALLE LORO BAIONETTE VIVISSIMA RICONOSCENZA.   IL TRISTISSIMO EVENTO RESTA PER NOI, INVECE UNA PIAGA PURULENTA PROFONDAMENTE APERTA NEL CORPO MARTORIATO DLL´ITALIA, UNA PIAGA MAI RIMARGINATA NONOSTANTE L´INTERVENTO PSEUDO-SANITARI LAUTAMENTE PAGATI CON VISTOSE BANCONOTE MERCENARIE. L´8 SETTEMBRE 1943 SEGNO´ IL TRIONFO DELLA VILTA´, DEL DISONORE PIU´ SUDICIO!!! 





venerdì 29 agosto 2025

Ostaggi di “daziotrump”!

Ostaggi di “daziotrump”!


L'antico proverbio che recita “tanto tuonò che piovve” ben si addice alla telenovela mondiale sui dazi del Presidente Usa Trump.

Quest'ultimo da mesi, in preda a deliri di onnipotenza e con in testa il cappellino con scritto “Make America Great Again” (rendiamo l'America di nuovo grande), ha tenuto tutti in ansia per i temuti dazi che aveva promesso di applicare all'intero mondo.

Trump prima si è esibito in teatrali conferenze stampa con tabelle e grafici, ha sparato dazi elevati, poi li ha sospesi, li ha ridotti, li ha rimessi, sicuramente beandosi nel vedere l'agitazione che creava nei Paesi destinatari, il tutto per favorire le aziende Usa, cercare di far tornare tutte quelle che avevano delocalizzato all'estero e ridurre il gigantesco debito pubblico americano.

Poi ha teatralmente annunciato l'invio delle famose “lettere”, tra le quali quella all'Unione Europea che non ha mai goduto della sua stima e della quale aveva detto : “Per decenni siamo stati derubati dalle Nazioni europee”, “l'Unione Europea è nata per fregare gli Stati Uniti”, “sono dei parassiti che ci derubano”, “si approfittano di noi”, “noi li difendiamo con la Nato e loro spendono troppo poco per la difesa”.

Nella lettera per l'Unione Europea c'è stata la sgradita sorpresa di dazi al 30%, mentre molti auspicavano una percentuale più amichevole del 10%, visto anche che le Nazioni europee si erano finalmente impegnate, più o meno convintamente, ad aumentare le loro spese militari per la Nato fino al 5%..

Adesso è in corso la solita trattativa ed il solito tira e molla e magari, dopo averci tenuti sulla corda, Trump potrebbe fare il grande gesto di ridurre i dazi al 20% o al 15%, percentuale che comunque peserebbe e non poco sull'economia dell'Europa e dell'Italia.

Beninteso ogni Capo di governo ha il diritto di cercare di fare il meglio per il proprio Paese, a condizione però che le sue scelte non danneggino le altre Nazioni, cosa che evidentemente a Trump non interessa, perché il suo ambizioso progetto è quello della spartizione del mondo in tre aree di influenza dominate da Usa, Russia e Cina e dove per l'Europa c'è solo un posto di sudditanza verso qualcuno.

E' un progetto molto pericoloso, non solo economicamente ma anche per le conseguenze geopolitiche che ne deriverebbero, progetto che però ben spiega il doppiopesismo usato da Trump per le due guerre in corso e cioè la criminale aggressione e invasione dell'Ucraina da parte della Russia e la criminale e feroce rappresaglia di Israele che sta cancellando i Palestinesi da Gaza.

Trump ama ripetere che gli Usa “credono nella pace attraverso la forza”, ma la forza l'ha usata e la usa solo per sostenere Israele, mentre per l'Ucraina, alla quale malgrado gli accordi sulle “terre rare” ha appioppato dazi al 25%, ha bloccato aiuti e armi anche se adesso le armi ha deciso di inviarle, ma a condizione che siano tutte pagate dalle Nazioni che fanno parte della Nato, ovviamente Stati Unisti esclusi.

In questo marasma la politica dell'Italia è dominata dall'incertezza, perché al governo c'è quel Centrodestra che ha avuto un autentico orgasmo di gioia quando Trump è stato eletto e che sperava di ottenere chissà quali vantaggi dall'amicizia della Meloni con il Presidente Usa e dalle affinità politiche con il Partito di Trump.

Oggi invece la realtà è che tra le Nazioni europee l'Italia sarà una di quelle più danneggiate dai dazi Usa, sarà una di quelle che farà più fatica a raggiungere l'aumento delle spese militari all'interno della Nato promesso a Trump e rischia di restare isolata in Europa, dalla quale tanto finanziariamente dipende, a causa delle ambiguità e dei tentennamenti della posizione italiana all'interno della Coalizione dei “Volenterosi”.

Insomma, al momento l'Italia più che al centro della politica mondiale come qualcuno millantava, è nella poco piacevole condizione di “color che son sospesi”.

Adriano Rebecchi Martinelli