mercoledì 20 aprile 2022

L'eccidio di PORZUS --- I ROSSI CRIMINI

L'eccidio di PORZUS

 


Le parole eccidio, strage, e massacro, hanno lo stesso significato ed evocano scenari terribili, sebbene la loro definizione contenga alcune sfumature che ne caratterizzano l’identificazione.

Fra questi tre sinonimi, il termine eccidio si differenza non solo per il numero delle vittime, ma anche per  la violenza dei metodi usati, e trova la sua corrispondenza etimologica nel termine latino excidium, derivato di exscindere, e cioè squarciare, distruggere, annientare…

La definizione di eccidio calza perfettamente se riferita a molte delle atrocità commesse dai partigiani comunisti che imperversarono durante e dopo la seconda guerra mondiale in Italia.

Mi riferisco in particolare all’eccidio di Porzus, in cui l’odio comunista, guidato e veicolato con subdola maestria dai criminali comunisti Luigi Longo e Palmiro Togliatti, capi del PCI e legati indissolubilmente a Mosca e a Stalin, si scatenò contro diciassette partigiani della Brigata Osoppo, colpevoli di non essere comunisti.

Gonfalone del
Friuli Venezia Giulia

Le vittime, tra cui una donna, erano di orientamento cattolico e laico-socialista ed erano quindi considerate un ostacolo al piano eversivo e criminale attraverso cui i partigiani comunisti intendevano prendere il potere a guerra finita.

I partigiani legati al Partito Comunista Italiano formarono dei piccoli gruppi denominati con l’acronimo GAP, a indicare i Gruppi di Azione Patriottica (che di patriottico non avevano proprio nulla), appartenenti alle famigerate e tristemente famose Brigate Garibaldi.

Questi raggruppamenti erano caratterizzati dalla presenza di personaggi dalla forte caratura delinquenziale e si resero responsabili di crimini efferati contro l’umanità.

La località di Porzius è ubicata nei territori del Friuli, in provincia di Udine, in un territorio di confine nord orientale della Penisola che negli anni ’40 era denominato Slavia Friulana, e a quei tempi fu teatro di confronto fra i partigiani comunisti jugoslavi che ne rivendicavano il possesso, e le formazioni partigiane italiane in lotta contro il nazismo e il fascismo.

Nel contesto partigiano italiano presente in Friuli, si potevano differenziare due differenti tipologie di formazioni : una che si riconosceva nell’indirizzo politico comunista espresso dalle Brigate Garibaldi, in particolare quelle inserite nella Divisione Garibaldi Natisone, esclusivamente comunista, e l’altra che faceva riferimento alle Brigate Osoppo Friuli.

Queste ultime nacquero il 24 dicembre 1943 presso la sede del Seminario Arcivescovile di Udine, in cui si riunirono numerosi volontari di ispirazione cattolica, liberale, socialista e laica, allo scopo di contribuire, alla fine del conflitto, a salvare ciò che dell’Italia poteva ancora essere salvato.

Va detto anche che l’intento di queste formazioni di patrioti era quello di combattere i tedeschi con metodi diversi da quelli comunisti, privilegiando e rispettando democraticamente le esigenze della popolazione locale.

Premesso ciò, va anche detto che i contrasti fra le formazioni partigiane comuniste e quelle che invece non si riconoscevano nei dictat imposti dall’ortodossia staliniana a cui Togliatti e Longo facevano riferimento, erano molto aspri e fomentati dalla direzione del PCI, nella convinzione che al termine del conflitto mondiale i comunisti italiani avrebbero potuto prendere il potere con le armi e diventare così un satellite russo.

La Storia ci dice che si registrarono uccisioni di partigiani non comunisti, da parte dei Garibaldini del PCI, in ogni regione in cui tali Brigate erano presenti, oltre ad un imprecisato numero di crimini di ogni tipo.

Fin dal 1933 le delegazioni dei partiti comunisti italiano, jugoslavo, austriaco, riuniti a Mosca per decidere una strategia unitaria sul problema dei territori sloveni contesi, decisero di schierarsi con le minoranze di etnia slava sollecitandole a costituire un fronte popolare e a distaccarsi dallo Stato italiano.

Si evince quindi la precisa volontà dei comunisti italiani di tradire lo Stato e la popolazione stessa, prostituendosi alla Jugoslava ed esibendo in contrapposizione il comodo alibi  costituiva dal ruolo autoreferenziale nella  lotta antifascista.

Lo stesso Togliatti, il peggior criminale che la Storia d’Italia ricordi, nominò Vincenzo Bianco  come delegato del Partito presso il fronte di Liberazione Sloveno, il quale si fece portavoce delle criminali intenzioni del PCI :

Fare un repulisti di tutti gli elementi imperialisti e fascisti all’interno delle formazioni partigiane italiane

Nel mirino di Togliatti c’erano anche le formazioni partigiane della Brigata Osoppo, considerate per opportunità politica come nemici, poichè composte da badogliani (Regno del sud, non collegati al Comitato di Liberazione Nazionale) e da seguaci del Partito d’Azione (democratici, repubblicani, radicali).

Lo squallore intellettuale dei comunisti italiani, prostituiti al moloch jugoslavo, si palesò con farneticanti prese di posizione con cui dichiararono di voler sacrificare l’intera Venezia Giulia e di considerare una fortuna l’ingresso dell’esercito di Tito, coadiuvato da quello sovietico, in quei territori.

In questa ottica possiamo oggi affermare senza incertezze che la strage di Porzius non costituì un “incidente di percorso” della cosiddetta “resistenza” comunista italiana, ma un preciso elemento della strategia con cui Togliatti e Longo intendevano annettere alla ex Jugoslavia la Venezia Giulia e una parte del Friuli.

La Divisione Garibaldi “Natisone”, passò quindi per ordine di Togliatti, sotto il comando del IX° Korpus titino e inquadrata in tre Brigate : 156a Bruno Buozzi, 157a Guido Picelli, e 158a Antonio Gramsci.

Vincenzo Bianco comunicò loro che sarebbero stati integrati completamente e a tutti gli effetti nell’esercito di Tito e trasferiti prima in Slovenia e poi a Lubiana.

In quella occasione i comandi delle Brigate Osoppo presero le distanze dall’iniziativa, rifiutandosi di aderire e affermando di fare riferimento al CLN.

Il contrasto fra i partigiani comunisti comandati da Longo e da Togliatti e le formazioni della Osoppo si acuì ulteriormente, sfociando in interferenze e tentativi di prevaricazione, come nel caso del rastrellamento di Pielungo, nel 1944.

In tale occasione, ci furono destituzioni (imposte dalle Brigate Garibaldi) di comandanti delle Brigate Osoppo, sostituiti con altri militari appartenenti all’organigramma comunista, seguite da altrettante destituzioni con cui i vertici della Osoppo rimisero al proprio posto di comando i precedenti comandanti.

Le brigate Osoppo erano nettamente contrarie all’avanzata del cosiddetto slavo-comunismo, e tentarono anche una qualche forma di accordo con la Xa Mas di Junio Valerio Borghese, nel tentativo di “umanizzare” una guerra che costringeva le popolazioni a subirne gli effetti.


Informativa della prefettura di Udine che attesta
l'opposizione  delle Brigate Osoppo al comunismo 

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Le trattative non portarono però a nessun accordo, ma questo approccio, insieme al diniego di lasciarsi fagocitare dall’esercito titino, fu sufficiente ai partigiani comunisti per definire come tradimento il modus operandi della Osoppo.

I comunisti sloveni, forti della complicità dei partigiani garibaldini di Longo, orchestrarono una insistente campagna anti-italiana allo scopo di costringere le Brigate Osoppo a sgomberare la zona e facilitando così l’annessione di quei territori alla Jugoslavia.

In questa atmosfera, segnata da intrecci politici e alimentata da un odio comunista sempre presente e simbiotico con la propria essenza ideologica, prese corpo il crimine di guerra ideato dai vertici gappisti delle formazioni comuniste partigiane Garibaldi.

Seguendo un piano freddamente predeterminato a tavolino, un centinaio di gappisti (i cosiddetti Gruppi di Azione Patriottica) comunisti raggiunsero, il 7 febbraio 1945, le pendici dei monti Toplj Uorch, e le malghe di montagna denominate Porzus, nel comune di Faedis, in Provincia di Udine, sede del comando locale delle Brigate Osoppo.

In questa località era tenuta prigioniera Elda Turchetti, una ragazza accusata da “Radio Londra” di essere una spia collaborazionista dei nazisti (accusa rivelatasi infondata nel processo in cui alcuni giorni prima fu giudicata e ritenuta innocente).

La presenza della donna costituì in seguito uno squallido alibi esibito a difesa dell’intervento comunista contro i partigiani della Osoppo.

Il comandante dei partigiani comunisti era Mario Toffanin alias “Giacca”, a quel tempo 32enne, ex operaio iscritto al Partito Comunista Italiano dal 1933 e in stretti rapporti con i comunisti jugoslavi, coadiuvato dal suo vice, tale Fortunato Pagnutti, alias “Dinamite”.

I partigiani comunisti si presentarono a gruppi, ambiguamente, affermando di essere combattenti sbandati o appartenenti ad altre unità della stessa Osoppo, creando così i presupposti perché Toffanin prendesse il controllo delle malghe, richiedendo allo stesso tempo la presenza del Comandante di Francesco De Gregori, nome di battaglia “Bolla”, Comandante della Osoppo locale.

Quando De Gregori (zio dell’omonimo cantautore e deciso anticomunista) arrivò a Porzus fu immediatamente ucciso a tradimento e tutti i partigiani della Osoppo vennero arrestati.

Insieme al Comandante furono uccisi anche Elda Turchetti, il Commissario politico del Partito d'Azione Gastone Valente ("Enea"), e il ventenne Giovanni Comin ("Gruaro"), mentre un altro Comandante delle Osoppo, Aldo Bricco (alias "Centina"), sebbene fosse stato colpito e ferito da colpi di mitra riuscì a fuggire, insieme ad altri tre.

Nei giorni seguenti tutti i prigionieri vennero sottoposti ad una sorta di processo sommario che si concluse con le loro condanne a morte, eseguite tra il 10 e il 18 febbraio.

I prigionieri vennero condotti a gruppi separati nelle seguenti località del territorio e fucilati :

Bosco Romagno:

Guido Pasolini (Ermes), Antonio Previti (Guidone), Antonio Cammarata (Toni), Pasquale Mazzeo (Cariddi).

Rocca Bernarda:

Franco Celledoni (Atteone), Primo Targato (Rapido), Angelo Augelli (Massimo).

Restocina di Dolegna:

Salvatore Saba (Cagliari), Giuseppe Urso (Aragona), Enzo D'Orlandi (Roberto), Gualtiero Michelon (Porthos), Erasmo Sparacino (Flavio).

Novacuzzo di Bosco Romagno:

Giuseppe Sfregola (Barletta).

Salma non ritrovata:

Egidio Vazzaz (Aldo).

L’odio comunista uccise così ben diciotto persone, tra cui Guido Pasolini (alias “Ermes”), fratello minore dello scrittore e regista Pierpaolo.

L’omicidio del fratello, a cui Pierpaolo Pasolini era molto legato, è stato spesso ricordato, anche con allusioni, in molte opere scritte successivamente dallo scrittore, in particolare nelle poesie che in quegli anni vennero concepite ed editate in dialetto friulano e in italiano.

Nel dopoguerra, a Guido De Gregori fu riconosciuta la medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

I criminali partigiani delle formazioni garibaldine si arrogarono il diritto di decidere della vita o della morte di altri partigiani non comunisti, sbandierando accuse faziose e meschine, frutto della mente malata dei capi comunisti che guidavano il movimento comunista partigiano assassino.

L’accusa principale che secondo il loro metro di giudizio giustificava l’eccidio di esseri umani innocenti era quella di essere contrari all’alleanza con il comunismo jugoslavo e le sue truppe partigiane, e di aver trattato con i fascisti della Xa Mas di Borghese per impedire l’annessione dei territori italiani alla Slovenia.

Dopo la guerra vennero fatti diversi processi per chiarire l’accaduto e per stabilire le responsabilità dell’eccidio di Porzus, sempre ricordato e celebrato dai veterani della Osoppo.

Purtroppo però anche nel dopoguerra l’odio comunista si è manifestato in tutto il suo squallore, tentando di condurre verso l’oblio questa tragica vicenda e opponendosi costantemente agli anticomunisti.

Mario Toffanin (alias “Giacca”) venne comunque riconosciuto colpevole e condannato all’ergastolo nel 1954, ma nella consapevolezza dei crimini commessi cercò e trovò un immediato aiuto nel PCI il quale lo fece espatriare nell’immediato dopoguerra, permettendogli così di sfuggire alla galera.

Il PCI di Togliatti e Longo gli preparò infatti un rifugio sicuro prima in Cecoslovacchia e poi in Slovenia, in totale disprezzo sia delle leggi italiane che delle vittime della Brigata Osoppo, considerate ancora, nonostante tutto e pervicacemente, come dei traditori che avevano collaborato con i soldati della Repubblica di Salò.

Trentasei componenti della brigata criminale comunista che parteciparono al massacro furono condannati dal Tribunale nel 1952, ma vennero successivamente tutti liberati in seguito a varie amnistie.

Ecco le condanne inflitte ad alcuni degli assassini comunisti :


Mario Toffanin  (alias Giacca)

ERGASTOLOPena alla quale si aggiungono trent'anni di reclusione per sequestro di persona, rapina aggravata, estorsione e concorso in omicidio aggravato e continuato.


Vittorio Iuri (alias Marco)

ERGASTOLO - Visse il resto della propria vita a Capodistria, maturando la pensione italiana e gestendo un bar.


Alfio Tambosso (alias Ultra )

ERGASTOLO  -  Si stabilì a Lubiana e rientrò in Italia dopo l'amnistia del 1959.


Ostelio Modesti (alias Franco)

Condannato a 30 anni di carcere – Venne scarcerato nel 1954, e assunto come funzionario della federazione del PCI di Belluno. 
 

Giovanni Padoan (alias Vanni)

Condannato a 30 anni di carcere – Riparò all'estero e nel 1954 fu eletto Segretario Regionale dell'ANPI del Veneto. Fuggì nuovamente dopo la condanna di Firenze e rientrò in Italia dopo l'amnistia, gestendo un negozio di mercerie a Cormons.


Aldo Plaino (alias Valerio)

Condannato a 30 anni di carcere -  A seguito dell'amnistia rientrò in Italia dalla sua residenza nel Territorio Libero di Trieste. Autista, una volta pensionato si trasferì a Buttrio.

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Lorenzo Deotto (alias  Lilli)>

Condannato a 22 anni e 8 mesi di carcere - Riparò a Zagabria dove lavorò come vetraio.

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Leonida Mazzaroli  (alias Silvestro)

Condannato a 22 anni e 8 mesi di carcere - Riparò in Francia dove visse e morì. 
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Urbino Sfiligoi  (alias Bino)

Condannato a 22 anni e 8 mesi di carcere – Rientrò in Italia dopo l'amnistia, e lavorò come minatore.

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Tullio Di Gaspero  (alias Osso>)

Condannato a 20 anni e 8 mesi di carcere, fu detenuto dal 49 al 59, poi da liberò si trasferì in Friuli  per svolgere l’attività di artigiano nel comparto delle sedie.

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Adriano Cernotto  (alias Ciclone)

Condannato a 18 anni di carcere - Riparò ad Umago (Croazia), dove fece l'albergatore.

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Giorgio Julita (alias Jolli)

Condannato a 18 anni di carcere – Fu arrestato nel 49 e visse fra l'Italia e la Jugoslavia.

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Venuto Mauri (alias Piero)

Condannato a 18 anni di carcere - Non rientrò in Italia dopo l'amnistia. 
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Mario-Giovanni Ottaviano (alias Bibo)

Condannato a 18 anni di carcere - Dopo l'amnistia aprì un negozio di mercerie a Trivignano Udinese.

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Fortunato Pagnutti  (alias Dinamite)

Condannato a 18 anni di carcere - Visse in Italia lavorando come operaio edile.


Giorgio Sfiligoi  (alias Terzo)

Condannato a 18 anni di carcere - Visse in Slovenia ai confini del Collio friulano.

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Gustavo Bet (alias Gastone)

Fu assolto e divenne albergatore a Lignano Sabbiadoro.

Nel 1978 l’arroganza delle sinistre si palesò nuovamente, relativamente a questa vicenda, per mano dell’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini che, in osservanza alla rigida ortodossia che lega i seguaci di Marx, concesse la grazia a Toffanin, oltraggiando ulteriormente la Giustizia, le vittime, e le loro famiglie.

Il Boia di Porzus, lampante esempio della vigliaccheria insita nelle bande comuniste partigiane assassine che imperversavano impunemente in Friuli (ma non solo) non tornò in Italia dopo la Grazia, ma rimase in Slovenia.

Il macellaio comunista, nonostante i crimini contro l’umanità commessi, percepì dallo Stato italiano anche una pensione di 672.000 Lire mensili fino al gennaio 1999, anno in cui morì all’età di 86 anni.

Va detto, per completezza di informazione, che il Presidente Pertini nel 1980 alla morte del dittatore Josip Broz Tito, massacratore delle popolazioni di etnia italiana, si precipitò a rendergli omaggio, baciando addirittura il feretro e la bandiera nella quale il carnefice comunista era avvolto.

La strage di Porzus si inserisce in un contesto nel quale emerge inconfutabilmente la diretta e precisa responsabilità dei quadri direttivi comunisti italiani nel disegno eversivo attraverso cui essi intendevano sacrificare la sovranità nazionale, territoriale, e costituzionale, al moloch comunista.

Le finalità criminali dell’apparato comunista, a lungo nascoste dall’universo pseudo intellettuale delle sinistre, appartengono oggi alla storia conclamata e oggettiva che tutti dovrebbero conoscere, ma il muro di omertà eretto dagli eredi di Togliatti, pur metamorfizzati, continua a ostacolare la diffusione della verità.

Una verità che è trapelata anche dalle dichiarazioni di alcuni degli stessi responsabili delle operazioni criminali commesse dai partigiani comunisti, come ad esempio le affermazioni di Giovanni Padovan, alias “Vanni”, Commissario politico della Divisione Garibaldi “Natisone” a quei tempi.

Questa è la sua testimonianza :

"L'eccidio di Porzus e del Bosco Romagno, dove furono trucidati 20 partigiani osovani, è stato un crimine di guerra che esclude ogni giustificazione.

E la Corte d'Assise di Lucca ha fatto giustizia condannando gli autori di tale misfatto.

Benché il mandante di tale eccidio sia stato il Comando sloveno del IX Korpus, gli esecutori, però, erano gappisti dipendenti anche militarmente dalla Federazione del PCI di Udine, i cui dirigenti si resero complici del barbaro misfatto e siccome i Gap erano formazioni garibaldine, quale dirigente comunista d'allora e ultimo membro vivente del Comando Raggruppamento divisioni "Garibaldi-Friuli", assumo la responsabilità oggettiva a nome mio personale e di tutti coloro che concordano con questa posizione.

E chiedo formalmente scusa e perdono agli eredi delle vittime del barbaro eccidio.

Come affermò a suo tempo lo storico Marco Cesselli, questa dichiarazione l'avrebbe dovuta fare il Comando Raggruppamento divisioni "Garibaldi-Friuli" quando era in corso il processo di Lucca.

Purtroppo, la situazione politica da guerra fredda non lo rese possibile".


Oggi gli eredi di Togliatti e Longo sono confluiti, attraverso una metamorfosi  che ha modificato l’aspetto ma non la sostanza della loro essenza ideologica criminale, nel cosiddetto Partito Democratico, il quale si è appropriato del termine “democratico”, appunto, in maniera del tutto arbitraria, falsandone il significato e creando un evidente quanto disgustoso ossimoro.

Parallelamente all’immagine che il PD vuole dare sé, emerge tutta l’ambiguità che ne costituisce l’essenza, palesata nel continuo disprezzo delle vittime del comunismo e nell’incessante martellamento sociale, psicologico, mediatico, politico, intellettuale, didattico, con cui i seguaci di Togliatti glorificano i partigiani comunisti assassini da un lato, mentre dall’altro oscura e mistifica la realtà dei fatti, occultandola e ricorrendo all’omertà congenita che da sempre accompagna la sua sphaera vitae.

Non è un caso che mentre i politici delle sinistre intonano la trita e ritrita canzonetta “Bella ciao!” vengano allo stesso tempo profanati i luoghi del ricordo delle vittime del comunismo, come nel caso in cui le lapidi commemorative  poste accanto ad alcune foibe sono state imbrattate con simboli comunisti disegnati con vernice rossa.

I massacri delle foibe rappresentano una tragica realtà delle zone carsiche, del Friuli Venezia Giulia e delle zone istriane e dalmate, a testimonianza del fatto che all’orrore comunista non c’è mai fine.

Dissenso


 

giovedì 14 aprile 2022

Crimini americani nel corso della storia

 

Crimini americani nel corso della storia

Basta saper leggere la storia per capire che gli Stati Uniti hanno sempre cercato di raggiungere i loro stravaganti obiettivi nel campo delle relazioni internazionali, senza mai esitare a commettere crimini. La politica machiavellica degli Stati Uniti e dei suoi alleati occidentali nei confronti dei Paesi del mondo è condotta con slogan umanitari e democratici, ma sotto le spoglie dei diritti umani, della libertà e della sicurezza commettono crimini atroci. Di seguito alcuni dei crimini più importanti commessi dagli Stati Uniti.

Il massacro di 100 milioni di indiani nativi americani

Il massacro degli indiani fu un crimine enorme e di lunga durata che iniziò dopo la scoperta del continente americano da parte dei marinai spagnoli nel XVI secolo. Questi massacri furono eseguiti principalmente dalle potenze coloniali europee, in particolare Spagna, Portogallo, Francia e Regno Unito, al fine di dominare varie parti del continente americano e con lo scopo di acquisire proprietà dei nativi americani. Successivamente, soprattutto nella seconda metà del diciannovesimo secolo, gli americani hanno svolto un ruolo importante nel massacro degli indiani nordamericani attraverso la migrazione forzata e le guerre che ne seguirono.

Le guerre americane iniziarono con il primo attacco agli indiani a Jamestown nel 1662, seguito dalla guerra con i pellerossa Algonquins nel 1635 e 1636 e la guerra del 1675 e 1676, che portò alla distruzione di metà delle città del Massachusetts. Altre guerre americane e attacchi contro gli indiani continuarono fino al 1900. In totale, gli americani uccisero circa 100 milioni di nativi americani.

Crimini di guerra degli Stati nel bombardamento sulla città di Dresda

Considerando che gli Alleati avevano vinto la guerra, nessuno dei crimini di guerra degli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale è stato perseguito da un tribunale. Ma questo non significava che questi crimini non dovevano essere registrati nella storia.

Le truppe americane in Germania hanno impedito direttamente o indirettamente ai prigionieri di guerra tedeschi e ai civili che erano presenti nell’area sotto il loro controllo di ottenere cibo sufficiente, causando la morte di migliaia di tedeschi.

Gli americani uccisero tutti i tedeschi delle Waffen SS che erano stati catturati a Dachau nel 1945. Le truppe della 45a divisione di fanteria dell’esercito americano massacrarono anche 76 prigionieri di guerra italiani a Biscari (Rg).

Nel bombardamento di Dresda durante la seconda guerra mondiale, i bombardieri dell’aeronautica americana e i suoi alleati sganciarono 3.900 tonnellate di bombe ad alto potenziale esplosivo e bombe incendiarie su Dresda in meno di 15 ore, distruggendo completamente 34 chilometri quadrati della città. I resti della città furono distrutti in un grande incendio provocato dai bombardamenti.

Nessuna distinzione tra militari e civili

Secondo le affermazioni dell’esercito americano, Dresda era un importante centro militare con 110 fabbriche e 5mila dipendenti che lavoravano a sostegno del governo nazista. Le infrastrutture di telecomunicazione, i ponti e le grandi aree industriali fuori dalla città furono bombardate senza alcuna distinzione tra militari e non militari. C’è disaccordo sul numero di persone uccise nei bombardamenti, il bilancio delle vittime varia da 34mila a un numero molto alto, la stragrande maggioranza dei quali erano civili. 

Secondo un’intervista con il quotidiano “Die Welt” Erhard Mondra, un membro del Comitato Butzen ((Istituto per ex prigionieri politici nella Repubblica democratica tedesca) ha affermato che: “Sulla base delle dichiarazioni del tenente colonnello die Matze, un ex capo congiunto tedesco dell’ufficiale di stato maggiore nel distretto militare di Dresda, 35mila delle vittime sono state completamente identificate, 5mila parzialmente identificate, ma circa 168mila non erano identificabili”.


IL CRIMINE di Hiroshima e Nagasaki

I bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki furono due operazioni nucleari che furono effettuate durante la seconda guerra mondiale dietro ordine di Harry Truman. In queste due operazioni, due bombe atomiche furono sganciate sulle città di Hiroshima e Nagasaki a tre giorni di distanza l’una dall’altra, provocando la distruzione e l’uccisione su vasta scala della popolazione civile.

Il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki può essere considerato uno dei più grandi crimini storici d’America, che ha provocato la morte immediata di 220mila persone e centinaia di migliaia di persone si ammalarono gravemente negli anni successivi a causa degli effetti di quel disastro.

Il massacro di tre milioni di vietnamiti

La guerra del Vietnam è una serie di operazioni militari e conflitti che hanno avuto luogo dal 1955 al 1975 tra le forze del Vietnam del Nord e il Fronte di liberazione nazionale del Vietnam del Sud, noto come “Viet Cong”, da un lato, e le forze del Vietnam del Sud e le loro alleati soprattutto gli Stati Uniti, dall’altro.

La guerra tra Stati Uniti e Vietnam iniziò durante la presidenza di Lyndon Johnson e, secondo le statistiche, durante i 16 anni di guerra furono uccisi circa tre milioni di vietnamiti.

il 16 marzo 1968, durante la guerra del Vietnam, gli Usa furono protagonisti del “massacro di My Lai“, durante la quale dai 347 ai 504 civili della Repubblica del Vietnam del Sud furono uccisi dai soldati della compagnia B del 3° reggimento di fanteria statunitense. La maggior parte delle vittime erano donne e bambini. Prima del massacro, alcune delle vittime erano state torturate e mutilate. Alcuni dei cadaveri furono smembrati dai soldati durante il massacro. Oltre al massacro dei villaggi di My Lai, ci furono altre atrocità commesse a My Khe e So’n Tinh in cui furono uccisi centinaia di civili.

Uno dei crimini più devastanti degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam fu l’irrorazione chimica delle regioni dei viet cong. L’elemento arancione contenente diossina, ha portato negli anni a malattie come il cancro e la disabilità mentale. Gli americani lanciavano 500mila tonnellate di bombe su queste terre ogni anno, bruciavano le foreste con napalm e bruciavano i civili vivi.

Nel 1965, anche i Paesi confinanti con il Vietnam come Cambogia e Laos, furono presi di mira dagli attacchi aerei statunitensi. Dal 1967 in poi, le truppe americane si resero protagoniste di innumerevoli casi di stupro di donne, tortura e uccisione di civili.

Il massacro del popolo coreano da parte degli Stati Uniti nel 1950

La guerra di Corea fu una guerra tra la Repubblica di Corea (Corea del Sud) con il sostegno delle Nazioni Unite guidate dagli Stati Uniti, e la Repubblica popolare democratica di Corea (Corea del Nord) con il sostegno della Cina e l’assistenza militare dell’Unione di Repubbliche socialiste sovietiche (Urss). La guerra iniziò il 25 giugno 1950 con l’ingresso delle forze sotto il comando del governo comunista di Kim ll Sung nella parte meridionale.

Numerosi massacri di civili furono commessi dagli Stati Uniti nel corso di questa guerra. Almeno 300 coreani furono uccisi dalle forze militari statunitensi tra il 26 e il 29 luglio 1950, nel villaggio di No Gun Ri. Questo massacro fu compiuto dalla 1a divisione di fanteria dell’esercito degli Stati Uniti e fu compiuto sotto il ponte di quel villaggio. Questo eccidio è considerato il massacro più brutale dopo quello di My Lai.

Crimini di guerra degli Stati Uniti in Afghanistan

La guerra degli Stati Uniti in Afghanistan (2001-2014) iniziò con il pretesto degli attacchi di al-Qaeda a New York e Washington l’11 settembre 2001.

Questa guerra ha causato decine di migliaia di vittime civili. Sono stati uccisi più di 4mila soldati Isaf e appaltatori civili, 15mila forze di sicurezza nazionale afghane e più di 20mila civili. Al momento non è noto il numero esatto delle persone uccise nella guerra. Secondo uno studio del professor “Marc Herold” pubblicato sul quotidiano Guardian, solo nei primi tre mesi di guerra furono uccise più di 4mila persone. Solo nel 2009, 1054 persone furono uccise da ordigni esplosivi improvvisati e mine lungo le strade. 

Un elenco infinito di crimini e massacri

Il 7 ottobre 2001, l’esercito americano attaccò per la prima volta numerosi obiettivi nelle province di Kabul, Kandahar, Nangarhar, Kunduz, Jowzjan, Logar, Takhar, Nimruz, Farah, Ghazni con bombardieri B-52 e missili da crociera. Nelle prime tre settimane di questi attacchi, più di mille persone rimasero uccise in queste aree.

Il 17 ottobre 2001, almeno 29 civili furono uccisi durante un attacco da parte di un jet da combattimento americano in un villaggio vicino a Kandahar. Secondo il quotidiano Guardian, un convoglio composto da 12 veicoli che trasportavano rappresentanti di tribù della provincia orientale che erano in viaggio verso la capitale su invito del governo provvisorio di Kabul, è stato preso di mira da un aereo AC-130 dell’esercito americano, uccidendo 65 persone. 

Il 21 dicembre 2001, le Nazioni Unite annunciarono che aerei da guerra statunitensi avevano bombardato un villaggio vicino alla città di Gardez, la capitale della provincia di Yekta. In questo attacco rimasero uccisi almeno 52 civili afgani, tra cui un gran numero di donne e bambini. Il professor Marc Herold sottolinea che 3.800 afghani sono stati assassinati dagli Stati Uniti tra il 7 ottobre e il 7 dicembre 2001. Il 3 dicembre 2001, l’Associated Press riportò l’uccisione di 300 residenti del villaggio di Kame Edo a Nangarhar. Ad oggi, l’interminabile sequenza di massacri e disumanità del regime americano continua senza soste a devastare popoli e nazioni.

di Yahya Sorbello

                                                                                                                                                 

sabato 9 aprile 2022

Il S.A.F. (Servizio Ausiliario Femminile)

Il S.A.F. (Servizio Ausiliario Femminile)




Furono le prime donne soldato d’Italia.  Il Servizio fu istituito nella primavera del 1944 con Decreto Ministeriale 18 aprile 1944. L’11 ottobre i reparti ormai addestrati, giurarono fedeltà alla R.S.I.

 Già prima della costituzione ufficiale i Fasci Femminili fornivano personale per servizi ausiliari e la Decima Flottiglia MAS già nel marzo 1944 aveva un proprio reparto ausiliario femminile.

 Ma con la costituzione ufficiale del corpo il S.A.F. ebbe una sua organicità.

 Furono istituiti dei corsi di addestramento. Il primo, per la preparazione dei quadri, fu il Corso “Italia” che si tenne al Lido di Venezia. Iniziò il 1° Maggio 1944 e terminò il 18 giugno. Seguirono: il Corso “Roma” (1.7-18.8), il Corso “Brigate Nere” poi “Onore” (31.8-4.11), il Corso “Giovinezza” (5.11-18.12), il Corso “Fiamma” (1.1.45-28.2.45), il Corso “18 aprile” (1.3.45-18.4.45). Anche l’Opera Balilla organizzò due corsi per giovani inferiori a 21 anni: il Corso “Avanguardia” e il Corso “Ardimento”. Anche la “Decima” organizzò tre corsi per ausiliarie. Il 1° Corso “Nettuno” iniziò il 5.6.44 a Sulzano e si concluse a Grandola. L’8.9.44 le 45 allieve prestarono giuramento. Il 2° Corso si concluse col giuramento in data 18.12.44. Il 3° Corso iniziò nel gennaio 1945 a Col di Lana presso Vittorio Veneto e si concluse col giuramento il 23 marzo 1945.  E altri Corsi furono organizzati dai C.M.P.

 Il S.A.F. ebbe un Comandante Generale nella persona della contessa Piera Gatteschi-Fondelli e fu organizzato in Comandi Provinciali dipendenti dai C.M.R.

 Le ausiliarie, assegnate ai vari reparti, svolgevano servizi ospedalieri, servizi negli uffici militari, servizi nelle mense e nei posti di ristoro, servizi nella contraerea.

 Il 30 ottobre 1944 risultano in servizio 7237 ausiliarie. Esse furono impiegate in servizi ausiliari presso i vari reparti, anche al fronte. Si comportarono sempre con grande fede e coraggio e pagarono un elevato tributo di sangue. Le prime cadute furono sei ausiliarie che morirono nell’attentato a Ca’ Giustinian a Venezia il 27.7.1944. Al 18 aprile 1945 risultavano 25 cadute, 8 ferite, 7 disperse, 13 proposte per decorazioni.

 Ma durante le tragiche giornate di sangue di fine aprile e maggio le ausiliarie massacrate furono oltre 300. Il S.A.F. fu il reparto che, in rapporto ai suoi organici, ebbe la percentuale più alta di caduti.

Appendice:

Stralcio dal regolamento della ausiliarie della “Decima”:

L’UNIFORME

È costituita da:

Giacca sahariana senza collo in panno grigio-verde

Gonna in panno g.v.

Pastrano in panno g.v.

Basco in pnno g.v.

Maglione con collo alto rovesciato (grigio)

Calzettoni in lana g.v.

Scarponi

Per la divisa estiva gli stessi capi di corredo saranno confezionati in tela kaki

La sahariana avrà il collo chiuso

Calzettini kaki e sandali

NORME DI VITA

La Volontaria, vestendo l’Uniforme è tenuta al rispetto assoluto delle seguenti norme:

Igiene:

Pettinatura semplice e raccolta. Nessun uso di belletti, rossetti e matite per trucco. Massima pulizia del corpo.

Contegno:

E’ fatto divieto di accompagnarsi con uomini, sia civili che militari, sia per la strada che nei locali pubblici.

In servizio o in franchigia le Volontarie siano sempre modeste, corrette, non rumorose e molto rispettose del prossimo.

Nei rapporti con i superiori,  i militari e i civili, devono usre sempre il “voi” e saper conservare costantemente le distanze, senza per questo mancare di cortesia.

Nel parlare con i superiori rettificheranno sempre la posizione. Con tutti gli altri cureranno sempre che la posizione del corpo sia in atteggiamento rispettoso e corretto.

Alle Volontarie è fatto rigoroso divieto di accogliere inviti individuali da parte di militari e civili, per feste, banchetti, trattenimenti o pranzi.

Le Volontarie se dovessero recarsi in qualche luogo, per motivi privati, in compagnia di persone di famiglia o amici, potranno chiedere regolare autorizzazione alla propria superiore gerarchica e ne usufruiranno in abito strettamente civile.

Alle Volontarie di minore età non è consentito ottenere permessi se non per usufruirne con persone di famiglia. La superiore che dovrà rilasciare il permesso si accerterà della parentela del richiedente.


 

domenica 3 aprile 2022

la bestialità sanguinaria dei comunisti...

  1.  

    la bestialità sanguinaria dei comunisti...

    Questo è un articolo tratto da "L'ultima Crociata" del 1998, di Augusto Pastore. La tragedia della famiglia Ugazio vien voglia di scriverla con l'inchiostro rosso. Un rosso sangue.
    E ci vorrebbero anche le tonalità espressive di Eschilo per rendere con chiarezza l'atmosfera allucinante nella quale venne consumata una strage orribile che lascia increduli, inorriditi.

    Le malvagità della sporca bestia umana toccano vertici sconosciuti alla bestia stessa. certo che al cospetto del calvario di Mirka, Cornelia e Giuseppe Ugazio la più maledetta iena proverebbe un moto di sgomento.

    Galliate è un grosso centro agricolo-industriale, posto ad una decina di chilometri da Novara. Si allunga a levante, fino alle rive del Ticino.

    In questo pezzo di valle padana l'inverno è rigido, umido: una cappa pesante di nebbia avvolge tutto. D'estate l'afa, stagnante e le zanzare fanno attendere il calare del sole come una benedizione del Padreterno. Allora la gente esce di casa e si siede sui gradini. Aspetta il ristoro di un filo d'aria.

    Anche la sera del 28 agosto 1944, dopo una giornata arroventata, a Galliate si aspettava il sollievo del tramonto.

    Giuseppe Ugazio, un brav'uomo di 43 anni, segretario del Fascio locale, si intratteneva con alcuni amici presso la trattoria S. Carlo. Discuteva della guerra, delle terrificanti incursioni sul ponte del Ticino spaccato in due dalle bornbe inglesi.
    Cornelia, la figlia di 21 anni, simpatica e bella studentessa in medicina, si era recata da conoscenti che l'avevano pregata per alcune iniezioni. Mirka, l'ultima creatura di Giuseppe Ugazio, era saltata sulla bicicletta e si divertiva a pedalare forte con la gioia innocente dei 13 anni! Ma in quella sera del 28 agosto 1944, il destino di Mirka, Cornelia e Giuseppe Ugazio si compie. Un gruppo di partigiani, usciti dalla boscaglia, come lupi famelici attendono i tre. Con un pretesto qualsiasi distolgono Giuseppe Ugazio dalla compagnia degli amici, poi, camuffati da militi della R.S.I. in borghese, fermano Cornelia. Mirka, la dolce bambina di 13 anni con le trecce avvolte sulla nuca e il vestitino bianco a fioroni rosa, viene spinta dalla camionetta in corsa sul bordo della strada. La raccolgono in fretta, senza dare nell'occhio, accorti come una banda di bucanieri. Una sporca e nodosa mano le comprime la bocca mentre l'automezzo si rimette in marcia. Il tragico appuntamento per le tre vittime è fissato presso la tenuta «Negrina», un cascinale isolato a mezza strada tra Galliate e Novara. Sono le 21 della sera del 28 agosto 1944, un cielo calmo, dolce, pieno di stelle. Dalle risaie si alza il concerto gracidante delle rane: alla tenuta «Negrina» incomincia invece la sarabanda, la macabra giostra. I partigiani, una ventina circa, hanno tanta fame e sete, ma per fortuna il pollaio è portata di mano e la cantina a due passi. Un festino in piena regola per tutti quanti ad eccezione dei tre prigionieri. Mirka piange ed invoca la madre. Cornelia, dignitosa come la donna di Roma, sfida con gli occhi quel banchetto di forsennati. Papà Ugazio è cereo in viso: avverte la tragedia immane che pesa nell'aria. Avanti, è ora. Il vino ha raggiunto l'effetto e a calci e a pugni la turba di delinquenti spinge Giuseppe Ugazio nel boschetto adiacente la tenuta. Lo legano ad un fusto, gli spengono i mozziconi di sigarette sulle carni e, sotto gli occhi terrorizzati di Mirka e di Cornelia, lo finiscono a pugni in faccia e pedate nel basso ventre. Il calvario dura più del previsto perché la fibra fisica dell'Ugazio resiste. La gragnuola di pugni infittisce, i calci si fanno più decisi. Ora si ode soltanto il rantolo: «Ciao Mirka, ciao Cornelia» e Giuseppe Ugazio spira. Adesso inizia l'ignobile. Sono venti uomini avvinazzati su due corpi indifesi. Mirka è una bambina e non conosce ancora le brutture degli uomini degeneri. Dapprima non comprende, non sa, poi tenta un'inutile resistenza. Cornelia si difende ma è sopraffatta. Sette ore di violenze ancestrali, sette ore di schifo e di urla. Poi l'alba. Mirka e Cornelia non respirano più. Conviene togliere di mezzo i cadaveri e ritornare nella boscaglia. Si scavano venti centimetri di terra e si buttano le vittime. Le zolle fredde al contatto delle carni riaccendono un barlume di vita e i due corpi sussultano ancora. Ma è questione di un momento per i partigiani: a Cornelia spaccano il cranio con il calcio del mitra e sul collo di Mirka, la bambina, si abbatte uno scarpone che la strozza. La tragedia è finita.

    Sull'orizzonte si alza il sole, il sole insanguinato del 29 agosto 1944, a soli otto mesi dalla "liberazione".


    A mamma Maria Ugazio, il giornalista chiede di fargli vedere un ricordo personale di Mirka. Allora gli fu mostrato un album di famiglia un poco ingiallito dal tempo. Sul retro di una foto scattata nei giardini dell'Isola Bella la mano infantile di Mirka aveva scritto nel 1943 queste parole: «Al mio papalone che mi ha portato a fare questa bella gita, la sua Mirka».


  2. i comunisti infierivano anche contro i parroci...
    Per i comunisti i parroci erano tra gli oppositori più efficaci, quindi molto pericolosi. Avevano confessionali in cui sapere anche la verità sulla violenza rossa che, fuori, nessuno osava dire.


    Avevano pulpiti da cui parlare e condannare, gente ad ascoltare. Erano organizzati con oratori, consigli comunali, formavano diocesi. Quattro volte più numerosi di oggi, erano disseminati ovunque. Più dei carabinieri, più dei farmacisti. Persino più delle case del popolo. E se la loro parrocchia disponeva di benefici terrieri, ebbene, erano da odiare due volte, una perché preti, l'altra come padroni, e rientravano perciò doppiamente in quell'assunto che, dalla fine della guerra, girò per anni tra le squadre d'azione comunista, in cellula e nelle case del popolo:
    «Se dopo la liberazione ogni compagno uccidesse il proprio parroco e ogni contadino il padrone, il problema sarebbe già risolto».

    E non è vero che ad ogni don Camillo rispondesse un Peppone. I primi furono tanti, dei secondi in questo amaro viaggio di triangolo della morte non vi è traccia. Non c'è parroco che non abbiano intimidito, isolato. Tantissimi furono scherniti, derubati, rapinati. Ora io vi racconterò di quelli che, dopo aver già tanto sofferto in tempo di guerra da tedeschi, fascisti e partigiani rossi, sono stati martirizzati in tempo di pace dalla violenza comunista. Nell'allora folto branco di parroci può magari scapparci, che so, lo scapestrato, il disattento, l'arricchito. Non però tra le decine uccisi.

    Ogni assassinato è perbene. E tra i più attivi, equilibrati, generosi, attenti alla propria gente. E' seguito, amato, perciò un maledetto nemico del popolo, dunque va soppresso, distrutto e che ogni assassinato sia esempio per gli altri, che tengano la bocca chiusa. E c'è un motivo, più d'ogni altro: essi hanno in sé e con sé Dio.

    Il 25 aprile è la Liberazione, la fine della guerra, e da adesso i parroci dell'Emilia Romagna, ma anche delle regioni vicine, ogni sera, nell'ultimo segno della croce, non sanno se rivedranno l'alba o se capiteranno in casa gli assassini, come accade la sera del 16 gennaio '46 a don Francesco Venturelli, arciprete di Fossoli, nel Modenese vicino Carpi.
    E' stato cappellano nel campo di concentramento della sua parrocchia, è un tipo che non chiede che tessera politica hai, che assiste tutti quanti, inglesi, fascisti, partigiani, collaborazionisti. E' uno che dopo la Liberazione detesta la brutalità e gli eccidi che si ripetono nel Carpigiano contro fascisti e presunti fascisti.
    E dunque è sera, uno sconosciuto lo chiama fuori di canonica chiedendo di accorrere per un incidente mortale sulla provinciale. Don Francesco corre e si trova invece davanti a un plotone di rossi che lo falcia col mitra.

    Invece don Gianni Domenico, trentenne, celebra messa ai giovani soldati repubblichini. Il 24 aprile '45 all'arrivo degli alleati corre tra la sua gente a San Vitale di Reno: in chiesa lo stanno aspettando i partigiani comunisti, lo gettano in un porcile, lo denudano, lo violentano. Ci sono anche donne tra loro, e una in particolare, è la più ardente nel seviziarlo. Il lungo martirio si conclude a colpi di mitra e ai parrocchiani si impedisce per giorni di seppellire il martirizzato.

    Don Giuseppe Tarozzi è parroco a Riolo di Castelfranco, diocesi di Bologna, severissimo nell'amministrare un'opera pia fa il diavolo a quattro per tener lontano da essa la politica e ladri. Notte del 25 maggio '45: i commandos comunisti fracassano a colpi di scure la porta della canonica, lo strappano dal letto, lo pestano, poi lo trascinano via in camicia da notte. La gente vede un'ombra bianca sospinta fuori a calci, il suo cadavere non sarà mai più ritrovato.

    Ancora diocesi di Bologna: don Giuseppe Rasori, sessantenne a San Martino Casola ha solo due parrocchiani non iscritti al Pci. Sberleffi, minacce, assalti alla chiesa. Vive nella paura ma resta. Nel pomeriggio del 2 luglio '46 in canonica, dove in guerra ha nascosto tanti partigiani, lo ammazzano con un colpo di pistola al collo. Il suo successore poco tempo dopo in chiesa parlando della passione di Gesù accenna allo straccio rosso con cui fu coperto per derisione. Deve fare ripetute e pubbliche scuse, i comunisti l'hanno presa come ingiuria alla loro bandiera.

    Don Alfonso Reggiani, parroco di Anzola di Piano, Bologna, il 5 dicembre '45 sta pedalando di ritorno da una visita ai suoi ammalati, lo fermano in due, l'ammazzano a raffiche di mitra, se ne vanno sulle biciclette. Una cigola e gli assassini dicono: «L'ungeremo a casa, adesso che abbiamo ammazzato il maiale». Al funerale di don Alfonso, reo di battute umoristiche sui comunisti, ci sono solo cinque bambini e qualche donna.

    Un prete semplice, conciliante, don Enrico Donati, ma è parroco a Lorenzatico, Bologna, della famiglia del sindacalista bianco Giuseppe Fanin, che sarà massacrato, nel '48 a colpi di spranga dai comunisti. Il 13 maggio '45 quattro compagni con la scusa di portare don Donati al comando partigiano per formalità, lo feriscono a colpi di mitra, gli legano le mani, lo infilano in un sacco e lo gettano con due sassi per zavorra in un macero colmo d'acqua.

    La sera del 25 luglio '45 un altro comando chiama don Achille Filippi, parroco di Maiola, sull'uscio della chiesa e l'uccide: cancellando anni ed anni di lavoro e bontà per la gente, le colonie per i bambini, la povertà degli anziani. Ma il gran farabutto in chiesa biasimava le violenze e i soprusi dei comunisti; a morte.

    Già un altro era stato condannato a morte un mese prima della Liberazione a Santa Maria in Duno per aver rinfacciato ai partigiani rossi efferatezza durante la guerriglia: il primo marzo '45 si presentano due armati travestiti da tedeschi, irrompono in canonica con due donne anch'esse armate, dicono di essere di un comitato, legano Don Corrado Bortolini, rubacchiano e poi lo portano via in motocicletta. Mai più trovato, anche se tutti sanno che è stato torturato, strangolato, gettato in una fossa. Al suo successore c'è chi ammonisce di non interessarsene: «Tanto don Corrado dorme in un campo di fiori».

    Don Tino Galletti, nella chiesa di Spazzate Sassatelli, a Imola, è un altro che non parla bene dei comunisti in una parrocchia rossa, non più di sei persone alla messa domenicale. Il 9 maggio '45 è ucciso a colpi di pistola e per non mandarlo via da solo ammazzano anche tre dei suoi sei fedeli. Non un cane ai funerali.

    Implora pietà invece don Luigi Lenzini, parroco di Crocetta di Pavullo, nel Modenese, la notte in cui un gruppo di comunisti, gente del paese, lo trascina in camicia da notte dalla canonica alla vigna e qui lo seviziano da stramaledetti e poi gli spaccano la testa: ha condannato il metodo di «far fuori la gente» dei comunisti.

    Freddati a pistolettate il parroco di Mocogno e di Montalto, cioè il canonico Giovanni Guizzardi e don Giuseppe Preci, nel Modenese. Morte lenta per l'anziano don Ernesto Talè, parroco di Castellino delle Formiche, modenese, e per la donna che stava accompagnandolo da un ammalato, «quella carogna non voleva morire ... », dirà al bar, vantandosi con gli amici, uno dei "coraggiosi partigiani" torturatori del prete.

    Nel Reggiano non ammettono gli eccessi disumani di chi, partigiano comunista, scredita il movimento di Resistenza e sono freddati col mitra don Giuseppe Lemmi, cappellano di Felina e don Luigi Manfredi, parroco di Budrio.

    E' il 14 settembre '45, l'assassino che spacca il cranio a don Tebaldo Dapporto, parroco di Casalfiumanese di Imola, corre alla Camera del Lavoro a vantarsi d'aver fatto fuori il suo prete-padrone.

    Don Carlo Terenziani, prevosto di Ventosa, la mattina del 29 aprile '45 è preso dai partigiani rossi che lo fanno girare per le strade come un Cristo schernito, sputato, ingozzato di vino all'osteria, battuto e infine fucilato a sera.

    Don Giuseppe Pessina, parroco di San Martino di Correggio, piange diciannove parrocchiani assassinati dai comunisti e sa troppe cose: ucciso a colpi di mitra mentre la sera del 18 giugno '46 rintocca l'Ave Maria...
    Purtroppo, l'elenco delle vittime delle radiose giornate non finisce qui,
    tanti preti martiri in Emilia, tanti Toscana e in altre regioni...

    Tutto questo orrore non vi è bastato?
    Credete ancora alla favola dei partigiani combattenti per democrazia e per la libertà?

    Questo è l'elenco provvisorio dei religiosi massacrati barbaramente dai partigiani durante le "radiose giornate"



    DON GENNARO AMATO - Parroco di Locri (RC), ucciso nell'ottobre 1943 dai capi della repubblica comunista di Caulonia.
    DON ERNESTO BANDELLI - Parroco di Bria, ucciso dai partigiani slavi a Bria il30/4/45
    DON VITTORIO BAREL - Economo del seminario di Vittorio Veneto, ucciso dai partigiani il 26/10/44
    DON DUILIO BASTREGHI - Parroco di Cigliano e Capannone Pienza, ucciso la notte del 3/7/44 dai partigiani comunisti che lo avevano chiamato con un pretesto.
    DON CARLO BEGHE' - Parroco di Norvegigola (Apuania), sottoposto il 2/3/45 a finta fucilazione dai partigiani, che gli produsse una ferita mortale.
    DON FRANCESCO BONIFACIO - Curato di Villa gardossi (TS), catturato dai comunisti slavi ed infoibato l'11/9/46.
    DON LUIGI BORDET - Parroco di Hone (AO), ucciso il 5/3/46 perché aveva messo in guardia i parrocchiani dalle insidie comuniste.
    DON LUIGI BOVO - Parroco di Bertipaglia (PD), ucciso il 25/9/44 da un partigiano comunista.
    DON MIROSLAVO BULLESCHI - Parroco di Monpaderno (Diocesi di Parenzo e Pola), ucciso il 23/8/47 dai comunisti slavi.
    DON TULLIO CALCAGNO - Direttore di Crociata Italica, fucilato a Milano il 29/4/45 da partigiani comunisti.
    PADRE CRISOSTOMO CERAGIOLO - Cappellano militare decorato al V.M., prelevato il 19/5/44 da partigiani comunisti e ritrovato cadavere in una buca con le mani legate dietro la schiena.
    DON FERRUCCIO CRECCHI - Parroco di Levigliani (LU), fucilato all'arrivo delle truppe di colore grazie a false accuse dei comunisti locali.
    DON ANTONIO CURCIO - Cappellano dell'11° Btg. bersaglieri, ucciso il 7/8/41 a Dugaresa da comunisti croati.
    PADRE SIGISMONDO DAMIANI - Ex cappellano militare, ucciso dai comunisti slavi a S. Genesio di Macerata l'11/3/44.
    DON AURELIO DIAZ - Cappellano della Sezione Sanità della divisione Ferrara, fucilato a Belgrado nel gennaio 45 da partigiani titini.
    DON ADOLFO DOLFI - Canonico della Cattedrale di Volterra, sottoposto il 28/5/45 a torture tali che lo portarono alla morte l'8 ottobre successivo.
    DON GIUSEPPE DORFMANN - Fucilato nel bosco di Posina (VI) il 27/4/45
    DON VINCENZO D'OVIDIO - Parroco di Poggio Umbricchio (TE), ucciso nel maggio 44 sotto accusa di filo fascismo.
    PADRE GIOVANNI FAUSTI - Superiore generale dei Gesuiti in Albania, fucilato il 5/3/46 insieme ad altri religiosi rimasti ignoti, solo perchè italiani.
    PADRE FERNANDO FERRAROTTI - Cappellano militare reduce dalla Russia, ucciso da partigiani comunisti nel giugno 44 a Champorcher (AO).
    DON GREGORIO FERRETTI - Parroco di Castelvecchio (TE), ucciso da partigiani comunisti slavi ed italiani nel maggio 44.
    DON SANTE FONTANA - Parroco di Comano (Pontremoli), ucciso dai partigiani il 16/1/45.
    DON GIUSEPPE GABANA - Della diocesi di Brescia, ucciso il 3/3/44 da un partigiano comunista.
    DON DOMENICO GIANNI - Cappellano militare in Jugoslavia, prelevato la sera del 21/4/45 dai comunisti e ucciso dopo tre giorni.
    DON GIUSEPPE LORENZELLI - Priore di Corvarola di Bagnone (Pontremoli), ucciso dai partigiani il 27/2/45 dopo essere stato obbligato A SCAVARSI LA FOSSA.
    DON FERNANDO MERLI - Missionario della Cattedrale di Foligno, ucciso il 21/2/44 presso Asissi, da comunisti slavi istigati da altri comunisti italiani.
    DON ANGELO MERLINI - Parroco di Flamenga (Foligno), ucciso dagli stessi assassini il medesimo giorno, presso Foligno.
    DON ARMANDO MESSURI - Cappellano delle suore della Sacra Famiglia in Marino, ferito a morte dai partigiani comunisti e deceduto il 18/6/44.
    DON GIACOMO MORO - Cappellano militare in Jugoslavia, fucilato dai titini a Micca di Montenegro.
    DON ADOLFO NANNINI - Parroco Cercina (FI), ucciso il 30/5/44 da partigiani comunisti.
    PADRE SIMONE NARDIN - Dei benedettini olivetani, tenente cappellano dell'ospedale militare Belvedere in Abbazia di Fiume, prelevato da partigiani slavi nell'aprile 45 e trucidato dopo orrende sevizie.
    DON LUIGI OBID - Economo di Podsabotino e San Mauro (GO), prelevato dai partigiani ed ucciso a San Mauro il 15/1/45.
    DON POMBEO PERAI - Parroco dei SS. Pietro e Paolo di città della Pieve, ucciso per rappresaglia partigiana il 16/6/44.
    DON VITTORIO PERKAN - Parroco di Elsane (Fiume), ucciso il 9/5/45 dai partigiani mentre celebrava un funerale.
    DON ALADINO PETRI - Parroco di Pievano di Caprona (PI), ucciso il 2/6/44 perché ritenuto filo fascista.
    DON NAZZARENO PETTINELLI - Parroco di S. Lucia di Ostra di Senigallia, fucilato per rappresaglia partigiana il 1/7/44.
    DON UMBERTO PESSINA - Parroco di S. Martino di Correggio, ucciso il 18/6/46 da partigiani comunisti.
    SEMINARISTA GIUSEPPE PIERAMI - Studente di teologia della diocesi di Apuania, ucciso il 2/11/44 sulla linea Gotiga da partigiani comunisti.
    DON LADISALO PISACANE - Vicario di Circhina (GO), ucciso da partigiani slavi il 5/2/45 insieme AD ALTRE 12 PERSONE.
    DON ANTONIO PISK - Curato di Canale d'Isonzo (GO), prelevato dai partigiani slavi il 28/10/44 e fatto sparire per sempre.
    DON NICOLA POLIDORI - Della diocesi di Nocera e Gualdo, fucilato il 9/6/44 da partigiani comunisti a Sefro.
    DON GIUSEPPE ROCCO - Parroco di S. Maria, diocesi di S. Sepolcro, ucciso dagli slavi il 4/5/45.
    PADRE ANGELICO ROMITI - Cappellano degli AU della Scuola di Fontanellato, decorato al V.M., ucciso la sera del 7/5/45 da partigiani comunisti
    DON ALESSANDRO SANGUANINI - Della congregazione della Misisone, fucilato a Ranziano (GO) il 12/10/44 da partigiani slavi, a causa dei suoi sentimenti di italianità.
    DON LODOVICO SLUGA - Vicario di Circhina (GO), ucciso insieme al confratello DON PISACANE
    DON EMILIO SPINELLI - Parroco di Campogialli (AR), fucilato il 6/5/44 dai partigiani con l'accusa di filo fascismo.
    DON ANGELO TATICCHI - Parroco di Villa di Rovigno (Pola), ucciso dai partigiani slavi nell'ottobre 1934, perchè aiutava gli italiani.
    DON ALBERTO TERILLI - Arciprete di Esperia (FR), morto in seguito ALLE SEVIZIE INFLITTEGLI DAI MAROCCHINI, ECCITATI DAI PARTIGIANI ITALIANI, nel maggio 1944.
    MONS. EUGENIO CORRADINO TORRICELLA - Della diocesi di Bergamo, ucciso il 7/1/44 ad Agen (Francia) da partigiani comunisti, a causa dei suoi sentimenti di italianità.
    DON REDOLFO TRCEK - Diacono della diocesi di Gorizia, ucciso il 1/9/44 a Montenero d'Idria da partigiani comunisti.
    DON GILDO VIAN - Parroco di bastia (PG), ucciso dai partigiani comunisti il 14/7/44.
    DON SEBASTIANO CAVIGLIA - parroco della GNR ucciso ad Asti il 27/4/45;DON GIUSEPPE AMATEIS -parroco di Coassolo (TO), ucciso dai comunisti A COLPI D'ASCIA il 15/3/44 per avere deplorato gli eccessi partigiani;
    DON EDMONDO DE AMICIS - cappellano pluri decorato della I G.M., assassinato a Torino dai gappisti il 24/4/45;
    DON VIRGINIO ICARDI -parroco di Squaneto (Acqui Terme - AL), ucciso dai comunisti il 4/7/44;
    DON ATTIILIO PAVESE -CAPPELLANO PARTIGIANO e parroco di Alpe Gorreto (Tortona - AL), ucciso dai suoi stessi compagni il 6/12/44 perché aveva OSATO CONFORTARE RELIGIOSAMENTE DEI TEDESCHI CONDANNATI A MORTE;
    DON FRANCESCO PELLIZZARI - parroco di Tagliolo (Acqui Terme - AL), chiamato dai partigiani la notte del 10/5/45 e sparito nel nulla;
    DON ENRICO PERCIVALLE - parroco di Varriana (Tortona - AL), ucciso a pugnalate dai partigiani il 14/2/44;
    DON LEANDRO SANGIORGI - cappellano militare decorato al valore, ucciso dai partigiani a Sordevolo Biellese (BI) il 30/4/45;
    DON LUIGI SOLARO - di Torino, ucciso il 4/4/45 solo perché PARENTE DEL FEDERALE DI TORINO, anche lui trucidato dai partigiani a guerra finita;
    PADRE EUGENIO SQUIZZATO - cappellano PARTIGIANO, ucciso dai suoi il 16/4/44 fra Corio e Lanzo (TO), poiché voleva abbandonare la formazione, TURBATO DALLE TROPPE CRUDELTA';
    DON ANTONIO ZOLI -parroco di Morra del Villar (CN), ucciso dai partigiani perché, durante la predica del Corpus Domini del 1944, aveva DEPLORATO L'ODIO FRA FRATELLI.
    DON STANISLAO BARTHUS - della congregazione di Cristo Re (Imperia), ucciso il 17/8/44 dai partigiani perché aveva, durante una predica, DEPLORATO GLI ECCESSI PARTIGIANI;
    DON COLOMBO FASCE -Parroco di Cesino (GE), ucciso nel maggio 1945 da partigiani comunisti;
    DON ANDREA TESTA - Parroco di Diano Borrello (SV), ucciso il 16 luglio 1944
    E MOLTI ALTRI ANCORA...
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  3. NORMA COSSETTO

    Norma Cossetto era una splendida ragazza di 24 anni di S. Domenico di Visinada, laureanda in lettere e filosofia presso l'università di Padova.

    In quel periodo girava in bicicletta per i comuni dell'Istria per preparare il materiale per la sua tesi di laurea, che aveva per titolo "L'Istria Rossa" (Terra rossa per la bauxite).

    Il 25 settembre 1943 un gruppo di partigiani irruppe in casa Cossetto razziando ogni cosa (espropriazione proletaria). Entrarono perfino nelle camere, sparando sopra i letti per spaventare le persone. Il giorno successivo prelevarono Norma. Venne condotta prima nella ex caserma dei Carabinieri di Visignano dove i capibanda si divertirono a tormentarla, promettendole libertà e mansioni direttive, se avesse accettato di collaborare e di aggregarsi alle loro imprese. Al netto rifiuto, la rinchiusero nella ex caserma della Guardia di Finanza a Parenzo assieme ad altri parenti, conoscenti ed amici tra i quali Eugenio Cossetto, Antonio Posar, Antonio Ferrarin, Ada Riosa vedova Mechis in Sciortino, Maria Valenti, Urnberto Zotter ed altri, tutti di San Domenico, Castellier, Ghedda, Villanova e Parenzo.

    Dopo una sosta di un paio di giorni, vennero tutti trasferiti durante la notte e trasportati con un carnion nella scuola di Antignana, dove Norma iniziò il suo vero martirio.

    Fissata ad un tavolo con alcune corde, venne violentata da diciassette aguzzini, ubriachi e esaltati, quindi gettata nuda nella Foiba poco distante, sulla catasta degli altri cadaveri degli istriani. Una signora di Antignana che abitava di fronte, sentendo dal primo pomeriggio gemiti e lamenti, verso sera, appena buio, osò avvicinarsi alle imposte socchiuse. Vide la ragazza legata al tavolo e la udí, distintamente, invocare la mamma e chiedere da bere per pietà...

    Il 13 ottobre 1943 a S. Domenico ritornarono i tedeschi i quali, su richiesta di Licia, sorella di Norma, catturarono alcuni partigiani che raccontarono la sua tragica fine e quella di suo padre.

    Il 10 dicembre 1943 i Vigili del fuoco di Pola, al comando del maresciallo Harzarich, recuperarono la sua salma: era caduta supina, nuda, con le braccia legate con il filo di ferro, su un cumulo di altri cadaveri aggrovigliati; aveva ambedue i seni pugnalati ed altre parti del corpo sfregiate.

    Emanuele Cossetto, che identificò la nipote Norma, riconobbe sul suo corpo varie ferite d'arma da taglio; altrettanto riscontrò sui cadaveri degli altri". Norma aveva le mani legate in avanti, mentre le altre vittime erano state legate dietro. Da prigionieri partigiani, presi in seguito da militari italiani istriani, si seppe che Norma, durante la prigionia venne violentata da molti.

    Un'altra deposizione aggiunge i seguenti particolari: "Cossetto Norma, rinchiusa da partigiani nella ex caserma dei Carabinieri di Antignana, fu fissata ad un tavolo con legature alle mani e ai piedi e violentata per tutta la notte da diciassette aguzzini. Venne poi gettata nella Foiba.... La salma di Norma fu composta nella piccola cappella mortuaria del cimitero di Castellerier.

    Dei suoi diciassette torturatori, sei furono arrestati e obbligati a passare l'ultima notte della loro vita nella cappella mortuaria del locale cimitero per vegliare la salma, composta al centro, alla luce tremolante di due ceri, nel fetore acre della decomposizione di quel corpo che essi avevano seviziato sessantasette giorni prima, nell'attesa angosciosa della morte certa. Soli, con la loro vittima, con il peso enorme dei loro rimorsi, tre impazzirono e all'alba caddero con gli altri, fucilati a colpi di mitra ...."

domenica 27 marzo 2022

I MONUMENTI AI CADUTI DELLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA.

I MONUMENTI AI CADUTI DELLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA. UN OMAGGIO AI CADUTI E UN RICORDO DEGLI ULTIMI COMBATTENTI PER L'ITALIA. CRONOLOGIA DEGLI AVVENIMENTI CHE HANNO SEGNATO LA NASCITA, LA VITA, LA FINE DELLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA
da COMBATTENTI DELL'ONORE.
 Paolo Teoni Minucci.
     

     
    Prefazione
     
    Questo libro è il risultato di una ricerca che ha avuto, per oggetto, una minuscola rappresentanza di quanti, in divisa e in abito civile, militarono con ruoli gregari nelle file della RSI.
    Furono uomini e donne che si impegnarono, con responsabilità e sacrificio, per riscattare dalla vergogna dell’otto settembre l’Onore d’Italia, costituendo il facile bersaglio di armi fratricide, durante i 20 mesi della guerra civile ma, ancor più, dopo la sua sanguinosa conclusione.
    Nell’intento di procrastinare l’inevitabile processo di revisione di quel periodo, l’antifascismo professionale, con l’aiuto degli ultimi bardi, per altro già molto prossimi allo Stige, resta disperatamente abbarbicato alle sue verità e si ostina a tener relegati, nel grigiore di un limbo storico, gli italiani della Repubblica Sociale.
    Sulla base di informazioni precarie, ho cercato allora i monumenti edificati in memoria di quei Caduti, sono stato là dove furono eretti, li ho fotografati, ne ho tracciato l’itinerario, ho ricopiato nomi ed epigrafi molte volte sbiadite e, per finire, ho completato le vicende narrate da quelle pietre, con le notizie documentate che mi è stato possibile raccogliere.
    I motivi che hanno indotto questo lavoro sono:
    — Rendere omaggio ai Caduti della RSI, cui questo libro è dedicato e, soprattutto, a quelli di loro che non ebbero e non avranno il conforto di una croce.
    — Divulgare fra i giovani che non sanno, perché ne furono impediti, la conoscenza di una storia d’Italia, taciuta in patria, ma ben nota oltre confine.
    — Conservare il più a lungo possibile, fra le pagine di un libro, il ricordo di quegli uomini e di quelle pietre che l’ingiuria del tempo, la mano vandalica, la povertà dei mezzi e delle forze dei superstiti, condannano inesorabilmente a sparire.
    — Raccogliere, in una singola pubblicazione episodi accaduti in tempi e luoghi, anche distanti fra loro.
    Coloro che ne sentiranno il desiderio potranno recarsi in quei luoghi per una verifica, una riflessione, una preghiera, un fiore; gli itinerari descritti e le fotografie, ne faciliteranno il ritrovamento e non si avrà bisogno di chiedere.
    Ho in tal modo sollevato il velo su alcune storie, tutte ugualmente tristi e tutte tristemente concluse, ignorate dai più, che rappresentano una frazione delle migliaia che non sapremo.
    Solamente il giorno in cui questo inverecondo dopoguerra, iniziato nell’aprile del 1945, si sarà tramutato in pace vera e non ci sarà più discriminazione fra i morti della stessa terra, quel giorno, anche per gli italiani della Repubblica Sociale, la seconda guerra mondiale potrà dirsi finalmente conclusa.
    Ma sarà allora troppo tardi per conoscere la vicenda di questi Figli di una Patria matrigna, le cui storie il tempo, avrà oramai cancellato per sempre.
     
    Premessa
     
    Gli italiani della mia generazione, quelli che come me vissero la seconda guerra mondiale in età di ragione, ma non abbastanza matura per prendervi parte diretta, volgono al tramonto.
    Noi siamo gli ultimi testimoni oculari di quella vicenda storica che ci vide, alla fine, eredi di una sconfitta devastante come risultato di una guerra due volte perduta: la prima, combattendo contro un potente nemico esterno; la seconda, combattendo gli uni contro gli altri nella sanguinosa bufera di una guerra civile.
    Trentanove mesi durò la prima, venti mesi l’altra e, quando tutto sembrò aver finalmente termine, sulla desolazione di un’Italia distrutta nel corpo ma ancor più nelle coscienze, scese l’ora cupa della vendetta e del sangue.
    Libertà sconfinata in cambio della capitolazione, era stato l’insinuante pervicace baratto promosso da oltre oceano e sollecitato con le bombe dei B 17, mentre dall’est un’altra libertà, la bolscevica, muoveva verso occidente sulla prua dei T 34.
    Sotto quei velivoli e dietro quei carri, avanzavano culture molto diverse da quella europea e mediterranea nella quale eravamo nati e alla quale eravamo stati educati.
    Tra poco quei due sistemi, fra loro così distanti e contrapposti, si sarebbero duramente e pericolosamente confrontati, per la supremazia, sul confine di un muro ideologico, prima ancora che di cemento, costruito sulle macerie di una Europa distrutta e irrimediabilmente avviata al tramonto, dall’inscindibile soffocante amplesso dei liberatori.
    Sono consapevole di non raccontare cose nuove; le date e gli avvenimenti che rievoco sono però fondamentali per la nostra storia contemporanea, acquisiti da tempo alla stessa e dovrebbero essere ben chiari nella testa di tutti.
    Potrebbe allora trattarsi di fatica oziosa, ma non è così, perché ho la speranza che un ripasso sia pur sommario, dei principali avvenimenti che ebbero inizio 60 anni or sono, giovi ai vecchi dalla memoria sinistrata mentre, per quanto riguarda i giovani, sento il dovere e nutro l’illusione di concorrere ad aprire loro uno spiraglio sull’ignoto che, mi auguro, vorranno maggiormente ampliare.
    Ho raccontato i fatti che portarono gli italiani alla guerra civile, così come accaduti e nella loro sequenza cronologica.
    Non credo che quanto narrato sia opinabile e questa presunzione mi deriva dall’avere presenziato a quegli avvenimenti; dall’averne conosciuto personalmente molti dei protagonisti; dall’attenta analisi di una grande mole di letteratura postuma; dall’aver messo, nell’esposizione, la massima obiettività.
 
 
    Dal "Consenso" alla Democrazia
     
    L’inizio della fine
 
    È il 1938, secondo il parere dei massimi storici, l’anno del più alto "consenso" che il popolo italiano decretò al fascismo a partire dall’ottobre 1922, data della sua ascesa al governo della Nazione.
    Quando si dice il più alto consenso, s’intende dire che alla stragrande maggioranza del popolo italiano, andava benissimo così.
    Non che non ci fossero italiani oppositori del regime anzi, sia pure in numero limitato, più o meno noti, ce n’erano e anche di parecchio tosti, distribuiti fra l’area comunista e quella cattolica, sia in Italia che all’estero ma, in quel periodo, non avevano molto seguito.
    Quando nella prima fase della seconda guerra mondiale la Germania, alla quale ci legava il Patto d’Acciaio, diede chiara prova di poter stravincere in terra, mare e cielo, il popolo italiano cominciò a entrare in angustia, perché vedeva sfuggire l’occasione di sedersi con poca spesa al tavolo delle trattative di pace, se non si fosse corsi per tempo in aiuto al vincitore.
    E fu allora che le piazze d’Italia cominciarono a riempirsi di gente, in parte messa su dalla propaganda ma in parte convinta, che gridava guerra, guerra.
    E fra coloro che gridavano di più c’erano i soliti furbi, quelli di "armiamoci e partite" perché, ognuno di loro, aveva in tasca la ricetta per stare a casa.
     
    La guerra
 
    Scendemmo dunque in campo il 10 giugno 1940 ed è lì che il consenso cominciò a calare, col progredire della guerra e degli insuccessi.
    Prova inequivocabile non furono i sondaggi di opinione, che a quell’epoca non si sapeva cosa fossero, ma le scritte ostili al regime, dapprima nei cessi poi, sempre più audacemente, anche sui muri delle case.
    Il consenso raggiunse il suo livello più basso, per diventare decisamente dissenso quando il nemico, con lo sbarco in Sicilia il 10 luglio 1943, diede inizio all’invasione del territorio metropolitano.
    Da quel momento, nel cervello degli italiani, si fece sempre più strada la convinzione che i tedeschi non ce l’avrebbero fatta e che quindi, anche per noi, la partita era perduta.
    E quando Vittorio Emanuele il 25 luglio 1943 licenziò Mussolini per sostituirlo con Badoglio, un’ondata di tripudio pervase l’Italia, perché anche lo scemo del villaggio aveva capito che si trattava della prima mossa per uscire dalla guerra cosa che, in quel momento, era ciò che più voleva il popolo italiano.
    Con la scusa del tripudio ci furono anche tentativi di sommossa non chiaramente finalizzati, repressi energicamente dal Governo Badoglio al prezzo complessivo di 1600 fra morti, feriti, incarcerati, ma la cosa non destò scalpore, anche perché non venne divulgata.
    L’8 settembre 1943, corollario della manovra di sganciamento, il popolo italiano che sperava fosse veramente finita, si diede ancora una volta al tripudio (secondo me con molta meno enfasi del 25 luglio, perché capiva che qualcosa non quagliava), ma molto più al saccheggio.
    In quelle stesse ore l’esercito nemico proveniente da sud, estendeva l’invasione a un terzo della Penisola, mentre l’altro esercito straniero proveniente da nord, fino a quel momento nostro alleato, ne occupava la parte rimanente.
    Chiaritasi con il capovolgimento delle alleanze (operazione nella quale siamo maestri e noti nel mondo) la nuova situazione bellica, la parte del popolo italiano rimasta a sud del fronte, si trovò ad avere risolto i suoi problemi più immediati mentre, per coloro che si vennero a trovare a nord di quella linea, le cose si prospettavano un pochino più complicate.
     
    Interludio
 
    Dopo che i tedeschi ebbero intercettato alcuni comunicati radio, trasmessi in chiaro da fonte nemica, che davano per siglata il 3 settembre 1943 la resa senza condizioni dell’Italia agli anglo-americani, mandarono per la presentazione delle credenziali, il mattino dell’8 settembre al Re Vittorio Emanuele III, il nuovo Incaricato d’affari presso il Regno d’Italia, Rudolf Rahn.
    "L’Italia combatterà fino in fondo a fianco della Germania…", fu la sorprendente e incauta dichiarazione del Re, sulla quale piombò, attraverso i microfoni dell’EIAR alle 19,45 di quello stesso 8 settembre, l’inqualificabile comunicato del Capo del Governo italiano, Generale Pietro Badoglio.
    L’esercito italiano, venuto a mancare di colpo il supporto di ogni gerarchia, letteralmente si squagliò come neve al sole, nel volgere di poche ore.
    Si assistette allora all’angosciante spettacolo fornito dalle centinaia di migliaia di soldati stanchi, affamati, laceri e demoralizzati che, battendo le campagne e le strade secondarie tentavano, molte volte inutilmente, di sottrarsi alla cattura da parte dei tedeschi.
    La reazione di questi ultimi, al nostro voltafaccia, fu immediata e rude ma non ancora sanguinosa, anche se a Roma il Regio Esercito, appoggiato da qualche decina di civili, aveva tentato inutilmente di opporsi, con le armi, all’occupazione dei centri nevralgici della capitale.
    D’altra parte non era in alcun modo ipotizzabile l’abbandono tedesco agli anglo-americani, dello strategico scacchiere mediterraneo, solo per accondiscendere il desiderio di pace dell’italico alleato che si era stancato di guerra, così come era naturale fossero furibondi per il nostro voltafaccia che, oltretutto, li poneva improvvisamente in non poche difficoltà tattiche.
    Non è difficile immaginare i sentimenti nei nostri confronti, soprattutto di coloro che in quel momento si trovavano nel bel mezzo delle cannonate nella testa di ponte di Salerno, mentre contrastavano da soli lo sbarco anglo-americano, dopo che le nostre truppe si erano eclissate.
    Sicuramente saranno riandati alle tappe della disgraziata alleanza con l’Italia: eravamo entrati in guerra contro loro espresso parere; erano dovuti intervenire in Grecia per darci una mano; erano dovuti intervenire, con l’Afrika Korps di Rommel, anche in Africa settentrionale; il nostro intervento in Russia aveva dato più problemi che vantaggi; ci avevano mandato alcune delle migliori divisioni (ancor prima del 25 luglio e su nostra pressante richiesta), per fronteggiare l’avanzata anglo-americana in Sicilia, scarsamente e fiaccamente (per non dir peggio), contrastata dalle nostre truppe e, per paga del loro sacrificio in uomini e materiali gli italiani, non solo mollavano le armi lasciandoli nelle peste, ma addirittura gli sparavano addosso!
    Fu qualche tempo dopo l’8 settembre, che iniziò a organizzarsi qua e là una certa opposizione, per il momento scarsamente armata, diretta contro i tedeschi e contro i fascisti, che avrebbe poi preso il nome di "Resistenza"; contro i fascisti, soprattutto dopo la costituzione di un Governo repubblicano che portò, il 25 novembre 1943, alla proclamazione della Repubblica Sociale.
    Obiettivo principale e fondamentale della neonata repubblica, fu quello di riprendere le armi a fianco dell’alleato tedesco per risollevare l’Onore nazionale, trascinato nel fango dalla resa incondizionata e dal tradimento dell’alleato.
    A questo punto, il popolo italiano che venne a trovarsi nel territorio della Repubblica Sociale, doveva decidere con chi stare: da un lato si parlava di onore, ma il sia pur lento arretrare delle armate tedesche, lasciava pochi dubbi circa l’esito finale della partita; dall’altro si parlava di libertà e l’inarrestabile avanzata delle forze anglo-americane, ne lasciava ancor meno su chi sarebbe stato il vincitore.
    La stragrande maggioranza degli italiani, pur parteggiando in cuor proprio per gli uni o per gli altri, decise di non decidere e abbozzò, ponendosi alla finestra avendo, come primo obiettivo, quello di portar fuori le stringhe da quel casino; e ce n’era molta di gente alla finestra in quell’8 settembre del ‘43 ma, fra poco, un nuovo evento avrebbe deciso per tutti:
     
    La guerra civile
 
    Con il nuovo Stato repubblicano scesero in campo i vecchi fascisti; gli idealisti che sentirono più forte il richiamo dell’onore; gli internati nei lager tedeschi che alla prigionia preferirono il combattimento; i giovani di leva che alla macchia preferirono il dovere.
    Il risultato fu che a Mondragone, i bersaglieri della Repubblica Sociale andarono con successo al combattimento contro gli anglo-americani, già il 15 novembre 1943.
    La propaganda antifascista, le emittenti radio nemiche e Radio Bari, portavoce del Governo Badoglio, si diedero ad aizzare l’odio contro i soldati della RSI; esso venne pianificato, istituzionalizzato e scagliato su di loro; si ordinò di ucciderli entro due ore dalla cattura, mentre si provvedeva a trasmetterne via radio, oltre le linee, generalità e indirizzo, per facilitarne il riconoscimento e la soppressione.
    Alle spalle dei soldati della RSI si vennero così formando sui monti, nelle pianure e nelle città, bande armate di civili ed ex militari (i partigiani), che operavano in nome delle Resistenza, composte da: antifascisti di antica e nuova militanza; soldati sbandati dell’ex esercito regio rimasti tagliati fuori dalle loro città invase; prigionieri ex nemici fuggiti dai campi di concentramento; giovani renitenti alla leva della RSI. 
    Ultimi ad apparire furono gli eroi della "sesta giornata", coloro cioè che dopo il 24 aprile 1945 uscirono per la prima volta allo scoperto brandendo le armi, il fazzoletto verde o rosso al collo (ed erano i più feroci).
    Anche costoro (forse gli stessi che 5 anni prima erano accorsi a portare aiuto a un altro vincitore), reclameranno e otterranno, per sé e successori, prebende e carriere.
    I partigiani erano organizzati in gap, bande, brigate, non vestivano divisa e, generalmente, non obbedivano a regole che non fossero quelle stabilite dal loro capo diretto.
    Il metodo di lotta era la guerriglia, che veniva attuata con imboscate, colpi di mano, attentati dinamitardi, metodi illegittimi, secondo gli accordi internazionali di guerra (Convenzione dell’Aja del 18 ottobre 1907, ancora in vigore) che, in quei casi, ammettono la ritorsione della rappresaglia.
    Tutte le imprese compiute dai partigiani durante e dopo la guerra civile, furono in seguito dichiarate, con apposita legge retroattiva, azioni di guerra e, come tali, condivise e giustificate.
    Ciò permise l’impunità a un gran numero di masnadieri, che si era infiltrato nella Resistenza con scopi che con quella avevano poco da spartire. 
    A sud della linea del fuoco, nel territorio che poteva considerarsi la continuazione dell’Italia del regno, il Governo Badoglio, fra incredibili difficoltà e umiliazioni, non riuscì a ottenere dagli anglo-americani lo stato di alleanza ma semplicemente quello di "cobelligeranza" e poté a fatica rimettere in armi, traendoli dagli sbandati della disfatta militare, circa 5000 uomini, che vennero organizzati in un Raggruppamento, avanguardia di quello che sarebbe divenuto il CIL (Corpo Italiano di Liberazione) il quale, sia pure limitato nel numero e impiegato in modo qualche volta umiliante e sempre subordinato, combatté onorevolmente e con sacrificio, da Mignano Montelungo al Po.
    Per gli appartenenti alla RSI accusati di ogni turpitudine da altri commessa e a quelli accomunati, non ci fu pietà; il loro sangue corse a rivi e se alla fine il genocidio non poté essere portato a termine, lo si dovette alle truppe d’occupazione anglo-americane che lo contrastarono, dapprima fiaccamente, poi in modo sempre più deciso.
    I fascisti della RSI sopravvissuti alle stragi, furono messi al bando e, negata loro l’idealità della causa per la quale avevano combattuto, vennero cacciati dai posti di lavoro, derubati dei loro averi, processati da sedicenti tribunali del popolo, incarcerati e rinchiusi in campi di concentramento, privati dei diritti civili; e furono i fortunati.
     
    Il dopoguerra
 
    Quei tristissimi giorni io li ho vissuti da comprimario, e quindi testimone, e ho di loro serbato un ricordo che ancora mi sgomenta: truppe di colore; folla scalcinata ubriaca e vociante; bandiere e fazzoletti rossi; amici spariti, incarcerati, uccisi; "segnorine" sulle jeep dei vincitori; donne con la testa rasata; strade e piazze illuminate; odore di sigarette Chesterfield; preservativi usati, in terra nelle vie; dentifricio al gusto di ragù; ritmi di boggie woggie; Military Police con elmetti e manganelli bianchi; cioccolato, scatolette e chewing gum.
    Al seguito di armi straniere (fatto già più volte verificatosi nella storia d’Italia), anche l’antifascismo e la Resistenza finalmente trionfavano e, con loro, trionfava il popolo italiano che aveva, con molta disinvoltura, accantonato la sua maschia volontà guerriera sfoderata qualche anno prima contro la "perfida Albione" e, ancora una volta abbozzando, si adeguava.
    Per sottrarsi alle accuse di fascismo che i vincitori gli muovevano e nella speranza di ottenere condizioni di miglior favore dalla resa incondizionata, gli italiani indossarono i panni della vittima e cercarono di spacciare per vera, autoconvincendosene, la favola della presa del potere nel ‘22, da parte di una cricca, che poi li aveva tenuti soggiogati per vent’anni!
    Continuando sull’esempio delle prèfiche più accreditate, si poté assistere al miracolo della conversione (altro che pani e pesci!) e 45 milioni di italiani fascisti si trasformarono come per incanto in 45 milioni di antifascisti italiani.
    I veri vincitori, trascorso il periodo di euforia seguito alla cessazione delle ostilità, in forza dell’articolo 11 delle clausole di resa del Corto armistizio secondo il quale:
    "Il Comandante in Capo delle Forze alleate avrà pieno diritto di imporre misure di disarmo, smobilitazione e di smilitarizzazione", provvidero a disarmare i partigiani.
    La Resistenza venne così bruscamente accantonata e, al di fuori degli stereotipi riconoscimenti e prestampate frasi di circostanza, le fu solo concesso di celebrarsi ma, per favore, senza troppe bandiere rosse.
    Essa a quel punto non volle ma io credo non poté, liberarsi dalle scorie che la gravavano e che in seguito ne avrebbero messo in gioco immagine e credibilità.
    Soprattutto l’antifascismo, sua componente principale e trasversale, costretto dalla preponderanza comunista nelle anguste spire di una rivalsa senza confini e ormai senza scopo, non fu in grado, al termine di uno scontro che aveva visto sconfitta l’Italia intera, di muovere un passo verso i vinti e chiudere definitivamente il conflitto, sull’esempio di ciò che avevano fatto altri: Franco nel 1939, Lincoln nel 1865.
    Incapace di autocritica e a furia di celebrazioni la Resistenza, su cui presero a formarsi le fortune politiche e materiali della nuova classe dirigente italiana, si autodefinì epopea poi mito e infine dogma.
    Difficile quindi tentare un approccio o porre anche il più piccolo interrogativo su alcune delle sue imprese più oscure, senza incorrere nell’accusa di vilipendio mentre strade, piazze, monumenti, mausolei venivano a lei intitolati ed eretti.
    Per gli sconfitti, cioè quegli italiani che avevano con coerenza ma senza fortuna, combattuto fino alla fine per l’Onore e avevano pagato un contributo altissimo di sangue, per lunghi anni ne fu vietato anche il semplice ricordo.
    La Repubblica italiana "fondata sull’antifascismo e nata dalla Resistenza" non sa nemmeno, a distanza di 76 anni (e quel che è peggio non gliene frega niente di sapere), quanti furono i Caduti della Repubblica Sociale, che fascista era sì, ma anche italiana.
     
da COMBATTENTI DELL'ONORE. Paolo Teoni Minucci.
Anno di Edizione: 2000. Greco&Greco editori. (Indirizzo e telefono: vedi EDITORI)