domenica 16 agosto 2015

NICOLA BOMBACCI

"Presto tutte le fabbriche saranno socializzate e sarà esaminato anche il problema della terra e della casa perché tutti i lavoratori devono possedere la loro terra e la loro casa…"
Nicola Bombacci

Seguì il Duce nella cattiva sorte,
quando altri fuggivano
o rinnegavano, lui morì gridando
"Viva l'Italia! Viva il Socialismo!"

Nicola Bombacci
(Civitella di Romagna, 24 ottobre 1879 -
 Dongo, 28 aprile 1945)


Dirigente socialista durante la prima Guerra Mondiale e il primo dopoguerra, fu uno dei fondatori del Partito Comunista d'Italia nel 1921. Negli anni trenta si avvicinò al fascismo, dirigendo la rivista “La Verità”. Partecipò alla Repubblica Sociale Italiana e fu fucilato con Mussolini nell'aprile del 1945.
Il 29 aprile '45 furono passati per le armi i gerarchi fascisti per mano dei partigiani comunisti. Cosa curiosa, fra questi c'era una delle massime figure del comunismo italiano, né più né meno che Nicola Bombacci, il fondatore del Partito Comunista Italiano (PCI), amico personale di Lenin, col quale stette in URSS durante la Rivoluzione d'Ottobre. Soprannominato il "Papa Rosso" e, finalmente, incondizionato sostenitore di Mussolini al quale si unì negli ultimi mesi del suo regime. La sua vita fu la storia di una conversione o di una tradizione? O fu per caso, l'evoluzione naturale di un nazional-bolscevismo? La pubblicazione in Italia di una biografia di Bombacci ha riaperto il dibattito sulla ideologia rivoluzionaria del fascismo mussoliniano".
Nicola Bombacci nacque in seno ad una famiglia cattolica della Romagna il 24 ottobre 1879, a pochi chilometri da Predappio, ove nascerà, pochi anni dopo, quello che sarebbe stato il fondatore del fascismo, in una regione in cui la lotta operaia si distinse per la sua durezza. Entra in gioventù nel Partito Socialista Italiano e prende il diploma di maestro (nuovamente le somiglianze con il Duce sono evidenti) per dedicarsi subito, anima e corpo, alla rivoluzione socialista. Per la sua capacità di lavoro e le sue doti organizzative, fu incaricato di dirigere gli organi di stampa socialisti; qui aumenta il suo potere in seno alle organizzazioni operaie e conosce Mussolini che, non dimentichiamolo, fu la grande promessa del socialismo italiano prima di divenire nazional-rivoluzionario. Opposto alla linea morbida della socialdemocrazia, Bombacci fonda, insieme a Gramsci, il Partito Comunista d'Italia e nei primi Anni '20 si reca in URSS per partecipare alla Rivoluzione bolscevica. Lì fa amicizia con Lenin che in una riunione al Cremlino dice di Mussolini: "In Italia compagni, in Italia c'è solo un socialista capace di guidare il popolo verso la rivoluzione: Mussolini!" E poco dopo il Duce inizierà la rivoluzione, però fascista... Come leader del neonato Partito Comunista, Bombacci si convince come la borghesia italiana, che lo soprannomina il "Papa Rosso", sia l'autentico nemico pubblico numero uno. Eletto tra i primi deputati del partito, mentre le squadre fasciste iniziano a formarsi e a confrontarsi con le milizie comuniste, ha come missione quella di contenere l'inevitabile presa del potere da parte del fascismo, ma fallisce nel suo impegno. Dopo l'ascesa al potere da parte di Mussolini resta, senza ombra di dubbio e fedele alle proprie convinzioni, l'eterno anticonformista e il difensore di una politica di avvicinamento dell'Italia all'URSS.
Difensore di una Terza Via, ove il nazionalismo rivoluzionario del fascismo avrebbe potuto incontrarsi col socialismo rivoluzionario del comunismo, fu espulso dal PCI nel '27 e condannato ad un ostracismo politico; nonostante ciò non smise di mantenere contatti con i dirigenti politici russi. A poco a poco si converte, benché "sui generis", a difensore del regime fascista. Non accetta gli incarichi che gli sono offerti, non rinnega le sue origini comuniste e mai nasconde le proprie intenzioni. Nel '36 scrive sulla sua rivista, "la Verità", confessando la propria adesione al fascismo, che: "ho fatto una grandiosa rivoluzione sociale, Mussolini e Lenin. Soviet e Stato Fascista Corporativo, Roma e Mosca. Molto dovremo rettificare, ma nulla di cui farsi perdonare; oggi come ieri ci unisce lo stesso ideale: il trionfo del lavoro". È naturale che Bombacci, un tempo leader comunista, abbia accettato la nuova situazione politica pur rimanendo sempre critico nei confronti del regime. Nonostante l'amicizia con il Duce fosse da tutti conosciuta, non aderisce mai al Partito Nazionale Fascista. Quando Mussolini viene deposto nel luglio '43 e liberato dai tedeschi un mese dopo, il partito fascista crolla. La struttura organica scompare e i dirigenti del partito, provenienti in maggioranza dai ceti privilegiati della società, passano in massa al governo di Badoglio. L'Italia si trova divisa in due, "a sud di Roma gli Alleati avanzano verso il nord" e Mussolini raggruppa i suoi più fedeli, tutti vecchi camerati della prima ora e giovani entusiasti "che i dirigenti del partito avevano abbandonato" e che ancora credono nella rivoluzione fascista e proclama la Repubblica Sociale Italiana. Immediatamente il fascismo sembra voler tornare alle proprie origini rivoluzionarie e Nicola Bombacci aderisce all'appena proclamata Repubblica e porge a Mussolini tutto il proprio appoggio. Il suo sogno è poter portare avanti la costruzione di quella "Repubblica dei lavoratori" per la quale tanto lui che Mussolini combatterono ad inizio secolo. Come Bombacci, si uniscono al nuovo governo altri intellettuali di sinistra: Carlo Silvestri (deputato socialista e dopo la guerra diffusore delle memorie del Duce), Edmondo Cione (filosofo socialista che fu autorizzato a fondare un partito socialista staccato dal Partito Fascista Repubblicano), etc.
Mussolini preoccupato per la situazione militare, ma risoluto più che mai a portare avanti la sua rivoluzione ora che si è liberato della zavorra del passato, autorizza i settori più rivoluzionari del partito ad assumere il potere e inizia la tappa denominata di "socializzazione" che si traduce nella promulgazione di leggi chiaramente di ispirazione socialista, quali la creazione dei sindacati, la cogestione nelle imprese, la distribuzione di benefici e la nazionalizzazione dei settori industriali di importanza strategica. Tutto ciò è riassunto nei famosi "18 punti" del primo (e unico) Congresso del Partito Fascista Repubblicano a Verona; un documento, redatto congiuntamente da Mussolini e Bombacci, che doveva convertirsi nelle basi della nuova Costituzione dello Stato Sociale Repubblicano. In politica estera, Bombacci tenta di convincere Mussolini a firmare la pace con l'URSS e a continuare la guerra contro la plutocrazia anglosassone, risuscitando l'asse Roma-Berlino-Mosca dei pensatori geopolitici del nazional-bolscevismo degli Anni '20. Se per molti l'ultimo Mussolini era un uomo finito, burattino dei tedeschi, non finisce di sorprendere l'adesione che ha ricevuto da uomini come Bombacci, un vero idealista con una oratoria attraente, allergico a tutto ciò che significasse inquadrarsi o imborghesirsi e che non accetterà neppure ora alcun incarico né stipendio ufficiale. Bombacci diverrà il consigliere e il confidente di Mussolini per gettare, nuovamente, le basi del Partito dei Lavoratori.
Viaggerà nelle fabbriche spiegando la rivoluzione sociale del nuovo regime e il perché della sua adesione, mentre la situazione militare si sta deteriorando e i gruppi terroristi comunisti (i tristemente famosi GAP) già hanno deciso di eliminarlo per il pericolo rappresentato dalla sua attività. Però la guerra sta arrivando alla fine. Benito Mussolini, consigliato dall'ex-deputato socialista Carlo Silvestri e da Bombacci propone di consegnare il potere ai socialisti, integrati nel Comitato Nazionale di Liberazione, piuttosto che ai dirigenti di destra del Sud. Senza alcun dubbio i negoziati fallirono. Nell'aprile '45 le autorità militari tedesche in Italia si arrendono agli alleati. È la fine. Nicola Bombacci, sempre fedele, sempre sereno, accompagna Mussolini al suo ultimo e drammatico viaggio verso la morte. Il racconto di Vittorio Mussolini, figlio del Duce, del suo ultimo incontro col padre, in compagnia di Bombacci ci insegna la sua interezza. "Ho pensato al destino di questo uomo, un vero apostolo del proletariato, un tempo nemico accanito del fascismo e ora a fianco di mio padre senza alcun incarico né prebenda, fedele a due capi diversi fino alla morte. La sua calma mi è servita di conforto". Poco dopo essersi separato da Mussolini e dalla colonna dei suoi ultimi fedeli per risparmiare loro di dover spartire il suo destino, Bombacci è detenuto assieme ad altri dai partigiani comunisti. La mattina del 29 aprile fu posto di fronte al plotone di esecuzione; accanto a lui, Barracu, un valoroso ex-combattente, mutilato di guerra, Pavolini il poeta segretario generale del partito, Valerio Zerbino, un intellettuale; di fronte al plotone tutti gridano: "viva l'Italia!", mentre non cessa di essere un paradosso, fedele riflesso della controversa personalità di Bombacci, che, mentre il suo corpo cade attraversato dalle pallottole dei partigiani socialisti, grida: "Viva il Socialismo!".

NICOLA BOMBACCI – l’apostolo della socializzazione
Nicola Bombacci visse da uomo politico, prestato a quella politica “per cui uno si occupa dei guai degli altri come se fossero propri”, come egli stesso scrisse.
Una banale e quasi infantile definizione di politica, questa, che in tempi come i nostri illumina e fa scuola. Il vivaio in cui crebbe fu quello del più intransigente socialismo; aderì alla corrente massimalista del Partito Socialista Italiano, quella che chiedeva al partito di non distogliere la propria attenzione dai suoi obiettivi massimi, anticapitalistici e rivoluzionari, e di sottoscrivere i 21 punti di Mosca per l’adesione alla Internazionale Comunista. Come avvenne a Mussolini con la fondazione dei Fasci di combattimento, l’essere più socialista degli altri socialisti portò anche Bombacci ad allontanarsi dal partito e dalla sua corrente riformista. Il XVII Congresso del Partito Socialista segnò la scissione che portò alla nascita del Partito Comunista Italiano, del quale Bombacci fu fra i fondatori. Colpevole di aver intravisto, e non per primo, un possibile gemellaggio ideale fra le due rivoluzioni, quella sovietica e quella italiana, nel 1924 fu espulso dal PCd’I, per poi essere reintegrato per intervento diretto dell’Internazionale Comunista.
Nello stesso anno l’Italia di Mussolini fu il primo Paese a riconoscere formalmente l’Unione Sovietica. Anche negli anni della militanza nel PCd’I, Bombacci si mantenne sempre idealmente vicino al fascismo italiano, al punto che, nel 1927, subì una nuova e definitiva espulsione dal partito. La rottura fra Bombacci e il comunismo fu definitiva quando gli eventi accelerarono in direzione del conflitto mondiale prima e della Repubblica Sociale poi. Per Bombacci e per il Fascismo quelli furono gli anni del ritorno alle origini; disilluso
nei riguardi del comunismo il primo, e rescissi tutti i legami con monarchia, industriali e borghesia il secondo, il matrimonio politico fra Bombacci e Mussolini fu totale, sancito dalla propaganda e cementato dalla “socializzazione delle imprese”, capolavoro sociale dell’ideologia sansepolcrista e punto più alto della rivoluzione finalmente compiuta.
Bombacci era a proprio agio a parlare da rivoluzionario di qualcosa di realmente rivoluzionario, che avrebbe portato i lavoratori a partecipare alla gestione delle aziende e alla suddivisione degli utili, restituendo al lavoro fisico e intellettuale la medesima dignità del capitale, avviando finalmente il passo verso quella terza via fra capitalismo e socialismo che avrebbe reso inutili e superati i concetti di destra e sinistra. Non fu simpatico ai socialisti, perché li aveva resi “di destra”. Non fu simpatico ai comunisti, perché li aveva resi conservatori.
Non fu simpatico ai tedeschi, perché le riforme economiche, soprattutto quelle rivoluzionarie, poco si addicono a una economia di guerra. Piacque, però, immensamente a Mussolini, perché era intellettualmente onesto, perché era un appassionato difensore della più pura anima del socialismo.
Avevano iniziato la loro storia politica insieme, poi uno dei due fu abbagliato da un finto sole, l’altro se ne inventò uno tutto suo che passò alla storia. Non smisero mai di stimarsi e dimostrarono al mondo che un av versario non è necessariamente un nemico, e che si può continuare a combattere senza smettere di rispettarsi.
Nicola Bombacci seguì il Duce nella cattiva sorte, quando altri fuggivano o rinnegavano, lui morì gridando "Viva l'Italia! Viva il Socialismo!", dopo essere stato catturato nella colonna fascista diretta in Valtellina per l’ultima resistenza. Era nel suo destino anche quello di essere al fianco di Mussolini, appeso per i piedi, in Piazzale Loreto. Sotto il suo corpo gli assassini appesero un cartello con scritto “SUPERTRADITORE”.
Curioso che quella parola l’abbia scritta una mano partigiana e comunista che, mentre si preparava a diventare il finto baluardo dei lavoratori, si affrettava (questo accadde il 25 aprile 1945) ad abrogare il decreto sulla socializzazione delle imprese. “Traditore a chi?” potremmo dire noi oggi.
Dall’ingresso a sinistra del Campo 10 la prima lapide è la tua, Nicola Bombacci. Un giusto tributo verso chi nacque e morì socialista con il cuore puro di un bambino.

MARZO 1945 BOMBACCI A GENOVA PARLA A 3.000 LAVORATORI

Nicola Bombacci (1879-1945), il rivoluzionario italiano più scomodo del Ventesimo secolo, l’uomo che cercò di unificare le due rivoluzioni del Novecento: la bolscevica di Lenin e quella fascista di Mussolini. Per i comunisti italiani, guidati nel 1945 da soggetti di secondo piano (rispetto ai  Gramsci, ai Bordiga e Bombacci fondatori del P.C.d.I. nel 1921), quali Palmiro Togliatti e Luigi Longo, Nicola Bombacci doveva essere – alla stregua di Mussolini – semplicemente demonizzato ed ignorato perché tremendamente imbarazzante. Ed infatti il suo nome è stato completamente cancellato dalla storia del movimento operaio italiano e mondiale, lui che fu il fondatore, con Antonio Gramsci ed Amadeo Bordiga per l’appunto, delPartito Comunista d’Italia (P.C.d.I.) nel gennaio 1921 a Livorno al 17° Congresso del P.S.I., lui che volle nel 1919 il simbolo della falce e martello (incrociati fra due spighe di grano) – importato dai soviet russi – sulle bandiere rosse dei socialisti italiani. Disse Vladimir Il’ič Lenin a Nicola Bombacci ed ai delegati comunisti italiani il 31 ottobre 1922 (11 novembre del calendario russo):
La foto risale al 31 ottobre 1922 e si vedono alcuni componenti comunisti italiani a Mosca ripresi accanto a Lenin. Tra questi esponenti comunisti italiani, chinato verso il leader del PCUS, troviamo proprio Nicola Bombacci.

Nicola Bombacci, comunista e mussoliniano fino alla morte, estensore ideologo dei punti programmatici della Carta di Verona della Repubblica Sociale Italiana nel 1943, definito  dal comunista del CLNAI Luigi Longo, sarà assassinato dai partigiani a Dongo il 28 aprile 1945 ed esposto al vilipendio di cadavere a Piazzale Loreto il 29 aprile seguente. Il Lenin mussoliniano di Romagna, non si era rassegnato, egli credeva nella verità del fascismo comunistico rosso-nero. E non intendeva lasciarsi sconfiggere dalla vecchia menzogna degli interessi della politica: fatta sul sangue. Si sentiva portatore di un messaggio di libertà per il proletariato italiano tutto (fascista, comunista etc.). A questo messaggio non intendeva rinunciare.  Prima di essere assassinato a Dongo dai partigiani, nemici della libertà, ha gridato: " Viva Mussolini! Viva il socialismo"

IL CORPO DI NICOLA BOMBACCI

LO SCEMPIO DI PIAZZALE LORETO



IL CORPO APPESO DI NICOLA BOMBACCI





IL SANGUE DEI VINTI

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I CADUTI DELLA R.S.I.

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LA SOCIALIZZAZIONE

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TULIO CIANETTI

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STANIS RUINAS E IL "PENSIERO NAZIONALE"

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LA VERITA' : RIVISTA DIRETTA DA NICOLA BOMBACCI



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venerdì 14 agosto 2015

UN TESTO POLITICAMENTE SCORRETTO : DON BOSCO E L' ISLAM

Blog politicamente scorretto contro la dittatura del pensiero unico, coordinato dall' avvocato Edoardo Longo.

UN TESTO POLITICAMENTE SCORRETTO : DON BOSCO E L' ISLAM

Documentazione raccolta da: Anonimo Pontino.
Riporto sotto uno scritto di San Giovanni Bosco sull’Islam, poco noto ma di grande attualità. Questi insegnamenti purtroppo oggi sono completamente dimenticati dalle gerarchie ecclesiastiche moderniste.

Il titolo del trattato è: « Il Cattolico istruito nella sua religione: trattenimenti di un padre di famiglia co’ suoi figliuoli, secondo i bisogni del tempo, epilogati dal Sacerdote Bosco Giovanni» (1853).

Il dialogo citato è tra un padre di famiglia preoccupato per la salvezza dell’anima dei figli ed il figlio maggiore che parla a nome di tutti gli altri fratelli. Oggi, questo brano di Don Bosco potrebbe essere facilmente denunciato dalle vestali del politically correct come “ discriminazione religiosa” e disapprovato dai pasdaran ecclesiali fanatici dell’ “ ecumenismo a tutti i costi”….
Se vi piace, io vi parlerò delle altre cominciando dal Maomettismo.

Figlio. Sì, sì, cominciate per dirci che cosa s’intenda per Maomettismo?
Padre. Per Maomettismo s’intende una raccolta di massime ricavate da varie religioni, le quali praticate giungono a distruggere ogni principio di moralità.
F. Il Maomettismo da chi ebbe principio?
P. Il Maomettismo ebbe principio da Maometto.
F. Oh! di questo Maometto abbiamo tanto piacere di sentire a parlare: diteci lutto quello che sapete di lui.
P. Troppo lungo sarebbe il riferirvi tutto quello che le storie raccontano di questo famoso impostore: lo procurerò soltanto di farvi conoscere chi egli fosse, e come abbia fondata la sua Religione.Nacque Maometto da povera famiglia, di padre gentile e di madre ebrea, l’anno 570, nella Mecca, città dell’Arabia. poco distante dal Mar Rosso. Vago di gloria e desideroso di migliorare la sua condizione andò vagando per più paesi, e riuscì a farsi agente di una vedova mercantessa di Damasco, che poscia lo sposò. Egli era così astuto che seppe approfittare delle sue infermità e della sua ignoranza per fondare una religione. Patendo di epilessia, male caduco, affermava che quelle sue frequenti cadute erano altrettanti rapimenti a tener colloquio coll’Angelo Gabriele.
F. Che impostore, ingannar la gente in questa maniera! Avrà egli pure tentato di operar miracoli in conferma della sua predicazione?
P. Maometto non poteva fare alcun miracolo in conferma della sua religione, perchè non era mandato da Dio. Dio solo è autore dei miracoli. Siccome però vantavasi superiore a Gesù Cristo, subito gli si chiese che al par di lui facesse miracoli. Egli alteramente rispondeva che i miracoli erano stati Con tutto ciò vantavasi di averne operato uno, e diceva che, essendo caduto un pezzo della luna nella sua manica, egli aveva saputo racconciarla; in memoria di questo ridicolo miracolo i Maomettani presero per divisa la mezza luna. Voi ridete, o miei figli, e ben con ragione, perciocchè un uomo di simil fattadoveva piuttosto considerarsi qual ciarlatano, non già predicatore di una nuova religione. Appunto per questo si sparse la fama che egli era un impostore, e come perturbatore della pubblica tranquillità, i suoi concittadini volevano imprigionarlo e porlo a morte. Pel che egli prese la fuga, e ritirossi nella città di Medina con alcuni libertini che l’aiutarono a rendersene padrone.



F. In che cosa propriamente consiste la religione di Maometto?
P. La religione di Maometto consiste in un mostruoso mescolamento di giudaismo, di paganesimo e di cristianesimo. Il libro della legge Maomettana è detto Al corano, ossia libro per eccellenza. Questa religione dicesi anche Turca perchè è molto diffusa nella Turchia; Musulmana da Musul, nome che i Maomettani danno al direttore della preghiera; Islamismo, dal nome di alcuni suoi riformatori; ma è sempre la medesima religione fondata da Maometto.
F. Perchè Maometto fece quel mescolamento di varie religioni?
P. Perchè i popoli dell’Arabia essendo parte Giudei, parte Cristiani, ed altri Pagani, egli, per indurli tutti a seguirlo, prese una parte della religione da loro professata. e trascelse specialmente quei punti che possono maggiormente favorire i piaceri sensuali.
F. Bisognava proprio che Maometto fosse un uomo dotto?
P. Niente affatto, sapeva nemmeno scrivere; e per comporre il suo Alcorano fu aiutato da un Ebreo e da un monaco apostata. Parlando di cose contenute nella Storia Sacra confonde un fatto coll’altro; per esempio, attribuisce a Maria, sorella di Mosè, più fatti che riguardano Maria, madre di Gesù Cristo, con moltissimi altri spropositi.
F. Questa mi par bella: se Maometto era ignorante, nè fece alcun miracolo, come potè propagare la sua religione ?
P. Maometto propagò la sua religione, non con miracoli o colla persuasione delle parole, bensì colla forza delle armi. Religione che, favorendo ogni sorta di libertinaggio, in breve tempo fece diventar Maometto capo di una formidabile  truppa di briganti. Insieme con costoro scorreva i paesi dell’Oriente guadagnandosi i popoli, non coll’insinuare la verità, non con miracoli o con profezie; ma per unico argomento egli innalzava la spada sul capo dei vinti gridando: o credere o morire.
F. Canaglia, sono questi gli argomenti da usarsi per convertire la gente? Senza dubbio, essendo Maometto tanto ignorante, avrà disseminato nell’Alcorano molti errori?
P. L’Alcorano si può dire una serie di errori i più madornali contro la morale e contro il culto del vero Dio. Per esempio, scusa dal peccato chi nega Dio per timore della morte; permette la vendetta; assicura a’ suoiseguaci un paradiso, ma pieno di soli piaceri terreni. Insomma la dottrina di questo falso profeta permette cose tanto oscene, che l’ animo cristiano haorrore di nominare.
F. Che differenza passa tra la Chiesa Cristiana e la Maomettana?

P. La differenza è grandissima. Maometto fondò la sua religione colla violenza e colle armi: Gesù Cristo fondò la sua Chiesa con parole di pace, servendosi de’ poveri suoi discepoli.

                                                                                                                                                  

martedì 11 agosto 2015

LA STORIA CHE NON SI INSEGNA A SCUOLA



la storia che non si insegna a scuola


Se soltanto il popolo - la gente, gli elettori come si preferisce -, fosse meno propenso a lagnarsi sempre e comunque di ogni cosa e fosse invece più attento forse il mondo sarebbe migliore: ma questo è francamente voler troppo. Parafrasando Kennedy, non chiediamoci infatti cosa potrebbe fare il nostro paese per noi chiediamoci piuttosto cosa potremmo fare noi per il nostro paese. E la risposta a questo punto appare immediata e chiara: ricordare. Memoria. Un taccuino su cui annotare parole e azioni perché, non si dimentichi nemmeno questo, troppi uomini hanno costruito carriere sconcertanti sulla latitanza della memoria del popolo, della gente, degli elettori: come si vuole. Ed è anche e soprattutto per questo che il nostro paese continua e continuerà a sbrodolare cacofonie politiche di cui seguiteremo a lagnarci tutti per altri dieci, cento, mille anni. Inutile a questo punto ricordare come ad esempio un uomo, che fu a capo dei neofascisti italici, sia poi diventato nella generale indifferenza (fatta eccezione di poche frange d’uomini all’erta) ministro antifascista: ma ripetiamolo pure che ripetere giova. Piuttosto invece sarà utile ricordare alcuni concetti, vergati e riemersi dall’oblio di alcuni eroi nostrani: sarà una passeggiata culturale utile ed istruttiva e si creda sulla parola.
 
“Gli imperi moderni quali noi li concepiamo sono basati sul cardine “razza”, escludendo pertanto l’estensione della cittadinanza da parte dello stato nucleo alle altre genti”. 
Queste parole non le scrisse Adolf Hitler bensì l’antifascistissimo Eugenio Scalfari il 24 settembre 1942. Interessante. Ma sentiamo quest’altra: 
 “la razza può considerarsi come un termine intermedio tra l’individuo e la specie, cioè fra due termini opposti, intendendo la specie, nel suo significato biologico, come la somma di tutti gli individui capaci di dare fra loro incroci fecondi”.
 Non ci troviamo ad Auschwitz e a parlare non è il famigerato dottor Mengele, bensì Benigno Zaccagnini uno dei padri della democrazia cristiana che l’11 febbraio 1939 consegnava alla stampa questi pensieri. Interessante. Ma continuiamo: 
“Si deve sentire d’istinto e quasi per l’odore quello che v’è di giudaico nella cultura. Gli ebrei possono essere solo nemici e sopraffattori della nazione che li ospita. Di sangue diverso, e coscienti dei loro vincoli, non possono che collegarsi contro la razza aliena. L’enorme numero di posizioni eminenti occupate in Italia dagli ebrei è il risultato di una tenace battaglia”. 
Attenzione ora: 
“la persecuzione antiebraica è solo uno degli aspetti del razzismo nel mondo, ma ne è stata l’espressione più orribile”. 
Non si tratta di due persone diverse ma dello stesso autore Guido Piovene; la sua prima affermazione risale al 1938 sul Corriere della Sera (evidentemente allineato…), la seconda al 1961 quando il clima politico, morale ed intellettuale era ovviamente tutt’altro. Ancora interessante. Ma il Corriere della Sera ci dava dentro, tanto che un anno più tardi nel 1939 a firma di Paolo Monelli si leggeva: 
“(Gli ebrei) appaiono tutti uguali, come i cinesi, come i negri, come i cavalli. […] Sono miserabili, tengono stretti i loro quattrinelli nella pezzuola o nel pugno. Sono un inesausto serbatoio, questi ghetti polacchi. […] La Polonia paga oggi il fio d’una politica troppo accogliente per secoli”.
 Niente male, niente male davvero e noi fessacchiotti che credevamo che certe cose le dicesse solo Goebbels.  Ma andiamo avanti: 
“questo odio degli ebrei contro il fascismo è la causa prima della guerra attuale. […] A quale ariano, fascista o non fascista, può sorridere l’idea di dovere, in un tempo non lontano, essere lo schiavo degli ebrei?”.
  
Non si tratta di Himmler o Pavolini, si tratta invece di Giorgio Bocca il 4 agosto del 1942. Oggi Bocca, diciamolo per chi ha il piacere di non conoscerlo, è uno dei più scalmanati antifascisti d’Italia, d’Europa, del mondo, dell’universo. Ma non accontentiamoci così: 
“La razza è l’elemento biologico che, creando particolari affinità, condiziona l’individuazione del settore particolare dell’esperienza sociale, che è il primo elemento discriminativo della particolarità dello stato”.
 Non si tratta di Rosenberg, bensì di gente abile a dire senza dire, democristiani d.o.c. per intenderci, infatti cotanto autore risponde al nome di Aldo Moro e il brano in questione è datato 1943. E queste sono soltanto alcune delle evidenze riguardanti soltanto alcuni eroi della nostra classe politica: non ci si stupisca poi se con tale sostanza umana il paese sia marcio. Ma il principale imputato in tutto questo è proprio il popolo: senza incoscienti promozioni questa gramigna sarebbe finita al rogo, per cui non ci si lamenti alla fine: si ha ciò che si merita. La distrazione pubblica (meriterebbe un ministero….) è la principale causa di questo degrado civile, politico, umano ed intellettuale; mentre  tutti si sentono in dovere di commentare le cose della politica, pochi e male ne seguono sviluppi, vicende, uomini. Il punto non sta più infatti su quale partito scegliere o quale lista appoggiare, il punto sta piuttosto nel fatto che esistono uomini ed esistono sottouomini. E questi ultimi hanno il potere, comandano, guidano, decidono, fanno. E cosa ci si potrà aspettare per il bene pubblico da sottouomini in grado di cambiare squame ad ogni circostanza? E quale movente farà agire queste teste? In quale direzione e perché? E alla fine: siamo così certi che ciò di cui stiamo parlando verrà compreso da alcuno? Nel caso si attendono risposte: di razza, per favore.
 
                                                                Lodovico Ellena       

                                                                                                           

venerdì 7 agosto 2015

IL FALSO SULLA RISIERA DI SAN SABBA!

Falsari alla ribalta: il mito della Risiera di San Sabba


Carlo Gariglio

Pubblicato sul mensile "Il Popolo d'Italia", aprile 2000


Negli ultimi tempi gli appassionati di fanta-storia stanno monopolizzando l’attenzione, in quel di Trieste, continuando a deliziarci di fantasie circa il mai esistito campo di “sterminio” nazista in Italia, vale a dire la Risiera di San Sabba.Questo grossolano falso, ricostruito con i soldi del Comune di Trieste negli anni 60, ebbe il suo scopo propagandistico di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dagli stermini, inequivocabilmente veri, commessi da comunisti slavi (inizialmente spalleggiati da quelli italiani) ai danni di decine di migliaia d’italiani, indipendentemente dal fatto che costoro fossero o no fascisti: stiamo parlando delle Foibe. Periodicamente, soprattutto in occasione di successi e avanzate della Destra Europea, la fandonia di San Sabba riprende colore, specie nel triestino, arricchendosi di nuovi particolari e, naturalmente, di nuovi morti; dopo il successo elettorale di Haider non vi è stata TV, radio, giornale che non abbia parlato (a sproposito) della Risiera e dei 5000 (!) ebrei che vi sarebbero stati sterminati mediante una camera a gas che nessuno ha mai visto. Naturalmente la versione ufficiale, buona per Auschwitz come per San Sabba, è che se non vi sono prove di questi avvenimenti dipende dal fatto che i nazisti in ritirata fecero saltare tutto, per cancellare le prove dello sterminio (?).Grandi idioti questi nazisti; tanto affannati nel far saltare le camere a gas di Auschwitz, San Sabba e molte altre località al fine di cancellare le “prove”, ma altrettanto “distratti” da lasciare in vita centinaia di migliaia di scampati pronti a fornirci la loro testimonianza, l’immancabile libro, le interviste a gogò e qualche bel film sul presunto “olocausto”!Ma qual è la realtà di San Sabba? Grazie al compianto Giorgio Pisanò, che dalle pagine del suo Candido fece della questione della Risiera quasi un fatto personale e grazie al più noto degli storici revisionisti italiani, Carlo Mattogno, abbiamo un enorme mole di materiali inconfutabili che smontano completamente le fandonie dell’olocausto triestino e tutti i suoi sostenitori, primo fra tutti quel Ferruccio Folkel, che nel 1979 pubblicò a Milano, grazie alla Arnoldo Mondadori Editore, il testo: “La Risiera di San Sabba”. Mattogno, nel suo contro-testo pubblicato a Monfalcone nel 1985 grazie alle Edizioni Sentinella d’Italia, “La Risiera di San Sabba – Un falso grossolano”, in 40 misere pagine demolisce completamente le argomentazioni ridicole del Folkel, soprattutto quelle inerenti ai cinquemila morti ebrei, cifra pacchiana ottenuta “assumendo” che a San Sabba si uccidessero 50 ebrei al giorno (!) per tre giorni la settimana (!!), ed il tutto naturalmente senza la benché minima prova addotta per confermare tale delirio! Non migliore figura fanno le “testimonianze” presentate dal Folkel, dato che è impossibile trovarne due che collimino fra loro e soprattutto espresse da persone viventi; una delle migliori espressioni di involontaria comicità del Folkel si ha nell’esaminare la testimonianza di un certo Wachsberger, il quale, dopo aver ipotizzato che la “camera a gas” di San Sabba fosse celata nel garage, racconta che durante le “esecuzioni” la porta del garage rimaneva aperta! Che diavoli questi nazisti! Avevano già inventato negli anni 40 delle camere a gas funzionanti “a porta aperta”! Come avranno fatto a perdere la guerra con queste conoscenza tecniche d’avanguardia?Uscendo dal mito tanto caro ai circoncisi e attingendo all’opera di Giorgio Pisanò, la Risiera di San Sabba non fu nulla di più che un campo di detenzione di polizia, riservato a prigionieri ebrei e partigiani che vi transitavano per brevi periodi, in attesa di essere inviati al lager di destinazione. Se così non fosse, difficilmente si spiegherebbero i 22 convogli di deportati che dal 09/10/1943 al 07/11/1944 furono inviati ad Auschwitz.Dal 1945 fino agli inizi degli anni 60 nessuno a Trieste aveva mai osato parlare di un “campo di sterminio”: né i “titini” che avevano occupato la città subito dopo la guerra, né i britannici che la amministrarono fino al 1954, né gli storici antifascisti locali, né tanto meno gli storici resistenzialisti nazionali (Bocca, Secchia, Battaglia…). Eppure, ai primi degli anni 60, per bilanciare gli orrori tragicamente veri delle Foibe, ecco apparire il “campo di sterminio”, edificato ex novo (forno crematorio compreso) nel 1965 con i soldi stanziati dal Comune di Trieste e su progetto dell’architetto Bolco!  Ma c’è di più: nel 1976 a Trieste venne celebrato il processo agli aguzzini di San Sabba, cioè a dei veri e propri criminali in divisa germanica che si resero responsabili della soppressione gratuita di alcuni prigionieri. Ebbene, grazie a quel processo si accertò che a San Sabba morirono una ventina di prigionieri, dei quali si conservano regolarmente i nominativi, ed il responsabile ancora in vita venne condannato per omicidio plurimo aggravato continuato, non certo per strage o sterminio!Dunque nel 1976 per il Tribunale di Trieste non esistevano prove alcune di stermini e/o stragi, mentre nel 1979 il “buon” Folkel pretese di “stimare” il numero dei morti di San Sabba in più di cinquemila!Altra pietra tombale sulle balle olocaustiche venne posta sempre da Giorgio Pisanò, che ripubblicò la testimonianza dell’avvocato ebreo Bruno Piazza, il quale transitò dalla Risiera nel 1944, per poi essere trasferito, vivo e vegeto, alla carceri del Coroneo; tale testimonianza venne cialtronescamente ignorata dai fautori delle balle olocaustiche, nonostante fosse stata pubblicata in tre edizioni successive dalla Casa Editrice Feltrinelli (terza edizione: giugno 1990), in un libro dal titolo “Perché gli altri dimenticano”.Questi dati e questi fatti potrebbero anche bastare per sbugiardare a dovere circoncisi e reggicoda vari a proposito della Risiera, ma esiste la cosiddetta “ciliegine sulla torta”; nel novembre 1992, a Trieste, in occasione di una delle tante commemorazioni dei mai esistiti 4/5000 morti di San Sabba, il Movimento Fascismo e Libertà cittadino diffuse nella Risiera un volantino firmato da Giorgio Pisanò in persona, nel quale si esortavano i giovani a non farsi ulteriormente imbrogliare dai falsari antifascisti. In conseguenza di ciò gli attivisti locali, fra i quali Angelo Cauter e lo stesso Pisanò, vennero denunciati per “ricostituzione del PNF” e “apologia di Fascismo”.Ebbene, il 5 maggio 1994 il Tribunale di Trieste mandò assolti gli attivisti fascisti da ogni accusa, riconoscendo del tutto lecita la contestazione dell’autenticità della Risiera di San Sabba, in quanto diatriba definita ancora aperta fra le versioni antifasciste e quelle fasciste, il che costituisce un’implicita ammissione che sull’autenticità della Risiera come campo di sterminio nessuno è pronto a giurare, tanto meno il Tribunale di Trieste.Questi sono i dati da sbattere in faccia al coro di lamentosi circoncisi sempre pronti ad inventare stermini di massa anche dove non ve ne furono; contro fatti, dati, processi, studi, costoro hanno saputo solo opporre “stime”, testimonianze contraddittorie, falsità macroscopiche e mezzucci vergognosi quali la ricostruzione e novo di un mai esistito campo di sterminio.Tuttavia, alla massa belante di italioti sempre pronti a scusarsi per olocausti mai avvenuti, ciò non basta, dato che continua a prendere per buone le balle colossali di certo ebraismo, catalogando come “falsità” di stampo nazista i fatti precisi e i processi svoltisi negli anni passati.Mai come ora la nota esortazione di Dante ci pare attuale, affinché “il giudeo di noi, fra noi non rida”. 
Carlo Gariglio


                                                                                                                                       

sabato 1 agosto 2015

6 - 9 AGOSTO 1945 IL CRIMINE AMERICANO DI HIROSHIMA E NAGASAKI

Hiroshima

 

Anniversario di HIROSHIMA e guerre americane

Il 6 agosto ricorre l’anniversario dell’uso della prima bomba atomica che rase al suolo in un colpo solo l’intera città giapponese di Hiroshima, nessun militare, tutti civili, donne, bambini, tutti ammazzati. Una intera città rasa al suolo con una sola bomba.
Il punto su cui vorrei richiamare l’attenzione è che Hiroshima, e dopo qualche giorno una seconda città, Nagasaki, non furono una follia militare, come sento dire. Così come ridicola è la motivazione che quelle due città rase al suolo con tutte le loro popolazioni civili servissero a far finire la guerra! Il bombardamento nucleare di Hiroshima e Nagasaki aveva una precisa ragione. Fu scientificamente pensato e preparato dal governo americano solo per determinare il predominio mondiale del dopoguerra, in particolare nei confronti dellUrss, che con la vittoria sul nazismo e con i 20 milioni di morti, si era conquistata un grande prestigio nel mondo. Con Hiroshima e Nagasaki gli Usa dicono tre cose all’Unione Sovietica, al movimento comunista mondiale in ascesa e al mondo intero:
1) Noi abbiamo l’arma nucleare (e nessun altro);
2) Noi ora vi facciamo vedere gli effetti terrificanti e assolutamente inediti di questa nuova arma;
3) Noi vi dimostriamo che non abbiamo nessuno scrupolo a usarla, vi dimostriamo anzi che siamo così cinici e feroci da radere al suolo due intere città e le popolazioni civili inermi, e che quindi saremmo disposti a usare quest’arma contro chiunque. Quindi attenti a voi nelle trattative sugli assetti post-bellici!
Con Hiroshima e Nagasaki gli Usa “democraticie liberali superavano in ferocia e cinismo Il COMUNISMO di Stalin . bombardamento nucleare di Hiroshima e Nagasaki non aveva nessuna motivazione, tranne che iniziare con un grande simbolico crimine contro l’umanità la guerra fredda (e calda) all’Urss e al movimento comunista internazionale.
Oggi l’ipocrisia continua. Non solo si continua a negare la verità e a volte a rovesciarla (in un sondaggio giapponese degli anni ’80 ai tempi dell’Urss definita da ReaganImpero del male”, la maggioranza dei ragazzi delle scuole medie giapponesi sosteneva che a lanciare le bombe atomiche fosse stata l’Urss!). Ma l’ipocrisia continua sulle guerre attuali. Non parliamo delle motivazioni pretestuose delle guerre alla Serbia, all’Iraq, alla Libia, e oggi dell’aggressione alla Siriané parliamo dei misteri che avvolgono l’attentato alle torri gemelle (il cinismo e la ferocia degli Usa non potrebbero giungere a autodistruggersi le torri pur di darsi il pretesto di attaccare l’Afghanistan installandosi da più di 10 anni al centro dell’Asia, ai confini di Cina, Russia, India, in quell’area del mondo che si dice determinerà il futuro?).
Pensiamo all’ipocrisia su Israele, un paese che possiede, unico in tutto il Medio Oriente, centinaia di missili nucleari e che potrebbe usarli in un attacco all’Iran, come ha minacciato più volte, la qualcosa avrebbe effetti devastanti anche per l’Europa. E aggiungo che oggi l’ipocrisia continua anche da parte di chi punta il dito solo sul nucleare civile senza dire niente sul nucleare militare di cui il mondo è strapieno; di chi ha promosso, giustamente, il referendum contro l’introduzione in Italia del nucleare civile ma non dice niente sul fatto che il nostro paese è già cosparso di nucleare militare, di centinaia di bombe atomiche pronte all’uso in decine di basi militari degli Usa e della Nato che sono completamente sottratte alla giurisdizione italiana, cioè parti di territorio americano in Italia. Su ciò nessuno dice niente! Questa è la vera vergogna del nostro Paese.