DALL’OTTOBRE 1944 ALLA FINE DELLA GUERRA 1. Ad est
Dopo lo sbarco nel Sud della Francia (15 agosto 1944), le armate italo-tedesche
costituirono il "fronte occidentale" per proteggere il fianco
destro delle forze impegnate sulla Linea Gotica.
La situazione militare generale andava sempre più peggiorando
ed i Comandi superiori italiani e germanici erano indecisi nello scegliere
dove organizzare l’ultima resistenza tra le tre zone più importanti
sul piano militare del Nord Italia, vale a dire le regioni occidentali
a nord di Como, i passi centrali alpini che portavano al Tirolo e la frontiera
orientale italiana verso l’Europa centrale e i Balcani. La scelta implicava
conseguenze politiche fondamentali (1).
Il 12 ottobre 1944, Borghese convocò a Milano un consiglio di
guerra con tutti i comandanti della Decima, con lo scopo di decidere come
affrontare l’imminente crollo militare. Si arrivò alle seguenti
conclusioni, che vale la pena di riportare per intero così come
sono state elaborate dallo stesso Borghese:
1. L’ideale della X Flottiglia Mas, di difendere l’onore delle armi
italiane, non deve spegnersi, ma, all’infuori di qualsiasi partito politico,
regime od occupazione militare, deve sopravvivere quale insegnamento al
popolo italiano: la Patria non si discute né si rinnega, per essa
si combatte e si muore.
2. La Decima deve affrontare la sfavorevole situazione militare stringendo
le fila e scagliandosi nella battaglia.
3. A questo scopo debbono essere eliminate o ridotte quelle organizzazioni
della X Mas che non hanno un’immediata utilità bellica.
4. Reparti Navali. Costituzione di due gruppi di combattimento, uno
tirrenico e uno adriatico. Continuare l’attività bellica con i mezzi
d’assalto e con quelli insidiosi. Disposizione di massima: in caso di crollo
del fronte, i reparti imbarcati non devono né arrendersi né
distruggere le unità in porto, ma uscire in mare e ingaggiare col
nemico l’ultimo combattimento. Questo è l’ordine che corrisponde
allo spirito della X Flottiglia Mas.
5. Fanteria di marina. Riunione di tutti i battaglioni ancora autonomi
("Sciré", "Castagnacci", "NP") alla
divisione "X".
6. Divisione "X". Considerato che la zona d’Italia più
minacciata è quella del fronte Est, perché l’italianità
di Roma, Firenze, Milano, Torino, Venezia ecc. non sarà mai messa
in discussione, ma quella di Trieste, Pola, Fiume, Zara, certamente sì,
e perché le truppe di Tito nella loro avanzata compiranno ancora
degli scempi contro gli italiani colpevoli d’essere italiani, la divisione
"X", rinforzata di tutti i complementi possibili, sarà
inviata in Venezia Giulia dove si terrà pronta, in caso del crollo
militare e conseguente ritirata delle forze germaniche, a difendere quelle
popolazioni e quelle terre italiane contro gli slavi di Tito. All’arrivo
degli anglo-americani, gli uomini della Decima deporranno le armi essendo
assurdo combattere da soli contro nemici di fronte e nemici alle spalle.
7. Pur salvando il principio della lealtà verso il nostro alleato
avremmo dovuto svincolare la nostra azione da quella tedesca ogni qualvolta
gli interessi italiani (gli unici per i quali combattevamo) fossero stati
in contrasto con quelli germanici. Al Comandante della X Mas era devoluta
l’azione diplomatica necessaria a questo fine (2).
Questo programma fu sottoscritto da tutti gli ufficiali presenti al
consiglio di guerra. La priorità assoluta diveniva dunque quella
della difesa della Venezia Giulia, naturale conseguenza del "radicale
nazionalismo" di Borghese, che quindi "fino all’ultimo cercò
di spostare la X Mas a est per far fronte a Tito fino a quando non fossero
arrivati gli anglo-americani" (3).
L’annuncio dell’armistizio e il crollo delle forze armate italiane avevano
avuto in Venezia Giulia, Istria e Dalmazia, delle conseguenze particolarmente
drammatiche. Le formazioni partigiane, approfittando della situazione di
caos, cercarono di assumere il controllo del maggior numero possibile di
località, dilagando in particolar modo in Istria. Ad Albona, Pisino,
Parenzo, Rovigno, Gimino e in numerosi altri centri, soprattutto nell’entroterra,
si consumarono violente persecuzioni contro l’elemento italiano. Solo le
città immediatamente occupate dai tedeschi furono risparmiate: il
9 settembre Trieste fu raggiunta dalle truppe del colonnello Barnbeck ed
il giorno seguente il generale Alberto Ferrero, comandante del XXIII Corpo
d’Armata (alla cui giurisdizione era affidata l’Istria e il territorio
di Trieste), lasciò la città dove, al comando del presidio,
rimaneva, unico ufficiale superiore, il generale Giovanni Esposito (4);
a Fiume il generale Gastone Gambara, comandante del XI Corpo d’Armata di
Lubiana, arrivato in città da Roma la sera dell’8 settembre, dopo
aver cercato di allestire una qualche difesa contro le truppe titine, consegnò
la città ai tedeschi il 14 settembre; Pola venne occupata dalle
truppe germaniche 1’11 settembre; Gorizia il 12 settembre (5). Mentre i
tedeschi consolidavano il controllo di queste città, l’Istria restò
in mano ai partigiani per poco meno di un mese, ed è in questo periodo
che si registrarono una serie di processi informali da parte di improvvisati
tribunali popolari, confische di beni, rappresaglie, violenze carnali,
e soprattutto uccisioni di massa, molte delle quali avvennero legando i
condannati a due a due con del filo di ferro e gettandoli, spesso sparando
a uno solo dei due, nelle profonde cavità del sottosuolo carsico,
le tristemente note foibe.
A parte gli isolati casi di vendette personali, si eseguì un
preciso disegno di pulizia etnica, colpendo soprattutto coloro i quali
erano stati fino allora i punti di riferimento della popolazione italiana:
funzionari governativi, militari, sacerdoti, insegnanti (6). Il centro
insurrezionale era Pisino, dichiarata da Tito città capoluogo dell’Istria.
Qui il 12 e il 13 settembre 1943 i delegati del Partito comunista croato
stabilirono che l’Istria doveva far parte della Croazia in una Jugoslavia
libera e democratica, primo passo verso l’annessione di tutta la Venezia
Giulia, ovvero la cosiddetta "Slovenia Veneta". Come prima conseguenza
di tali decisioni, successivamente avallate dall’A.V.N.O.J., si ebbe il
passaggio di tutto il movimento partigiano dell’Istria sotto il controllo
del Partito Comunista Croato e del Movimento Popolare di Liberazione Croato
(7). Negli stessi giorni Ante Pavelic, capo degli ultranazionalisti croati
ustascia, rivendicava l’intera Croazia e la costa adriatica dalmata.
Ai primi di ottobre del 1943 i tedeschi terminarono la loro sistematica
opera di rastrellamento, ottenendo il controllo della zona. Il 15 ottobre
venne proclamata la costituzione del "Supremo Commissariato per il
Litorale Adriatico" che, come si è detto, comprendeva le province
di Udine, Gorizia, Trieste, Pola e Fiume, inclusi i territori di Lubiana,
Susak, Buccari e Veglia. Il Gauleiter Rainer vi assunse il potere politico,
civile, militare e giudiziario (8). Ad una provvisoria amministrazione
militare subentrava un’amministrazione più propriamente politica:
nei piani di Rainer la contingenza militare era accompagnata da una forte
aspirazione di "austriacizzazione" del territorio. Il ritorno
nel Litorale Adriatico di funzionari austriaci (lo stesso Rainer e il suo
vicecommissario Wolsegger), l’utilizzazione dell’antica denominazione di
Adriatisches Kustenland che l’Austria aveva dato alla regione già
nel 1815 dopo la restaurazione post-napoleonica; tutta una serie di misure
repressive anti-italiane insieme ad una politica di "rievocazioni
nostalgiche della belle epoque asburgica" (9); l’insediamento degli
uffici governativi nel Palazzo di Giustizia di Trieste; ed infine una politica
panslavista (ad esempio l’introduzione della lingua slava negli uffici)
che per certi versi riprendeva la politica austriaca del "divide et
impera", non furono altro che espressioni della politica del "doppio
binario" seguita dai tedeschi. Questa risulta chiara da una relazione
inviata a Mussolini nel maggio del 1944 nella quale si legge che Hitler
intendeva arrivare "al tavolo della pace, in caso di vittoria della
Germania, in una situazione tale da poter rivendicare dei diritti sui territori
italiani" e, in caso di sconfitta, "avere già una organizzazione
politico-militare nella Venezia Giulia tale da imporre o l’incorporazione
di quelle regioni nella ricostituita Austria o quantomeno ottenere una
completa autonomia di esse" (10).
La Repubblica Sociale Italiana era ufficialmente estromessa dalla zona
di operazioni, ma in realtà poté mandarvi e mantenervi truppe,
come poté arruolarvi dei volontari, anche se naturalmente sotto
il comando operativo tedesco. Il loro grande svantaggio era di non avere
un vero centro coordinatore. Vi operarono soprattutto tre battaglioni del
reggimento alpini "Tagliamento", il battaglione "Mussolini"
dell’8° bersaglieri di Verona, il XIV, il XVI e il XVII battaglioni
di Difesa costiera, il battaglione "San Giusto", tutti per lo
più adibiti alla difesa dei centri abitati, strade, ferrovie e ponti.
Il "Mussolini" rimase a Gorizia fino alla resa (30 aprile 1945)
e contò tra le sue fila un numero molto alto di perdite (11). Nel
marzo del 1944, per volontà dei tedeschi, in Venezia Giulia la G.N.R.
venne denominata "Milizia Difesa Territoriale" (M.D.T.) dando
vita a cinque reggimenti (1° San Giusto, 2° Istria, 3° Gabriele
D’Annunzio, 4° Isonzo e 5° Tagliamento) con compiti di difesa del
territorio italiano e, insieme con l’Arma dei Carabinieri, di tutela dell’ordine
interno (12). L’azione della X Mas in questa zona fu coordinata con il
2° Reggimento della M.D.T., comandato da Libero Sauro e con sede a
Pola. Nel complesso le forze della R.S.I. presenti nel "Litorale Adriatico"
superarono probabilmente i 15.000 uomini (13).
In questo quadro s’inserisce una lotta partigiana al cui interno vi
erano antagonismi di notevole importanza. Tra le maggiori formazioni partigiane
vi era infatti la divisione "Garibaldi", sorta dal disfacimento
dell’Esercito italiano, di tendenza comunista. A partire dall’autunno 1944
gli accordi di assistenza e talvolta di integrazione, da tempo esistenti
tra le Brigate Garibaldi e i reparti del IX Korpus dell’Esercito popolare
di liberazione jugoslavo cedettero il passo ad un sempre più deciso
assorbimento delle prime nel secondo. Per il loro impiego militare e per
ogni altro aspetto esse dipenderanno dal Comando titino; il quale non a
caso tenderà a ritirarle dalle zone mistilingue per concentrarle
in Slovenia (14). Vi era inoltre la brigata d’ispirazione cattolica "Osoppo",
sorta da un preesistente reparto di alpini, che, oltre a combattere i "nazi-fascisti",
si proponeva di difendere il territorio nazionale dalle mire di Tito e
che di conseguenza assunse un atteggiamento anti-slavo. I suoi componenti
si dichiaravano "antifascisti, antitedeschi ed antibolscevichi"
(15). La decisione presa dal Pci di appoggiare le rivendicazioni titine
nei confronti dell’Istria e della Venezia Giulia, Trieste inclusa (16),
che nel corso del 1944 portò i rappresentanti del Pci ad abbandonare
sia il Cln di Trieste sia quello della Venezia Giulia, produsse una tensione
fortissima con la Resistenza non comunista locale e soprattutto con la
Brigata "Osoppo", che ebbe un drammatico epilogo con l’eccidio,
il 7 febbraio 1945, di "Malga Porzus" (l7).
Il 31 ottobre 1944 i partigiani titini occuparono Zara. La città
dalmata aveva subito, dopo l’occupazione tedesca successiva all’8 settembre
1943, ben 54 bombardamenti nemiche anglo-americane che l’avevano rasa praticamente al suolo
e che causarono circa 4.000 vittime.
Ai superstiti non rimase altra scelta che l’esodo. La sua importanza
strategica era quasi nulla, ma Tito convinse gli Americani del fatto che
Zara fosse un centro logistico di primaria importanza per i tedeschi, anche
se ciò non corrispondeva affatto alla realtà (l8).
Il sottotenente di vascello della X Mas Ezzo Chicca, comandante del
battaglione "San Giusto" di Trieste, in una sua relazione ben
sintetizza la situazione militare della Venezia Giulia: "si può
dire che nel Litorale esiste oggi un Comando Germanico, una forza che preme
sempre di più, ed una forza italiana che sente la pressione che
le viene dall’oriente, la teme, ma non ha l’energia di difendersi e di
imporsi" (l9).
Presa la decisione di inviare la divisione X in Venezia Giulia, il 26
ottobre 1944 Borghese incontrò Mussolini, il quale, oltre ad appoggiarlo
completamente, gli consigliò di attuare una tattica a "macchia
d’olio", vale a dire penetrare nella Venezia Giulia con un’azione
lenta, non clamorosa, in modo che i tedeschi non si rendessero conto esattamente
delle forze chiamate in causa (20). Dopo successivi incontri con Rahn e
con Wolff, la divisione X lasciò a scaglioni il Piemonte per trasferirsi
nel Veneto Orientale: il comando generale si stabilì a Conegliano,
quello operativo a Maniago; il "Barbarigo" (tenente di vascello
Cencetti), ricostituito e rinforzato, arrivò i primi di novembre
a Vittorio Veneto; il battaglione "NP" si stanziò a Valdobbiadene
e Vidor; il "Fulmine" (tenente di vascello Orrù) a Conegliano;
il "Sagittario" (tenente di vascello Franchi) a Pieve e Farra
di Soligo; i guastatori alpini del "Valanga" (capitano Morelli),
rinforzati da una compagnia proveniente dal battaglione "Serenissima",
a Vittorio Veneto; quindi arrivarono gli artiglieri del gruppo "Colleoni",
quelli del "Lupo", e via via gli altri reparti.
Le prime operazioni compiute in questa zona ebbero un carattere di lotta
antipartigiana. Infatti i partigiani della Carnia, appartenenti essenzialmente
alla "Garibaldi" e alla "Osoppo", controllavano un’ampia
zona che andava dalla Val Cellina alle Valli della Meduna. I battaglioni
"Valanga" e "Fulmine" furono trasferiti a Meduno e
da lì attuarono numerose operazioni di polizia, fiancheggiati da
reparti tedeschi (22). In una di queste azioni, che scompaginarono la presenza
partigiana nella zona, il "Valanga" catturò, il 14 dicembre
1944, Cino Boccazzi (detto Piave), un ufficiale medico della divisione
paracadutisti "Nembo" che in quel periodo faceva parte di una
missione inglese presso i partigiani della Carnia capeggiata dall’ufficiale
del genio Thomas John Roworth, chiamato maggiore "Nicholson"
(23). Date le caratteristiche della brigata "Osoppo" a cui si
è precedentemente accennato, Borghese volle sondare la possibilità
di "portare dalla nostra parte tutte quelle forze partigiane che ancora
manifestavano sentimenti di italianità e si dimostravano refrattarie
a false suggestioni di ordine ideologico" (24). Prima della cattura
di Boccazzi la giovane insegnante Maria Pasquinelli aveva riferito a Borghese
che la "Osoppo" era disposta ad incontrarsi con lui per discutere
della difesa dell’italianità della regione (25). Inoltre, in una
precedente azione, il "Valanga" aveva bloccato un piccolo aereo
pronto a decollare per il Sud, nel quale erano stati trovati dei documenti
che illustravano la gravità della situazione in Venezia Giulia,
firmati colonnello Scarpa.
Erano tentativi che non si esaurivano nei fatti contingenti, ma che
si proiettavano nello scenario dell’immediato dopoguerra, in vista del
crollo tedesco e delle pressanti mire annessionistiche slave. Fu quindi
nella prospettiva di coordinare un’azione comune in funzione antislava,
che nacquero le trattative tra Borghese e la "Osoppo", il cui
tramite fu appunto Boccazzi. Dopo vari giorni di prigionia, egli fu lasciato
libero sulla parola per dieci giorni, nei quali si incontrò a Udine
con il suo superiore "Nicholson" che per radio trasmise agli
inglesi le notizie dei contatti e delle proposte.
La risposta dal Sud fu, così come la riporta Boccazzi, la seguente:
Quale immediata prova di buona volontà da parte nemica si esige
il passaggio delle formazioni fasciste in montagna per unirsi con i partigiani,
cessazione quindi di ogni attività di rastrellarnento e di sevizie
sui prigionieri. Alternativa: spostamento delle truppe al fronte con totale
abbandono delle attività repressive sulla popolazione e sulla resistenza26.
Secondo Boccazzi, Borghese reagì a queste disposizioni in modo
ambiguo, affermando di non poter far niente "finché l’ultimo
tedesco non ripasserà il Brennero. Allora solo potremo trattare
su questi punti" (27). Per Guido Bonvicini la questione viene però
posta da Boccazzi in modo troppo semplicistico, in quanto agire secondo
i termini della proposta inglese sarebbe stato per la Decima praticamente
impossibile, basti pensare alla difficoltà di spostare tutti i reparti
della Decima senza che i tedeschi si insospettissero. Sempre secondo Bonvicini
la realtà delle trattative sarebbe stata invece molto più
complessa. I contatti infatti non rimasero circoscritti all’intervento
di Boccazzi presso la missione inglese ma si estesero anche agli stessi
capi della "Osoppo" (28). Il 1° gennaio 1945 il tenente "Piave"
fece da intermediario tra il capitano della X Manlio Morelli e il comandante
del Raggruppamento delle Divisioni "Osoppo-Friuli" Candido Grassi,
nome in codice "Verdi". Quest’ultimo propose la formazione di
un gruppo al comando di un ufficiale della Decima, che avrebbe fornito
le armi, mentre il vicecomandante sarebbe stato un osovano, allo scopo
di impedire qualsiasi ingerenza straniera sul territorio italiano (29).
Sergio Nesi afferma che ebbe personalmente ordine da Borghese di fornire
armi e vestiario alla "Osoppo", se gli fosse stato richiesto
(30). Allo stesso tempo il maggiore "Nicholson" spediva un lungo
rapporto sulle posizioni della "Decima" riportato integralmente
da Ricciotti Lazzero, dove tra l’altro si afferma: La formazione non è
filo-tedesca o fascista, ma crede in un forte Stato nazionale e combatte
solo per arrivare a questo obiettivo. Ogni futura attività contro
i partigiani italiani patriottici verrebbe cessata e da parte dei capi
della X Flottiglia Mas verrebbe fatto uno sforzo per unirsi ai patrioti
ed aiutarli contro le distruzioni da parte tedesca delle proprietà
italiane e per salvaguardare il territorio italiano. Ogni sforzo verrebbe
fatto per distruggere gli attentati totalitari al governo italiano da parte
di forze comuniste, siano esse italiane o slovene… La X Flottiglia Mas
ha proposto di inviare due rappresentanti assieme a "Verdi" e
a me al Quartier Generale alleato, per mezzo di una MTB, per discutere
le possibilità di un’azione congiunta. Su mia disposizione nessun
atto di conciliazione fra le formazioni "Osoppo" e la X Flottiglia
Mas è stato sviluppato, ma tutta la materia è stata posta
all’esame del quartier Generale americano (31).
Inoltre il maggiore "Nicholson", per evitare che gli angloamericani
si arroccassero su posizioni improponibili per la X Mas, inviò anche
una serie di messaggi via radio al Quartier Generale della VIII Armata.
Il 27 gennaio 1945:
Sono in contatto con il principe Borghese, comandante della X Mas, che
sembra pronto a rivoltarsi contro i tedeschi… Assicura di non essere né
un fascista né filotedesco, ma patriota, e non vuole inviare le
sue truppe contro i partigiani.
Il 6 febbraio 1945:
Willie (cioè Borghese) formula precise promesse alla "Osoppo"
di fornire le armi agli ex partigiani che dovessero entrare nella sua formazione.
Intermediario è Piave, che comprendo e stimo. Borghese domanda colloqui
diretti con me, giacché la "Osoppo" non fa niente senza
il mio assenso, e in ogni caso desidera far proposte dirette agli angloamericani.
Il mio parere è di aprire colloqui preliminari a Roma, visto che
non abbiamo nulla da perdere.
Il 10 febbraio 1945, intuendo che ormai l’Est sta crollando e che l’avanzata
di Tito sarà molto più rapida del previsto:
... i ragazzi di Willie hanno già proposto azione congiunta anti-slovena
con "Osoppo" e attualmente hanno preparato una linea di resistenza
fortificata contro possibili attacchi sloveni. Inoltre tutti ben disciplinati
possono assorbire "Osoppo" in una buona formazione militare (32).
Ma visto che tutti i tentativi di accordo finirono in un nulla di fatto,
è facile intuire che al maggiore "Nicholson" non arrivarono
da parte dei suoi direttive per procedere in tal senso. Per Borghese questo
avvenne "per colpa degli inglesi che, da parte loro, paventavano collusioni
di carattere patriottico tra italiani, dato che era molto più facile
mettere in ginocchio un’Italia divisa che un’Italia unita" (33).
Intanto a Valdobbiadene accadeva un fatto di estrema gravità.
Qui vi erano accasermati gli "NP", addestrati per le azioni di
sabotaggio, tra i quali da tempo serpeggiava del malcontento a causa della
prolungata inattività, interrotta solo da qualche azione di polizia
nei confronti delle bande partigiane. Essi desideravano, se proprio non
era possibile impiegarli in azioni al di là delle linee, almeno
andare a combattere al fronte. Quando alla fine del dicembre 1944 giunse
la notizia che il reparto doveva procedere ad altre azioni antipartigiane,
questa volta nei dintorni di Gorizia, la tensione salì di colpo.
Non si comprese infatti che si trattava di azioni di guerra contro il IX
Korpus sloveno. Gli ufficiali redassero una relazione che fu mandata direttamente
a Borghese, il quale fece sapere che dopo l’operazione, definita "indispensabile",
di Selva di Tarnova, il battaglione sarebbe partito per il fronte del Senio.
Tutti accolsero la promessa con sollievo. Il vicecomandante Vercesi, poiché
due sole compagnie dovevano trasferirsi nel Goriziano, cercò di
creare emulazione fra le altre compagnie, invitandole ad offrirsi tutte
volontarie per la partenza. La 5a compagnia, sempre nella convinzione che
si volesse loro imporre un rastrellamento antipartigiano, fece sapere che
non solo non si offriva volontaria, ma che non sarebbe partita neanche
su ordine specifico. Il comandante Nino Buttazzoni convocò allora
un’assemblea nel cortile della caserma durante la quale il marò
Giannola uscì dalle file per spiegare impetuosamente il loro stato
d’animo. Buttazzoni tentò di farlo tacere ma non ci riuscì,
quindi estrasse la pistola ammonendolo che il suo era considerato un atto
d’insubordinazione, ma Giannola continuò a parlare. Partì
un colpo che gli attraversò lateralmente la guancia destra uscendo
sotto l’orecchio. Il grave episodio ebbe come conseguenza il rinvio al
consiglio di disciplina degli uomini coinvolti, che furono posti agli arresti
nel castello di Conegliano, anche se a causa dei frequenti bombardamenti
sulla zona, potevano tranquillamente girare per la cittadina. Il 12 gennaio
1945 il Tribunale di Guerra giudicò i 42 elementi accusati di ammutinamento:
la maggioranza fu assolta, alcuni ebbero una lieve condanna, previa rimozione
dal grado, ma con il beneficio della sospensione condizionale, mentre altri
furono trasferiti al battaglione "Lupo", che in quel periodo
si trovava sul fronte in Romagna (34).
Il "Lupo" infatti, comandato dal capitano di corvetta De Martino,
dopo essere stato impiegato nelle operazioni di controguerriglia nel Monferrato
e nella repubblica partigiana di Alba, era stato aggregato, su richiesta
del Comando germanico, alla 16° divisione granatieri corazzata Reichsfiihrer
delle Waffen-SS. Dal 12 al 23 dicembre l’unità (25 ufficiali, 65
sottufficiali, 10 ausiliarie, 600 marò) si posizionò tra
le Valli del Reno e del Setta, di fronte alla 34a divisione americana;
poi fu trasferita sul fronte del Senio, dove fronteggiò una Brigata
canadese. Anche qui, come negli altri settori della Linea Gotica, il rigido
invemo obbligò entrambi i contendenti ad una dura guerra di posizione,
resa ancor più grave, in pianura, dalla nebbia stagnante degli acquitrini.
Borghese trascorse la vigilia ed il Natale del 1944 con il "Lupo".
Questo fu avvicendato il 26 febbraio 1945, dopo che i suoi effettivi si
erano ridotti a 200 uomini (35).
Il 18 dicembre 1944, la divisione X si spostò a Gorizia, nel
vero e proprio territorio dell’Adriatisches Kustenland, stanziando i suoi
reparti in città e nei dintorni, particolarmente a Salcano. Vi pervennero
i battaglioni "Sagittario", "Fulmine", "Barbarigo",
"NP", "Freccia", i gruppi d’artiglieria "San Giorgio"
e "Alberto da Giussano". Mancavano il "Lupo", che come
si è detto era sulla Linea Gotica, il "Valanga" e il "Colleoni",
rimasti nel Veneto Orientale. La divisione, il cui comando operativo era
tenuto dal capitano di fregata Luigi Carallo, comprendeva in tutto 4.000
uomini (36). L’intervento della Decima dal punto strettamente militare
è facilmente spiegabile con la necessità di contrastare l’imminente
offensiva del IX Korpus titino. Dopo le impegnative azioni contro le forze
slave, che non si era riusciti ad annientare ma solo a contenere, i tedeschi
si trovavano in una situazione di estrema debolezza, in quanto la 188a
divisione di montagna tedesca, che costituiva il nerbo delle forze germaniche,
era stata trasferita altrove. Nonostante ciò fu solo dopo difficili
trattative che il generale Wolff, a sua volta su pressione di Borghese
e dello stesso Mussolini, riusci a vincere le resistenze di Rainer e di
Globocnik, capo delle forze di polizia, e a far accettare l’ingresso della
Decima nella "zona di operazione", un territorio che ormai sfuggiva
al controllo tanto della R.S.I. quanto delle autorità politiche
e militari tedesche in Italia (37).
Il questore di Gorizia Genchi, nel suo rapporto del dicembre 1944, racconta
come abbia "suscitato un incontenibile entusiasmo nella cittadinanza
l’arrivo a Gorizia della X divisione Mas" (33). Per gli italiani di
Gorizia, dove da più di un anno si vedevano quasi solo esclusivamente
divise tedesche o di fazioni slave favorevoli ai tedeschi, vale a dire
ustascia croati, cetnici serbi e domobranci sloveni
(39), la presenza della Decima assumeva un aspetto dichiaratamente nazionale
e accendeva grandi speranze.
E difatti gli ufficiali e i marò non si limitarono a compiti
unicamente militari: chiesero ai negozi di togliere i cartelli in lingua
straniera, organizzarono un servizio pullman tra Gorizia e Milano e tentarono,
senza riuscirvi, di sottrarre i lavoratori italiani all’Organizzazione
Todt (40). Inoltre la Decima organizzò in Venezia Giulia un servizio
d’informazioni segreto che forniva notizie sull’attività dei tedeschi,
degli austriaci, dei croati, degli sloveni, dei serbi e dei russi. Tale
servizio, che poi assorbì anche il "Movimento Giuliano"
presieduto da Italo Sauro, stampava giornali clandestini a carattere nazionalista
italiano. A Venezia venne inoltre fondato l’Istituto per gli Studi sulla
Venezia Giulia, che attraverso le informazioni e la propaganda, teneva
alto in Italia l’interesse per l’italianità della regione (4l).
Naturalmente ciò avveniva tra la fredda ostilità delle autorità
germaniche. E sintomatico fra tutti l’episodio di cui fu protagonista il
comandante Carallo. In un’esposizione pubblica di quadri di artisti italo-germanici
alcuni marò, dato che alla parete era appesa la sola bandiera tedesca,
chiesero al gestore della sala di esporre anche quella italiana, ma quest’ultimo
si rifiutò. Allora Carallo ordinò di mettere ugualmente il
tricolore nella sala. Ne derivò un attrito con le autorità
civili tedesche, vista la proibizione di esporre in città sia la
bandiera italiana che quella slovena. L’aiutante del comandante della piazza
tolse di propria iniziativa la bandiera, venendo di conseguenza arrestato
dagli uomini della X Mas. Alla fine Carallo, per non pregiudicare le operazioni
militari congiunte appena iniziate, accettò di far togliere il tricolore,
ma inviò al comando tedesco una richiesta di riparazioni "per
l’offesa all’onore della nostra bandiera". Inoltre, come scrive Carallo
a Borghese, in risposta alla proibizione:
un’immensa bandiera italiana sventola dal balcone del mio comando, molte
vetrine, hanno già esposto le bandiere italiane e questa notte inonderò
Gorizia di manifestini tricolori con un saluto della Decima alla popolazione
della città santa. Avevi perfettamente ragione: la nostra presenza
non è solo necessaria, ma indispensabile per non far perdere il
sentimento di italianità a quei pochi restati immuni dalla passiva
rassegnazione della politica austriacante, poggiata sul dissidio italo-sloveno-slavo
e dagli intrighi che vogliono creare tra noi e i tedeschi. In tutta la
mia azione mi sorreggono gli ufficiali di collegamento della SS (42).
Successivamente un reparto tedesco giunse alla sede del comando della
Decima di Gorizia con 1’ordine di togliere con la forza la bandiera italiana
che sventolava sul pennone. Per tutta risposta il reparto fu a sua volta
circondato dai marò armati del "Fulmine". I tedeschi desistettero
da ogni ulteriore tentativo. Secondo Nino Arena i giovani marò della
Decima, sensibilizzati sulla situazione che avrebbero trovato a Gorizia
e di conseguenza prevenuti nei confronti dei tedeschi, assunsero spesso
un atteggiamento eccessivamente provocatorio nei confronti di quest’ultimi,
causando numerosi attriti e allarmando anche gli stessi enti locali italiani
militari e civili. Quest’ultimi erano tra l’altro fortemente risentiti
per il fatto che la Decima arrivando nel goriziano non aveva preso i dovuti
contatti di servizio, fatta eccezione che con la Federazione del PFR.43.
Un certo nervosismo fu causato anche dal fatto che la Decima spesso accoglieva
tra le proprie fila militari di altri reparti della R.S.I. presenti nella
zona, a volte addirittura sollecitandone la diserzione (44).
Sempre nel dicembre, Borghese effettuò un’ispezione di tutti
i reparti dislocati nella Venezia Giulia per costatare di persona la situazione
sia dal punto di vista militare, sia da quello dei rapporti con la popolazione
e con le autorità germaniche: il 10 dicembre si recò a Trieste,
ed il giorno seguente visitò il comando del battaglione "San
Giusto"; quindi proseguì per Pola, nonostante la proibizione
di Rainer di muoversi da Trieste, dove visitò la compagnia "Sauro",
comandata dal tenente di vascello Baccarini, e la locale base dei sommergibili
CB; il 13 dicembre arrivò a Fiume. Qui fu raggiunto dall’ordine
di arresto da parte della Marina germanica, al quale si doveva procedere,
se necessario, anche con l’uso della forza. Il tentativo di arresto di
Borghese, che viene definito da Sergio Nesi, testimone oculare della scena,
come "patetico e umoristico insieme", non ebbe luogo per il duro
atteggiamento del comandante e per il buon senso degli ufficiali germanici
locali. Nesi racconta che dopo aver passato in rassegna la compagnia "D’Annunzio"
al comando del tenente Vigjak, Borghese fu avvicinato da un gruppo di tre
ufficiali della Marina tedesca, il più anziano dei quali, salutandolo
militarmente, gli comunicò l’ordine di arresto. Borghese lo guardò,
lo ignorò, continuò l’ispezione ai marinai, quindi tenne
un discorso. Alla fine, l’ufficiale tedesco ripeté l’ordine, ma
Borghese gli rispose che quel pezzo di terra su cui stavano si chiamava
ancora Italia, che quei marinai erano italiani, che quella bandiera che
sventolava al vento del Quamaro era il tricolore d’Italia e che a lui,
ufficiale della Marina Italiana, degli ordini di arresto da parte di sconosciuti
stranieri non importava nulla. Al che i tre ufficiali scattarono sull’attenti,
salutarono ed il più anziano, sorridendo disse: "Noi avevamo
un ordine... ci abbiamo provato... meglio così Comandante"
(45). Il 14 dicembre Borghese, tornato a Trieste, consegnò le insegne
di combattimento al battaglione "San Giusto" durante una solenne
cerimonia nel piazzale della chiesa di San Giusto. Il Gauleiter Rainer,
per rappresaglia, ordinò alla stampa di ignorare l’avvenimento (46).
2. I contatti con le autorità del Sud ed il cosiddetto "piano
De Courten"
Fin dalla fine del 1944 il futuro assetto di Trieste era divenuto una
questione internazionale nel quadro del più vasto problema delle
sfere d’influenza tra Alleati e Sovietici. Nel luglio 1944, a Bolsena,
il generale Alexander, comandante dell’8a Armata britannica, e il maresciallo
Tito avevano concordato per l’Istria una linea di demarcazione: a Tito
sarebbe spettato il controllo di Fiume e ad Alexander quello di tutta la
Venezia Giulia. Questi accordi vennero confermati il 1° febbraio 1945
in un nuovo incontro a Belgrado tra i due comandanti, in cui Tito concordò
anche sulla necessità di un Governo Militare Alleato sulla zona,
a condizione che le autorità jugoslave ne assumessero l’autorità
civile.
Naturalmente questa sarebbe stata una soluzione provvisoria in vista
della Conferenza della Pace (47). Se all’inizio del 1945 l’Inghilterra
era propensa ad una suddivisione della Venezia Giulia, la grande preponderanza
che l’Unione Sovietica stava conquistando in Europa convinse Churchill
della necessità di occupare questa zona il più presto possibile
allo scopo di arrestare l’avanzata del blocco comunista orientale (48).
Al contrario, il nuovo Presidente americano, Truman, non voleva correre
il rischio di trovarsi in guerra con gli jugoslavi ed osteggiava la politica
del fatto compiuto. Negli ultimi mesi tutto ciò si ripercosse nelle
sempre meno chiare istruzioni date in merito ad Alexander, divenuto Comandante
Supremo alleato nel Mediterraneo (49).
Già nell’estate del 1944 il Governo del Sud era fortemente preoccupato
per il destino del confine orientale e per i rischi corsi dalla popolazione
italiana in caso di occupazione titina, essendo venuto a conoscenza delle
violenze consumate nel settembre-ottobre 1943 nel Goriziano, in Istria
e in Dalmazia, anche attraverso le testimonianze dei primi profughi raccoltisi
in Puglia. Al Ministero degli Esteri l’allarme cresceva con il diffondersi
delle notizie sulle rivendicazioni territoriali slave. Si cercava quindi
di giungere ad un’intesa con gli Alleati affinché, al momento del
crollo della Germania e della R.S.I., fossero questi i primi ad occupare
i territori giuliani. Questo anche per evitare che un’occupazione slava
pregiudicasse a priori la possibile soluzione politica della questione
alla Conferenza di Pace. La diplomazia italiana, espressione di un governo
privo di ogni sovranità, si trovava però nella posizione
di poter solo chiedere (50). Perciò, come dimostrano gli scambi
di lettere tra il Sottosegretario agli Esteri Giovanni Visconti Venosta
e l’ammiraglio statunitense Ellery Stone, Vice Presidente della Commissione
di Controllo Alleata (A.C.C.), venne fatta un’esplicita inchiesta per un
intervento alleato in Venezia Giulia, che fu più volte assicurato
(5l). Anche se occorre sottolineare che si rinunciò a insistere
per più precise garanzie sui tempi e sulle modalità di esecuzione
dell’occupazione alleata.
Ma la soluzione di lasciare integralmente agli Alleati il compito di
precedere Tito non tranquillizzava le autorità del Sud. Si fece
perciò strada l’ipotesi di prendere dei contatti con quelle autorità
del Nord disposte a formare un fronte comune contro gli slavi (52).
La guerra era persa e le decisioni dei vincitori avrebbero potuto essere
mitigate solo dalla situazione di fatto venutasi a creare negli ultimi
mesi di guerra. Di questo ne erano sicuramente consapevoli le due Marine,
quella monarchica e quella repubblicana. Inoltre, rispetto alle altre forze
armate, la Marina si era sempre distinta, fin dai movimenti irredentistici
che avevano preceduto la prima Guerra mondiale, per una non comune sensibilità
sulla questione adriatica. L’ammiraglio Raffaele De Courten, Ministro e
Capo di Stato Maggiore della Regia Marina, ricevette delle segnalazioni
sul fatto che, come scrive nelle sue memorie, gli Alleati "non avrebbero
visto di malocchio un’azione militare italiana che, al momento del crollo
tedesco, precedesse quella jugoslava nell’occupazione della Venezia Giulia"
(53). Nel luglio-agosto del 1944, il ricostituito Reparto Informazioni
dello Stato Maggiore della Regia Marina, retto dal capitano di vascello
Agostino Calosi, ebbe l’incarico di verificare la fondatezza di queste
informazioni. Tale indagine, in cui Calosi fu coadiuvato dal tenente commissario
di complemento Diego De Castro, diede esito positivo. Il comandante Calosi
presentò quindi un progetto che prevedeva lo sbarco di reparti della
Marina e dell’Aeronautica, vale a dire il Reggimento "San Marco"
e il Battaglione "Azzurro A.A.", nelle vicinanze di Trieste.
Queste truppe sarebbero state trasportate da mezzi navali italiani, dato
che l’intera operazione avrebbe dovuto essere di esclusiva esecuzione italiana,
e gli Alleati, per non compromettersi con gli jugoslavi, avrebbero finto
di non saperne nulla (54). Divenne quindi necessario predisporre un’organizzazione
militare clandestina composta di uomini affidabili e di sicura fede italiana
e anticomunista. Furono incaricati del reclutamento il comandante del Battaglione
"San Marco" Cigala Fulgosi e il professor Demetrio di Demetrio,
Presidente della "Lega degli Adriatici", un’organizzazione civile
segretamente sostenuta dagli Alleati. Il professor di Demetrio, il capitano
Alex Perkins e il tenente di vascello Francis Zamber Marschall contattarono
il tenente colonnello Angelo Mastragostino, e gli affidarono l’incarico
di reclutare, nei vari aeroporti, "circa milletrecento/millecinquecento
uomini disposti ad un’azione di sorpresa non meglio definita e segreta"
(55). La segretezza era un elemento fondamentale per la riuscita del piano.
Gli ufficiali alleati dissero a Mastragostino che:
Il Governo italiano non deve sapere assolutamente nulla. Non ci fidiamo
di loro. Troppi comunisti, amici di Stalin ed in particolare di Tito. Anche
elementi dei governi americano ed inglese non debbono sapere nulla. Il
Comando Alleato sa ed appoggerà l’azione, ma non vuole, perché
non può, apparire in prima persona. Perciò, in caso di fallimento,
ignorerà tutto e vi lascerà in balia di voi stessi (56).
Un altro ufficiale avrebbe provveduto al reclutamento tra i militari
dell’Esercito e un terzo avrebbe fatto altrettanto tra il personale della
Real Marina. Mastragostino avrebbe preso, al momento opportuno, il comando
dei diversi gruppi. Il comandante Cigala Fulgosi, in diversi colloqui con
uomini dell’Intelligence Service britannico per precisare i caratteri dello
sbarco, mise in evidenza che la Marina Italiana, pur disposta ad agire
senza riserve, non voleva che la propria azione apparisse come una violazione
delle norme armistiziali dell’anno precedente. Era quindi necessario che
il Comando alleato desse una formale, benché segreta, autorizzazione
all’azione. Inoltre questo avrebbe dovuto favorire il distaccamento degli
uomini e dei mezzi necessari, mettere a disposizione una scorta aerea e
infine coordinare le operazioni di sbarco con quelle di un eventuale bombardamento.
Il 7 settembre De Courten discusse direttamente della cosa a Taranto con
l’ammiraglio inglese C.E. Morgan, Capo della Missione Navale alleata in
Italia. De Courten constatò che il progetto, pur incontrando le
simpatie degli ufficiali subalterni, veniva accolto freddamente dalle sfere
più elevate. Non si ebbero quindi sviluppi (57).
Sergio Nesi critica, a nostro avviso giustamente, il comportamento tenuto
nella vicenda dall’ammiraglio De Courten. Infatti la richiesta di una formale,
anche se segreta, autorizzazione alleata, il suo colloquio con l’ammiraglio
Morgan, che non ne avrebbe dovuto saper nulla, come anche il fatto che
abbia portato il problema "nelle sfere più elevate ed aventi
autorità determinante" (58), indicano una volontà di
"sganciarsi da ogni responsabilità e rischio" (59), mentre
era chiaro che gli stessi ambienti alleati dove era maturata l’iniziativa
non ne dovevano saper "ufficialmente" nulla. Anche in questa
occasione si ripeté la costante incapacità dei vertici militari
italiani di assumere la responsabilità delle proprie azioni, già
dimostrata nella prima fase del conflitto. Il timore di perdere una posizione
acquisita e la conseguente ipocrita ricerca di una copertura burocratica,
impossibile, date le circostanze, da ottenere, fece fallire quella che
poteva essere l’ultima possibilità di conservare all’Italia le terre
orientali. Nel frattempo Londra aveva compiuto, come si è accennato,
la sua scelta militare a favore di Tito e probabilmente non avrebbe più
permesso che un’operazione italiana, con avallo e copertura inglese, pregiudicasse
i difficili equilibri balcanici che intendeva costruire. A ciò bisogna
aggiungere la sempre maggiore affermazione più di una certa volontà
punitiva inglese nei confronti dell’Italia. Comunque fosse, nel settembre
del 1944 ogni progetto della Marina del Sud per un suo diretto intervento
in difesa della Venezia Giulia, tramontò definitivamente (60).
Ma la notizia di quello che venne battezzato "piano De Courten"
filtrò al Nord. Borghese inviò perciò a Trieste il
capitano di corvetta Aldo Lenzi con il compito di predisporre un piano
operativo per trasferire due gruppi di artiglieria della Decima sulle alture
nei pressi di Trieste con lo scopo di proteggere l’avanzata e lo sbarco
del "San Marco" dal Sud. Per agire più liberamente Lenzi
fu messo a capo di una struttura di copertura: il Comando dei mezzi d’assalto
dell’Alto Adriatico, dal quale avrebbero dovuto dipendere i tre reparti
marittimi che la X aveva in Istria (il gruppo "Longobardo" dei
sommergibili tascabili di Pola, la Base Est dei mezzi d’assalto di Brioni,
la Scuola Sommozzatori di Portorose). Il comandante Lenzi fu per mesi impegnato
nel delicato compito di sondare la reazione di varie personalità
di Trieste e dell’Istria di fronte ad un possibile sbarco di forze italiane
dal Regno del Sud, appoggiato in questo dal segretario federale Bruno Sambo
e dal prefetto Coceani. Ma la maggior parte delle persone contattate preferì
non prendere una chiara posizione in merito. Borghese inviò al Sud
il tenente di vascello Rodolfo Ceccacci per informare De Courten dei provvedimenti
presi (61).
Fino agli ultimi giorni i reparti della R.S.I. schierati in vari punti
lungo le coste giuliane sperarono di intravedere l’arrivo delle navi della
Regia Marina, anche se ciò non aveva più alcun riscontro
effettivo.
Parallelamente a questa vicenda, e fino agli ultimi giorni della guerra,
dal Sud furono inviati degli emissari a Borghese (62). Come si ricorderà,
la X Mas fu sorpresa dall’8 settembre una parte al Sud e una parte al Nord.
De Felice sottolinea come "lo spirito cameratesco, l’onore militare,
l’identità patriottica facevano degli uomini di Borghese degli intermediari
naturali fra Nord e Sud. Lo raccontano le testimonianze del tempo: quando
la X del Nord beccava un marò del Sud si faceva festa a dispetto
della guerra in corso. Facile stabilire perciò, molti contatti tra
i due fronti sfruttando legami così forti" (63). A dispetto
della guerra civile in corso, erano rimasti intatti i vecchi legami della
fraternità d’armi, di amicizia personale, e soprattutto era avvertito
un comune sentimento nazionale che prevaleva sulla stessa diversità
di schieramenti. I due maggiori punti di convergenza erano appunto la difesa
della Venezia Giulia e la salvaguardia degli impianti industriali dai tentativi
di distruzione che i tedeschi avrebbero potuto attuare in caso di ritirata.
I contatti di maggiore rilevanza furono la missione Zanardi del settembre-ottobre
1944, e le missioni Giorgis e Marceglia del marzo-aprile 1945.
L’8 settembre 1943 il tenente di vascello Giorgio Zanardi si trovava
a Livorno. Prima di giungere nell’Italia controllata dagli angloamericani,
incontrò varie volte l’ammiraglio Sparzani, suo vecchio comandante
sulla Vittorio Veneto, e all’epoca Sottosegretario di Stato alla Marina,
e da questi colloqui dedusse che l’ammiraglio sarebbe stato disposto a
stabilire dei contatti con i vertici della Marina del Sud per una collaborazione
a fini nazionali, senza mancare ai propri impegni con i tedeschi64. Raggiunto
il Sud, Zanardi contattò il comandante Calosi ed insieme predisposero
una missione al Nord all’insaputa sia degli Alleati che di De Courten.
Lo scopo era di acquisire più precise informazioni sulla situazione
della R.S.I. e di "prendere contatto con i capi della Marina Repubblichina
per scandagliare i loro sentimenti e se possibile incitarli ad agire contro
i tedeschi" (65). La missione durò dal 14 settembre 1944 al
15 ottobre 1944. Il 24 settembre Zanardi incontrò a Montecchio,
presso Vicenza, l’ammiraglio Sparzani, il quale gli confermò la
sua volontà di stabilire una collaborazione con il Sud, sottolineando
però che "non avrebbe mai collaborato con gli inglesi"
(66). Dopo aver tracciato un quadro della situazione della Marina Repubblicana
e dei difficili rapporti con i tedeschi, si discusse anche della questione
giuliana. Sparzani assicurò di aver già inviato a Trieste,
Fiume e Pola un migliaio di uomini alla spicciolata, e di aver fatto in
modo che al momento decisivo vi si trovassero in tutto 5.000 uomini, pronti
a sparare sia contro gli slavi che contro i tedeschi, se questi avessero
fatto fuoco per primi. Successivamente Zanardi, di sua iniziativa, incontrò
Borghese, che non conosceva, presso il comando della X Mas a Piazzale Fiume
a Milano. Nel colloquio non si parlò specificamente della Venezia
Giulia, ma principalmente della difesa del patrimonio economico nazionale.
Borghese disse inoltre che per continuare a combattere gli inglesi non
sarebbe mai andato in Germania, ma piuttosto si sarebbe rifugiato sulle
montagne. Zanardi riferì ai propri superiori che la Decima Mas era
una delle poche organizzazioni militari autonome e indipendenti dai tedeschi
e, a differenza delle altre unità repubblicane, di consistenza e
solidità tale da poter fare assegnamento su di essa in determinate
circostanze (67). Al suo rientro Zanardi stese numerosi rapporti sulla
situazione politica, militare e sociale della R.S.I.. n comandante Calosi
informò De Courten della missione solo a cose fatte, e quest’ultimo,
che approvò l’iniziativa, ne mise al corrente il Presidente del
Consiglio Ivanoe Bonomi il quale a sua volta approvò interamente
la linea di condotta seguita (68).
Ciò nonostante nell’inverno 1944-45 non si fecero apprezzabili
progressi e si perse del tempo prezioso. Sorsero infatti vari ostacoli,
soprattutto di politica interna. Il comandante Calosi fece propria la tesi
del Comitato di Liberazione Nazionale della Venezia Giulia, il quale era
contrario ad un intervento della X Mas, sia perché considerata invisa
alla popolazione, sia perché i reparti erano ritenuti inefficienti.
Calosi sosteneva che la difesa della Venezia Giulia andava affidata, innanzi
tutto, all’iniziativa diplomatica e se dei contatti con esponenti repubblicani
ci dovevano essere questi dovevano essere esclusivamente di natura antigermanica.
Sempre in linea con il Cln, Calosi si disse favorevole ad accordi solo
"con persone con sicuro seguito o influenza che al momento opportuno,
dopo aver assunto deciso e pubblico atteggiamento antigermanico, debbono
clamorosamente passare dalla parte dei partigiani dandosi alla macchia
e tenendosi pronti ad intervenire al momento opportuno con reparti con
nome ed insegne cambiati" (69).
Un’ipotesi fantasiosa e macchinosa che corrisponde però, come
si ricorderà, alle controproposte alleate, dichiarate da Cino Boccazzi,
per pervenire ad un fronte unico "Decima Mas-Osoppo". Inoltre
il Ministro dell’Aeronautica, Luigi Gasparotto, chiamato in causa, diede
parere contrario al proseguimento di questi contatti, in quanto temeva
delle ripercussioni politiche sfavorevoli da una tale iniziativa della
R.S.I. (70).
Ma l’effettiva volontà di Borghese di trasferire, nei limiti
del possibile, quante più truppe poteva ad est, non era passata
inosservata al Sud, come dimostra una nota del 7 marzo 1945 del maresciallo
Giovanni Messe, capo di Stato Maggiore generale delle forze armate del
Regno del Sud (71).
Se quindi da un punto di vista militare il contributo offerto dalla
Repubblica Sociale era visto positivamente, d’altro canto, da un punto
di vista politico il fatto che un’azione così meritoria agli occhi
degli italiani, come la difesa dei confini orientali, potesse aver luogo
da parte di uomini combattenti sotto le insegne della R.S.I., non mancava
di preoccupare le autorità del Sud. De Courten e Bonomi, nel momento
in cui la situazione militare stava ormai precipitando, valutarono la cosa
e decisero di proseguire, pur con molte incertezze, sulla via già
intrapresa (72).
Nel marzo 1945 furono quindi inviati nella Repubblica Sociale l’ingegner
Giulio Giorgis, con il compito di contattare Gemelli, ed il capitano del
genio navale Antonio Marceglia, per incontrare Borghese.
All’ingegner Giorgis, maggiore dell’Aeronautica, fratello del capitano
di vascello Giorgio Giorgis che era stato uno degli ideatori dei "barchini
d’assalto" della X, poi perito a Capo Matapan e decorato con la Medaglia
d’Oro al valore, venne affidato un messaggio personale di De Courten per
Sparzani in cui, appellandosi al patriottismo e allo spirito d’italianità,
si chiedeva esplicitamente la collaborazione della Marina Repubblicana
per assicurare l’integrità del suolo nazionale e impedire con la
forza l’occupazione di Trieste e provincia da parte delle bande titine.
Nel caso in cui le truppe angloamericane fossero arrivate per prime
in città, i reparti della R.S.I. avrebbero dovuto portare una fascia
bianca al braccio sinistro ed avrebbero evitato qualsiasi contrasto. Il
Comando alleato avrebbe lasciato che tali reparti continuassero a presidiare
la zona in piena libertà, con le loro bandiere e insegne inalberate
(73). Ciò lascia intendere che gli Alleati avessero sostanzialmente
accettato questo "passaggio di consegne". Dopo aver recato l’ambasciata
a Sparzani, Giorgis incontrò Borghese a Milano, il 23 aprile 1945,
e gli trasmise il medesimo messaggio. A sua volta Borghese ne informò,
il 24 aprile, un Mussolini "solo, smagrito, con il volto scavato dall’angoscia"
il quale si disse d’accordo in quanto "dobbiamo agire tutti uniti"
(74). Il Duce nominò allora Borghese Comandante superiore di tutte
le forze armate repubblicane oltre l’Isonzo, ordinandogli di portare in
quella zona tutte le forze della X Mas. Ma era tardi e Borghese declinò:
per incompetenza, come scrive lui stesso e perché la situazione
militare non consentiva più alcun passo oltre a quelli recentemente
compiuti. Borghese, tornato al suo comando a Piazzale Fiume, confermò
via radio a tutti i reparti della "Decima" l’ordine di "resistere
fino alla fine e tutelare la popolazione civile" (75).
Se Giorgis fu essenzialmente latore di una missiva, la missione del
triestino Antonio Marceglia fu più complessa e, soprattutto, organizzata
con il servizio informazioni americano. Il capitano del genio navale Marceglia,
decorato con la Medaglia d’Oro, era stato uno dei protagonisti dell’epica
impresa di Alessandria d’Egitto, quando, come si ricorderà, i mezzi
d’assalto italiani avevano affondato le corazzate Valiant e Queen Elizabeth.
Catturato dagli inglesi e mandato in India, aveva aderito al Governo del
Sud e quindi era tornato in Italia nel febbraio 1944, dove fu posto al
servizio della Regia Marina (76). La scelta cadde su Marceglia proprio
in virtù della sua precedente collaborazione con Borghese, di cui
aveva grande stima. Da questi rapporti personali si sperava di poter trarre
vantaggio per "rendersi conto della reale consistenza della formazione
repubblicana e degli intendimenti circa il suo impiego" (77). Si è
detto che anche i servizi statunitensi appoggiarono l’iniziativa. Questo
avvenne perché, come ha ricordato James Jesus Angleton, capitano
dell’O.S.S. (Office of Strategic Services) e, nel dopoguerra, responsabile
dell’Ufficio "Operazioni Speciali" della C.I.A.:
All’inizio del 1945 si seppe che il Governo nazista stava mettendo a
punto un piano, che prevedeva la creazione di un’"isola di resistenza"
in Austria, dopo la completa distruzione nell’Italia del Nord da parte
delle truppe in ritirata. Decidemmo di fare il possibile per bloccare il
piano e di servirci a questo scopo del principe Borghese... Se Borghese
avesse accettato di cooperare con gli Alleati e di schierare i suoi reparti
in modo da impedire ai tedeschi di far saltare i porti, sarebbe stato sottratto
ai partigiani, che intendevano fucilarlo per le strade di Milano, e regolarmente
processato dai suoi pari (78).
Inoltre gli americani erano interessati alla X Mas perché pensavano
di utilizzare i suoi famosi "maiali" per la guerra contro i giapponesi
(79). Marceglia attraversò il fronte apuano il 10 marzo, dopo aver
raggiunto Firenze già da qualche tempo occupata dagli Alleati. Catturato
a Carrara dai tedeschi, venne rinchiuso nel carcere di La Spezia da dove
riuscì a far arrivare a Borghese un biglietto con due sole parole
e la firma: "Sono prigioniero". Il comandante della X Mas intervenne
immediatamente sostenendo con i tedeschi che Marceglia aveva passato le
linee per raggiungere la sua formazione. Qualche giorno dopo Marceglia
fu accompagnato, in divisa della X Mas, a Milano, dove il 30 marzo incontrò
Borghese (80), il quale lo assicurò che avrebbe fatto il possibile
per spostare i suoi reparti verso la Venezia Giulia e che avrebbe cercato
di mettersi in contatto con i partigiani della "Osoppo", ma,
come scrive Marceglia nella sua relazione, "mi resi conto che le truppe
della X Mas erano un pò evanescenti, come del resto quelle partigiane;
sparpagliate un pò dappertutto, con i reparti più efficienti
sotto il diretto controllo dei tedeschi".
Marceglia poté infatti effettuare, ai primi di aprile, varie
ricognizioni a Venezia, Trieste, Gorizia e nel Friuli, sempre con la divisa
da ufficiale e lasciapassare della Decima Mas, durante le quali incontrò
Sparzani, altri ufficiali della X, nonché, un paio di volte a Venezia,
l’ammiraglio Franco Zannoni, uno dei responsabili del locale Cln. Probabilmente
Marceglia si rese conto che la situazione era più drammatica di
quanto potesse sembrare al Sud dove, evidentemente, si erano anche sopravvalutate
le possibilità delle forze armate della R.S.I. e, in particolare,
della X Mas. Marceglia aggiungeva che al 10 aprile 1945 la X Mas poteva
contare in Venezia Giulia su 300-400 uomini, mentre un altro migliaio erano
sotto il diretto controllo tedesco. Quanto ai partigiani "ebbi chiara
la sensazione che desideravano evitare qualsiasi complicazione" e
che erano "alieni da cercare nuove avventure con gli Slavi",
mentre il Cln a Trieste era "fantomatico o inesistente".
Alla vigilia della fine, Marceglia, sempre grazie all’appoggio della
Decima, rientrò a Venezia, prendendo parte alla liberazione della
città e all’occupazione dell’Arsenale: "Questa fu l’ultima
operazione alla quale partecipai" - scrive misteriosamente Marceglia
alla fine del suo memoriale – "e sulla quale è meglio tacere"
(81). Né Giorgis, né Marceglia fecero in tempo a riferire
gli esiti delle loro missioni prima della fine delle ostilità.
Non c’è dubbio che questo via vai di emissari e di progetti,
di speranze e tentativi più o meno velleitari, ebbe un indiscutibile
valore morale. Davanti a un problema nazionale di tale importanza, come
la salvaguardia di territori e di popolazioni italiane, gli uomini della
Marina mostrarono di superare ogni divisione: monarchici e repubblicani,
fascisti e non, cooperarono per il medesimo scopo. Ma alla fine, come si
vedrà, furono soltanto i marò dei presidi di Fiume, Pola,
Cherso e Brioni a resistere fino all’ultimo ed a essere massacrati sul
posto. Si calcola che circa il 95% degli effettivi non fece ritorno. Appare
pertanto quantomeno ingenerosa la conclusione di De Courten, in base alla
quale "l’azione in difesa della Venezia Giulia fu praticamente nulla"
(82). Sergio Nesi infatti, a commento di questa frase, aggiunge: "Ma
da parte di Chi?"… (83).
Oltre alle missioni Zanardi, Giorgis e Marceglia, si possono ricordare
quella del professor Paride Baccarini, a cui già si è accennato,
e quella del maggiore medico della Regia Marina, Francesco Putzolu, i quali
affermarono di essere inviati dal Cln per comunicare allo Stato Maggiore
del Sud l’ubicazione degli stabilimenti militari e delle fabbriche che
interessavano la Regia Marina, allo scopo di evitare bombardamenti aerei
e distruzioni belliche in vista della ricostruzione del dopoguerra. Vennero
date loro le informazioni richieste, anche se era difficile accertare la
veridicità dei loro scopi (84).
3. Tarnova della Selva
Appena la X arrivò a Gorizia, il comando tedesco convocò
una riunione per comunicare i piani dell’operazione "Aquila"
(AdlerAktion), da attuare nei giorni immediatamente seguenti. La manovra
si prospettava complessa e prevedeva l’intervento coordinato di dieci colonne
che, partendo da Gorizia, Baccia, Idria, Gottedrasizza, Postumia, Sesana,
Opacchiasella dovevano convergere a raggiera sul IX Korpus spingendolo
nella zona di Aidussina, dove sarebbe stato accerchiato e distrutto. Si
voleva infatti eliminare la presenza partigiana negli altipiani sopra Gorizia
(Altopiano di Tarnova della Selva e Altopiano di Bainsizza), che costituivano
un’ottima base di partenza per le operazioni nella pianura sottostante.
I compiti assegnati ai reparti della Decima erano i più impegnativi:
una prima colonna da Gorizia doveva puntare su Tarnova, arrivando poi fino
a Loqua; contemporaneamente una seconda colonna, ancora da Gorizia, avrebbe
occupato Chiapovano e Locavizza; quindi una terza colonna, che partiva
da S. Lucia d’Isonzo e Baccia, avrebbe risalito la valle del fiume Idria
fino a Tribussa Inferiore. Oltre alla X Mas, facevano parte dell’operazione
alcuni reggimenti di polizia germanica, gruppi di ustascia e di domobranci.
Secondo Bonvicini, alla luce dei fatti successivi, il piano aveva due difetti
principali: mostrava di conoscere imperfettamente la localizzazione delle
brigate partigiane e prevedeva l’impiego di forze del tutto inadeguate
a controllare un territorio così vasto (85).
I reparti della Decima impegnati nell’azione erano i battaglioni "Sagittario",
"Barbarigo", "Fulmine", "NP", oltre ad una
parte del gruppo d’artiglieria "Alberto Da Giussano" e del battaglione
del genio "Freccia". Per gli uomini della Decima si trattava
di operare per la prima volta in un territorio sconosciuto e molto ostile,
e inizialmente, spinti dall’entusiasmo, sottovalutarono la forza e l’efficienza
dell’avversario, subendo spiacevoli sorprese. Le operazioni iniziarono
il 19 dicembre 1944. Qualche giorno dopo, il comandante operativo della
divisione X, Luigi Carallo, mentre transitava in macchina tra Locavizza
e Chiapovano, senza scorta, cadde vittima di un’imboscata. Nel suo portacarte
i partigiani trovarono una carta geografica indicante le direttrici dell’attacco
italo-tedesco (86). L’offensiva si esaurì in una decina di giorni
senza alcun risultato di rilievo, anche se costellata da aspri scontri:
i1 Barbarigo a Chiapovano, gli "NP" sempre in quest’ultima località
e a Casali Nemci, intervenuti in soccorso del "Sagittario", inflissero
gravi perdite al IX Korpus, ma l’ambizioso obiettivo della sua distruzione
fu rimandato a quando si fosse potuto disporre di forze più numerose
(87).
La fanteria di marina rientrò quindi a Gorizia mantenendo un
solo presidio esterno, quello più esposto e avanzato, vale a dire
a Tarnova della Selva, un paesino dell’attuale Slovenia posto al centro
dell’altopiano omonimo (88). In un primo tempo vi si posizionò la
prima compagnia del "Valanga" insieme ad una batteria del "San
Giorgio". Il 7 gennaio, in seguito alla segnalazione d’un possibile
attacco, vi si aggiunse anche un reparto del "Barbarigo", ma
dopo qualche giorno, non verificandosi alcun fatto di rilievo, quest’ultimo
fece ritorno a Gorizia. Il 9 gennaio gli uomini del "Valanga"
e del "San Giorgio" furono sostituiti da quelli del battaglione
"Fulmine". Il battaglione era composto da tre compagnie per un
totale di 214 uomini, compresi quattro marò del "Freccia",
ed era agli ordini del tenente di vascello Elio Bini, dato che il suo effettivo
comandante, il tenente di vascello Orrù, era ferito.
Il IX Korpus decise d’intraprendere un’operazione destinata ad annientare
il presidio, circondandolo ed assalendolo dopo aver disposto delle sue
unità ad ogni via d’accesso per i possibili rinforzi. All’attacco
vero e proprio fu infatti destinata la brigata "Kossovel", rinforzata
dalla compagnia d’assalto, da quella guastatori e dalla batteria della
30a divisione, in tutto circa mille uomini, mentre sulle direttrici che
avrebbero dovuto percorrere i soccorritori si disposero la brigata "Buozzi"
della "Garibaldi Natisone", la brigata "Gradnik", il
2° battaglione della "Preseren", la compagnia d’assalto della
31a divisione, la "Basovizza" e la "Gregorcìc"
(89).
I combattimenti si protrassero per tre giorni e si articolarono in due
episodi nettamente distinti: da una parte la tenace resistenza del "Fulmine"
a Tarnova e dall’ altra parte gli scontri tra le forze slave e quelle italo-tedesche
che tentavano di aprirsi un passaggio per prestare soccorso ai marò
accerchiati. I rinforzi da Gorizia, partiti in ritardo poiché i
comandi non si resero subito conto di quanto stava succedendo e dell’ampiezza
del piano offensivo ideato dal IX Korpus, non riuscirono infatti a passare.
Vennero impiegati i battaglioni "Barbarigo", "Sagittario",
"Valanga" appoggiati dall’artiglieria italiana e tedesca e da
una colonna motorizzata tedesca. Intervennero inoltre due compagnie della
Milizia Difesa Territoriale, il III battaglione del 10° reggimento
di polizia tedesco (SS Polizei) e il III battaglione del 15° reggimento
di polizia tedesco (90).
L’attacco alla guarnigione di Tarnova iniziò alle sei del mattino
del 19 gennaio 1945. Nella notte era caduta molta neve e la temperatura
era di dieci gradi sotto lo zero. Le comunicazioni radio con Gorizia furono
rese difficili dalle condizioni atmosferiche e dalla scarsa efficienza
delle apparecchiature a disposizione. I marò del "Fulmine",
che avevano allestito nel paese varie opere difensive, resistettero ad
oltranza, in condizioni di schiacciante inferiorità, dimostrando
un indubbio coraggio, e in qualche caso riuscendo addirittura a contrattaccare.
I combattimenti raggiunsero momenti di grande drammaticità, con
numerosi episodi di scontro all’ arma bianca. La sera del 20 la situazione
era divenuta del tutto insostenibile: il mancato arrivo dei rinforzi, l’esaurirsi
delle munizioni, il progressivo avanzare degli slavi, la disgregazione
delle linee difensive, ed infine l’autorizzazione a ritirarsi preventivamente
trasmessa via radio dal Comando di Divisione, convinsero il comandante
Bini ad ordinare la ritirata dal paese, cercando di individuare il punto
di minore resistenza degli assedianti. La decisione comportava però
l’abbandono dei feriti gravi. Nella notte la maggior parte dei superstiti
riuscì ad aprirsi un varco, ma alcuni marò rimasti indietro
per coprire il ripiegamento della colonna, rimasero isolati e furono circondati.
Il guardiamarina Roberto Valbusa, quando capì di non avere più
speranza, per non cadere in mano nemica, si uccise con la sua pistola.
Gli uomini della "Kossovel" non tentarono d’inseguire la colonna
in ritirata. Quest’ultima, ridotta a 83 uomini, alle 6.30 del mattino successivo,
incontrò un reparto tedesco e fu condotta a Gorizia.
Nella stessa mattinata il "Valanga" e il III battaglione del
10° reggimento di polizia tedesco riuscirono a raggiungere Tarnova,
da dove i partigiani si erano nel frattempo ritirati. I feriti lasciati
nell’infermeria erano stati uccisi, solo qualcuno fra loro era riuscito
a salvarsi perché aveva fatto in tempo a nascondersi o si era finto
morto. Inoltre furono ritrovati vivi alcuni marò che, non essendo
riusciti a ripiegare, si erano asserragliati in una casa. Su 214 presenti
a Tarnova, il "Fulmine" ebbe 86 caduti e 56 feriti; le perdite
slovene non sono note (9l). Nei giorni seguenti si effettuarono vari rastrellamenti
ed in uno di questi, il 26 gennaio, il "Barbarigo" si scontrò
sull’Altipiano di Bainsizza con il 1° battaglione del "Gradnik"
(92).
A Gorizia i rapporti con i tedeschi, ma soprattutto con gli slavi alleati
dei tedeschi, continuavano a peggiorare. Ai fatti della guerra si mescolavano
infatti contrasti etnici e piani a lunga scadenza. Inoltre l’avanzata russa
aveva provocato l’afflusso nella zona di truppe in ritirata dalla penisola
balcanica, fra cui reparti spagnoli della Divisione "Azzurra"
delle Waffen-SS e l’intero II Corpo dei cetnici, forte di sette-ottomila
uomini, che si concentrò a Postumia. Queste nuove forze davano la
possibilità ai tedeschi di sostituire la X Mas nelle azioni contro
il IX Korpus sloveno (93).
Durante il periodo della permanenza della Decima in Venezia Giulia,
le "autorità politiche austriacanti" non avevano mai smesso
di fomentare una campagna diffamatoria nei confronti del corpo, servendosi
di agenti provocatori che denunciarono i marò per una moltitudine
di crimini, dal saccheggio allo stupro, dall’omicidio all’incendio doloso,
arrivando "all’assurdo di denunciare un marinaio della Decima di essersi
pubblicamente fatto vanto di aver già ucciso sei ufficiali germanici
e di essere in agguato per raggiungere al più presto il record di
dieci!" (94). Verso la fine del gennaio 1945 il Gauleiter Rainer chiedeva
ufficialmente, con un telegramma al plenipotenziario germanico in Italia,
generale Wolff, il ritiro della divisione X dalla Venezia Giulia. Il 9
febbraio 1945 tutti i reparti venivano trasferiti a ponente del Tagliamento,
oltre il Piave, nella zona di Thiene - Bassano del Grappa.
Prima di lasciare Gorizia, il comandante in seconda della divisione,
Rodolfo Scarelli, organizzò una grande manifestazione: con il pretesto
di deporre una corona d’alloro sul monumento ai caduti della prima Guerra
mondiale, fece sfilare per la città tutti gli effettivi che aveva
in zona, al completo di armi ed equipaggiamento, tra la commozione della
popolazione (95). In Venezia Giulia rimanevano i piccoli presidi di Trieste,
Fiume, Pola, Cherso e Brioni.
4. Gli ultimi giorni
Nel febbraio 1945 la divisione X fu riorganizzata e divisa in due gruppi
di combattimento: il I gruppo, comandato dal capitano di corvetta Antonio
Di Giacomo, comprendeva i battaglioni "Lupo", "Barbarigo",
"NP", il gruppo artiglieria "Colleoni" e una parte
del battaglione genio collegamenti "Freccia"; il II gruppo, comandato
dal capitano di corvetta Corrado De Martino, era formato dai battaglioni
"Fulmine", "Sagittario", "Valanga", dai gruppi
di artiglieria "San Giorgio" e "Da Giussano" e dalla
rimanente parte del battaglione "Freccia". La divisione era ora
al comando del generale di brigata Giuseppe Corrado, nominato dal ministero
delle FF.AA. (96). Borghese stabilì con Wolff che una parte della
divisione sarebbe andata a combattere sul fronte meridionale, mentre l’altra
metà sarebbe rimasta nel Veneto per l’addestramento e il riordinamento,
in modo da poter affluire in Venezia Giulia al momento del ripiegamento
tedesco. Il I gruppo di combattimento fu dunque destinato al fronte in
Romagna - a fine febbraio i battaglioni "Barbarigo", "NP",
"Freccia", "Colleoni" diedero il cambio sul Senio al
"Lupo" - mentre il II gruppo si radunò a Thiene, a nord
di Vicenza (97).
Nel marzo del 1945, dopo diciotto mesi di combattimento, il bilancio
della campagna d’Italia era per gli Alleati tutt’altro che positivo: erano
riusciti a conquistare soltanto circa metà del territorio italiano,
ed erano da molti mesi bloccati sulla Linea Gotica (98).
Il maresciallo Alexander stava perciò riorganizzando un forza
offensiva per operare un’avanzata nella tarda primavera. Sin dai primi
di febbraio il generale Wolff, ormai consapevole dell’imminente sconfitta,
aveva avviato, tramite suoi emissari in Svizzera, le prime trattative per
porre fine alle ostilità in Italia. Questo negoziato era indicato
dagli Alleati con il termine di "Operazione Sunrise" (99).
L’offensiva alleata, iniziata il 9 aprile, e la conseguente rottura
della Linea Gotica, impose ai tedeschi la ritirata sulla linea Po-Ticino.
Virgilio Nari rileva come dopo il 15 aprile nessuna delle unità
di combattimento repubblicane si sbandò. Tutte cercarono di ripiegare
secondo i piani: spesso abbandonate per strada dai tedeschi in fuga, ove
possibile concordando il passo con i comandi partigiani, in qualche caso
aprendosi la strada con le armi o attuando manovre ritardatrici (100).
Il I gruppo di combattimento della Decima, dopo aver operato in funzione
di retroguardia alle forze germaniche ripieganti sull’Adige, puntò
su Padova, per dirigere verso la Venezia Giulia, indicata nel piano operativo
come zona della resistenza finale. Infatti in una lettera sigillata affidata
da Borghese al comandante Di Giacomo, con l’istruzione di leggerla solo
quando la situazione fosse giudicata irrimediabile, c’era scritto che da
quel momento si doveva troncare qualsiasi rapporto con i comandi germanici
- ma a quel punto ormai non c’era più alcun comando tedesco in grado
di dare disposizioni - e dirigersi a Thiene per unirsi al II gruppo e di
qui puntare su Trieste. Tuttavia il gruppo, che marciava a piedi, tallonato
dalle forze dell’8a Armata, sotto gli incessanti bombardamenti alleati
ed ostacolato da alcuni scontri con i partigiani, fu costretto a fermarsi
a Padova dove, il 29 aprile, si arrese alle truppe alleate, ricevendo l’onore
delle armi da un picchetto di fanteria (l0l). Il battaglione "NP"
riuscì invece a raggiungere Venezia, e lì si asserragliò
nel Collegio Navale di San’Elena. Il 2 maggio i "nuotatori-paracadutisti"
accettarono la resa con "l’onore delle armi" offerta loro dagli
inglesi (l02).
Anche il II gruppo di combattimento aveva ricevuto l’ordine di concentrarsi
a Thiene, per poi muovere verso la Venezia Giulia, ma i vari reparti, che
per un insieme di circostanze si diressero su Thiene con un certo ritardo,
furono sorpresi dal precipitare degli eventi e si arresero, il 30 aprile,
in questa cittadina o nelle sue immediate vicinanze (il "Fulmine"
a Schio, il "Valanga", il "Sagittario", il "Da
Giussano", il "San Giorgio" e il "Freccia" a Marostica)
(l03). Per tutti iniziava la dura fase della prigionia (l04).
A Genova la resa dei reparti della X avvenne il 26 aprile. Qui il comandante
Arillo, che dal novembre 1944 deteneva il comando operativo del Tirreno,
aveva avuto, il 9 aprile 1945, la consegna da parte di Borghese d’impedire,
anche con l’uso delle armi, che i tedeschi facessero saltare il porto.
A tal fine già da tempo la Decima stava svolgendo un’ampia azione
diplomatica nei confronti delle autorità germaniche. Inoltre Arillo
contattò sia esponenti del Cln che della Curia e predispose un "piano
di sicurezza" utilizzando i sommozzatori del gruppo "Gamma"
(l05).
La fine più dura fu comunque quella dei presidi in Istria, anche
perché le formazioni partigiane, che seguirono una precisa strategia,
avevano come primo obiettivo l’annientamento della resistenza tedesca e
dei reparti italiani "collaborazionisti" come la "Decima
Mas" (l06). Per alcuni di questi non si sa nemmeno cosa sia esattamente
avvenuto.
A Trieste e in Istria l’occupazione slava iniziò il 1° maggio
1945. Tito mise gli Alleati di fronte al fatto compiuto "liberando"
Trieste prima delle truppe neozelandesi, che agli ordini del generale Freyberg
entrarono nella città il 2 maggio, e soprattutto ancor prima della
liberazione di Zagabria e Lubiana (l07). L’interesse primario di Tito era
evidentemente quello di ottenere degli ingrandimenti territoriali più
che la sconfitta del nemico comune. I poteri della città furono
assunti dal comando militare jugoslavo e per Trieste iniziarono quarantacinque
giorni di occupazione slava, con il ripetersi degli eccidi già perpetrati
dopo 1’8 settembre 1943 in Istria. A Trieste però, dopo il fallimento
dei tentativi per predisporre un fronte patriottico anti-slavo, non ci
fu alcuna resistenza italiana (l08). Il 28 aprile il generale Esposito
ordinò al battaglione della X "San Giusto", composto da
circa 200 uomini e comandato dal capitano di corvetta Ezzo Chicca, di concentrarsi
nella caserma di Montebello. Qui, il 30 aprile, il battaglione venne sciolto.
Alcuni dei suoi marò ripiegarono su Venezia, altri tornarono nelle
loro case ed altri ancora collaborarono con il locale Cln per mantenere
l’ordine pubblico.
A Pola la X era presente con la compagnia "Nazario Sauro",
composta da circa 300 effettivi, comandata dal capitano di corvetta Baccarini
e la squadriglia "Longobardo" dei sommergibili CB/CM del tenente
di vascello De Siervo. Il Comando Marina (Maricoser Pola) con un organico
di quasi cento uomini era agli ordini del capitano di fregata Marchini.
Nella vicina isola di Brioni c’era la Base Est dei mezzi d’assalto comandata,
dopo che il tenente di vascello Nesi era stato fatto prigioniero nel corso
dell’incursione su Ancona del 14 aprile, dal sottotenente di vascello Cavallo
(l09). Con il precipitare degli eventi, gli effettivi della Base Est si
trasferirono a Pola. Le altre forze italiane erano costituite da una compagnia
della M.D.T. al comando del capitano Carlo Bacchetta, da un centinaio di
genieri e da altri reparti minori. In tutto 1.200 uomini, mentre le forze
tedesche ne contavano 6.000 (110).
Il comando germanico ordinò che il grosso delle sue forze fosse
evacuato dalla città, ritenuta ormai indifendibile, lasciando solo
dei presidi esterni. Una colonna mista italogermanica, tra cui il 6°
battaglione Genio Artieri del maggiore Covatta, partì alla volta
di Trieste scontrandosi presso Pisino con i reparti jugoslavi. A Pola l’ammiraglio
Bauer diede l’ordine di smantellare le difese antiaeree, di minare il porto
ed i principali edifici militari e pubblici. I comandanti Baccarini e Bacchetta
lo convinsero a risparmiare la città ed a cedere loro il comando
della piazza. Baccarini assunse formalmente il compito di far mantenere
l’ordine pubblico ed i tedeschi disattivarono le minelll. A Pola rimanevano,
oltre ai capisaldi germanici, gli esigui reparti della X ed il capitano
Bacchetta con 12 suoi militi. Gli italiani cercarono anche di prendere
contatti con i comandi slavi per concordare senza spargimento di sangue
la cessione della città. La trattativa, intrapresa dal capitano
di fregata Marchini, si protrasse con una certa lentezza nella speranza
che da un momento all’altro gli Alleati occupassero la zona (ll2). Ma questo
non avvenne e le unità della X rimasero praticamente annientate
durante la disperata resistenza alle truppe titine durata fino al 6 maggio.
I combattimenti tedeschi continuarono sino all’8 maggio, ultimo nucleo
di resistenza germanica della Wehrmacht, assieme ai difensori di Berlino,
a deporre le armi in Europa. L’ammiraglio tedesco che firmò la resa
venne subito dopo fucilato insieme ad un gruppo di suoi ufficiali e a una
decina di italiani della Decima Mas (ll3). I superstiti furono pochissimi,
molti i deportati dei quali non si seppe più nulla, tra cui tutto
il personale medico dell’Ospedale Marina di Pola. Della Base Est si salvarono
solo tre marinai su cinquanta, che tornarono dalla prigionia nel 1947.
Il comandante Baccarini fu tenuto per mesi legato dentro una cisterna,
fin quando perse denti e capelli e arrivò sull’orlo della pazzia.
Fu consegnato alla frontiera italiana il 1° novembre 1949. Alcuni elementi
del Comando Marina riuscirono invece ad imbarcarsi su due sommergibili
(il C.B.l9 e il C.M.l) che raggiunsero rispettivamente Venezia ed Ancona,
così come una trentina di uomini della Scuola Sommozzatori di Portorose,
comandata dal tenente Moscatelli, poterono riparare a Venezial (114).
A Fiume c’era la compagnia "D’Annunzio" comandata dal sottotenente
di vascello Vigjak con una forza di circa 250 uomini. Un distaccamento
del reparto, circa 130 marò, si trovava a Laurana. Qui, il 25 aprile
sbarcarono, sotto la protezione di attacchi aerei ed artiglieria navale
alleata, le truppe slave per costituirvi una testa di ponte in previsione
degli attacchi finali verso Fiume. Il distaccamento della Decima, insieme
a pochi militari germanici, opposero un’accanita resistenza. Costretti
a ripiegare, giunsero a nord di Abbazia, dove continuarono i combattimenti
che causarono alla compagnia 90 morti. Il 3 maggio 1945 a Fiume cessava
la resistenza tedesca e gli slavi catturarono i superstiti della compagnia
"D’Annunzio" che, fino all’ultimo, avevano partecipato alla battaglia
intorno alla città (ll5).
Anche nelle isole del Carnaro vi era un piccolo contingente della Decima:
a Cherso si trovava la compagnia "Adriatica", da poco ribattezzata
col nome di "Bardelli", di poco più di cento uomini, al
comando del tenente di vascello Enrico Giannelli, con distaccamenti a Lussino,
Veglia e Neresine. Quando, nell’aprile 1945, le isole furono attaccate
dai reparti della IV Armata popolare jugoslava, l’unità si sacrificò
quasi interamente. E difficile stabilire le circostanze o quantificare
i morti, poiché le autorità italiane non cercarono mai di
recuperare le salme o di ricercare i dispersi (ll6). Luigi Papo calcola
che dal 9 settembre 1943 alla fine della guerra le vittime della Decima
in Venezia Giulia, compresi alcuni elementi della Marina della R.S.I.,
furono circa 176; a guerra finita, in particolare nel maggio del 1945,
le perdite ammonterebbero a 133, compresi i deportati di cui non si seppe
più nulla.
Tutti i vari presidi della Decima Mas avevano obbedito all’ultimo ordine
di Borghese, diramato via radio la sera del 24 aprile: "Anche in caso
di ritirata forze armate germaniche resterete sul posto per la difesa confini
orientali e della popolazione italiana contro le bande di Tito". I
loro compiti erano quelli, come spiega Borghese in una lunga intervista
del 1953, di:
1) Assicurare la difesa dei nuclei etnici italiani contro gli slavi
partigiani, che dopo 1’8 settembre avevano dimostrato un’incredibile barbarie
e odio contro tutti gli Italiani.
2) Costituire all’atto dell’armistizio la prova armata dell’esistente
sovranità italiana: dove il nemico avrebbe trovato divise militari
e volontà di difesa, ovviamente là sarebbero rimasti i confini
dell’Italia (118).
Nella regione giuliana si chiudeva così il capitolo della disperata
resistenza italiana, del tutto inadeguata rispetto alla forza dell’avversario,
e si apriva quello della dura occupazione titina, con gli infoibamenti
e le persecuzioni di massa nei confronti degli italiani (1l9). Solo nel
giugno del 1945, dopo contrastate trattative con gli jugoslavi, gli Alleati
subentrarono in parte nella regione disputata occupando i territori ad
ovest della Linea Morgan, cioè Gorizia, Trieste con Muggia,
e Pola città. Ma restavano in mano jugoslava quasi tutta l’Istria,
Fiume, le isole del Carnaro e Zara (l20).
In aprile a Milano la Repubblica Sociale aveva vissuto i suoi ultimi
giorni fra trattative inconcludenti e speranze impossibili Il 18 aprile
Mussolini si era trasferito nel capoluogo lombardo, dove aveva tentato
di intavolare un’ultima serie di trattative con il Cln, che culminarono
con un definitivo fallimento il 25 aprile (l21).
Anche Borghese verso la metà di aprile aveva stabilito il suo
comando presso il distaccamento della X di Milano. Il segretario del partito
Pavolini stava da qualche mese predisponendo l’ultima resistenza in Valtellina,
ma Graziani e Borghese erano nettamente contrari a questo progetto ed insistevano
per un’altra soluzione: pur mantenendo un’alleanza con i tedeschi, un triumvirato
militare avrebbe negoziato una resa formale delle forze repubblicane con
gli Alleati (l22). Borghese riteneva che ormai il loro unico compito era
di "salvaguardare la vita dei reparti alle nostre dipendenze, tutelare
i cittadini e attendere, in previsione della ritirata tedesca, l’arrivo
degli anglo-americani ai quali avremmo consegnato da militari, le città
e le terre da noi presidiate" (l23). A tal fine Borghese aveva dato
l’incarico ai suoi più vicini collaboratori, il capitano Riccio
e il capitano Del Giudice, di prendere contatto anche con il Cln milanese,
in particolare con Sandro Faini della componente socialista. Questi contatti
erano presumibilmente conosciuti nell’ambito della R.S.I. dal momento che
furono intrapresi insieme alla Legione Muti e al generale Diamanti, comandante
della piazza di Milano (l24). Nelle sue memorie Borghese scrive che in
vari colloqui verificatesi tra il 13 e il 14 aprile spiegò il suo
punto di vista a Mussolini, a Rahn e a Wolff. Quest’ultimo, oltre ad assicurarlo
del fatto che gli impianti industriali non sarebbero stati distrutti, lo
informò dell’imminente e non ancora ufficiale ritirata delle truppe
tedesche dall’Italia, in modo da provvedere alla tutela dei reparti della
Decima (l25). Borghese cercò di convincere il Duce a non partire
per Como o, peggio, per l’inesistente "miraggio del Ridotto nazionale
della Valtellina", e magari invece chiedere asilo politico in Spagna,
ma "Mussolini era fermamente deciso a non abbandonare il suo posto,
convinto che questo fosse il suo ultimo dovere. Di sé, della sua
persona non si preoccupava affatto" (l26). Il 25 aprile, dopo aver
sciolto i suoi uomini dal giuramento, Mussolini partì per Como;
il 27 fu catturato vicino a Dongo ed il 28 venne ucciso, così come
la maggioranza dei gerarchi che lo avevano seguito (l27).
Sempre il 25 aprile il CLNAI proclamò l’insurrezione generale
in tutta l’Italia settentrionale. Dopo la partenza di Mussolini, a cui
Borghese assistette insieme al suo ufficiale di ordinanza, Mario Bordogna,
si conclusero le trattative per lo scioglimento della Decima a Milano.
Borghese propose al Cln di utilizzare i marò - circa 700, poiché
nel frattempo erano giunti dei reparti da Genova e da Sesto Calende - per
presidiare la città, ma l’offerta venne respinta. Nel primo pomeriggio
del 26 aprile a Piazzale Fiume si riunirono gli uomini del gruppo "Todaro"
e i "Risoluti".
I rappresentanti del Cln erano il maggiore Mario Argenton, inviato dal
generale Raffaele Cadorna, comandante militare del Corpo Volontari della
Libertà del Cln, ed il capitano Serego degli Alighieri. Racconta
Bruno Spampanato, testimone della scena:
Il colloquio tra il comandante Borghese e i plenipotenziari del Corpo
Volontari della Libertà è brevissimo. Alle 14,55, il trombettiere
batte l’assemblea generale. Scende Borghese per parlare agli uomini. Salutato
da tre squilli di tromba, arriva il gagliardetto del gruppo di combattimento
"Todaro". Il comandante sta di fronte ai marinai. Li ha salutati:
"Decima marinai!". Ha risposto un grido fermo: "Decima,
comandante!". Borghese dice che la Repubblica Sociale finisce con
la guerra, ma restano i suoi principi, la difesa dell’onore fino all’ultimo,
l’impegno a rispondere a qualsiasi richiamo del paese. Dice che le armi
saranno consegnate a lui perché la "Decima" non si arrende
ma smobilita: e idealmente la "Decima" è tutta qui. Poi
fa l’appello dei marinai morti... Gli uomini si riscossero dal silenzio.
"Trieste, comandante!". Il grido restò nella piazza, tutt’intorno
chiusa dai reticolati. Tre squilli di tromba e la bandiera di combattimento
repubblicana fu ammainata... Gli ufficiali partigiani e la loro scorta
erano sull’attenti. Eravamo tutti soldati, tutti italiani. A quel momento
fu dato il saluto al duce. I marinai gridarono: "A Noi!". E così
Mussolini fu salutato da un reparto regolare in armi della R.S.I. a Milano,
ore 17 del 26 aprile 1945 (128).
Il 26 aprile Graziani, rimasto a Como insieme ai generali Sorrentino
e Bonomi, incontrò Wolff e gli consegnò un’autorizzazione
a trattare in suo nome (l29). Il 27 fu catturato e, insieme ai due generali,
trasferito a Milano, dove venne preso in consegna dal generale Cadorna.
Il 29 aprile i rappresentanti dei comandi germanici firmarono la resa
delle forze tedesche in Italia, che divenne esecutiva a partire dal 2 maggio.
Nel documento le forze armate della R.S.I. erano esplicitamente comprese
nella dizione di "forze terrestri tedesche" (130). Il numero
esatto delle perdite subite dai vari organismi militari della R.S.I. è
incerto, principalmente a causa della loro dispersione e della loro dipendenza
dai comandi tedeschi. Pisanò indica per la Marina un totale di 1.608
morti, di cui 1.526 della X MAS. Questo dato risulta a tutt’oggi il più
attendibile e viene ripreso anche da Ilari (l31).
Borghese trascorse due settimane in un appartamento di Viale Beatrice
d’Este a Milano, tenuto in custodia dal tenente della polizia partigiana
Nino Pulejo. Il 9 maggio vennero a trovarlo il maggiore James Angleton
dell’OSS e il capitano di fregata Carlo Resio del Servizio Informazioni
Segrete della Marina. L’11 maggio quest’ultimi lo condussero con una jeep
a Roma. Nelle sue memorie Borghese scrive che i due gli riferirono un messaggio
verbale di De Courten che chiedeva di parlargli con urgenza "di alcune
situazioni provocate dalla cessazione delle ostilità, sulle quali
riteneva utile conoscere il mio parere" (132). Per vincere le sue
perplessità gli comunicarono che i partigiani erano in procinto
di catturarlo. Ma una volta giunto a Roma non riuscì ad avere alcun
contatto con De Courten (133).
Diversa è la versione dei fatti dell’ammiraglio De Courten, nella
quale sembra quasi che egli tenga a precisare che ignorava perfino la presenza
di Borghese a Roma. Afferma infatti che una sera di fine aprile - ma 1’11
maggio Borghese era ancora a Milano - Angleton e Resio lo informarono che
sotto casa, in un’automobile, c’era il comandante Borghese:
Essi mi chiesero disposizioni circa la sorte del Borghese. Consigliai
loro la soluzione più opportuna per evitare che il caso fosse sottoposto
a immediate sanzioni, le quali, nell’atmosfera ardente e sovreccitata di
quei giorni, non avrebbero potuto essere che di carattere estremamente
grave, e per mettere Borghese in condizioni di essere giudicato in tempi
di maggiore serenità e obiettività. E così infatti
è avvenuto (134).
Resio dichiarò che l’ordine di recarsi al Nord per prelevare
Borghese gli venne dato dal capitano di vascello Agostino Calosi che, come
si ricorderà, era il comandante del servizio segreto del Sud (135).
La vicenda non è quindi del tutto chiara. Probabilmente la Marina
italiana fu solamente l’esecutrice della volontà americana di salvare
Borghese affinché fosse interrogato e processato. Infatti, a Roma
egli fu inizialmente tenuto prigioniero e interrogato dai servizi segreti
americani, nel campo di concentramento di Cinecittà, e solo successivamente,
vale a dire nell’ottobre 1945, inviato nel bagno penale di Procida.
Processato e condannato, Borghese fu radiato dalla Marina, degradato
e privato della Medaglia d’Oro. Divenne il "principe nero" delle
cronache giudiziarie del secondo dopoguerra. Nel marzo 1971 fu accusato
di aver tentato un colpo di stato. Morì a Cadice il 27 agosto 1974.
Riposa oggi nella cripta della Cappella Borghese di Santa Maria Maggiore
a Roma.
Conclusioni
Nel settembre 1945 a Londra, in occasione della Conferenza tra i ministri
degli Esteri di Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti ed Unione Sovietica
per impostare il Trattato di Pace con l’Italia, De Gasperi, allora ministro
degli Esteri del governo Parri, si fece preparare un "Appunto"
dal suo ufficio di gabinetto nel quale veniva riconosciuta alla R.S.I.
ed in particolare alla Decima Mas un’azione positiva in difesa dell’italianità
della Venezia Giulia e dell’Istria. La strategia di De Gasperi era di dimostrare
che gli stessi tedeschi, accettandovi a suo tempo la dislocazione delle
truppe repubblicane, avevano implicitamente riconosciuto l’appartenenza
della zona all’Italia. L’argomento avrebbe potuto essere decisivo, nel
caso in cui gli Alleati avessero sostenuto che,
dopo un’eventuale vittoria italo-tedesca, il Reich avrebbe comunque
sottratto a Roma la sovranità di quelle terre. L’"Appunto",
datato 15 settembre 1945, era stato perciò ideato proprio per prevenire
una simile obiezione. In esso si faceva riferimento, oltre che alla "corrispondenza
personale" sull’argomento tra Mussolini ed Hitler, all’azione militare
della Decima per la difesa dei confini orientali. L’esistenza di tale documento
è stata rivelata da Paolo Simoncelli che constata come, riferendosi
anche ai citati contatti Nord-Sud:
Una generazione formata dalla persistente cultura risorgimentale e quindi,
nel caso in merito, dall’emotività elettrica per Trieste, aveva
dunque pensato un ultimo progetto, più ideale che politico-militare,
capace di superare le tragiche contrapposizioni ideologiche. Da qui, dall’impossibilità
di applicare per l’Istria e la Venezia Giulia la stessa rigida demarcazione
tra bene e male, la necessità di silenziare fatti, segretare documenti,
far rimuovere il problema dalla coscienza democratica italiana. A 50 anni
di distanza, il rigagnolo è diventato un torrente capace di travolgere
l diga del silenzio (136).
L’obiettivo principale di Borghese divenne la difesa della Venezia Giulia
e dell’Istria nella consapevolezza che, in una guerra ormai perduta, "l’italianità
di Roma o Firenze, non verrà mai messa in discussione, ma quella
di Trieste, Pola, Fiume e Zara, certamente sì", e ciò
fu fatto contestando anche, per quanto possibile, la strisciante politica
annessionistica tedesca nel Litorale Adriatico.
Il peculiare significato delle vicende della Venezia Giulia sta nel
fatto che queste resero palese come la sostanziale subalternità
del nostro paese allo straniero, "a molti stranieri", valeva
non solo per Mussolini e la R.S.I., ma anche per la Monarchia e per Badoglio,
per il Cln e in misura di gran lunga superiore a qualsiasi altra per il
Partito comunista. Si evidenziò come nel campo del vincitore esistessero
due progetti, diversi e contrapposti, riguardo all’Italia e ciò
fu la causa sia della posizione dal
contenuto "antitaliano" del Pci, che di quella di sostanziale
indifferenza a riguardo del Clnai (137). In una situazione in cui le maggiori
componenti politiche italiane erano già proiettate nelle lotta di
potere dell’Italia post-bellica, alle autorità del Sud, dopo il
fallimento del progettato sbarco comune a Trieste, non era rimasta altra
scelta, per tentare di impedire l’annessione slava, che quella di cercare
un ultimo, disperato accordo militare con la Decima Mas.
Quanto alla Conferenza di Londra le speranze di De Gasperi risultarono
vane. Tutto preludeva all’amputazione di quei territori rimasti sotto il
controllo militare titino, e Londra finì col favorire il colpo di
mano slavo sull’Istria.
Junio Valerio Borghese venne spesso in seguito definito un capitano
di ventura, e la X Mas l’ultima compagnia di ventura. E Borghese aveva
le origini, l’audacia e il carisma per rivestire un ruolo di questo genere.
Era "un comandante dal grande ascendente sui suoi marinai, un Principe
romano che sapeva vivere da marinaio fra marinai, un uomo dalla grande
disponibilità verso tutti, un signore che non alzava mai la voce"
(l33). Ma questa comoda semplificazione, come sottolinea Guido Bonvicini,
non rende giustizia ad un personaggio che, dopo il crollo dell’8 settembre,
fece dell’autonomia la sua bandiera. Il suo ruolo storico, sostiene De
Felice, il quale, fedele alla sua convinzione che la storiografia debba
prescindere da condizionamenti politici, ideologici e moralistici, nel
suo ultimo incompiuto volume della biografia mussoliniana dedica numerose
e approfondite pagine alla figura del Comandante, fu essenzialmente quello
di un "nazionalista che pensava di combattere apoliticamente una guerra,
quasi personale, per l’onore della patria" (l39).
All’interno della Repubblica Sociale Italiana la Decima Mas visse una
sua particolare realtà, spesso esaltante per i suoi uomini, e talvolta
non compresa nelle sue componenti ideali e pratiche. Il suo forte spirito
di corpo, la sua capacità di aggregazione, anche grazie all’eco
delle eroiche gesta dei "maiali", ed il suo carattere prevalentemente
nazional-patriottico, vennero a volte interpretati come l’intenzione di
creare un potere alternativo. Ma fu un’interpretazione sbagliata e sicuramente
smentita da una sostanziale e costante lealtà di fondo.
NOTE
1 F.W. Deakin, La brutale amicizia, op. cit., pp. 966-967.
2 J.V. Borghese, Junio Valerio Borghese e la X Flottiglia Mas,
op. cit., pp. 135-136.
3 R. De Felice, Rosso e Nero, op. cit., p. 131. Nella lotta di
resistenza jugoslava, caratterizzata dalla particolare asprezza degli scontri,
frutto di una mentalità forgiata da secolari quanto crudeli lotte
contro i Turchi, assunse un sempre maggiore peso la componente comunista,
capeggiata da Josip Broz Tito. I partigiani titini diedero vita al Consiglio
Antifascista per la Liberazione Nazionale della Jugoslavia (A.V.N.O.J.)
e deliberarono la trasforrnazione dei reparti partigiani in unità
regolari con la fondazione dell’Esercito di Liberazione della Jugoslavia
(N.O.V.J.). Fu durante la conferenza di Teheran del novembre 1943 che Churchill
convinse gli Alleati a sacrificare i cetnici serbi e filo monarchici di
Draza Mihailovic a favore di Tito, il quale ovviamente godeva anche del
sostegno russo. Dopodiché Churchill fece pressione su re Pietro
II, in esilio a Londra, affinché riconoscesse Tito come unico capo
del movimento clandestino jugoslavo. Cfr. Bogdan C. Novak, Trieste 1941-1954.
La lotta politica, etnica e ideologica, Milano, Mursia, 1973, pp. 95
e segg.; Christopher Cviic, Rifare i Balcani, Bologna, Il Mulino,
1993, pp. 34 e segg. ed infine Antonio Giulio M. de Robertis, Le grandi
potenze e il confine giuliano 1941-1947, Bari, Ed. Fratelli Laterza,
1983, pp. 99 e segg.
4 Per un approfondimento degli avvenimenti di Trieste nei giorni successivi
all’armistizio cfr. Giovanni Esposito, Trieste e la sua odissea. Contributo
alla storia di Trieste e del "Litorale Adriatico" dal 25 luglio
1943 al maggio 1945, Roma, Superstampa, 1952, pp. 31 e segg.
5 Cfr. Luigi Papo, L’Istria e le sue foibe. Storia e tragedia senza
la parola fine. Vol. I, Roma, Edizioni Settimo Sigillo, 1999, pp. 45
e segg. e Galliano Fogar, Sotto l’occupazione nazista nelle province
orientali, Udine, Del Bianco Editore, 1968, pp. 17 e segg. Dalla Venezia
Giulia furono deportati in Germania quasi trentamila soldati.
5 Per le terribili vicende di quei giorni cfr. Paolo de Francescani
(pseudonimo di Luigi Pappo), Foibe, Roma, Centro Studi Adriatici,
1948; Luigi Pappo, L’ultima bandiera. Storia del Reggimento "Istria",
Gorizia, L’Arena di Polla, 1986, e per un dettagliato elenco delle vittime
cfr. dello stesso autore L’Istria e le sue foibe, op. cit., pp.
53 e segg.; Fulvio Molinari, Istria contesa. La guerra, le foibe, l’esodo,
Milano, Mursia, 1996, pp. 24 e segg. L’autore calcola che il numero degli
infoibati e fucilati del settembre-ottobre 1943 sia intorno alle 600-800
persone. Cfr. anche Paola Romano, La questione giuliana. 1943-1947.
La guerra e la diplomazia. Le foibe e l’esodo, Trieste, Lint-Unione
degli Istriani, 1997, pp. 48 e segg.
6 B. C. Novak, Trieste 1941-1954, op. cit., pp. 103-104. Molti autori,
tra cui lo stesso Novak, sostengono che alla proclamazione dell’atto di
annessione abbiano partecipato anche i delegati del Partito comunista italiano
dell’Istria, ma nel proclama di annessione, dove sono elencati i nomi dei
partecipanti alla riunione, non risulta alcun italiano, fatta eccezione
per Josip Budicin (ma anche la sua effettiva presenza è dubbia).
Nella traduzione italiana della copia autentica del manifesto del proclama
(stampato in una tipografia di Parendo) si può leggere: "Le
guarnigioni italiane sono nelle nostre mani, i soldati scappano dalla nostra
terra natale. Per la prima volta nella nostra storia il popolo prende il
timone nelle sue mani". In L. Papo, L’Istria e le sue foibe,
op. cit., pp. 56-57.
8 Prefetto e podestà di Trieste furono nominati rispettivamente
Bruno Coceani e Cesare Pagnini, mentre prefetto per l’Istria divenne Ludovico
Artusi. Sull’insediamento del prefetto a Trieste cfr. Bruno Coceani, Mussolini,
Hitler, Tito alle porte orientali d’Italia, Bologna, Cappelli, 1948.
pp. 31 e segg. Il comando militare venne assunto dal generale Kubler; quello
delle forze di Polizia dal Comandante delle SS generale Globocnik.
9 G. Fogar, Sotto l’occupazione nazista nelle province orientali,
op. cit., p. 47.
10 Paolo Simoncelli, Caro Hitler dacci Istria e Dalmazia, in
"L’Avvenire" del 24-8-1995. Per la politica tedesca nei confronti
degli slavi cfr. G. Esposito, Trieste e la sua odissea, op. cit., pp. 132
e segg.
11 V. Ilari, L’impiego delle forze armate della R.S.I. in territorio
nazionale, op. cit., pp. 176-178. Sull’azione dei bersaglieri del "Mussolini"
in Venezia Giulia cfr. Teodoro Francesconi, Bersaglieri in Venezia Giulia
(1943-1945), Alessandria, Casa editrice del Baccia, 1969. Tra i caduti
del battaglione anche Enrico Negri, fratello maggiore di Toni Negri. Per
la storia dell’occupazione della Venezia Giulia dal punto di vista tedesco
con l’apporto di diari, memorie e documenti di ufficiali che ebbero un
ruolo di primo piano nell’opera di consolidamento della presenza militare
e che assistettero al tracollo ed alla sconfitta cfr. Roland Kaltenegger,
Zona d’operazione Litorale Adriatico. La battaglia per Trieste, l’Istria
e Fiume, Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 1996. I tedeschi mettevano
in campo di volta in volta quello che avevano sottomano, in qualche occasione
anche intere divisioni che per un certo tempo stazionavano nella zona,
come la 162a divisione turcomanna formata da turkmeni, georgiani, azerbagiani
e caucasici. Ma i grandi reparti tedeschi raramente si fermavano in questo
territorio.
12 Nino Arena, Soli contro tutti. Friuli-Venezia Giulia 1941-1945
(guerra, guerriglia, controguerriglia), Rimini, Edizioni Ultima Crociata,
1993, pp. 189 e segg. Ma la denominazione di Guardia Nazionale Repubblicana
poté essere mantenuta. Testimonianza di Luigi Papo.
13 V. Ilari, op.cit.,p. 178.
14 Dopo 1’8 settembre ci fu un’ampia azione di reclutamento slavo-comunista,
sia nei campi di prigionia che in Italia, tra soldati italiani sbandati
o tra coloro che in buona fede erano convinti di combattere in primo luogo
i tedeschi ed il fascismo. Paola Romano, La questione giuliana,
op. cit., pp. 41 e segg. Sull’apporto dato dall’Esercito italiano in dissoluzione
alle formazioni partigiane di Tito cfr. Luigi Papo, Albo d’oro, la Venezia
Giulia e la Dalmazia nell’ultimo conflitto mondiale, Trieste, Unione
degli Istriani, 1995, p. 199.
15 A.C.S., R.S.I., Seg. Part. del Duce, Cart. Ris., b. 30, fasc.
238, "Situazione bande partigiane". In un appunto del Ministro
Bonomi al Ministro De Gasperi del 1943-45 si legge come la "Osoppo"
fosse fortemente ostacolata nella sua azione dalle brigate comuniste "Ippolito
Nievo" e "Garibaldi". A.C.S., Presidenza del Consiglio
dei Ministri 1948-50, ctg. E6. 1., b. 25049, sottofasc. I-A, "Situazione
Venezia Giulia".
16 Sono qui riportate parte delle direttive che Togliatti inviò
il 19 ottobre 1944 a Vincenzo Bianco, rappresentante del Pci presso il
Partito comunista jugoslavo: "Noi consideriamo come un fatto positivo,
di cui dobbiamo rallegrarci e che in tutti i modi dobbiamo favorire, la
occupazione della regione giuliana da parte delle truppe del maresciallo
Tito. Questo significa che in questa regione non vi sarà né
un’occupazione inglese, né una restaurazione dell’amministrazione
reazionaria italiana cioè si creerà una situazione profondamente
diversa da quella che esiste nella parte libera dell’Italia, si creerà
una situazione democratica... Questo vuol dire che i comunisti devono prendere
posizione contro tutti quegli elementi italiani che si mantengono sul terreno
e agiscono a favore dell’imperialismo e nazionalismo italiano e contro
tutti coloro che contribuiscono in qualche modo a creare discordia tra
i due popoli. Questa direttiva vale anche e soprattutto per la città
di Trieste... Il Partito è tenuto in tutta l’Italia settentrionale
e in tutte le regioni già libere, a sviluppare un’ampia campagna
di solidarietà e per la collaborazione più stretta coi popoli
della Jugoslavia e col loro governo ed esercito nazionale". In Paolo
Spriano, Storia del Partito comunista italiano. Vol. V. La Resistenza.
Togliatti e il partito nuovo, Torino, Einaudi, 1982, pp. 437-438.
17 Come conseguenza degli accordi tra Togliatti e i dirigenti jugoslavi,
nel novembre del ‘44 le formazioni garibaldine del Friuli passarono sotto
i comandi del IX Korpus jugoslavo. La stessa richiesta fu fatta alla Osoppo,
la quale però rifiutò. Il 7 febbraio 1945 venti osovani (tra
cui Guido Pasolini, fratello di Pierpaolo) furono uccisi alle Malghe di
Porzus da un folto gruppo di partigiani garibaldini. Il responsabile dell’eccidio,
Mario Toffanin, comandante della brigata, dopo essere stato condannato
per quei fatti fu poi graziato da Pertini. Non è ancora stato stabilito
chi diede l’ordine effettivo di uccidere, ma non sembrano esserci molti
dubbi sui responsabili. Cfr. ad esempio Dario Fertilio, L’ombra di Togliatti
su Porzus, "Corriere della Sera", 23 agosto 1997. Molto interessante
per comprendere il clima in cui maturò questa vicenda è la
deposizione al processo per l’eccidio di Porzus del presidente del Clnai
Alfredo Pizzoni: "Il maresciallo Tito fece il suo gioco, che fu il
seguente: portare avanti la sua occupazione al massimo possibile, dare
etichetta jugoslava, con ogni mezzo, ai territori conquistati, salvo poi
negoziare con i governi che sarebbero sorti, comunista in Italia, come
sognava, o meno… Per noi Italiani, viene la domanda: "Fino a che punto
vale l’amor di Patria e quanto vale la disciplina di partito?". Domanda
tristissima, e nella risposta sta il giudizio per l’eccidio di Porzus".
La questione della frontiera orientale tra Cln e Alleati. Deposizione al
processo per l’eccidio di Porzus di Alfredo Pizzoni, (a cura di Pietro
Neglie), in "Nuova Storia Contemporanea", n. 1 novembre-dicembre
1997, pp. 104 e segg.
18 Oddone Talpo, Dalmazia una cronaca per la storia 1943-1945,
Vol. III, Roma, Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, 1994
pp. 1360 e segg., sugli effetti dei bombardamenti a Zara cfr. Padre Flaminio
Rocchi, L’esodo dei 350 mila giuliani, fiumani e dalmati, Roma,
Ed. Difesa Adriatica, 1990, pp. 503 e segg.
19 A.U.S.S.M.M., Marina della R.S.I., b. F, fasc. 7, rel. cit.
20 J.V. Borghese, Junio Valerio Borghese e la X Flottiglia Mas,
op. cit., pp. 141-142.
21 G. Bonvicini, Decima marinai! Decima comandante!, op. cit.,
pp. 95-100.
22 IVi, pp. 105 e segg. Cfr. anche R. Lazzero, La Decima Mas,
op. cit., pp. 131 e segg. G. Roberti, Il mio Comandante, op. cit.,
pp. 18-23.
23 Cfr. Cino Boccazzi, Missione Col di Luna. Cronaca partigiana del
Friuli (1944-1945), Milano, Rusconi, 1977. Lo scopo della missione
era di tentare di coordinare militarmente la "Osoppo" e la "Garibaldi".
Come scrive Boccazzi nel citato volume, che è appunto il racconto
della sua missione, "terremo i collegamenti con tutte le missioni
delle montagne, della Slovenia e della pianura veneta. Dovremo vivere coi
reparti partigiani, istruirli nell’uso di determinate armi ed esplosivi,
formare e guidare dei commandos per determinate azioni". Ivi, p. 21.
24 J.V. Borghese, op. cit., p. 155.
25 Maria Pasquinelli, nata a Firenze ma domiciliata a Trieste, volontaria
nella Croce Rossa, fu sorpresa dall’armistizio in Dalmazia e arrestata
dai partigiani di Tito entrati nel frattempo a Spalato. Quando i tedeschi
occuparono la città, venne scarcerata e ottenne il permesso di procedere
all’esumazione delle vittime dei partigiani da una fossa comune di Spalato.
Dopo un breve soggiorno a Milano, andò in Istria dove redasse una
relazione sulla grave situazione della Venezia Giulia che successivamente
inviò ai partigiani della Franchi, al Cln di Udine, ai partigiani
della Osoppo, a Italo Sauro e a Borghese. Il suo progetto era di unire
tutte le forze non comuniste operanti in Venezia Giulia per ostacolare
la penetrazione slava. Il 10 febbraio 1947, il giorno della firma del Trattato
di Pace a Parigi, Maria Pasquinelli uccise con tre colpi di pistola il
generale inglese Robert W. de Winton, comandante della guarnigione alleata
di Pola, per protesta contro l’atteggiamento dei vincitori che avevano
"deciso di strappare al grembo materno le terre più sacre dell’Italia".
Processata, condannata a morte dal tribunale alleato, la pena fu commutata
poi in ergastolo. Dopo 18 anni uscirà dal carcere per ritirarsi
in convento dove vive tuttora. La documentazione da lei raccolta
in Istria e consegnata a Borghese si trova ora all’Archivio Papo: Carteggio
X MAS - Maria Pasquinelli. Per le deposizioni di Maria Pasquinelli
al processo da lei subito nel 1947 cfr. L’Arena di Pola, numeri
2656-2657-2658, rispettivamente 22 settembre, 29 settembre e 6 ottobre
1990.
26 C. Boccazzi, op. cit., pp. 216-217.
27 Ibidem.
28 G. Bonvicini, op cit., pp. 110-111.
29 Cfr. J.V. Borghese, op. cit., pp. 156-157. Nella deposizione al processo
di Lucca sulla strage di Porzus Candido Grassi dichiarò che non
si trattò di un incontro ma che egli inviò a Morelli un memoriale.
R. Lazzero, La Decima Mas, op. cit., pp. 145-146.
30 Testimonianza di Sergio Nesi, allegato n. 1.
31 R. Lazzero, op. cit., pp. 148-149, in lingua originale a p. 258,
nota 34.
32 I messaggi radio di "Nicholson" si trovano al British War
Museum di Londra e sono pubblicati in R. Lazzero, op. cit., pp. 149 e segg.,
in lingua originale a pp. 259- 260, note 35-38-39. Cfr. anche Richard Larnb,
La guerra in Italia 1943-1946, Milano, Corbaccio, 1996, pp. 329-331.
33 J.V. Borghese, op. cit., p. 158.
34 Cfr. A. Zarotti, Nord-Sud I nuotatori paracadutisti, op. cit.,
pp. 89 e segg.
35 Cfr. G. Bonvicini, Il battaglione Lupo, op. cit., pp. 80 e
segg.; E. Maluta, La Decima non ammaina. Storia del Battaglione Lupo,
op. cit., pp. 24-31 e pp. 10-20; L. Fulvi, T. Marcon, O. Miozzi, Le
fanterie di marina italiane, op. cit., pp. 299-300. Il motto del battaglione
"Lupo" era: "Fosse anche la mia purché l’Italia viva".
36 V, Ilari, L’impiego delle forze armate della R.S.I. in territorio
nazionale, op. cit., p. 200. Le forze erano completate dal comando
divisione con la sussistenza, l’autoparco, la polizia militare e l’ufficio
propaganda.
37 Dichiarazione di Wolff all’autore, in R. Lazzero, La Decima Mas,
op. cit., p. 154. Cfr. anche N. Arena, Soli contro tutti, op. cit.,
pp. 247 e segg.
38 A.C.S., R.S.I., Seg. Part. del Duce, Cart. Ris., b. 59.
39 I "domobranci" erano formazioni di milizia territoriale
slovena, formatesi nel periodo in cui la Slovenia, dopo la prima fase vittoriosa
guerra, era entrata nella zona di influenza italiana. Nei territori dove
era più acuta la pressione comunista, i comandi militari italiani
avevano infatti favorito la formazione di milizie "bianche" anticomuniste.
Con il crollo dell’Italia i tedeschi sostennero e rinforzarono i "domobranci",
affidando loro il presidio delle zone Carsiche e di Gorizia, nonché
acconsentendo allo stabilimento di loro reparti a Trieste. G. Esposito,
Trieste e la sua odissea, op. cit., pp. 130-131.
40 Cfr. G. Bonvicini, Decima marinai! Decima comandante!, op.
cit., p. 121; J.V. Borghese, op. cit., p. 143 e G. Pisanò, Gli
ultimi in grigioverde, op. cit., pp. 1049 e segg.
41 A.C.S., Carte Spampanato, b. 2, fasc. "R.S.I. Decima
Mas", "La X Flottiglia Mas".
42 A.C.S., R.S.I., Seg. Part. del Duce, Cart. Ris., b. 12, fasc.
11 (Gorizia), "Relazione riservata personale al comandante della X
Mas in data 21 dicembre 1944. Oggetto: Situazione politico-militare di
Gorizia. Firmata dal comandante Luigi Carallo".
43 N. Arena, Soli contro tutti, op. cit., p. 250.
44 Teodoro Francesconi, Gorizia 1940-1947, Milano, Edizioni dell’Uomo
Libero, 1990, p. 153. Cfr. A.U.S.S.M.M., Marina della R.S.I., b. N, fasc.
7, "Atti riguardanti militari del Battaglione Bersaglieri Volontari
B. Mussolini arruolatisi arbitrariamente nella X Mas - Proteste da parte
dei superiori", 28-30 gennaio 1945.
45 S. Nesi, Decima flottiglia nostra..., op. cit., pp. 132-133.
46 J.V. Borghese, op. cit., pp. 148-149.
47 R. Lamb, La guerra in Italia, op. cit., p. 337; cfr. inoltre
B.C. Novak, Trieste 1941-1954, op. cit., pp. 123 e segg.
48 Il 18 ottobre 1944 Chuchill e Stalin firmarono a Mosca un accordo
che stabiliva la spartizione delle zone d’influenza nell’Europa danubiana
e balcanica. Nell’inverno 1944-45 i russi avanzarono impetuosamente in
Europa: il 19 ottobre 1944 l’Armata Rossa giunse a Belgrado, il 1°
novembre occupò tutti i paesi Baltici, il 13 febbraio 1945 arrivò
a Budapest, il 23 dello stesso mese a Poznan, il 29 marzo penetrò
nel territorio austriaco, il 30 conquistò Danzica.
49 D. De Castro, La questione di Trieste, op. cit., p. 204. Naturalmente
ciascuno degli Alleati aspirava ad un diverso modello di Stato jugoslavo
postbellico e di conseguenza vi furono numerose divergenze sulla politica
da seguire nei confronti di Tito. Il Presidente americano Roosevelt, ad
esempio, aveva nutrito forti dubbi circa l’opportunità di ricostruire
una Jugoslavia unita, al contrario di Churchill. Inoltre il Comandante
Supremo alleato nel Mediterraneo, l’inglese Wilson (poi sostituito da Alexander),
aveva proposto sin dal giugno 1944 di effettuare in Istria, invece che
in Provenza, lo sbarco secondario sulle coste meridionali dell’Europa in
appoggio all’invasione in Normandia. Ma gli americani non avevano voluto
un coinvolgimento delle proprie truppe nei Balcani. Per un approfondimento
della politica angloamericana riguardo la Venezia Giulia cfr. John Gooch,
Trieste nella politica anglo-americana, in "L’Italia in guerra.
Il sesto anno-1945", Commissione italiana di Storia Militare, Gaeta,
1996, pp. 321-328.
50 Giorgio Petracchi, La ripresa delle relazioni internazionali del
Regno del Sud, in "L’Italia in guerra. Il quinto anno. 1944",
Roma, Commissione italiana di Storia Militare, 1995,pp. 115-138
51 Sulle richieste italiane di una tempestiva occupazione alleata della
Venezia Giulia e sulla risposta alleata cfr. Ministero degli Affari Esteri,
Documenti Diplomatici Italiani (d’ora in poi DDI), Decima serie
(1943-1948), vol. I (9 settembre 1943 - 1l dicembre 1944) Visconti Venosta
a Stone, 15.08.1944, d. 344; Stone a Visconti Venosta, 11.09.1944, DDI,
s. 10 a, vol. I, d. 399; Bonomi a Stone, 16.09.1944, DDI, s. IOa,vol.I,d.405.
52 Il 1° agosto 1944, il Direttore generale degli affari politici
del Ministero degli Esteri, Vittorio Zoppi, in un appunto a Visconti Venosta,
indicava la necessità di chiedere al Comando Supremo "per l’eventualità
che esso abbia segreti contatti con Comandi ed unità della pseudo
Repubblica Sociale, di interessare tali comandi a presidiare i paesi della
Venezia Giulia appena si verificassero i primi segni del collasso germanico.
Se ciò non fosse possibile, non rimarrebbe che segnalare tale situazione
alle Autorità alleate prospettando l’opportunità che, ad
evitare massacri, le zone in questione siano - appena i Tedeschi le abbandoneranno
- occupate non dai partigiani slavi, ma dalle truppe anglo-americane (possibilmente
con unità italiane) che dovrebbero essere tempestivamente trasportate
a Trieste, via mare". Zoppi a Visconti Venosta, 01.08.1944, DDI, s.
10 a, vol. I, d. 312.
53 Raffaele De Courten, Le memorie dell’Ammiraglio De Courten (1943-1946),
Roma, U.S.M.M., 1993, p. 546.
54 Ibidem.
55 Sergio Nesi, Il cosiddetto "piano De Courten" e la difesa
dei confini orientali, in "Storia Verità", n. 22,
luglio-agosto 1995, pp. 23-25. Nesi riporta dichiarazioni fatte a lui personalmente
dal generale Mastragostino.
56 Ibidem.
57 R. De Courten, Le memorie dell’Ammiraglio De Courten, op.
cit., p. 547-548.
58 Ibidem.
59 S. Nesi, Il cosiddetto "piano De Courten", op. cit..
60 Cfr. Fabio Andriola, 1944-1945: La strana alleanza tra marinai
del Sud e della R.S.I. per difendere Trieste e le terre dell’Est, in
"Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare",
Roma, anno XII, marzo 1998, pp. 119-142. Il Reggimento "San Marco",
incorporato nella Divisione "Folgore", combatteva lungo la "Linea
Gotica" ed un suo spostamento non era più possibile. Ma si
sarebbero potuti impiegare gli "NP" del Sud che, tra l’altro,
alla fine del conflitto arrivarono, via terra, per primi a Venezia. A.
Zarotti, Nord-Sud. I nuotatori paracadutisti, op. cit., pp. 167-
168.
61 S. Nesi, Decima flottiglia nostra..., op. cit., pp. 104-105
e p. 107.
62 Deposizione del comandante Agostino Calosi al processo Borghese,
udienza del 21 novembre 1948, in Junio Valerio Borghese e la X Flottiglia
Mas, op. cit., 131.
63 R. De Felice, Rosso e Nero, op. cit., p. 132.
64 A.U.S.S.M.M. Memoriale De Courten, b. 3, fasc. 85, "Rapporto
del tenente di vascello Zanardi sull’attività svolta dall’8 settembre
1943 al 21 agosto 1944", datato 21 agosto 1944.
65 Ivi, Promemoria del capitano di vascello Calosi, del 25 ottobre
1944 "Missione del T.V. Zanardi". Calosi scrive che "al
suo rientro lo Zanardi è stato fermato dalle Autorità Britanniche
alle quali egli ha consegnato al completo la relazione. Successivamente
per mio intervento presso il Magg. Page lo Zanardi è stato lascito
libero di proseguire per Roma. Il Colonnello inglese Gibson della Security
nel territorio italiano nell’occasione ha scritto una lettera alla Commissione
Alleata di Controllo per la Marina nella quale si fanno rimostranze per
l’avvenuto passaggio delle linee da parte di un militare italiano per iniziativa
del S.I.S.".
66 Ivi, "Relazione di Zanardi su come si è svolta
la missione effettuata in Italia Settentrionale per conto del S.I.S. dal
14 settembre al 20 ottobre 1944" - Allegato n. I (Colloquio con l’ammiraglio
Sparzani e con il ten. di vascello Manincor). Quest’ultimo era l’aiutante
di bandiera dell’ammiraglio.
67 Ivi, allegato n. 4 (colloquio con il comandante Borghese).
Zanardi, in una testimonianza giurata al processo Borghese, in data l’8
dicembre 1948, dichiarò che lo scopo della sua missione era quello
di "proporre due cose utili per l’interesse d’Italia: 1) far trovare
Trieste in mani italiane al momento della liberazione… 2) cercare di ottenere
che la Marina repubblicana svolgesse azione efficace per salvaguardare
le industrie… Borghese mi disse che tutto questo lo faceva di sua iniziativa…
quando sono tornato al Sud, ho dovuto dire che avevo ottenuto quanto richiesto
ma che non c’era alcun merito perché Borghese lo aveva già
fatto". In Junio Valerio Borghese e la X Flottiglia Mas, op. cit.,
p. 132.
68 R. De Courten, Le memorie dell’Ammiraglio De Courten, op.
cit., p. 551.
69 A.U.S.S.M.M., Memoriale De Courten, b. 3, fasc. 85, Promemoria
del II Reparto dello Stato Maggiore della Marina del 14 marzo 1945 sull’"Atteggiamento
delle FF.AA. della Repubblica Sociale Italiana nella questione dei confini
orientali".
70 Ivi, lettera di Gasparotto a Bonomi, in data 3 marzo 1945.
La lettera fu poi trasmessa da Bonomi a De Courten aggiungendovi che il
ministro "ignorava le origini dei propositi e le finalità a
cui tendono".
71 Ivi, Nota del maresciallo Messe del 7-3-1945, prot. n. 55259/S,
oggetto: "Difesa della Venezia Giulia da parte della X Mas",
dove si legge che "reparti della X flottiglia Mas con a capo il comandante
Borghese, all’atto della cacciata dei tedeschi dall’Italia, avrebbero in
animo di difendere l’italianità della Venezia Giulia... Attualmente
gran parte dell’unità si trova dislocata nella Venezia Giulia per
la lotta antipartigiana ma secondo il Borghese lo schieramento è
stato da lui attuato a salvaguardia e protezione dell’italianità
di quelle popolazioni".
72 R. De Courten, Le memorie dell’Ammiraglio De Courten, op.
cit., p. 553.
73 A.U.S.S.M.M., Memoriale De Courten, b. 3, fasc. 85, relazione
dell’ingegner Giulio Giorgis del 23-4-1945. Giorgis accennò anche
al fatto che alcune forze del Sud stavano convergendo ad Ancona, pronte
per essere traghettate al di là dell’Adriatico. In realtà
questa spedizione non ebbe mai luogo poiché contrastante con gli
interessi strategici e politici angloamericani del momento.
74 J.V. Borghese, Junio Valerio Borghese e la X Flottiglia MAS,
op. cit., pp. 192-193.
75 Ibidem.
76 A.U.S.S.M.M., Memoriale De Courten, b. 3, fasc. 85, lettera
di Marceglia a De Courten del 1956 sullo svolgimento della propria missione,
richiesta da quest’ultimo per stendere le proprie memorie. Della relazione
immediatamente posteriore a quegli eventi si sono infatti perse le tracce.
Tornato dalla prigionia, Marceglia aveva fondato a Taranto la "Lega
Adriatica" con lo scopo dichiarato di dare assistenza ai militari
e ai civili giuliani dislocati in città e quello celato di selezionare
elementi adatti per essere inviati oltre le linee in modo da costituire
gruppi di resistenza patriottica.
77 "R. De Courten, Le memorie dell’Ammiraglio De Courten,
op. cit., p. 553. A guerra finita, il Reparto Informazioni cercò
di sminuire la portata dell’iniziativa e di attribuirle finalità
esclusivamente antitedesche e antirepubblicane, politicamente meno compromettenti.
A.U.S.S.M.M., Memoriale De Courten, b. 3, fasc. 85, Promemoria del
25 giugno 1945, "Missione Marceglia".
78 In S. Nesi, Decima Flottiglia nostra..., op. cit., p. 112.
Cfr. anche F. Andriola, 1944-1945: La strana alleanza tra marinai del
Sud e della R.S.I., op. cit., pp. 136-137.
79 R. De Felice, Rosso e Nero, op. cit., p. 133. Gli inglesi,
a operazioni belliche finite, fecero saltare con i "maiali" della
Decima una nave, o forse due, che trasportava dalla Jugoslavia armi per
gli ebrei in Palestina. Ibidem.
80 Nelle sue memorie, Borghese annota l’incontro con Marceglia il 29
marzo. Cfr. J.V. Borghese, op. cit., p. 181.
81 A.U.S.S.M.M., Memoriale De Courten, b. 3, fasc. 85, rel. cit..
Cfr. anche la testimonianza di Marceglia al processo Borghese, udienza
del 1° dicembre 1948, in J.V. Borghese, op. cit., pp. 181-182.
82 R. De Courten, Le memorie dell’Ammiraglio De Courten, op.
cit., p. 555.
83 S. Nesi, Il cosiddetto "piano De Courten", op. cit.,
p. 27.
84 J.V. Borghese, op. cit., p. 131-
85 G. Bonvicini, Decima marinai! Decima comandante!, op. cit.,
pp. 121-122.
86 A.C.S., R.S.I., Seg. Part. del Duce, Cart. Ris., b. 29, fasc.
238, sottofasc. 2, "Rapportino sulla situazione militare in Venezia
Giulia del 31 gennaio 1945", dove si legge che: "Mentre precedeva
una colonna di rifornimento, il comandante della Divisione X, Carallo,
veniva colpito mortalmente da una raffica di mitragliatrice sulla strada
Gorizia-Chiapovano. Un ufficiale italiano, uno tedesco e l’autista rimanevano
feriti, ma riuscivano ugualmente ad allontanarsi dalla macchina nel tentativo
di raggiungere la colonna per il soccorso necessario. Prima che questa
giungesse sul posto, circa 80 partigiani si avvicinavano alla vittima,
denudandolo". Cfr. inoltre ivi, b. 73, sottofasc. 10, "Relazione
del maggiore della G.N.R. Angelo Antico, Capo Ufficio "C" di
questo Servizio presso lo Stato Maggiore della Marina, circa il brillante
comportamento della Divisione X MAS contro bande partigiane nel Goriziano,
con particolari sulla morte del C.F. Carallo, Caduto sul campo", datata
15 gennaio 1945, che alla fine conclude "la presenza della X ha risollevato
il morale delle popolazioni italiane nella zona di Gorizia e non sono casuali
le manifestazioni di simpatia che accompagnano i reparti là dove
sono rimasti nuclei di italianità".
87 Per un approfondimento tattico-militare dell’operazione Adler
cfr. T. Francesconi, Bersaglieri in Venezia Giulia, op. cit., pp.
260 e segg.; N. Arena, Soli contro tutti, op. cit., pp. 250 e segg.;
M. Perissinotto, Duri a morire, op. cit., pp. 143 e segg.; R. Lazzero,
La Decima Mas, op. cit., pp. 157 e segg. Per una maggiore chiarezza
sui luoghi interessati dall’operazione cfr. Ia cartina in allegato.
88 Una compagnia del XIV Costiero presidiava Gargaro, mentre ulteriori
capisaldi erano occupati dai militari germanici (Sambasso, Aisovizza e
Monte Santo).
89 Per il piano operativo slavo cfr. Marino Perissinotto, La battaglia
di Tarnova, in "Storia del XX secolo", n. 20 gennaio 1997,
pp. 30-44.
90 Anche dei reparti del "Mussolini" e del "Tagliamento",
di presidio nelle valli vicine, concorsero alle operazioni di alleggerimento
a favore di Tarnova, con il compito di impedire che filtrassero dei rinforzi
per i partigiani. G. Bonvicini, Decima marinai!, op. cit., pp. 132
e segg.
91 Sui fatti di Tarnova della Selva cfr. A.C.S., R.S.I., Seg. Part.
del Duce, Cart. Ris., b. 48, fasc. 546, "Relazione ufficiale presentata
al Duce datata 15 febbraio 1945" (scritta da un guardiamarina superstite).
Cfr. inoltre le relazioni del guardiamarina Antonio Minervini (II compagnia)
e del tenente di vascello Elio Bini, comandante del "Fulmine",
dettata al serg. A.U. Prestipino Filippo subito dopo il rientro a Gorizia
(23 o 24 gennaio 1945) pubblicate in Battaglione Fulmine. X Flottiglia
Mas (1944-1945). Documenti e immagini, a cura di Maurizio Gamberini
e Riccardo Maculan, Bologna, Ed. Lo Scarabeo, 1994, pp. 157 e segg. In
quest’opera sono anche riportate ulteriori testimonianze di reduci della
battaglia, un’ampia documentazione fotografica e i nominativi dei caduti
del battaglione. Infine cfr. anche M. Perissinotto, La battaglia di
Tarnova, op. cit., pp. 30-44; Gianfranco La Vizzera, Il Battaglione
"Fulmine" della X MAS, in "Storia del XX secolo",
n. 20 gennaio 1997; Ricciotti Lazzero, "La verità sulla battaglia
della X MAS nella Selva di Tarnova", in "La Resistenza Bresciana",
n. 19 aprile 1988, pp. 66-76.
92 Sempre il 26 gennaio 1945 il maresciallo Graziani indirizzò
a Borghese una missiva rendendola nota per conoscenza a Mussolini, al sottosegretariato
di Stato per la Marina e all’ufficiale tedesco di collegamento presso il
ministero delle FF.AA., avente lo scopo di cercare d’irreggimentare quell’organismo
anomalo, come era ormai considerata la Decima, e soprattutto di mettere
in fila il suo comandante. Vi si legge che: "il carattere volontaristico
al cento per cento, l’entusiasmo e la fede nella riscossa della Patria
che costituiscono il patrimonio degli uomini che la compongono, rimarrebbero
sterili se non fossero cementati dallo spirito di disciplina, forza insostituibile
di ogni organismo militare. Occorre, perciò, allinearsi al più
presto anche in questo campo, eliminando tutte quelle esuberanze e quegli
eccessi che da varie parti vengono segnalati e che non possono non nuocere
all’efficienza bellica della divisione... Senza disciplina ferrea nessuna
formazione militare può reggere alla prova del fuoco - mentre noi
vogliamo che la divisione Marina "X" diventi poderoso strumento
di guerra, ben temprato nelle mani del suo comandante". A.C.S.,
R.S.I., Seg. Part. del Duce, Cart. Ris., b. 39, fasc. 16, "Divisione
di Marina X".
93 Nel gennaio 1945 una delegazione di alti funzionari del regime di
Salò si recò da Rahn per esaminare con lui la crisi dell’amministrazione
repubblicana. Ne facevano parte Graziani, Pavolini, Pellegrini, Buffarini
Guidi, Barracu e Mazzolini. Tra le altre cose si chiedeva un chiarimento
sulla situazione nelle due "zone di operazione". Dopo una lunga
controversia sull’opera di "snazionalizzazione" compiuta dai
tedeschi in quelle province, Rahn dichiarò di non credere "per
ora possibile il ristabilimento della completa sovranità italiana
in quelle zone ...Ci sono oggi diecimila sloveni che combattono contro
le bande di Tito; ci sono unità croate che fanno altrettanto. Essi…
non lo farebbero sotto la guida italiana. Bisogna considerare questi dati
psicologici per rendersi conto di quanto sia necessario mantenere queste
popolazioni nell’attuale regime". F.W. Deakin, La brutale amicizia,
op. cit., pp. 986 e segg.
94 A.C.S., Carte Spampanato, b. 2, fasc. "R.S.I. Decima
Mas", rel. cit.
95 G. Pisanò, Gli ultimi in grigioverde, op. cit., pp.
1059-1060.
96 Borghese avrebbe voluto sostituire Carallo con Enzo Grossi, ma il
comando tedesco si oppose alla sua candidatura a causa dell’origine ebraica
della moglie. J.V. Borghese, op. cit., p. 162. I rapporti tra il generale
Corrado e la "Decima" non furono dei migliori. Egli infatti,
in un rapporto al Duce, pur affermando che questa era "dotata di un
materiale umano di primissimo ordine" e che era "ottimamente
attrezzata", criticava aspramente il fatto che essa volesse affrontare
i compiti a lei assegnati "con quadri forniti esclusivamente dalla
Marina" e più precisamente da "un ristrettissimo gruppo
di Ufficiali Superiori sommergibilisti". Inoltre il generale lamentava
"i continui interventi del Comandante Borghese nel funzionamento interno
della Divisione, svalorizzando gravemente la funzione di comando. Ogni
gesto del Comandante Borghese e dei suoi fiduciari rileva ad ogni istante
quanto sia mal tollerata l’imposizione di un Generale dell’Esercito quale
comandante divisionale". Ed aggiungeva: "I’altissimo spirito
di corpo della X è esso conseguenza esclusiva di quello che distingue
la Marina? E’ esso esclusivo frutto delle vicende operative della Divisione
e del suo spirito volontaristico spregiudicato? Sarebbe azzardato affermarlo.
O quanto meno può esserlo solo parzialmente e da parte di qualche
elemento in buona fede. La X Divisione appare e vuole essere una G.U. che
si batte sotto bandiera repubblicana. Nella realtà costituisce una
forza che si pretende resti a disposizione del Comandante Borghese".
Sulla fedeltà del quale il generale Corrado alla fine della sua
relazione avanzava numerosi dubbi. A.C.S., R.S.I., Seg. Part. del Duce,
Cart. Ris., b. 39, fasc. 16, "Rapporto in data 29 marzo 1945 del
Generale G. Corrado, Comandante la X Divisione M.A.S.".
97 L. Fulvi, T. Marcon, O. Miozzi, Le fanterie di marina italiane,
op. cit., p. 300. "NP" e "Colleoni" andarono a far
parte della 362ª divisione di fanteria tedesca che già aveva
avuto nelle sue file il "Lupo", mentre il "Barbarigo"
fu integrato nella 4ª divisione paracadutisti del generale Trettner.
Il 1° aprile, giorno di Pasqua, Borghese andò in visita ai reparti
sul fronte del Senio.
98 Ciò dipese non soltanto dalla mancanza di piani di lungo periodo
nel perseguire obiettivi militari, ma anche dalle divergenti priorità
politiche da parte di inglesi e americani sulla strategia da attuare nel
Mediterraneo. Se infatti da una parte la Gran Bretagna aveva cercato di
utilizzarvi quelle forze che sarebbero altrimenti rimaste inattive fino
al completamento dei preparativi per il secondo fronte, allo scopo di ripristinare
la sua egemonia in quell’area, dall’altra parte gli Stati Uniti volevano
concentrare tutte le risorse nel preparare l’invasione dell’Europa occidentale
attraverso il canale della Manica, sospettosi di quelli che essi consideravano
gli "obiettivi imperialistici" britannici. Ne nacque una strategia
improntata ad una sorta di compromesso tra le due impostazioni che si risolse
in una penetrazione nel Mediterraneo dall’andamento incerto e male coordinato,
finché, nell’estate del 1944, con il trasferimento di numerose divisioni
dall’Italia sugli altri fronti, la campagna d’Italia fu relegata al ruolo
che gli americani le avevano attribuito fin dall’inizio: un’operazione
secondaria che tenesse impegnato il maggior numero di truppe nemiche. Elena
Aga Rossi e Bradley F. Smith, La resa tedesca in Italia, Milano,
Feltrinelli, 1980, pp. 41 e segg.
99 Per le trattative svoltesi in Svizzera cfr. ivi, pp. 96 e segg. e
F.W. Deakin, La brutale amicizia, op. cit., pp. 1014.
100 V. Ilari, L’impiego delle forze armate della RSI in territorio
nazionale, op. cit., p. 203. Sul fronte italiano Kesselring era stato
sostituito dal generale von Vietinghoff.
101 G. Bonvicini, Decima marinai!, op. cit., pp. 157 e segg.
Il "Lupo", dopo aver trascorso un periodo addestrativo a Marostica
(Vicenza) si era attestato, il 22 aprile, sul Po, e successivamente si
era ricongiunto al I gruppo. Sul ripiegamento e la resa di questi reparti
cfr. M. Perissinotto, Duri a morire, op. cit., pp. 181 e segg.;
G. Pisanò, Gli ultimi in grigioverde, op. cit., pp. 1060
e segg.; E. Maluta, La Decima non ammaina, op. cit., pp. 25 e segg;
G. Bonvicini, Battaglione Lupo, op. cit., pp. 265-266.
102 A. Zarotti, I nuotatori paracadutisti, op. cit., pp. 163
e segg. A Venezia furono salutati calorosamente dagli "NP" del
San Marco del Sud che avevano risalito la penisola con gli Alleati.
103 Per le modalità della resa di questi reparti cfr. G. Bonvicini,
op. cit., pp. 183 e segg.; M. Bordogna, Junio Valerio Borghese e la
X Flottiglia Mas, pp. 219 e segg.; G. La Vizzera, Il battaglione
Fulmine della X MAS, op. cit., pp. 15-16; M. Gamberini e R. Maculan,
Battaglione Fulmine, op. cit., pp. 146-148. G. Roberti, Il mio
Comandante, pp. 28-31. Per tutti quei reparti non facenti parte della
"Divisione Decima" cfr. S. Nesi, Decima Flottiglia nostra...,
op. cit., pp. 304 e segg.
104 In linea di massima, quelli che vennero catturati dalla V armata
americana andarono a finire al 337° POW Camp di Coltano in provincia
di Pisa; quelli presi in consegna dagli inglesi, dopo le peregrinazioni
in vari campi della penisola, furono condotti in Algeria al 211° POW
Camp di Cap Matifou. Altri trascorsero il loro periodo di prigionia in
diversi campi in Italia. Quando, il 12 giugno 1945, arrivò nel campo
algerino il maresciallo Graziani, il comandante del campo ne affidò
la sicurezza al gruppo di "maggiore compattezza": la Decima Flottiglia
Mas. Per la fase della prigionia cfr. Luigi Del Bono, I reticolati non
fanno ombra, Savona, Ed. Liguria, 1988. Si può in quest’occasione
ricordare che una delle clausole del Trattato di Pace (10 febbraio 1947)
prevedeva la distruzione di tutti i mezzi d’assalto rimasti alla Marina
italiana e ne vietava la futura ricostruzione (Art. 59). Sulle restrizioni
del Trattato riguardanti la Marina cfr. Michele Cosentino e Ruggero Stanglini,
La Marina Militare Italiana, Firenze, EDAI, 1995, pp. 10-13.
105 Sull’azione svolta da Arillo per salvaguardare il porto di Genova
cfr. S. Nesi Decima Flottiglia nostra..., pp. 319 e segg. e la sua
deposizione al processo Borghese, udienza del 14 dicembre 1948, in Junio
Valerio Borghese e la X Flottiglia Mas op. cit., pp. 188-189 e pp.
194 e segg. Il 23 aprile Arillo ordinò l’"Operazione Onore"
a cui si è già accennato: tredici "barchini d’assalto"
sferrando l’ultimo attacco nelle acque francesi, vennero annientati. S.
Nesi, op. cit., pp. 326 e segg.
106 F. Molinari, Istria contesa, op. cit., pp. 47-48.
107 R. Lamb, La guerra in Italia, op. cit., pp. 337-338 e A.G.
de Robertis, Le grandi potenze e il confine giuliano, op. cit.,
pp. 265-266.
108 Verso la fine di aprile, il generale Esposito, il dottor Sambo e
il prefetto Coceani cercarono di costituire, per fronteggiare l’avanzata
slava e permettere agli Alleati di occupare per primi la città,
un "blocco comune di tutti gli italiani senza distinzione di partito"
ma a causa dei contrasti con i membri del Cln triestino, ciò non
fu possibile. Il Cln era convinto di riuscire a disarmare le truppe tedesche
prima dell’arrivo delle forze alleate. Cfr. B.C. Novak, Trieste,
op. cit., pp. 138 e segg. e G. Esposito, Trieste e la sua odissea,
op. cit., pp. 181 e segg.
109 Nesi fu prima imprigionato in Algeria e poi nel Campo "S"
di Taranto, da dove evase nell’aprile del 1946.
110 Francesco Fatutta, L’ultima difesa delle province perdute,
in "Rivista Storica", Anno VIII, n. 4, aprile 1995, pp. 28-35.
111 Archivio Papo, "La fine della guerra a Pola - Comportamento
della M.D.T.", note riservate tratte da appunti del cap. Carlo Bacchetta,
s.d..
112 La relazione del comandante Marchini sulle trattative svolte con
i tedeschi e con i comandi partigiani per mettere i reparti della Decima
al servizio dell’ordine pubblico è riportata in "L’Arena di
Pola", n. 6, 19 agosto 1969.
113 F. Molinari, Istria contesa, op. cit., pp. 65-66.
114 Sulla fine dei reparti italiani a Pola cfr. N. Arena, Soli contro
tutti, pp. 331 e segg.; S. Nesi, op. cit., pp. 136 e segg. e L. Papo,
L’Istria e le sue foibe, op. cit., pp. 219 e segg. Per quanto riguarda
la squadriglia "Longobardo": il C.B. 6 fu affondato da aerei
il 3 aprile 1945 presso Cattolica; il C.B. 18 si autoaffondò a Pola
il 30 aprile 1945; il C.B. 20 venne catturato a Pola dagli jugoslavi (attualmente
è conservato al Museo delle Scienze di Zagabria); il C.B. 22 fu
affondato da aerei britannici al largo di Lussinpiccolo l’11 marzo 1945.
A. Turrini, Il minisommergibile: un miraggio storico, op. cit.,
p. 24.
115 Lino Vivoda, Fiume in esilio, in "Fiume. Rivista di
studi fiumani", anno III, n. 6., ottobre 1983, pp. 31-74.
116 Fulvio Farba, Decima Mas in Istria, in "L’Arena di Pola",
15 aprile 1995.
117 L. Papo, Albo d’Oro, op. cit., pp. 351-355 e pp. 587-591. Il campo
di concentramento di Curzola ospitò numerosi prigionieri della X
Mas, ivi, p. 27.
118 Intervista a Borghese di Leo Scalmo, Borghese: non cedemmo, difendemmo
la Venezia Giulia, in "Il Secolo d’Italia", 17 maggio 1953.
119 Secondo gli studi condotti da Luigi Papo le vittime accertate delle
foibe, dopo la fine della guerra, oltre a otto soldati neozelandesi, sarebbero
832, mentre le vittime presunte ammonterebbero a 4.940 delle quali 2.500
gettate nella voragine di Basovizza. L. Papo, Albo d’oro, op. cit., pp.
25-26. Secondo altre fonti furono deportate 850 persone, delle quali 670
finirono nelle cavità carsiche. Un rapporto segreto stilato il 3
agosto 1945 dai servizi informativi del tredicesimo Corpo anglo-americano e inviato
al quartier generale delle forze anglo-americane, sulla base di una serie di dati
raccolti tramite la Croce Rossa e di denuncie individuali, faceva risalire
a 3.150 - 3.650 il numero delle persone sicuramente arrestate e deportate
da Gorizia, Trieste, Pola e Monfalcone.
Sempre secondo questo rapporto, dei tre-quattromila arrestati a Gorizia,
mille-millecinquecento erano stati rilasciati a metà del mese di
giugno. Solo a Trieste risultavano arrestate, dal primo maggio al dodici
giugno, diciassettemila persone, delle quali ottomila successivamente rilasciate,
altre seimila risultavano internate e ben tremila uccise. F. Molinari,
Istria contesa, op. cit., p. 45. Per un ulteriore approfondimento
cfr. Antonio Pitamitz, La verità sulle foibe, i nomi delle
vittime, in "Storia Illustrata" n. 307, giugno 1983 e Paolo Simoncelli,
Il piano De Gasperi, ma per l ‘lstria fu la fine, in "Avvenire"
del 29-10-1994. Per la dolorosa fase dell’esodo che vide coinvolti centinaia
di migliaia di istriani, fiumani e dalmati cfr. P. Romano, La questione
giuliana, op. cit.,; per il successivo difficile inserimento cfr. Alberto
Sciarra, Gli esuli istriani: la dispersione in Italia e nel mondo e
le loro associazioni, tesi di laurea in Storia Contemporanea, facoltà
di Scienze Politiche, La Sapienza, Roma, A.A. 1997/98.
120 Il 9 giugno, infatti, a Belgrado, gli Anglo-americani e gli jugoslavi firmarono
un accordo in base al quale la Venezia Giulia veniva divisa, secondo la
linea proposta dal generale Morgan, in due zone, che verranno poi chiamate
Zona A e Zona B. Cfr. B. C. Novak, Trieste, op. cit., p. 191 e A.G. de
Robertis, Le grandi potenze e il confine giuliano, op. cit., pp.
309 e segg.
DALL’OTTOBRE 1944 ALLA FINE DELLA GUERRASole De Felice (dal libro "La Decima Flottiglia MAS e la Venezia
Giulia, 1943-1945)Per gentile concessione delle Edizioni
Settimo Sigillo Via Sebastiano Veniero 74/76 00192 RomaTel. 06/39722155 - Fax 06/39722166184 Pagine – L. 30.000Trascritto dal cyberamanuense
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