domenica 11 settembre 2022

"Colonia Italia"

Un libro impietoso che mostra la nostra colonizzazione

"Colonia Italia"

 

Maurizio Barozzi  (30 novembre 2015)     

 

 

 «Non tesi complottiste, ma una esposizione di documenti britannici desegretati che dimostrano il colonialismo inglese nei nostri confronti con la complicità di tanti illustri personaggi della nostra storia recente. Nonostante alcune malevole insinuazioni degli autori, emerge indiscutibilmente, loro malgrado, che l'Italia ha avuto un solo grande difensore dei suoi interessi nazionali: Mussolini»

 

Giovanni Fasanella & Mario J."Colonia Italia"
Ed. Chiarelettere,  2015

 

 


 

           Premessa    

Per introdurre adeguatamente questo importante libro [Giovanni Fasanella Mario J. Cereghino: Colonia Italia - Ed. Chiarelettere 2015, pag. 483], dobbiamo fare una necessaria premessa storica.

La disgrazia per il nostro paese (se avessimo avuto una sufficiente potenza economica e militare, avrebbe potuto essere una fortuna), si determinò a metà dell'ottocento, quando venne scoperto il petrolio che in poco tempo divenne la principale materia energetica per l'Industria e i trasporti e al contempo fu aperto il canale di Suez.

In quegli anni l'Italia, una portaerei naturale nel Mediterraneo, assunse una dimensione strategica enorme per il controllo delle rotte da e verso i paesi produttori di petrolio e altre materie prime: il Medio Oriente e l'Africa. Controllare l'Italia, averla nella propria sfera di influenza, significava controllare il processo geopolitico del futuro ed assicurarsi buona parte del predominio internazionale.

Lo capirono immediatamente gli inglesi soprattutto, e i francesi e quindi fu da quel momento che il sostegno verso i fremiti e le istanze risorgimentali che si manifestavano in Italia, da ideal-massonico divenne ancor più concreto e intenso, quali finanziamenti, Intelligence e armi.

Il Risorgimento ci assicurò una certa dimensione nazionale e la possibilità di unire genti eterogenee in una unità nazionale e spirituale che diede vita alla nazione Italiana.

Il lato negativo dell'apporto anglo francese al nostro risorgimento, fu quello che il paese si trovò invischiato da una specie di "protettorato" soprattutto britannico e quindi buona parte della nostra economia e finanza e della nostra editoria che attendeva alla cultura nazionale si svilupparono sotto l'egida massonica da sempre forte in quei paesi.

Furono soprattutto gli inglesi che si avvantaggiarono e riuscirono a mettere un piede in pianta stabile in casa nostra, potendo contare su larghi mezzi e sulla monarchia Sabauda, un tumore incistato nella nazione, che di fatto era una loro creatura.

Casa Savoia da una parte e il Vaticano dall'altra, furono due corpi estranei agli interessi nazionali e il paese si trovò anche pervaso da una cultura di stampo massonico bilanciata da un'altra di stampo cattolico, entrambe sostanzialmente antinazionali e non fu un caso che quando il fascismo tento di valorizzare una cultura "nostra" negli interessi italiani, queste forse si misero decisamente di traverso.

Non essendo comunque l'Italia un vero e proprio protettorato ed avendo il paese sviluppato Istituzioni e un suo assetto socio economico, il colonialismo inglese dovete indirizzarsi verso il controllo sottile mascherato e quasi invisibile delle Intelligence e della propaganda. In questo senso fu soprattutto l'editoria e in particolare i grandi mezzi di informazione, giornali e riviste che furono oggetto della invadenza e del controllo trasversale dei britannici.

Gli inglesi ebbero gioco facile in quanto la loro editoria, i loro giornali erano al tempo quanto di più efficiente e moderno possa esserci e di conseguenza la nostra editoria cercava spesso di copiarne lo stile e le tecniche di comunicazione.

Inviati, cronisti, giornalisti o direttori che venivano mandati in Inghilterra acquisivano le capacità manageriali e le conoscenze adeguate per fare un grande giornale, ma al contempo erano preda della cultura anglosassone, delle loro tradizioni e spesso erano infeudati da legami massonici o di Intelligence con le conseguenze che anche buona parte della nostra editoria, di fatto, diventava filo britannica.

E gli inglesi, è bene specificarlo subito, non regalavano niente: ogni loro atto, ogni loro "amicizia" e concessione era finalizzata ai loro interessi di grande nazione colonialista che aveva un Impero da governare.

In tutto questo non agiva solo uno spontaneo andazzo di rapporti umani, imprenditoriali e culturali, ma vi erano anche apposite strutture di Intelligence, e organismi si Stato impiegati per la propaganda e il controllo sulle nazioni straniere.

Questo colonialismo, sottile e perverso, durò almeno fino alla fine della seconda guerra mondiale, ma anche successivamente gli inglesi non persero mai l'interesse a condizionare ampi strati della nostra nazione, a proteggere i loro interessi a scapito dei nostri, ad intervenire anche pesantemente e violentemente tutte le volte che gli era necessario. La seconda guerra mondiale però sancì il passaggio della Colonia Italia, nelle mani degli Stati Uniti d'America. E il servaggio continua tutt'ora.

Anche qui ci sarebbe da raccontare un altra storia fatta di colpi bassi e di rapporti di forza tra britannici e statunitensi, che alla fine venne vinta dagli americani in virtù di un grande accordo mediato dalla massoneria finanziaria americana con il Vaticano, per il quale il nostro paese fini nella sfera di influenza della nuova grande potenza statunitense che si era accollata, con Jalta, il dominio di mezza Europa. La liquidazione della monarchia sabauda, la rinascita e ristrutturazione delle nostre strutture di sicurezza ad opera della Intelligence americana, le reti stay behind e le Gladio, ecc., il tutto ancora pagato in termini di servaggio, di strategie della tensione per perpetuarlo di omicidi eccellenti e di stragi. Ma questa è un'altra storia.

 

Il libro Colonia Italia

            La politica britannica nei nostri confronti può essere riassunta in una frase dell'ambasciatore inglese a Roma nel 1971:

«L'obiettivo primario della nostra opera informativa consiste nell'influenzare l'opinione pubblica italiana in funzione degli interessi britannici».

Ed è questa l'ottica che ha sempre guidato, con impiego di uomini e larghezza di mezzi le strategie britanniche. Di conseguenza il testo di Cereghino e Fasanella ricostruisce le ingerenze inglesi nei nostri confronti, soprattutto nell'ambito diplomatico, editoriale, giornalisti e scrittori ovvero tutte quelle personalità, quei circoli culturali in grado di influenzare l'opinione pubblica italiana.

Vengono invece trascurati altri episodi quali interventi di Intelligence cruenti, veri e propri crimini, operazioni sporche di Servizi, ma del resto la de-secratazione dei documenti e il reperimento degli stessi nei National Archives a Kew Gardens a sud di Londra, negli scaffali del Public Record Office, non potevano di certo fornire informazioni e segreti di questa portata.

Qui è anche bene accennare ad un limite che si riscontra sempre nel leggere la Storia attraverso questo genere di documentazioni, perché una cosa è certa: i documenti veramente compromettenti, quelli di ordine "criminale", ammesso che ci siano in quanto certe operazioni spesso non lasciano tracce documentali, non si reperiscono di certo negli archivi di Stato. Quindi bisogna accontentarsi di quello che passa il convento che magari a volte consente di arrivare a ricostruire per deduzione anche questi avvenimenti. In questo senso qualcosa di più le troviamo in un altro libro, a questo omogeneo, pubblicato sempre da Chiarelettere: "Il golpe inglese", ancora di G. Fasanella e M. J. Cereghino del 2011.

Per tornare a Colonia Italia, se l'obiettivo era di promuovere e di proteggere gli interessi di Sua Maestà nel Mediterraneo, che gli inglesi consideravano un loro Lago, uno spazio vitale per le rotte petrolifere e le strategie militari e questo obiettivo deve essere conseguito influenzando l'opinione pubblica italiana, consentendo di far assurgere a posizione di potere personaggi favorevoli agli inglesi, è naturale che il massimo degli sforzi si indirizzarono verso giornali, radio e dal secondo dopoguerra in avanti la TV.

La strategia britannica di conseguenza prese ad agire su intellettuali, scrittori e giornalisti anche di fama, facendogli pervenire materiali, informazioni e se il caso finanziamenti i cui beneficiari, come premettono gli autori, a volte forse non erano «nemmeno al corrente della fonte dei materiali che ricevevano».

Troviamo così i grandi giornalisti del Corriere della Sera, i Barzini, Benedetto Croce, Indro Montanelli, e tanti altri intellettuali che comunque gli inglesi considerano "amici" o persone di gande talento e influenza che gli possono tornare utili..

Il libro pubblica anche un clamoroso elenco di giornalisti, scrittori e intellettuali, che hanno orbitato in questi traffici, ricevuto prezioso materiale informativo e riservato, se il caso finanziamenti. Occorre però precisare che non sempre siamo in presenza di veri e propri atti di "corruzione" o di "assoldamento di penne", ma di una "rete" di interessi, di rapporti e relazioni nella quale far affluire informazioni, magari taroccate, ma sempre di spessore, linee culturali, in grado di influenzare queste personalità, mettendoli al contempo in grado di utilizzarle nel loro lavoro e quindi nella carriera.

L'uso che poi, effettivamente ne fecero, cambia da personaggio a personaggio.

Spesso comunque queste operazioni provocavano scandali che travolgevano personalità politiche o di governo sgradite agli inglesi.

Tanti gli intellettuali considerati "amici" dagli inglesi e per i quali -anche questo è bene specificarlo- in certi casi si è in presenza di veri nemici dei nostri interessi nazionali.

Lo si evince in un dispaccio inedito di sir Ashley Clarke l'ambasciatore inglese in Italia:

«Se al dipartimento informativo dell'ambasciata viene chiesto di dare ampio risalto a un determinato argomento, è consuetudine stabilire un contatto con giornalisti amici per enfatizzarne i punti più importanti».

Viene così ad essere documentata una luce sinistra sulla storia italiana dall'unità in avanti con tanto di perfide manovre che ci portarono in guerra a fianco dell'Intesa nel 1915, ci boicottarono durante il "ventennio" nella nostra crescita di sia pur piccola media potenza, e ci danneggiarono seriamente durante la seconda guerra mondiale.

Nel secondo dopoguerra, a parte certi scandali procurati per ridimensionare De Gasperi, per distruggere Enrico Mattei, per osteggiare Aldo Moro e molte sporche manine nella stessa "strategia della tensione", l'ingerenza inglese assunse un aspetto più defilato, trasversale, avendo dovuto gli inglesi lasciare il bastone di comando agli Stati Uniti.

In ogni caso nel 1975, quando la Tripoli di Gheddafi e l'ENI siglarono un ulteriore accordo petrolifero che danneggiava gli interessi inglesi, Londra aumenta i suoi sforzi propagandistici e compromissori, come riportato da un suo documento, per moltiplicare «i contatti personali con giornalisti, funzionari della radio e della televisione, agenzie di stampa, esponenti del governo e via dicendo per assicurarci il sostegno dei media nel momento del bisogno».

Le documentazioni e le ricostruzioni di questa sporca attività britannica nel nostro paese sono tante per cui rimandiamo alla lettura del libro.

 

Mussolini e gli inglesi

            Dispiace notare che gli autori Fasanella e Cereghino non sono nuovi dall'insinuare sospetti atti a dipingere Mussolini come un "agente inglese", finanziato dagli stessi, e persino implicato nel delitto Matteotti, non lo si dice chiaramente ma lo si intende, per qualche collusione con gli inglesi in sintonia con i teoremi, perché altro non sono, dello storico Mauro Canali.

E' quindi necessario spendere qualche parola per precisare e considerare queste insinuazioni.

Premettiamo intanto che il finanziamento, da parte di chi che sia, a partiti o figure rivoluzionarie non sempre costituisce una forma di corruzione. Tutt'altro.

Questi traffici rientrano in una legge storica: ogni volta che alla ribalta delle cronache, della Storia emerge una Forza, una figura sopra le righe, sempre e comunque ci sono poteri o contropoteri che hanno interesse a finanziare per timore o per propri interessi. Al contempo i rivoluzionari non hanno difficoltà ad incassare questi finanziamenti perchè la politica, le rivoluzioni si fanno con i soldi, tanti, e i soldi si trovano o con gli espropri armati o con i finanziamenti. Ma questa non è corruzione, sono le necessità della politica.

Come noto Lenin venne finanziato dalla Finanza di Wall Street e per giunta rientrò nel 1917 a Mosca in un treno blindato, carico di denaro messo a disposizione del Kaiser di Germania. Hitler da parte sua ebbe finanziamenti financo da banche ebraiche, mentre Mussolini venne finanziato, tramite la massoneria, da coloro che erano interessati all'Interventismo italiano, poi come vedremo dagli inglesi e così via.

Ma solo uno storico sprovveduto o sciocco può sostenere che Lenin, Hitler e Mussolini furono corrotti o furono pedine di chi li ha finanziati che a sua volta in quel momento, aveva interesse, per ragioni o strategie sue, all'agitazione rivoluzionaria di Lenin, Hitler o Mussolini.

Detto questo vediamo quindi i finanziamenti inglesi a Mussolini.

Si era nel 1917 e nel paese stava montando l'opposizione alla guerra che poi, dopo Caporetto, minacciava di far crollare il fronte interno. Inglesi e francesi già paventavano l'uscita dell'Italia dalla guerra. Gli inglesi individuarono nel giornale di Mussolini, "Il Popolo d'Italia", un deciso sostengo per tenere il fronte interno e quindi presero a finanziarlo.

Non vediamo dove sia il problema, visto che Mussolini accettando quei finanziamenti non faceva altro che sostenere le sue note ragioni politiche e veniva finanziato da una nazione in quel momento nostra alleata, per una causa comune: le sorti della guerra. Sarebbe stato diverso se avesse accettato denaro dai nemici in guerra con noi, gli austroungarici o i tedeschi: in quel caso sarebbe stato un vero e proprio tradimento esattamente come per quegli antifascisti che nell'ultima guerra servirono gli interessi degli Alleati andando contro il proprio paese.

Finita la guerra, negli anni successivi, durante la rivoluzione fascista e gli scontri dei fascisti contro i "rossi", il giornale di Mussolini e il fascismo ebbero come tutti i movimenti in circostanze simili, finanziamenti da più parti, ovvero da coloro che avevano interesse a sostenerli o ad ingraziarsi una forza che dimostrava di poter prendere il potere.

Ai britannici, per esempio, non dispiaceva che in Italia si affermasse un Stato forte e si chiudessero le porte a qualsiasi possibilità di sovvertimento bolscevico. Gli inglesi e ce lo mostra chiaramene l'esame delle loro relazioni internazionali, avevano interesse alla stabilità del nostro paese per via della sua delicata funzione strategica sulle rotte petrolifere. Come fu poi evidente, sbagliarono il "cavallo", perchè Mussolini dimostrerà ben presto di avere a cuore gli interessi politici del paese.

Non fu un caso che intellettuali e giornalisti, che il libro di Fasanella e Cereghino ci indica essere strenui filo britannici, come Barzini jr. o il direttore del corriere della Sera, fatto senatore del Regno, Luigi Albertini, dopo aver appoggiato Mussolini fino alla marcia su Roma, si trovarono poi con lui in dissidio. E nel caso di Albertini legato ad ambienti liberali e finanziari che, con buone ragioni, cominciavano a paventare l'operato dirigistico del Duce impegnato a difendere le ragioni dello Stato contro ogni ingerenza liberista e della finanza speculatrice, allo sesso modo della famigerata Banca Commerciale di Toeplitz, vi entrassero in collisione, anche se poi Barzini, evidentemente facendo il doppio gioco, rimase come "penna" a disposizione del regime e venne usato da Mussolini per i rapporti con gli inglesi.

Anni dopo, quando durante la nostra "non belligeranza" Barzini jr., corrispondente da Londra del Corriere della Sera, in una relazione mostrata poi a Mussolini mostrò acquiescenza e supervalutazione degli inglesi, Mussolini, andando su tutte le furie non ebbe esitazioni a definirlo "un cretino". Veramente avrebbe dovuto definirlo assai peggio.

Nel corso del ventennio Mussolini, da capo dello Stato ebbe modo di intrecciare accordi o di avere dissidi, di essere in sintonia o di traverso con i britannici, come ovviamente avviene nelle vicende internazionali.

In ogni caso ben sappiamo che gli interessi geopolitici inglesi erano opposti ai nostri, laddove questi atavici "pirati internazionali" consideravano il Mediterraneo un loro lago. Mussolini difendendo sempre le nostre ragioni e i nostri interessi finì inevitabilmente, nonostante ogni tentativo di accomodamento, per trovarsi in guerra con loro. Ma c'è anche dell'altro: Mussolini indirizzò lo Stato fascista, nonostante compromessi e debolezze che non mancarono, in una prassi e conformazione ideale laddove gli interessi economici e finanziari erano subordinati a quelli etici e politici.

Una conformazione queste che glia tirò addosso l'odio della potente massoneria finanziaria ed ovviamente della City di Londra e di Wall Street.

Altro che Mussolini "agente inglese"!

Tra i documenti elaborati dal War Cabinet a Londra da Churchill in persona ne emerge uno del dicembre 1940, segreto e titolato: "Il collasso dell'Italia le ragioni propagandistiche britanniche". Vi si invita a mettere in campo ogni mezzo ed espediente possibile e il bersaglio principale è Mussolini contro cui, Londra, vuole scatenare una "campagna personale" da condurre però con attenzione perché gli italiani, si avverte, amano il duce.

Non crediamo ci sia ulteriore bisogno di mostrare come Mussolini difese sempre e soltanto gli interessi del nostro paese fino ad arrivare allo scontro armato con i britannici e ci perse la vita.

 

Il caso Matteotti

            Gli autori mostrano di condividere i teoremi di Mauro Canali circa le responsabilità di Mussolini nel delitto Matteotti e su questo ci sarebbe molto da dire, ma soprassediamo non essendo questa la sede. Rimandiamo a due nostri lavori: "Il delitto Matteotti" (visibile on line:  http://fncrsi.altervista.org/il_delitto_matteotti_150218.pdf); e "Delitto Matteotti: il teorema di Mauro Canali" (visibile on line: http://fncrsi.altervista.org/Delitto_Matteotti_Il_teorema_di_Mauro_Canali.pdf).

Qui, nel loro testo gli autori apportano due insinuazioni per puntellare il teorema Canali, in riferimento ai britannici.

Si parte dalla considerazione, del tutto superficiale, che i conservatori inglesi appoggiarono Mussolini durante la sua ascesa al potere e che poi quando a Londra salirono al potere i laburisti di McDonald, costoro ci vollero veder chiaro e fornirono scottanti documentazioni a Matteotti nel corso del suo viaggio a Londra dell'aprile del 1924, circa certi traffici petroliferi e questi, divenuto un pericolo, dovette essere eliminato.

Tutto un teorema insomma, per mettere in mezzo Mussolini, ma che si regge su congetture ma, come detto, non è questa la sede per confutarlo.

Il libro riporta che il consigliere britannico William McClure seppe che De Bono era tra i capi della Ceka (il gruppetto di sicari, guidato da Dumini, che spesso svolgeva lavori sporchi e violenti). L'informazione gli venne procurata da personaggi legati al mondo liberale e filo britannico attorno al Corriere della Sera, che lo indirizzarono, per averla, dal Duca Giovanni Antonio Colonna di Cesarò, altro personaggio ambiguo, ministro nel governo fascista, ma filo britannico e legato a certe sette esoteriche anglofile.

Di conseguenza De Bono venuto a conoscenza che Matteotti sarebbe in possesso di pericolosi documenti, avuti a Londra, che inchiodano il Re Vittorio Emanuele III e Mussolini, attivò la Ceka per eliminarlo.

In realtà, probabilmente De Bono, in qualche modo, era implicato in quel delitto, ma non di certo come "capo della Ceka", ed in ogni caso De Bono agiva per obbedienza massonica, per il suo essere anche lui filo britannico e per rendere servigi a Vittorio Emanuele III. Quel delitto, come è facile dimostrare, fu contro Mussolini ed è del tutto campato in aria, volerci implicare per forza il Duce. De Bono era a capo della Polizia e servendo Mussolini e il fascismo (ma ancor di più casa Savoia), serviva se steso e la sua carriera, ma in casi di tale importanza e criminalità De Bono era di certo gestito da ben altre forze.

Un altro episodio ricordato dagli autori, si svolse a Derna, in Libia nel 1941 quando gli inglesi in casa di Dumini (il sicario a capo della spedizione che uccise Matteotti), ben nascosti, trovarono documenti molto importanti sul delitto Matteotti. Trasmessi a Londra, venne chiesto di pubblicarli per colpire il regime fascista.

Sembra però che Churchill si oppose decisamente, sostenendo che quella pubblicazione avrebbe ancor più potuto danneggiare gli inglesi.

La storiografia antifascista legge questo episodio nel senso che probabilmente gli inglesi ebbero a suo tempo, una parte nelle presunte speculazioni petrolifere di Mussolini e pertanto colpire Mussolini voleva dire auto accusarsi.

Ma sono solo congetture in contraddizione con il fatto che semmai le speculazioni petrolifere del 1924 erano avvenute con l'americana Sinclair, che ambienti della massoneria e laburisti inglesi fornirono a Matteotti documenti proprio per denunciare i traffici sporchi con la Sinclair e questi traffici probabilmente riguardavano il Re Vittorio Emanuele III, da sempre impegolato con gli inglesi anche per i giacimenti di petrolio in Libia (si era impegnato a non renderli ancora noti), non Mussolini.

Churchill sapeva bene che uno scandalo in piena guerra avrebbe travolto il Re che ben sapeva fosse filo britannico e su cui contava per defenestrare Mussolini e ribaltare il fronte e quindi coinvolto e danneggiato anche gli inglesi.

Né si può avanzare il sospetto che Churchill temesse solo che uscissero fuori vecchi appoggi e sostegni propagandistici al regime di Mussolini da parte dei Tories, perchè questi sostegni erano noti e comunque non potevano di certo mettere in crisi i britannici. Quindi se vere sono le preoccupazioni di Churchill di temere qualcosa, egli temeva implicazioni inglesi negli scandali petroliferi e nel delitto Matteotti, se queste implicazioni ci sono, esse riguardavano Casa Savoia e i britannici.

La storiografia antifascista che tende a leggere questi avvenimenti contraddittori spiegandoli con le differenze che potevano esserci tra i precedenti governi Conservatori di Londra favorevoli a Mussolini, e il nuovo governo Laburista di McDonald durante il delitto Matteotti non favorevole, non si rende conto che trattasi di distinzioni relative, nel caso ci fossero veramente stati dietro grandi interessi industriali, petroliferi e massonici, laburisti e conservatori non sono mai stati in netta e irriducibile opposizione e neppure potevano essere in contraddizione nella comune necessità geopolitica di avere in Italia un governo forte e stabile.

 

* * *

            Per concludere consigliamo decisamente la lettura di "Colonia Italia" un libro indispensabile per comprendere la nostra storia recente.

Se la Storia infatti non può essere letta solo con l'ottica "complottista", perchè vi agiscono azioni e reazioni, cause e concause che cambiano sempre il quadro generale degli avvenimenti, che scombinano piani e trame ordite da tempo, è altrettanto vero che il complottare, il corrompere, l'agire per vie traverse, le false flag, ecc., sono una componente inalienabile della natura umana e quindi della Storia stessa.

Quello che si svolge dietro le quinte dei fatti apparenti di cronaca occorre comprenderlo, averne conoscenza, perché niente accade per caso

Il nostro paese fu un importante bastione strategico della dominazione imperiale britannica e come tale venne considerato e trattato. Noi ne subimmo le conseguenze, in quanto i britannici, considerandoci una Colonia non ebbero scrupoli.

Le vicende del nostro risorgimento, l'apporto ad esso dato dalla massoneria e dagli anglo francesi, contribuirono a creare un substrato culturale, economico e finanziario dove gli elementi filo britannici nascevano per "germinazione spontanea". E gli inglesi sfruttarono senz'altro questi elementi, tanto che si può dire che nella seconda guerra mondiale, gli inglesi in Italia ebbero bisogno di pochissime spie effettive, in quanto non pochi erano gli ambienti e i personaggi, filo britannici per natura.

Le cose non cambiarono quando poi siamo trasbordati sotto il dominio statunitense.

Se oggi ci ritroviamo totalmente privi di ogni minima sovranità nazionale, le cause vanno ricercato partendo da lontano.

 

Maurizio Barozzi      

domenica 4 settembre 2022

8 SETTEMBRE IL TRADIMENTO DI UN RE NANO

A MIGLIAIA RIFIUTARONO LA RESA
Erano i volontari che, prima della fondazione della Repubblica sociale italiana, decisero autonomamente di battersi al fianco dei camerati germanici su tutti i fronti.
Adriano Bolzoni




Comincerò col ricordare che gli uomini in armi nelle forze armate della Repubblica Sociale Italiana, giovani o veterani con più anni di guerra, volontari o delle leve del 1924-25, furono tanto numerosi da rendere perplesso e quasi incredulo, pur conoscendo la realtà, anche chi scrive.
Tutte le volte che, per non importa quale ragione, si ripresenta l'argomento, vale a dire la consistenza, la sostanza, la natura ed i caratteri dell'esercito della Rsi, ebbene, sono il primo a riconoscere che il fenomeno militare repubblicano ha veramente dell'incredibile. Eppure, come inviato di guerra, come giornalista combattente, in totale autonomia e libertà, in possesso degli accrediti necessari dei comandi italiani e della Wehrmacht, ho svolto i miei compiti dall'ottobre del 1943 all’aprile del 1945. Intendo dalla Gustav alla Gotica, dalla piana del Liri a Cassino, da Anzio a Nettuno sino alla Garfagnana, dal Senio al confine alpino francese, dal litorale adriatico alla Venezia Giulia, sino alla fine della campagna d’Italia
.
Trascuro i dati forniti dal generale Emilio Canevari (che del nuovo esercito della Rsi fu uno dei creatori), contenuti anche nel "Rapporto Graziani", dove si fornisce la cifra di 780.000 uomini, però includendo circa 260.000 militarizzati. E’ invece scrupolosamente documentata, nella primavera del 1944, una forza di
327.000 uomini nelle diverse unità. Questo, volendo escludere dal computo i circa 150.000 uomini incorporati nella Guardia Nazionale Repubblicana.
Si voleva creare un esercito repubblicano nazionale chiaramente apolitico; si scartò l'idea che questo esercito fosse composto di soli volontari, mantenendo la leva perché il concorso alla difesa avesse carattere nazionale e popolare
.
Solo il 28 ottobre del 1943, ben cinquanta giorni dopo l'8 settembre (e cinquanta giorni in quel precipitare di avvenimenti significarono molto ed ebbero un gran peso) il governo della Rsi emise due decreti-legge: il primo stabiliva lo scioglimento delle forze armate regie e la creazione di quelle repubblicane; il secondo dettava la legge fondamentale del nuovo esercito repubblicano.
E’ bene, per meglio valutare il vero miracolo della Rsi - la creazione di un esercito, mai dimenticando che (è anche il parere di chi scrive) fu il fenomeno militare-combattente della Rsi a nutrire la Repubblica Sociale -, considerare gli avvenimenti di quel periodo. L'8 settembre del 1943, dopo l'accettazione di un "armistizio" che si traduce istantaneamente nella resa senza condizioni al nemico e nel dissolvimento dell'esercito con la fuga del re, della corte e dei responsabili delle forze armate, è il caos generale. Il 9 settembre, gli angloamericani sbarcano in forze a Salerno, il giorno 1 ottobre entrano a Napoli.

Le forze armate della RSI nasceranno, s'è detto, il 28 ottobre. Solo più tardi, dopo un nuovo sbarco degli Angloamericani ad Anzio, il 22 gennaio 1944, esse avranno capacità operativa, mobilità e consistenza. E intanto? Intanto e da subito, in pratica dal 9 settembre 1943, un numero stupefacente di italiani - in uniforme, in armi, bandiera tricolore alle spalle senza lo scudo sabaudo - continua a battersi, non accetta la resa. Non aspetta la liberazione di Mussolini dalla prigionia sul Gran Sasso, non aspetta la creazione della Repubblica Sociale Italiana, non aspetta la fondazione del nuovo esercito repubblicano.
I comandanti, gli equipaggi ed il personale dei servizi dei nostri sommergibili nelle basi francesi - battelli che operavano nell’Atlantico - non abbandonano il campo che li ha visti, per lunghi, durissimi anni di sacrifici e vittoriose imprese, a fianco di leali e in molti casi fraterni camerati di terra, uniti dall'identico destino del combattere in mare contro un nemico strapotente. Questo, per molte ragioni, può apparire piuttosto comprensibile. Altrettanto comprensibile può apparire l’immediato affiancarsi alla Wehrmacht degli uomini dei nostri battaglioni del genio (nebbiogeni), dislocati nel Baltico e dei reparti di specialisti di stanza in Germania. Si trattava di circa 22.000 effettivi. Il loro comportamento prima e dopo l'8 settembre fu tale, nell'adempimento del servizio, da non suscitare mai il minimo dubbio dei comandi tedeschi riguardo alla loro lealtà ed efficienza.

Combattenti italiani presenti in Germania o nella Francia occupata dalla Wehrmacht, si dirà, quindi la loro decisione di continuare a battersi a fianco delle forze tedesche poteva derivare dalla scelta di un male minore. Non è irragionevole pensarlo, con l'esclusione dei comandanti e degli equipaggi dei nostri gloriosissimi sommergibili atlantici, che davvero il disonore dell'8 settembre rifiutarono consapevolmente e senza esitazioni. Ma quel che accadde in Italia, sino alla creazione dell'esercito della Rsi, a cominciare dalle prime ore dopo l'annuncio dell’”armistizio”, quindi dell'accettazione della resa e del repentino miserabile capovolgimento delle alleanze, con l'amico che diventa nemico e viceversa, testimonia per la Storia e la stessa salute dei combattenti italiani, per una non trascurabile parte di loro, almeno la ragione prima e profonda del rifiuto dell’armistizio.


1)                2)  

  1.  Il Maresciallo di Italia Rodolfo Graziani fu tra i primissimi a prendere posizione per la ripresa della lotta e il rispetto dell'alleanza.

  2. Reparti di allievi ufficiai della Guardia Nazionale Repubblicana, alle dipendenze di Renato Ricci, schierati nel cortile di una caserma


Il caso, peraltro clamoroso e universalmente oggi conosciuto, dell’immediato costituirsi nelle strutture di San Bartolomeo, a La Spezia, di una unità di fanteria di marina, che poi divenne addirittura la Divisione "Decima" con i suoi battaglioni, raccogliendo poi anche gli equipaggi di natanti e mezzi d'assalto, è certo il più famoso, ma non il solo. Diffusasi la voce che la "Decima" inquadrava ed arruolava combattenti, sotto bandiera e comando italiani, un flusso sempre crescente di giovani volontari e militari di ogni arma e grado sommerse le strutture della Marina a La Spezia, sin dal 9 settembre, agli ordini del comandante Junio Valerio Borghese.
La Wehrmacht, impegnata nella strenua battaglia di contenimento a Salerno e nel controllo essenziale delle maggiori vie di comunicazione della Penisola (l'esercito regio s'era già dissolto), non aveva né intenzione né interesse ad affrontare uno scontro con dei reparti formati da combattenti decisi a battersi, all'ombra della bandiera nazionale, rifiutando l’armistizio. Quando il 17 ottobre venne costituita la Repubblica Sociale Italiana, già da lunghi giorni la "Decima" si trovava a tentare di risolvere problemi impossibili: come inquadrare, vestire, nutrire, armare e organizzare un numero esorbitante di volontari.
Sempre immediatamente dopo la proclamazione dell'armistizio, nelle tragiche, sconvolgenti e miserabili ore del "tutti a casa", forti reparti della "Nembo" e della "Folgore, paracadutisti già misuratisi in combattimenti davvero eroici, anche per riconoscimento del nemico, rimasero in campo. Non meno di 4.000 uomini. E non meno di 60.000 combattenti, veterani di guerra e giovani volontari, si aggregarono (là dove le operazioni li avevano visti affiancare le unità della Wehrmacht) ai reparti tedeschi. Ci volle del bello e del buono, ci vollero trattative condotte anche a muso duro, quando si costituirono le forze armate della Rsi, per recuperare quei combattenti che i comandi germanici si tenevano stretti .
Nessuno oserà negare che, immediatamente dopo la paurosa catastrofe dell'8 settembre, per quanti decisero di non cambiare fronte e di non sopportare, con la sconfitta, anche l’ignominia e il disonore, insieme al disprezzo del nemico, non si trattava di fanatismo politico, di costrizione, di "cartoline-precetto" o roba simile. E’ certo probabile che taluno o talaltro, in uniforme, si trovasse
nella condizione di seguire la volontà del reparto, dei commilitoni, di continuare a battersi contro il nemico Angloamericano, che anche troppo evidentemente stavano guadagnando la campagna d’Italia. Sì, questo è possibile. Ma questo non può riguardare, in nessuna maniera, la situazione dei piloti, degli equipaggi di volo e degli specialisti dell'Aviazione. Sarebbe bastato salire a bordo di un velivolo militare e volarsene al Sud.

L'Aviazione della Rsi, che poi inquadrò 36.640 uomini tra piloti, ufficiali, sottufficiali, avieri e personale navigante e a terra, immediatamente dopo l'8 settembre, nelle prime ore rovinose e degradanti, trovò all'origine i suoi combattenti. Nomi che forse non diranno nulla alle ultime generazioni - 80 anni dopo - , ma che la storia dell’Aeronautica militare tricolore non ha dimenticato, che la gloria ha accarezzato, che l'eroismo ha baciato. Botto, Visconti, Drago, Marini, Bellagambi, Faggioni, Vizzotto, Marinoni e i loro compagni (impossibile elencare centinaia di piloti da caccia, bombardieri e ricognitori) non attesero la creazione delle forze armate della Rsi. Ripresero a battersi. Sui loro velivoli, la coccarda tricolore.
Certo in maniera imprecisa, poiché esistono solo dati indicativi e cifre sempre approssimate, è però lecito indicare in circa 80-90 mila i combattenti, giovani volontari e veterani di guerra già in armi nel giugno 1940, che subito dopo l'8 settembre, e comunque prima della creazione della Repubblica Sociale Italiana e la fondazione del nuovo esercito repubblicano, rifiutando la resa e il capovolgimento repentino del fronte, decisero di continuare a battersi a fianco dell'alleato tedesco. Date le condizioni catastrofiche del Paese, l'avanzare delle armate anglo-americane, l'evidente strapotere del nemico, il clima caotico del "tutti a casa", il numero di chi si mostrò deciso a continuare il combattimento è da considerarsi letteralmente stupefacente.
Al Sud, dove almeno mezzo milione di uomini era ancora in uniforme e, sia pure malamente e disordinatamente, ancora inquadrato nelle diverse unità, per trovare circa 6.000 volontari destinati a formare il Corpo motorizzato del regio esercito (compresi i servizi e il reparto sanitario) da mettere in campo a fianco degli angloamericani, i più validi e meno screditati comandanti dovettero compiere miracoli.
Una notazione aggiuntiva va fatta. Nessuno storico o ricercatore attendibile, e ve ne furono, ancorché largamente imparziali, come Roberto Battaglia di parte comunista (anche se a parer mio i termini di "storico” e "comunista" sono antitetici), ha mai preso per buone le pagine sulla resistenza di Pietro Longo. Questi, nel suo "Un popolo alla macchia " pubblicato nel 1947, elenca nel campo della guerriglia qualcosa come 114 divisioni di partigiani, forti di ben 471 brigate . Per la sola regione del Piemonte, Longo cita una dopo l'altra 196 brigate combattenti. Nel campo partigiano i termini di divisione e brigata non hanno nessun preciso riferimento alle conosciute unità militari di non importa quale esercito.

Normalmente una brigata partigiana poteva contare su tre o quattro dozzine di uomini, talvolta un centinaio di armati. E questo nel periodo conclusivo della guerra civile. Comunque, alla stregua di Longo o di Secchia, un cronista buffone potrebbe dire che, subito dopo l'8 settembre, basandosi sulla consistenza di un centinaio di armati ciascuna, gli italiani che affiancarono i tedeschi, e comunque intendevano continuare a battersi, formarono 600 brigate . Usando lo stesso metro, la pesante divisione alpina "Monterosa" della Rsi, che con l'artiglieria divisionale e i servizi superò numericamente, con i suoi 16.000 uomini, ogni altra grande unità in campo, allineò in battaglia almeno 120 brigate combattenti.
Chiunque può capire che tutto questo è supremamente stupido. Ragionando alla partigiana, il "Barbarigo", ch'era solo un robusto battaglione della "Decima", mandando i suoi circa 1.600 volontari sul fronte di Anzio, nella piana Pontina, non allineò 16 fantomatiche brigate, ma combattenti decisi al sacrificio. Ebbe, tra morti e feriti, circa 800 dei suoi effettivi. Insensato parlare dell’ecatombe di 8 brigate italiane alla difesa di Roma.
Conclusione. Immediatamente dopo l'8 settembre, prima della liberazione di Mussolini (del tutto sconosciuta la sua fine), prima della nascita di un governo della Rsi, prima della creazione delle forze armate repubblicane, nel disordine e nel caos generali, decine di migliaia di italiani rifiutarono la resa. Ritennero, ogni ideologia esclusa o accantonata, di scegliere quello che per loro era il campo dell'onore.


STORIA VERITÀ

                                                                                                                                                

                                                                                                                                                   

 


martedì 23 agosto 2022

REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA CRONOLOGIA DEGLI AVVENIMENTI

I MONUMENTI AI CADUTI DELLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA. UN OMAGGIO AI CADUTI E UN RICORDO DEGLI ULTIMI COMBATTENTI PER L'ITALIA. CRONOLOGIA DEGLI AVVENIMENTI CHE HANNO SEGNATO LA NASCITA, LA VITA, LA FINE DELLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA

 


REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA CRONOLOGIA DEGLI AVVENIMENTI
da COMBATTENTI DELL'ONORE. Paolo Teoni Minucci.
 
     
    1943
    13 maggio giovedì Con la resa della 1a Armata italiana, termina la resistenza delle Forze Armate italo-tedesche in Africa settentrionale.
 
    10 giugno giovedì Sbarco incontrastato anglo-americano a Pantelleria.
    12 giugno sabato Sbarco incontrastato anglo-americano a Lampedusa e Linosa.
    10 luglio sabato Sbarco anglo-americano in Sicilia.
    21 luglio mercoledì Convocazione del Gran Consiglio del Fascismo.
    24 luglio sabato ore 17 Si riunisce il Gran Consiglio del Fascismo.
    25 luglio domenica ore 2,40 Il Gran Consiglio del Fascismo approva a maggioranza l’ordine del giorno Grandi.
    25 luglio domenica ore 17 Mussolini entra a villa Savoia, residenza privata del Re d’Italia Vittorio Emanuele III di Savoia.
    25 luglio domenica ore 17,29 Mussolini viene arrestato all’uscita da villa Savoia, al termine dell’udienza reale.
    25 luglio domenica ore 22,30 L’EIAR diffonde i seguenti comunicati:
    "Attenzione, attenzione: Sua Maestà il re e Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo, Primo ministro Segretario di stato, presentate da Sua Eccellenza il Cavaliere Benito Mussolini ed ha nominato Capo del Governo, Primo Ministro, Segretario di Stato, Sua Eccellenza il Cavaliere Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio".
    Segue quindi la radiodiffusione del proclama del Re Vittorio Emanuele III:
    "Italiani, assumo da oggi il comando di tutte le Forze Armate.
    Nell’ora solenne che incombe sui destini della Patria, ognuno riprenda il suo posto di dovere, di fede, di combattimento: nessuna deviazione deve essere tollerata, nessuna discriminazione può essere consentita.
    Ogni italiano s’inchini innanzi alle ferite gravi che hanno lacerato il sacro suolo della Patria. L’Italia, per il valore delle sue Forze Armate, per la decisa volontà di tutti i cittadini ritroverà, nel rispetto delle Istituzioni che ne hanno sempre confortato l’ascesa, la via della riscossa.
    Italiani, sono oggi più che mai indissolubilmente unito a voi dalla incrollabile fede nella immortalità della Patria".
    Poi la radiodiffusione del proclama del Generale Pietro Badoglio:
    "Italiani, per ordine di Sua Maestà il Re e Imperatore, assumo il governo militare del Paese con pieni poteri.
    L’Italia, duramente colpita nelle sue province invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni.
    Si serrino le file attorno a Sua Maestà il Re e Imperatore, immagine vivente della Patria, esempio per tutti.
    La consegna ricevuta è chiara e precisa, sarà scrupolosamente eseguita e chiunque s’illuda d’intralciare il normale svolgimento o tenti di turbare l’ordine pubblico, sarà inesorabilmente colpito.
    Viva l’Italia, viva il Re."
    28 luglio mercoledì alba Mussolini viene fatto imbarcare sulla corvetta Persefone.
    28 luglio mercoledì Il nuovo Governo ordina lo scioglimento del Partito Nazionale Fascista.
    28 luglio mercoledì ore 13 Mussolini sbarca all’isola di Ponza e viene rinchiuso in una casa situata in località Santa Maria.
    7 agosto sabato ore 1 Mussolini viene imbarcato sul cacciatorpediniere Pantera.
    7 agosto sabato ore 13 Mussolini approda all’isola La Maddalena e rinchiuso a villa Weber.
    17 agosto martedì Gli anglo-americani occupano Messina; la Sicilia è perduta.
    28 agosto sabato ore 4 Mussolini viene imbarcato su di un idrovolante e trasportato a Vigna di Valle sul lago di Bracciano.
    28 agosto sabato ore 6 Mussolini viene caricato su di una ambulanza militare che parte per Assergi, località ai piedi del Gran Sasso d’Italia.
    28 agosto sabato ore 13,30 Mussolini è rinchiuso nella "Villetta del Gran Sasso" poco lontano dalla base di partenza della funivia che in due tronchi, superato un dislivello di 1000 metri, porta alla località di Campo Imperatore, nella quale sorge tutt’ora il rifugio Duca degli Abruzzi a quota 2112 metri sul livello del mare.
    3 settembre venerdì Mussolini viene portato al rifugio Duca degli Abruzzi, con la funivia, e alloggiato in un appartamento.
    3 settembre venerdì Gli anglo-americani sbarcano in Calabria.
    3 settembre venerdì ore 17,15 A Cassibile in Sicilia, località 15 chilometri a sud di Siracusa, il Generale Castellano, su mandato di Badoglio, sottoscrive per conto dell’Italia la resa incondizionata, nelle mani del Maggior Generale americano Bedell Smith, Capo di Stato Maggiore del Generale Eisenhower, Comandante in capo delle forze anglo-americane.
    8 settembre mercoledì ore 18,30 Il Generale Eisenhower rende nota al mondo, via radio, la capitolazione dell’Italia con questo comunicato:
    "L’Esercito italiano ha capitolato senza condizioni. Ho concesso un armistizio le cui condizioni sono state approvate da Gran Bretagna, dagli Stati Uniti e dalla Russia Sovietica. Ho pertanto agito nell’interesse delle Nazioni Unite. Il Governo italiano, ha dichiarato di sottomettersi a queste condizioni senza riserve. L’armistizio è stato firmato da un mio plenipotenziario e da un plenipotenziario di Badoglio ed entra subito in vigore. Le ostilità tra le Forze armate delle Nazioni Unite e quelle dell’Italia, vengono immediatamente sospese. Tutti gli italiani che coopereranno ad allontanare l’aggressore tedesco dal territorio italiano, otterranno l’aiuto delle Nazioni Unite."
    8 settembre mercoledì ore 19,45 L’EIAR radiodiffonde il seguente proclama di Badoglio, precedentemente registrato:
    "Il Governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al Generale Eisenhower, comandante in capo delle Forze Alleate anglo-americane.
    La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le Forze anglo-americane dovrà cessare, da parte delle Forze italiane, in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza."
    9 settembre giovedì ore 5 La vettura reale ed un seguito di altre, su cui sono Badoglio, membri del Governo e numerosi generali, lascia Roma e, imboccata la Tiburtina, dirige su Pescara. Il Re e Badoglio se ne vanno, senza dare avviso né ordini al Consiglio dei Ministri, abbandonando all’ira tedesca centinaia di migliaia di nostri soldati.
    9 settembre giovedì alba Una potente forza da sbarco anglo-americana, prende terra in prossimità di Salerno.
    9 settembre giovedì Truppe inglesi sbarcano senza contrasto a Taranto.
    9 settembre giovedì Il corteo reale effettua una sosta a Crecchio, dove chiede ed ottiene ospitalità al castello dei Duchi di Bovino.
    9 settembre giovedì notte Il corteo reale giunge ad Ortona e s’imbarca sulla corvetta Baionetta, assieme a trenta fra generali e colonnelli, con destinazione Brindisi.
    10 settembre venerdì pomeriggio La Baionetta attracca nel porto di Brindisi. Il Re e la Famiglia reale, prendono alloggio nella palazzina del Comando di Piazza.
    12 settembre domenica ore 14 Mussolini viene liberato dalla prigione di Campo Imperatore, da paracadutisti tedeschi. Fatto salire su di un ricognitore biposto Stork, pilotato dall’asso dell’aviazione capitano Gerlach, su cui sale anche il capitano delle SS Otto Skorzeny, decolla fortunosamente da un ripido spiazzo sassoso alle 15, alla volta dell’aeroporto di Pratica di Mare, nei pressi di Pomezia, dove atterra alle 16.
    12 settembre domenica ore 17 Mussolini, a bordo di un trimotore Heinkel, decolla da Pratica di Mare alla volta di Vienna, e vi giunge a notte inoltrata.
    12 settembre domenica ore 22 Dalla radio tedesca viene diffusa la notizia della liberazione di Mussolini.
    13 settembre lunedì mattino Mussolini si trasferisce in volo a Monaco di Baviera.
    14 settembre lunedì mattino Mussolini parte in aereo per Rastenburg, quartier generale di Hitler.
    15 settembre mercoledì sera Mussolini fa diramare da radio Monaco, 5 ordini del giorno indirizzati "ai fedeli camerati di tutta Italia:
    — A partire da oggi 15 settembre, riassumo la suprema direzione del fascismo in Italia.
    — Nomino Alessandro Pavolini, Segretario provvisorio del PNF, il quale assume, d’ora innanzi, la dizione Partito Repubblicano Fascista.
    — Ordino che tutte le Autorità militari, politiche, amministrative e scolastiche, come tutte le altre che sono state destituite dal loro ufficio dal Governo della capitolazione, riassumano immediatamente i loro posti ed uffici.
    — Ordino l’immediata ricostituzione degli Uffici del Partito, con le seguenti disposizioni:
    — appoggiare efficacemente e cameratescamente l’Esercito tedesco, che si batte sul suolo Italiano, contro il comune nemico;
    — fornire immediatamente al popolo assistenza morale e materiale;
    — esaminare la situazione dei membri del Partito, in relazione alla loro condotta di fronte al colpo di stato, alla capitolazione, al disonore, di segnalare i vili e di punire esemplarmente i traditori;
    — Ordino la ricostituzione di tutte le formazioni della MVSN. Il partito Fascista Repubblicano libera gli ufficiali delle Forze Armate, dal giuramento prestato al Re il quale, capitolando alle condizioni ben note ed abbandonando il suo posto, ha consegnato la Nazione al nemico e l’ha trascinata nella vergogna e nella miseria".
    18 settembre sabato sera Mussolini pronuncia da Radio Monaco il suo primo discorso dopo l’arresto, durante il quale, fatto il riassunto degli avvenimenti dal 25 luglio in poi ed avere accusato il Re e Badoglio della resa incondizionata, del tradimento e del disonore caduti sul popolo italiano dichiara, preannunciando così la nascita del nuovo stato:
    – Riprendere le armi a fianco della Germania, del Giappone e degli altri alleati. Solo il sangue può cancellare una pagina così obbrobbiosa della storia della Patria.
    – Preparare senza indugio la riorganizzazione delle nostre Forze Armate attorno alle formazioni della MVSN. Solo chi è animato da una fede e combatte per un’idea, non misura l’entità dei sacrifici.
    – Eliminare i traditori, in particolar modo quelli che sino alle ore 21,30 del 25 luglio militavano, talora da parecchi anni, nelle file del Partito.
    – Annientare la plutocrazia parassitaria e fare finalmente del lavoro il soggetto dell’economia e la base infrangibile dello stato.
    23 settembre giovedì Mussolini rientra in Italia da Monaco e prende residenza alla Rocca delle Caminate.
    23 settembre giovedì pomer. Alessandro Pavolini dirama alla radio, la composizione del nuovo Governo nominato da Mussolini, in attesa della convocazione della Costituente.
    27 settembre lunedì Alla Rocca delle Caminate, prima riunione del Governo fascista repubblicano.
    29 settembre mercoledì Comunicazione del Governo fascista repubblicano: "Con l’indirizzo del 27 settembre approvato dal Consiglio dei Ministri, si dà inizio al funzionamento del nuovo Stato fascista repubblicano, il quale troverà nella Costituente, che sarà prossimamente convocata, la promulgazione dei suoi definitivi ordinamenti costituzionali. Da oggi e fino a quel giorno, il Duce assume le funzioni di Capo del nuovo Stato fascista repubblicano".
    29 settembre Badoglio e Malta, a bordo della corazzata inglese Nelson, firma il "lungo armistizio", documento che contiene tutte le clausole della resa senza condizioni dell’Italia, clausole che saranno rese pubbliche solamente il 6 novembre 1945.
    10 ottobre domenica Mussolini prende residenza a Gargnano, sul lago di Garda nella villa Feltrinelli.
    13 ottobre mercoledì ore 15 Il governo del Regno del sud, dichiara guerra alla Germania.
    13 novembre sabato Nei pressi di Ferrara viene ucciso dai partigiani, mentre si stava recando a Verona al Congresso del Partito, il Segretario federale del Fascio ferrarese, il moderato Igino Ghisellini. L’attentato segna l’inizio, su base scientifica, della guerra civile in Italia.
    14 novembre domenica matt. Si apre a Verona il Congresso del Partito fascista repubblicano.
    25 novembre giovedì Proclamazione della Repubblica Sociale Italiana.
     
    1944
    8 gennaio sabato Comincia il processo a carico dei 19 membri del Gran Consiglio del Fascismo, firmatari dell'ordine del giorno Grandi che aveva pr
    11 gennaio martedì ore 9,21 Al poligono di tiro di Ponte Catena in Verona, vengono fucilati: Ciano, De Bono, Gottardi, Marinelli, Pareschi, unici componenti il Gran Consiglio, in stato di detenzione.
    22 gennaio sabato ore 2 Fra Anzio e Nettuno, a sud di Roma, uno sbarco di truppe anglo-americane, crea una pericolosa testa di ponte alle spalle della linea "Gustav" e minaccia di far crollare, per aggiramento, il fronte di Cassino.
    4 giugno domenica Cadute le ultime difese, Roma viene occupata dalle truppe anglo-americane.
    30 giugno venerdì Con decreto ministeriale la RSI, istituisce le Brigate Nere, reparti armati composti dagli iscritti al Partito Fascista Repubblicano e da volontari, liberi da impegni militari di età compresa fra i 18 ed i 60 anni. Le BB.NN. hanno prevalente funzione di salvaguardia dell'ordine interno. I rispettivi Segretari federali, ne assumono il comando e Comandante Generale è nominato Alessandro Pavolini.
    14 agosto lunedì Firenze è occupata dagli anglo-americani.
    25 agosto venerdì Inizia l'attacco degli anglo-americani alla "linea verde" che fa parte del dispositivo di difesa della "linea gotica", ultimo baluardo di sbarramento alla valle del Po.
    25 ottobre mercoledì Si esaurisce l’offensiva anglo-americana, che ha conseguito buoni risultati ma non ha scardinato la porta che chiude la strada per Bologna e la pianura padana. Il fronte si assesta e si prepara al periodo invernale; la sosta durerà 5 mesi.
    13 novembre lunedì Il generale inglese Alexander rivolge un proclama ai partigiani, affinché depongano le armi e ritornino alle loro case in attesa dell'offensiva di primavera.
    16 dicembre sabato mattina Mussolini tiene al teatro Lirico di Milano il suo ultimo discorso, davanti ad una platea entusiasta e commossa.
     
    1945
    5 aprile mercoledì ore 4,50 Con l’attacco nella zona della Versilia alla Linea verde 1, facente parte dell’ormai logoro complesso difensivo della Linea gotica, la 5a Armata americana dà inizio all’operazione Second Wind, propedeutica all’offensiva di primavera che porterà, di lì a pochi giorni, alla conquista della parte ancora libera del territorio della RSI.
    14 aprile venerdì L’attacco anglo-americano si estende a tutta la Linea gotica e si sviluppa principalmente in direzione di Bologna, lungo le valli del Reno e del Setta al centro, e contro la linea del Senio nella zona adriatica. 
    18 aprile martedì ore 19 Mussolini lascia Gargnano e alle 21 giunge a Milano.
    21 aprile venerdì alba Bologna è occupata dagli anglo-americani.
    23 aprile domenica Gli anglo-americani iniziano l’attraversamento del Po.
    25 aprile martedì ore 19,30 Mussolini lascia Milano per la Valtellina, preceduto e seguito da contingenti eterogenei di truppe della RSI.
    26 aprile mercoledì ore 17 Con l’ammaina bandiera ordinato dal Comandante Principe Junio Valerio Borghese presso la sede di piazza Fiume, la Xa MAS smobilita.
    27 aprile giovedì In luogo ed ora imprecisati, Mussolini cade nelle mani dei partigiani.
    28 aprile venerdì In luogo e ora imprecisati, Mussolini e la Signora Petacci vengono uccisi.
    28 aprile venerdì ore 17,15 In piazza Paracchini a Dongo, i partigiani si apprestano a uccidere, contro il parapetto di ferro che delimita a lago la piazza, un gruppo di persone, in precedenza catturato, che comprende anche alcuni esponenti della RSI.
    28 aprile venerdì ore 17,25 Schierati i fascisti con il viso al lago, un eterogeneo gruppo di armati apre il fuoco contro di loro; cadono così:
    Francesco Barracu Medaglia d'oro al v.m., mutilato di guerra, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.
    Nicola Bombacci Organizzatore sindacale, socialista.
    Pietro Calistri Capitano pilota della ANR.
    Vito Casalinuovo Colonnello, ufficiale d'ordinanza di Mussolini.
    Goffredo Coppola Professore, Presidente dell'Istituto di cultura fascista.
    Ernesto Daquanno Direttore dell'agenzia Stefani.
    Gian Luigi Gatti Tenente, medaglia d'oro al v.m., segretario particolare di Mussolini.
    Augusto Liverani Ministro delle Comunicazioni.
    Fernando Mezzasoma Ministro della Cultura popolare.
    Mario Nudi Presidente della Federazione Agricoltori.
    Paolo Porta Avvocato, Commissario dei Fasci repubblicani di Como.
    Alessandro Pavolini Ministro Segretario del Partito fascista repubblicano, Comandante Generale delle BB.NN.
    Ruggero Romano Ministro dei Lavori Pubblici.
    Idreno Utimperghe Commissario dei Fasci repubblicani di Lucca.
    Paolo Zerbino Ministro degli Interni.
    Dopo una sequenza drammatica, viene ucciso anche il Dottore in legge Marcello Petacci, fratello di Claretta.
    28 aprile venerdì I 16 corpi vengono gettati su di un camion furgonato sul quale, transitando da Azzano, si provvede a caricare anche i cadaveri di Mussolini e della Signora Petacci.
    29 aprile notte sabato Il camion giunge a Milano e i corpi dei 18 uccisi sono scaricati a piazzale Loreto per l'esposizione al pubblico.
    30 aprile domenica ore 2,30 A Ghedi (Brescia), con la firma della resa di tutte le truppe della RSI, presso il Comando del 4° Corpo d’Armata Corazzato del Generale americano Crittemberg, il Generale Maresciallo d'Italia e Ministro della Guerra Rodolfo Graziani, sancisce di fatto la fine della Repubblica Sociale Italiana.
    In alcune regioni d’Italia, reparti dell’Esercito repubblicano, resteranno in armi fino al 5 maggio 1945.
 
 
da COMBATTENTI DELL'ONORE. Paolo Teoni Minucci.
Anno di Edizione: 2000. Greco&Greco editori.
da COMBATTENTI DELL'ONORE. Paolo Teoni Minucci.
 
     
     
    Prefazione
     
    Questo libro è il risultato di una ricerca che ha avuto, per oggetto, una minuscola rappresentanza di quanti, in divisa e in abito civile, militarono con ruoli gregari nelle file della RSI.
    Furono uomini e donne che si impegnarono, con responsabilità e sacrificio, per riscattare dalla vergogna dell’otto settembre l’Onore d’Italia, costituendo il facile bersaglio di armi fratricide, durante i 20 mesi della guerra civile ma, ancor più, dopo la sua sanguinosa conclusione.
    Nell’intento di procrastinare l’inevitabile processo di revisione di quel periodo, l’antifascismo professionale, con l’aiuto degli ultimi bardi, per altro già molto prossimi allo Stige, resta disperatamente abbarbicato alle sue verità e si ostina a tener relegati, nel grigiore di un limbo storico, gli italiani della Repubblica Sociale.
    Sulla base di informazioni precarie, ho cercato allora i monumenti edificati in memoria di quei Caduti, sono stato là dove furono eretti, li ho fotografati, ne ho tracciato l’itinerario, ho ricopiato nomi ed epigrafi molte volte sbiadite e, per finire, ho completato le vicende narrate da quelle pietre, con le notizie documentate che mi è stato possibile raccogliere.
    I motivi che hanno indotto questo lavoro sono:
    — Rendere omaggio ai Caduti della RSI, cui questo libro è dedicato e, soprattutto, a quelli di loro che non ebbero e non avranno il conforto di una croce.
    — Divulgare fra i giovani che non sanno, perché ne furono impediti, la conoscenza di una storia d’Italia, taciuta in patria, ma ben nota oltre confine.
    — Conservare il più a lungo possibile, fra le pagine di un libro, il ricordo di quegli uomini e di quelle pietre che l’ingiuria del tempo, la mano vandalica, la povertà dei mezzi e delle forze dei superstiti, condannano inesorabilmente a sparire.
    — Raccogliere, in una singola pubblicazione episodi accaduti in tempi e luoghi, anche distanti fra loro.
    Coloro che ne sentiranno il desiderio potranno recarsi in quei luoghi per una verifica, una riflessione, una preghiera, un fiore; gli itinerari descritti e le fotografie, ne faciliteranno il ritrovamento e non si avrà bisogno di chiedere.
    Ho in tal modo sollevato il velo su alcune storie, tutte ugualmente tristi e tutte tristemente concluse, ignorate dai più, che rappresentano una frazione delle migliaia che non sapremo.
    Solamente il giorno in cui questo inverecondo dopoguerra, iniziato nell’aprile del 1945, si sarà tramutato in pace vera e non ci sarà più discriminazione fra i morti della stessa terra, quel giorno, anche per gli italiani della Repubblica Sociale, la seconda guerra mondiale potrà dirsi finalmente conclusa.
    Ma sarà allora troppo tardi per conoscere la vicenda di questi Figli di una Patria matrigna, le cui storie il tempo, avrà oramai cancellato per sempre.
     
    Premessa
     
    Gli italiani della mia generazione, quelli che come me vissero la seconda guerra mondiale in età di ragione, ma non abbastanza matura per prendervi parte diretta, volgono al tramonto.
    Noi siamo gli ultimi testimoni oculari di quella vicenda storica che ci vide, alla fine, eredi di una sconfitta devastante come risultato di una guerra due volte perduta: la prima, combattendo contro un potente nemico esterno; la seconda, combattendo gli uni contro gli altri nella sanguinosa bufera di una guerra civile.
    Trentanove mesi durò la prima, venti mesi l’altra e, quando tutto sembrò aver finalmente termine, sulla desolazione di un’Italia distrutta nel corpo ma ancor più nelle coscienze, scese l’ora cupa della vendetta e del sangue.
    Libertà sconfinata in cambio della capitolazione, era stato l’insinuante pervicace baratto promosso da oltre oceano e sollecitato con le bombe dei B 17, mentre dall’est un’altra libertà, la bolscevica, muoveva verso occidente sulla prua dei T 34.
    Sotto quei velivoli e dietro quei carri, avanzavano culture molto diverse da quella europea e mediterranea nella quale eravamo nati e alla quale eravamo stati educati.
    Tra poco quei due sistemi, fra loro così distanti e contrapposti, si sarebbero duramente e pericolosamente confrontati, per la supremazia, sul confine di un muro ideologico, prima ancora che di cemento, costruito sulle macerie di una Europa distrutta e irrimediabilmente avviata al tramonto, dall’inscindibile soffocante amplesso dei liberatori.
    Sono consapevole di non raccontare cose nuove; le date e gli avvenimenti che rievoco sono però fondamentali per la nostra storia contemporanea, acquisiti da tempo alla stessa e dovrebbero essere ben chiari nella testa di tutti.
    Potrebbe allora trattarsi di fatica oziosa, ma non è così, perché ho la speranza che un ripasso sia pur sommario, dei principali avvenimenti che ebbero inizio 60 anni or sono, giovi ai vecchi dalla memoria sinistrata mentre, per quanto riguarda i giovani, sento il dovere e nutro l’illusione di concorrere ad aprire loro uno spiraglio sull’ignoto che, mi auguro, vorranno maggiormente ampliare.
    Ho raccontato i fatti che portarono gli italiani alla guerra civile, così come accaduti e nella loro sequenza cronologica.
    Non credo che quanto narrato sia opinabile e questa presunzione mi deriva dall’avere presenziato a quegli avvenimenti; dall’averne conosciuto personalmente molti dei protagonisti; dall’attenta analisi di una grande mole di letteratura postuma; dall’aver messo, nell’esposizione, la massima obiettività.
 
 
    Dal "Consenso" alla Democrazia
     
    L’inizio della fine
 
    È il 1938, secondo il parere dei massimi storici, l’anno del più alto "consenso" che il popolo italiano decretò al fascismo a partire dall’ottobre 1922, data della sua ascesa al governo della Nazione.
    Quando si dice il più alto consenso, s’intende dire che alla stragrande maggioranza del popolo italiano, andava benissimo così.
    Non che non ci fossero italiani oppositori del regime anzi, sia pure in numero limitato, più o meno noti, ce n’erano e anche di parecchio tosti, distribuiti fra l’area comunista e quella cattolica, sia in Italia che all’estero ma, in quel periodo, non avevano molto seguito.
    Quando nella prima fase della seconda guerra mondiale la Germania, alla quale ci legava il Patto d’Acciaio, diede chiara prova di poter stravincere in terra, mare e cielo, il popolo italiano cominciò a entrare in angustia, perché vedeva sfuggire l’occasione di sedersi con poca spesa al tavolo delle trattative di pace, se non si fosse corsi per tempo in aiuto al vincitore.
    E fu allora che le piazze d’Italia cominciarono a riempirsi di gente, in parte messa su dalla propaganda ma in parte convinta, che gridava guerra, guerra.
    E fra coloro che gridavano di più c’erano i soliti furbi, quelli di "armiamoci e partite" perché, ognuno di loro, aveva in tasca la ricetta per stare a casa.
     
    La guerra
 
    Scendemmo dunque in campo il 10 giugno 1940 ed è lì che il consenso cominciò a calare, col progredire della guerra e degli insuccessi.
    Prova inequivocabile non furono i sondaggi di opinione, che a quell’epoca non si sapeva cosa fossero, ma le scritte ostili al regime, dapprima nei cessi poi, sempre più audacemente, anche sui muri delle case.
    Il consenso raggiunse il suo livello più basso, per diventare decisamente dissenso quando il nemico, con lo sbarco in Sicilia il 10 luglio 1943, diede inizio all’invasione del territorio metropolitano.
    Da quel momento, nel cervello degli italiani, si fece sempre più strada la convinzione che i tedeschi non ce l’avrebbero fatta e che quindi, anche per noi, la partita era perduta.
    E quando Vittorio Emanuele il 25 luglio 1943 licenziò Mussolini per sostituirlo con Badoglio, un’ondata di tripudio pervase l’Italia, perché anche lo scemo del villaggio aveva capito che si trattava della prima mossa per uscire dalla guerra cosa che, in quel momento, era ciò che più voleva il popolo italiano.
    Con la scusa del tripudio ci furono anche tentativi di sommossa non chiaramente finalizzati, repressi energicamente dal Governo Badoglio al prezzo complessivo di 1600 fra morti, feriti, incarcerati, ma la cosa non destò scalpore, anche perché non venne divulgata.
    L’8 settembre 1943, corollario della manovra di sganciamento, il popolo italiano che sperava fosse veramente finita, si diede ancora una volta al tripudio (secondo me con molta meno enfasi del 25 luglio, perché capiva che qualcosa non quagliava), ma molto più al saccheggio.
    In quelle stesse ore l’esercito nemico proveniente da sud, estendeva l’invasione a un terzo della Penisola, mentre l’altro esercito straniero proveniente da nord, fino a quel momento nostro alleato, ne occupava la parte rimanente.
    Chiaritasi con il capovolgimento delle alleanze (operazione nella quale siamo maestri e noti nel mondo) la nuova situazione bellica, la parte del popolo italiano rimasta a sud del fronte, si trovò ad avere risolto i suoi problemi più immediati mentre, per coloro che si vennero a trovare a nord di quella linea, le cose si prospettavano un pochino più complicate.
     
    Interludio
 
    Dopo che i tedeschi ebbero intercettato alcuni comunicati radio, trasmessi in chiaro da fonte nemica, che davano per siglata il 3 settembre 1943 la resa senza condizioni dell’Italia agli anglo-americani, mandarono per la presentazione delle credenziali, il mattino dell’8 settembre al Re Vittorio Emanuele III, il nuovo Incaricato d’affari presso il Regno d’Italia, Rudolf Rahn.
    "L’Italia combatterà fino in fondo a fianco della Germania…", fu la sorprendente e incauta dichiarazione del Re, sulla quale piombò, attraverso i microfoni dell’EIAR alle 19,45 di quello stesso 8 settembre, l’inqualificabile comunicato del Capo del Governo italiano, Generale Pietro Badoglio.
    L’esercito italiano, venuto a mancare di colpo il supporto di ogni gerarchia, letteralmente si squagliò come neve al sole, nel volgere di poche ore.
    Si assistette allora all’angosciante spettacolo fornito dalle centinaia di migliaia di soldati stanchi, affamati, laceri e demoralizzati che, battendo le campagne e le strade secondarie tentavano, molte volte inutilmente, di sottrarsi alla cattura da parte dei tedeschi.
    La reazione di questi ultimi, al nostro voltafaccia, fu immediata e rude ma non ancora sanguinosa, anche se a Roma il Regio Esercito, appoggiato da qualche decina di civili, aveva tentato inutilmente di opporsi, con le armi, all’occupazione dei centri nevralgici della capitale.
    D’altra parte non era in alcun modo ipotizzabile l’abbandono tedesco agli anglo-americani, dello strategico scacchiere mediterraneo, solo per accondiscendere il desiderio di pace dell’italico alleato che si era stancato di guerra, così come era naturale fossero furibondi per il nostro voltafaccia che, oltretutto, li poneva improvvisamente in non poche difficoltà tattiche.
    Non è difficile immaginare i sentimenti nei nostri confronti, soprattutto di coloro che in quel momento si trovavano nel bel mezzo delle cannonate nella testa di ponte di Salerno, mentre contrastavano da soli lo sbarco anglo-americano, dopo che le nostre truppe si erano eclissate.
    Sicuramente saranno riandati alle tappe della disgraziata alleanza con l’Italia: eravamo entrati in guerra contro loro espresso parere; erano dovuti intervenire in Grecia per darci una mano; erano dovuti intervenire, con l’Afrika Korps di Rommel, anche in Africa settentrionale; il nostro intervento in Russia aveva dato più problemi che vantaggi; ci avevano mandato alcune delle migliori divisioni (ancor prima del 25 luglio e su nostra pressante richiesta), per fronteggiare l’avanzata anglo-americana in Sicilia, scarsamente e fiaccamente (per non dir peggio), contrastata dalle nostre truppe e, per paga del loro sacrificio in uomini e materiali gli italiani, non solo mollavano le armi lasciandoli nelle peste, ma addirittura gli sparavano addosso!
    Fu qualche tempo dopo l’8 settembre, che iniziò a organizzarsi qua e là una certa opposizione, per il momento scarsamente armata, diretta contro i tedeschi e contro i fascisti, che avrebbe poi preso il nome di "Resistenza"; contro i fascisti, soprattutto dopo la costituzione di un Governo repubblicano che portò, il 25 novembre 1943, alla proclamazione della Repubblica Sociale.
    Obiettivo principale e fondamentale della neonata repubblica, fu quello di riprendere le armi a fianco dell’alleato tedesco per risollevare l’Onore nazionale, trascinato nel fango dalla resa incondizionata e dal tradimento dell’alleato.
    A questo punto, il popolo italiano che venne a trovarsi nel territorio della Repubblica Sociale, doveva decidere con chi stare: da un lato si parlava di onore, ma il sia pur lento arretrare delle armate tedesche, lasciava pochi dubbi circa l’esito finale della partita; dall’altro si parlava di libertà e l’inarrestabile avanzata delle forze anglo-americane, ne lasciava ancor meno su chi sarebbe stato il vincitore.
    La stragrande maggioranza degli italiani, pur parteggiando in cuor proprio per gli uni o per gli altri, decise di non decidere e abbozzò, ponendosi alla finestra avendo, come primo obiettivo, quello di portar fuori le stringhe da quel casino; e ce n’era molta di gente alla finestra in quell’8 settembre del ‘43 ma, fra poco, un nuovo evento avrebbe deciso per tutti:
     
    La guerra civile
 
    Con il nuovo Stato repubblicano scesero in campo i vecchi fascisti; gli idealisti che sentirono più forte il richiamo dell’onore; gli internati nei lager tedeschi che alla prigionia preferirono il combattimento; i giovani di leva che alla macchia preferirono il dovere.
    Il risultato fu che a Mondragone, i bersaglieri della Repubblica Sociale andarono con successo al combattimento contro gli anglo-americani, già il 15 novembre 1943.
    La propaganda antifascista, le emittenti radio nemiche e Radio Bari, portavoce del Governo Badoglio, si diedero ad aizzare l’odio contro i soldati della RSI; esso venne pianificato, istituzionalizzato e scagliato su di loro; si ordinò di ucciderli entro due ore dalla cattura, mentre si provvedeva a trasmetterne via radio, oltre le linee, generalità e indirizzo, per facilitarne il riconoscimento e la soppressione.
    Alle spalle dei soldati della RSI si vennero così formando sui monti, nelle pianure e nelle città, bande armate di civili ed ex militari (i partigiani), che operavano in nome delle Resistenza, composte da: antifascisti di antica e nuova militanza; soldati sbandati dell’ex esercito regio rimasti tagliati fuori dalle loro città invase; prigionieri ex nemici fuggiti dai campi di concentramento; giovani renitenti alla leva della RSI. 
    Ultimi ad apparire furono gli eroi della "sesta giornata", coloro cioè che dopo il 24 aprile 1945 uscirono per la prima volta allo scoperto brandendo le armi, il fazzoletto verde o rosso al collo (ed erano i più feroci).
    Anche costoro (forse gli stessi che 5 anni prima erano accorsi a portare aiuto a un altro vincitore), reclameranno e otterranno, per sé e successori, prebende e carriere.
    I partigiani erano organizzati in gap, bande, brigate, non vestivano divisa e, generalmente, non obbedivano a regole che non fossero quelle stabilite dal loro capo diretto.
    Il metodo di lotta era la guerriglia, che veniva attuata con imboscate, colpi di mano, attentati dinamitardi, metodi illegittimi, secondo gli accordi internazionali di guerra (Convenzione dell’Aja del 18 ottobre 1907, ancora in vigore) che, in quei casi, ammettono la ritorsione della rappresaglia.
    Tutte le imprese compiute dai partigiani durante e dopo la guerra civile, furono in seguito dichiarate, con apposita legge retroattiva, azioni di guerra e, come tali, condivise e giustificate.
    Ciò permise l’impunità a un gran numero di masnadieri, che si era infiltrato nella Resistenza con scopi che con quella avevano poco da spartire. 
    A sud della linea del fuoco, nel territorio che poteva considerarsi la continuazione dell’Italia del regno, il Governo Badoglio, fra incredibili difficoltà e umiliazioni, non riuscì a ottenere dagli anglo-americani lo stato di alleanza ma semplicemente quello di "cobelligeranza" e poté a fatica rimettere in armi, traendoli dagli sbandati della disfatta militare, circa 5000 uomini, che vennero organizzati in un Raggruppamento, avanguardia di quello che sarebbe divenuto il CIL (Corpo Italiano di Liberazione) il quale, sia pure limitato nel numero e impiegato in modo qualche volta umiliante e sempre subordinato, combatté onorevolmente e con sacrificio, da Mignano Montelungo al Po.
    Per gli appartenenti alla RSI accusati di ogni turpitudine da altri commessa e a quelli accomunati, non ci fu pietà; il loro sangue corse a rivi e se alla fine il genocidio non poté essere portato a termine, lo si dovette alle truppe d’occupazione anglo-americane che lo contrastarono, dapprima fiaccamente, poi in modo sempre più deciso.
    I fascisti della RSI sopravvissuti alle stragi, furono messi al bando e, negata loro l’idealità della causa per la quale avevano combattuto, vennero cacciati dai posti di lavoro, derubati dei loro averi, processati da sedicenti tribunali del popolo, incarcerati e rinchiusi in campi di concentramento, privati dei diritti civili; e furono i fortunati.
     
    Il dopoguerra
 
    Quei tristissimi giorni io li ho vissuti da comprimario, e quindi testimone, e ho di loro serbato un ricordo che ancora mi sgomenta: truppe di colore; folla scalcinata ubriaca e vociante; bandiere e fazzoletti rossi; amici spariti, incarcerati, uccisi; "segnorine" sulle jeep dei vincitori; donne con la testa rasata; strade e piazze illuminate; odore di sigarette Chesterfield; preservativi usati, in terra nelle vie; dentifricio al gusto di ragù; ritmi di boggie woggie; Military Police con elmetti e manganelli bianchi; cioccolato, scatolette e chewing gum.
    Al seguito di armi straniere (fatto già più volte verificatosi nella storia d’Italia), anche l’antifascismo e la Resistenza finalmente trionfavano e, con loro, trionfava il popolo italiano che aveva, con molta disinvoltura, accantonato la sua maschia volontà guerriera sfoderata qualche anno prima contro la "perfida Albione" e, ancora una volta abbozzando, si adeguava.
    Per sottrarsi alle accuse di fascismo che i vincitori gli muovevano e nella speranza di ottenere condizioni di miglior favore dalla resa incondizionata, gli italiani indossarono i panni della vittima e cercarono di spacciare per vera, autoconvincendosene, la favola della presa del potere nel ‘22, da parte di una cricca, che poi li aveva tenuti soggiogati per vent’anni!
    Continuando sull’esempio delle prèfiche più accreditate, si poté assistere al miracolo della conversione (altro che pani e pesci!) e 45 milioni di italiani fascisti si trasformarono come per incanto in 45 milioni di antifascisti italiani.
    I veri vincitori, trascorso il periodo di euforia seguito alla cessazione delle ostilità, in forza dell’articolo 11 delle clausole di resa del Corto armistizio secondo il quale:
    "Il Comandante in Capo delle Forze alleate avrà pieno diritto di imporre misure di disarmo, smobilitazione e di smilitarizzazione", provvidero a disarmare i partigiani.
    La Resistenza venne così bruscamente accantonata e, al di fuori degli stereotipi riconoscimenti e prestampate frasi di circostanza, le fu solo concesso di celebrarsi ma, per favore, senza troppe bandiere rosse.
    Essa a quel punto non volle ma io credo non poté, liberarsi dalle scorie che la gravavano e che in seguito ne avrebbero messo in gioco immagine e credibilità.
    Soprattutto l’antifascismo, sua componente principale e trasversale, costretto dalla preponderanza comunista nelle anguste spire di una rivalsa senza confini e ormai senza scopo, non fu in grado, al termine di uno scontro che aveva visto sconfitta l’Italia intera, di muovere un passo verso i vinti e chiudere definitivamente il conflitto, sull’esempio di ciò che avevano fatto altri: Franco nel 1939, Lincoln nel 1865.
    Incapace di autocritica e a furia di celebrazioni la Resistenza, su cui presero a formarsi le fortune politiche e materiali della nuova classe dirigente italiana, si autodefinì epopea poi mito e infine dogma.
    Difficile quindi tentare un approccio o porre anche il più piccolo interrogativo su alcune delle sue imprese più oscure, senza incorrere nell’accusa di vilipendio mentre strade, piazze, monumenti, mausolei venivano a lei intitolati ed eretti.
    Per gli sconfitti, cioè quegli italiani che avevano con coerenza ma senza fortuna, combattuto fino alla fine per l’Onore e avevano pagato un contributo altissimo di sangue, per lunghi anni ne fu vietato anche il semplice ricordo.
    La Repubblica italiana "fondata sull’antifascismo e nata dalla Resistenza" non sa nemmeno, a distanza di 55 anni (e quel che è peggio non gliene frega niente di sapere), quanti furono i Caduti della Repubblica Sociale, che fascista era sì, ma anche italiana.
     
da COMBATTENTI DELL'ONORE. Paolo Teoni Minucci.
Anno di Edizione: 2000. Greco&Greco editori. (Indirizzo e telefono: vedi EDITORI)
 
 
 

SPRONATI DA UFFICIALI DAL PASSATO VALOROSO, MA ANCHE DA SEMPLICI MILITI, FANTI, AVIERI, MARINAI, RIFIUTANDO IL DISONORE CHE COLPIVA OGNUNO, MOLTI SOLDATI DAVANO INIZIO, CON MOTO SPONTANEO, AL FENOMENO PRODIGIOSO DELLA RICOSTRUZIONE DELLE FORZE ARMATE
PREMESSE da L’ORGANIZZAZIONE MILITARE DELLA RSI. Giuseppe Rocco.
 
 
    Come tutti sanno, già prima dell’8 settembre 1943, mentre gli alti comandi preparavano il tradimento, in numerosi ambienti militari la situazione successiva al 25 luglio, pur nella formale apparente disciplina, aveva provocato una serie di sbandamenti e di perplessità. In modo particolare, nei reparti della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, costretti a sostituire i fascetti con le stellette, maturavano propositi che il maldestro intreccio di tre tradimenti portò in seguito allo scoperto.
    Tutta l’abilità dei cospiratori si era esaurita con il colpo di stato del 25 luglio. Mussolini, dopo la sua liberazione dal Gran Sasso, ebbe a dire a Galbiati che se i nostri Capi militari avessero applicato, nella preparazione della guerra, la stessa intelligenza dimostrata nella preparazione del colpo di stato, egli non sarebbe stato a Roma a parlare, ma in un albergo del Cairo. Tutti e tre i Capi di Stato Maggiore, cioè Badoglio, Cavallero e Ambrosio, come risulta dai loro diari, persero più tempo per studiare il colpo contro il governo che per elaborare piani contro il nemico.
    Dopo il 25 luglio, solo livore politico, vendette e confusione: si pensi che su sedici ministri, due soltanto riuscirono a partire da Pescara con il re e Badoglio. Gli altri, dimenticati o spariti.
    I tedeschi, traditi dal governo badogliano (naturalmente, consenziente il re); il governo Badoglio, tradito dagli americani con la promessa - falsa - di sbarcare una divisione di paracadutisti nell’aeroporto di Ciampino, e con la proclamazione dell’armistizio quattro giorni prima di quanto concordato (l’8 settembre anziché il 12); tre milioni e mezzo di soldati italiani traditi dallo Stato Maggiore, abbandonati allo sbaraglio, senza ordini, con la sola direttiva generica di volgere le armi contro l’alleato che da tre anni gli combatteva a fianco.
    Già nella notte fra l’8 e il 9, ma con ritmo sempre più accelerato nei giorni successivi (prima che i tedeschi attuassero i loro comprensibili piani di vendetta per il tradimento), ovunque si trovassero soldati italiani, qualcuno si ribellò.
    Con moto spontaneo, spronati da ufficiali dal passato valoroso ma anche da semplici militi, fanti, marinai, avieri ecc., rifiutando il disonore che colpiva ognuno, molti soldati davano inizio al fenomeno prodigioso della ricostruzione delle Forze Armate. Si manifestò ovunque l’intenzione di continuare a combattere il vecchio nemico, mettendosi a fianco di qualche reggimento tedesco - in caso di elementi isolati - o costituendo reparti regolari organizzati e disciplinati.
    In ogni centro, grande o piccolo, attorno a quanti non avevano deposto le armi, si verificò un’affluenza di giovani generosi e anche di meno giovani, padri di famiglia con gradi o senza, che avevano tutto da perdere ma ritenevano necessario salvare, nel momento supremo, il valore più alto di un popolo: l’onore militare. Valore che si riflette, in guerra e in pace, in tutti i campi della vita civile ed economica della nazione.
    Le note dell’inno del primo fascismo, trasmesse da Radio Monaco la sera dell’8 settembre da un gruppo di "irriducibili", rappresentò il primo collante, un segnale per gli isolati, una prima certezza di non essere soli, ma che altri fratelli erano determinati a raccogliere dal fango le armi abbandonate, continuando a combattere, con o senza speranza di vittoria ma per fedeltà alla parola data.
    Nel giro di pochi giorni, quasi tutti i reparti della Milizia e nuclei di soldati, di marinai, di avieri, di fascisti, di civili non fascisti, di funzionari statali, di specialisti delle varie Armi si riunivano spontaneamente per difendere le loro sedi e le loro prime caserme, anche dall’alleato germanico giustamente diffidente. Subito si creò una rete militare tale da occupare e presidiare tutto il territorio non invaso dagli anglo-americani, (circa gli otto decimi del suolo italiano) ed assicurare l’attività dell’apparato statale in tutti i suoi aspetti, amministrativi, assistenziali, politici, giudiziari ecc.
    La Repubblica Sociale Italiana era già viva e vitale prima ancora della liberazione del Duce, prima che il nuovo Governo ne sanzionasse la nascita.
    Dopo tre giorni, già centottantamila uomini erano accorsi volontari o rimasti in servizio.
    Il primo importante scopo era stato raggiunto: neutralizzare la furia dei tedeschi, trasformati in poche ore da alleati in nemici.
    * * *
    Difficoltà immense accompagnarono la nascita delle Forze Armate repubblicane; le carenze erano enormi, ma tutto riuscì a procedere, nonostante il continuo arretramento del fronte, sia in Italia che nel resto dell’Europa occupata dai tedeschi. Lo stato "Repubblica Sociale Italiana" per venti mesi operò regolarmente, in tutte le funzioni consentite dal tempo di guerra.
    Come il lettore potrà rilevare dal contenuto del libro, verso la metà di aprile ’45, quando avvenne lo sfondamento della Linea Gotica, l’Italia era ancora in piedi, tutta la sua struttura organizzativa rispondeva alle esigenze della popolazione, l’aspetto alimentare era sopportabile, la burocrazia funzionava bene, tanto che il governo del Sud aveva emanato disposizioni di assorbirla man mano che avanzava l’occupazione militare alleata. La situazione finanziaria, inoltre, era tale che, nonostante il peso della guerra, il costo dell’alleato e degli assegni familiari pagati ai congiunti dei richiamati (anche quelli che combattevano con l’esercito del Sud), il bilancio del 1944 si chiuse in pareggio. I disagi maggiori erano rappresentati dagli incessanti bombardamenti mirati e terroristici nonché dalle imboscate di fuorilegge che scendevano di notte dalle montagne.
    Le truppe della RSI erano distribuite lungo i confini dove, da sole od unitamente a reparti germanici, avevano impedito fino all’ultimo ogni sfondamento, sia sul fronte occidentale che su quello orientale. Ad ovest si opponevano alle armate golliste che, dopo lo sbarco alleato in Provenza del 15 agosto ’44 ed il conseguente abbandono da parte dei tedeschi della Francia meridionale, si erano riaffacciati al confine piemontese, con l’intenzione di conquistare territori italiani, come pegno da presentare al tavolo della pace. Ad est, agguerrite grandi formazioni slave, comuniste o no, aiutate anche da italiani, pretendevano di impadronirsi del Veneto fino all’Isonzo ed oltre.
    Solo la strapotenza americana in uomini e mezzi riuscì, con enormi sforzi, impiegando venti mesi più del previsto, ad eliminare il fronte italiano. I tedeschi, con le divisioni depauperate dalle perdite, ormai battuti su altri fronti, rinunciarono a resistere sulla linea del Po, anticipando l’abbandono del territorio italiano. Si determinò così una situazione improvvisa, che mise le armate repubblicane in crisi, per cui i previsti piani di ripiegamento non poterono essere attuati e la fine della guerra portò con sé lo scatenamento dell’odio comunista con le tragedie che rappresentano una delle pagine più buie della nostra storia.
    * * *
    Esaurite queste premesse, è nostra intenzione esaminare la situazione militare alla metà di aprile 1945, prima dei movimenti di ripiegamento generale, segnando su apposite cartine la dislocazione dei vari reparti lungo i confini. Indicheremo altresì la posizione degli enti militari nelle varie località e tutta l’organizzazione del fronte interno.
    La rappresentazione grafica sarà preceduta da una succinta storia di ogni Arma e di ogni Reparto, onde far conoscere il vero spirito di abnegazione e la fede che animava i singoli elementi, dal più umile "levato" al più noto generale.
 
 
da L’ORGANIZZAZIONE MILITARE DELLA RSI. Giuseppe Rocco.