mercoledì 1 giugno 2022

REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA - DOCUMENTAZIONE

RSI

 Repubblica Sociale Italiana
ANTOLOGIA E DOCUMENTAZIONE IN RETE
SULLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA ( R.S.I. )
ad uso di Professori e Studenti, come contributo all'aggiornamento della Storia del '900,
a cura della Associazione storico-culturale ITALIA-RSI

VOLTI NELLA RSI

 
1) Un S. Tenente   2) Soldati del San Marco
 
S. Tenente delle Ausiliarie da sola e con le sue Ausiliarie
 
 
S.Tenente  del Batt.Barbarigo 
 
Un marinaio della Marina Repubblicana e due Marò. Il primo appartiene alla cosiddetta Marina nera, non in riferimento ei presunti orientamenti politici, ma per distinzione coi Marò (che potevan essere della Divisione Xa MAS o della Divisione San Marco) che vestivano grigioverde. I primi combattevano per mare e i secondi in terraferma. La Xa ebbe però sempre attivi i reparti che si occupavano degli assalti alle navi (barchini e maiali). Nella seconda immagine un Marò della Xa. Sia gli uni che gli altri combatterono fino all'ultimo contro l'invasore anglo-americano. (Le immagini sono tratte dalle seguenti pubblicazioni della Novantico: - Album RSI. 20 Foto Xa e Marina - 36 Foto RSI Divisione San Marco)
 
 
Due marinai e un capocannoniere della Marina Repubblicana (Le immagini sono tratte dalle seguenti pubblicazioni della Novantico: - Album RSI. 20 Foto Xa e Marina - 36 Foto RSI Divisione San Marco)
 
Soldati repubblicani nella infermeria da campo sul fronte di Anzio Nettuno
 
Marò per il fronte Sud
 
Ausiliarie di un posto di ristoro e di tappa in stazione ferroviaria salutano i soldati repubblicani in partenza 
Ausiliaria della Areonautica Nazionale Reopubblicana. Gli esempi di ausilarie sono ben più numerosi delle cosiddette staffette partigiane che appoggiavano il fronte collaborazionista degli angloamericani.
 
Ausiliarie di un Corso. La possibilità di concorrere allo sforzo bellico e alla resistenza contro l'invasione fu vissuta dalle donne come un'ulteriore gradino della emancipazione sociale della donna da sempre promossa dal fascismo
 
Tre volti di ausiliarie. Nel dopoguerra c'è stata una fortissima coesione delle reduci da questi corpi e ancora oggi sono ben visibili le loro attività.
 
 
 
Granatieri della Repubblica reuci dal fronte Sud in difesa di Roma.
 
 
 
Soldati italiani della Divisione San Marco accolgono entusiasticamente il Capo dello Stato
 
 
Marò sul fronte del Senio dove si ebbe una importante resistenza contro l'invasore anglo-americano
 
 
Il "volontarismo" fu un eclatante fenomeno della Repubblica
 
 
 
 Militi di Battaglioni "M"
 
 
  Soldato italiano della Repubblica al fronte in zona di operazioni
 
 
 
 
 
 

EDITORI
(Editori che dedicano maggior attenzione alla pubblicazione di libri sull'argomento RSI)
 LIBRERIE
(Le librerie dove facilmente si possono reperire libri sull'argomento RSI)
CATALOGHI DI LIBRI SULLA RSI IN DISTRIBUZIONE
(Cataloghi di libri sulla RSI presso editori, distributori, etc...)
PERIODICI
(Recapiti aggiornati periodici in edicola, per abbonamento, di arma, di associazioni, etc. sulla RSI)
VETRINA DEI LIBRI PIU' RECENTI SULLA RSI
(Per chi non si accontenta della "vulgata resistenziale" presentiamo, i libri più recenti sulla Repubblica Sociale Italiana)
RECENSIONI LIBRI SULLA RSI
(Un lungo elenco di recensioni di libri pubblicati negli ultimi anni sulla RSI usciti dagli anni '80 ad oggi: 2002)
NON DEPORREM LA SPADA
(Inno risorgimentale cantato nelle Scuole Allievi Ufficiali della Guardia Nazionale Repubblicana)
 
All'armi, all'armi ondeggiano
alte le insegne nere.
Fuoco! perdio, sui barbari,
sulle nemiche schiere.
 
Già ferve la battaglia
al Dio dei Forti: Osanna!
la baionetta in canna
è giunta l'ora di pugnar!
 
Non deporrem la spada
non deporrem la spada,
finchè sia schiavo un angolo
dell'itala contrada.
Non deporrem la spada
non deporrem la spada,
finchè dall'Alpi al mare
non sventoli il tricolor. 
monitoraggio della pagina (dal 20 Ottobre2002):
L'alfiere della Monterosa fucilato da partigiani il 4 Novembre del 1944. Invitato a disertare rispose: "L'Italia può fare a meno di me, non del mio onore."
La Xa MAS (incursori con i barchini e con i cosiddetti "maiali") era stata sempre considerata un corpo di èlite. Per questo dopo l'8 Settembre fu letteralmente presa d'assalto da migliaia di giovani che volontariamente volevano arruolarsi. Pertanto, nel tempo, con gli effettivi che si erano presentati fu possibile organizzare, come marò di terra, un'intera Divisione che aveva al suo interno disparate componenti. Basta pensare alle truppe alpine del "Valanga". 
 Le Ausiliarie costituiscono il primo esempio di coinvolgimento femminile nell'esercito italiano. Arruolate su base volontaria a seguito del regolare decreto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale servirono nei più disparati corpi. Alcune ebbero gradi da Ufficiali. Il Comandante in capo era una Ausiliaria col grado di Generale. Il fenomeno di questo coinvolgimento fu grande e vistosissimo (migliaia di donne) rispetto al coinvolgimento di donne fra i Partigiani.
Jesolo. Il Cappellano militare, numerosi furono tra i Cappellani militari i Francescani, parla con un giovane della Xa appartenente agli NP, Nuotatori Paracadutisti, componente che continuava l'originaria tradizione di corpo di èlite  della Xa. 
 
 
1 Ufficiale Pilota degli aerosiluranti pluridecorato al valor militare. Gli aerosiluranti rivestirono unimportante ruolo anche nel contrastare lo sbarco di Anzio e Nettuno delle armate nemiche
2 Sottuficiale della Divisione Fucilieri di Marina San Marco. In questa divisione fu necessario riversare parte dei volontari accorsi alle caserme della Decima MAS per esubero di organici. I marò del San Marco anche quando furono giocoforza coinvolti negli attacchi delle truppe irregolari che appoggiavano l'invasione anglo-americana seppero farlo ricordando che, purtroppo, combattevano contro "fratelli che sbagliavano". Celebre è rimasto il Cimitero ancora presente voluto dal loro Comandante, Generale Farina, dove riposano Caduti del San Marco assieme a Partigiani. 
3 Allievo Ufficiale della Guardia Nazionale Repubblicana. Furono circa 4000 gli studenti che volontariamente si arruolarono ai Corsi Allievi Ufficiali della Guardia Nazionale Repubblicana. Gente con alto livello di scolarizzazione si dimostrarono all'altezza anche nella ricostruzione dell'Italia sconfitta
 
 
1 Ufficiale Alfiere dei Paracadutisti della ANR della RSI. Paracadutisti assieme ad alpini, granatieri e marò della Repubblica difesero fino alla fine la Val d'Aosta dal rentativo di espansione dei francesi. La Valle d'Aosta è rimasta perciò italiana. I marò della Decima sostennero con ogni azione la presenza ufficiale dei Prefetti dell'Italia Repubblicana nelle zone dove i tedeschi applicavano una strategia militare operativa autonoma (zona operativa, e solo operativa!, cosiddetta dell'Adriatische Kustenland). In tali zone, contrariamente alle omissioni di certa storiografia, oltre alla presenza del tricolore si godeva della presenza della moneta italiana. E i soldati tedeschi per spedire la posta a conoscenti dovevano usare francobolli della RSI. Nell'Italia del Sud invece si dovette sopportare la presenza di moneta di occupazione, le AM lire, che tanto danno fecero, solo in parte rimediato dal piano Marshall del dopoguerra.
2 Ufficiale Pilota della Aeronautica Repubblicana. Questi piloti sacrificarono spesso le loro vite per difendere le città dalle incursioni dei bombardieri americani. Nonostante la loro eroica difesa, riconosciuta dagli stessi nemici, furono 55.000 gli italiani che rimasero vittime dei bombardieri "alleati". 15000 italiani invece furono vittime delle armi tedesche.
3 Ausiliarie negli effettivi della Divisione Alpina Monterosa alla quale si dovette la difesa della Valle dì'Aosta e la controffensiva in Garfagnana assieme ai Bersaglieri della Divisione Italia.
Assieme a soldati finlandesi alcuni elementi della Aeronautica Nazionale Repubblicana della Repubblica Sociale Italiana che lì combattevono. Ci furono numerosi dislocamenti delle Forze Armate della RSI: nelle basi sommergibili a Bordeaux in Francia e sul Mar Nero, i reparti nebbiogeni a Pevemunde in Germania, militi alla legazione di Tien Tsin (qui l'ultima bandiera fu ammainata, pare, nell'Ottobre 1945 con la cessazione della legazione), etc.
 
 
1 Bersagliere Volontario della Divisione Italia. La Divisione Italia fu allestita in parte con reduci recuperati da campi di prigionia tedeschi dove si erano loro malgrado trovati dopo l'8 Settembre. Ma moltissimi furono anche i giovani volontari. La Repubblica Sociale Italiana ebbe moltissimi volonatri e il suo esercito coinvolse, fra tutti i corpi circa 800.000 uomini (e donne). E' in coprso un lavoro di studio sul Volontarismo Universitario italiano da Curtatone e Montanara (risorgimentali) fino al termine della seconda guerra mondiale, passando per il Curtatone e Montanara universitari che furono impiegati nella Campagna di Etiopia. Questo studio comprende anche coloro che volontariamente "andarono in montagna" ma anche coloro che si arruolarono nei vari corpi della RSI. Quando lo studio sarà reso pubblico si dovrà per forza prendere atto del grande volontarismo che animò la RSI. 
2 Paracadutisti della Guardia Nazionale Repubblicana: il "Mazzarini", tra cui militò anche Dario Fo'. Numerosi attori conosciuti nel dopoguerra furono soldati nella Repubblica Sociale. Giorgio Albertazzi, Enrico Maria Salerno etc... E' ovvio che un esercito che arrivò a coinvolgere 800.000 effettivi toccò alla grande qualsiasi strato di popolazione. Piaccia o non piaccia questa è la verità. La RSI fu uno Stato reale con una Nazione reale. 
3 Alpino richiamato in Repubblica Sociale Italiana reduce da più campagne di guerra.  
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martedì 24 maggio 2022

I FRANCHI TIRATORI DI FIRENZE

 
TRECENTO FRANCHI TIRATORI FASCISTI, ARROCCATI SU QUATTRO SUCCESSIVE LINEE DIFENSIVE, BLOCCANO L’ AVANZATA NEMICA SU FIRENZE E RITARDANO DI DUE SETTIMANE LA TOTALE OCCUPAZIONE DEL CAPOLUOGO TOSCANO RESTANDO QUASI TUTTI UCCISI.

(Vero eroismo !  Non li dimenticheremo mai !  Restano nei nostri cuori !)


L’11 agosto 1944 Firenze venne occupata dall’invasore angloamericano perché era stata sguarnita dai nostri soldati che si stavano attestando su di una linea di fronte più a settentrione. Ma vi si resistette con caparbietà, con audacia e con onore. I franchi tiratori, immortalati anche grazie a La pelle di Curzio Malaparte, dimostrarono che la città di Pavolini, il capoluogo di quel Granducato di Toscana, come sarebbe stata definita la RSI per la grande partecipazione che la regione di Dante diede alla Repubblica, non sarebbe caduta senza colpo ferire. Centinaia di fiorentini di ambo i sessi e di tutte le età spararono dalle finestre, dai tetti, dagli angoli delle strade, inchiodando al suolo il nemico e le bande partigiane al suo seguito. Non avevano alcuna speranza di sopravvivenza perché, una volta presi, sarebbero stati fucilati. Gli ultimi soldati ad abbandonare il capoluogo toscano provarono a convincere i franchi tiratori più vicini a mettersi in salvo con loro. “La consegna – risposero – è quella di morire sul posto”. E così fecero. 

Apprendiamo con gioia che Casaggi e CasaPound Firenze hanno reso onore a questi eroi e che oggi stesso sarannno deposti fiori sulle loro tombe. 
I figli e i nipoti della vergogna sono invece insorti perché non vorrebbero affatto che quel fulgido esempio venisse ricordato: la grandezza è mal sopportata, e con astio, dai piccoli e dai mediocri. 
Il generale Alexander già a suo tempo aveva risposto in modo più che esauriente a questi infelici. “La città italiana che preferisco? Firenze. Perché lì gli italiani ci hanno accolti sparandoci addosso”. 


Giovani che si opposero dai tetti della città all’avanzata delle truppe americane e che avevano aderito alla RSI solo per una questione ideale e per salvaguardare l’onore dell’Italia già gravemente macchiato dall’onta dell’8 settembre 1943. Una scelta disinteressata, spesso presa nella consapevolezza che avrebbe significato morte certa, a guerra ormai irrimediabilmente compromessa. Una scelta coraggiosa che dall’altra parte della Linea Gotica avevano fatto soltanto quegli antifascisti della prim’ora, che avevano scelto di opporsi al Regime Fascista nel momento di suo massimo splendore ed ai quali si aggiunse poi un’ondata di antifascisti dell’ultim’ora a cose ormai fatte, composta per lo più da persone che, magari, fino al 24 luglio 1943 salutavano festanti ed a braccia tese nel corso delle adunate fasciste.


I giovani fascisti assassinati davanti alla Chiesa di Santa Maria Novella ebbero il compito di bloccare le truppe anglosassoni alle porte della città lasciando il tempo ai reparti della RSI e dell’esercito tedesco di assestarsi sulle colline a nord di Firenze. Un compito ingrato perché era chiaro che nessuno di loro avrebbe avuto via di fuga. Un sacrificio che se non fosse stato per Curzio Malaparte sarebbe totalmente passato inosservato e che, comunque, è caduto per decenni nell’oblio che la storia riserva ai vinti. Al di là delle questioni ideologiche e di parte abbiamo ritenuto che sia un dovere mantenere la memoria di persone capaci di sacrificare la propria vita per un ideale che ritenevano giusto e per l’onore della propria Nazione. 

CADAVERI DI ALCUNI FRANCHI TIRATORI FUCILATI 
SUL SAGRATO DI SANTA MARIA NOVELLA

I FUCILATI DI FIRENZE (da LA PELLE di Curzio Malaparte) 

I ragazzi seduti sui gradini di S. Maria Novella, la piccola folla di curiosi raccolta intorno all’obelisco, il capo partigiano a cavalcioni dello sgabello ai piedi della scalinata della chiesa, coi gomiti appoggiati sul tavolino di ferro preso a qualche caffè della piazza,la squadra di  partigiani comunisti ,armati di mitra e allineati sul sagrato davanti ai cadaveri distesi alla rinfusa l’uno sull’altro, parevano dipinti da Masaccio nell’intonaco dell’aria grigia. Illuminati a picco dalla luce di gesso sporco che cadeva dal cielo nuvoloso, tutti tacevano, immoti, il viso rivolto tutti dalla stessa parte. Un filo di sangue colava giù per gli scalini di marmo. 

I fascisti seduti sulla gradinata della chiesa erano ragazzi di quindici o sedici anni, dai capelli liberi sulla fronte alta, gli occhi neri e vivi nel lungo volto pallido. Il più giovane, vestito di una maglia nera e di un paio di calzoni corti, che gli lasciavano nude le gambe dagli stinchi magri, era quasi un bambino. 

C’era anche una ragazza fra loro: giovanissima, nera d’occhi, e dai capelli, sciolti sulle spalle, di quel biondo scuro che s’incontra spesso in Toscana fra le donne del popolo, sedeva col viso riverso, mirando le nuvole d’estate sui tetti di Firenze lustri di pioggia, quel cielo pesante e gessoso, e qua e là screpolato, simile ai cieli del Masaccio negli affreschi del Carmine. 

Quando avemmo udito gli spari, eravamo a metà via della Scala, presso gli Orti Oricellari. Sboccati sulla piazza, eravamo andati a fermarci ai piedi della gradinata di Santa Maria Novella, alle spalle del partigiano seduto davanti al tavolino di ferro. 

Al cigolio dei freni delle due jeep, il partigiano non si mosse, non si voltò. Ma dopo un istante tese il dito verso uno di quei ragazzi, e disse: 

– Tocca a te. Come ti chiami? 

– Oggi tocca a me – disse il ragazzo alzandosi – ma un giorno o laltro toccherà a lei. 

– Come ti chiami ? 

– Mi chiamo come mi pare… 

– O che gli rispondi a fare a quel muso di bischero, gli disse un suo compagno seduto accanto a lui. 

– Gli rispondo per insegnargli l’educazione, a quel coso – rispose il ragazzo, asciugandosi col dorso della mano la fronte madida di sudore. Era pallido, e gli tremavano le labbra. Ma rideva, con aria spavalda guardando fisso il capoccia partigiano. 

A un tratto i ragazzi presero a parlar fra loro ridendo. 

Parlavano con l’accento popolano di San Frediano, di Santa Croce, di Palazzolo. 

il capoccia partigiano alzò la testa e disse: 

– Fa presto. Non mi far perdere tempo. Tocca a te. 

– Se gli è per non farle perdere tempo – disse il ragazzo con voce di scherno – mi sbrigo subito – 

E scavalcati i compagni andò a mettersi davanti ai partigiani armati di mitra, accanto al mucchio di cadaveri, proprio in mezzo alla pozza di sangue che si allargava sul pavimento di marmo del sagrato. 

– Bada di non sporcarti le scarpe ! – gli gridò uno dei suoi camerati, e tutti si misero a ridere. 

Ma in quell’istante il ragazzo gridò: – Viva Mussolini ! – e cadde crivellato di colpi .



11 Agosto 1944,  Gli inglesi ed i partigiani del C.T.L.N. entrano vittoriosi nel capoluogo toscano dopo un mese di combattimenti. Combattimenti che Churchill ed i tedeschi avrebbero volentieri evitato, ma che invece vollero ad ogni costo i partigiani. Ma durante la “battaglia di Firenze” emerse un nuovo originale fenomeno, quello dei cosiddetti “franchi tiratori”, per molti organizzati da Alessandro Pavolini in persona, per altri autentico “fenomeno” popolare voluto da quei ragazzi che, impossibilitati ad arruolarsi nelle milizie della RSI per motivi anagrafici (i più avevano tra 14 e 16 anni), scelsero un modo tutto loro per contribuire a difendere la loro Firenze e l’idea sotto la quale erano nati e cresciuti. Che abbiano combattuto dalla parte sbagliata? Può darsi… Ma questo non può servire a definire questi baby-martiri dei “terroristi”, come la storia dei vincitori ha fatto fino ad oggi. Ecco perchè, nella speranza di una sempre più auspicabile pacificazione nazionale, è giusto ricordare anche questi martiri delle guerra più sanguinosa della storia. 



I tedeschi avrebbero voluto dichiarare Firenze “città aperta” e questo andava bene anche al primo ministro britannico Winston Churchill che si era detto pronto a fare di tutto pur di “distruggere Firenze il meno possibile”. La bellezza della nostra città infatti non era seconda neppure alla guerra. Ed anche gli uomini ormai assetati solo di sangue che si trovavano a scrivere il destino delle ultime drammatiche ore della guerra più sanguinosa della storia, non potevano restare immuni di fronte a tanta bellezza. 


E questa decisione del C.T.L.N., che indubbiamente aveva i propri obiettivi (occupare le sedi istituzionali prima degli inglesi), fece sì che anche Firenze vivesse una propria battaglia culminata nella giornata dell’11 agosto quando si stima, caddero quasi 700 fiorentini, tra civili, partigiani e militari. Una tragedia che forse si sarebbe potuta ampiamente evitare. Ma la storia non la si racconta con i “se” e con i “ma” e questo è quanto accadde. 
Ma Firenze in quei giorni si distinse anche per un “fenomeno” assolutamente anomalo ed originale. Mano a mano che i partigiani e le orde anglamericane avanzavano nella conquista di Firenze ed i tedeschi si ritiravano verso nord, emerse una nuova forma di “resistenza” tutta fiorentina con la quale partigiani e nemici dovettero fare i conti. 

Molti ragazzini, di età compresa tra 14 e 18 anni, nati e cresciuti sotto il regime fascista chiesero, venendo rifiutati logicamente, di poter aderire ai reparti militari della RSI per difendere Mussolini fino alla fine. Non ci dimentichiamo che Firenze era la città di Alessandro Pavolini, giovanissimo Podestà prima e Segretario Nazionale del Partito Fascista Repubblicano, nonchè capo delle Brigate Nere, poi, autentico mito per i giovanissimi formatisi nelle scuole fasciste. 
E questi bambini (perchè quello si era a 14 o 15 anni ad inizio secolo) che non poterono seguire Pavolini e Mussolini a Salò decisero di dare il proprio contributo alla causa alla loro maniera ed imbracciato un fucile (spesso recuperato dal cadavere di qualche soldato o di qualche partigiano trovato nelle campagne attorno a Firenze) si assieparono sui tetti dei palazzi di Firenze in attesa che partigiani e NEMICI USA entrassero in città per poi sparargli addosso con l’obiettivo, tanto folle quanto assurdo, di difendere il capoluogo toscano. Furono i cosiddetti “Franchi Tiratori” ai quali lo storico gruppo musicale degli Amici del Vento, a suo tempo, aveva dedicato l’omonima ballata. 

Su questi ragazzi, simili per certi versi agli adolescenti che difesero Berlino nelle drammatiche ore della caduta del Reich, tanto è stato detto e scritto, ma purtroppo quasi sempre con l’occhio dei vincitori. Si è parlato di loro come di “terroristi” o come di assassini. Si è detto che fossero squadracce organizzate da Pavolini in persona ed addestrate ad uccidere da grande distanza. Si è detto addirittura che alcuni di loro fossero provenienti da reparti in rotta di Waffen-SS. Quanto di questo sia vero e quanto frutto di fantasia non si può stabilire. Una cosa è certa, l’età di questi ragazzi e la loro provenienza: tutti o quasi fiorentini, figli del popolo, di età compresa tra 14 e 18 anni, con qualche picco oltre i 20. Quando venivano catturati nessuno mosse loro un dito a pietà. Nessuno si commosse per la giovanissima età. catturati venivano consegnati nelle mani del C.T.L.N. che, etichettandoli appunto come “terroristi” o come “uomini di Pavolini”, non indugiava a passargli per le armi. 
Furono le giornate del 10 agosto e dell’11 agosto le più sanguinose. Decine e decine di giovanissimi incolonnati per le vie di Firenze (qualcuno ebbe a dire che “parevano gite di scolari forestieri venuti a vedere le bellezze di Firenze…”) venivano condotti dai partigiani nei luoghi dove sarebbero poi andate in scena le esecuzioni. ASSASSINATI. Quattordici o trent’anni in quel momento era uguale. L’umana pietà aveva lasciato ormai posto soltanto all’odio e alla sete di vendetta. 


I BOMBARDAMENTI DEI NEMICI AMERICANI NON HANNO NEMMENO PRESO  
NELLA PIU’ LONTANA  CONSIDERAZIONE
L’ IDEA DI CONSIDERARE FIRENZE UNA PURA E SEMPLICE CITTA’ D’ ARTE. 
NELLA FOTO IL CENTRO DI FIRENZE VISTO DA PONTE VECCHIO

4 AGOSTO 1944- PER IMPEDIRE ALLE TRUPPE ALLEATE L’ OCCUPAZIONE 
DI FIRENZE VENGONO FATTI SALTARE I PONTI

19 AGOSTO 1944 – PASSERELLA DI FORTUNA SULL’ ARNO

13 AGOSTO 1944 – IL CENTRO DI FIRENZE

12 AGOSTO 1944 FRANCHI TIRATORI ITALIANI
ASSERRAGLIATI UN PO’ DOVUNQUE IN CITTA’
14 AGOSTO 1944 –CRIMINALI PARTIGIANI RASTRELLANO I QUARTIERI DOVE SONO
ASSERRAGLIATI I FRANCHI TIRATORI ITALIANI




SETTEMBRE 1944 – LA CACCIA AI FASCISTI : 
LA MOGLIE E LA FIGLIA DI UN FASCISTA
VENGONO CONDOTTE IN GIRO PER LA CITTA’


SETTEMBRE 1944 – PARTIGIANI CHE TRASCINANO 
UNA DONNA SCALZA ACCUSATA DI APPARTENERE AL FASCIO

VALDARNO (FIRENZE) LUGLIO 1944

UNA DONNA ISCRITTA AL PARTITO FASCISTA VIENE COSTRETTA DAI BANDITI PARTIGIANI A CIRCOLARE NUDA PER LE VIE 

                                                                                                                                          

http://ifranchitiratoridifirenze.blogspot.it/

Aggiunto da SOCIALE

“Firenze non cede”. Agosto 1944: i franchi tiratori

sabato 14 maggio 2022

IL PREMIO STREGA

IL PREMIO STREGA 2018


Ho da poco letto il libro intitolato “La ragazza con la Leica”, scritto da Helena Janeczwek, vincitrice del Premio Strega 2018.
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Il volto della disinformazione letteraria
Francamente, mi è apparso fin dalle prime pagine del prologo, come la riproposizione di un ennesimo trito e ritrito rigurgito di antifascismo, accompagnato per contro, come se ciò fosse una prerogativa simbiotica, dall’immancabile apoteosi del comunismo e del fenomeno rivoluzionario.
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L’ambientazione del romanzo è datata, all'inizio, nel 1936, in una Spagna che si sta armando contro il fascismo, appunto, e ciò, alla luce dei tanti libri mai scritti sul gulag e sui milioni di morti ammazzati dal comunismo, sembra quanto meno anacronistico, se non addirittura compiacente con la tendenza pseudo intellettuale delle sinistre odierne, allineate a stereotipi disinformativi ben delineati.
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Nel prologo, la figura dell’operaia che tiene il fucile tra le gambe, e la coppia ridente (sempre armata di fucile), vogliono simboleggiare una tendenza che sempre più, oggi, appare come l’estremo tentativo di resuscitare fantasmi del passato; un passato che con la scusa dell’antifascismo crea un alibi all’imposizione di immediate riproposizioni di un comunismo e di un marxismo beceri e mai morti, sopiti ma sempre pronti a ripresentare i mille volti di odio e disperazione di cui sono l'essenza, e che li contraddistingue.
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Nei dialoghi fra i protagonisti del romanzo appaiono fin dalle prime pagine i riferimenti a Marx, a Lenin, e a Rosa Luxemburg, proposti (anzi imposti) in chiave positiva, come a voler sbilanciare il lettore verso posizioni di riferimento obbligate, verso un binario da percorrere che si dirige nella direzione prefissata, mentre i riferimenti a Mussolini e al fascismo ne sono il corollario di contrasto.
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Un libro, questo, la cui pianificazione politica segue costantemente un filo apertamente marxista, con i suoi riferimenti a Mosca e a Lenin, omettendo accuratamente di accennare, neppure minimamente, ai tanti milioni di disperati uccisi proprio in nome del comunismo stesso e dei suoi leader.
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Ogni tanto è riproposta una enfasi anacronistica che rispunta con impazienza rivoluzionaria, accuratamente costruita e artefatta, che priva il lettore di una flluidità narrativa omogenea e interessante, svilendo la trama stessa del racconto e declassandolo a mera propaganda politica.
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Non mancano i riferimenti che si affacciano alla diaspora ebraica e alle migrazioni nella Francia non ancora occupata dai nazisti, senza però accennare  mai, neppure minimamente (lo schema disinformativo si ripete), al fatto che mentre Hitler da un lato iniziava ad emanare leggi razziali contro gli ebrei, dall’altro Stalin e Lenin ne avevano già ammazzati a centinaia di migliaia, sia direttamente con le deportazioni, che indirettamente con l’organizzazione di pogrom (1) in tutti i territori soggetti all’influenza bolscevica.
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L’essenza della disinformazione comunista di cui è impregnata l’evoluzione  della narrativa stessa, impone all’autore di questo libro di proporre Gerda, la ragazza con la Leica, nei panni di demagogica crocerossina,  impegnata a immortalare scene e visioni di umanità sofferenti, di vittime di bombardamenti, di uomini nudi coperti da lenzuola insanguinate.
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Le prime 80 pagine del romanzo seguono il tracciato sopra descritto, insistendo ancora sulla tragica scomparsa di Gerda, morta sì per un incidente stupido e crudele, ma pur sempre in una guerra che, con le sue immagini, voleva vincere la lotta contro il fascismo.
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Le riflessioni del protagonista, il Dottor Chardack, spaziano da un lato verso  considerazioni sulla sua stessa figura di ebreo anomalo, non legato alle tradizioni religiose, svincolato da imposizioni etniche e calato in un ruolo di scienziato e illuminista, che pare osservare con distacco l’evolversi delle situazioni che lo circondano, mentre dall’altro rivivono una malinconica serie di rimembranze, di ricordi, di fatti ed episodi di vita vissuta, in perenne afflato con Gerda, su cui il protagonista tenta di lasciare una impronta indelebile, prodromica ad una auspicata quanto improbabile simbiosi.
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Fanno  da corollario i ricordi della gioventù studentesca trascorsa a Lipsia, poi a Parigi, dai quali emerge, caso mai ce ne fosse bisogno, l’impellenza di ribadire un modus vivendi fuori dalle righe e dall’ordinario, alla giornata, magari supportato da furtarelli quotidiani e da una concezione della vita refrattaria a imposizioni di qualunque tipo, di tipo bohemien.
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Non manca, nuovamente, il tentativo di fagocitare il lettore verso tesi che l’autrice vorrebbe universalizzare, ma che in realtà esprimono invece (in una platea culturalmente preparata) una concatenazione di sentimenti avversi a tale tentativo.
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La morte di Gerda viene infatti presentata come l’estremo sacrificio di una martire, avvolta nella bandiera rossa, che ha perso la sua vita in difesa di un valore universale a cui l’intera umanità fa riferimento, e da cui ne dipende il futuro stesso.
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Il saluto con il pugno chiuso e le processioni rosse delle manifestazioni, così come le ipotesi rivoluzionaire, non potevano certo mancare in questa farsesca rappresentazione che pare uscita da un melodramma di infima categoria, e che tratteggia molto bene l’universo della feccia comunista.
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Le istantanee scattate da Gerda e da tutti i suoi colleghi fotografi pseudo rivoluzionari, sebbene presentati al lettore come campioni di antifascismo e come depositari di un turbamento ideale che solo la fotografia può trasmettere,  in realtà esprimono una bassezza culturale, ideologica, e morale, che trascende da un manipolato entusiamo e sfocia in un complice asservimento ai dictat del comunismo.
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Mancano infatti in tutta l’opera dell’autrice i riferimenti, noti ma tenuti nascosti, alle tragiche vicende dell’intero popolo russo, anch’esso asservito con la violenza agli stessi dictat a cui Gerda e i suoi amici si prostrano con entusiasmo.
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Una normale divagazione avrebbe consentito, mediante un approccio contestuale quanto doveroso, di affermare di fronte al lettore una propria verginità ideologica, non assuefatta a logiche di partito, che raccontasse anche le miserie dell’universo comunista, appunto.
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L’autrice ha invece deliberatamente omesso qualsiasi riferimento di tipo critico,  enfatizzando con perseveranza un avanguardismo rivoluzionario condito da spaccati di vita che definire insulsi sarebbe eufemistico.
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Il banditismo nazista nei confronti degli ebrei, così come i saccheggi, gli interrogatori e la prigione, a loro riservata, non hanno ragione di Gerda, che  nel romanzo viene quindi considerata, ad un certo punto, come una creatura di  un mondo a parte.
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Questa divagazione, ricorda un’opera dello scrittore polacco Gustaw Herling,  intitolata “Un mondo a parte”, in cui l’autore racconta la sua deportazione nei gelidi gulag siberiani, dove fu costretto a vivere a temperature di 40 gradi sotto zero.

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Quello di Herling è veramente “un mondo a parte”, e il solo accostamento seppur lessicale dell’autrice ad una realtà così devastante come quella effettiva e reale del comunismo, senza però citarlo ma anzi nascondendolo, diventa offensivo per qualsiasi lettore che abbia un minimo di conoscenza dell’argomento.
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Tutta l’opera, se così si può chiamare, è una mistificazione che compare sulla scena letteraria in un particolare momento storico-politico, quello odierno, in cui la sinistra soffoca, strangolata dall’espandersi delle sue stesse millanterie.
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Fa molto comodo alle sinistre il poter disporre di schiere di pseudo intellettuali, come l’autrice, appunto, pronti a ripetere l’esperimento già riuscito e attuato in passato con la diffusione dell’opera “il diario di Anna Frank”.
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Risvegliare sentimenti particolari, facendo leva su emozioni ancestrali, è uno dei metodi adottati dalla disinformazione comunista oramai da decenni, parallelamente all'opera di omissione, di mistificazione, e di annientamento di altre importanti realtà, volutamente celate e rese inaccessibili per lungo tempo.
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Il romanzo vincitore del Premio Strega 2018 appare proprio così, come il prodotto di un autrice che ci impone un remaking dal sapore nauseabondo e sicuramente disprezzabile, grottesco, e partigiano.
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La trama, confusa e priva di fluidità, sembra solo un mezzo per trainare il vero scopo della proposta letteraria, finalizzata all’enfatizzazione del comunismo e della rivoluzione.
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L’anacronismo e la doppiezza sono quindi elementi intrinsecamente riscontrabili in tutto lo svolgersi dell’opera, da cui traspare uno stillicidio di manovre propagandistiche, celate nella cosiddetta trama narrativa, che offendono l’intelligenza del lettore.
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Anche quando l’ambientazione del romanzo si sposta avanti nel tempo, fino al 1960, l’autrice, non paga della sua incessante propaganda, continua imperterrita a riproporre rimembranze della guerra di Spagna, evocando giovani “compagni” assuefatti all’ideologia comunista, alla loro determinazione, fino all’uso delle armi, e all’immancabile Gerda che ne immortala l’enfasi ideologica con la sua Leica.
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Stucchevole nella sostanza e statico nella sua essenza, ripetitivo e incompleto, il romanzo propone solo ciò che all'autrice fa comodo proporre, e cioè la propaganda sinistroide, senza sapere che oggi Internet ci permette di conoscere la verità e di rifiutare le imposizion stereotipate fino ad oggi proposte dalla disinformazione comunista o post-tale, come appunto quest’opera.
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La parte finale del libro è illeggibile ...
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Si passa da considerazioni appena tratteggiate, ma costanti, su ostaggi trattenuti dai nazisti durante la guerra, ad evocazioni di partigiani catturati e deportati, per disquisire poi di sfilate del Ventennio, di Legione straniera, di Buchenwald, di DDR, di comunismo, interpretando così una sorta di attivismo letterario, di volantinaggio virtuale, di percorso finalizzato alla creazione di un fronte unitario della sinistra, rispolverando i fantasmi del passato.
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L’apice della menzogna nel romanzo si raggiunge quando l'autrice accenna a quei comunisti che da Lipsia si rifugiarono in Russia per sfuggire alle persecuzioni naziste.
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L’autrice afferma che di questo universo di persone emigrate e mai più riviste, molte furono uccise dall’artiglio del grande freddo artico mentre altri divennero preda di assassini, ladri e sfruttatori, negando così palesemente la responsabilità accertata del Partito comunista russo nella morte di centinaia di migliaia di vittime innocenti.
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Non paga l’autrice dà sfogo al suo estro disinformatore raccontando fatti di cronaca italiani avulsi da un contesto più generale, allo scopo di enfatizzare quella che per lei è la abbiano giusta lotta dei compagni comunisti.
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Da una autrice ebrea mi sarei aspettato una conformità storica disgiunta da condizionamenti di parte, e una narrazione meno partitica, obiettiva ed universale, ma pare che l’ebrasimo letterario oggi sia restio a condannare il comunismo, nonostante le sue indubbie crudeltà, i genocidi su base etnica, culturale, religiosa, e politica.
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E’ anche vero il fatto che, nonostante l'effettiva realtà che le persecuzioni del comunismo russo verso gli ebrei abbiano prodotto molte vittime innocenti, i seguaci della Stella di David costituirono il nucleo centrale del potere comunista stesso.
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I maggiori gerarchi comunisti, descritti come feroci e spietati assassini erano infatti ebrei, ma questo pare non interessare alla vincitrice del Premio Strega 2018.
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Suggerisco ai lettori del presente articolo, e a coloro che cercano una piena soddisfazione in ambito storico-culturale, di scegliere opere letterarie obiettive e scevre da condizionamenti partitici, che possano dare l’esatta dimensione di fenomeni politici narrati senza manipolazioni evidenti.
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A questo scopo, accludo il link al sito che ho creato per indicare e proporre gli scrittori e gli intellettuali che, con il loro minuzioso lavoro di ricerca e di indagine, propongono argomenti fino ad oggi nascosti o falsati dalla disinformazione comunista.
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Note :
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(1) Pogrom : il termine è di derivazione russa e significa devastazione.
Indica le sommosse popolari antisemite (contro le comunità ebraiche), iniziate nella russia zarista già nel 1881, che provocarono massacri e saccheggi.
Spesso i pogrom erano fomentati dalle autorità.
I massacri di ebrei si registrano fin dal 1066, a Granada (Spagna), ma anche in Inghilterra (1189-1190), in Francia e Germania (1348-1351), in Poloni e Ucraina (1648).
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Dissenso