giovedì 15 aprile 2021

25 APRILE: LA FESTA DEI TRADITORI !

25 aprile: la festa dei traditori
                                             LUTTO NAZIONALE


Per tutti i lutti, per tutti i tradimenti, per tutte le vigliaccate contro l'Italia e contro il Popolo italiano dobbiamo ricordare chi eravamo e chi siamo adesso.
Dall'8 settembre del 1943 veniamo governati da un branco di codardi, di fanatici e di venduti che si sono schierati dalla parte dei nostri peggiori nemici, dalla parte degli invasori massoni ed ebrei: “Alleati” di Rothschild in America e nel Regno Unito. L'Italia fascista aveva eliminato la fame e la disoccupazione. (Lavori pubblici, strade e ferrovie ricevettero particolari cure dal fascismo.)
Nel ventennio mussoliniano regnava l'ordine, l'efficienza, la puntualità, la giustizia. Tutti erano orgogliosi di essere Italiani e di appartenere ad una grande nazione.
Il fascismo era e resta un grande stile di vita: Dio, Patria, Famiglia. Adora Dio, difendi la tua Patria, ama la tua Famiglia e il tuo Popolo.
Solo un grande genio come Mussolini aveva saputo unire davvero gli italiani e far dimenticare i crimini che avevano portato gli Stati italiani alla falsa ed ipocrita unità nel 1861. Venti anni di benessere, venti anni di grandezza, venti anni di fascismo e di totale sovranità prima che si arrivasse a quel fatidico 8 settembre del 1943, in cui la Patria morì, grazie al tradimento del generale Pietro Badoglio, che ci consegnò agli invasori anglo-americani. Invasori che sotto la regia del potere ebraico massonico rothschildiano ritornavano ad essere di nuovo i padroni dell'Italia dopo la pausa del ventennio.
Cessava la libertà per il Popolo italiano ed iniziava la tirannia massonica. L'Italia divenne colonia, con numerose basi militari straniere piazzate in tutte le zone della penisola e delle isole; perdette ogni tipo di sovranità e molti territori di lingua e di cultura italiana passarono allo straniero. L'occupazione fu chiamata “liberazione” e l'usurpazione fu chiamata “democrazia”. Iniziarono i massacri e la caccia ai fascisti da parte di partigiani, che si schierarono dalla parte degli invasori. Centinaia di migliaia di persone innocenti furono massacrate, infoibate, violentate ed uccise. Informati su tutto quello che ci è stato taciuto.
Il 25 aprile è il giorno della nostra totale disfatta. Non c'è proprio nulla da festeggiare perché questa data ci ricorda la nostra sconfitta, grazie ad uomini miserabili che si schierarono per 30 denari dalla parte del nemico. I traditori vengono ancora oggi protetti, grazie anche al trattato di pace del 10 febbraio del 1947, firmato dal governo del miserabile Alcide De Gasperi.
Coloro che hanno voluto questo tipo falso e degenere di democrazia e che continuano a difenderla, nonostante sia un totale fallimento, sono proprio coloro che si scagliarono contro il fascismo, proprio perché il fascismo stando, non soltanto a chiacchiere, ma di fatto dalla parte del popolo italiano era veramente patriottico, democratico, popolare e socialista nel senso migliore dei termini. La maggior parte dei Partigiani e dei cosiddetti antifascisti, condizionati, corrotti e manovrati dalla Criminale ed Infernale Cabala Ebraica e Massonica di Rothschild, al di là della loro iniziale mascheratura demagogica di facciata, sono da sempre contro ogni tipo di vera libertà, di vera giustizia e di vera intelligenza che sfugga al loro feroce e tirannico controllo. La vera bellezza, la giustizia, l'ordine, la sana disciplina, l'armoniosa arte, il positivo libero pensiero in seno al popolo ed a favore del popolo, sono stati sempre combattuti da costoro che, facendo tabula rasa, distruggendo la vera arte ed il giusto ordine in mezzo al popolo propagandano una effimera, pervertita, distruttiva ed autodistruttiva falsa libertà, che altro non sarebbe che la premessa e l’avvio verso la decadenza, lo sfruttamento e la schiavitù del popolo. La falsa democrazia rothschildiana, nata proprio con l’uccisione dell'Italia come nazione cristiana e sovrana, è il trionfo di esseri criminali, parassiti e distruttori che dal 1943 si sono impadroniti dell'Italia. Il trionfo di questa falsa democrazia consiste appunto nella sconfitta dell'Italianità e della Cristianità, ed è il potere degli ignoranti e degli idioti, ma soprattutto dei malvagi, ipocriti, bugiardi ed assassini che vogliono convincerci e costringerci a festeggiare per il 25 aprile la sconfitta della nostra Patria come se fosse la nostra “liberazione”.
Questa congrega di ignoranti e di vigliacchi ci impone dal 1948 una costituzione truffa, demagogica e antitaliana, senza nessuna sovranità. L'antifascismo su cui si basa la “costituzione” dei Patrigni costituzionali è l'adorazione, la canonizzazione e l'esaltazione dell'imbecillità e della malafede. Incompetenza, vigliaccheria, tradimento, nullità, ingiustizia, inefficacia sono le armi di questi idioti cretini che (mal)governano l'Italia e che per sopravvivere alla loro becera ignoranza seminano odio in seno al popolo italiano. Si nutrono di acredine e ripetono da 75 anni di essere antifascisti. Essi infatti si nutrono e prosperano proprio grazie al disordine, alla confusione ed al caos che riescono a creare nelle nostre famiglie e nella mente di ciascuno di noi, ripetendo continuamente da 75 anni e fino all’ossessione ed alla follia più completa, l’assurdità diabolicamente falsa e criminale che bisogna “essere antifascisti ed antinazionalsocialisti”...
Come se l'antifascismo fosse una virtù...
Il 25 aprile ci ricorda solo la nostra condanna che siamo soltanto una colonia anglo-americana rothschildiana. (Georges Rocher, Brigas d. Sila, Sal. Br.) 
Proprio perché la Storia la scrivono i vincitori in Italia si continua a festeggiare dal 25 aprile 1945 una sconfitta. Ma Noi ci dissociamo da questi festeggiamenti che ricordano solo massacri e ingiustizie.

sabato 10 aprile 2021

SERVIZIO AUSILIARIO FEMMINILE

 

SERVIZIO AUSILIARIO FEMMINILE – Associazione Combattenti decima flottiglia MAS


Il decreto legge che ha consentito alle donne d’intraprendere la carriera militare nelle Forze Armate della Repubblica Sociale Italiana, ha avuto un gran risalto in questi ultimi tempi, ma i mass media hanno tralasciato di menzionare il Servizio Ausiliario Femminile durante la seconda guerra mondiale.

Questo è un fenomeno rimasto unico nella nostra storia, e accadde nell’ultimo periodo del secondo conflitto mondiale, quando le truppe angloamericane risalivano la penisola italiana.

Ad eccezione delle crocerossine e delle “vivandiere”, impiegate già durante la Grande Guerra, non esistevano precedenti con donne in mezzo ai soldati.

Nel nostro paese, fin dall’inizio della guerra, l’apporto femminile era limitato a quelle mansioni da sempre ritenute più adatte al gentil sesso: visite ai feriti negli ospedali militari, confezione d’indumenti e pacchi dono per i soldati, attività di sostegno morale per i combattenti, per il più esplicata in forma epistolare (lettere) dalle cosiddette “madrine di guerra”.

Le donne, nate e cresciute durante il ventennio fascista, si sentivano preparate ad affrontare prove più impegnative, e parecchie di loro, soffrivano di questa non parità con gli uomini che combattevano per la Patria. Fin da bambine avevano militato nelle organizzazioni civili delle Figlie della Lupa e Piccole Italiane, apprendendo il senso del dovere, del sacrificio, della disciplina ma soprattutto dell’amor di patria. I disagi della guerra (il razionamento dei viveri, le restrizioni di vario genere, l’oscuramento, i frequenti bombardamenti) avevano contribuito a temprarle, rendendole consapevoli di vivere un gran momento storico. 



DOPO L’8 SETTEMBRE

Dopo l’8 settembre 1943, quando fu annunciato l’armistizio e fu chiaro il tradimento della Monarchia Sabauda e di Badoglio nei confronti dell’alleato germanico, in molte giovani esplose vivissima l’indignazione che alimentò quel fermento patriottico, incanalandolo verso una più concreta forma di ribellione e di partecipazione alla difesa della nostra Patria. L’adesione al ricostituito governo di Mussolini fu entusiastica ed immediata.

Durante la Repubblica Sociale Italiana, le future ausiliarie non si sentivano più paghe nel ruolo d’appassionate assistenti, che offrivano ai soldati soltanto un aiuto morale.

Spetta al Ministro Segretario del P.F.R., Alessandro Pavolini, il merito di aver favorito l’attuazione di un Servizio Ausiliario Femminile e di aver scelto per realizzarlo nel più breve tempo possibile una donna di comprovata esperienza, Piera Gatteschi Fondelli, Ispettrice Nazionale dei Fasci Femminili.

Non c’erano precedenti, il S.A.F. era tutto da inventare, eppure Piera Gatteschi (Comandante Generale, unica donna col grado equiparato a Generale di Brigata), avvalendosi delle proprie notevoli capacità e circondandosi di collaboratrici più che valide, riesce in breve e nelle condizioni eccezionali dovute allo stato di guerra, a dar vita ad un corpo che lo stesso Pavolini definiva “una delle istituzioni più serie ed utili fra tutte quelle che abbiamo”.

Piera Gatteschi nasce a Pioppi in Toscana all’inizio del Novecento. Suo padre muore prima della sua nascita; si trasferisce a Roma con la mamma alla vigilia della Grande Guerra. Le vicende del dopoguerra la coinvolgono a tal punto che, fin dal 1921, s’iscrive al Fascio di Combattimento di Roma; il 19 ottobre 1922 prende parte al congresso che si svolge a Napoli e il 28 ottobre la ventenne Piera è a capo di un gruppetto di venti donne che formano la “squadra d’onore di scorta al gagliardetto” e con loro partecipa alla Marcia su Roma. Le sue doti organizzative la portano a diventare ispettrice della Federazione dell’Urbe, occupandosi dell’Opera Nazionale Maternità e Infanzia, della Croce Rossa, delle colonie estive.


Nel 1936 parte per l’Africa con l’ingegner Mario Gatteschi che ha sposato e che dirige i lavori della Strada Assab-Addis Abeba. Tre anni dopo, quando rientra in Italia, Mussolini la nomina Fiduciaria dei Fasci Femminili dell’Urbe che conta 150.000 iscritte. Nel 1940 diventa Ispettrice Nazionale del Partito. Caduto il fascismo, Piera si rifugia dai suoceri nel Casentino, mentre il marito, tornato in Africa come combattente, è in Kenia prigioniero degli inglesi. Quando viene informata che Mussolini è stato liberato e ha fondato la Repubblica Sociale Italiana nel Nord, Piera Matteschi si trasferisce a Brescia e avvia una nuova collaborazione con Alessandro Pavolini, il segretario del partito. Qui, alla fine del 1943, la Gatteschi manifesta al Duce il desiderio delle donne fasciste di avere un ruolo più incisivo nella difesa del paese. Il progetto è appoggiato da Pavolini e accettato da Graziani. Servono uomini per la guerra e le donne diventano necessarie per assisterli e per sostituirli nei tanti ruoli lontani dalla prima linea.


Il Decreto Legislativo che istituisce il S.A.F. porta la data del 18 Aprile 1944 – XXII – n.447 ed è pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 1 agosto 1944. L’arruolamento è assolutamente volontario, numerosi i requisiti richiesti, particolarmente rigida la disciplina.
L’iniziativa mussoliniana riscosse un grande successo: presentarono domanda di arruolamento nel S.A.F. oltre 6.000 donne appartenenti ad ogni ceto sociale e provenienti da ogni parte dell’Italia: c’erano tante ragazze quasi maggiorenni, molte spose, parecchie madri. All’interno del S.A.F. ogni dipendente era soggetta alla giurisdizione penale militare. Le reclute prestavano giuramento, secondo la formula stabilita per le forze armate, in seguito erano impiegate in servizio effettivo presso i reparti di destinazione, che prendevano in forza le ausiliarie, sia amministrativamente, che disciplinarmente. Le ausiliarie erano infatti militarizzate a tutti gli effetti, i loro fogli matricolari erano regolarmente trasmessi ai distretti militari e costantemente aggiornati. Lo stipendio oscillava tra le 700 Lire del personale di concetto e le 350 Lire del personale di fatica.

Si trattava in sostanza di tre grandi filoni: il Servizio Ausiliario Femminile, le Brigate Nere e la Decima Mas, nella quale ci si poteva arruolare anche avendo solo quindici anni. La Xa Flottiglia Mas ebbe il S.A.F. autonomo da quello per l’Esercito e per la Guardia Nazionale Repubblicana; fu inquadrato alle dipendenze del Sottosegretario alla Marina da Guerra Repubblicana.

I Corsi di addestramento organizzati dal Comando generale S.A.F. di Piera Gatteschi furono sei (Italia, Roma, Brigate Nere, Giovinezza, Fiamma e 18 Aprile) ed ognuno veniva frequentato da circa trecento reclute che, preordinate alla loro missione e prestato giuramento, venivano dislocate nei Centri militari e nei Reparti per essere scelte.

II 1° corso “Italia” del 1 maggio 1944 ed il 2° “Roma” del 1 luglio durarono 48 giorni, il 3° “Brigate Nere” 65 giorni e si svolse al Lido di Venezia (presso l’Hotel Dees Bains), ma venne concluso a Como, dove si tennero poi il 4° “Giovinezza” del 5 novembre (43 giorni), il 5° “Fiamma” del 1 gennaio 1945 (58 giorni) ed il 6° “18 Aprile” del 1 marzo (48 giorni). Nel 1944 a Trieste nacque la Brigata Nera “Norma Cossetto” dal nome della studentessa di Parenzo uccisa dai partigiani jugoslavi di Tito. Le brigatiste indossavano la camicia nera con un teschio sul petto.

Non essendo possibile per motivi logistici far frequentare a tutte le volontarie i Corsi Nazionali, vennero attivati numerosi Corsi Provinciali nelle città in cui esse già prestavano servizio. Contemporaneamente ai corsi di Venezia, l’Opera Ballila – di cui era a capo il Generale Renato Ricci – istituì, per le ragazze non ancora diciottenni tre corsi di addestramento nazionali: uno a Noventa Vicentina (VI), uno a Castiglione Olona (VA) e il terzo a Milano. Un corso si era tenuto anche a Moncalieri (TO), su istanza della professoressa Anna Maria Bardia, un corso per volontarie che vennero impiegate presso la Guardia Nazionale Repubblicana (G.N.R.) di Frontiera, la cosiddetta “Confinaria”.

Anche la formazione militare comandata dal Principe Junio Valerio Borghese, la DECIMA MAS, ebbe a fianco un nutrito drappello di volontarie.

Nella caserma S. Bartolomeo di La Spezia, il S.A.F. della Decima (1° marzo 1944) anticipò di cinquanta giorni l’istituzione legislativa del Servizio Ausiliario e, durante il periodo della R.S.I., arruolò 250 volontarie, che seguirono, a loro volta, i Corsi Autonomi di Addestramento denominati “Nettuno”, “Anzio” e “Fiumicino” che si svolsero a Sulzano (Bs), Grandola (Co) e Col di Luna (TV) con perfezionamenti nell’educazione fisica, in contegno e morale, nelle norme igieniche, di regolamento e disciplina, sino alla severità di un codice d’impegno che non consentiva deroghe. Alcuni reparti di ausiliarie (tra cui Fulmine, Nuotatori-Paracadutisti, Sagittario, Valanga e Nembo) della Decima erano armati, come nel caso del Barbarigo. Un nucleo di ausiliarie ha combattuto accanto ai marò del Battaglione Lupo per contrastare a Nettuno l’avanzata delle truppe anglo-americane che erano sbarcate ad Anzio.

Il Comandante Valerio Borghese designò alla sua guida Fede Arnaud Pocek (veneziana, classe 1921). Nel 1943 Fede Arnaud era già responsabile del settore sportivo femminile del G.U.F. (Gruppi Universitari Fascisti). Il 19 luglio di quell’anno si verificò il primo bombardamento di Roma che colpì, a San Lorenzo, case popolari intensamente abitate mietendo molte vittime. Fede Arnaud prese la direzione delle operazioni, ed organizzò i primi soccorsi trascinando con l’esempio gli uomini storditi ed esitanti. Instancabile ed efficiente, senza soste, partecipò, guidandolo, al lavoro di sterro per recupero di morti e feriti con grave rischio di crolli; ottenne e distribuì i primi aiuti stimolando capacità di resistenza e speranza nei sopravvissuti sconvolti dal dolore per i cari scomparsi ed i poveri beni perduti.

Fede Arnaud era nella Xa Mas quando il 18 febbraio del ’44, a Cuneo, la banda partigiana di «Mauri» cattura il tenente di vascello Betti, il sottotenente di vascello Cencetti, il guardiamarina Federico Falangola e un marò, tutti del «Maestrale» che sta completando l’addestramento per trasferirsi – cambiando il nome in «Barbarigo» – sul fronte di Nettuno. Al comando è Umberto Bardelli che tenta di evitare lo scontro fratricida per liberare i suoi uomini: accetta la proposta di Fede Arnaud che sola, si avvia alla ricerca dei partigiani. Finalmente, in un paesetto di montagna, incontra una prostituta che accetta di accompagnarla in prossimità della loro base a condizione di non riferire la fonte dell’informazione. Localizzati i partigiani si fa catturare e condotta davanti al loro capo, esegue un perfetto saluto romano. L’uomo è Folco Lulli, un toscano sanguigno, buon attore cinematografico, che aveva lavorato con lei, allora giovane aiuto-regista, prima della guerra. Lulli non è comunista, apprezza il coraggio di Fede Arnaud, accetta il confronto delle opinioni e degli ideali e decide di rilasciare i quattro prigionieri perché raggiungano il fronte con i loro compagni.

Dopo l’armistizio, divenne funzionario del Ministero dell’Economia Corporativa. Personaggio romantico, Fede Arnaud Pocek rimase al comando fino al 26 aprile del 1945 (dopo la guerra diresse una società di doppiatori cinematografici di attori americani).

Dalla corrispondenza tra Fede Arnaud e il Comandante Borghese durante il suo esilio in Spagna e da documenti originali dell’epoca si rileva che dopo la condanna a dodici anni e la degradazione (che non può comprendere la revoca del conferimento della Medaglia d’Oro), si è tentato di distruggere la figura morale con un altro processo addebitandogli reati comuni di carattere amministrativo.

Il Presidente del Tribunale giudicante si chiamava Renato Squillante ed il Pubblico Ministero Claudio Vitalone; questi si dimetterà poi dalla Magistratura per diventare stretto collaboratore di Giulio Andreotti, Ministro della Difesa in carica il 26 agosto 1974 quando, tornate da Cadice le spoglie mortali del Comandante, impediva che venissero resi gli onori che per legge spettano alle Medaglie d’Oro al Valor Militare.

Le volontarie fasciste prestavano la loro attività “militante” negli ospedali e negli uffici, nei presidi e nelle caserme, nei posti di ristoro e nella difesa antiarea, come aerofoniste e marconiste. Pubblicavano anche un loro periodico. “Donne in grigioverde”. Seguirono le truppe al fronte e combatterono contro gli invasori anglo americani a Nettuno o sulla Linea Gotica, così come contro i partigiani titini nella Venezia Giulia. Tra i loro compiti c’era anche quello casalingo di tener in ordine e rammendare le uniformi dei combattenti. Il fascismo non voleva che si dimenticasse completamente il ruolo della donna di casa. C’era nei confronti di questo esercito femminile l’ossessione della moralità. La divisa, era realizzata con panno grezzo grigioverde per l’inverno, tela kaki per l’estate, e doveva avere la gonna a quattro centimetri sotto il ginocchio. La giacca aveva il collo come quella degli uomini e due tasche alla sahariana. Il gladio era il simbolo a cui le ausiliarie erano più attaccate. In testa portavano un basco grigioverde con la fiamma ricavata in rosso. Le calze erano lunghe e grigioverdi, il cappotto di tipo militare.

Il rispetto della disciplina era considerato fondamentale ed il Generale di Brigata Piera Gatteschi Fondelli, a cui era stato affidato il comando delle 6.000 donne, aveva personalmente elaborato un regolamento comportamentale.

Il regolamento voluto da Piera, nominata generale di brigata, è rigido: niente pantaloni, niente trucco, niente fumo, nessuna concessione al cameratismo. Era inoltre d’obbligo il “voi” che Mussolini aveva istituito in luogo del “lei”.

La Gatteschi vuole che nessuno pensi alla sue ragazze come a delle esaltate o le ritenga di facili costumi: patriottismo e moralità sono le basi su cui intende costruire la nuova realtà delle donne soldato che però vuole femminili.

Alle ausiliarie venivano affidate anche vere operazioni di sabotaggio. Molti uomini e donne di questo corpo vennero, alla fine della guerra, fucilati o condannati a morte.
Durante il corso di addestramento tenuto dai Tedeschi, si mostravano filmati, s’istruivano sulle divise del nemico, sul tipo d’armamento, sui carri armati, si allenavano agli interrogatori, a rispondere sulle false identità, si spiegava come reagire alla tortura ed alle altre sevizie e come si potesse tentare un’evasione.

Le “Volpi Argentate” era un servizio speciale di guastatori, sabotatori ed assaltatori. Il loro nome nacque dall’insegna che era posta all’ingresso del comando di reparto a Milano: Allevamento Volpi Argentate del Dottor De Santis (colonnello che comandava il servizio, vera identità Tommaso David). Uno dei loro compiti era quello d’individuare l’entità e le caratteristiche delle forze alleate, specie per quanto riguardava mezzi motorizzati e corazzati.

Le “Volpi Argentate” e gli altri reparti dove trovavano impiego le reclute Secondo il decreto firmato da Mussolini, i compiti delle ausiliarie (che dovevano essere italiane, ariane, di età fra i 18 ed i 45 anni) erano modesti: pulitrici e cuciniere, dattilografe, infermiere, telefoniste. Questo non toglieva che il loro addestramento e la loro disciplina fossero militarmente duri.

Dopo il 25 aprile 1945 il S.A.F. si sciolse, e Pavolini suggerì di distruggere tutta la documentazione per evitare vendette. Piera Matteschi cercò di mettere in salvo le sue ragazze, ma lei stessa visse in clandestinità per circa un anno, prima in un convento, poi in un manicomio. Si trasferirà successivamente in Abruzzo con il marito, nel frattempo tornato dalla prigionia; il coniuge morirà nel 1947. Negli anni Sessanta si dedicò all’organizzazione di viaggi turistici per i giovani del Movimento Sociale Italiano. Era solita leggere molto; ebbe una vasta cultura e fu appassionata di pittura. Tentò anche la gestione di un ristorante ma senza successo. E’ deceduta nel 1985.

Quante furono le ausiliarie? In un rapporto al Duce, la Comandante Gatteschi, il 28 ottobre 1944, fa presente che 1.237 si trovano già in servizio, mentre 5.500 sono in addestramento nei vari corsi provinciali. Se a queste aggiungiamo gli ultimi tre corsi nazionali, le ausiliarie della Xa MAS e delle altre formazioni autonome, si può stimare il loro numero a circa 10.000.

Mussolini aveva la massima fiducia nel Servizio Ausiliario, come testimoniano le parole rivolte alle volontarie del corso “Giovinezza”, adunate nel Castello Sforzesco di Milano il 18 Dicembre 1944, per prestare giuramento in sua presenza.

Consapevoli di essere pari a i combattenti della R.S.I., le ausiliarie ne condivisero le sorti fino all’ultimo giorno. Come gli uomini, subirono prigionia e campi di concentramento – quelle catturate dagli americani furono considerate a tutti gli effetti P.O.W. (Prisoner of War).

Com’è noto dopo il 25 aprile, a guerra finita ed armi deposte, si scatenò contro gli aderenti alla R.S.I. tutta una serie di vendette, in quelli che ormai sono definiti “i giorni dell’odio”; in proporzione al numero degli effettivi, il S.A.F. è stato il reparto che ha pagato il più alto tributo di sangue.           

L’albo d’oro delle ausiliarie si fregia di due medaglie alla memoria: una d’oro a Franca Barbier, Medaglia d’oro al Valor Militare, 20 anni, nata a Saluzzo, figlia di un colonnello degli alpini in Dalmazia, sorella di un volontario della R.S.I., uccisa con un colpo alla nuca dal comandante partigiano “Mèzard” a Champorcher (Valle d’Aosta) il 25 luglio 1944 dopo che il plotone d’esecuzione si era rifiutato di eseguire l’ordine di fuoco. Una d’argento ad Angelina Milazzo, uccisa a Garbagnate Milanese il 21 gennaio 1945 durante un attacco aereo nemico a un treno delle Ferrovie Milano Nord, mentre faceva scudo con il proprio corpo ad una giovane donna incinta. Inoltre 14 proposte di medaglie al valore. Questo per il periodo che va dall’aprile ’44 all’aprile ’45.

                                                                                                                                                    

                                                                                                                                                


venerdì 2 aprile 2021

APRILE IL MESE DELLA ''LIBERAZIONE ?''

LIBERAZIONE?

 

     La primavera del 1945, com’è ormai risaputo e accettato, fu caratterizzata dalla ferocia più disumana. Uccisioni, atroci torture, linciaggi, stupri, sadiche violenze, rapine, saccheggi.

     Prese particolarmente di mira le donne dei fascisti: madri, mogli, figlie e le ausiliarie, le eroiche volontarie che erano entrate nei ranghi militari della RSI.

     Ma uccisioni anche di sacerdoti, proprietari terrieri, imprenditori, si susseguirono per molti mesi, mentre uno Stato impotente e/o connivente lasciava fare.

      Sull’argomento è già stato scritto molto e chi volesse documentarsi, non ha che l’imbarazzo della scelta; perciò sorvolo su tante stragi a guerra finita, che hanno gettato una grondante placca di ignominia su tutto il popolo italiano[1].

     Era il frutto ineluttabile dell’odio senza limiti seminato dai rossi e dai loro complici nella guerra civile.

     Una barbara strategia, estranea alla civiltà europea, quella dei comunisti e di tanti altri antifascisti - utili e feroci idioti strumentalizzati dai primi - per conquistare  il potere  nello Stato che gli veniva regalato dal nemico angloamericano.

    Secondo quanto ammette lo storico antifascista e partigiano Giorgio Bocca: « Il terrorismo ribelle non è fatto per prevenire quello dell’occupante, ma per provocarlo, per inasprirlo. Esso è autolesionismo premeditato: cerca le ferite, le punizioni, le rappresaglie per coinvolgere gli incerti, per scavare il fosso dell’odio. E’ una pedagogia impietosa, una lezione feroce » ( sic!)[2].

     La stessa feroce strategia fu continuata metodicamente e cinicamente, con sadica efferatezza, anche e soprattutto dopo la resa delle forze fasciste.  Infatti la teoria della guerra partigiana « incarna l’ostilità assoluta, perde la distinzione tra nemico e criminale[…..] cessa non con la pace negoziata , ma con lo sterminio[…..] si svolge in base al terrorismo» .[3]

     Mi si conceda una rapida pennellata per tratteggiare il clima, assurdo fino all’alienazione, di quell’epoca.

     Voglio accennare soltanto a qualche passo del libro di Ulderico  Munzi, Donne  di Salò,[4] dove si lascia  parlare un’ausiliaria che aveva conservato la sua verginità - come si usava ancora diffusamente a quei tempi - «fino a quegli infami giorni dell’aprile-maggio 1945».

     Dopo venti, forse trenta stupri, demenzialmente annientanti, si trattava ancora della costrizione allucinante, imposta da partigiani schierati in un cortile, in orrenda coreografia, con la pretesa di farsi baciare i loro membri «penduli, flosci, colore della vinaccia» da ausiliarie e donne fasciste, o ritenute tali, costrette a schierarsi di fronte a loro in ginocchio.

     La nostra ausiliaria, spezzata nel fisico, ma immarcescibile nell’animo, ci sputò sopra. E fu subito presa ferocemente a calci, rotolata per terra a calci, fino a perdere misericordiosamente i sensi, mentre gli “eroi” continuavano ad accanirsi contro quel mucchietto di cenci inanimato.

     Ostilità assoluta.

     Ci hanno spiegato, infatti, che l’ostilità dei comunisti e degli altri utili e feroci idioti, poteva finire esclusivamente con lo sterminio. E quando non si riuscì con lo sterminio fisico, si tentò con lo sterminio morale.

     E sterminio fu, per mesi e mesi.

 

     I giovanissimi sottotenenti dell’esercito repubblicano Gino Lorenzi e Walter Tafani furono crocifissi a Mignagola  (TV) e a Cavazze (MO), e tanti altri furono crocifissi in Romagna ai portoni delle stalle; in Liguria invece, spinsero la ferocia fino a gettare fascisti ancora vivi nei forni del pane  o in enormi caldaie di acqua bollente e negli alti forni, forse ispirandosi ai più feroci episodi della rivoluzione bolscevica o agli orrendi supplizi delle persecuzioni ai martiri cristiani.

 

     E non mancarono i roghi, come avvenne, pure eccezionalmente fuori dell’area più interessata dalle stragi, a Francavilla Fontana (Brindisi), dove l’otto maggio del 1945 vennero gettati, ancora vivi  sul rogo preparato nella piazza principale del paese i due fratelli Chionna soltanto perché di fede fascista.

Vennero commemorati nel 1946, nel primo numero  del  periodico fascista  clandestino Alba di riscossa, edito a

Cisternino (BR).[5]

 

     In provincia di Ferrara la famigerata banda di Portoverrara nel maggio 1945 assassinò tre uomini dopo averli evirati, aver loro strappate le unghie, i denti e spezzata la spina dorsale; un branco di megere linciò un uomo a Quartesana strappandogli gli occhi. Ma bisogna riconoscere obiettivamente che la banda di Portoverrara non era neanche una delle più feroci.

 

     A Medolla (MO) il grande invalido di guerra Weiner Marchi, costretto in una carrozzella, il 29 aprile,  venne seviziato vigliaccamente e poi, ferito e sanguinante, fu gettato, ancora vivo, in pasto alle scrofe affamate in un recinto; ma furono più feroci gli uomini delle   bestie  che lo straziarono per cibarsene.

 

     E avvenne anche in altri posti, come a Grosseto, dove la Vedova e le figlie, bambine, del fascista Faenzi peregrinarono per anni per scoprire dov’era stato sepolto il loro congiunto, ucciso dai partigiani, incontrando un muro di ostilità, diffidenza e omertà fin nei più sperduti poderi, finché non riuscirono a scoprire che il corpo del Martire era stato lasciato divorare dai porci.

 

     A Modena il 27 aprile Rosalia Bertacchi Paltrinieri, segretaria del Fascio femminile e la fascista Jolanda Pignati furono violentate di fronte ai rispettivi mariti e figli. Quindi condotte vicino al cimitero furono sepolte vive.

 

     Questo  era il clima della   Rossa Primavera”.

 

     Dopo oltre circa 80 anni i Santoro, i Biagi e la “ridondante” schiera dei pennivendoli allineati nel politically correct, continuano il coro degli osanna, insensibili ad ogni resipiscenza. Vergogna!

 

      Il Papa ha chiesto scusa ai mussulmani per le violenze commesse dai crociati.

 

     Un capo di stato tedesco è venuto in Italia a chiedere scusa per la strage di Marzabotto (che pure era stata una rappresaglia contenuta nei limiti delle leggi di guerra, e coscientemente provocata dai partigiani, che non ritennero di impegnarsi poi nella difesa della popolazione inerme).

 

     Quando accadrà che un capo di stato italiano chieda scusa agli italiani per le stragi della “rossa primavera” e per l’ignominia che ne è ricaduta su tutto il popolo?

                                                                                                          Francesco Fatica



[1] Vedi Giorgio Pisanò su Gente anni 1959-1960, 18 puntate illustrate da 400 fotografie, poi raccolte nel volume Il vero volto della guerra civile, Rusconi, Milano, 1961; sempre di G. Pisanò, Sangue chiama sangue (Edizioni FPE, Milano1962 e successive edizioni) e ancora Storia della guerra civile in Italia 1943-1945 (CEN, Roma, 1965); Gli ultimi in grigioverde (CDL Edizioni, Milano, 1968); Il triangolo della morte (1992) e ancora Antonio Serena I giorni di Caino, Panda, Padova, 1990 e Gianni Oliva La resa dei conti, Mondadori, Milano 1999; Enrico Accolla, Lotta su tre fronti. Introduzione alla Storia della Repubblica Sociale Italiana, Greco & Greco Editori, Milano, 1992.

Si vedano anche i periodici: Nuovo fronte e L'ultima crociata, dell'Ass.ne naz.le famiglie dei Caduti e Dispersi della RSI.

[2] Giorgio Bocca, Storia dell'Italia partigiana, Laterza, Bari, 1966, pp.165-166.

[3] N. Matteucci, voce "resistenza", del Dizionario di politica diretto da Bobbio, Matteucci e Pasquino, Milano, 1991, in Storia del XX secolo, n. 56, febbraio 2000, citato da M. Ingrassia "La crisi italiana del '43 e il fascismo clandestino."

[4] Ulderico Munzi, Donne di Salò, Sperling & Kupfer, Milano, 1999, pp. 155-157.

[5]  Lettera di Quirico Punzi all’estensore in data 29.03.2001.

 

                                                                                                                                           

lunedì 22 marzo 2021

GLI USURAI DELLA TERRA E IL MALAFFARE BANCARIO

GLI USURAI DELLA TERRA E IL MALAFFARE BANCARIO



 Riedizione del classico politologico del 1926 di Luigi Magrone  "La malavita politico - bancaria contro lo Stato Fascista". Storia del tentativo finanziario  degli inizi 900 di strangolare l'Italia attraverso l'Usura Internazionale e storia anche del successivo tentativo mussoliniano di respingere l'aggressione al benessere degli Italiani. 

Tentativo quest’ ultimo  riuscito, perchè in quegli anni solo l'Italia rivalutò la sua moneta e realizzò uno stato sociale avanzatissimo, che è stato smantellato solo in anni recenti per volontà della parassitaria Unione Europea.

 Il libro esamina come le cricche finanziarie, a dominio ebraico, abbiano  dapprima impoverito l’ Italia e fin da suo sorgere combattuto l’ obiettivo fascista di una “ economia sociale” e non di rapina finanziaria.

 La lotta politico/giuridica all’ ebraismo da parte fascista avvenne solo  15 anni dopo l’inizio dell’  attacco ebraico/finanziario al sistema economico- politico fascista. Tutto ciò dovrebbe indurre il Lettore ad ovvie considerazioni celate dai detentori del Pensiero Unico Mondiale . prima di tutto , è evidente che non il Fascismo attaccò gli ebrei che non erano nel suo target politico di nemici nazionali.

Ma furono costoro, invece, attraverso la potentissima finanza ebraica a sferrare fin da subito un attacco violentissimo alla stato fascista neo – costituito, cercando di affamare gli Italiani attraverso le loro solite speculazioni bancarie.

Ancora, dovrebbe riflettere il Lettore sulla circostanza che per altri 15 anni il regime fascista non attaccò gli ebrei, pur avendone rintuzzato l’ attacco finanziario mortale attraverso la costituzione di una economia mista basata su un capitalismo controllato dallo Stato e non libero di agire contro lo Stato. Le grandi imprese economiche a gestione pubblica nascono in questo contesto storico.

Il vecchio trucco di accusare di  " antisemitismo" chi si vuole attaccare per biechi motivi, a certa gente è sempre riuscito alla grande...

Purtroppo oggi questa pagina di storia politica viene dimenticata e dimenticato il fatto che la grande finanzia bancaria ebraica attaccò il Fascismo non certo per difendersi da un “ razzismo “ che non esisteva, ma solo perché l’ Italia non stava cadendo preda delle sue speculazioni, come il resto del mondo occidentale : siamo negli anni del crollo di Wall Street e di una crisi economica epocale. 

Saggio di estrema attualità anche oggi, perché la situazione si ripete, con l’ unica differenza – fondamentale – che la classe politica italiana è oggi composta da camerieri del potere finanziario e bancario….

Come la politica potrebbe riuscire  a "salvare il Titanic" ea sconfiggere gli Usurai della Terra.

 Riedizione impreziosita da rari disegni satirici degli anni 20 e 30 che conferiscono il fascino unico degli "anni ruggenti" e ne fanno una edizione estremamente curata e conferiscono adeguato supporto iconografico a un testo in rotta di collisione assoluta con la “ narrazione” della storia economica d’ Italia imposta dal Pensiero Unico

 

( Seconda edizione riveduta e assolutamente integrale).


 

LINK UFFICIALE DEL LIBRO :

 

 

https://www.amazon.it/USURAI-DELLA-TERRA-Luigi-Magrone/dp/B08YQM9SM7/ref=sr_1_1?dchild=1&qid=1615794342&refinements=p_27%3ALuigi+Magrone&s=books&sr=1-1

 

 

 

 

 

                                                                                                                                             

martedì 16 marzo 2021

LA LEONESSA DALL'AFRICA ORIENTALE ALLA R.S.I.

 

 

 

LA LEONESSA DALL'AFRICA ORIENTALE ALLA R.S.I.

 

Cosi' venne denominata la XV legione CC.NN. di Brescia da , cui,quale reparto di linea proviene il XV Btg. CC.NN. "Leonessa".Il XV Btg. CC.NN. di Brescia, partecipo' inquadrato nella 114ª legione CC.NN. "Garibaldina", di cui faceva parte il XIV Btg. CC.NN. di Bergamo, alla Campagna Etiopica (1935/36) - Divisione XXVIII ottobre.

Alla campagna del fronte greco-albanese (1940/41) parteciparono i due Btg. (Bergamo e Brescia) inquadrati nella Legione CC.NN. "Leonessa"

Nel giugno 1941 vengono costituiti a Roma i Btg. "M".

I Battaglioni "M" erano formati da reduci da diversi fronti e da giovani volontari. Il 1° ottobre 1941 gli Ufficiali, sottufficiali e legionari della Legione "Leonessa" vennero insigniti della "M" rossa. Il 1° gennaio 1942 il Console Graziano Sardu costituì il "Gruppo CC.NN. Leonessa di Btg. "M" di cui facevano parte il XIV Btg. Bergamo, XV Btg. Brescia ed il XXXVIII Btg. di Asti.Il Gruppo CC.NN. "23 marzo" del quale faceva parte anche la legione CC.NN. "Valle Scrivia" venne destinato al fronte russo in data 26 giugno 1942. Sul fronte russo operò anche la legione CC.NN. "M" Tagliamento.

Il 13 dicembre 1942 il Gruppo Leonessa arriva a Orebischi distante 3 Km dal Don. La mattina i Btg. "M" della Leonessa attaccano le posizioni russa a quota 192 cantando l'inno dai battaglioni "M". La Compagnia Mitraglieri aggregata al 14° Btg. formata di 191 Legionari subì le sorti del 14° Btg. che perse 156 Legionari tra caduti, dispersi e feriti. La Compagnia Mitraglieri aggregata al 15° Btg. subì maggiori perdite. Nel combattimento cadde il Seniore Comincioli comandante del Battaglione. La Compagnia Anticarro e la Compagnia Mortai subirono le sorti delle Divisioni Cosseria e Ravenna. La Leonessa dal 1935 al 1943 venne più volte citata nei bollettini di guerra e il Duce la citò nel suo discorso del 10 giugno 1941, dopo la campagna di Grecia.

 

 


 

 

 

I COMANDANTI DELLA LEONESSA

 

Africa Orientale (1935-36)

Legione "Garibaldina" : Comandante Console Ricciotti Giovanni

  • Btg. "Bergamo" (Garibaldino) : Comandante Seniore Morali Enrico

  • Btg. "Brescia" (Leonessa) : Comandante Seniore Busalacchi Giuseppe

 

Albania (1940-41)

Legione "Leonessa": Comandante Console Bozzi Carlo

  • Btg. "Brescia": Comandante Seniore Cossandi Rodolfo

  • Btg. "Bergamo": Comandante Seniore Aliata Carlo

 

Russia (1942-43)

Gruppo CC.NN. "M" Leonessa: Comandante Console Sardu Graziano

  • Btg. M "Brescia" : Comandante Seniore Comincioli Giacomo

  • Btg. M "Bergamo" : Comandante Seniore Albonetti Fortunato

  • Btg. M "Asti" : Comandante Seniore Vannini

 

Repubblica Sociale Italiana (1943-45)

Gruppo Corazzato "M" Leonessa Comandanti:

  • Tenente Colonnello Tesi Ferdinando fino al 15.X.1943;

  • Vice Comandante Maggiore Swich Priamo;

  • Tenente Colonnello Swich Priamo dal 15.X.1943 al 5.V.1945;

 


 

 

 

COSTITUZIONE DEL GRUPPO CORAZZATO "M" LEONESSA

La costituzione del Gruppo Corazzato "M" Leonessa ha inizio a Montichiari in provincia di Brescia dopo il trasferimento da Roma.

Vi affluiscono nuovi giovanissimo volontari ad un buon numero di ufficiali del disciolto esercito regio. Il comando del Gruppo venne tenuto fino al 15 ottobre dal Tenente Colonnello Ferdinando Tesi il quale da tale data fu chiamato dal Ministro dell'Economia Tarchi per assumere un importante incarico presso quel dicastero.

Il Comando da tale data venne assunto dal Vice Comandante Maggiore Priamo Swich successivamente promosso Tenente colonnello.

Oltre il Comando e i servizi venne costituita quasi subito la 1ª Compagnia il cui comando venne affidato al Capitano Aristide Lissa, bresciano.

Per l'addestramento la Compagnia venne dislocata a Carpenedolo poco distante da Montichiari.

Il Comando della 2ª Compagnia venne affidato al Capitano Zerbio anch'egli bresciano.

Occorreva dotare, perche' fosse ancora reparto corazzato, il Gruppo di mezzi corazzati e di automezzi. Il Comando Generale della G.N.R. (ma nell'ottobre 1943 era ancora M.V.S.N.) aveva manifestato l'ipotesi di trasformare il Gruppo (non ancora corazzato per mancanza di carri) in un Battaglione O.P. (Ordine Pubblico). Se tale disegno non ebbe pratica attuazione lo si deve al Comandante Swich ed altri Ufficiali.

Nei Depositi dei disciolti reggimenti carristi, carri armati di fabbricazione italiana (M13, M14, M15 ed L3) dovevano pur esserci o comunque in qualche zona dovevano essere nascosti.

Dagli ufficiali provenienti dai reggimenti carristi dell'esercito arruolatesi volontari nella "Leonessa" venne organizzato, naturalmente consenziente l'indimenticabile Comandante Swich, un servizio di informazione e di perlustrazione presso i depositi carristi dell'Alta Italia (Bologna, Vercelli, Verona, Siena in particolare) e presso l'Ansaldo e la Fiat.

I risultati furono soddisfacenti. I carri armati c'erano, come anche gli autocarri e il carburante ed in alcuni depositi anche armi ben oleate (specie mitra).Venne organizzata l'officina affidata al Tenente Soncini. Ebbe inizio una vera e propria "razzia" che ufficialmente veniva chiamata "requisizione" o "recupero" nei depositi ed anche fuori da questi specie in campagna dove i mezzi e le armi erano stati "imboscati". Due ufficiali provenienti dall'esercito si distinsero in modo particolare: il Tenente Loffredi Loffredo ed il Tenente Ferraris Giovanni (fucilato a Lecco nell'Aprile 1945).

La ricostruzione del Gruppo che inizialmente si articolò su due Compagnie, sul plotone comando e nei servizi nel suo organigramma di uomini e nella dotazione dell' armamento e dei mezzi era completato alla fine di gennaio 1944. L' organico venne successivamente rafforzato con l'afflusso di giovani volontari.

Il 1° febbraio 1944 in occasione del giuramento alla R.S.I. il Gruppo completamente motorizzato e con un discreto numero di carri armati sfilò per le vie di Brescia applaudito. Il Generale Ricci volle ricevere al Comando Generale tutti gli ufficiali ed una rappresentanza di sottufficiali e legionari per manifestare il suo compiacimento. Il 1° marzo 1944 il Gruppo venne destinato a Torino a rinforzo del Comando provinciale della G.N.R. Zona d' impiego il Piemonte. Le donne fasciste di Montichiari in una commovente cerimonia offrirono al gruppo il gagliardetto di combattimento.

Il gruppo continuò ad aumentare di uomini e di mezzi ed anche di artiglieria. Dal giugno 1944 e fino al gennaio 1945 si registrò un continuo afflusso di volontari, i giovanissimi provenivano dalle "Fiamme Bianche" e i giovani ufficiali provenivano dalle scuole allievi ufficiali della G.N.R. Grazie a questi afflussi di volontari ed alle "razzie" che continuavano ad essere effettuate l'organico della Leonessa risultò di 4 compagnie, oltre a quella Comando-Distaccamento di Milano (Compagnia di Formazione), due reparti distaccati, uno presso il Comando generale della G.N.R. ed uno di rinforzo al Battaglione "M" Venezia Giulia anch'esso operante in Piemonte, ed una batteria motorizzata.

Il Comandante Swich e con lui gli ufficiali stabilirono u rappotro di fraterno cameratismo con i legionari.

Il rancio era uguale sia per gli ufficiali sia per i legionari. Era il rancio legionario. Quando la "Leonessa" giunse a Torino ai primi di Marzo del 1944, la città era quasi assediata.

I distaccamenti partigiani più avanzati erano a pochi chilometri da Torino; frequenti le puntate dei partigiani lungo l'autostrada Torino - Milano, che rendevano difficile l'approvvigionamento alimentare di Torino e di Milano ed il transito (quel poco che allora c'era) civile e commerciale.

Il Legionario Giulio Bartuli - classe 1924 - che con il brigadiere Donati, il caporalmaggiore Tomei Petronio ed il legionario Carta Antonio di Nuoro giunse alla "Leonessa".

 

 

«Al comando fui presentato dal Tenente Lena, ufficiale addetto, al Comandante Swich il quale mi accolse cordialmente. L'uomo suscitava immediata simpatia e sicurezza. Un comandante un autentico Comandante. Conobbi subito gli altri ufficiali : Lissa (che cadde in combattimento pochi giorni dopo il mio arrivo al reparto), Bodda, Soncini, Loffredi, Morandi, Zerbio, Dente, Rescazzi, Cocomello, Savoia, Carchini, Ferrari, Ferraris, Catani, Gioni, Stabile, Sanfelice, Govoni. I legionari li chiamavano "Padri" della "Leonessa" perché erano stati i più fervidi collaboratori con il Tenente Lena ed il Maggiore Ruocco del Comandante Swich nella costituzione del Gruppo Corazzato "M" Leonessa.

Io con Donati, Tomei e Carta provenivo dalla Panzerausbildung Abteilung (la scuola carristi tedesca di Montorio Veronese) e debbo dire che lo spirito di cameratismo e la professionalità degli uomini della "Leonessa" non erano affatto inferiori a quelli della scuola tedesca. Ricordo ancora altri ufficiali (alcuni giunti poco prima di me), sottufficiali e legionari : Tirelli, Zenobi, Camaiora, Tufani Zucchi, Olivari, Zanovello, Rinetti, Nepumoceno, Mattei, Zaninelli, Visconti, Calvi, Fumarola, Pilloni.

Nel giugno e nel luglio 1944 partecipai a tre azioni di "recupero" ami e munizioni comandate dai Tenenti Loffredi e Dente. La prima all'Arsenale Militare di Piacenza che doveva essere attaccato dai partigiani e che furono da noi preceduti

Recuperammo dieci mitraglieri da 20, 18 mitragliatrici Breda per carri armati, radioriceventi e trasmittenti, un buon numero di granate ordinarie e perforanti da 47/32 e 47/40 unitamente ad un carro comando M14/41, senza torretta, con doppia apparecchiatura radio ed armato con n.1 mitragliera da 13,7.

A Formigola d'Adda dopo uno scontro a fuoco con una pattuglia partigiana, ci impossessammo di un deposito con un notevole quantitativo di carburante". Così si armava la "Leonessa" ».

 

 

Un altro giovanissimo ufficiale il S.Tenente Romano proveniente dalla Scuola Allievi Ufficiali della G.N.R. di Vicenza così ricorda il suo "impatto" con "Leonessa" ai primi di giugno 1944.

"Ebbi subito la sensazione di un reparto disciplinato ed efficiente. Il Tenente Colonnello Swich era un uomo di ferro, ma di grande umanità : due medaglie d'argento al V.M., due promozioni per merito di guerra; Il Comandante della Scuola Allievi Ufficiali maggiore Bandini quando fui assegnato alla "Leonessa" mi disse : Ricordati che costituisce titolo d'onore essere Ufficiali della "Leonessa".

Alla "Leonessa" si restava se si era capaci e disciplinati. La selezione politica e fisica era scrupolosa sia per gli ufficiali sia per i legionari.

Prima di essere assegnati alle Compagnie gli ufficiali ed i legionari che non erano già provvisti  di patentino facevano un breve corso di guida sugli automezzi e sui carri.

Un'azione condotta im Val d'Aosta nell'agosto 1944 raggiunse un duplice risultato : il recupero di materiale bellico e la rioccupazione della Valle d'Aosta il cui capoluogo era restato isolato per qualche mese.

L'azione venne diretta dal Comandante Swich che ebbe due validi collaboratori : i Tenenti Lena e Ferraris. Essa era stata preceduta da una ricognizione "in loco" che il Comandante Swich affidò al S.Tenente Romano Oreste essendo il più giovane ufficiale (19 anni). Romano fingendosi "sbandato" si infiltrò tra i partigiani per raccogliere notizie che effettivamente raccolse e che furono utilissime. Il S.Tenete Romano poi partecipò alle azioni facendo da "guida" in avanguardia alla colonna.

Il materiale bellico era imboscato nel seminterrato di un grande albergo di S.Vincent e fra l'altro vennero rinvenuti otto trattori SPA della Fiat a doppie ruote motrici e direttrici. Alle più importanti azioni di "recupero" di mezzi motocorazzati (azioni che talvolta avvenivano in zone ove erano presenti nuclei partigiani) partecipava anche il Comandante del reparto Officina Tenente Soncini con i suoi meccanici per le prime sommarie riparazioni "in loco" onde rendere efficienti i mezzi recuperati.

Per un reparto motocorazzato era di vitale importanza assicurarsi il rifornimento di carburante. E la "Leonessa" se lo assicurò. Nel luglio 1944 un reparto della "Leonessa" se lo assicurò. Nel luglio 1944 un reparto della "Leonessa" per una serie di azioni antiguerriglia venne dislocata nella zona dell'Appennino Emiliano fra Parma, Piacenza e la Val Trebbia. Il reparto al comando del Capitano Bodda e dopo che questi fu ferito, dal Tenente Loffredi doveva controllare la zona e aveva anche la funzione di presidiare i pozzi di petrolio di Montechino che fra il 1939 e il 1942 erano stati ivi installati dall'Agip.

Il greggio prelevato dai pozzi veniva trasportato per mezzo di autocarri in fusti da 200 litri. Dopo una sosta a Piacenza la colonna motorizzata, di notte, al fine di evitare gli attacchi aerei, su pontoni predisposti dal genio pionieri della Wermacht attraversava il Po per raggiungere Milano ove la Oleobliz procedeva alla distillazione del greggio la maggior parte del carburante restava alla "Leonessa" e comunque in quantità tale da assicurare il funzionamento dei mezzi motocorazzati in dotazione al Gruppo. Il resto andava alla Wermacht ed alle Forze Armate italiane.

Un efficiente deposito carburanti venne organizzato a Milano con annesso servizio assegnazione carburante ai diversi reparti della "Leonessa".

Il servizio di assegnazione carburante ai reparti venne affidato al Brigadiere Pizzini Ugo che lo svolse egregiamente.

Ai primi di aprile del 1945 i pozzi petroliferi di Montechino furono sottoposti ad un prolungato attacco di cacciabombardieri anglo-americani.

Le attrezzature subirono gravissimi danni. L'ultimo carico di greggio da Piacenza a Milano fu compiuto fra il 19 e il 20 aprile del 1945 sotto continui attacchi aerei e di pattuglie partigiane.

Un reparto quello della "Leonessa" nel quale il grado ricoperto stava ad indicare maggiore responsabilita' ed esempio per i Legionari.

I reparti della "Leonessa" dislocati in diverse localita' della R.S.I. (Piemonte, Lombardia, Emilia) erano continuamente visitati dal Comandante Swich accompagnato dal Tenente Domenico Lena suo ufficiale addetto con una scorta di pochi Legionari. L'autista del Comandante era Medolago Albino ed il motociclista Baccinelli Valeriano .

Fra i "veci" della "Leonessa" si registrarono numerosi caduti: il Capitano Lissa, il Tenente Ferraris, il Sottotenente Cappelli, l'Aiutante Capo Battaille Ernesto, il Brigadiere Pilloni, il Vicebrigadiere Fumarola, il Brigadiere Berini ed il figliolo Arnaldo diciottenne, il Brigadiere Alessandri, il Tenente Giorgio Savoia.

Feriti il Capitano Bodda, i Tenenti Ferrari, Morandi, Govoni Nello, Cocomello, Stabile, Catani, Motta.

Altrettanto generoso e' stato il contributo di sangue dei "giovani".

Il primo caduto della "Leonessa" e' stato il S.Tenente Cappelli nel combattimento in Val Pellice (Marzo 1944), l'ultimo in ordine di tempo il Caporal Maggiore Pecis, nel Novembre 1945, all'Ospedale Militare di Taranto, in seguito a malattia contratta nel campo di concentramento in Algeria, ove era stato internato con altri militari della R.S.I., purtroppo seguito dal S.Tenente Roberto Petruzzi - Pinerolo - trucidato dopo il rientro dal campo di Pisa il 13 febbraio 1946.

La "Leonessa" si caratterizzo' anche sul piano umano.

Al gruppo originario dei bresciani, si unirono quelli dei "romani ciociari", dei mantovani, dei lombardi in genere, degli emiliani, dei veneti, dei toscani; numerosi fratelli e parenti militanti nei reparti.

Ne citiamo alcuni: i fratelli Armando e Mario Gioni , i fratelli Cirio, Evaristo e Valeriano Baccinelli, ed ancora i fratelli Giorgio e Giovanni Carchini, Nello e Renato Govoni, Orlando e Quasimodo Rocchi , Antonio e Tommaso Stabile, i due fratelli Gavarini, il capitano Lissa con il nipote Mazzoleni Leonardo, i due fratelli Pasotti, il Maggiore Zerbio ed il figliolo diciassettenne Gianmichele, e poi il brigadiere Berini Giuseppe ed il figliolo diciottenne Armando (entrambi caduti in combattimento), il Brigadiere Zanghi Tullio con il figliolo diciassettenne Tiziano, Zanovello con due figlioli , i fratelli Romano e Petronio Tomei , i fratelli Cesare e Marcello Mainardi, e il Capitano Cappelli e il nipote S.Tenente Cappelli Valerio.