Il decreto legge che ha consentito alle donne d’intraprendere la
carriera militare nelle Forze Armate della Repubblica Sociale Italiana,
ha avuto un gran risalto in questi ultimi tempi, ma i mass media hanno
tralasciato di menzionare il Servizio Ausiliario Femminile durante la
seconda guerra mondiale.
Questo è un fenomeno rimasto unico nella nostra storia, e accadde
nell’ultimo periodo del secondo conflitto mondiale, quando le truppe
angloamericane risalivano la penisola italiana.
Ad eccezione delle crocerossine e delle “vivandiere”, impiegate già
durante la Grande Guerra, non esistevano precedenti con donne in mezzo
ai soldati.
Nel nostro paese, fin dall’inizio della guerra, l’apporto femminile
era limitato a quelle mansioni da sempre ritenute più adatte al gentil
sesso: visite ai feriti negli ospedali militari, confezione d’indumenti e
pacchi dono per i soldati, attività di sostegno morale per i
combattenti, per il più esplicata in forma epistolare (lettere) dalle
cosiddette “madrine di guerra”.
Le donne, nate e cresciute durante il ventennio fascista, si
sentivano preparate ad affrontare prove più impegnative, e parecchie di
loro, soffrivano di questa non parità con gli uomini che combattevano
per la Patria. Fin da bambine avevano militato nelle organizzazioni
civili delle Figlie della Lupa e Piccole Italiane, apprendendo il senso
del dovere, del sacrificio, della disciplina ma soprattutto dell’amor di
patria. I disagi della guerra (il razionamento dei viveri, le
restrizioni di vario genere, l’oscuramento, i frequenti bombardamenti)
avevano contribuito a temprarle, rendendole consapevoli di vivere un
gran momento storico.
DOPO L’8 SETTEMBRE
Dopo l’8 settembre 1943, quando fu annunciato l’armistizio e fu
chiaro il tradimento della Monarchia Sabauda e di Badoglio nei confronti
dell’alleato germanico, in molte giovani esplose vivissima
l’indignazione che alimentò quel fermento patriottico, incanalandolo
verso una più concreta forma di ribellione e di partecipazione alla
difesa della nostra Patria. L’adesione al ricostituito governo di
Mussolini fu entusiastica ed immediata.
Durante la Repubblica Sociale Italiana, le future ausiliarie non si
sentivano più paghe nel ruolo d’appassionate assistenti, che offrivano
ai soldati soltanto un aiuto morale.
Spetta al Ministro Segretario del P.F.R., Alessandro Pavolini, il
merito di aver favorito l’attuazione di un Servizio Ausiliario Femminile
e di aver scelto per realizzarlo nel più breve tempo possibile una
donna di comprovata esperienza, Piera Gatteschi Fondelli, Ispettrice
Nazionale dei Fasci Femminili.
Non c’erano precedenti, il S.A.F. era tutto da inventare, eppure
Piera Gatteschi (Comandante Generale, unica donna col grado equiparato a
Generale di Brigata), avvalendosi delle proprie notevoli capacità e
circondandosi di collaboratrici più che valide, riesce in breve e nelle
condizioni eccezionali dovute allo stato di guerra, a dar vita ad un
corpo che lo stesso Pavolini definiva “una delle istituzioni più serie
ed utili fra tutte quelle che abbiamo”.
Piera Gatteschi nasce a Pioppi in Toscana all’inizio del Novecento.
Suo padre muore prima della sua nascita; si trasferisce a Roma con la
mamma alla vigilia della Grande Guerra. Le vicende del dopoguerra la
coinvolgono a tal punto che, fin dal 1921, s’iscrive al Fascio di
Combattimento di Roma; il 19 ottobre 1922 prende parte al congresso che
si svolge a Napoli e il 28 ottobre la ventenne Piera è a capo di un
gruppetto di venti donne che formano la “squadra d’onore di scorta al
gagliardetto” e con loro partecipa alla Marcia su Roma. Le sue doti
organizzative la portano a diventare ispettrice della Federazione
dell’Urbe, occupandosi dell’Opera Nazionale Maternità e Infanzia, della
Croce Rossa, delle colonie estive.

Nel 1936 parte per l’Africa con l’ingegner Mario Gatteschi che ha
sposato e che dirige i lavori della Strada Assab-Addis Abeba. Tre anni
dopo, quando rientra in Italia, Mussolini la nomina Fiduciaria dei Fasci
Femminili dell’Urbe che conta 150.000 iscritte. Nel 1940 diventa
Ispettrice Nazionale del Partito. Caduto il fascismo, Piera si rifugia
dai suoceri nel Casentino, mentre il marito, tornato in Africa come
combattente, è in Kenia prigioniero degli inglesi. Quando viene
informata che Mussolini è stato liberato e ha fondato la Repubblica
Sociale Italiana nel Nord, Piera Matteschi si trasferisce a Brescia e
avvia una nuova collaborazione con Alessandro Pavolini, il segretario
del partito. Qui, alla fine del 1943, la Gatteschi manifesta al Duce il
desiderio delle donne fasciste di avere un ruolo più incisivo nella
difesa del paese. Il progetto è appoggiato da Pavolini e accettato da
Graziani. Servono uomini per la guerra e le donne diventano necessarie
per assisterli e per sostituirli nei tanti ruoli lontani dalla prima
linea.

Il Decreto Legislativo che istituisce il S.A.F. porta la data del 18
Aprile 1944 – XXII – n.447 ed è pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 1
agosto 1944. L’arruolamento è assolutamente volontario, numerosi i
requisiti richiesti, particolarmente rigida la disciplina.
L’iniziativa mussoliniana riscosse un grande successo: presentarono
domanda di arruolamento nel S.A.F. oltre 6.000 donne appartenenti ad
ogni ceto sociale e provenienti da ogni parte dell’Italia: c’erano tante
ragazze quasi maggiorenni, molte spose, parecchie madri. All’interno
del S.A.F. ogni dipendente era soggetta alla giurisdizione penale
militare. Le reclute prestavano giuramento, secondo la formula stabilita
per le forze armate, in seguito erano impiegate in servizio effettivo
presso i reparti di destinazione, che prendevano in forza le ausiliarie,
sia amministrativamente, che disciplinarmente. Le ausiliarie erano
infatti militarizzate a tutti gli effetti, i loro fogli matricolari
erano regolarmente trasmessi ai distretti militari e costantemente
aggiornati. Lo stipendio oscillava tra le 700 Lire del personale di
concetto e le 350 Lire del personale di fatica.
Si trattava in sostanza di tre grandi filoni: il Servizio Ausiliario
Femminile, le Brigate Nere e la Decima Mas, nella quale ci si poteva
arruolare anche avendo solo quindici anni. La Xa Flottiglia Mas ebbe il
S.A.F. autonomo da quello per l’Esercito e per la Guardia Nazionale
Repubblicana; fu inquadrato alle dipendenze del Sottosegretario alla
Marina da Guerra Repubblicana.
I Corsi di addestramento organizzati dal Comando generale S.A.F. di
Piera Gatteschi furono sei (Italia, Roma, Brigate Nere, Giovinezza,
Fiamma e 18 Aprile) ed ognuno veniva frequentato da circa trecento
reclute che, preordinate alla loro missione e prestato giuramento,
venivano dislocate nei Centri militari e nei Reparti per essere scelte.
II 1° corso “Italia” del 1 maggio 1944 ed il 2° “Roma” del 1 luglio
durarono 48 giorni, il 3° “Brigate Nere” 65 giorni e si svolse al Lido
di Venezia (presso l’Hotel Dees Bains), ma venne concluso a Como, dove
si tennero poi il 4° “Giovinezza” del 5 novembre (43 giorni), il 5°
“Fiamma” del 1 gennaio 1945 (58 giorni) ed il 6° “18 Aprile” del 1 marzo
(48 giorni). Nel 1944 a Trieste nacque la Brigata Nera “Norma Cossetto”
dal nome della studentessa di Parenzo uccisa dai partigiani jugoslavi
di Tito. Le brigatiste indossavano la camicia nera con un teschio sul
petto.
Non essendo possibile per motivi logistici far frequentare a tutte le
volontarie i Corsi Nazionali, vennero attivati numerosi Corsi
Provinciali nelle città in cui esse già prestavano servizio.
Contemporaneamente ai corsi di Venezia, l’Opera Ballila – di cui era a
capo il Generale Renato Ricci – istituì, per le ragazze non ancora
diciottenni tre corsi di addestramento nazionali: uno a Noventa
Vicentina (VI), uno a Castiglione Olona (VA) e il terzo a Milano. Un
corso si era tenuto anche a Moncalieri (TO), su istanza della
professoressa Anna Maria Bardia, un corso per volontarie che vennero
impiegate presso la Guardia Nazionale Repubblicana (G.N.R.) di
Frontiera, la cosiddetta “Confinaria”.
Anche la formazione militare comandata dal Principe Junio Valerio
Borghese, la DECIMA MAS, ebbe a fianco un nutrito drappello di
volontarie.
Nella caserma S. Bartolomeo di La Spezia, il S.A.F. della Decima (1°
marzo 1944) anticipò di cinquanta giorni l’istituzione legislativa del
Servizio Ausiliario e, durante il periodo della R.S.I., arruolò 250
volontarie, che seguirono, a loro volta, i Corsi Autonomi di
Addestramento denominati “Nettuno”, “Anzio” e “Fiumicino” che si
svolsero a Sulzano (Bs), Grandola (Co) e Col di Luna (TV) con
perfezionamenti nell’educazione fisica, in contegno e morale, nelle
norme igieniche, di regolamento e disciplina, sino alla severità di un
codice d’impegno che non consentiva deroghe. Alcuni reparti di
ausiliarie (tra cui Fulmine, Nuotatori-Paracadutisti, Sagittario,
Valanga e Nembo) della Decima erano armati, come nel caso del Barbarigo.
Un nucleo di ausiliarie ha combattuto accanto ai marò del Battaglione
Lupo per contrastare a Nettuno l’avanzata delle truppe anglo-americane
che erano sbarcate ad Anzio.
Il Comandante Valerio Borghese designò alla sua guida Fede Arnaud
Pocek (veneziana, classe 1921). Nel 1943 Fede Arnaud era già
responsabile del settore sportivo femminile del G.U.F. (Gruppi
Universitari Fascisti). Il 19 luglio di quell’anno si verificò il primo
bombardamento di Roma che colpì, a San Lorenzo, case popolari
intensamente abitate mietendo molte vittime. Fede Arnaud prese la
direzione delle operazioni, ed organizzò i primi soccorsi trascinando
con l’esempio gli uomini storditi ed esitanti. Instancabile ed
efficiente, senza soste, partecipò, guidandolo, al lavoro di sterro per
recupero di morti e feriti con grave rischio di crolli; ottenne e
distribuì i primi aiuti stimolando capacità di resistenza e speranza nei
sopravvissuti sconvolti dal dolore per i cari scomparsi ed i poveri
beni perduti.
Fede Arnaud era nella Xa Mas quando il 18 febbraio del ’44, a Cuneo,
la banda partigiana di «Mauri» cattura il tenente di vascello Betti, il
sottotenente di vascello Cencetti, il guardiamarina Federico Falangola e
un marò, tutti del «Maestrale» che sta completando l’addestramento per
trasferirsi – cambiando il nome in «Barbarigo» – sul fronte di Nettuno.
Al comando è Umberto Bardelli che tenta di evitare lo scontro fratricida
per liberare i suoi uomini: accetta la proposta di Fede Arnaud che
sola, si avvia alla ricerca dei partigiani. Finalmente, in un paesetto
di montagna, incontra una prostituta che accetta di accompagnarla in
prossimità della loro base a condizione di non riferire la fonte
dell’informazione. Localizzati i partigiani si fa catturare e condotta
davanti al loro capo, esegue un perfetto saluto romano. L’uomo è Folco
Lulli, un toscano sanguigno, buon attore cinematografico, che aveva
lavorato con lei, allora giovane aiuto-regista, prima della guerra.
Lulli non è comunista, apprezza il coraggio di Fede Arnaud, accetta il
confronto delle opinioni e degli ideali e decide di rilasciare i quattro
prigionieri perché raggiungano il fronte con i loro compagni.
Dopo l’armistizio, divenne funzionario del Ministero dell’Economia
Corporativa. Personaggio romantico, Fede Arnaud Pocek rimase al comando
fino al 26 aprile del 1945 (dopo la guerra diresse una società di
doppiatori cinematografici di attori americani).
Dalla corrispondenza tra Fede Arnaud e il Comandante Borghese durante
il suo esilio in Spagna e da documenti originali dell’epoca si rileva
che dopo la condanna a dodici anni e la degradazione (che non può
comprendere la revoca del conferimento della Medaglia d’Oro), si è
tentato di distruggere la figura morale con un altro processo
addebitandogli reati comuni di carattere amministrativo.
Il Presidente del Tribunale giudicante si chiamava Renato Squillante
ed il Pubblico Ministero Claudio Vitalone; questi si dimetterà poi dalla
Magistratura per diventare stretto collaboratore di Giulio Andreotti,
Ministro della Difesa in carica il 26 agosto 1974 quando, tornate da
Cadice le spoglie mortali del Comandante, impediva che venissero resi
gli onori che per legge spettano alle Medaglie d’Oro al Valor Militare.
Le volontarie fasciste prestavano la loro attività “militante” negli
ospedali e negli uffici, nei presidi e nelle caserme, nei posti di
ristoro e nella difesa antiarea, come aerofoniste e marconiste.
Pubblicavano anche un loro periodico. “Donne in grigioverde”. Seguirono
le truppe al fronte e combatterono contro gli invasori anglo americani a
Nettuno o sulla Linea Gotica, così come contro i partigiani titini
nella Venezia Giulia. Tra i loro compiti c’era anche quello casalingo di
tener in ordine e rammendare le uniformi dei combattenti. Il fascismo
non voleva che si dimenticasse completamente il ruolo della donna di
casa. C’era nei confronti di questo esercito femminile l’ossessione
della moralità. La divisa, era realizzata con panno grezzo grigioverde
per l’inverno, tela kaki per l’estate, e doveva avere la gonna a quattro
centimetri sotto il ginocchio. La giacca aveva il collo come quella
degli uomini e due tasche alla sahariana. Il gladio era il simbolo a cui
le ausiliarie erano più attaccate. In testa portavano un basco
grigioverde con la fiamma ricavata in rosso. Le calze erano lunghe e
grigioverdi, il cappotto di tipo militare.
Il rispetto della disciplina era considerato fondamentale ed il
Generale di Brigata Piera Gatteschi Fondelli, a cui era stato affidato
il comando delle 6.000 donne, aveva personalmente elaborato un
regolamento comportamentale.
Il regolamento voluto da Piera, nominata generale di brigata, è
rigido: niente pantaloni, niente trucco, niente fumo, nessuna
concessione al cameratismo. Era inoltre d’obbligo il “voi” che Mussolini
aveva istituito in luogo del “lei”.
La Gatteschi vuole che nessuno pensi alla sue ragazze come a delle
esaltate o le ritenga di facili costumi: patriottismo e moralità sono le
basi su cui intende costruire la nuova realtà delle donne soldato che
però vuole femminili.
Alle ausiliarie venivano affidate anche vere operazioni di
sabotaggio. Molti uomini e donne di questo corpo vennero, alla fine
della guerra, fucilati o condannati a morte.
Durante il corso di addestramento tenuto dai Tedeschi, si mostravano
filmati, s’istruivano sulle divise del nemico, sul tipo d’armamento, sui
carri armati, si allenavano agli interrogatori, a rispondere sulle
false identità, si spiegava come reagire alla tortura ed alle altre
sevizie e come si potesse tentare un’evasione.
Le “Volpi Argentate” era un servizio speciale di guastatori,
sabotatori ed assaltatori. Il loro nome nacque dall’insegna che era
posta all’ingresso del comando di reparto a Milano: Allevamento Volpi
Argentate del Dottor De Santis (colonnello che comandava il servizio,
vera identità Tommaso David). Uno dei loro compiti era quello
d’individuare l’entità e le caratteristiche delle forze alleate, specie
per quanto riguardava mezzi motorizzati e corazzati.
Le “Volpi Argentate” e gli altri reparti dove trovavano impiego le
reclute Secondo il decreto firmato da Mussolini, i compiti delle
ausiliarie (che dovevano essere italiane, ariane, di età fra i 18 ed i
45 anni) erano modesti: pulitrici e cuciniere, dattilografe, infermiere,
telefoniste. Questo non toglieva che il loro addestramento e la loro
disciplina fossero militarmente duri.
Dopo il 25 aprile 1945 il S.A.F. si sciolse, e Pavolini suggerì di
distruggere tutta la documentazione per evitare vendette. Piera
Matteschi cercò di mettere in salvo le sue ragazze, ma lei stessa visse
in clandestinità per circa un anno, prima in un convento, poi in un
manicomio. Si trasferirà successivamente in Abruzzo con il marito, nel
frattempo tornato dalla prigionia; il coniuge morirà nel 1947. Negli
anni Sessanta si dedicò all’organizzazione di viaggi turistici per i
giovani del Movimento Sociale Italiano. Era solita leggere molto; ebbe
una vasta cultura e fu appassionata di pittura. Tentò anche la gestione
di un ristorante ma senza successo. E’ deceduta nel 1985.
Quante furono le ausiliarie? In un rapporto al Duce, la Comandante
Gatteschi, il 28 ottobre 1944, fa presente che 1.237 si trovano già in
servizio, mentre 5.500 sono in addestramento nei vari corsi provinciali.
Se a queste aggiungiamo gli ultimi tre corsi nazionali, le ausiliarie
della Xa MAS e delle altre formazioni autonome, si può stimare il loro
numero a circa 10.000.
Mussolini aveva la massima fiducia nel Servizio Ausiliario, come
testimoniano le parole rivolte alle volontarie del corso “Giovinezza”,
adunate nel Castello Sforzesco di Milano il 18 Dicembre 1944, per
prestare giuramento in sua presenza.
Consapevoli di essere pari a i combattenti della R.S.I., le
ausiliarie ne condivisero le sorti fino all’ultimo giorno. Come gli
uomini, subirono prigionia e campi di concentramento – quelle catturate
dagli americani furono considerate a tutti gli effetti P.O.W. (Prisoner
of War).
Com’è noto dopo il 25 aprile, a guerra finita ed armi deposte, si
scatenò contro gli aderenti alla R.S.I. tutta una serie di vendette, in
quelli che ormai sono definiti “i giorni dell’odio”; in proporzione al
numero degli effettivi, il S.A.F. è stato il reparto che ha pagato il
più alto tributo di sangue.
L’albo d’oro delle ausiliarie si fregia di due medaglie alla memoria:
una d’oro a Franca Barbier, Medaglia d’oro al Valor Militare, 20 anni,
nata a Saluzzo, figlia di un colonnello degli alpini in Dalmazia,
sorella di un volontario della R.S.I., uccisa con un colpo alla nuca dal
comandante partigiano “Mèzard” a Champorcher (Valle d’Aosta) il 25
luglio 1944 dopo che il plotone d’esecuzione si era rifiutato di
eseguire l’ordine di fuoco. Una d’argento ad Angelina Milazzo, uccisa a
Garbagnate Milanese il 21 gennaio 1945 durante un attacco aereo nemico a
un treno delle Ferrovie Milano Nord, mentre faceva scudo con il proprio
corpo ad una giovane donna incinta. Inoltre 14 proposte di medaglie al
valore. Questo per il periodo che va dall’aprile ’44 all’aprile ’45.