mercoledì 13 luglio 2016

SICILIA, 10 - 21 LUGLIO 1943



Sicilia, 10 – 21 luglio 1943 : i combattimenti del “Raggruppamento Schreiber” contro la “7a Armata americana” nel rapporto ufficiale del generale italiano!


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(I corazzati presenti nelle immagini sono, rispettivamente dall’alto in basso, Semovente M41 da 90/53;  Carro armato Renault 35.)
In occasione dell' anniversario dell’inizio della “Battaglia di Sicilia”, cominciata con lo sbarco degli invasori anglo-americani nella notte tra il 9-10 luglio 1943 sulla costa sud-orientale dell’isola, vogliamo rendere omaggio al valore dei combattenti italiani che si opposero come poterono allo strapotere della “7a Armata americana” nel settore occidentale dello sbarco alleato, più precisamente nel territorio che oggi ricade  tra le province di Agrigento, Caltanissetta e Palermo. Fu proprio in questa zona che operò il “Raggruppamento tattico” comandato dal generale italiano Ottorino Schreiber (di cui pubblichiamo in file Pdf. il rapporto redatto direttamente dall’ufficiale italiano da scaricare qui: Relazione Gen Schreiber). Tale insieme di unità combattenti comprendente alcuni semoventi 90/53, coadiuvato dai “Gruppi mobili A, B e C” (1), che a loro volta includevano ognuno una compagnia di 16 carri armati R-35, consentì col proprio coraggio ed il proprio supremo sacrificio che le divisioni italiane “Aosta” ed “Assietta”, nonché la divisione tedesca “Sizilien”, potessero ripiegare dalla zona occidentale, dove erano dislocate all’inizio delle operazioni, sulle linee di resistenza (le montagne Madonie prima, i Nebrodi poi) predisposte dal comandante della “6a Armata italiana” Alfredo Guzzoni, senza così venire accerchiate e distrutte a mezzo della manovra a tenaglia predisposta dagli americani…buona lettura!
IlCovo
NOTA
1) I Gruppi Mobili A; B; C nella Battaglia di Sicilia del 1943.
Il comando della 6ª Armata, a cui competeva la difesa della Sicilia, aveva deciso la costituzione di 8 gruppi mobili (denominati da “A” ad “H”) al fine di rafforzare le difese degli 8 aeroporti presenti nell’isola. Gli aeroporti, infatti, erano considerati obiettivi primari per la forza d’invasione. I gruppi mobili oltre che da una compagnia carri (R-35 o FIAT 3000) erano costituiti in linea di massima da una cp. di fanteria autotrasportata, da una cp. moto mitraglieri, da una cp. semoventi contro-carro da 47/32, da una batteria di artiglieria motorizzata e da una sezione controaerei da 20mm. Tutti i carri R-35 impiegati in Sicilia dal R.E. appartenevano al 131º reggimento (rgt.) Carri. Questo rgt. fu costituito in Siena il 27 luglio 1941, inizialmente assegnato alla Divisione Corazzata “Centauro” e schierato in Friuli. Successivamente nel gennaio 1942, il reparto, reso autonomo, venne trasferito in Sicilia in previsione di un possibile sbarco alleato nell’isola. All’arrivo in Sicilia il 131º rgt. carri cessò di esistere come unità organica e i suoi elementi vennero suddivisi tra i vari gruppi mobili in fase di costituzione, tutti i gruppi mobili impiegati in Sicilia tranne il gruppo mobile “H” ebbero in forza i carri R-35. Al XII Corpo d’Armata incaricato della difesa della parte occidentale della Sicilia fu assegnato il 102º btg. che fu suddiviso nei gruppi mobili come segue:
– 4ª cp., gruppo mobile “A” dislocato a Paceco, inquadrata nel 102º (CII) btg. : 16 carri.
– 5ª cp. e nucleo comando 102º btg., gruppo mobile “C” dislocato a Portella Misilbesi, inquadrata nel 102º (CII) btg. : 16 carri.
– 6ª cp., gruppo mobile “B” dislocato a Santa Ninfa, inquadrata nel 102º (CII) btg. : 16 carri.
4ª compagnia
In seguito allo sviluppo della situazione nel settore orientale dell’isola, il giorno 14 si decise di inviare il gruppo mobile “A” a nord di Agrigento per contrastare l’avanzata nemica proveniente dal settore Licata-Canicattì ma la sera del 15 queste unità vennero indirizzate verso la stazione di Villalba lungo la strada statale 121 per proteggere l’ala destra del raggruppamento di forze comandate dal Gen. Schreiber (207ª Div. costiera) e contestualmente coprire il movimento della Div. “Assietta” verso nord. A mezzanotte del 19 luglio le unità del gruppo mobile “A” vennero investite in pieno dall’attacco del 157º rgt. ftr. della 45ª Div. americana e furono costrette ad arretrare in località Valledolmo. Il giorno 20 il reiterato attacco americano annientò in toto il raggruppamento di forze. Non risulta che nessun carro R-35 sia stato in grado di sganciarsi dalle posizioni di Valledolmo.
5ª compagnia
In seguito all’evolversi della situazione operativa, nel contesto dei nuovi ordini emanati il giorno 14 luglio, il gruppo mobile “C” fu lasciato in riserva in località Chiusa Sclafani. Il giorno 17 le unità facenti parte del gruppo mobile “C” furono spostate all’incrocio della stazione di Cammarata lungo la strada statale 189 con il compito di contrattaccare il nemico avanzando lungo la valle dei Platani. Il giorno 18 a sud di Casteltermini il gruppo mobile incontrò le avanguardie di due reggimenti della 3ª Div. ftr. USA e si dovette arrestare. Fallito un contrattacco italiano la mattina del 19, le unità italiane ripiegarono verso la stazione di Cammarata lasciando Casteltermini alla 3ª Div. alle ore 17:00. Il giorno 20 il 30º rgt. ftr. della 3ª Div. USA ebbe ragione dei resti del gruppo mobile “C” che fu annientato quasi del tutto a Cammarata. Ai combattimenti per Cammarata partecipò anche il 4º Tabor marocchino.
6ª compagnia
Nel contesto dei già citati ordini emanati il 14 luglio, il gruppo mobile “B” di cui la 6ª compagnia faceva parte, fu inviato in località Raffadali per coprire il movimento ed il rischieramento della Div. Assietta. Una volta conquistata Agrigento e Porto Empedocle, la 3ª Div. USA continuò nel movimento in profondità incontrando il giorno 17 le unità del gruppo mobile “B” schierate a Raffadali che riuscirono anche a catturare una decina di prigionieri americani ed alcuni mezzi ruotati. Durante la notte tra il 18 ed il 19 la pressione americana si fece insostenibile e le posizioni del gruppo mobile “B” lungo la strada 118 furono sfondate costringendo le unità rimaste operative a ripiegare fino a Bivona il giorno 19. Il giorno seguente (20 luglio) il 30 rgt. ftr. USA, dopo un consistente bombardamento terrestre ed aereo, partì all’assalto delle posizioni tenute dal gruppo mobile che fu completamente annientato nel primo pomeriggio in località S. Stefano Quisquinia.
Dalla relazione abbastanza dettagliata sulle unità italiane traghettate in ritirata sul continente, riportata nella citata pubblicazione dell’ufficio storico dello S.M.E., non risulta che nessun carro R-35 del 131º rgt. sia stato trasportato indietro sulla penisola.

FONTE: (qui)


domenica 10 luglio 2016

PRIGIONIERI ITALIANI IN RUSSIA


 
                                                                                               PRIGIONIERI ITALIANI 



Il lungo calvario del “davai”! (“avanti”!)

Sì, e pensare che a “loro” sono ancora intestate strade e strutture. Mi riferisco a due fra i mille e mille criminali del secolo trascorso. In un mare di criminali rossi, almeno due, in particolare, emergono: Palmiro Togliatti e Edoardo D’Onofrio. Scrivo queste righe per ricordare quanto è stato dimenticato da personaggi che ancora oggi, tanti di loro ancora in attività politica, si nascondono dietro una maschera di candida ingenuità, corresponsabili di quanto più avanti scriverò. La responsabilità di questa orrenda pagina di storia non va addebitata solo al Migliore (Palmiro Togliatti) e al suo vice, D’Onofrio, ma anche ai vari D’Alema e Occhetto che non hanno sentito il dovere di denunciare i crimini commessi dai vertici del Pci. Descrivere il peregrinare di Togliatti e di D’Onofrio fra l’Italia e l’Urss ci porterebbe molto lontani e, avvalendomi di un lavoro dell’indimenticabile Franz Maria D’Asaro, voglio iniziare il racconto a partire dal 1941, dopo l’entrata in guerra dell’Italia contro l’Urss, quando cominciano ad affluire nei campi di concentramento sovietici i soldati italiani fatti prigionieri; campi affidati, dai sovietici, al controllo di D’Onofrio. Raccontare i supplizi ai quali furono sottoposti quegli sventurati sarà mia cura accennarlo più avanti. Cominciamo a ricostruire le vicende del sottocapo del Migliore, Edoardo D’Onofrio, quando questi fu sottoposto a processo nel luglio del 1949, processo che mise in luce la sua spietatezza esercitata sui prigionieri italiani in Russia. Nel frattempo D’Onofrio divenuto senatore del Pci e addirittura Vicepresidente del Senato, ebbe l’impudenza di intentare causa contro cinque reduci dall’Urss, accusandoli di averlo diffamato. Ma il querelante subì uno smacco: i cinque reduci furono clamorosamente assolti. Ecco, sommariamente, quali erano le prove che D’Onofrio esibì.
Nell’aprile del 1948 venne stampato e diffuso, sotto il titolo “Russia”, un numero unico a cura dell’Unione Italiana Reduci di Russia; a pagina sette c’era un articolo dal titolo Edoardo D’Onofrio”, nel quale si poteva leggere: <D’Onofrio durante la sua permanenza nei campi di concentramento di Oranki e Skit, assistito da Flamenghi (evidentemente un altro alto esponente del Pci, nda) e alla presenza di un ufficiale del Mkvd, ha sottoposto ad estenuanti interrogatori prigionieri italiani detenuti in quei campi. Non si trattava di semplici conversazioni politiche, come ipocritamente il D’Onofrio vorrebbe far credere, ma di veri e propri interrogatori di carattere politico che spesso duravano delle ore e durante i quali veniva messo a verbale quanto il prigioniero rispondeva. Immediatamente dopo la visita di D’Onofrio in quei campi, alcuni dei prigionieri italiani che in quei giorni erano stati sottoposti a interrogatori, furono allontanati e rinchiusi in campi di punizione e ancora oggi alcuni sono trattenuti nei campi di concentramento di Kiev. Simili procedimenti avevano il duplice scopo di far crollare, prima con lusinghe e poi con minacce esplicite (“Lei non conosce la Siberia?”) che non risparmiavano nemmeno le famiglie in patria, la resistenza fisica e morale di questi uomini ridotti a cadaveri viventi dalla fame, dai maltrattamenti e dalle malattie, per guadagnare l’adesione degli altri prigionieri intimoriti dall’esempio della sorte toccata a questi>. Scrive ancora Franz Maria D’Asaro che la relazione portava le seguenti firme: Domenico Dal Taso, Luigi Avalli, Ivo Emmett e altri. E ancora a pagina sedici si poteva leggere: <Ottantamila martiri nei campi di concentramento – ottomila scampati – accusano e denunciano D’Onofrio, Robotti (Paolo Robotti, cognato di Togliatti, nda), Ossola, Fiamenghi, Cocchi, Torre (una donna), Roncato. Italiani, questi rinnegati postisi al servizio della polizia sovietica e diretti da Togliatti, furono i commissari politici, gli aguzzini nostri nei campi di concentramento sovietici>.
Nel corso del dibattito processuale emersero testimonianze disastrose per il senatore comunista. Si appresero, infatti, dettagliate conferme delle sevizie morali che il luogotenente di Togliatti infliggeva ai prigionieri, denunciando senza pietà alla polizia politica sovietica tutti coloro che si rifiutavano di cedere ad un vasto repertorio di lusinghe e di minacce. E questi bravi italiani finivano regolarmente nei campi siberiani dove morivano uccisi dagli stenti, dal freddo ed anche dai maltrattamenti. Per tutti valga la testimonianza del bersagliere Santoro il quale, dopo aver respinto le suadenti profferte di D’Onofrio, subito rinnovate con toni minacciosi, si sentì rispondere: <L’unica differenza che passa fra lei e i suoi bersaglieri è che lei è un criminale vivo, mentre quelli sono dei criminali morti>.
Appena poterono, i sopravvissuti rilasciarono questo documento: <Testimoni consci di quello che vedemmo e soffrimmo, qualunque possa essere la nostra tendenza politica, ripetiamo ad ogni italiano che il bolscevismo, spoglio dalla sua retorica demagogica, significa regime di polizia e di terrore, significa la tirannia di un partito sulla Nazione, sulla famiglia, sull’individuo. Viva l’Italia>. Il documento, firmato da centinaia di prigionieri, porta la data del 27 luglio 1946.
La testimonia diretta di coloro che vissero quel dramma è riportata di seguito.
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Il 7 dicembre 1998 la televisione italiana trasmise un documentario sulle vicende dei prigionieri italiani in Russia. Il filmato ha proposto un “Reportage cinematografico dai fronti della guerra patriottica”, è il titolo di un cinegiornale dell’Armata Rossa con l’intento – propagandistico e a scusante delle atrocità commesse – di presentare al mondo la vita quotidiana dei prigionieri italiani falsando macroscopicamente la verità.
Il film mostra i nostri prigionieri avviarsi, quasi con allegria, armati di forconi alla raccolta del grano, sotto un sole meraviglioso e circondati da belle contadine russe con le quali scambiano sorrisi e cenni come generalmente si usa fare fra giovani spensierati.
Alla fine della giornata di lavoro questi nostri (ex) giovanotti come è mostrato nel documentario, siedono in circolo nel kolkotz <mangiando, bevendo e conversando allegramente fra loro> rifocillati abbondantemente e serviti da soldati e donne russe sorridenti
Questo – e molto di più – quanto mostrato nel documentario da poco rinvenuto negli archivi russi, come attestato dal commentatore.
E’ questa la verità?
Certamente no! Le sofferenze sopportate dai nostri infelici soldati caduti prigionieri e appartenenti prima al CSIR (Corpo Spedizione Italiano in Russia), poi all’ARMIR (Armata Militare Italiana in Russia), hanno dell’infernale.
Per anni, nell’immediato dopoguerra, ci si interrogò su quanti del CSIR e dell’ARMIR fossero i caduti, quanti i dispersi e, di questi, quanti caduti prigionieri.
Le pressioni dei parenti dei “dispersi” sul nostro Governo per avere notizie dei congiunti non trovarono che annoiata risposta essendo i responsabili dei vari dicasteri occupati a gestire i propri traffici personali o di partito e, quindi, non venivano esercitate sul Governo sovietico quelle sollecitazioni necessarie per ottenere risposte chiare sulla fine dei nostri soldati. Si giunse al punto (era la fine degli anni ’80) che il Presidente di una nostra Commissione, esattamente l’On. Flaminio Piccoli, proprio al cospetto di personalità sovietiche dichiarò che i nostri caduti in Russia non meritavano alcuna sepoltura cristiana perché colpevoli di aver condotto in quella terra una guerra fascista.
Ci fu, qualche anno dopo, una nuova fiammata che richiamò alla memoria i nostri Caduti dell’ARMIR, quando fu scoperta una lettera, nella quale, l’allora componente del Komintern, Palmiro Togliatti, sollecitava i guardiani dei lager sovietici a non preoccuparsi troppo se i nostri “alpini”, lì “ospitati” morivano di stenti perché più erano i caduti, più l’odio per il fascismo in Italia si sarebbe moltiplicato. Poi tutto si spense sulla bizantinistica interpretazione di un verbo o aggettivo contenuto in quella lettera autografa di Togliatti, che nulla toglieva al senso effettivo che il capo del PCI voleva dare e cioè: “far morire gli alpini” per danneggiare il fascismo.
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Le leggi internazionali stabiliscono precise norme riguardo al trattamento da riservare ai prigionieri di guerra, tali che a questi possa esser garantita la vita, la salute e l’onore.
Troppo spesso l’iniquo trattamento riservato ai nostri soldati caduti prigionieri degli inglesi, dei francesi, degli stessi americani, andava ben al di là di quanto prevedevano le su citate Convenzioni Internazionali.
Infatti nei campi di concentramento degli Alleati, i casi di prigionieri italiani bastonati, incatenati, fucilati o tenuti a regime di fame era, se non la norma, perlomeno frequente. Non è mancato il perverso sistema, anch’esso in contrasto alle già citate norme, di suddividere i prigionieri fra “cooperatori” e “ non cooperatori”, cosa che comportava per questi ultimi ulteriori gravi pene e persecuzioni nel tentativo di spezzarne la resistenza morale e, quindi, la volontà. Vi furono numerosi casi di morti violente, arbitrarie fucilazioni e malattie dovute a un sistematico e programmato cattivo trattamento.
Ma tutto ciò, se pur grave non trova nessuna analogia con le scelleratezze cui andarono incontro i nostri soldati prigionieri dell’Armata Rossa.
Quanti furono i morti?
Ancora oggi non se ne conosce il numero esatto!
Come non evidenziare, a questo punto, lo scarso impegno (se non addirittura l’indifferenza) del Governo italiano nel pretendere dall’URSS un responsabile contegno nei confronti di un così tragico problema? Molto ottenne, al contrario, il vecchio Cancelliere tedesco, Adenauer che, prima di firmare gli accordi commerciali con quel Paese, pretese come condizione primaria, la risoluzione della questione dei prigionieri di guerra. In un sol colpo vennero restituiti alle loro famiglie ben novemila “criminali di guerra”.
Nel 1958, per sollecitare un più incisivo impegno del Governo italiano verso quello sovietico, una delegazione dell’Associazione Congiunti Dispersi in Russia fu ricevuta dall’allora Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi il quale così rispose ai rappresentanti dell’Associazione: “Purtroppo il Vostro problema è stato sacrificato per ragioni di Stato”.
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Durante le furiose battaglie e il tragico ripiegamento del dicembre 1942 e gennaio 1943, la radio russa comunicò che erano stati catturati circa 80 mila soldati dell’ARMIR. Certamente è una cifra gonfiata in eccesso per ovvi motivi di propaganda. In proposito Aldo Valori, nel volume “La Campagna di Russia; CSIR-ARMIR, 1941-1943”, a pagina 739 scrive: <Se calcoliamo approssimativamente in 30.000 sicuramente morti (cifra minima probabile, tenendo conto dell’accanita battaglia e delle difficoltà del ripiegamento) e vi aggiungiamo i rimpatriati, si può presumere che i russi non abbiano catturato più di 55-60.000 prigionieri e forse meno>.
Effettivamente la furia della battaglia che divampò fra il 15 dicembre 1942 e il 31 gennaio 1943 divorò interi reparti. A questo proposito è sintomatico il tributo di sangue del reparto lanciafiamme del Comando Corpo d’Armata che lasciò sul campo il 91% della sua forza; infatti su 310 effettivi se ne salvarono 29.
E’ interessante quanto riportato in merito nella seconda edizione della “Grande Enciclopedia Sovietica”, pubblicata nel 1953 – Volume XIX, pagina 85, dove si stabilisce che le perdite complessive degli italiani nella campagna di Russia assommano a 150 mila unità. I prigionieri sarebbero stati solo 21 mila.
In questo tragico balletto di cifre, scandalosamente reticente, s’introdusse anche Palmiro Togliatti che, in una trasmissione da Radio Mosca, chiamata “La Voce della Verità”, esasperato perché in Italia si dubitava dell’esattezza delle notizie che venivano dall’URSSS, ribadiva che i prigionieri italiani erano 115 mila.
Consideriamo come più veritiera la cifra, come sopra indicata di 60 mila prigionieri italiani, dato che di 40 mila se ne è perduta la traccia, si evince che i due terzi risultano “dispersi”; perdite di gran lunga superiore a quelle fornite sui decessi che avvenivano nei famigerati lager tedeschi che raggiungevano il 40% degli internati.
L’agonia dei nostri soldati iniziava sin dal momento della loro cattura, sospinti e brutalmente malmenati al grido di “davai”.
Scrive Aldo Valori a pagina 742 del già citato volume: <Le marce di trasferimento dai luoghi della cattura ai campi di concentramento aprirono le prime larghe falle nelle file dei nostri prigionieri. Costretti a marce senza posa per giornate intere, con una temperatura che arrivava ai 40 gradi sotto zero, tra ghiacci e neve, con calzature inadatte, senza cibo, senza fuoco, moltissimi dei nostri soldati cadevano a terra sfiniti, ed erano senza pietà trucidati dal classico colpo alla nuca dai soldati di scorta>.
Un’agghiacciante testimonianza su queste brutalità ci è fornita da Gabriele Gherardini nel suo volume “La vita si ferma”, dal quale riportiamo ampi stralci: <Non so quanto aspettammo sempre allineati per quattro. Al minimo movimento entravano in ballo i cosacchi con i calci dei mitra (…). Mi ero distaccato dagli altri a causa del piede che aveva cominciato a dolermi, l’oscurità era impenetrabile. Quattro ombre che mi sentii addosso prima di vederle, si precipitarono rabbiosamente su di me cominciando a caricarmi di colpi forsennati. Una mazzata alla testa mi fece barcollare, un’altra poco più su dello stomaco mi rimise in piedi, poi arrivò uno schiaffo così violento che credetti mi avesse rotto una mascella. Uno degli assalitori mirò all’inguine con un calcio; l’atto istintivo che feci per difendermi raddoppiò la loro rabbia, mi colpirono nel petto, nei fianchi, sulla fronte, proprio al disopra degli occhi (…)>. Poi avvenivano le perquisizioni che erano, in effetti, vere e proprie spoliazioni non solo di oggetti, ma addirittura di quel vestiario che, bene o male, riparava i corpi dal terribile inverno russo.
Una volta giunti al campo, così Gherardini continua: <Quando rientrammo capitò la belva. Era una ragazza dai capelli rossi, corti e arruffati, indossava indumenti maschili (…). Appena balzò dentro, circondata da una turba di ragazzotti dai visi scimmieschi, per prima cosa sventagliò sghignazzando, una raffica di mitra al soffitto>. E iniziò la rapina di quegli indumenti che erano sfuggiti alle prime persecuzioni, furono sottratti perfino i pantaloni. <Uno già mezzo spogliato che indugiò a togliersi camicia e scarpe fu condotto fuori nel mezzo della canea urlante e fu lei a premere il grilletto. Il gran mucchio di stracci su cui il corpo sforacchiato andò ad abbattersi, si macchiò di sangue (…). Ci venne dietro fin quasi a Krinovaja, sempre urlando e uccidendo, implacabile e perversa, anima di tigre in spoglie umane>.
E la fame, la fame era il supplizio peggiore alla quale erano sottoposti i nostri soldati; si pensi, ricorda Aldo Valori, che durante una marcia di dodici giorni il cibo venne distribuito due sole volte!
La testimonianza più viva viene fornita da chi quelle vicende le visse di persona; riporta Gherardini a pag. 201: <La fame, dopo l’accasciamento delle prime ore, è tornata aggressiva, lancinante. Si sogna sempre di mangiare, giorno e notte, visioni continue di orge; tavole ricolme, montagne di cibi. Si è ciechi, disperati, la fame fa passare in seconda linea maltrattamenti e umiliazioni, persino il rischio della morte non conta più. Si sopporterebbe tutto per un pezzo di pane, si venderebbe l’anima al demonio per un buon pasto (…). Da diversi giorni non beviamo e all’improvviso (siamo al passaggio del Don, ndr), nel vedere tutto quel liquido ci viene sete (…). Bevono a mani giunte, molti si stendono e tuffano le labbra nei rigagnoli, qualcuno si serve di un recipiente. In un attimo fra lo scricchiolio simile a quello dei vetri spezzati che fende in obliquo il fiume il ghiaccio s’incrina. Tutti quelli che sono sul filone spariscono sotto, senza neppure il tempo di gridare; nel tumulto improvviso la scorta spara, ma sono colpi inutili; gli annegati ormai navigano sotto l’asfalto bianco, già lontani>.
Finalmente (!) si giunse a destinazione, nei lager russi, in quei luoghi dove le sofferenze e le umiliazioni toccarono il loro apice. Ma dove l’orrore raggiunse il massimo fu nei due campi di Oranski e di Krinovaja.
Ci è dato citare di nuovo la testimonianza di Gherardini. A questo punto dobbiamo scusarci con il lettore di quanto più avanti dovrà prendere atto. La Storia, ma soprattutto la memoria non può, non deve fermarsi davanti al buon gusto, al ribrezzo, all’orrore. Sono fatti realmente avvenuti e quindi vissuti che hanno reso i carnefici mostri e mostri le stesse vittime.
Ciò premesso, ecco quanto scrive Gherardini a pag. 221:<A Krinovaja fu il periodo più orrendo della prigionia, l’infero dei vivi. Ci entrammo in trentamila ne uscimmo in tremila; ventisettemila se ne andarono in poco più di quindici giorni. I più morirono di fame, di dissenteria, di tifo esantematico; molti furono divorati ancora caldi dai compagni, di qualcuno di affrettò la fine perché morisse prima e servisse da pasto agli altri. Fu il regno delle sozzure più tremende, l’egoismo e la brutalità umane assunsero forme d’incubo; in due settimane si provò quello che nessuno ha provato mai: la bestia più immonda avrebbe avuto schifo dell’uomo! (…). Il campo era vastissimo: oltre alla stalla in cui vivevamo noi, apparivano qua e là mucchi di costruzioni in muratura; lo spazio che le divideva serviva da latrina, da cimitero, da fogna. Si defecava vicino ai cadaveri nudi, molte volte ce n’erano tanti che non si sapeva dove mettersi (…). Avvennero scene strazianti, anche la fantasia più fervida non riuscirebbe a descriverle nella loro realtà. Un alpino per giorni e giorni difese contro l’accanimento inferocito degli antropofagi il cadavere del fratello, ma finì per morirci (…)>.
In questo quadro infernale, a causa dell’assoluta mancanza delle più elementari norme igieniche, si scatenò nei campi una violenta dissenteria sanguigna che in pochi giorni si sviluppò in forma violentissima i cui effetti furono letali.
Il contagio della pestilenza era favorita dalla mancanza d’acqua. Ricorda sempre Gherardini che nel campo di Krinovaja c’era un pozzo sempre affollato che alla fine, per la ressa selvaggia, inghiottì un prigioniero che morì all’istante congelato. Non per questo gli uomini assetati si dissuasero dall’attingere acqua nel luogo dove galleggiava il cadavere. Dopo pochi giorni altri uomini precipitarono nel pozzo e nuovi cadaveri ne ostruivano la bocca. Si attingeva acqua scostando i corpi. Alla fine, quando i prigionieri lasciarono il campo, il pozzo era colmo di cadaveri.
Queste brevi note non sono che una sintesi di quanto i nostri compatrioti soffrirono in quegli anni e la cui memoria tende ad offuscarsi, oltre che per il tempo anche per la manigolda politica tendente a “che certe storie è bene non ricordarle per non dispiacere a qualcuno”.




venerdì 8 luglio 2016

... E MAOMETTO E' IL SUO PROFETA

... E MAOMETTO E' IL SUO PROFETA



di: Anonimo Pontino.
L’ Islam “ moderato” in azione….


I mussulmani, uccidono annualmente nel mondo circa 100.000 fedeli di altre religioni a motivo della loro fede non-mussulmana o non sunnita. E lo fanno in modo organizzato e metodico.

La strage avvenuta  nella notte tra l'1 e il 2 luglio a Dacca, la capitale del Bangladesh, corrisponde ad un omicidio rituale. L'uccisione per sgozzamento corrisponde a un atto vissuto come purificatore. Le vittime sono state prima torturate con armi da taglio, poi sono state fatte sdraiare sul fianco sinistro , poi sgozzati fino alla decapitazione.

Tutto questo accade in Siria ogni giorno. L'ISIS trasforma le prigioni in tribunali sommari con mattatoi e centri di uccisione annessi per sterminare cristiani e tutti quelli che sono in disaccordo. Questi mattatoi sono in funzione da anni, e solo nel futuro conosceremo la reale portata di questi orrori.

Questi mattatoi in Siria sono in realtà dei centri per compiere sacrifici rituali umani.

Rescue Christians ha ottenuto le prove filmate anche di questo fatto. Nei suoi video il boia declama questa preghiera prima di compiere l’assassinio:

“In difesa dei Sunniti, O Signore, O Signore, noi portiamo queste offerte a te, O Signore. Ti preghiamo di accettare queste offerte sacrificali, O Signore. O Signore, accetta questo da noi, accetta questo da noi. Nel nome di Allah. Bismillah (nel nome di Allah). Allahu Akbar (Allah è grande).” (5)

Ora, in connessione con questa affermazione, ecco un resoconto di John Eshoo, un reverendo assiro che sopravvisse al genocidio fatto dai turchi in Armenia, in cui egli descrive il metodo di macellazione usato dai musulmani Turchi sui cristiani come identico a quello usato per i sacrifici animali durante i digiuni islamici:

“Il terrificante luogo divenne letteralmente un mattatoio umano, che riceveva le sue vittime silenziose, in gruppi di dieci o venti alla volta, per essere giustiziate. Questi assiri indifesi marciavano come agnelli condotti al macello, senza aprire la bocca, se non per dire “Signore, nelle tue mani rimettiano i nostri spiriti.” I boia cominciavano con il tagliare le dita delle vittime, una falange alla volta, fino a quando entrambe le mani erano completamente amputate. Poi essi venivano distesi in terra, alla maniera degli animali sacrificati nel digiuno, ma con le facce rivolte verso l’alto e le teste appoggiate su pietre o blocchi di legno. Poi veniva tagliata loro la gola, ma solo parzialmente, in modo da prolungare la loro tortura, e mentre si dibattevano nell’agonia, le vittime venivano prese a calci e bastonate con pesanti mazze che gli assassini portavano con se. Molti di loro, mentre ancora in agonia, venivano gettati nelle fosse e sepolti prima che fossero spirati.” (6)



[ il martirio di Padre Jacob, assassinato da ISIS. Padre  Yacoub era un sacerdote che professava la sua fede in Siria. La sua unica colpa è stata di pregare sull’altare della sua Chiesa, non ha combattuto nè lanciato missili o aerei militari. Il martirio è passato sotto silenzio di tutti i media, preoccupati solo di martellarci con il “ dovere dell’ accoglienza” indiscriminata ].


Tutto questo sadismo e crudeltà venivano praticati secondo il metodo usato ancora oggi dalla macelleria rituale  per i sacrifici islamici di animali ( " halal"). 

Essendo praticata dappertutto la macellazione " rituale" degli animali, anche nel liberale Occidente, sono migliaia i mussulmani allenati a sgozzare, decapitare, squartare, dissanguare : inutile chiedersi come mai mussulmani di " buona famiglia" sono in grado di scannare con tanta maestria gli " infedeli" : un mussulmano su tre è in grado di farlo con facilità, proprio per questa cruenta consuetudine millenaria  che noi " tolleriamo" senza chiedersi cosa sia....




Questa teologia del sacrificio umano si basa sull’antichissima storia di Khalid Abdullah al-Kasri, che compì il sacrificio rituale di Jaad bin Durham al posto di un animale durante la Festa del Sacrificio islamica. Egli trascinò Durham in una moschea, e prima di versare il suo sangue, proclamò: “O popolo, sacrificate, Allah ha gradito i vostri sacrifici. Ora io sto per sacrificare Jaad bin Durham.” La storia è accettata come ortodossa da molti dei più influenti teologi musulmani della storia dell’Islam, come Al-Shafi’, Ibin Tayymiya, Bukhari, Dhahabi, Ibin Al-Qiyam, Darami e Ibin Katheer.

Un tedesco, che è stato testimone del genocidio armeno, gestiva un orfanotrofio nella zona di Moush dove i turchi stavano perpetrando i massacri. Quando chiese ad un ufficiale turco se ai bambini armeni sarebbe stato concesso un salvacondotto, il turco rispose: “Puoi portarli con te, ma essendo armeni puoi star certo che gli verranno tagliate le teste lungo la strada.”(1)

Una lettera scritta da una fonte anonima riferisce come i contadini turchi fecero a pezzi un gran numero di armeni usando i loro attrezzi agricoli: “Nella valle di Beyhan Boghazi, a sei o sette ore di distanza dalla città, essi furono attaccati da un’orda selvaggia di contadini turchi, e, come ordinato, furono tutti massacrati con mazze, martelli, accette, falci, zappe, seghe - in una parola, con ogni attrezzo che possa causare una morte lenta e dolorosa. Alcuni tagliarono loro teste, orecchie, nasi, piedi con le falci; altri gli cavarono gli occhi.. I corpi delle vittime furono lasciati smembrati nella valle, in pasto agli animali selvatici.”(2)

Può esistere un Islam moderato?

Domandiamoci perché tra tutte le religioni solo l’islam combatte e ammazza in modo tanto massiccio e organizzato eliminando gli infedeli che non si convertono , facendo vere e proprie guerre di religione e islamizzazione?


[ Genocidio turco degll Armeni : donne cristiane crocifisse ] 


Islam : che cosa ha di diverso dalle altre religioni.
Come è noto, il Corano contiene comandi espliciti a sterminare senza pietà chi non accetta il Corano stesso:
– Circa gli infedeli (coloro che non si sottomettono all’Islam), costoro sono “gli inveterati nemici” dei musulmani [Sura 4:101]. I musulmani devono “arrestarli, assediarli e preparare imboscate in ogni dove” [Sura 9:95]. I musulmani devono anche “ circondarli e metterli a morte ovunque li troviate, uccideteli ogni dove li troviate, cercate i nemici dell’Islam senza sosta” [Sura 4:90]. “Combatteteli finché l’Islam non regni sovrano” [Sura 2:193]. “tagliate loro le mani e la punta delle loro dita” [Sura 8:12]

Un musulmano può uccidere ogni persona che desidera se è per “giusta causa” [Sura 6:152]
– “Essi (gli infedeli ndr) devono essere uccisi o crocefissi e le loro mani ed i loro piedi tagliati dalla parte opposta [Sura 5:33]- “Sappiate che il paradiso giace sotto l’ombra delle spade” [Sahlih al-Bukhari Vol 4 p55]
L’Islam insegna a colpevolizzare i diversi, e a sentire te giusto e libero da colpa e dubbi anche se uccidi innocenti, e che non hai alcun bisogno di introspezione e autocritica. L’islam canalizza e sfoga l’insoddisfazione verso l’esterno, verso i diversi, in forma di aggressività, di conquista.
Se tutto va male è perché esistono persone che rifiutano l’Islam. Da qui la  sua inclinazione alla violenza e alla intolleranza.
Il principio politicamente corretto di “integrazione” è quindi un atto distruttivo e  mortale per l’Italia e per l’Europa.


La strategia islamica agisce con i seguenti strumenti:
-penetrazione finanziaria mediante l’acquisto di sostegni politici, di banche, di industrie strategiche, di mass media, pagati coi petrodollari dell’oligarchia islamica del petrolio;

-espansione demografica mediante immigrazione incontrollata e graduale occupazione di spazi territoriali
-intimidazione terroristica

- costruzione e imposizione di un’ “etica” strumentale alla sua penetrazione in Occidente, sostenuta dalle varie scimmie della politica italiana che si impegnano a finanziare la sostituzione etnica del nostro popolo con i nostri soldi.

Nessuna sicurezza ci potrà essere finché resteranno al potere quelli che hanno voluto le porte aperte all’immigrazione incontrollata.

Un esempio : il martirio di Marcantonio Bragadin.



Agli Italiani narcotizzati dal buonismo e dal clero affarista che guadagna con l’immigrazione, giova ricordare il martirio di Marcantonio Bragadin il 17 agosto 1571 dopo la difesa di Famagosta.

La difesa di Famagosta fu una della pagine più epiche mai scritte dalle armi italiane, inequivocabile dimostrazione della falsità con cui sempre si è dipinto l’italiano come pavido e incapace di combattere.
 I turchi pagano ogni assalto alle mura ed ogni sortita della cavalleria veneziana con decine di migliaia di morti: cifre da Prima Guerra Mondiale. Marcantonio Bragadin: uomo di rare virtù e coraggio, riuscì a galvanizzare la popolazione cittadina greca ed a gestire le magre risorse durante tutto l’assedio dei turchi.
Il 31 luglio 1571 gli esausti difensori respingono il quinto assalto generale: sono rimasti ormai meno di cinquecento uomini validi e la popolazione è alla fame. Il comandante dei turchi, l’arabo Lala Mustafà, rende note a Bragadin condizioni di resa estremamente vantaggiose: salva la vita e le proprietà di tutti, evacuazione a Candia di chi avesse desiderato e libertà di culto per chi fosse rimasto. Bragadin è titubante: vorrebbe respingere l’offerta, ma le delegazioni dei cittadini disperati lo scongiurano di accettare.

Bragadin sa quale sorte sia toccata a Nicosia dopo la resa: 20 mila persone sterminate nei metodi più orrendi, le donne che si gettavano dai tetti pur di non cadere in mano ai vincitori, duemila bambini e ragazze inviati nel mercato degli schiavi del sesso di Costantinopoli.

Bragadin tuttavia accetta la resa.

Mustafà finge cortesia per tre giorni, poi con un pretesto fa arrestare tutta la guarnigione cristiana. Il comandante turco è infatti furibondo: ha impiegato oltre 11 mesi per piegare la resistenza, ha perduto 52 mila uomini, fra cui il suo primogenito.

Quando si rende conto all’esiguità dei difensori, la furia, la frustrazione e il senso di inferiorità lo accecano. Fa decapitare tutti capitani esponendo le loro teste infisse su pali.

Tranne Bragadin .

A lui spetta una sorte agghiacciante: gli fa mozzare orecchi e naso, e poi rinchiudere in una gabbia sotto il sole: per tredici giorni il capitano italiano è stretto in agonia fra le sbarre arroventate mentre le ferite gli si infettano. Il 17 agosto, un venerdì, Lala Mustafà lo fa uscire, pestare e frustare, lo costringe a percorrere due volte il perimetro della città caricato di gerle piene di sassi ed immondizia sulle spalle piagate, facendogli premere dalla soldataglia la bocca in terra ad ogni passaggio davanti al suo trono. Lo fa quindi appendere per ore ad un’antenna nel porto, in maniera che tutti gli schiavi cristiani ai remi ed i prigionieri possano vedere l’orribile sorte del loro comandante.

Ma il pascià musulmano non è ancora sazio di vendetta. Bragadin è legato ad una colonna, più morto che vivo. Il carnefice gli si avvicina con lame affilatissime. Mustafà gli intima di abiurare la Croce ed abbracciare l’Islam. Ma Bragadin rifiuta. Il pascià ordina allora l’orrendo supplizio: il boia inizia a scorticarlo vivo, partendo dalla nuca e dalla schiena, lentamente, ripetendogli «convertiti e la tortura finirà! » Ma Bragadin non cede. Fino alla morte…..

Il martirio di Bragadin infocò gli animi e fu tra i motivi che spinsero le flotte cristiane a battersi come leoni fino alla vittoria, a Lepanto, due mesi dopo.

Anonimo Pontino
NOTE :

(1) Moush: Statement by a German Eye-witness of Occurrences at Moush; communicated by the American Committee for Armenian and Syrian Relief, in Arnold Toynbee, The Treatmen of Armenians in the Ottoman Empire, p. 89
(2) Angora: Extract from a letter, dated 16th September, 1915; appended to the memorandum (doc. 11), dated 15/28th October, 1915, from a well-informed source at Bukarest
(3) William Willard Howard, Horrors of Armenia,  ch. 1, p. 6
(4) Samuel Gridely Howe, An Historical Sketch of the Greek Revolution, ch. 3, pp. 99-100, brackets and ellipses mine
(5) Howe,  An Historical Sketch of the Greek Revolution, ch. 3, p. 100
(6) In Joel Euel Werda, The Flickering Light of Asia: or, the Assyrian Nation and Church, ch. 26, ellipses mine
 
 

mercoledì 6 luglio 2016

LA MENZOGNA DEL BREXIT...

La menzogna del brexit: nulla è come sembra e il “fumo di Londra” serve solo a coprire una mega speculazione finanziaria!

bocca-della-verita
La “Bocca della Verità”, famosa a Roma per la leggenda che vorrebbe tagliasse le mani ai bugiardi!
Siamo di fronte a un nuovo bombardamento mediatico di massa. La notizia del momento riguarda la presunta “uscita” di Londra dalla fantomatica “Unione Europea” (poichè di “unione” vera non si è mai trattato e mai si tratterà; ma trattasi di unione di interessi della setta plutomassonica mondialista!). Quello che salta subito agli occhi di un osservatore attento, è la contraddizione in essere del “presunto” gesto degli inglesi. Che posto occupa, Londra, nella cosiddetta “UE”? Perchè questo pseudo-referendum? Perchè ora? La prima domanda ha una risposta abbastanza netta e immediata: Londra ha occupato e occupa un posto “d’onore” nella cosiddetta “UE”. Un posto di “Stato canaglia”, insieme alla Germania. Infatti Londra è vessatrice, rispetto alla nazioni “vessate” che sono state letteralmente INGOIATE dal Moloc  plutocratico europeista ( ovvero azionista fondatore della Banca Centrale Europea, cioè partecipa degli utili derivanti dalla circolazione della carta straccia chiamata euro, pur possedendo una propria economia ed una propria valuta indipendenti da essa ). Avendo chiaro questo particolare, il gesto inglese appare già dubbio e incoerente. Perché dovrebbe voler “uscire” da un gruppo di affamatori che essa presiede senza vincoli, lucrando costantemente e aumentando le proprie ricchezze private, avendo addirittura dato vita, insieme a Washinghton, a questa congrega di vampiri usurai e affamatori di popoli? Forse un improvviso sussulto di coscienza? Fermo restando che per avere un sussulto di coscienza, una coscienza bisogna pur possederla ( e questo non ci sembra proprio sia il caso in questione!). Non ci risulta, infatti, che i demoplutocrati mondiali ne abbiano mai avuto una. Poi: per rispondere alla seconda domanda, bisogna vedere cosa questo “refernedum” abbia provocato prima e dopo il suo svolgimento. Siccome le reazioni serie e vere nell’ambito della “Uè” sono esclusivamente quelle di natura economica, è li che bisogna puntare lo sguardo se si vuol davvero comprendere cosa si muove davvero sotto la cortina di fumo propinata dai media asserviti alla plutocrazia; in breve c’è da capire cosa si sia mosso (e cosa si stia muovendo ancora) in quell’ambito. Ebbene, come qualcuno (nel silenzio totale dei media!) ha notato (Cfr qui), c’è una “stranezza” che solo i poco avveduti possono giudicare tale. Prima, durante e dopo la cosiddetta “uscita”, una parte dei plutomassoni ha incredibilmente rafforzato l’economia inglese, acquistando (invece che vendendo, come invece dovrebbe accadere SEMPRE quando la speculazione su una nazione inizia, e quando si preme per metterla in difficoltà!) titoli di stato inglesi, e scommettendo sulla svalutazione (non grande, visto lo scenario pronosticato dai media servi!) della sterlina, in vista probabilmente di un aumento delle esportazioni. Sarebbe la prima volta nella storia che una Nazione (sic!) “esce” da un gruppo di plutomassoni che essa stessa ha contribuito a creare, non venendo attaccata economicamente (il che legittimamente rende “dubbia” la sua effettiva “uscita”)! Indovinate un po’ chi, invece, è stato attaccato? LA BCE! …. come? Hanno iniziato a vendere titoli della BCE! Le banche che hanno sofferto “il giorno dopo”, sono quasi tutte quelle pseudo-italiane (mentre il “giorno prima” hanno comprato a raffica!), o comunque quelle dell’ “area euro-sud”.
A Bruxelles, Italia e Francia premono perchè la procedura di rescissione di Londra, visto l’attacco finanziario, sia attuata subito! MA a Londra e a Berlino, invece, no! Londra frena, chiede che se ne inizi a parlare ad Ottobre (cfr qui ). Berlino chiede “calma”, per trattare con Londra. Dunque, in una situazione del genere, visti questi primi dati, cosa si può arguire? Anzitutto, che Londra, nei fatti, non abbandona proprio nulla. Tutto ciò, come abbiamo detto, si potrebbe prospettare, eventualmente, solo avanti nel tempo… qualcosa di la da venire! Ma la propaganda politica, invece di registrare la presunta “volontà popolare”, evidenzia invece l’esatto opposto: ovvero sembra che non abbia affatto vinto il “no, usciamo”, ma addirittura il “sì, rimaniamo”! Cameron si “dimette”, ma la propaganda è tutta per la “follia” di questa presunta scelta di uscire, che sembrerebbe quasi sia stata presa “contro” la volontà “vera” degli inglesi!
Dunque, in uno scenario di questo tipo si ha il dovere di affermare che …”nulla è come sembra”! Intanto si può iniziare a dire che le speculazioni del giorno prima e del giorno dopo, hanno evidenziato un rafforzamento immediato dell’economia di Londra su quella di Berlino (BCE). La cosiddetta “UE”  null’altro infatti rappresenta, lo abbiamo detto e dimostrato, se non una “forma” di governo economico plutocratico retto essenzialmente dall’economia tedesca, sotto altro nome. Il Marco, adesso, si chiama Euro. La BCE non è altro che una gigantesca Deutsche Bank. E, come con le scatole cinesi (il paragone è voluto) partendo con l’aprire la scatola più piccola per arrivare alla più grande, si arriva alla Banca mondiale, all’ FMI (istituzione a cui i governanti inglesi hanno subito chiesto nuovi ordini: “Osborne ha confermato di aver passato il week end parlando con i colleghi del G7, con il segretario al tesoro Usa, con i vertici del Fondo monetario e banchieri centrali. «Continueremo ad assistere alla volatilità che abbiamo già visto, ma confermo che tutte le misure necessarie sono state prese come annunciato dal governatore Carney a cominciare da adeguate swap lines”. Cfr qui ). In tal senso c’è da notare un particolare: Londra non aveva MAI aderito alla Moneta Unica, dunque la Banca d’ Inghilterra era già “indipendente” dalla BCE. Anzi, ne era una “creatrice”, per la sua parte. La Sterlina è rimasta divisa nazionale (questo a beneficio di una sua svalutazione “controllata”). Londra aderisce (ed è ancora così) al cosideetto “Mercato Comune”, e ratifica i trattati di cosiddetto “libero scambio”. Ma proprio per mantenere una egemonia economica sulla propria “fetta” di mercato, accettò solo che Berlino fagocitasse il resto dell’Europa “del Sud”. In questo mercimonio plutocratico, la Francia vorrebbe essere “alleata” della Germania, ma la propria debolezza non le consente di fare la voce grossa. Per questo chiede, insieme alla serva nostrana “repubblica delle banane”, che Londra se ne vada presto! Sul lungo periodo il gesto economico antitedesco di Londra – a questo in realtà si riduce la sua cosiddetta “uscita” –  potrebbe creare problemi alla cosiddetta “UE” berlinese, perciò la posizione “attendista” della Germania non sarà eterna. E siccome quello che capita a Londra è il riflesso della volontà degli Stati Uniti (e viceversa: per non parlare di quella di Israele), si dovrà vedere cosa vogliano fare oltreoceano della “UE”. Da sempre gli Stati Uniti, per bocca dei propri “strateghi militari”, hanno fatto sapere di temere in qualche modo un rafforzamento eccessivo della Germania e una sua possibile “intesa” con  Mosca. Dunque, i plutocrati americani, è credibile che anche in questo caso stiano attuando il solito “doppio standard”. Lo stesso attuato in Siria. Lo stesso attuato in Iraq. Lo stesso attuato in Afganistan. Attraverso Londra, e attraverso la sua smisurata ambizione, sfruttando la “voglia Inglese” di ostacolare la Germania. In fondo, se un domani si dovesse creare una “UE Inglese”, la cosa potrebbe essere solo benvenuta. L’FMI si troverebbe così praticamente a gestire la sua succursale  europea in modo migliore rispetto a quelle attualmente “frammentarie” targate BCE di matrice Berlinese. La Germania potrebbe non accontentarsi del primo piatto, e siccome l’appetito vien mangiando, trovandosi con Mosca a un tiro di schioppo e sfruttando la necessità economica russa scaturita dalle sanzioni (emesse dagli USA!), si potrebbe generare una situazione poco favorevole ai pluto-massoni sia d’olreoceano che mediterranei (vedasi Israeliani).
Dunque, dipanate le nebbie scaturite dal “fumo di Londra” gettato negli occhi della massa intontita a mezzo dei media asserviti, ecco finalmente anche spiegato in favore di chi, realmente, stiano lavorando i cosiddetti “movimenti democratici populisti contestatori” (ovvero i vari Le Pen, Grillo e compagnia ballante!) A favore di una Ue sotto il tallone economico di LONDRA! Fermo restando che il doppio standard vale anche per loro, per cui la BCE può tranquillamente continuare ad aiutarli e sostenerli. Alla  fine la possibilità che l’ “istituzionalizzazione” dei “populisti” torni a vantaggio di Berlino non è mai esclusa (se può convenire a chi di dovere, nessuna opzione viene scartata a priori!). Come nel caso di Grillo (il quale, fatalità, prima del voto referendario di Londra pubblicava un articolo dove si rivendica la volontà del M5s di “cambiare l’Euro ma senza uscire dalla Ue”, particolare che avevamo osservato anticipatamente noi su “IlCovo” prima di tutti: cfr qui ).
Concludendo questa breve disamina, avendo così risposto alle domande che ci eravamo posti inizialmente, possiamo dare una rapida occhiata a quello che sta succedendo nel “fronte interno inglese” che, come abbiamo accennato, sembra muoversi come se si fosse addirittura all’indomani della vittoria del  “rimaniamo in UE” (cfr qui ). Il “doppio standard” è all’opera, e quello che accadrà da qui a novembre non è per nulla definito. O meglio, ottiene comunque il risultato voluto dalla demoplutocrazia anglosassone. Con l’aiuto dei cosiddetti (e fasulli) “oppositori al sistema”, che come avevamo ampiamente spiegato, stanno servendo il Padrone che, ciclicamente, decide di sfruttarli al meglio.
L’unica certezza di cambiamento autentico che rimane, in mezzo a questo mare di inganni e ipocrisia criminale, resta la soluzione politica che noi peroriamo da sempre: la Civiltà Fascista, che reputa l’economia non il fine dell’esistenza umana, ma semplicemente un mezzo per favorire il Bene Comune, sempre subordinata al Bene Morale. In breve, a guardare con occhi disincantati, si può solamente osservare che nel mondo delle cosiddette democrazie liberali, chi ci rimette sempre e comunque è l’Umanità intera!
RomaInvictaAeterna

                                                                                                                                                                 

lunedì 4 luglio 2016

BATTAGLIONE BERSAGLIERI MUSSOLINI





















Il reparto noto come I° battaglione bersaglieri volontari "Benito Mussolini" si formò a Verona, per iniziativa di Vittorio Facchini, nella seconda decade del settembre 1943, prima ancora cioè della nascita della Repubblica Sociale Italiana. Inizialmente raccolse uomini, ufficiali, sottufficiali e soldati, di disparatissime provenienze, armi e specialità. Nucleo di un certo rilievo tecnico e numerico furono gli uomini del Centro Costituzione battaglioni cacciatori di carro in Verona (colonnello Mario Carloni). Si trattava prevalentemente di sottufficiali e bersaglieri rimpatriati dall'Africa settentrionale prima della battaglia di El Alamein per avvicendamento, quindi soldati esperti e sperimentati. Altro rilevante contributo fu quello di ufficiali, sottufficiali e militari del "Centro tradotte Est" sempre di Verona. Per il resto si trattava di personale raccogliticcio che si era trattenuto nelle caserme dopo lo sfacelo, e prigionieri già in avviamento nei campi di concentramento e che aderirono all'appello del Facchini. Il reparto assunse il nome di Benito Mussolini, anche se, in qualche documento, è definito inizialmente come battaglione volontario delle Waffen SS. Bersagliere Repubblicano

E' possibile che questa dizione decadesse all'atto della costituzione della Repubblica Sociale Italiana. Poichè Verona era sede dell'8° bersaglieri, reggimento scioltosi in Tunisia ed il battaglione si era accasermato nel quartiere tradizionalmente sede dello stesso, il I° battaglione volontari fu considerato I° battaglione di quel reggimento. Nel proseguo di tempo, quando col trasferimento del I° battaglione alla frontiera giulia, a Verona vennero formati il II° battaglione "Goffredo Mameli" ed il III° "Enrico Toti" il raggruppamento assunse il nome di reggimento bersaglieri volontari "Luciano Manara". Ad evitare equivoci è bene verbalizzare che le omonimie nelle forze armate della R.S.I. abbondavano, tanto che a Milano, nel quadro della ricostituzione del 3° reggimento bersaglieri volontari, il XVIII battaglione, quando divenne autonomo, assumendo la numerazione di IV battaglione Difesa Costiera, completò la denominazione con "Luciano Manara", mentre a Genova era dislocato un battaglione bersaglieri "Goffredo Mameli", da non confondersi con quello costituitosi a Verona. Il "Mussolini" è coinvolto in una serie di cambiamenti di nome ed è quindi citato anche come battaglione "Bruno Mussolini" e battaglione "Stefano Rizzardi". Quando nell'ambito del riordinamento generale dell'Esercito della R.S.I., gran parte dei reparti autonomi assunsero la denominazione di battaglioni da fortezza o difesa costiera, il battaglione bersaglieri volontari "Benito Mussolini" divenne ufficialmente XV battaglione "difesa costiera". Il battaglione venne inviato in zona operazioni, cioè nella media Valle Isonzo e Valle Baccia, in due scaglioni il 10 e 14 ottobre 1943.


Articolato dapprima in quattro compagnie di linea ed una compagnia comando, poi in cinque compagnie ed un reparto servizi, tenne la linea ferroviaria Gorizia-Piedicolle dal Km.82 al Km.109, con una serie di distaccamenti dislocati in zona controllata dal nemico. Presidiò inoltre permanentemente Santa Lucia d'Isonzo e, per cinque mesi, Tolmino. Il contingente raccogliticcio iniziale venne gradualmente sostituito da soldati volontari e da reclute delle classi 1924 e 1925 che raggiunsero, quest'ultime, il reparto, nell'aprile del 1944.Dopo alcune incertezze, il battaglione adempi egregiamente ai suoi compiti resistendo alle operazioni nemiche di annientamento effettuate alla fine di giugno del 1944 ed a settembre dello stesso anno, oltre allo stillicidio di 19 mesi di continue azioni di guerriglia, imboscate, attacchi repentini, attentati. La bontà delle prestazioni vanno collegate con lo spirito e l'aggressività che caratterizzavano i suoi componenti, ma anche con il livello dell'armamento. I gruppi da combattimento di compagnia erano molto efficienti per la loro mobilità, la capacità manovriera, l'addestramento, tanto da infliggere costantemente forti perdite al nemico rappresentato dal IX Korpus sloveno. Tale unità schierava non meno di 7-8000 uomini divisi in due divisioni, con 8 brigate e due batterie d'artiglieria, parecchi distaccamenti autonomi, tutti i servizi divisionali. Inoltre i bersaglieri ebbero parte nell'annientamento delle tre brigate componenti la divisione Garibaldi-Natisone quando, nel
1945, la stessa passò alle dipendenze dello Stato Maggiore sloveno. In fase difensiva, la lunghezza della linea e l'esiguità dei presidi poterono reggere perchè il battaglione "Mussolini" disponeva praticamente di cinque compagnie fucilieri che però avevano nei distaccamenti, a loro disposizione, l'armamento suppletivo di tre compagnie mitraglieri (27 armi da 8n-i/m), due compagnie mortai (18 pezzi da 81 mm), una batteria da 2O mm (6 mitragliere Breda) ed una batteria da 25mm (6 pezzi Hotchkiss anti-carro). La forza transitata nel reparto viene valutata sui 2000 uomini, dei quali 90 ufficiali. Questo dato deriva da una testimonianza relativa al libro matricola nell'aprile 1945 ed anche da riscontri su documenti ufficiali. In data 10/2/44 un rapporto del maggiore Faccini, ufficiale di collegamento presso il comando tedesco a Trieste per tutte le forze della R.S.I., denuncia una forza complessiva di 749 uomini (33 ufficiali, 94 sottufficiali, 622 bersaglieri). L'organico, in data 1/8/44, secondo la relazione dello Stato Maggiore Esercito, reca 1299 uomini (39 ufficiali, 98 sottufficiali, 1062 bersaglieri), il che consente di ritenere che il massimo della forza presente fosse stata raggiunta alla fine di giugno, con 1350 uomini. Questa forza corrisponde a quella di tre battaglioni bersaglieri "ciclisti" nel Regio Esercito.


Il 25/3/45 il generale di c.a. Archimede Mischi, ispezionando le forze presenti in Venezia Giulia, verbalizza una forza di 625 uomini fra i quali 105 allievi ufficiali e si può quindi ritenere una ripartizione in 30 ufficiali, 140 sottufficiali, 455 bersaglieri. All'atto della cessazione del conflitto, il 29 aprile 1945, si valuta che consegnarono le armi 560-600 uomini. Poiché non si dispone del libro matricola, dato che la documentazione dei reparti della R.S.I., in linea di massima, è andata perduta, si è costretti a ripiegare su di una analisi per campione. Questo campione è fornito dall'elenco dei Caduti del reparto. Si valuta che il battaglione, dal momento in cui giunse in zona d'operazioni il 10 ottobre 1943 alla data del rientro degli ultimi militari dalla prigionia in Iugoslavia, 26 giugno 1947, abbia avuto fra i 350 e i 400 Caduti, dei quali 324 identificati con un lunghissimo paziente lavoro di ricerca e controllo da parte del "gruppo reduci". Si è ritenuto che questo elenco, nel quale per ogni nome è stato annotato il massimo che si è potuto raccogliere di notizie, possa essere considerato sufficientemente attendibile per una estrapolazione a tutto il reparto. L'elenco è depositato presso l'archivio dello "Istituto Storico della R.S.I." della Cicogna e gli elementi di identificazione sono i seguenti: Nome, Cognome, 


grado, classe di leva, distretto, categoria di arruolamento (volontari, coscritti, trattenuti alle armi o aderenti dalla prigionia), compagnia di appartenenza, condizione da civile (prestatore d'opera, studente, militare di carriera), data di morte, località, modalità di morte (caduto, ucciso, deceduto), documentazione sulla morte (Elenchi ministeriali R.S.I., Commissariato esumazione salme, cimitero, testimonianza di commilitoni, accertamento presso i familiari, verbali della C.R.I.). Altre notizie di particolare interesse, quando sussistono, sono allegate in calce. 350 Caduti rappresentano il 17% della forza transitata. Per quanto riguarda gli ufficiali, 90 , i Caduti sono 22, pari al 25% della forza
transitata. La forza transitata è piuttosto elevata anche se confrontata con la forza massima ed i motivi sono molteplici. Indichiamo fra le cause di perdita di forza le seguenti voci: caduti e dispersi perdurando il conflitto, circa 170, feriti e dimessi per motivi di salute, 350, trasferiti 150, catturati nel mese di ottobre 1943 e che si ritengono rientrati in famiglia 100, disertori verso il nemico 50, assenti per vari motivi alla fine del conflitto, 50. I 500 che mancano a completare il conteggio sono catalogati sotto la dizione "assenti arbitrari", l'80% dei quali transitati ad altri reparti della R.S.I. I maggiori beneficiari di questo travaso, che in effetti era tollerato, furono il II battaglione dello stesso reggimento, "Mameli" che operava sul fronte Sud, la Xa Flottiglia MAS, le Brigate Nere territoriali.



Il 45% dei caduti perirono prima del termine del conflitto, ma di questi, solo il 37% poterono avere una sepoltura formale, mentre per l'aliquota restante, come sempre avviene nella guerriglia, l'esatta dizione dovrebbe essere "dispersi" e quindi il luogo dell'inumazione è ignoto. Il 55% cadde posteriormente al 30 aprile 1945 quando i superstiti deposero le armi, per complessivi 175-180 soldati, 88 dei quali fucilati nei dieci giorni successivi alla cattura, 19 uccisi durante tentativi di fuga od in prigionia mentre di 65 è accertato il decesso per malattia durante la cattività. La estrapolazione da elenco Caduti consente di affermare che il 67% del reparto era formato da volontari, l'11% da bersaglieri levati con i bandi "Graziani", mentre il 2% era formato da elementi già alle armi l'8 settembre 1943.
Abbiamo detto che caddero complessivamente 22 ufficiali. Dei 32 che formavano i quadri del battaglione il 30 aprile, 16 vennero uccisi, pari al 50%, dei quali 13 a Tolmino, 2 durante un tentativo di fuga, 1 al rientro dalla prigionia. Nessun ufficiale venne ucciso o morì per malattia durante la prigionia in Iugoslavia. Per quanto riguarda l'ambiente di provenienza dei militari, il 59% erano lavoratori (contadini, operai, impiegati), il 36% studenti, il 5% militari di carriera. Se si considera separatamente il gruppo degli ufficiali, fra di loro i militari di carriera raggiungevano il 10%. Nell'analizzare i volontari che come detto coprivano il 67% della forza, si constata come il 13% degli stessi fossero studenti universitari, il 32% studenti delle scuole medie, il 53% lavoratori, il 2% militari di carriera. In primissima approssimazione, accettato il fatto che i volontari che militarono nel reparto furono 1340, di questi 174 erano studenti universitari, 428 studenti delle medie, 26 militari di carriera e 712 lavoratori.



Il Battaglione Bersaglieri Volontari B . Mussolini prestano il loro giuramento alla Repubblica Sociale Italiana ,fu in ordine di tempo , il primo reparto non di partito , che venne costituito nell 'Italia del Nord dopo l'8 settembre 1943 a Verona ed il primo inviato in zona d'impiego sul fronte orientale

Bersaglieri del "Mussolini"

Per quanto riguarda la provenienza geografica degli uomini, il 29% degli stessi erano veneti, il 18% emiliani, il 13% giuliani, l'l 1 % lombardi, il 5 % piemontesi, mentre il 24% rimanente era ripartito fra tutte le altre regioni. Da quanto sopra si può dedurre che i giuliani presenti, prevalentemente triestini, furono circa 260. L'ultima nota riguarda l'età dei componenti il battaglione. Solo il 2% aveva superato i 40 anni ed il 7% era compreso nella fascia fra i 30 ed i 40, il 21% era fra i 23 ed i 30 anni. I bersaglieri di 21 anni erano il 12 %, quelli di 20 il 19%, quelli di 19 il 19%, quelli di 18 il 9%, per finire con il 4% di 17 anni.


OTTOBRE 1943 SFILA IL BATTAGLIONE


L’ UFFICIALE PRIMO A DESTRA E’ IL CAPINO ENNIO ROICH, CATTURATO DAI PARTIGIANI IL 30 APRILE 1945 SI RIFIUTO’ DI TOGLIERSI I NASTRINI DELLE DECORAZIONI E VENNE PERCIO’ IMMEDIATAMENTE UCCISO

IL GAGLIARDETTO DEL BATTAGLIONE

VERONA MARZO 1944
I COMPLEMENTI DEL  BATTAGLIONE "MUSSOLINI" PARTONO PER IL FRONTE

SFILA IL BTG. BERSAGLIERI “MUSSOLINI”




I Bersaglieri del Battaglione B Mussolini trasportano a spalla la bara del Capitano Paride Mori , Comandante della 3 Compagnia , ucciso in un'imboscata partigiana il 18 febbraio 1944 presso Modreuzza , Tolmino , l'Immagine dei funerali nella Chiesa di Modreuzza






Dal seme gettato dai Battaglioni d’assalto CC.NN. sulle nude montagne e nelle valli fangose di Albania e largamente fecondato dal sangue dei loro uomini migliori, naquero i Battaglioni M, come trasformazione e potenziamento dei normali battaglioni d’assalto.
La trasformazione fu selettiva ed organica : i legionari furono scelti tra i più idonei fisicamente che avessero date prove di combattività, di ardimento e di coraggio ; l’armamento e l’inquadramento furono migliorati seguendo le accresciute esigenze e gli insegnamenti che il combattimento aveva dati.
I primi battaglioni d’assalto ad essere trasformati in M furono quelli che si erano battuti strenuamente meritando la citazione sul bollettino delle Forze Armate : i battaglioni del Raggruppamento Galbiati (il VIII, il XVI e il XXIX) per la battaglia di Marizai e quelli della
Legione Leonessa ( XIV e XV, bollettino 248 del 10 febbraio 1941). Questi reparti furono trasformati in M e completati già nell’ottobre 1941.
Il distintivo dei Battaglioni M è, al posto del semplice fascetto sulla mostrina, la Emme rossa traversata dal fascio in argento, simbolo della sigla mussoliniana.
L'uniforme è quella della Milizia, i Battaglioni M conserveranno poi per tutta la durata del conflitto la camicia nera nonostante il nuovo regolamento che prevedesse per tutti, Esercito e Milizia, la camicia grigioverde.
Il motto dei reparti, scritto in calligrafia mussoliniana su ogni gagliardetto è " Seguitemi", ad indicare l'assoluta fedeltà e dedizione alla causa che queste truppe avevano nei confronti della 
Patria e del Regime. I gagliardetti dei reparti, consegnati direttamente dallo stesso Mussolini, erano "a coda di rondine" e portavano ricamati, oltre al motto e al numero identificativo del Battaglione su un lato, la Emme rossa traversata dal fascio littorio sull'altro.

L’elenco completo dei Battaglioni M è il seguente :
Raggruppamento Galbiati :
VIII – Varese;
XVI – Como;
XXIX – Arona;
Gruppo di Battaglioni Leonessa :
XIV – Bergamo;
XV – Brescia;
XXXVIII – Asti , battaglione armi accompagnamento;
Gruppo di Battaglioni Montebello :
VI – Mortara;
XXX – Novara;
XII - Aosta, battaglione armi accompagnamento;
Gruppo di Battaglioni Valle Scrivia :
V – Tortona;
XXXIV - Savona;
XLI – Trento, battaglione armi accompagnamento;
Gruppo di Battaglioni Tagliamento :
LXIII – Udine;
LXXIX – Reggio Emilia;
Battaglioni M a disposizione del Comando :
X – Voghera;
LXXXV – Apuania;
XLII – Vicenza;
LXXI – Faenza;
XLIII – Belluno;
LX – Pola;
L – Treviso;
LXXXI – Ravenna.




















Il 18 giugno 1944
a Santa Lucia d'Isonzo, durante la cerimonia per l'anniversario di Fondazione del 1 Battaglione Bersaglieri Volontari B . Mussolini , alcuni soldati danno una dimostrazione di abilità nel maneggio delle armi , smontando e rimontando a occhi bendati i fucili mitragliatori e le mitragliatrici leggere in dotazione








Battaglione  Volontari Bersaglieri  M  "Benito Mussolini"                                                                   
[Costituito con elementi arruolati a ridosso della Linea Falciano-Mondragone, tra il Volturno e il Garigliano]
 (Capitano Rino  [Cesare]  Cozzarini  MOVM)
Forza: 650   Caduti in combattimento: 192
Ricompense: 1 MOVM -  2 MAVM - 19 MBVM - 2 EK I Kl. -  2  EK II Kl.

Reggimento Volontari Bersaglieri "Luciano Manara"
[Costituito con elementi arruolati a Verona  -  Deposito 8° Bersaglieri - e veterani del Reggimento]
(Ten. col. Vittorio Facchini - ten. col. Antonino Salvo)
       I  Battaglione  "Benito Mussolini" 
       (cap. Armando Cavalletti -  cap. Ezio Mognaschi)
       Forza media: 700    Caduti in combattimento e in prigionia o assassinati: 410
       Ricompense: 1 MBVM al Labaro - 1 MOVM - 12 MAVM - 23 MBVM - 12 CGVM - 1 EK I Kl. - 32 EK II Kl.
       II  Battaglione  "Goffredo Mameli"
      (Magg. Leonardo Vannata - cap. Mario Maltinti)
       Forza: 600    Caduti in combattimento o assassinati: 72
       Ricompense: 6 MAVM - 16 MBVM - 5 CGVM - 2 EK I Kl. -  42 EK II Kl.   
       III  Battaglione  "Enrico  Toti"
       (Magg. Sandro Bonamici)
       Forza: 450   Caduti in combattimento o assassinati: 19
       Ricompense:   8 EK II Kl.                 

3° Reggimento Volontari Bersaglieri
[Costituito con elementi arruolati a Milano - Scuole di Porta Nuova - e veterani del 3° Reggimento Bersa- glieri  - Sciolto il 10 febbraio 1944, quando i Battaglioni furono resi autonomi]
(Ten. col. Alfredo Tarsia)
      XVIII  Battaglione (IV  D.C.)
       (Magg. Pietro Grana - cap. Giovanni Bisio)
       Forza media: 1.110    Caduti in combattimento o assassinati: 11, oltre 120 senza croce                    
       Ricompense:   5 MAVM - 11 MBVM - 12 EK II Kl.
      XX Battaglione (II  D.C.)  
       (Magg. Antonino Mistretta - cap. Pietro Borroni)
       Forza media: 930       Caduti in combattimento o assassinati: 55,  oltre 90 senza croce
       Ricompense:  6 MAVM - 12 MBVM - 10  EK II Kl.
       XXV Battaglione (III  D.C.) 
       (Cap. Luigi Paggiarino -  cap. Giuliano Falomi)
       Forza media: 850       Caduti in combattimento o assassinati: 9,  oltre 90 senza croce   
       Ricompense:  6 MAVM - 8 MBVM - 6  EK II Kl.                    
      LI Battaglione (I  D.C.)                    
       (Ten. col. Giovan Battista Garibaldo)
       Forza media: 790       Caduti in combattimento o assassinati: 10, oltre 120 senza croce
       Ricompense:  9 MAVM – 12 MBVM - 1 EK IKl. - 10 EK II Kl.

III Battaglione Bersaglieri "Natisone"                
[Costituito con elementi arruolati a Udine - Inquadrato nel  Reggimento  Volontari  Friulani  "Tagliamento"  costituito e comandato dal colonnello  Ermacora Zuliani]
(Ten. Antonio Cutelli)
Forza media: 570    Caduti in combattimento o assassinati: 23, oltre 85 senza croce
Ricompense:  4 MAVM – 9 MBVM - 1 EK I Kl. - 5  EK II Kl.

Battaglione di Combattimento Volontari Italiani "Ettore Muti"                
[Costituito con elementi del 5° Regg. Bersaglieri arruolati nella sede della GIL in Piazza Beccaria a Firenze]
(Cap. Giuseppe Bindi)
Forza: 265   Caduti in combattimento o assassinati: 7, oltre  15 senza croce

 1a Compagnia Bersaglieri del Mincio
[Costituita con elementi arruolati a Mantova - Inquadrata nel Gruppo Esplorante Celere del Raggruppa-
mento Cacciatori degli Appennini]
(Ten. Bruno Gallese)
Forza: 130     Caduti in combattimento o assassinati: 11, oltre 37  senza croce
Ricompense: 5 MAVM – 9 MBVM

I Battaglione Arditi Bersaglieri
[Costituito con elementi arruolati a Brescia - Inquadrato nel  Raggruppamento Anti Partigiani]
(Magg. Antonio Pacinotti - magg.s.S.M. Filippo Galamini)
Forza: 590     Caduti in combattimento o assassinati: 13 , oltre 85 senza croce
Ricompense: 4  MAVM - 8 MBVM

1a Divisione Bersaglieri "Italia"
[Costituita ad  Heuberg con personale volontario, di leva, richiamato e tratto dai Campi di Internamento]
(Col. i.g.s. Mario Carloni - col. i.g.s. Guido Manardi - gen. div. Mario Carloni)
Forza: 10.900   Caduti in combattimento o assassinati  : 433 , più rilevante numero di senza croce
Ricompense: 1 MOVM - 41 MAVM – 71  MBVM    
       1° Reggimento Bersaglieri
        (Ten. col. Giuseppe Zelli - Jacobuzzi)
              I    Battaglione 
             (Cap. Rodolfo Sullini)
             II   Battaglione 
             (Cap. Lucchesi-Palli)
             III Battaglione 
              (cap. Aldo Brunialti)
       2° Reggimento Bersaglieri
        (Ten. col. Spitaleri - col. Trillini - col. Bartolomeo Gandini)
             I    Battaglione 
             (Cap. Giuseppe Ferrario)
             II   Battaglione 
             (Cap. Ciancio)
             III Battaglione
              (Cap. Faletti)
      Gruppo Esplorante Divisionale [1a Divisione "Italia"]
         (Ten. col. Alfredo Tarsia - ten. col. Bartolomeo Gandini - cap. Gerardo Chisté - cap. Ientile)
       Compagnia Anticarro Divisionale
         (Ten. Mario Valchi - cap. Boccasavia)
       CIV  Battaglione Complementi
         (1° Cap. Branchetti - cap.  Lucchesi-Palli) 

Gruppo  Esplorante Divisionale    [ 2a  Divisione  "Littorio"]
(Cap. Galigani - cap. Nello Presico - cap. Anco Marzio Da Pas)

Gruppo  Esplorante  Divisionale   [4a Divisione "Monterosa"] 
 (Magg. Girolamo Cadelo - cap. Weintz - ten. col. Emanuele Andolfato - magg. Villa)

Battaglione Bersaglieri "Fulmine" [X Divisione F.M.]
(Ten. vasc. Sergio Scordia - ten. vasc. Giuseppe Orrù - ten. vasc. Elio Bini - ten. vasc. Giuseppe Orrù)
Forza: 325     Caduti in combattimento o assassinati: 115
Ricompense: 1 MAVM  alla Fiamma del Battaglione - 7  MAVM - 19 MBVM -  15 CGVM  -  22  EK II Kl
SANTA LUCIA DI TOLMINO (GORIZIA) LA SALMA DEL BERSAGLIERE DICIANNOVENNE  FRANCESCO PERILLO CADUTO IL 24 GENNAIO 1944
I massacri dei bersaglieri del “Mussolini”
Come è noto il Btg di bersaglieri volontari “Mussolini” fronteggiò gli slavi del X° Corpus sul fronte orientale fin dal 10/12 ottobre 1943. Il 30 Aprile 1945, dopo la morte di Mussolini e la resa delle truppe italo-tedesche, anche gli uomini del “Mussolini” decisero di arrendersi ai partigiani di Tito, alle condizioni stabilite che prevedevano l’immediato rilascio dei soldati e la trattenuta dei soli ufficiali per accertare eventuali responsabilità. Ma i “titini” si guardarono bene dal rispettare le condizioni concordate e, invece di lasciare liberi i soldati, condussero tutti a Tolmino e li rinchiusero in una caserma. Da qui qualcuno fortunatamente riuscì a fuggire, ma, dopo alcuni giorni, 12 ufficiali e novanta volontari furono prelevati, condotti sul greto dell’Isonzo e, qui, trucidati. Dopo altri giorni altri dodici furono prelevati, condotti a Fiume e uccisi. E ancora il 18 maggio dall’Ospedale Militare di Gorizia furono prelevati 50 degenti e uccisi. Dieci erano bersaglieri. Intanto i sopravvissuti avevano iniziato una marcia allucinante, senza cibo né acqua, picchiati e seviziati, e altri furono uccisi durante la marcia. Finalmente giunsero al tristemente famoso campo di prigionia di Borovnica ove fame, epidemie, sevizie e torture inumane seminano morte fra gli odiatissimi bersaglieri. Alla chiusura di quel campo, nel 1946, i sopravvissuti furono internati in altri campi ove le condizioni non migliorarono assolutamente. Alla fine, il 26 giugno 1947, soltanto 150 bersaglieri, ridotti in condizioni inumane, poterono tornare in Italia. Dei quasi quattrocento caduti del battaglione, ben 220 furono quelli uccisi dopo il 30 aprile 1945

I caduti del 3° Rgt. Bersaglieri volontari

Il I° Btg era schierato a Genova e a levante di Genova. I reparti che erano a levante di Genova si sacrificarono quasi interamente per contrastare l’avanzata del negri della 92^ Div. “Buffalo”. I reparti che si trovavano in città furono attaccati dai partigiani e si difesero fino all’ ultima cartuccia. Essendo ormai disarmati, furono catturati e, immediatamente, quasi tutti uccisi. Il II° Btg si trovava, invece, in Liguria in difesa del confine occidentale. Quando giunse l’ordine di ripiegamento, risalì insieme alla 34^ Div. Tedesca fino a Quagliuzzo in Piemonte e qui, il 3 maggio, si arrese al CNL locale previo rilascio di un lasciapassare per tutti gli uomini. Malgrado il lasciapassare, però, il Cap. Francoletti e il Ten. Casolini furono condotti sul greto della Dora e qui massacrati. I corpi non furono mai ritrovati. Questo Btg ebbe anche due giovani mascotte, di quattordici e dodici anni, assassinate dai partigiani.
CADUTI DEL 1° BATTAGLIONE VOLONTARI “BENITO MUSSOLINI”
DELL’ 8° REGGIMENTO BERSAGLIERI
SUL FRONTE GIULIO 1943/1945


ARRIGO E ALBERTO TIEGHI sono due fratelli ravvenati che fanno parte del 1° Battaglione Bersaglieri “Mussolini” schieratosi, lungo l’ Isonzo contro l’ invasione slava, fin dai primi mesi della R.S.I.. Sul finire del ’43 la vista della divisa con le penne al vento portata bravamente dal loro cugino Aldino Tieghi basta per accenderli d’ entusiasmo e indurli a vestire la stessa divisa. Si distinguono subito per coraggio e per resistenza fisica e morale. Ciò avviene particolarmente nella lotta che il battaglione deve sostenere nell’ estate del ’44 lungo la valle del torrente Bacia, nella zona di Tolmino. Nell’ agosto i due fratelli si trovano alla difesa di un posto avanzato che viene attaccato con particolare violenza. Il ridotto resta letteralmente sconvolto, ma dalle macerie gli eroici difensori continuano a sgranare le loro mitragliatrici per cui gli assalitori sono costretti a ritirarsi. Quando però giungono i rinforzi guidati dal serfgente Aldino Tieghi, questi vede Arrigo ancora attaccato all’ arma ma immobile nella morte, vede Alberto vivo bensì, ma grondante di sangue di numerose ferite.
Nel volume “Na Furis” si leggono i particolari della sepoltura dell’ eroe, la visita fatta qualche giorno dopo dal padre colonnello Tieghi, che vuole scoprire la Salma per toccarla piamente con le sue mani, la breve degenza in infermeria  del fratello ferito. Il quale torna poco dopo agli avamposti, resta prigioniero e, vero e proprio martire, muore sotto le sevizie dei titini nel Campo di Borovnica. Il Caduto ha lasciato un diario del quale si ha solo la dedica che riportiamo :
Signor Comandante, se dovrò soccombere, morire per la mia idea, per la mia fede-la Patria- le persone che mi amarono impareranno attraverso queste pagine a conoscere meglio il mio animo, il mio carattere, la mia persona, sempre tesi al raggiungimento di uno scopo: la grandezza dell’ Italia. Sarò fiero di aver fatto questo gesto: quando la diana della storia batte, non si deve esitare: bisogna gettare l’ anima oltre ogni ostacolo. Chi non è pronto a morire per la fede, non è degno di professarla.


Alberto Tieghi 




PINO VERARDI, FIGLIO DI CARLO VERARDI, CAP. MAG. DEL 1° BATTAGLIONE VOLONTARI B. MUSSOLINI,  AL RADUNO DEL BATTAGLIONE PER RENDERE ONORE HAI CADUTI E HAI REDUCI DEL BATTAGLIONE


Una pattuglia del 1° Batg Bersaglieri Volontari B . Mussolini  in ricognizione sulle montagne circostanti la valle del Boccia .
 Il nemico è stato avvisato i Bersaglieri si spiegano lungo il costone













Aprile 1944
Il 1 Battaglione Bersaglieri Volotari B . Mussolini e Reparti Volotari della Divisione 188 Gebrgsjagr Gorbirgs in una Missione Anti Partigina delle Formazioni di Tito Slovenia 







 SACCOIZZA 4 MARZO 1945
BERSAGLIERI DEL BATTAGLIONE “MUSSOLINI” MONTANO LA GUARDIA ALLE SPOGLIE DEL TENENTE LALLO MADANI CADUTO 
COMBATTIMENTO CONTRO GLI SLAVI.
ALLA MEMORIA DEL TENENTEVENNE CONFERITA LA MEDAGLIA D’ ORO
GORIZIA MARZO 1944
I BERSAGLIERI DEL MUSSOLINI DURANTE I FUNERALI DI UN LORO CAMERATA CADUTO CONTRO I TITTINI




DICEMBRE 1944



SETTEMBRE 1965 - VIGASIO (VERONA)
SUPERSTITI DEL "MUSSOLINI" PRECEDUTI DAL PICCHETTO D' ONORE
PORTANO I RESTI DEL BERSAGLIERE MINNO NOCCA CADUTO NELL' APRILE 1943

Il Seminario Minore di Gorizia 
(ora sede distaccata dell'Università degli Studi di Trieste) durante la RSI era stato adibito ad Ospedale Militare. La targa qui sotto ricorda questa funzione ed è posta in una grotta artificiale dedicata alla Madonna di Lourdes prima dell'ingresso dell'ex Seminario. Purtroppo non è fatta menzione del fatto che degenti e personale furono uccisi dai banditi titini al loro arrivo a Gorizia.