domenica 7 giugno 2015

10 GIUGNO 1940




"E' TIPICO PER LE FALSE DEMOCRAZIE PROIBIRE LA VERITA' DELLA                                        
                               DELLA STORIA,  
                      
                   POSSA LA STORIA RIVELARE LA   VERITA'."        

10 GIUGNO 1940 

10 giugno 1940, l'Italia entrava in guerra ed oggi gli italiani sono sommersi da una marea di rievocazioni, testimonianze, documentazioni spudoratamente deformate, falsificate, manovrate, per dimostrare una sola cosa: e cioè che la nazione venne trascinata in una criminale avventura destinata in partenza alla più catastrofica delle conclusioni.    NIENTE DI PIU' FALSO!!! Noi vogliamo ricordare che quel 10 giugno gli italiani erano tutti convinti che fosse giunto il momento di scendere in campo per chiudere la partita con quelle false democrazie capitaliste che avevano fatto di tutto per isolare e soffocare gli aneliti di riscossa e di libertà dei popoli europei già schiacciati, emarginati, avviliti nei loro più naturali diritti da quel trattato di "Pace di Versailles" che, alla fine della prima guerra mondiale aveva visto Inghilterra, Francia e USA imporre la loro proterva volontà sopraffattrice anche a quelle nazioni come l'Italia, che pure avevano contribuito con molto sangue alla vittoria del 1918. Solo dei professionisti della menzogna e della falsificazione storica possono sostenere il contrario. Solo gentaglia di questa risma può cercare di far credere (e purtroppo ci riesce) che la guerra fu voluta dall'Italia e dalla Germania.
La guerra venne dichiarata da Francia e Inghilterra con il pretesto di difendere la Polonia da un'aggressione tedesca che la stessa Polonia aveva provocato su istigazione francese e inglese, senza che poi inviassero un solo uomo in difesa dei polacchi. I fatti sono ampiamente documentati! . Inghilterra e Francia fecero di tutto per provocare la guerra, e quando questa iniziò, l'Italia non poté restarne fuori. Perché quella guerra fu una "guerra di religione".
La "religione" material-capitalista alleata a quella marxista per distruggere l'Europa.
Quell 'Europa che stava tentando di affrancarsi da capitalismo e marxismo in nome della sintesi nazionale e sociale e, soprattutto in nome di DIO. Cominciata la guerra, l'Italia Fascista si trovò a combattere non solo nelle trincee d'Europa, d'Africa e di Russia, ma anche sul fronte interno contro i TRADITORI che, legati al conservatorismo plutocratico o al materialismo marxista, scelsero di servire il nemico pugnalando alle spalle chi si stava sacrificando per la PATRIA e per la rivoluzione anti­capitalista e anti-comunista.
Il tradimento si concretizzò dapprima nel nascondere ai nostri soldati le armi e,successivamente, una volta perduta la guerra, nel "vendere" chi si era battuto per la R.S.I.  al barbaro invasore angloamericano.
Un errore commesso dal Fascismo (di sicuro per bontà d'animo) fu quello di non colpire da subito chi tradiva, chi voleva consegnare la PATRIA al nemico.
Ricordiamo quest' oggi tutti gli italiani caduti in combattimento, chi si è spento tra enormi sofferenze, e chi è ancora con noi su questa Terra,

  Dino

giovedì 4 giugno 2015

DEMOCRAZIA DIRETTA E STATO SOCIALE

 

DEMOCRAZIA DIRETTA E STATO SOCIALE

un binomio indissolubile

Fin dalla sua comparsa sulla terra l’uomo si è caratterizzato come essere sociale, propenso ad unirsi per condividere e sviluppare con altri i comuni interessi e per meglio tutelare e difendere le proprie conquiste lavorative e sociali.

Escludendo le società collettivistiche dove tutto è messo in comune e l’individualità annullata, possiamo affermare che le associazioni o microcomunità – da quella base rappresentata dalla famiglia unita da vincoli di amore e di sangue a quelle in ambito lavorativo come i sindacati e le associazioni di categoria – rappresentano le cellule del tessuto connettivo di una moderna, pluralista e ordinata società.

Questa premessa è necessaria per comprendere lo spirito e le finalità della Democrazia Diretta che si colloca all’interno di un ampio e articolato processo teso al superamento del modello liberal-capitalista e al ridimensionamento del ruolo dei partiti ricondotti nell’alveo istituzionale.

Dimentichiamoci, per il momento, dell’attuale sistema e pensiamo ad un qualunque lavoratore, operaio, impiegato o professionista, inserito in un sistema a Democrazia Diretta. Questi è chiamato ad eleggere, su base territoriale, secondo il principio delle primarie e senza il filtro dei partiti, il rappresentante della categoria di appartenenza.

Il nostro lavoratore sarà motivato ad andare a votare e lo farà con la massima attenzione e competenza affinché gli interessi della sua categoria, e di conseguenza i suoi, siano perseguiti.

Lo stesso vale per le altre espressioni significative della società: medici e insegnanti, sindacati e industriali, uomini di scienza e di cultura, casalinghe, sportivi, pensionati, immigrati… ogni realtà importante del nostro Paese avrà il suo rappresentante in Parlamento che, di fatto, sarà lo specchio fedele della società civile.

I parlamentari risponderanno direttamente agli elettori da cui hanno ricevuto il mandato e non avranno bisogno, come avviene ora, di crearsi le clientele per assicurarsi la rielezione. Sarà sufficiente lavorare bene, nell’interesse della categoria di appartenenza e di quello supremo della Nazione. Non ci saranno più le tangenti ai partiti e le mazzette ai politici.

Il Parlamento sarà composto da esponenti qualificati e da persone competenti. Non avremo più il tuttologo, il politico che un giorno fa il Ministro della Sanità e il giorno dopo il Ministro dei trasporti, bensì un medico a capo della Sanità, un ingegnere al dicastero dei Trasporti e un magistrato al Ministero della Giustizia. Tecnici prestati non alla politica, bensì alla Nazione.

Al vertice dello Stato vedremo, anch’esso eletto direttamente dal Popolo, un Presidente della Repubblica con funzioni di Primo Ministro svolgere il delicato compito di governo della Nazione e di garante della pace sociale, in grado di intervenire con autorevolezza e senso dello Stato quando interessi di categoria o di parte, anche se legittimi, siano in contrasto con quello generale. I principi guida saranno l’interesse nazionale e l’autosufficienza, soprattutto in campo alimentare ed energetico (basta mortificare la nostra agricoltura per importare gli agrumi dalla Spagna, multare i nostri allevatori per importare il latte dalla Francia, abbandonare le centrali idroelettriche per importare la corrente dalla Svizzera…).

A livello locale ci saranno le liste civiche, aperte a tutti e che si confronteranno sulla base di programmi concreti sfrondati da demagogie e interessi di partito.

Con l’avvento della Democrazia Diretta i partiti continueranno ad esistere, ma saranno ricondotti nel ruolo essenziale d’indirizzo e di garanti delle libertà, senza ingerenze nella società civile e sconfinamenti nella gestione della cosa pubblica. Usufruiranno di finanziamenti statali, ma saranno tenuti alla compilazione della denuncia dei redditi sottoposta al vaglio della Guardia di Finanza. Sarà inoltre introdotta l’incompatibilità tra una qualunque carica di governo o istituzionale e cariche di partito: chi decide di servire la Patria lo deve fare senza alcun condizionamento o interesse di parte.

Il Parlamento sarà, come ora, costituito da due rami, ma con composizione e compiti diversi: la Camera dei Deputati, espressione della società civile, si occuperà delle questioni sociali e il Senato della Repubblica, espressione della politica, avrà compiti di indirizzo e di politica estera. Le leggi dovranno passare al vaglio di entrambe le Camere per essere approvate dal Capo dello Stato, previa verifica da parte della Corte Costituzionale.

Di provenienza politica saranno il Presidente della Repubblica e i presidenti delle Provincie (le Regioni saranno soppresse) nel cui Consiglio Direttivo siederanno, con pari potere e funzioni, i politici, le rappresentanze sindacali interne e i delegati delle associazioni più rappresentative degli utenti. Insieme, in un clima di concordia, concorreranno al miglioramento dei servizi e al contenimento della spesa.

La concertazione tra le parti sociali, che oggi avviene all’esterno delle Istituzione con la saltuaria e pavida intermediazione del Governo, domani avverrà direttamente in Parlamento dove il confronto coinvolgerà non solo le parti in causa, ma anche le altre realtà a cui oggi è negata voce. Non avranno più senso gli scioperi (il diritto sarà comunque garantito) e cesseranno i ricatti tipo Fiat: finanziamenti statali in cambio della promessa del mantenimento dei posti di lavoro.

La nuova Costituzione si armonizzerà in un rinnovato Stato Sociale con il ripristino di tutte le conquiste sociali oggi sacrificate sull’altare del libero mercato e della globalizzazione economica e si completerà con la Socializzazione delle Imprese (partecipazione degli operai alla gestione e agli utili delle grandi aziende) e con il diritto alla proprietà della prima casa attraverso l’Istituto del Mutuo Sociale finanziato e gestito direttamente dalle Provincie senza alcuna finalità di lucro.

La sovranità monetaria sarà ristabilita con il ritorno allo Stato della Banca d’Italia, ora in mani private, e conseguente superamento del “signoraggio bancario” causa primaria dell’enorme e inestinguibile debito pubblico.

Il ridimensionamento del potere bancario, il superamento della dipendenza economica dai mercati internazionali e dei vincoli europei saranno i primi obiettivi del nuovo governo nazionale, come pure la chiusura di tutte le basi NATO e americane presenti sul nostro territorio, fermo restando gli accordi di alleanza che dovranno essere ridefiniti a partire dalla nostra partecipazioni alle guerre “umanitarie”.

I settori strategici (energia, sicurezza, sanità, istruzione e trasporti) e i servizi pubblici locali saranno sottratti alle logiche del mercato e del profitto per essere gestiti direttamente dallo Stato, con uomini dello Stato, scelti dallo Stato (e non dai partiti), competenti, motivati e retribuiti in funzione del ruolo svolto.

Da questa riorganizzazione anche il nostro disastrato ambiente ne trarrà giovamento (ad esempio sarà introdotto l’obbligo per le nuove costruzioni dei pannelli fotovoltaici il cui costo, calmierato dallo Stato, sarà totalmente deducibile).

L’evasione fiscale, altra piaga sociale, sarà combattuta riducendo le aliquote e permettendo anche ai privati di detrarre le spese non voluttuarie.

Sono certo che queste proposte faranno saltare sulla sedia (o meglio… sulla poltrona) i politici di mestiere e i tanti che in questo sistema ci sguazzano. Lotteranno con i denti e con le unghie per mantenere i loro privilegi e le accuse di attentato alla democrazia e di ritorno al Fascismo si sprecheranno, come pure i tentativi di bollare le nostre idee come demagogiche e irrealizzabili.

In effetti, come avrete compreso, non si tratta di semplici riforme, bensì di una rivoluzione, prima culturale e di pensiero e poi politica.

La spinta deve venire dal basso, da un serrato e approfondito dibattito e i promotori non possono che essere i circoli culturali, le associazioni di qualunque tipo e persone estranee ai partiti.

Le rivoluzioni nascono dal malcontento popolare, ma rimangono sterili o sfociano nel terrorismo se alla loro testa non si pone una élite costituita da uomini puri che sappiano trovare, forte del consenso popolare, le giuste strategie.

Questa è la strada da perseguire. Senza ricorrere alla violenza o farsi tentare dalle scorciatoie militaristiche. Non le vogliamo e non ne abbiamo bisogno perché… la nostra forza è nelle idee.

Gianfredo Ruggiero

                                                                                                                        

martedì 2 giugno 2015

IL SISTEMA POLITICO


IL SISTEMA POLITICO


Difficile che a livello nazionale la politica italiana si possa esprimere con onestà e con trasparenza se alla base, a livello locale il sistema è già corrotto.
Non c’entra più l’appartenenza ad uno o all’altro schieramento politico, ad una o all’altra visione della società perché i valori che erano alla radice dei vari partiti e che, bene o male, rappresentavano la taratura ed il motore dei comportamenti sono stati col tempo attenuati, infettati e soppressi dalla quotidianità che ha visto l’interesse personale o di gruppo prevalere in una sorta di pantano amorale che ha sommerso progetti, propositi e programmi.
Le ideologie sono morte, avvelenate dall’interesse personale e di gruppo e la molla che spinge alla carriera politica non è il servizio, ma l’avidità!
La prassi delle carriere politiche vede quasi sempre partire da incarichi nelle amministrazioni locali dai quali poi una selezione per capacità, meriti, amicizie e fortuna innalza ai livelli superiori delle Province, delle Regioni ed in fine a livello Nazionale.
Ma gli esempi con cui i politici sono a contatto sino dalle prime esperienze, insegnano che per fare carriera si devono accettare compromessi sostanziali non solo con i propri ideali di partenza, ma anche con l’opportunità etica e con la legalità giuridica!
Chiunque di noi può raccontare esempi di quanto andiamo affermando, visti nella realtà comunale in cui vive, indipendentemente dal colore politico dell’amministrazione che ne gestisce il potere.
Favoritismi retribuiti in denaro o favori, appalti e licenze di favore, consulenze che sono un modo surrettizio di elargire denaro per ripagare appoggi politici, alterazione di piani regolatori per favorire qualcuno, un giro di incarichi pubblici sempre ai soliti noti, ecc. ecc. ecc. sono mille i modi in cui sfiorando o usando l’illegalità si gestisce il potere per creare e mantenere il potere stesso.
Quando poi si passa al gradino superiore, dove le cose sono per loro natura meno palesi ed i trucchi  più difficili da individuare per il comune cittadino, non si può certamente pensare che ci sia stato un improvviso quanto illogico ravvedimento e le cose continueranno a camminare con lo stesso metodo e nella stessa direzione, eventualmente in modo ancora più marcato perché più grossi sono gli interessi in ballo e gli appetiti da saziare.
Certo, i modi si raffinano, gli imbrogli sono meno individuabili, ma chi è salito al grado superiore con tanta disinvolta amoralità non potrà che continuare a comportarsi come in passato.
Certamente, di fronte allo scoppio di scandali per corruzione dei politici e di fronte all’indignazione della pubblica opinione, i partiti se ne escono con proclami sulla “questione morale” e sulla necessità di trasparenza, ma è solamente fumo negli occhi per conservare, se possibile, il consenso elettorale e mettere eventualmente  in difficoltà l’avversario perché è impensabile e non credibile che l’indegnità di qualche personaggio si sia evidenziata solamente alla fine di un percorso politico in cui quella persona si era comportato sempre allo stesso modo.
Si sapeva e si taceva per il semplice motivo che, fino a quando nessuno se ne accorge, tutto è lecito e quelle che appaiono in cronaca sono solo una piccola parte delle illegalità che la politica compie ad ogni livello!
Per concludere, la malattia non è solo negli individui, ma nel sistema che non si scandalizza quando gli imbrogli non vengono scoperti, ma continua a considerare l’illegalità come mezzo lecito di raggiungere e di conservare il potere politico!
Se poi, in relazione a quanto avviene in Italia,  analizziamo quanto sta avvenendo anche negli altri Paesi, constatiamo che analoghi sistemi producono analoghi effetti anche se in minori o maggiori dimensioni e questa è comunque la conferma che il difetto “sta nel manico” e cioè che è il sistema ad essere a dire poco carente.
La conclusione è che occorre uno Stato diverso con un sistema di governo diverso che magari veda una partecipazione effettiva, concreta e continua delle categorie significative dei cittadini per sottrarre potere alla politica politicante e mettere in pratica i veri principi della democrazia che è soprattutto partecipazione.
Categorie rappresentative che partecipino sia alle fasi legislative che determineranno le regole che ai controlli puntuali affinché la corruzione non si insinui nuovamente nei gangli vitali della vita pubblica.
A questo proposito è utile sottolineare come per punire un fenomeno che mette in forse la vita stessa del Paese si applichino pene talmente irrisorie da rendere il reato conveniente.
Forse se i corrotti ed i corruttori rischiassero 20 o 30  anni di carcere anziché i 3 o 4 anni che poi, con varie riduzioni si riducono a pochi mesi, ci penserebbero un po’ di più prima di delinquere ..!!



Alessandro Mezzano

domenica 24 maggio 2015

FASCISMO OGGI

FASCISMO OGGI



Sono passati 70 anni da quando la coalizione dei 5 eserciti più potenti del mondo, finanziati e comandati dalla finanza internazionale che ne temeva il successo, hanno abbattuto il Fascismo in una impari guerra del sangue contro l’oro.
Eppure, in Italia, ma anche in tutto il mondo ancora si parla e si discute di Fascismo e di Fascisti.
Segno che la rivoluzione ideale che il Fascismo ha realizzato e le conseguenti leggi e riforme che hanno determinato un profondo cambiamento nella società e, soprattutto, la grande novità sul piano sociale, economico ed ideologico che esso ha prodotto sono tali e talmente importanti da sollecitare l’attenzione che esso suscita ancora.
Non solamente i vecchi che furono protagonisti della rivoluzione Fascista e che, purtroppo sono oggi quasi tutti spariti per ragioni anagrafiche, ma anche i giovani sono attratti da quegli ideali e da quella storia tanto da farli aderire nonostante le calunnie, le persecuzioni, gli anatemi e le scomuniche sociali e politiche cui vanno incontro da parte del potere e dei partiti di ogni colore!
Tutto ciò vorrà pure dire qualche cosa e senza alcun dubbio quell’interesse e quelle adesioni sono conseguenti alla sostanza storica che il Fascismo ha lasciato in eredità alla nazione.
Non mette nemmeno conto di elencare ancora qui tutte le leggi e le riforme realizzate in 20 anni, dei quali 5 di guerra, dal regime Fascista e che ancora formano lo scheletro portante dello stato sociale italiano.
Basta scorrere la raccolta della gazzetta ufficiale di quegli anni e rileggersi i commenti italiani, ma soprattutto internazionali dei giornali dell’epoca così come i commenti di tanti uomini illustri  per rendersi conto di quanto fece il Fascismo letteralmente rivoluzionando sia il contesto sociale che quello dei comportamenti delle persone e dei responsabili delle istituzioni dello stato.
Il Fascismo di oggi raccoglie tra le sue file coloro, vecchi ma specialmente giovani, che non si accontentano di un mondo tanto materialista nel quale ogni cosa, anche la più nobile ha attaccato il cartellino del prezzo.
Quelli che vogliono ancora sperare che oltre al denaro ci sia qualche cosa per la quale  valga la pena di lavorare, di agire e di desiderare.
Coloro che non si rassegnano a fare parte di una umanità che vede nello “Sballo”, nei soldi e nella carriera le uniche mete per cui vivere..!
Il Fascismo, oggi come ieri, è la rivolta contro il materialismo del marxismo e del capitalismo per un mondo nel quale l’Uomo tenda al proprio superamento verso il “Superuomo” Nietzschiano…

Alessandro Mezzano


venerdì 22 maggio 2015

IL FASCISMO AD ANZIO E NETTUNO

IL FASCISMO AD ANZIO E NETTUNO 1919-1939. UNA STORIA ITALIANA

Fronte2
 Formato: 17×24 (Pagine: 288)
 Autore: Pietro Cappellari
Casa Editrice: Herald Editore (Roma 2014)
Info: heraldeditore@libero.it
——————————

IL FASCISMO AD ANZIO E NETTUNO
Come il Regime cambiò il volto dell’Italia. Il nuovo libro di Cappellari
Dopo una lunga attesa è uscito per i tipi della Herald Editore il nuovo studio del ricercatore nettunese Pietro Cappellari. L’opera raccoglie i frutti di oltre venti anni di ricerca e si pone come ultimo tassello della collana di studi storici sulla storia della prima metà del Novecento di Anzio e Nettuno inaugurata nel 2009 dal ricercatore di Nettuno. Cappellari, infatti, ha già dato alle stampe tre importanti contributi per la comprensione del Regime fascista e la Repubblica Sociale Italiana sul territorio: I Legionari di Nettunia (che narra le vicende dei combattenti della RSI di Anzio e Nettuno); Lo sbarco di Nettunia (che costituisce il più completo studio sull’operazione anfibia del 22 Gennaio 1944 e la successiva battaglia per Roma); e Nettunia, una città fascista 1940-1945. Il nuovo studio, dal titolo Il fascismo ad Anzio e Nettuno 1919-1939. Una storia italiana, si inserisce in questa collana andando ad illustrare l’avvento del Fascismo ad Anzio e Nettuno e come, su questo territorio, il Regime plasmò il volto degli Italiani, nonché la fisionomia politico-sociale-economica delle due cittadine. Si tratta di un’opera fondamentale non solo per comprendere la storia locale ma, soprattutto, per comprendere il fascismo, come questo concretamente operò, come venne percepito dalla popolazione, quale consenso ebbe e come seppe imporre la modernità anche nei più piccoli centri urbani. Uno studio che non mancherà di suscitare polemiche e interesse. Infatti, del ventennio più importante – per opere, per sviluppo, per novità, per eventi – della storia di Anzio e Nettuno rimangono pochi documenti e ancor meno memoria collettiva. Invano il ricercatore interpellerà gli anziani di questi paesi – ormai divenuti moderne città – alla scoperta di un passato cancellato dai più. Ora che gli anni hanno inghiottito anche gli ultimi testimoni di quella storia, rimane solo un deserto culturale costellato da oasi di menzogne. Gli archivi rimangono “inaccessibili” ai più e la pigrizia culturale di un popolo che sta smarrendo la propria identità rischia di lasciare nell’oblio esperienze invero straordinarie.
Lo scopo di questa ricerca – seppur con le sue lacune – è quello di far conoscere un “passato che non passa”, riscoprire quelle radici che una “modernità fatta di vuoto” ha voluto strappare dall’anima di comunità secolari. Ma “le radici profonde non gelano”, diceva Tolkien. Cappellari ha scavato negli archivi e nella sempre più rada memoria collettiva delle comunità di Anzio e Nettuno alla ricerca del “Graal”, quello scrigno perduto che conteneva il vissuto di un secolo ormai tramontato, ma che trasudava di passioni, di sogni, di realizzazioni concrete. Un secolo in cui affondano le nostre radici. Sebbene molto si è perduto, sorprese non sono mancate. E’ stato possibile, per la prima volta, ricostruire la nascita del fascismo ad Anzio e Nettuno e il suo sviluppo; far luce su personaggi “mitici” che la tradizione orale tramandava, ma dei quali, in realtà, nulla si sapeva. Ma non solo. Cappellari ha anche potuto fare una carrellata sulla vita quotidiana di quegli anni, riscoprendo spaccati popolari di paesi che sorgevano allora sulla scena internazionale dopo il “letargo” ottocentesco. Le prime grandi opere, la trasformazione urbanistica, la nascita delle attuali Anzio e Nettuno.
Cappellari ha riscoperto anche i sapori di quel tempo perduto, fatto di semplicità e profonde convinzioni, dove il vivere civile era il retaggio che un’intera comunità si tramandava di generazione in generazione. Dove la religione cattolica apostolica romana scandiva la vita delle comunità, affiancata – dopo la costituzione del Regime – da un’altra religione, quella politica di uno Stato etico che plasmava il paesaggio come gli uomini, nella visione risorgimentale dell’“Italiano nuovo”, degno erede del suo millenario passato, in grado di esercitare un “primato” e una “missione” nel mondo. In un’Italia povera come quella degli anni ’20, tutto ciò sembrò un vero e proprio miracolo. Valori di un tempo perduto si dirà, ma che certamente plasmarono il cittadino di quell’Italia così profondamente diversa da quella attuale.
Cappellari ha seguito i nettunesi e portodanzesi sui campi dei battaglia di Abissinia, come in Ispagna, dove quei valori si concretizzarono in supremi atti di eroismo e di sacrificio personale oggi dimenticati, ma che danno bene la dimensione dell’impatto del Regime sul vivere quotidiano come sulla trasformazione degli individui che si elevavano allora a Nazione cosciente di un “primato” e di una “missione”.
E’ stato, per la prima volta, possibile analizzare nello specifico anche il fenomeno antifascista – scarso e marginale in dei paesi in cui l’adesione al Regime era pressoché totalitaria – ma che pure ebbe i suoi “alfieri ideali” e spunti interessanti, come il tentativo di ricostituzione del Partito Comunista d’Italia del 1931. Si è potuto così facilmente smascherare il ritornello della vulgata antifascista e anti-italiana di un Regime liberticida e violento. Atti di clemenza, a dir poco clamorosi, che sono descritti in tutta la loro ampiezza e abbondantemente documentati, a partire dalla richieste al Duce fatte dagli stessi antifascisti.
Tutte queste storie – frammenti di una storia più grande – confluiscono ora in questo volume che fa luce su un passato così recente nel tempo, quanto lontano nello spirito. Un “passato che non passa” abbiamo detto. Ed è effettivamente così. Perché lì sono le nostre radici. Perché ogni comunità che vuole costruire il proprio domani deve sapere da dove viene e nel rispetto delle sue tradizioni proiettarsi in un futuro dove i valori spirituali non sono transeunti, ma eterni.
Primo Arcovazzi

                                                                                                                                                

martedì 19 maggio 2015

LA STRAGE PARTIGIANA DI MORRO REATINO

LA STRAGE  PARTIGIANA DI MORRO REATINO
 
Per non dimenticare le vittime dell’odio antifascista
 21
Morro Reatino, piccolo paese abbarbicato sulle montagne a Nord di Rieti, aveva vissuto tranquillamente quell’ennesimo inverno di guerra 1943-1944. Uniche novità di rilievo, la sempre più frequente presenza di partigiani che qui avevano trovato un tranquillo rifugio. Proprio a queste presenze sono da ricollegarsi alcune violenze (essenzialmente minacce, qualche aggressione e – ovviamente – furti) che videro come vittime alcuni cittadini, ben lontani dal compromettersi con il Partito Fascista Repubblicano, sia chiaro. Tutto, sembrava limitarsi a dissapori personali, odi paesani e, naturalmente, alle “necessità” della guerriglia partigiana (che ben pochi ribelli facevano).
Nulla fece presagire l’uragano di violenza che si scatenò durante il rastrellamento italo-tedesco del 31 Marzo – e dei giorni seguenti – che misero fine alla guerriglia in queste zone (senza, per altro, che si verificassero scontri!).
Proprio durante questo rastrellamento avvenne un primo episodio che si prestò al plagio della vulgata antifascista e anti-italiana. Tra le molte vittime dell’operazione di controguerriglia italo-tedesca si ritrovò il corpo di Pietro Giuseppe Di Lorenzo che, logicamente, venne inserito tra i “caduti della Resistenza”, sebbene mai nulla avesse avuto a condividere con il movimento di guerriglia. Ma, al tempo, serviva inventarsi “martiri della libertà” e perciò nessuno obiettò nulla, così come nessun “ribelle patentato” disse che ad uccidere il povero Di Lorenzo era stato un Commando partigiano che lo aveva indicato – falsamente – come una “spia”.
E’ questo il clima che generò la spedizione punitiva di un gruppo di guerriglieri comunisti nella notte tra il 18 e il 19 Maggio 1944, quando Morro Reatino fu sconvolto da una “legittima azione di guerra” condotta, però, contro civili innocenti, cui nulla era imputabile. Le vittime, alla fine, saranno solo quattro perché il Commando indugiò troppo a lungo nel consuetudinario “prelievo proletario” nelle case di poveri contadini locali. Essendosi fatto troppo tardi, ci si accontentò di solo quattro sventurati che vennero portati in montagna e dopo atroci torture, amputazioni di genitali ed enucleazione delle orbite vennero finiti a colpi di pietre sul capo. Questi i loro nomi: Mario Sansoni, Antonio Molinari, Romeo Pellegrino e Pietro Palenca.
Scrisse, nel primo dopoguerra, l’antifascista Giuseppe De Mori: “Il corpo di Romeo Pellegrino mostrava gli occhi strappati, la lingua mozzata e il corpo sfregiato. La salma di Pietro Palenca presentava ventidue pugnalate e altrettanto seviziati apparivano i cadaveri degli altri due disgraziati. La popolazione, convinta che in tanta efferatezza non ci fosse stato un vero movente politico, era costretta a soffrire tutto in silenzio per timore del peggio”.
La strage ebbe un triste epilogo qualche settimana dopo, quando morì Don Mariano Labella: durante la “legittima azione di guerra” dei partigiani era stato brutalmente malmenato e lasciato sanguinante a terra, nei pressi della chiesa parrocchiale. Dal pestaggio non si era più ripreso.
Il Comitato Pro 70° Anniversario della RSI in Provincia di Rieti ha chiesto al Sindaco di Morro Reatino che nella piazza principale del paese, al fianco di quella che ricorda le vittime del rastrellamento italo-tedesco, sia affissa una lapide che ricordi anche le sei vittime innocenti dell’odio antifascista.
«Dopo 70 anni – ha dichiarato il Dott. Pietro Cappellari, Responsabile culturale del Comitato Pro 70° Anniversario della RSI in Provincia di Rieti è legittima una riflessione su quanto avvenuto nella nostra provincia durante la guerra civile scatenata dai partigiani. Ancor oggi, troppi politici o politicizzati ci parlano di una Resistenza “immaginaria” fatta di democrazia e “libertà”, anche se, quando osserviamo queste “legittime azioni di guerra” noi non possiamo non rimanere più che perplessi davanti alla politicizzazione di fatti che nulla hanno a che fare con la democrazia e la tanto sbandierata “libertà”. Pensare di cancellare certe pagine di storia, così come tacere sul vero volto della guerriglia comunista, è un’operazione che non condividiamo. Per amore davanti alla giustizia. Quando i nostri “cattivi maestri” vanno nelle scuole a parlare di lotta partigiana, di democrazia e di “libertà”, hanno mai detto che cosa fu la guerriglia? Hanno avuto mai il coraggio di parlare delle stragi partigiane? Hanno parlato anche del comunismo? Hanno ricordato le vittime innocenti dell’odio antifascista di Morro Reatino? La risposta a queste domande, dia la misura della loro moralità. Dal punto di vista storico, quello che più ci interessa, l’eccidio di Morro Reatino presenta ancora molti lati oscuri. Fermo restando che le cronache giudiziarie hanno escluso chiaramente e senza timore di smentita che le vittime dell’odio partigiano fossero delle “spie”, ancor oggi non si conoscono i nomi di tutti coloro che parteciparono a questa “legittima azione di guerra”. Ma non solo. La strage comunista richiama direttamente anche la misteriosa scomparsa del Comandante partigiano Mario Lupo (cancellato dal PCI dai libri di storia, nonostante fosse stato il migliore capo guerrigliero di tutto il Reatino). Proprio durante il processo agli autori dell’eccidio di Morro, infatti, venne fuori la storia che Mario Lupo fu ucciso dai comunisti che mal tolleravano la sua indipendenza, scottati anche dal fatto che il famoso e carismatico Comandante partigiano si era opposto a una spedizione punitiva contro le “spie” di Morro, perché sapeva che in paese non vi erano collaboratori dei fascisti. Disse chiaramente che fino a che fosse stato vivo lui, certe cose non sarebbero mai avvenute. Appunto».
  
Leonessa, 18 Maggio 2014
Claudio Cantelmo
Ufficio Stampa
Comitato Pro 70° Anniversario
della RSI in Provincia di Rieti


sabato 16 maggio 2015

RENZINO, 17 APRILE 1921: UNA BARBARIE COMUNISTA

RENZINO, 17 APRILE 1921: UNA BARBARIE COMUNISTA

Un episodio di violenza dimenticato che permise l’affermazione del fascismo in Val di Chiana
———————————-
La Primavera del 1921 fu una “Primavera di sangue” per quell’Italia così lontana nel tempo, come dai ricordi. Il 15 Maggio, infatti, era previsto il rinnovo della Camera dei Deputati. Gli opposti schieramenti si erano dati appuntamento nelle piazze del nostro Paese per una resa dei conti dopo due anni di violenze generalizzate compiute dai sovversivi in vista della agognata rivoluzione “liberatrice” del proletariato, quella bolscevica, naturalmente. Il Biennio Rosso (1919-1920) si è era concluso con un bilancio del tutto negativo, dovuto alla fallimentare gestione politica della dirigenza del PSI che aveva predicato il prossimo avvento del “sol dell’avvenire” senza avere adeguatamente preparato le masse a una vera e propria insurrezione, tanto questa sarebbe scoppiata da sé, senza alcuna necessità di organizzarla. L’unico risultato concreto che si era raggiunto – di là della storica, quanto inutile, vittoria elettorale del Novembre 1919 – era quello di aver creato in tutta Italia un clima pre-insurrezionale, condito da scioperi, occupazioni di terre e di fabbriche, ammutinamenti di truppe, violenze generalizzate (durante le quali si erano registrati anche alcuni morti). Lo Stato pareva in balia di queste agitazioni diffuse, anche se non erano mancati veri e propri eccidi proletari condotti dalle forze dell’ordine durante la repressione dei moti. Già nell’Autunno del 1920, durante la campagna elettorale per il rinnovo dei Consigli Comunali, erano apparse in diverse contrade italiane delle Squadre d’azione allestite dai Fasci di Combattimento per rintuzzare ogni violenza massimalista e incominciare a contendere fisicamente le piazze ai socialisti. Il fenomeno dello squadrismo fascista esplose nella Primavera 1921, durante la quale fu condotta una vera e propria campagna militare contro le strutture del PSI e del neonato Partito Comunista d’Italia. In questo clima, il 17 Aprile 1921, si registrò uno dei più gravi fatti di sangue di quella tornata elettorale, l’imboscata di Renzino di Foiano della Chiana (Arezzo). Una ventina di fascisti – tra cui anche Ufficiali del Regio Esercito in servizio – erano impegnati in un “giro di propaganda” nella zona, il cui fine primario era quello di ristabilire il tricolore sugli edifici dei Municipi socialisti e contestualmente far dimettere le Amministrazioni. Per l’occasione alcune ragazze aretine avevano cucito delle bandiere, unendo alla meglio i tre colori del vessillo nazionale, visto che in tutta la regione era praticamente impossibile trovare bandiere tricolori, odiato simbolo della “Patria borghese reazionaria”. Durante il “giro di propaganda” dei fascisti si erano registrati degli scontri a Pozzo e Marciano, dove il locale Segretario del PCdI, Domenico Gialli, era stato malmenato. Uno squadrista, Ettore Guidi di Poppi, era stato ferito piuttosto seriamente ed era stato portato all’ospedale di Foiano della Chiana. Qui era stata lasciata una “guardia”, in quanto i socialisti del paese minacciavano di assaltare il nosocomio per linciare il ferito. Ai fascisti di guardia vennero lasciate anche le armi per difendere se stessi e il camerata ricoverato. Dopo una puntata su Foiano, gli squadristi, al comando del Cap. Giuseppe Figino del 70° Reggimento di Fanteria, si apprestarono a rientrare ad Arezzo al canto di Giovinezza quando, da una casa colonica radente la strada, la Cascina Sarri, partì un colpo di fucile che ferì l’autista dell’autocarro sul quale viaggiavano. Si narra che l’arrivo del mezzo fu segnalato agli aggressori dal suono di una campana di una chiesetta lì vicino.
Image
(La Cascina Sarri)
 L’autocarro dei fascisti sbandò e si ribaltò in un piccolo fosso. Dalle fratte uscirono allora una cinquantina di militanti di sinistra guidati dal comunista Galliano Gervasi e dall’anarchico Bernardo Melacci. Scrisse Giorgio Alberto Chiurco:
La gente grida attorno infierendo su Figino che è a terra ferito: «Tagliategli le mani», e si odono le grida del fascista Quadri Gabriele al quale un colpo di ascia fa saltare le dita. […] La malvagità dei carnefici è ripugnante. Il volto di Guido Ciofini è trasfigurato dai colpi. Un ragazzo di 14 anni, avvistosi che i feriti respirano ancora chiama: «Babbo, vieni qua, sono ancora vivi!», e il padre si scaglia sui corpi torturati. I morti sono straziati anche dopo che i corpi son già gelidi. Roselli ha il cranio fracassato da un colpo di fucile tirato a bruciapelo, a Rossi è staccata la testa, sopra Cinini, colpito in pieno, si accaniscono con furia mostruosa i comunisti.
Tre le vittime: Aldo Roselli di 17 anni, cadde gridando «Viva l’Italia! Viva il Duce!»; Dante Rossi di 21 anni, interventista, Mutilato di guerra; e Tolemaide Cinini di 20 anni, portabandiera. Una dozzina furono i feriti che riuscirono ad evitare il linciaggio fuggendo nei campi o fingendosi morti. Tra questi Bruno Dal Piaz (sarà Alfiere federale di Arezzo e Mutilato della Rivoluzione) e l’ex-Legionario fiumano Ezio Narbona. Determinante fu l’arrivo di un gruppo di ciclisti che partecipava ad una gara. Gli anarco-comunisti, temendo di essere riconosciuti, interruppero il massacro e fuggirono anche loro tra i campi.
Image
(Aldo Roselli)
Diffusasi subito la notizia dell’agguato, la zona fu investita dalla rappresaglia fascista. Vennero mobilitate le Squadre d’Azione di Siena “Mussolini” e “D’Annunzio”. Raggiunsero Foiano anche gli squadristi perugini e fiorentini, risoluti a tutto. Il risultato sarà spaventoso: nove morti e diversi circoli e sezioni social-comunisti dati alle fiamme. In poche ore tutta la possente organizzazione del PSI, delle Leghe rosse, delle Cooperative, fu distrutta. I responsabili dell’agguato vennero arrestati e condanni, nel 1924: Melacci a 30 anni e Gervasi a 22 anni. Il Segretario della Camera del Lavoro di Foiano, sebbene portato in giudizio, verrà assolto. Nessuno dei condannati sconterà per intero la pena. Entrambi usciranno dal carcere successivamente all’atto di clemenza generalizzato del Duce in occasione del Decennale della Marcia su Roma. Melacci, che riprenderà immediatamente la sua attività antifascista, sarà nuovamente arrestato e morirà in manicomio nel Dicembre 1943; Gervasi, invece, riprese l’attività politica nel 1944 come esponente del PCI nel locale Comitato di Liberazione Nazionale, sarà Costituente e Senatore della Repubblica Italiana per lunghi anni.
Image
(La bandiera di Renzino macchiata del sangue dei fascisti caduti)
 I tre martiri fascisti di Renzino verranno ricordati dal Regime, nel ventennio successivo, con solenni manifestazioni: ad Arezzo verrà costruita un’“Arca” in ricordo di Roselli (tumulato nel cimitero cittadino); mentre Cinini e Rossi, fiorentini, vennero traslati nel Sacrario dei Martiri Fascisti di Santa Croce, a Firenze. Sulla facciata della Cascina Sarri verrà affissa una lapide in ricordo del tragico evento.
Sul finire del 1944, dopo l’occupazione della regione da parte delle truppe anglo-americane, i comunisti “assaltarono” i simboli fascisti, primi fra tutti quelli dei martiri di Renzino: l’“Arca” di Roselli venne distrutta a picconate e la tomba del caduto fu sfregiata; i corpi di Cinini e Rossi (e di tutti gli altri squadristi del Sacrario di Santa Croce) vennero dispersi. Nel 1945, Gervasi, divenuto Sindaco di Foiano della Chiana, provvide celermente anche ad eliminare la lapide ricordo sulla Cascina Sarri e dei “fatti di Renzino” si perse per sempre memoria…
Image
L’agguato di Renzino, lungi da rappresentare una controreazione agli attacchi degli squadristi, fornendo le basi di un’unità antifascista anarco-comunista sul modello dei successivi Arditi del Popolo, fu un atto privo di una propria strategia, che permise ai Fasci di attuare una rappresaglia in tutta la zona, ponendo in rotta le organizzazioni di sinistra e le basi per la conquista definitiva di tutta la Val di Chiana. Infatti, i corpi dei fascisti straziati dai bastoni, dalle roncole e dai forconi suscitarono ribrezzo e condanna generale dell’opinione pubblica borghese, che non esitò ad approvare la rappresaglia delle camicie nere, i metodi squadristi e la politica dei Fasci. Ma non solo la borghesia cominciò  a guardare il fascismo come a una “soluzione”. Dopo quel giorno anche ampi strati popolari si avvicinarono al movimento di Mussolini. Come rilevava l’Ispettore Generale di PS Alfredo Paolella, dopo che la calma era ritornata in tutta la provincia di Arezzo, “in alcuni Comuni […] rilevanti sono le inscrizioni dei coloni alle nuove organizzazioni promosse dai Fasci di Combattimento”.
Pietro Cappellari
FONDAZIONE DELLA RSI – ISTITUTO STORICO
Image
(L’Autore con i figli dello squadrista Bruno Dal Piaz, mutilato di Renzino)