martedì 25 maggio 2021

L'AEREONAUTICA NAZIONALE REPUBBLICANA R.S.I.

 

REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA: L'AEREONAUTICA NAZIONALE REPUBBLICANA




L'AVIAZIONE DELLONORE
Nino Arena
Con questa prestigiosa e meritata definizione trascritta nel gran libro della Storia, lAeronautica Nazionale Repubblicana ha portato il suo contributo di valore, di successi, di sacrifici nella lunga e perduta battaglia combattuta fra il settembre 1943 e l'aprile 1945 dalle FF.AA. della R.S.I.
L'A.N.R. nacque spontaneamente come ripulsa fisica allarmistizio, lo stesso giorno in cui venne proclamato. Fu la risposta generosa e immediata di tanti aviatori al rispetto dell'alleanza, all'osservanza dei patti sottoscritti, all'impegno personale di reagire comunque al fatto ignominioso che la voce metallica della codardia diffondeva nel mondo attonito, stupito, incredulo degli amici, nemici, neutrali. Lo stesso impegno che aveva infiammato contemporaneamente, non meno di centomila soldati italiani sparsi su tutti i fronti a rifiutare il tradimento.

 
L'adesione morale di tanti aviatori, venne peraltro sostanziata da missioni di guerra continuate sino al giorno 11 settembre sulla testa di ponte di Salerno. I 180.000 aviatori alle armi erano stati dispersi dagli avvenimenti: 30.000 risultavano internati in Germania e Polonia, 25.000 erano rimasti al sud e in Sardegna, 4.000 si erano trasferiti in paesi neutrali, circa 6.000 si erano schierati con i tedeschi in Egeo, Jugoslavia, Francia, Italia centro-settentrionale: il resto si era autosmobilitato applicando integralmente l'ordine mai emanato ma da tanti eseguito del "tutti a casa".

 
Quando si riunirono per ricominciare, trovarono una situazione compromessa irreversibilmente: i tedeschi si erano appropriati come bottino di guerra di tutto il materiale di volo: non meno di 4400 aerei di ogni tipo già in carico alla R.A. e oltre un migliaio di aerei privati, della RUNA, di società diverse; il resto era al sud (circa 450 aerei), nelle officine di riparazione (800 aeroplani), e non meno di 300 erano stati distrutti o perduti per gli eventi armistiziali. Il personale presentatosi nella Luftwaffe, era stato messo agli ordini di un generale tedesco (Muller) autonominatosi comandante dell'aviazione da caccia italiana. Goering aveva emanato un bando di reclutamento per la Flak e la Luftwaffe e Kesselring disponeva l'assegnazione del personale italiano alla 2a Luftflotte di Wolfram von Richthofen, mentre fuori d'ltalia si applicavano identici sistemi con gli aviatori volontari, alcuni dei quali combattevano in Egeo contro la RAF e operavano in Jugoslavia e in Francia con i trasporti, la ricognizione marittima, il soccorso in mare.
A riannodare le fila di coloro che volevano ancora combattere per l'Italia senza condizionamenti di sorta, provvidero uomini di valore e di grande prestigio disponibili in elevato numero nella nuova Aviazione Legionaria italiana, come venne inizialmente denominata la nascente Arma Azzurra del riscatto. Comandanti come Bonomi, Tessari, Botto (il popolare "gamba di ferro" della Spagna) furono i responsabili al vertice dellANR e poi ancora Baylon, Vizzotto, Cadringher, Vosilla, Buri, Marini, Arrabito, Fagnani, Tondi, Peroli, Bertocco, Borgogno, Falconi, Bonzano, Alessandrini, Miani, Cori-Savellini, Tugnoli, Foschini, Zanardi, Pellizzari, Zigiotti, Quattrociocchi, Cerutti, Bisco, De Biase, Rossi, Raina, Maglienti, Pugnali, Agnello, Bertolini, Nicoletti-Altimari, Mazzotti, Fisicaro, Revetria, Morino, Simini, Salvadori, Alderighi, De Francesco, Gcntile, Sciaudone, Ruggeri, Cassinelli, Beneforti, Buffa, Nannini, Pratelli, D'lppolito, Vercelloni, Vecchi, Ajni, Baruffi, Di Bernardo, Reglieri, i migliori comandanti di reparto di volo della R.A. e con loro ufficiali superiori del GARI, dei Servizi, di Commissariato, di Sanità Aeronautica e fra questi Atlantici, cattedratici illustri, tecnici di valore, professori emeriti del C.S.A. Il nerbo dell'Arma Azzurra si era presentato al richiamo di Botto con 20 generali, 284 ufficiali superiori del ruolo naviganti, 205 dei servizi unitamente alla parte più numerosa, a giovani ufficiali e sottufficiali: rappresentanza volitiva, temprata da cento e cento battaglie nei cieli in tre lunghi anni di guerra dura, difficile per l'insufficienza del materiale di volo e delle dottrine; inadeguata come livello tecnologico e operativo nel confronto con aviazioni più preparate a combattere una guerra moderna come la Luftwaffe, la RAF e l'USAAF. Erano i cento e cento comandanti di squadriglia, sezionari, gregari di formazione, ufficiali e sottufficiali piloti i cui nomi diverranno famosi ancor più nei 20 mesi della RSI: Visconti, Bellagambi, Cuidi, Drago, Malvezzi, Andreoni, De Reggi, Bruna, Falco, Brighenti, Lazzarini, Pierotti, Barberisi, Benini, Caudarella, Geymet, De Camillis, Fantini, Torresi, Tarantola, Scabello, Troisi, Giordanino Liconti, Boni, Greco, Masoero, Magagnoli, Bonet, Concato, Vicariotto, Mantelli, Colombo, Merati, Faggioni, Sponza, Ruggeri, Perina, Nioi, Calistri, Pezzé, Balli, Duval, Casali, Palumbo, Bertuzzi, Pandolfo, Minardi, Neri, Leonardi, Albini, Bellucci, Del Prete, Valeno, Chinca, Merani, Daverio, Jasinski, Albani, Byron, Zuccarini, Neaschi, Gallone, Morettin, Jellici, Spazzoli, Biagini, Marchesi, Robetto, Gorrini, Stefanini, Fioroni, Marinone, Trevisan, Colonna Fabio e Oddone, Barioglio, Tomaselli, Bartolozzi, Sbrighi, Giacomello, Levrini, Erminio, Cavatore, Sajeva, Pirchio, Laiolo, Svanini, Vezzani, Cavicchioli, Marconcini, Torchio, Storchi, Morandi, Di Cecco, Cuscunà, Brunello, Arrigoni, Petrignani, Ligugnana, Talamini, Marchi, Scarpa Zavatti, Burei, Chiussi, Mancini, Giannelli, Luccardi, Abba, Filippi, Sarti, Longhini, Brini, Fagiano, Squassoni, Vignoli, Volpi, Camerani, Cavagliano, Archidiacono, Benzi, Baldi, Covre, Desideri, Feliciani, Mazzanti, Ancillotti, Sanson, Fomaci, Talin, Barcaro, Lana, Pocek, Giuntella, Bonetti, Balli, Tortora, Alessandri, Micheli, Riccardi, Vianello, Cavallo, Sacco, Cigarini, Casiraghi, Taberna. Non mancarono all'appello gli artiglieri dell'AR.CO. e i paracadutisti inseriti armoniosamente nell'ANR in quanto madre naturale di specialità connaturate col cielo: i generali Galamini, Giorgi, Ortona, Bisco e Fiaschi con i colonnelli Franzosini, Soncini, Scatena, Frattini, Gallerani e i comandanti di gruppo Amerio, Gambassini, Cavalli, Buffa, Giacomi, Lattanzi, Paganuzzi, Giordano e Balzanelli e per i paracadutisti il tenente colonnello Dalmas, i maggiori Romeo, Vitale, Sala, Rizzatti comandanti di grande prestigio per i battaglioni fra cui Bussoli e Faedda, Alvino e Bernardi, Giannoni e Capozzo e decine e decine di ufficiali a livello di compagnia e plotone, il comandante della scuola paracadutisti di Tradate capitano De Santis con un numeroso nucleo di istruttori reduci da Tarquinia e Viterbo: un elenco infinitamente lungo di nomi e di reparti tutti meritevoli di menzione e di ricordo per onorevole comportamento, che lo spazio non ci consente di elencare ma che il nostro cuore non può dimenticare.
                                     TEN. BOSCUTTI
 
L'ANR fu un organismo snello, moderno, svincolato da preconcetti e da elefantiasi burocratica anche se non mancarono all'inizio tentativi maldestri e fuori luogo da parte di alcuni personaggi gallonati, che anteposero alla loro adesione onori, prebende, apparati di servizio e annesso cerimoniale forse ricordando i tempi in cui spadroneggiavano al Ministero, intenti a preparare facciate rutilanti e vuoti sostanziali che avrebbero pesantemente condizionato la R.A. nel confronto bellico; capirono subito che qualcosa era cambiato e scomparvero ritornando nel buio.
Il compito che Botto si accinse a portare avanti era semplicemente impossibile: la guerra incalzava minacciosa a breve distanza da Roma, i tedeschi avevano il controllo di tutto, c'era da rifare ex novo e mancavano le cose più elementari; chiunque al suo posto si sarebbe arreso alle difficoltà trovate e frapposte dall'occupante. "Gamba di ferro" non si perse d'animo, iniziò a dialogare con i tedeschi fissando pochi ma concreti punti di incontro e di certa fattibilità, impose metodi formali negli incontri, battagliò quando lo ritenne necessario, opponendosi per quanto possibile alle loro richieste non di rado assurde mitigando con diplomazia asprezza e arroganza, imponendo rispetto dei diritti e dei doveri, forte dell'adesione della parte migliore e più significativa dell'aviazione italiana, della delega a lui conferita dagli aviatori quale simbolo vivente del valore e dell'ostinazione, una garanzia e una bandiera da non ammainare.
Nei suoi colloqui con i generali Muller, Korten, Richthofen, Kesselring, Manckhe riuscì a strappare concessioni, consensi, incoraggiamenti e aspetti concreti:
1) cessazione degli arruolamenti indiscriminati e incontrollati di personale per Flak e Luftwaffe
2) scioglimento del comando "Italianischen Jagdflieger" di Muller
3) piena autonomia di servizio per l'ANR con diritto di reclutamento, richiesta di personale già in servizio nella Luftwaffe, rilascio degli aviatori internati in Germania previo selezione politico-morale dei volontari
4) riconsegna di materiale di volo e di servizio per le più urgenti necessità di ripresa dell'ANR
5) ricostituzione delle Specialità dell'Artiglieria Controaerei e reparti paracadutisti (anche del R.E.)
Queste richieste furono accettate in gran parte ed ebbero il nulla osta potente e temuto del Reichsmarschall Hermann Goering.
La politica d'azione dellANR, nel quadro della rinnovata alleanza militare con la Germania, venne impostata realisticamente su quanto era stato possibile realizzare tenendo nel debito conto gli interessi precipui della RSI, il suo impegno politico-militare col Reich, la sua partecipazione obiettiva e soggettiva.
Il progetto Botto che venne discusso col Ministro della Difesa Nazionale maresciallo Graziani, portato a conoscenza di Mussolini, e approvato dal consiglio dei Ministri risultava così articolato:
1) Azione e partecipazione difensiva primaria del territorio nazionale da attacchi aerei nemici (reparti da caccia e gruppi AR.CO.)

 
2) Azione e partecipazione offensiva contro il potenziale bellico anglo-americano (reparti da bombardamento, aerosiluranti, paracadutisti)
3) Azione e partecipazione ausiliaria e di supporto allo sforzo bellico - diretto e indiretto - nel quadro dell'alleanza militare con la Germania (reparti da trasporto, organizzazione tecnico-logistica, infrastrutture).
Con queste premesse era possibile partecipare attivamente alla guerra comune con le FF.AA. tedesche, assolvere la responsabilità di proteggere il territorio nazionale, contribuire indirettamente allo sforzo bellico dell'Asse su tutti i fronti. Una partecipazione totale e fattibile per la presenza di 35.000 uomini suddivisi fra 6.000 aviatori (piloti ufficiali e sottufficiali, specialisti di volo, dei servizi tecnici, e telecomunicazioni) 10.400 avieri per la sorveglianza e la manutenzione delle infrastrutture: aeroporti, caserme, depositi, magazzini, servizi di guardia; 10.000 artiglieri dell'AR.CO. suddivisi in 2 Rgt. con 6 gruppi organici e 2 gruppi autonomi; 2.400 paracadutisti con un reggimento su 3 Btg. e 2 reparti autonomi; una organizzazione addestrativa/didattica con 20 strutture complementari (reparti di volo, scuole, centri addestrativi per piloti, allievi piloti, specialisti, artiglieri, paracadutisti) che occupava complessivamente un migliaio di uomini; un Rgt per le Telecomunicazioni e il personale necessario al funzionamento dei comandi centrali e periferici. Rimanevano fuori organico dall'ANR circa 12.000 fra ufficiali, sottufficiali, specialisti del ruolo permanente assistiti economicamente dalla RSI e 4.000 altri aviatori non immessi in servizio per esuberanza di personale. Fra il personale assistito figuravano i prigionieri della R.A. nei POW Camps alleati e gli aviatori in servizio con la R.A. del governo Badoglio, le cui famiglie erano rimaste prive di sostegni economici nel territorio della RSI.
Non fu possibile ripristinare alcune Specialità di volo: ricognizione, osservazione aerea, soccorso marittimo in quanto direttamente esplicate dalla 2a Luftflotte con propri reparti e personale italiano, mentre venne disciolta la Specialità Bombardamento in quanto Mussolini pose un suo personale e irremovibile veto allimpiego sul territorio italiano per non provocare danni e vittime da parte degli aviatori italiani della RSI: un giusto e apprezzato provvedimento.
La Specialità Caccia Terrestre venne organizzata su 3 Gruppi di volo (su 9 prima e poi 12 squadriglie complessivamente), un reparto complementare/addestrativo, 3 scuole addestrative a diversi livelli, un Ispettorato di Specialità.
Gli aerosiluranti furono strutturati su un gruppo operativo su 3 squadriglie, un reparto complementare su 2 sqd., un Ispettorato di Specialità.
Gli aerotrasporti ebbero 2 gruppi organici e un gruppo complementare (in parte proveniente come personale dalla disciolta sqd. da bombardamento "Ettore Muti".) Un gruppo autonomo da trasporto venne messo a disposizione della 2a Luftflotte e fu istituito un Ispettorato di Specialità.
                                         CACCIA RSI
 
Per le esigenze dello SM/ANR e le necessità del Q.G. del Duce, venne costituito il Reparto Aereo di collegamento su 3 sqd. dotate di aerei diversi per differenti necessità. Uno speciale organismo (denominato Gruppo Trasporto Velivoli) raggruppava alcune decine di piloti incaricati di trasferire aerei nuovi, revisionati, da riparare o salvaguardare da attacchi nemici trasportandoli su aeroporti dellAustria e della Germania. Nel frattempo erano stati avviati alla demolizione non meno di 5000 aeroplani e circa 10000 motori avio non suscettibili di utilizzazione trasferendo nel Reich circa 1200 aerei del bottino di guerra tedesco in parte poi utilizzati dalla Luftwaffe assieme ai 63 plurimotori passeggeri dell'Ala Littoria, LATI e Aviolinee Italiane requisiti al momento dellarmistizio.
Continuava invece la produzione di aeroplani già ordinati dalla R.A., gran parte dei quali rientravano nelle immediate esigenze d'impiego della Luftwaffe: quadrimotori P. 108/T, trimotori SM. 82 e Fiat G. 12, assaltatori Re 2002 e CR. 42, Caccia G. 55, addestratori Ca. 313/G e velivoli scuola monomotori.
La partecipazione della RSI allo sforzo bellico della Germania in campo aeronautico si estrinsecò anche in altre forme con la presenza di 2 Btg. specialisti nel 200° Rgt. Awistamenti/Telecomunicazioni per le postazioni radar del nord Italia; 8000 avieri fra graduati e truppa erano in servizio nei posti di avvistamento aereo territoriali (Flu. Ko.), 15000 specialisti operavano in Germania e nei paesi occupati nell'organizzazione tecnica della Luftwaffe e 150.000 artiglieri erano in servizio nella Flak in Italia, Francia, Belgio, Olanda, Ungheria, Jugoslavia (fra questi 10000 carabinieri). Uno sforzo dunque non indifferente, non sempre conosciuto in tutte le sue manifestazioni di servizio, gravoso, che comportò pesanti sacrifici (non meno di 800 i militari della Flak caduti in combattimento).
Completavano la struttura dell'ANR circa 300 volontarie del Servizio Ausiliario Femminile immesse nei comandi, reparti di volo (alcune operarono nell'Europa orientale), scuole, paracadutisti, servizi.
I reparti operativi
La presenza massiccia e qualificata nell'ANR di piloti e specialisti non presentò per il Capo di SM comandante Baylon particolari problemi per il personale, anche se fu necessario riqualificare ad un più elevato standard professionale i piloti della Caccia, la cui esperienza di guerra non offriva più, con l'evoluzione costante del combattimento nei cieli e l'applicazione generalizzata di metodi moderni e tecnologici, quelle garanzie operative che per anni avevano impedito all'aviazione italiana di reggere il confronto con amici e nemici.
Le modeste esperienze di guida-caccia del passato avevano lasciato il campo a nuovi criteri d'intervento con avvistamento radar a distanza, valutazione della situazione nella centrale tattica, decollo temporizzato su zone e quote prestabilite dove il controllore inviava notizie aggiornate. Suggeriva così indicazioni e punti di riferimento convenzionali, spostamenti di rotta delle formazioni nemiche, loro consistenza dando con l'apprezzamento della situazione, utili informazioni al comandante della formazione per applicare la tattica più congeniale e realizzare il miglior risultato.
Fu necessario un periodo d'ambientamento e collaborazione tattica con la Luftwaffe, lapplicazione di formazioni di combattimento razionali, lassegnazione di velivoli competitivi come MC. 205/V e FIAT G. 55 armati con mitragliatrici e cannoni da 20, dotati di elevata velocità e tangenza per competere, finalmente ad armi pari, con i potenti P. 47 e P. 51 dell'USAAF e i famosi "Spitfire's" della RAF.
Furono costituiti nell'ordine il 1° Gruppo CT (maggiore Luigi Borgogno poi capitano Adriano Visconti), il 2° Gruppo CT (tenente colonnello Aldo Alessandrini poi maggiore Carlo Miani) mentre incontrava alcune difficoltà la costituzione del 3° Gruppo CT (capitano Fernando Malvezzi) iniziata nell'estate 1944 e conclusa soltanto nella primavera del 1945. Oltre ai tre gruppi di 1^ linea, veniva costituita la squadriglia Caccia complementare (capitano Giovanni Bonet poi capitano Giulio Torresi) ugualmente addestrata e disponibile operativamente per la difesa del Piemonte. Dopo un periodo di addestramento in comune con il 77° JG. sui campi di Lagnasco e Cervere nel cuneese, il 1° Gruppo CT si trasferiva nel Veneto - aeroporto di Campoformido - da dove iniziava una lunga e sanguinosa battaglia cogliendo significative vittorie sulle formazioni di bombardieri americani e sui caccia di scorta ottenute con la perdita di tanti valorosi piloti del reparto.
Trasferito a Reggio Emilia prima, Vicenza successivamente, il reparto al comando del maggiore Visconti - promosso al grado superiore per meriti di guerra - veniva colto nell'agosto dallo stupido e controproducente golpe del maresciallo Richthofen, che provocava l'interruzione dellattività operativa e la disarticolazione del reparto fino allautunno allorché il 1° Gruppo, al completo di piloti e specialisti, andava in Germania per il passaggio sui caccia Messerschmitt Bf. 109. Nel frattempo l'industria aeronautica italiana aveva subito gravi distruzioni per gli attacchi aerei alleati che avevano interrotto la produzione. Un selezionato gruppo di piloti veniva assegnato all'addestramento dei caccia a razzo Me. 163 "Komet" sul campo di Rangsdorf, in previsione che anche al reparto italiano sarebbero stati assegnati i velocissimi intercettori della Luftwaffe. Rientrato in Italia, il 1° Gruppo CT si schierava sui campi di Malpensa e Lonato Pozzolo da dove riprendeva le intercettazioni delle formazioni nemiche sino all'aprile 1945 allorché il reparto si consegnava dopo un accordo col CLN nella caserma di Gallarate. Qui, nonostante la garanzia d'incolumità fisica, i partigiani uccidevano proditoriamente con raffiche di mitra alle spalle il maggiore Adriano Visconti, asso dell'Aviazione italiana nella 2a Guerra Mondiale e il sottotenente Valerio Stefania.
In 46 combattimenti e 85 missioni belliche il 1° Gruppo CT. aveva abbattuto 113 aerei alleati più 45 probabili, perdendo in azione 49 piloti. Fra le sue fila si contavano 2 M.O. v.m. (una come proposta per l'attività del maggiore Visconti in 5 anni di guerra con 26 abbattimenti) laltra assegnata nel dopoguerra al maresciallo pilota Luigi Gorrini per i 19 abbattimenti a lui accreditati.
Il 2° Gruppo CT. costituito a Bresso e dotato inizialmente di Flat G. 55, venne spostato per motivi di sicurezza sul campo di Cascina Vaga nel Pavese e ad iniziare dalla fine dell'aprile 1944 cominciò ad operare ostacolando la penetrazione occidentale (Corsica/Sardegna) dell'aviazione alleata mentre al 1° Gruppo era stata assegnata la difesa della provenienza orientale (Puglie).
I bombardamenti alleati sulle industrie aeronautiche avvenuti nella primavera del 1944 (Macchi, Aeritalia, Breda, Caproni, Piaggio, Alfa Romeo, Isotta Fraschini) avevano comportato una riduzione produttiva e per questo motivo i responsabili dell'ANR assegnarono al reparto i primi Bf. 109 ceduti dalla Luftwaffe, considerando anche che molti piloti avevano già avuto in dotazione il "Gustav" nella primavera del 1943 in Sicilia e in Italia centrale. La tendenza generale era di assegnare a tutti i reparti dell'ANR caccia Bf. 109 per standardizzare la linea ed eliminare problemi tecnici e organici. Addestramento e metodi di combattimento tattici in relazione alla grande disponibilità di velivoli Messerschmitt da parte tedesca. Il passaggio sui caccia tedeschi coincise col trasferimento del reparto sui campi di Ghedi, Villafranca Veronese, Aviano da dove il 2° Gruppo operò ininterrottamente sino al mese di agosto, subendo come gli altri reparti dell'ANR, in conseguenza del golpe tedesco, un periodo di forzata inattività. Poi in ottobre la ripresa con l'assegnazione di nuovi Bf. 109 di versioni più sofisticate e più veloci.

 
Il reparto non ebbe mai riposo, sostenne 48 combattimenti, effettuò 142 missioni belliche abbattendo 114 aerei nemici oltre a 48 probabili, perdendo in azione 42 piloti.
Fra i suoi piloti si distinsero altri assi dell'ANR come il capitano (poi maggiore) Mario Bellagambi con 12 vittorie riconosciute e il capitano Ugo Drago con 11 abbattimenti accertati fra l'aprile 1944 e l'aprile 1945.
Il reparto si sciolse ad Orio al Serio dopo un accordo col CLN di Bergamo, fortunatamente rispettato dai responsabili della resistenza.
La storia del 3° Gruppo CT., erede della tradizione del 4° Stormo e del cavallino di Baracca, ebbe sin dall'inizio travagliate vicende per ritardi nella preparazione del personale e per l'assegnazione di idoneo materiale di volo. Dislocato sul campo di Cervere, col comando a Fossano, svolse una certa attività addestrativa sino all'estate 1944, subì le conseguenze della tentata costituzione della Legione Aerea Italiana, proposta da Richthofen per assoggettare gli aviatori dell'ANR agli ordini della Luftwaffe, e, dopo un periodo di riorganizzazione, venne inviato in Germania per l'addestramento sul Bf. 109. In marzo un primo nucleo di piloti rientrava in Italia partecipando a missioni di intercettazioni in unione col 2° Gruppo CT mentre il grosso del reparto rimaneva bloccato in Germania dalla fine della guerra e il restante dislocato fra Desio e Seriate, si consegnava a ufficiali della R.A. col materiale di reparto.
Non meno valorosa e sacrificata fu la vicenda della squadriglia complementare "Montefusco" chiamata ad assolvere con la difesa del Piemonte, compiti notevolmente superiori alle sue capacità organiche e d'azione.
Comandata dal capitano Giovanni Bonet, pluridecorato al v.m. con 20 vittorie nei cieli (verrà decorato di M.O. v.m. alla memoria dopo il suo abbattimento) partecipò con una dotazione mista di MC. 205 e FIAT G. 55 a numerose intercettazioni, a combattimenti aerei, abbattendo 7 aerei alleati e perdendo in azione 7 piloti fra cui il comandante Bonet, i capitani Torresi e Bartolozzi, il sergente Arrigoni.
Nell'estate la "Bonet" veniva assegnata al 1° Gruppo CT e passava con aerei e piloti nel gruppo "Visconti" partecipando alle vicissitudini operative sino alla fine della guerra.
La specialità aerosiluranti, che tanti successi aveva donato alla R.A. fino al momento dell'armistizio, si ricostituì per merito di alcuni suoi comandanti di prestigio, così come fatto con la Caccia dai valorosi comandanti di squadriglia. Fra essi sono da citare il capitano Carlo Faggioni, che chiamò a raccolta piloti e specialisti del 132° Gruppo AS., recuperò aerei e materiali un po ovunque e si trasferì dalla Toscana in Lombardia fra i campi di Lonate Pozzolo e Venegono, con campo di riordino e approntamento a Merna di Gorizia. In breve fu costituito un gruppo su tre squadriglie, intestato al nome di uno fra i più valorosi comandanti della specialità: il maggiore M.O. v.m. Carlo Emanuele Buscaglia creduto morto in azione, ma invece salvatosi pur gravemente ustionato, ricoverato in ospedale ad Algeri e poi in un POW Camp degli USA. Assieme al reparto operativo vennero costituite due squadriglie complementari e addestrative che svolsero attività di volo fra Venegono e Bettola del Garda. Vennero assegnati inizialmente al gruppo una quarantina di trimotori S.M. 79.
La prima azione venne effettuata il 10 marzo nel mare davanti la testa da sbarco di Nettuno con la partecipazione di 6 trimotori al comando di Faggioni, Bertuzzi, Sponza, Ruggeri, Teta, Balzarotti partiti dal campo - trampolino di Perugia/S. Egidio. Nonostante la violentissima reazione contraerea, venivano colpite e affondate alcune navi alleate. Non rientrava il velivolo del tenente Teta abbattuto da caccia notturni. Da quel giorno le azioni si susseguirono ininterrottamente con altri attacchi e il 14 marzo in azione il trimotore del tenente Sponza perdeva l'elica del motore destro ma veniva salvato dalla perizia del valoroso ufficiale che lo riportava in salvo con l'equipaggio a Perugia. Riceveva per il suo comportamento dal generale Tessari un encomio solenne. Il 10 aprile, (durante il volo di trasferimento da Lonate Pozzolo a Perugia) la caccia alleata abbatteva in fiamme 5 trimotori causando la morte di 27 fra piloti e specialisti.
Nell'azione del 10 aprile veniva abbattuto in fiamme dal tiro c.a. davanti a Nettuno l'aereo del comandante Faggioni che precipitava in mare con la perdita dell'intero equipaggio. Alla memoria del pluridecorato comandante veniva assegnata la M.O. v.m.
Ugualmente abbattuto anche il trimotore del tenente Ottone Sponza che riusciva ad ammarare salvando ancora una volta l'equipaggio catturato indenne da marinai americani. Si perdeva anche il velivolo del capitano Valerio e si salvava solo il 2° pilota M.llo Jasinski lanciatosi col paracadute vicino Medesano.
Al posto del valoroso capitano Faggioni subentrava il capitano (poi maggiore) Marino Marini, altro asso della Specialità, pluridecorato al v.m., che risollevava il morale del reparto, lo preparava a nuove imprese, lo rinsanguava con altri equipaggi e altri trimotori.

 
Ai primi di giugno 12 SM. 79 si portavano sul campo trampolino di Istres in Francia, e da qui nella serata dal 4 giugno, 10 trimotori decollavano diretti alla lontana base di Gibilterra per una missione ai margini dell'autonomia e delle possibilità di riuscita. Si concluse positivamente col siluramento di navi alla fonda e col grande risultato morale e tecnico di aver portato a termine una così impegnativa operazione. Tre aerei erano costretti ad atterrare in Spagna per sabotaggi operati nelle officine aeronautiche SIAI e Agusta alle pompe di prelievo carburante. Grandi feste accolsero gli aviatori reduci dallimpresa di Gibilterra.
La notizia della morte di Buscaglia a Campo Vesuvio mentre tentava di decollare con un "Baltimore" della R.A., colse di sorpresa tutti gli aviatori della RSI che credevano morto il valoroso comandante. Fu necessario modificare il nominativo del gruppo AS. che venne giustamente intitolato al capitano Carlo Faggioni.
Nel mese di luglio, venuti meno gli obiettivi nel mare di Anzio/Nettuno, il gruppo "Faggioni" si trasferiva a Treviso per una missione sul porto di Bari gremito di navi alleate. Nella notte sul 6 cinque SM. 79 attaccavano le navi colpendo mercantili e una nave da guerra. Ammarava per danni ricevuti dal tiro c.a. il trimotore del tenente Del Prete ma l'equipaggio si salvava col battellino e rientrava a Lonato Pozzolo con altro aereo pilotato dal tenente Perina.
Una squadriglia si trasferiva in Jugoslavia per un ciclo di azioni in Egeo con partenza da Salonicco (Megara) ed Eleusis e iniziava le missioni sin dal giorno 9 luglio e poi l'11 (coste libiche), 14, 21 e 4 agosto. Si perdevano nelle missioni aerei ed equipaggi abbattuti da caccia, o dal tiro c.a. o colpiti per errori d'identificazioni dalla Flak.
Dopo il golpe d'agosto, il gruppo "Faggioni" veniva riordinato, riequipaggiato con nuovi aerei e considerato pronto per nuove missioni. La prima era effettuata il 29 novembre nelle acque della Corsica, poi il 24 dicembre nel porto di Ancona e il 5 gennaio 1945 nell'Adriatico meridionale con affondamenti di navi sorprese senza scorta. Fu l'ultima azione del gruppo "Faggioni".
La fine della guerra colse il gruppo fra Ghedi, Lonato Pozzolo e Malpensa con una dotazione di una ventina di SM. 79 poi recuperati dall'aviazione del sud.
I risultati ottenuti comprendevano 14 missioni di siluramento e 16 di ricognizione armata, i siluri lanciati erano stati 54, il TSL. affondato pari a 115.000, i velivoli perduti 59 con 86 caduti fra piloti e specialisti.
Il maggiore Marino Marini asso degli aerosiluranti italiani, era stato proposto per il suo passato di valoroso combattente per l'assegnazione del M.O. v.m. Mentre l'attività della Caccia e degli Aerosiluranti aveva corrisposto agli impegni istituzionali stabiliti nella partecipazione della RSI al comune sforzo bellico con l'alleata Germania - difensiva per la Caccia e offensiva per gli Aerosiluranti - laspetto complementare previsto nella collaborazione di guerra venne esplicato con l'attività dei due reparti da trasporto: il 1° intitolato alla M.O. "Terracciano" e il 2° "M.O. Trabucchi". Essi vennero inviati sul fronte orientale con circa 80 trimotori SM. 81/T e SM. 82 contribuendo in modo determinante alle operazioni di guerra che vedevano la Wehrmacht gravemente impegnata a fronteggiare la spinta offensiva dell'Armata rossa giunta ormai alle porte orientali del Reich.
I due reparti, rispettivamente al comando del tenente colonnello Egidio Pellizzari il "Terracciano" e del maggiore Alfredo Zanardi il "Trabucchi", operarono fra la Cecoslovacchia, la Polonia, la Russia bianca, la Finlandia e le repubbliche Baltiche per poi spostarsi nella Prussia orientale e in Pomerania quando le avanguardie russe giunsero nella zona di Koenigsberg. Essi trasportarono materiali, soldati, feriti, particolari di ricambio per panzer con un impegno ed una partecipazione totale che riscossero l'incondizionato plauso della Luftwaffe.
Rientrati in Italia sul finire del 1944, i due reparti ormai privi di apparecchi furono trasformati in btg. azzurri antiparacadutisti ed assegnati alla divisione Azzurra (generale Marziale Cerutti) posta alla difesa di aeroporti e zone di interesse aeronautico fino al termine del conflitto.
Non meno importante fu l'attività svolta dal R.A.C. (Reparto Aereo di Collegamento) alle dirette dipendenze dello SM/ANR (maggiore Bernardo Quattrociocchi). Esso disponeva di una trentina di aerei fra monomotori / plurimotori per assolvere le numerose incombenze di servizio fra cui i contatti all'estero con le rappresentanze diplomatiche della RSI, oltre al trasporto di militari, piloti e specialisti, posta e plichi speciali (fra cui valuta per le zone oltre confine in cui operavano reparti della RSI), lancio di rifornimenti, addestramento di piloti e specialisti di bordo e tutti i compiti propri di un reparto multimpiego e necessario al funzionamento degli enti di comando della RSI e dell'ANR.
Gli altri reparti di volo dellANR svolsero attività addestrativa a diversi livelli (scuole di 1° e 2° periodo, scuole di perfezionamento Caccia, squadriglie autonome e complementari come ad esempio quella da bombardamento "Ettore Muti" con trimotori Cant. Z 1007ger (poi disciolta per impossibilità d'impiego). Fra questi reparti è doveroso citare il nucleo sperimentale di volo del capitano Adriano Mantelli che preparava al volo gli allievi piloti utilizzando veleggiatori "Canguro" e "Asiago" a Cascina Costa nell'inverno 1945. La voglia di cielo di tanti ragazzi cui le circostanze avevano impedito di coronare le loro aspirazioni giovanili era così appagata.
Anche l'AR.CO. nell'ambito della difesa territoriale svolse con i suoi gruppi opera encomiabile, impiegando circa 300 bocche da fuoco da 90/53, 75/46 e 100/47 e 400 mitragliere da 37/54 e 20/65. In 654 azioni di fuoco furono abbattuti sicuramente 156 aerei nemici e 65 probabili sparando 265.240 colpi di cannone e poco più di 400.000 proietti di mitragliera.
La novità di rilievo nellANR fu la presenza dei reparti paracadutisti (prima dellarmistizio di pertinenza del R.E.) che apportarono entusiasmo, vivacità giovanile e una ventata di rinnovamento nellArma Azzurra.
I primi reparti provenivano dalla Sardegna (XII/184° Rgt.) al comando del maggiore Rizzatti, il cui battaglione unitamente a reparti minori, si era ribellato all'armistizio, si era portato in Corsica con la 90a Pz.gren.Division combattendo contro degollisti e badogliani, che tentarono a più riprese di sbarragli la strada. Aviotrasportato in continente dapprima a Pistoia e poi sul litorale laziale a nord di Roma formò il raggruppamento "Nembo" assieme ad altri reparti ugualmente ribelli al tradimento (btg. "Ciclone" del capitano Manlio D'Abundo, nuclei del X° Rgt. Arditi, di NP, delle scuole di Tarquinia e Viterbo). L'altro reparto di una certa consistenza fu il III/185° Rgt. della "Nembo" (capitano Edoardo Sala) che dalla Calabria dove si trovava per combattere l'avanzata alleata, rifiutava l'armistizio e unendosi alla 29a Pz.gren. Division si spostava alla testa di ponte di Salerno per contenere la pressione alleata verso Napoli, che avrebbe impedito la ritirata delle unità tedesche provenienti dalle Puglie/Basilicata. Trasferitosi poi sul litorale laziale, il Btg. "Sala" si univa ai reparti del Raggruppamento "Nembo". In dicembre, decisa la costituzione di un Rgt. paracadutisti italiani per accordi fra ANR e Luftwaffe, il raggruppamento si portava a Spoleto per iniziare l'addestramento tattico con istruttori paracadutisti tedeschi, mentre gli ufficiali seguivano corsi tattici in Francia e Città di Castello.
L'ANR, avvalendosi dell'esperienza del tenente colonnello Edvino Dalmas (già comandante del 1° Btg. d'assalto paracadutisti in Tunisia e poi del Btg. ADRA) istituiva il Raggruppamento Arditi Paracadutisti e la scuola paracadutisti di Tradate, iniziando l'arruolamento di volontari per il costituendo Btg. allievi e affidando la scuola al capitano Luigi De Santis, già esperto istruttore a Tarquinia e Viterbo. I primi lanci furono effettuati presso la Fallschirmschule di Friburgo, dove 150 volontari provenienti dal Raggruppamento "Nembo" si brevettarono paracadutisti. Gli allievi di Tradate eseguivano nella primavera del 1944 i lanci a Venegono, costituivano poi il III° Btg."Azzurro" (capitano Alfredo Bussoli) e raggiungevano a Spoleto il Rgt. paracadutisti "Folgore", che comprendeva già il 1° Btg. "Folgore" (Maggiore Mario Rizzatti), il 2° "Nembo" (capitano Guglielmo Recchia) reparti di specialisti e complementi addestrati da personale tedesco con armamento ed equipaggiamento fornito dalla Luftwaffe.
Lo sbarco alleato ad Anzio/Nettuno del 21 gennaio 1944, fu l'occasione attesa per ritornare al combattimento e un primo battaglione di paracadutisti al comando del capitano Corradino Alvino, partiva da Spoleto a fine mese, e veniva inserito nella 4a divisione Fallschirmjager (generale Heinz Trettner). Esso partecipava con grande valore e sacrifici alla battaglia difensiva per bloccare gli alleati nella testa di ponte, battendosi sino al maggio allorché giungeva da Spoleto l'intero Rgt. "Folgore" assegnato al 1° Corpo Paracadutisti (generale Schlemmer) per difendere Roma dal sud. Fra la fine di maggio e i primi di giugno il "Folgore" si batteva con grande valore ad Ardea, Castel di Decima fosso dell'Acquabona, Pratica di Mare, Castel Porziano, Acilia contrastando la strada per Roma alle divisioni inglesi 1a e 5a e al 46° Rgt. corazzato lasciando decine di morti sulle strade consolari attorno alla capitale, numerosi feriti e dispersi, venendo citato all'ordine del giorno dal Q.G. del Fuhrer per il suo comportamento. Morivano fra gli altri il maggiore Rizzatti e il giovane volontario Ferdinando Camuncoli, che unitamente al tenente Leonida Ortelli venivano decorati di M.O. v.m.
Ricostituito nel nord Italia dopo aver subito perdite pari al 40% dei suoi effettivi, il Rgt. "Folgore" veniva assegnato all'Armata "Liguria" ed inviato sulle Alpi occidentali per la difesa dei passi del Monginevro, Moncenisio, Piccolo San Bernardo. Al comando del maggiore Edoardo Sala combatteva come sempre con determinazione, valore e sacrifici meritandosi altre ricompense che il Capo di SM/ANR comandante Baylon appuntava di persona ai paracadutisti meritevoli sulla linea del fronte.
Il Rgt. rimaneva sul confine sino ai primi di maggio e ricevuto l'onore delle armi dagli alleati a San Vincent era poi avviato alla prigionia.
Con la fine della guerra perduta con onore, si chiudeva l'epopea dell'Aeronautica Nazionale Repubblicana che aveva assolto fino all'ultimo con abnegazione, sacrifici e valore il suo impegno onorevole di riscatto nazionale, di salvaguardia della vita e dei beni degli italiani con la difesa dei cieli d'ltalia. L'aspetto storicamente più meritevole di menzione, fu la grande responsabilità assunta dall'autunno 1944 di sostituire nei compiti difensivi la 2a Luftflotte di von Richthofen, rientrata in Germania nell'estate, di operare da sola nel più vasto contesto strategico assegnato sul fronte italiano al comando del Gruppo d'Armate C del feldmaresciallo Albert Kesselring.
Una piccola aviazione, nata fra mille difficoltà, osteggiata e minacciata in più occasioni dagli altezzosi alleati tedeschi, temuta dagli anglo-americani non tanto per potenza numerica ma per l'aggressività dimostrata in più occasioni (16 i bombardieri abbattuti in un solo giorno nel novembre 1944) assurgeva a compiti di primaria importanza sostituendo la Luftwaffe scomparsa dai cieli italiani. La lunga battaglia si concludeva nel sangue della primavera del 1945 con uccisioni arbitrarie, prelevamenti, assassini, emarginazioni dei superstiti, avvilimento per i prigionieri, offese e mortificazioni anche da chi era stato beneficiato, aiutato, assistito nei momenti difficili e poi i processi, le condanne ingiuste per i combattenti dell'onore, le discriminazioni, l'epurazione e la perdita del grado, delle ricompense, la cancellazione dai ruoli dell'Aeronautica per i perdenti, in molti casi la fame e il suicidio di uomini valorosi che all'Italia e all'Aviazione avevano dato tutto.
La triste ma secolare legge per i perdenti.
Bibliografia
Arena N. - L'Aeronautica Nazionale Repubblicana - 1°/2° Voll., Modena, Stem/Mucchi.
Arena N. - Battaglie nei cieli d'ltalia - 1943/45 - Genova, Intyrama.
Arena N. - Per lonore d'ltalia -1943/45 - Roma
Baldrati P.A. - Storia delle FF AA. della RSI - Milano

mercoledì 19 maggio 2021

LA DIVISIONE SAN MARCO

 

LA DIVISIONE SAN MARCO            


L'EPOPEA DEI FANTI DI MARINA DELLA DIVISIONE "SAN MARCO". "QUANDO EL LEON ALSA LA COA" Questo fu il motto della grande Unità della Repubblica Sociale Italiana che si batte contro tutti i nemici fino al 30 aprile del 1945 - Un medagliere di grande rispetto testimonia il suo impegno.
Emilio Cavaterra
 
 
     Da una ribellione sentimentale marinara, dal vincolo a una fedeltà mai mancata nei secoli, e dalla rivolta contro la viltà giunta a schiantare ogni dignità della Patria, dal dolore per la rovina di tutti e tutto, nacque la 'San Marco'. L'anima della Divisione, inizialmente sorta da un gruppo di marinai delle Isole dell'Egeo, da un nucleo di Camicie Nere dei Balcani e da un Gruppo di Granatieri, era marinara e i marinai che combattevano a terra sono tutti 'San Marco'.. ".
    Con queste alate parole il generale Amilcare Farina, detto "papà" dai fanti di Marina repubblicani, ha cominciato a raccontare le origini della seconda Divisione di quel complesso delle Forze Armate della Repubblica Sociale italiana che fu il fiore all'occhiello del ricostituito Esercito della Repubblica mussoliniana: le così dette quattro "Grandi Unità".
 
 
Sui porti della Penisola
 
    E' una storia tutta da disvelare, ma soprattutto da divulgare, quella della "San Marco", e ciò non soltanto per le sue peculiarità militari (è appena il caso di rilevare, purtroppo, che nella grande opinione pubblica nazionale son più noti i "marines" americani, contro cui peraltro si combatté, che non i nostri, e ciò grazie a un martellamento pubblicitario senza confronti), ma anche per il grande valore e l'autentico impegno dei nostri fanti di marina che nulla hanno da invidiare ai loro omologhi statunitensi. Un impegno, quello degli uomini della "San Marco", che si evidenziò negli aspri combattimenti impegnati sui fronti della Penisola contro le armate "alleate" che risalivano dal Sud, all'indomani del loro rientro dal periodo di addestramento in Germania, fino praticamente al 30 aprile del 1945, quando il loro comandante, considerata l'inutilità di ogni ulteriore resistenza, accettò la resa con l'onore delle armi. No, si conoscono poco o punto le gesta dei fanti di Marina italiani, specialmente di quelli della Repubblica Sociale, e dunque non si ha cognizione di quel che di eroico è stato da essi compiuto sui vari fronti nei quali furono impiegati, dalla riviera ligure alla Garfagnana e fino alla "Linea Gotica". Non staremo qui a riportare, nella sua interezza, la storia di questa Divisione che orgogliosamente ostentava nelle mostrine rosse dei suoi militari il leone veneziano che nella iconografia tradizionale è solitamente rappresentato con una zampa poggiata sulla pagina del Vangelo aperta dove campeggia la scritta in latino ben nota: "Pax tibi, Marce, Evangelista meus". E anche questa ha una tradizione di tutto rispetto: sta a ricordare, infatti, quei nostri marinai che nella prima guerra mondiale, all'indomani di Caporetto, ebbero un sacrosanto moto d'orgoglio e chiesero, subito ottenendolo, di combattere a terra lungo la linea del Piave contro gli austriaci. Ma con una differenza piuttosto significativa: quel leone di ottant'anni fa, la sua zampa la poggiava spavaldamente sul Libro chiuso, nella copertina del quale campeggiava la scritta: "Iterum rugit leo", ovvero il leone (quello di guerra e dunque con la coda alzata) ruggisce ancora.
 
Funerale di un fante di marina della San Marco.
 
L'elogio di Kesselring
 
    Di lì il motto sarcasticamente espresso in puro dialetto veneziano, che ha accompagnato con il suo timbro apparentemente dissacratore i nostri fanti di Marina in tutte le loro imprese guerresche fino alla conclusione del secondo conflitto mondiale: "quando el leon alsa la coa, tute le bestie le sbasa la soa". Questo, se si vuole, dà la misura del tipo psicofisico di questi soldati che per lunghi mesi si sono battuti con valore, meritando ampiamente il riconoscimento sia dal loro comandante che dal Maresciallo Kesselring, come fa fede l'ordine del giorno n°27 diramato l'8 marzo del 1945 XXIII dal Comando Divisione Marina "S. Marco" a firma del generale Farina, fino ad oggi sconosciuto, e che qui riproduciamo testualmente: "In relazione all'attività svolta in modo tangibilmente concreto dai dipendenti reparti nella lotta contro bande, il Comandante del Corpo Armata Lombardia ha inviato il seguente telegramma: 'Il Maresciallo Kesselring ha espresso il suo elogio per l'attività contro bande della Divisione 'San arco'. Si rallegra con la Divisione particolarmente per la cattura del Capitano inglese il cui interrogatorio ha fruttato preziose indicazioni per il Comando. Aggiungo il mio elogio a quello del Signor Comandante Supremo". E come postilla, "papà Farina" aveva aggiunto: "L'elogio del Maresciallo Kesselring vada a tutti gli ufficiali, sottufficiali, graduati e marò che, immedesimati del male che compiono i nostri fratelli traviati prodigano tutta la loro attività e la loro energia per stroncare l'attività ribellistica della zona. Ed è anche incitamento perseverare per conseguire sempre maggiori risultati e vendicare così i nostri compagni caduti sotto il piombo dei sicari al soldo del nemico". Avevano dimostrato, dunque, e con i fatti, di quale tempra fossero fatti e quanto positivo fosse stato l'addestramento ricevuto nel campo di Grafenwoehr, presso Norimberga, al termine del quale, il 18 luglio del 1944, Benito Mussolini tornò a visitare la terza Grande Unità per consegnare ad essa la Bandiera, "simbolo della nostra fede, del nostro ardimento".
    E suggellò quella cerimonia con queste parole: "Io sono sicuro che, quando i nemici multicolori della nostra Patria sentiranno il vostro grido 'San Marco', essi si accorgeranno di avere dinanzi a sé intrepidi cuori, decisi a tutto pur di conquistare la vittoria".
 
 
Da Arenzano a Capo Berta
 
    E lo dimostrarono quando, alla fine del mese di luglio, fecero ritorno in Italia per presidiare un nuovo schieramento in funzione antisbarco in Liguria, con i reparti attestati lungo un fronte di decine e decine di chilometri sia per estensione che per profondità, da Arenzano a Capo Berta. Ma i nostri "marines" furono costretti anche a rintuzzare gli attacchi partigiani, attuati con la tattica del "mordi e fuggi", che provocarono centinaia di vittime, favorendo anche il fenomeno delle diserzioni, le quali peraltro furono prontamente tamponate dal nuovo comandante Amilcare Farina, che aveva sostituito il generale Princivalle, con una serie di disposizioni di chiaro stile militare, grazie alle quali vennero ricompattati reparti senza che si facesse ricorso alle rappresaglie. Anzi, proprio per evidenziare, applicando l'antico motto secondo il quale "oltre la tomba non vive ira nemica", la continuità delle identità italiane in un momento che lasciava presagire "la morte della Patria", "papà Farina" volle far costruire un cimitero in quel di Altare, denominato "Croci Bianche", in cui furono tumulati i Caduti delle due parti. In quei giorni di impegno diretto sul campo, i fanti di Marina della "San Marco" presero posizione sul fronte della Garfagnana in appoggio ai reparti alpini della "Monterosa": erano i marò del battaglione "Uccelli" e del maggiore Botto, che per lunghe e aspre settimane contrastarono i reiterati tentativi dei "multicolori invasori”, peraltro superiori per numero e per armamento. Nonostante tutto, insomma, il valore dei nostri fanti di marina riuscì a sfondare il fronte tenuto dalla quinta armata angloamericana costringendola a ritirarsi fino a Lucca e dintorni. Poi arrivarono i giorni dell'ira, con il crollo delle difese germaniche e il conseguente ripiegamento dei reparti della Grande Unità verso il Nord per costituire l'ultima difesa, ma anche per salvare i complessi portuali, le industrie e le infrastrutture che avrebbero poi consentito, come in effetti fu, di avviare nel dopoguerra la ricostruzione dell'Italia.
 
 
 L'ultimo ordine di Farina
 
     E' datato 29 aprile 1945 l'ultimo ordine del giorno lanciato dal generale Amilcare Farina ai suoi marò, per riunirli nella città di Alessandria, "dove sarà proceduto alla smobilitazione personale immediata". E l'avvertimento finale: "Compiendo le operazioni con ordine e disciplina, la Divisione darà l'ultima conferma di essere stata una Unità regolare delle migliori tra quelle dell'Esercito". Ma questo stava a dimostrarlo anche il medagliere della Divisione, davvero esaltante e degno della grande tradizione militare italiana, specie di quella dei Fanti di Marina: 2 medaglie d'oro, 9 d'argento, 42 di bronzo, 98 croci di guerra al V.M., 83 encomi solenni, 20 promozioni M.G.; inoltre, numerose ricompense al V.M. germaniche consistenti in una croce di ferro di prima classe, 13 di seconda classe, 7 al merito di guerra con spade di 2a classe e un distintivo d'onore. Il Leone di San Marco ha così dimostrato di aver ruggito bene.
 
 
STORIA VERITA' N. 12, Maggio-Giugno 1998 (Indirizzo e telefono: vedi PERIODICI)

CHI È CON "SAN MARCO" MUORE CON "SAN MARCO"! Gli ultimi giorni della Divisione e il piano operativo "Nebbia Artificiale"
Pieramedeo Baldrati
 
 
    Pubblichiamo il testo integrale del discorso commemorativo che l’Autore pronunciò a Livorno il 4 ottobre 1987, in occasione del Raduno dei veterani della Divisione della RSI.
    Signori Ufficiali, Sottufficiali, Graduati e Camerati Militari di Truppa della 3a Divisione Fanteria Marina "San Marco"!
    Davanti a Voi il mio pensiero va, in questo momento, agli 800 Caduti Noti, ai 486 Caduti Ignoti, ai 564 Dispersi ed ai 754 feriti della Divisione. Con Essi auspico che Voi ricordiate il Maresciallo creatore delle FF.AA. della R.S.I.
    Grande è stata la mia perplessità quando nelle andate settimane sono stato invitato dal Sottotenente Brenna a parlarVi, essa derivava dal non aver fatto parte della Vostra Grande Unità e quindi dal ragionato timore che venirVi a narrare la Storia, sia pure sintetica, avrebbe generato in taluno di Voi un senso di malessere morale se non di fastidio in quanto Voi avete "fatta" la "San Marco" non io che ne ho solo ricostruito nei dettagli l’esistenza.
    A quella del Sottotenente Brenna si sono aggiunte anche le insistenze affettuose del Vostro Presidente Capitano Martinozzi ed eccomi quindi tra Voi per rivivere una parte della Storia della Divisione.
    Io so per certo che nella maggioranza dei Veterani di "San Marco" (con esclusione del personale dei due Btg. al Fronte Sud) vi è ancora a distanza di non pochi anni un rammarico, un indistinto fastidio, e per dirla da "troupier" un magone grande... gli ultimi giorni... il ripiegamento... la resa. Ed appunto di ciò Vi voglio parlare per sciogliere finalmente quel velo di tristi ricordi in modo ufficiale e definitivo!
    È noto che la manovra strategica del ripiegamento della Divisione prese il nome di Kunstlicher Nebel (nebbia artificiale). Nome convenzionale definito dal Comando del Gruppo Eserciti poi Comando del Sud-Ovest per tutte le grandi Unità dipendenti. Meno nota la genesi, l’alternanza di intendimenti, l’esecutività che ora esamineremo. In sostanza si trattava di una manovra di ampio respiro che prevedeva l’arretramento di tutto lo schieramento del Gruppo Eserciti e l’assunzione di una nuova linea difensiva che dallo sbocco del lago Maggiore per il Ticino, il Po e le Foci Po fissasse il nemico. Tale manovra fu ipotizzata al Comando Gruppo Eserciti sin dal novembre 1944, ma non ne furono "messe in carta" le linee essenziali, di rimbalzo il Signor Generale Farina ne venne a conoscenza lo stesso mese presso il Comando del Corpo d’Armata "Lombardia", durante un rapporto.
    Tale manovra presupponeva l’abbandono al nemico dell’intero Piemonte, della Liguria, dell’Emilia, quindi del 50% del territorio della Repubblica... evidente quindi che il Generale Comandante non vedesse con eccessivo favore il tutto, specie se i movimenti fossero avvenuti sotto la pressione del nemico (che avrebbe attizzato una insorgenza all’interno) con prevalenza di forze aeree ed oltre a ciò per l’imponenza delle ipotizzate distruzioni. 
    Le offensive di Natale nelle Ardenne ed in Garfagnana, l’arresto imposto all’Est alla Armata Rossa fecero accantonare "nebbia artificiale" e nella mente del Generale Comandante prese forma un progetto (sino ad oggi o ignorato o comunque poco pubblicizzato) di "resistenza in posto in area difesa". Questo progetto che reca la data del 1° febbraio 1945 e che fu diramato a mano ai soli Comandanti di Unità come promemoria, SEGRETISSIMO, promanava da questi fattori: preservazione della unità organica dei Reparti (fattore di somma importanza per l’azione di comando e per la salvezza fisica degli uomini); conservazione di una parte di territorio sino ad una definizione politica onorevole e soddisfacente (testuale); ipotizzava una durata di tempo di 15-20 giorni.
    A differenza di altri Ridotti (rivelatisi poi dei canards) questo progetto fu autonomamente realizzato con ammassamento di scorte, di munizioni, viveri, carbolubrificanti e bestiame in piedi, sfruttando le antiche opere di fortificazione e le gallerie ferroviarie non armate della Liguria occidentale. Esso era ben differente dalle ipotesi di "nebbia artificiale" e vi si poteva antevedere una soluzione italiana all’atto della crisi finale.
    Il Generale Farina ne fece parola al Segretario Militare del Maresciallo, Generale Sorrentino, il quale però, nel corso della visita alla Divisione che il Maresciallo stesso effettuò nel marzo 1945, comunicò che non se ne doveva nemmeno parlare. Sfumava così l’occasione di fare della Divisione l’ultimo baluardo in armi della Repubblica, l’estrema difesa del Governo.
    Di "nebbia artificiale" si tornò a parlare il 31 marzo ad un rapporto presso il Comando del Corpo di Armata "Lombardia" alla presenza del Comandante Generale del Sud Ovest von Vietinghoff detto Scheel, che aveva sostituito il Maresciallo di Campo Kesserling nel gravoso incarico. E nel rapporto, sorvolando sulla presa di posizione alla linea Ticino-Po, si parlò soprattutto di distruzioni. Gli intendimenti emersi presupponevano l’adozione di "nebbia artificiale" solo all’ultimo momento e cioè sotto pressione nemica... l’ipotesi peggiore. Il Generale Farina si espresse chiaramente: il ripiegamento avrebbe portato a perdite ingenti senz’alcun costrutto, le distruzioni avrebbero gravemente compromesso l’economia italiana, l’ipotizzata orgia di distruzioni avrebbe avuto riflessi fortemente negativi sulle Unità italiane con probabilità di ribellione spontanea ed immediata (specie per Genova), in definitiva meglio la resistenza in posto e, comunque, desiderio di ordini chiari e precisi. Non vi fu opposizione da parte germanica, ma dalla riunione emerse che a Milano il Generale Wolff stesse architettando altre soluzioni. Comunque, ancora una volta, di "nebbia artificiale" più non se ne parlò.
    Nei giorni immediatamente precedenti vi era stato un colloquio tra il Generale Farina ed il Comandante Arillo, durante il quale si era parlato viceversa ancora di Area Difesa e la sintesi era stata subito trasmessa dal Comando "San Marco" al Maresciallo Graziani.
    Proprio su invito del Comandante Arillo il Generale si recò a Genova il 2 aprile per una cerimonia della Xa e vi incontrò il Comandante Borghese, che nel suo discorso ai marinai parlò di "difendersi contro tutti" ma poi in colloquio riservato con il Generale trattò quasi esclusivamente della difesa della Venezia Giulia... ed anche di Area Difesa più non si parlò.
    Scorsa tranquilla la prima settimana di aprile, se per tranquillità si deve intendere la staticità dei Fronti in Italia, poi il giorno 9 si scatenò sul Fronte Sud l’offensiva angloamericana. Per la verità (e lo si apprese nel dopoguerra) il Comandante del Sud-Ovest informò il Cancelliere del Reich e Comandante Supremo che una resistenza statica avrebbe avuto poche probabilità di successo, ma le sue proposte di arretramento alla linea Ticino-Po vennero al solito respinte.
    Sotto colore di trattazione di pratiche irrilevanti rispetto al profilo operativo, il Generale Farina inviò presso il Maresciallo il Capo di Stato Maggiore (del quale vedremo più tardi l’operato) ma nulla ne venne dal Comando Armata. E nulla ne venne anche dal Comando di Corpo d’Armata e si giunse così al punto che la situazione generale era cognita solo attraverso la radio nemica. Il Generale Farina avverte il rapido deteriorarsi della situazione, ed il 12 aprile ordina al proprio Stato Maggiore di riprendere alla mano gli studi su "nebbia artificiale", poi appronta un apposito Ordine del Giorno galvanizzante: "Chi è con San Marco muore con San Marco!".
    Il 14 aprile il Generale si reca al Btg. "Uccelli". È dello stesso giorno un ordine Superiore che modifica il trattamento da farsi ai partigiani catturati con le armi in pugno. Al suo rientro in Sede, il Generale viene a conoscenza dell’Ordine OP 27 del Comando Partigiano Piemontese comminante la pena di morte ai militari della RSI. Non sfugge al Generale il rapido deteriorarsi della situazione. Egli si reca a Savona il 18 aprile dove, amaramente, constata che "en cas de malheur" ognuno vuol fare di testa sua (testuale). Tornato ad Altare, rapidamente muta la dislocazione del I/5° nella zona di Stella, poi ha un colloquio confidenziale con il capo del D.V.K. circa "nebbia artificiale". 
    Il 20 aprile, mentre il Fronte Ovest tiene il Fronte Sud inizia, sotto violenta pressione nemica, il ripiegamento, il giorno dopo il Generale dirama l’Ordine del Giorno approntato.
    Il 22 si viene a conoscenza di un ordine di Alexander alle bande, dove le si incita ad usare anche i coltelli (il fair play degli inglesi). Alle ore 20,30 giunge dal Corpo d’Armata il preavviso di "nebbia artificiale", al che il Generale mette in "Allarme 2" la Divisione e riesce, fortunosamente, a far comunicare al II/6° l’ordine di raggiungere Genova al più presto. 
    Nella notte lo Stato Maggiore della Divisione appronta l’Ordine scritto di "nebbia artificiale". Eccovelo nella sua intierezza. Il Capo di Stato Maggiore non ha partecipato alla sua redazione. (Lettura dell’Ordine operativo). Per ordine del Corpo d’Armata, giunto alle ore 12,00 del 23 aprile, questo Ordine diviene esecutivo.
    I movimenti iniziano il 25 aprile su Acqui dove è giunto il III Gruppo Esplorante dopo contrasti con le bande, mentre i Servizi, il Comando Divisione ed il Btg. Trasporti passano indenni, il Btg. Raccolta subisce aspri contrasti dalle bande ed un bombardamento di artiglieria da parte di una colonna germanica effettuato per errore, al 5° Reggimento si ha la defezione del Comandante della C.C.R. (e conseguente eliminazione di gran parte degli uomini), il I/5° effettua senza danno i movimenti, il II/5° persa l’8a Compagnia (defezione del Comandante) procede faticosamente; il 6° Reggimento assicurerà la retroguardia, il suo III Btg. opera valorosamente sulla costa e raggiunge in giornata Savona, dove la 3a Compagnia Ferroviaria ha rintuzzato ogni velleità partigiana alla Stazione.
    L’Artiglieria è in movimento con scarso contrasto. Si può affermare che nella giornata i movimenti hanno avuto luogo abbastanza soddisfacentemente, ma un caso gravissimo si è verificato: il III Gruppo Collegamenti non si è mosso (sembra dopo colloquio del suo Comandante con il Capo di Stato Maggiore), vengono così a mancare alla Divisione in movimento gli indispensabili supporti delle trasmissioni radio non tanto nel suo interno quanto per ciò che attiene il Comando di Corpo d’Armata e le Grandi Unità laterali. Ciò non può che condurre alla catastrofe ed è la riproduzione esatta, pedissequa, di ciò che avvenne in Russia al Corpo d’Armata Alpino.
    Il Battaglione Pionieri, dove si è verificata qualche defezione isolata di ufficiali, ha perduto corpo e beni, un plotone (risulterà poi distrutto) ma giunge, sia pure faticosamente, in Acqui nel pomeriggio. 
    Le perdite della giornata sono ancora contenute e riguardano militari caduti per lo più per cecchinaggio sulle colonne, eccezion fatta al Gruppo Tattico "Valli" per il luttuoso equivoco già citato.
    In Acqui il Generale preliminarmente si reca dal Vescovo e gli fa noto che la Divisione se attaccata agirà duramente contro la città e non consegnerà alle bande il Generale Aichino ed i suoi del CISU. Parlamentari delle bande si presentano al Generale chiedendo la resa di "San Marco" e vengono rinviati con una proposta di tregua che consenta, senza spargimento di sangue, il libero transito di tutta la Divisione. 
    A questo punto si inserisce l’atto volontario del Capitano Martinozzi, che durante le trattative si offre quale ostaggio e viene portato con altro ufficiale presso le bande. In serata giungono i Reparti del 5° Reggimento e dell’Artiglieria e, sempre in serata, viene concordata con le bande una tregua di 5 giorni per il libero transito della Divisione. L’aviazione nemica, frattanto, attacca le colonne.
    26 aprile: un ufficiale della 3a Compagnia Amministrazione consegna alle bande i fondi della Divisione, mentre il Comando permane in Acqui, il III Gruppo Esplorante si è portato a Valenza Po, i Servizi marciano su Alessandria, il III Trasporti è duramente attaccato dall’aviazione tra Acqui ed Alessandria, la Colonna Sanitaria giunge a Valenza, i Pionieri oltrepassano Alessandria, il Gruppo Tattico "Valli" (avanguardia) raggiunge la Lombardia e sosta, così pure il Comando del 5°, mentre il suo I Btg. raggiunge Acqui seguito dal II. Il 6° muove verso Acqui il suo III Battaglione, ritorna verso Savona per liberare la 13a Compagnia accerchiata e poi, proseguendo nel movimento, entra in serata ad Acqui cantando tra lo stupore degli abitanti!
    L’Artiglieria in parte ha proceduto su Alessandria, in parte è ancora in Acqui. L’onore del III Gruppo Collegamenti è tenuto alto da un plotone che si ostina a non arrendersi alle bande in Ferrania. Ultima a lasciare Savona la 3a Compagnia Ferroviaria che ha inflitto notevoli perdite alle bande. Nel pomeriggio si presentano al Generale emissari delle bande "Mauri", facendo ben intendere che arrendendosi a loro l’incolumità degli uomini sarebbe assicurata, vengono respinti.
    In serata il Generale apprende da altri emissari "mauriani" la resa di Genova, quattro ufficiali germanici fortunosamente sfuggiti confermano la notizia.
    27 aprile: mentre il Comando Servizi della Divisione superato il Po raggiunge Mortara con tutti i suoi elementi ed i Trasporti, i Pionieri si portano a Valenza, il Gruppo "Valli" oltrepassa il Po e si ferma alle porte di Mortara. Il Comando 5° oltrepassa Mortara e si avvicina a Vigevano, il I e II/5° muovono verso Alessandria così come il I/6° ed il III/6°, il Comando 6° sosta in Acqui. Artiglieria: il Comando raggiunge Lomello sostandovi, il II/3° si trasferisce da Acqui in Alessandria, il III/3° giunge a Lomello con il IV. Le perdite della giornata sono elevate in tutti i Reparti.
    Nella mattinata un Maggiore inglese chiede di conferire con il Generale Comandante e gli propone la resa della Divisione, minacciando un intervento massiccio dell’aviazione. Il Generale gli oppone gli ordini che nel merito dovrebbe impartire il Maresciallo e chiude il colloquio dandogli appuntamento sulla linea Ticino-Po.
    "La decisione di respingere la resa è mia, soltanto mia... come può la "San Marco" iniziare il disgregamento di tutto il Corpo d’Armata? Abbandonare il 6° Reggimento? Lasciare nelle mani delle bande tanti camerati? Il mio è un atto di cameratismo, è un atto di fede!".
    L’ufficiale nemico, allontanandosi, mormora: "La "San Marco" ha firmato la sua condanna a morte".
    Nel pomeriggio il Comando Divisione raggiunge Valenza dove il Generale Hildebrandt del D.V.K., rientrando da Alessandria, giunge anch’esso più tardi in uno stato di agitazione estrema: ha appreso la notizia della morte del figlio decapitato dai russi ed ha visto in Alessandria il comportamento di quel Comando Piazza incline alla resa. Il III Gruppo Esplorante poco più tardi renderà gli onori alla memoria del Sottotenente Georg Hildebrandt durante una visita che i due Generali fanno. In serata il Generale ordina che tutti gli elementi di truppa liguri, emiliani e toscani siano lasciati in libertà. Nessuna notizia il Generale possiede circa i movimenti delle Grandi Unità della Frontiera Occidentale, della 34a Divisione e dei Cacciatori degli Appennini. 
    28 aprile: il Comando Tattico permane in Valenza, il Comando Servizi, oltrepassata Vigevano, giunge nelle vicinanze di Abbiategrasso, il Btg. Trasporti arriva a Cassinette di Lugagnano, tutti gli elementi dei Servizi sono con il Comando Servizi, il Btg. Pionieri si disloca a Torre Beretti, il Gruppo Tattico "Valli" giunge esso pure presso Abbiategrasso, il Comando 5° oltrepassa Vigevano con la Colonna Leggera ed i Distruttori Carro, il I/5° procede verso Mede con il II in retroguardia, il Comando 6° a Valmadonna, la Sezione pezzi della CCR/6° giunge a Valenza, la Colonna Leggera sosta in Alessandria, il I/6° oltrepassa il Po e marcia verso Vigevano, il III/6° si porta a Valenza e sosta.
    Dell’Artiglieria: il Comando oltrepassa il Ticino con il III/3°, il II/3° sosta a Valmadonna, il IV/3°, fatti saltare alcuni pezzi a Valenza riesce a raggiungere il Comando Reggimento. Il 3° Gruppo Costiero si arresta a Valmadonna.
    Il III Gruppo Esplorante nella serata tenta di passare per le armi il Capo di Stato Maggiore della Divisione, scoperto mentre telefona in Alessandria ai partigiani sulla presenza di Reparti e del Generale in Valenza, solo l’ascendente del Comandante riesce ad impedire l’atto.
    Dopo la partenza del Generale per Alessandria, il Gruppo perde un certo numero di uomini con un ufficiale che si allontanano verso la Lombardia antivedendo rappresaglie delle bande, specie dopo il ritorno da Alessandria del Generale con ufficiali delle bande.
    Nella mattinata il Capo di Stato Maggiore della Divisione, che nella notte si era fermato in Alessandria, arbitrariamente si presenta al Generale senza nulla riferirgli e dichiarando che se ne torna in Alessandria.
    Poi il Generale riceve da una staffetta partigiana una busta da parte del Generale Ollearo (Segretario Generale per l’Esercito Nazionale Repubblicano) nella quale vi è un foglio contenente notizie strabilianti: il Maresciallo Graziani prigioniero... il Governo catturato... Mussolini catturato sul lago di Como... Berlino accerchiata ed infine la preghiera di non arrecare danni alle popolazioni lungo il cammino dei reparti della Divisione!
    Nel pomeriggio il Capo di Stato Maggiore rientra in Valenza avvertendo il Generale che lo si attende in Alessandria per trattare.
    Il Generale si reca in Alessandria dove l’Ammiraglio Girosi gli propone la resa di "San Marco". Il Generale specifica le condizioni: per i reparti al di là del Po nessun provvedimento possibile; per i Reparti al di qua del Po concentramento in Alessandria Cittadella e trattamento da prigionieri di guerra; tregua d’armi; garanzia personale sull’eseguire le condizioni suesposte.
    Il Generale rientra poi in Valenza e rende noto il tutto al Comando di Corpo d’Armata (in transito) che però decide di passare il Po e di inoltrarsi in Lombardia.
    Mentre nella prima parte della notte i parlamentari avversari rientrano in Valenza, il III Gruppo Esplorante passa per ultimo il Po. Secondo le condizioni concordate restano in Piemonte: il Comando Tattico della Divisione e gran parte del 6° con un Gruppo di Artiglieria. Il Generale Comandante detta l’ultimo Ordine del Giorno della Divisione. Le truppe in Lombardia sono agli ordini del Colonnello Sordi.
    29 aprile: il Comando Tattico si trasferisce a Valmadonna e nel pomeriggio passa in prigionia di guerra in Alessandria così come il 6° con i suoi restanti reparti dell’Artiglieria, si consegna in Alessandria il II/3° unitamente al 3° Gruppo da Posizione Costiera.
    30 aprile: gran parte della Divisione, dislocatasi in terra lombarda, è ora agli ordini del Colonnello Comandante del 5° Reggimento, che viene raggiunto da una aliquota del Comando di Corpo d’Armata "Lombardia" con il Capo di Stato Maggiore Colonnello Morgantini. Il III Gruppo Esplorante entra in Vigevano e vi libera tutti i militari R.S.I. già prigionieri delle bande.
    Nel pomeriggio, sentiti tutti i Comandanti di Reparto, il Comandante ff. della Divisione Colonnello Sordi considerato: l’evolversi degli avvenimenti; la totale occupazione di Milano da parte di colonne corazzate nord-americane; la dichiarata volontà germanica di non difendere la linea Ticino-Po ma di ripiegare verso il Brennero; le condizioni proposte dal CLN di Magenta (libertà individuale agli uomini di truppa); dirama gli ordini verbali per il concentramento di tutto il personale della Divisione nel tardo pomeriggio e nella notte.
    Nella giornata, sulle truppe in movimento, aerei nemici a bassa quota hanno lanciato manifestini invitanti alla resa, nel pomeriggio altro lancio di manifestini a firma Graziani.
    Alle ore 24,00 del 30 aprile la 3a Divisione Fanteria di Marina "San Marco" cessa di esistere.
    Signori Ufficiali, Sottufficiali, Graduati e Camerati Militari di Truppa della 3a Divisione, ho cercato nella contenuta, sintetica disamina dei fatti accertati di sciogliere definitivamente le ombre anche cupe che sinora hanno avvolto gli ultimi giorni della Divisione, ombre che il dolore, talvolta trasformandosi in rancore hanno nel tempo rese ancora più cupe. Mi sono limitato a quanto attente ricerche hanno fatto cognito. Aggiungo ancora rilevandolo dal Diario inedito di Martini-Mauri, fortunosamente pervenutomi, che l’onore del III Guppo Collegamenti, assente agli avvenimenti narrati, fu salvato da quel plotone di genieri di Ferrania che si arrenderà solo il 30 aprile, dimostrando d’essere coriaceo almeno quanto i commilitoni che in armi giunsero alle porte di Milano.
    Non dimentichiamo che uguale "schiena" dimostrarono conduttori e scorta dell’autocolonna Sanitaria che, al comando del Maggiore Rippa, raggiunse l’Ospedale Militare di Milano-Baggio con i feriti. Con questi commilitoni avrei caro ricordaste i due Battaglioni al Fronte Sud ed il Deposito di Brescia ed il Comando Tappa di Milano, tutti hanno dimostrato di che stoffa fosse la "San Marco".
    Non rancore, rammarico ed oblio restino da oggi nel vostro animo, ma vi seguano le parole che il Vostro Generale scrisse in Alessandria, già prigioniero, la notte del 30 aprile: "Ora sono solo, solo con me stesso... di tutto, di tutti, il solo responsabile sono io. Quanto a suo tempo avevo fatto presente al Maresciallo si è avverato... la mia Divisione ha compiuto il suo ultimo dovere, il suo estremo sacrificio seminando di Caduti il suo cammino, dalle rive del Tirreno a quelle del Ticino-Po".
    "Anche se ancora ignoro le sorti del Deposito e dei due Battaglioni al Fronte (ma son certo che tutti si saranno comportati bene) ora so che la mia "San Marco" ha percorso il suo cammino arrivando, in massima parte, là dove le era stato ordinato giungere".
    "Lo stillicidio continuo di sangue dall’agosto ad una settimana fa, il cruento sacrificio di questi ultimi giorni, le vendette che presumibilmente da oggi avverranno, laveranno nel Tempo le inevitabili debolezze dei singoli che si sono smarriti".
    "Tutti, compatti o decimati, in ogni dove hanno marciato, saldi sotto attacco, indifferenti alla minaccia, sordi alla lusinga, volutamente ciechi all’evidenza, pagando pesante tributo di sangue, attenti solo al Dovere, decisi oltre il Dovere, fedeli al Giuramento, Soldati sino all’ultimo... per questo il mio futuro mi è indifferente...".
    Siano queste parole del Vostro Generale il Vostro Ideale Foglio di congedo. Sia onore a voi Uomini di "San Marco"!
 
 
STORIA DEL XX SECOLO N. 40, Settembre 1998 .

venerdì 14 maggio 2021

L’EPICA STORIA DEL RAGGRUPPAMENTO “CACCIATORI DEGLI APPENNINI”

L’EPICA STORIA DEL RAGGRUPPAMENTO “CACCIATORI DEGLI APPENNINI”
Cristiano Garaguso
 
 
    Nella storia delle forze armate della R.S.I. particolare importanza assume il Raggruppamento "Cacciatori degli Appennini", perché venne costituito, addestrato ed impiegato in Italia, ossia nello spirito e nella tradizione dell'Esercito Italiano. In conseguenza si trattò di un reparto nettamente distinto non solo dalle altre formazioni della repubblica a carattere speciale quali la Xa M.A.S., la Legione "Muti" e le Brigate Nere, su cui influivano la spregiudicatezza propria dei reparti volontari, con tutti gli inconvenienti degli anomali inquadramenti e delle gerarchie improvvisate, ma anche dalle stesse Divisioni addestrate in Germania.
    Queste ultime infatti avevano ricevuto, attraverso l'applicazione del regolamento "teutonico", naturalmente non sentito dalla massa dei militari, un certo immusonito e rigido inquadramento, che aveva fatto perdere loro, almeno in parte, quella che è la caratteristica spigliatezza delle truppe italiane.
 
 
Parma Aprile 1944. L’addestramento
 
 
    Non tutti forse saranno di questo parere; ed è certamente difficile cogliere esattamente quello che caratterizza l'essenza di una formazione militare. Sta di fatto che in nessun reparto della R.S.I. si respirò aria più serena, scevra cioè da odi di parte, da rancori personali, da più o meno larvati personalismi, quanto nei "Cacciatori degli Appennini", che nacquero agli inizi del 1944, a seguito di accordi intercorsi tra lo Stato Maggiore Esercito, il Comando Generale della G.N.R. e il Comando Germanico, quali corpi costituenti il "Centro Addestramento Reparti Speciali (C.A.R.S.) con compiti addestrativi per una successiva riunione in G.U.
    Tali corpi furono inizialmente i seguenti:
    a) - I° Reggimento "Cacciatori degli Appennini" (Comando di Reg.to e tre Btg.), Comandante Ten. Col. Bruno, costituito con Granatieri, Bersaglieri, Alpini.
    b) - 3° Reggimento "Cacciatori degli Appennini", Comandante Col. Zaccherini costituito con gli elementi delle "Compagnie della Morte" mobilitate dal P.F.R.
    e) - 2° Regg.to "Cacciatori degli Appennini", Comandante T. Col. Languasco costituito con reparti della G.N.R. e sue specialità.
    d) - 4° Regg.to di Cavalleria "Cavalieri di Lombardia" (su due o più gruppi di squadroni) Comandante Col. Pagliano.
    e) - (di prevista costituzione) Gruppo di artiglieria.
    Il Comando del C.A.R.S., il suo quartier Generale, il 2° e il 3° Rgt. Cacciatori e quello di Cavalleria vennero dislocati a Panna; il I° Rgt.,  invece, a Reggio Emilia.
    Malgrado tale vasto organico il C.A.R.S. non raggiunse mai la forza prevista. Difficoltà di vario genere, sia d'ordine logistico che contingente, impedirono ai reggimenti di conseguire l'inquadramento che sembrava essere nelle intenzioni degli Stati Maggiori. Al mancato regolare afflusso di uomini e materiali, che resero impossibile la costituzione del reggimento di cavalleria e del gruppo di artiglieria, si aggiunse l'ordine di scioglimento per il 3° reggimento i cui elementi vennero trasferiti quali complementi alla Divisione "Italia". Gli intensi bombardamenti aerei nemici su Parma costrinsero intanto il C.A.R.S. ad assumere una nuova dislocazione. Il Comando si trasferì a Sòrbolo mentre il 2° reggimento si accasermò a Langhirano e località viciniori.
    Primo comandante del Centro fu il generale di Corpo d'Armata Enea Navarrini al quale erano stati affiancati i generali di Divisione Piatti e Montagna. In breve volger di tempo però il generale Navarrini venne sostituito dal generale Piatti e il generale Montagna destinato ad altro incarico. Ma anche il generale Piatti, dopo poche settimane di comando, passò le consegne al Generale di Brigata Farina . Malgrado questa continua rotazione di comandanti, i reparti procedevano al regolare addestramento, per altro ostacolate dalla insufficienza di materiali dovuta alla situazione generale del territorio nazionale.
    Nel giugno il C.A.R.S. ebbe l'ordine di trasferirsi ne1 Veneto. Il Movimento dei reparti dei materiali si svolse sotto continui bombardamenti aerei che costrinsero a trasbordi ed a lunghe soste. Il Comando del Raggruppamento e il 2° Reggimento si insediarono a Bassano del Grappa, il I° Reggimento a Schio; distaccamenti vennero creati ad Asiago, a Vittorio Veneto e ad Asolo.
    Il Battaglione Alpini "Cadore" del I° Reggimento restò invece in Emilia. Dopo solo 15 giorni, durante i quali i Reparti avevano continuato con intensità ad addestrarsi, un nuovo improvviso ordine di spostamento costrinse i Reparti del Centro a ripetere la logorante e perigliosa fatica, per trasferirsi in Piemonte accasermando il Comando e il I° Reggimento a Bra e il 2° Reggimento ad Alba, con distaccamenti a Canale e Santo Stefano Balbo.
 
 
 Camion di Cacciatori degli Appennini pronto per una azione antipartigiana
 
 
    Cessato l'addestramento i Reparti iniziarono il loro compito di sicurezza curando, con continui spostamenti, la tranquillità della zona. Si impose però il riordino organico dei Reparti al fine di dare ad essi un inquadramento consono ai nuovi compiti assunti. Di questa esigenza si rese immediatamente conto il Generale Del Giudice non appena destinato al Comando del C.A.R.S., in sostituzione del generale Farina, nominato Comandante della Divisione "San Marco". Le sue proposte vennero accolte dallo Stato Maggiore Esercito che dispose la trasformazione del C.A.R.S. in Raggruppamento "Cacciatori degli Appennini" dando ad esso le caratteristiche di Grande Unità Leggera proprie delle Brigate Coloniali. Sciolti i Comandi di Reggimento, il Raggruppamento venne riorganizzato come segue: Comando, Quartier Generale, Ufficio Posta Militare, Sezione di Sanità, Sezione Polizia Militare, Reparto Trasmissioni, Autoreparto, una Compagnia Anticarro, Sezione da 20 millimetri, Nucleo Esplorante, tre Battaglioni, un Centro di Addestramento, e una Base Logistica a Crema. Il suo Comando venne assunto dal Col. Languasco. Nuovamente trasferito nella zona delle Basse Langhe, e dislocato il Comando a Ceva, il Raggruppamento assunse nell'ottobre 1944 il suo definitivo schieramento con il compito di resistere sui passi di San Bernardo e di Garessio, Forti di Nava e Molini di Triora, ad eventuali tentativi di penetrazione nell'interno da parte di truppe nemiche sbarcate sulla riviera di Ponente nonché di proteggere da infiltrazioni partigiane le rotabili della zona.
    Il Raggruppamento "Cacciatori degli Appennini" nel Cevese non solo raggiunse il suo definitivo schieramento dando luminosa prova delle proprie virtù militari, ma dimostrò anche quale fosse la peculiare funzione dei presidi dell'esercito italiano nella turbinosa vicenda della R.S.I. Il suo arrivo a Ceva e nelle zone contermini, da mesi ormai staccate da ogni autorità costituita, valse a riportare l'ordine nelle amministrazioni comunali, a riorganizzare gli approvvigionamenti annonari per la popolazione civile, ad assicurare la vita agli enti assistenziali e benefici che più avevano sofferto del caos esistente. Interessante notare che i pubblici amministratori vennero fatti designare dalle personalità del luogo, senza alcun pregiudizio verso le loro opinioni politiche e con la sola preoccupazione di identificare gli uomini più onesti e più capaci.
 
 
Zona delle Langhe. Cuneo. Ottobre 1944. “cacciatori degli Appennini” si riposano durante una operazione
 
 
    Quotidianamente automezzi del Raggruppamento vennero impiegati per il trasporto di derrate alimentari destinate ai civili, mentre una vasta azione di persuasione e di forza veniva svolta per il regolare funzionamento degli ammassi e per la lotta contro il mercato nero. Quasi nulle le requisizioni di generi alimentari per le necessità della truppa; larghissime le offerte di generi vari, di casermaggio, di indumenti e di medicinali all'Orfanotrofio, all'Ospedale, alla Pubblica Mensa, ed altre istituzioni del genere. Contemporaneamente il Raggruppamento ottenne dalle superiori autorità che i renitenti della zona, catturati, non venissero più, come era stato fino ad allora praticato, avviati alla deportazione, ma inquadrati in un apposito centro di addestramento, dal quale molti per altro vennero dimessi e restituiti alle loro case muniti di regolare esonero da ogni servizio.
    Il Raggruppamento intanto provvedeva a potenziare i propri organici in uomini e mezzi, onde meglio assolvere i compiti difensivi affidatigli. Nello stesso tempo venne provveduto ad organizzare, con opere in cemento armato, ostacoli anticarro e caverne, la difesa della zona nella previsione di eventuali sbarchi sul litorale ligure. 1 Reparti furono più volte elogiati dai Comandi Superiori per l'ottimo comportamento e per l'elevato cosciente spirito militare, che pur alieno da ogni faziosità di parte, permise loro di mantenere altissimo il morale. Numerevolissimi i singoli episodi di valore di ufficiali e di uomini di truppa; imponente lo sforzo sia tattico sia logistico compiuto dall'intero Raggruppamento nel novembre 1944 in occasione di un fortissimo aviolancio effettuato dagli "Alleati" nelle Langhe.
    Data l'efficienza e il rendimento dimostrato, venne proposta ed ottenuta la trasformazione del Raggruppamento in Divisione Leggera con organico originale, ma indovinatissimo, che ne avrebbe fatto un vero modello del genere. Mentre tale trasformazione era in corso, in una imboscata venne gravemente ferito il col. Languasco.
    Il precipitare degli eventi nell'aprile del 1945 trovò il Raggruppamento sempre sereno e saldo sulle proprie posizioni. L'ordine di ripiegamento, improvviso ed inaspettato, arrivò il 25 aprile. Malgrado la limitatissima disponibilità di mezzi di trasporto (gli autocarri erano proprio in quei giorni in corso di trasformazione a gasogeno per sopperire alla deficienza di carburante), lo sgombero di Ceva venne organizzato con meticolosa cura dal col. Languasco, nel frattempo rientrato, benché non guarito, dall'ospedale, provvedendosi tra l'altro alla liquidazione amministrativa di tutte le pendenze, alla ordinata riconsegna dei locali occupati ed al ripiegamento dell'Ospedaletto da Campo. Tutti i reparti staccati, nel frattempo, avevano raggiunto il loro Comando che alle ore 23,00 del 25 aprile lasciava Ceva per iniziare la marcia costituendo l'ala destra del Corpo d'Armata di cui faceva parte.
    Superato Lesegno, San Michele, Mondovì, Magliano Alpi e Trinità, traversato il Tanaro su passerella nei pressi di Fossano, il Raggruppamento, marciando pressoché ininterrottamente con formazione perfetta, raggiunse Fossano, superò Savigliano e Garignano, rifornì i propri automezzi a Stupinigi e la sera del I° maggio attraversò Torino a Corso Francia. Malgrado il susseguirsi dei tragici eventi che caratterizzarono l'ormai storico aprile 1945, il Raggruppamento "Cacciatori degli Appennini" si impose anche agli avversari per la efficienza e potenza dei reparti. Al suo approssimarsi i centri abitati venivano abbandonati dalle formazioni armate avversarie che solo raramente tentarono qualche attacco alle pattuglie avanzate immediatamente però respinto con decisa volontà, esemplare valore e perfetta tecnica dai Cacciatori, forti della convinzione di aver adempiuto sino in fondo in serenità il loro dovere di italiani. La riprova di questa serenità si ebbe nei gentili episodi dei matrimoni celebrati durante il ripiegamento di quattro ufficiali dei Cacciatori con quattro ausiliarie. Semplici cerimonie celebrate in piccole chiese di campagna nelle ore più impensate durante le rapide soste della colonna.
    Il 4 maggio il Raggruppamento che, nel frattempo, dopo essere passato attraverso Ciriè e Castellamonte, aveva raggiunto così la "zona franca" Cirrea - Strambino Romano, vennero comunicate le modalità di resa che erano state perfezionate dal Comando di Corpo d'Armata con la 34a Divisione Statunitense della 5a Armata. Esse erano:
    a) versamento in giornata delle artiglierie, mezzi blindati e stazioni radio. Tutte le altre armi vennero conservate dai reparti, fino all'atto della costituzione in prigionia, con l'ordine scritto di servirsene contro formazioni irregolari che si fossero infiltrati nella "zona franca".
    b) Onore delle armi.
    e) Trattamento da prigionieri di guerra secondo le norme internazionali.
    d) Impegno da parte delle truppe statunitensi a che gli elementi italiani del Corpo d'Armata non venissero consegnati alla faziosità politica italiana del momento.
    Da rilevare che l'impegno relativo a quest'ultimo punto non venne mantenuto dal nemico che pur vi si era solennemente impegnato.
    Il 5 maggio 1945 alle ore 11 antimeridiane in Scarmaglio il Raggruppamento "Cacciatori degli Appennini" al completo si riunì in armi con la sua Bandiera. Dopo la consegna di ricompense al valor militare il generale von Lieb (soprannominato il "Leone di Cerkassy"), Comandante la 34a Divisione tedesca cui il Raggruppamento era stato unito durante il ripiegamento, dichiarò "... se il mondo, la vostra e la mia Patria vorranno la pace dovranno combattere il Bolscevismo e potranno combatterlo e vincerlo solo con uomini come voi, gloriosi, indimenticabili Cacciatori degli Appennini".
    Alle 17 del 5 maggio i "Cacciatori degli Appennini" entrarono cantando ad Ivrea.
    Il Raggruppamento "Cacciatori degli Appennini" non è stato vinto; solo gli avvenimenti lo hanno costretto alla resa.
    Rimane comunque a suo vanto l'essere stato l'unico reparto della R.S.I. che abbia resistito al completo di uomini e di mezzi sino al maggio 1945.
 
 
CONTINUITÀ' IDEALE N. 3-4 Marzo 1998 (Indirizzo e telefono: vedi PERIODICI)

sabato 8 maggio 2021

STRAORDINARIE AVVENTURE DI SOLDATI DELLA RSI

 


STRAORDINARIE AVVENTURE DI SOLDATI DELLA RSI

Umberto Scaroni
 
 
    Fra le tante, gloriose e spesso incredibili imprese compiute dai Reparti speciali della Decima Flottiglia MAS, al comando del Principe Junio Valerio Borghese, le meno conosciute, anche perché segretissime, sono forse quelle affidate agli "N" del Gruppo Ceccacci, composto di due Squadre di esperti "nuotatori", agli ordini del S. Ten. Aladar Kummer e del S. Ten. Renzo Zanelli, particolarmente addestrati all'uso di esplosivi e destinati ad incursioni di sorpresa oltre le linee nemiche.
    Tali azioni non erano certamente facili da portare a termine, ed il loro successo dipendeva da un lungo e specifico addestramento, compiuto sulle spiagge di Jesolo, ma anche e soprattutto da un perfetto affiatamento fra i componenti della Squadra, nonché dalla fiducia e dalla stima reciproca, dato che la vita di uno era nelle mani dell'altro.
    Ci occuperemo qui, in particolare, delle azioni compiute dalla Squadra del S. Ten. Aladar Kummer, che, a causa del suo nome, è stato talora indicato come Ufficiale tedesco, mentre si tratta di un italianissimo figlio di Fiume che, dopo aver combattuto come Sottotenente nella Divisio­ne "Trieste" nella battaglia di El Alamein e, successivamente, in diverse azioni di contenimento durante la lunga ritirata di Libia, fu ferito ai confini della Tunisia e quindi trasferito con una Nave Ospedale a Napoli, ove rimase rico­verato per una ventina di giorni.
    Dopo una breve licenza di con­valescenza, fu destinato alla "dife­sa aeroporti" di Pianello Val Tidone (Piacenza), ove lo colse la vergognosa resa dell'8 settembre.
    Mentre l'Esercito si sfasciava miseramente, Kummer non esitò a presentarsi al Centro di recluta­mento della Decima MAS, a La Spezia, l'unico Reparto che non aveva ammainato la Bandiera, e, fra le varie specialità, essendo un ottimo nuotatore, scelse gli "N" del Btg. "N.P", e provvide perso­nalmente a costituire la squadra al suo comando, reclutando a Fiume dieci giovani amici, tutti universitari. Quindi raggiunse tesolo, per uno speciale addestramento, effettuato in gran segreto. In seguito ad una richiesta d'impiego di due Squadre "N" giunte dalla zona di operazioni, Kummer e Zanelli si recarono a Penne, sede del Gruppo Ceccacci, famoso per le missio­ni già compiute oltre le linee, nei territori occupati dal nemico.
    Purtroppo, proprio quando le Squadre erano pronte a compiere un'audace azione contro i mezzi da sbarco inglesi nel porto di Ortona, in seguito allo sfondamento del fronte a Cassino il Gruppo dovette ripiegare, risalendo l'Adriatico con tutti i suoi mezzi, fino a Cesenatico, ove requisì l'Albergo Roma, nel re­cinto del Porto Canale.
    Finalmente, verso la fine di lu­glio'44, la Squadra ebbe il battesi­mo del fuoco, sbarcando nottetempo con i "tacchini" sulla costa fra Senigallia ed Ancona (già in mano agli "alleati"); ove recò notevoli danni ad un deposito di munizioni, a diverse linee telefoniche ed a vari automezzi inglesi, rientrando incolume, dopo poche ore, con il motoscafo d'appoggio.
    L’entusiasmo della Squadra era alle stelle per il successo ottenuto, e già si stava organizzando una nuova audace impresa quando il Gruppo fu ancora costretto ad ar­retrare verso Nord, fino a Dosson (Treviso), usufruendo del Porto Corsini quale base operativa e di partenza per le azioni.
    Fu allora che la Squadra Kummer, onde poter disporre di un mezzo veloce per avvicinarsi agli obiettivi e sbarcare sulle spiag­ge con i battellini, si recò a Venezia, ove requisì il motoscafo del Conte Volpi di Misurata, che usò a metà ottobre per compiere un'azio­ne nella zona tra Miramare di Rimini e Riccione.
    Lasciato al largo il motoscafo, gli incursori raggiunsero silenziosamente la spiaggia con i battellini. Quindi, strisciando sulla sabbia, raggiunsero i cespugli sulla strada ove erano allineati numerosi grossi autocarri carichi di munizioni e di esplosivi.
Minati, indisturbati, tutti gli automezzi, gli arditi "nuotatori" provvidero quindi a tagliare tutti i fili di collegamento telefonico tra i vari Comandi alleati, creando un vero caos.
    Quando la Squadra, raggiunta la spiaggia, già si trovava al largo con i suoi battellini, iniziò una se­rie di terribili esplosioni che pro­vocarono un fuggi-fuggi generale ed il più completo scompiglio fra gli occupanti.
    Purtroppo, il previsto appuntamento con il motoscafo non avvenne perché si stava avvicinando l'alba, ed ai primi chiarori il mez­zo aveva l'ordine di allontanarsi dal luogo dello sbarco, per cui Kummer decise di pagaiare con il battellino verso Nord, accorgendosi però, dopo un giorno di faticosa navigazione, che la corrente con­traria lo allontanava sempre più dalla spiaggia, per cui preferì pun­tare verso terra, per sbarcare la sera sulla spiaggia e tentare di attraver­sare le linee a piedi.
    La Squadra sbarcò infatti vicino a Rimini, e si avviò camminando in colonna lungo la circonval­lazione della città. Ad un certo punto, però, arrivò nel senso con­trario una pattuglia nemica (anche questa in fila indiana) che portava sul basco dei distintivi simili a quelli dei nostri Marò, il cui capofila li salutò militarmente. Kummer, istintivamente, tese il braccio in avanti nel regolamentare saluto fascista, ma, accorgendosene, ripiegò subito il braccio portando la mano al berretto. Tutto andò liscio, e le colonne sfilarono così una accanto all'altra con una sequenza da film comico, malgrado la pericolosità della situazione.
La squadra Kummer decise quindi di dividersi per tentare separatamente di rientrare attraverso le linee con maggiori possi­bilità di successo: chi scelse di indossare abiti civili e chi, con Kummer, decise di restare in divi­sa. Quest'ultimo gruppetto si di­resse quindi verso Cesenatico, zona familiare, e si rifugiò in una cascina disabitata dei dintorni, ma improvvisamente, di notte, fu sorpreso e catturato da un gruppo di soldati polacchi, che lo caricò a calci su un camion e lo portò in carcere a Forlì, da dove, dopo qualche giorno, fu trasferito a Roma, a Cinecittà, ove aveva sede il servizio di spionaggio alleato.
    Kummer, dopo venti giorni di demoralizzante isolamento, fu infine interrogato da un ufficiale maltese, che parlava italiano, ed avendo appreso che anche gli altri componenti della Squadra erano stati catturati in borghese, riuscì a salvar loro la vita dichiarando e dimostrando che non erano spie, ma militari incursori del suo Reparto che tentavano di passare le linee senza dar nell'occhio.
    Quanto alle informazioni mi­litari richieste, Kummer ebbe l'impressione che quegli interrogatori, anche se rimanevano senza risposta, fossero inutili, dato che gli "alleati"... sapevano già tutto!
    In tempi successivi, nella sua stessa cella furono rinchiusi il collega Zanelli - la cui Squadra era stata pure catturata dopo un riuscito attacco nelle retrovie inglesi - ed il fratello Carlo, dei mezzi d'assalto della Decima dislocati a San Remo, catturato in mare dopo aver affondato il suo M.T.M.
    I tre prigionieri studiarono su­bito insieme un piano di fuga, ma non riuscirono a realizzarlo perché vennero divisi e trasferiti nel campo di concentramento di Afragola (Napoli). Ad Afragola furono caricati su un treno di carri bestiame diretto a Taranto, dove sarebbero stati imbarcati per l'Algeria. Giunti in Basilicata, non volendo essere trasferiti in Africa, i nostri amici tentarono finalmente la fuga, riuscendo a scardinare le tavole dal fondo del vagone con un vecchio chiodo arrugginito strappato a fa­tica dalla porta. Quindi, dì notte, riuscirono a calarsi uno alla volta sulle rotaie, approfittando dei rallentamenti del treno e subito si al­lontanarono dalla ferrovia attraverso la campagna dove, in una casa colonica, trovarono una insperata e generosa accoglienza da parte dei contadini, ai quali si era­no presentati come cittadini del Nord desiderosi di tornare a casa, e che offrirono loro da mangiare e da dormire.
    All'indomani, considerata la grande distanza dalle linee del fronte, allora attestate sulla Linea Gotica, approfittando del fatto che Zanelli parlava l'inglese, i tre fug­giaschi compirono una ennesima bravata, chiedendo ed ottenendo il passaggio su un camion diretto al Nord. Tutto andò bene, e con un auto-stop dopo l'altro il gruppetto riuscì ad arrivare a Roma senza destar sospetti.
    Proseguendo a piedi verso la Toscana, mentre attraversavano la piazza di un paese, i tre fuggitivi furono però notati da alcuni citta­dini che, insospettiti, li trattennero in Comune "per chiarimenti" fino all'arrivo dei Carabinieri, i quali, evidentemente informati della loro fuga, senza tanti discor­si li portarono a Roma, proprio a Cinecittà, ove l'Ufficiale maltese dei Servizi Segreti li accolse sorridendo ironicamente chiedendo loro se avevano fatto un bel viaggio!
    Ciò, anziché deprimere, stimolò la reazione dei nostri Eroi, che subito si misero all'opera per rea­lizzare il piano di fuga già studia­to nel corso della loro precedente "villeggiatura" a Cinecittà. Dopo aver svitato con un coltello trafugato la griglia dell'aeratore sul soffitto della cella, strisciando nel tubo dell'aria Kummer e Zanelli riuscirono infatti a calarsi nella "stanza dei microfoni" (ove si registravano le conversazioni fra i detenuti), che non aveva reticolati alle finestre, e di qui scapparono di notte, ultimando con successo le loro mirabolanti avventure.
    Arrestati dagli inglesi nel 1945, verso la fine della guerra, Kummer e Zanelli vennero trattenuti "per punizione" nel campo speciale di concentramento di Rimini fino all'estate 1947, quando gli inglesi, lasciando l'Italia, furono costretti a liberarli.
    II S. Ten. Aladar Kummer è ora un attivo componente ed un valido collaboratore della Federazione di Bergamo dell'U.N.C.R.S.I..
 
 
NUOVO FRONTE N.225. Gennaio-Febbraio 2003. (Indirizzo e telefono: vedi PERIODICI)

VITTORIOSISSIMI I MARINAI DELLA DECIMA, PERCHE' HANNO REALIZZATO TUTTI I LORO PROPOSITI
da DECIMA! - GLI ENNEPI' SI RACCONTANO.  Sergio Bozza
 
    "PER L’ONORE"
    "Riscattare la dignità del soldato italiano, vendicare l’inganno perpetrato alla nostra flotta, frenare la tracotanza dei tedeschi"
    Obiettivi raggiunti, Capitano!
     
    I nostri sacrifici sfortunati?
    Perché sfortunati?
    Non è retorica. Racconto:
    In una notte di settembre del 1943, di ritorno da una sfibrante "Missione di ricupero" (di armi, munizioni, vestiario, viveri, attrezzature, ecc., tutte merci che scoprivamo, sequestravamo, o pagavamo a mercato nero) ci si trovava nella caserma del Muggiano, intenti a mangiucchiare quanto un cuciniere assonnato ci aveva ammannito, quando inaspettatamente comparvero Junio Borghese, comandante della Decima Mas e il maggiore Umberto Bardelli, all’epoca suo braccio destro. Il Principe con la mano ci fece cenno di stare seduti e ci ascoltò sull’esito della missione.
    "Buon lavoro, gente!" (in marina gli equipaggi sono chiamati "gente") ci disse alfine "Ora riposatevi perché ci sarà ben altro da fare".
    I due stavano allontanandosi quando, chissà perché, un allievo ufficiale, Giuseppe Mainenti, disse ad alta voce: "Comandante, vinceremo!". Borghese si fermò, e solo dopo qualche istante, girandosi con una delle sue famose occhiate a Bardelli, tornò ad avvicinarsi lentamente alla nostra tavolata.
    Alla fioca luce che a malapena illuminava la vasta e silenziosa mensa ci guardò attentamente, uno per uno; mise un piede sulla panca e, sporgendosi in avanti appoggiato a un ginocchio, ci disse: "Se siete qui è perché siete degli uomini e a questi uomini io dico di ascoltarmi attentamente e di ricordare sempre". (Non so se avete mai sentito Borghese, ma quando il Comandante parlava, inchiodava l’uditorio con il suo periodare, breve e secco com’era). "Non ci sarà nessuna vittoria, perché la guerra è perduta, definitivamente perduta da quando gli USA sono entrati nel conflitto".
    "Non avete la minima idea di quale sia la loro vera capacità industriale. Io lo so. Perciò nessuna illusione di vittoria. Noi siamo qui, e andremo fino in fondo, perché all’ombra della nostra bandiera dobbiamo batterci a ogni costo per riscattare l’onore del soldato italiano, perché dobbiamo vendicare l’infame inganno perpetrato nei confronti della nostra flotta, perché dobbiamo difendere - capitemi chiaramente - la nostra terra e le nostre genti dalla jattanza e dalla prevaricazione dei tedeschi. Sarà difficile, sarà duro, correrà sangue, ci saranno immensi sacrifici, ma se manterremo questi propositi - solo questi propositi - e li realizzeremo, allora sì che avremo vinto".
    Con una fredda inquisitiva occhiata a ognuno di noi, di scatto, si rizzò e senza aggiungere altro se ne andò col taciturno Bardelli.
    Cari, tristi pessimisti: Gli NP, gli uomini della Decima (con tutti i soldati della RSI) hanno mantenuto l’impegno prospettato dal Comandante, lo hanno realizzato e quindi:
    "Noi abbiamo vinto".
    I nostri sacrifici sono stati sfortunati?
    Al contrario: fortunatissimi.
    Compreso a fondo il significato dell’onore delle armi riconosciuto alla Decima dagli inglesi?
    Viste le dichiarazioni di Eisenhower?
    È il massimo!
    E inoltre: lo scomodo alleato tedesco è stato tenuto a bada e non ha fatto vendette sull’Italia. Innocue furono rese le ciurmaglie politiche. Funzionarono le ferrovie, gli approvvigionamenti alimentari, gli assegni familiari per un milione di prigionieri, le scuole di ogni tipo, la vigilanza contro i ladri, l’agricoltura che molto produsse e il lavoro dei civili che non mancò mai. Tutto, e al meglio, fino al penultimo giorno, 24 aprile 1945. Che si voleva di più?
    Possiamo andare fieri a rapporto:
    "Abbiamo vinto, comandante!"
    Nella Storia, quella con la "S" maiuscola, il silenzio dei vinti molte volte vale di più del clamore dei vincitori.
    Decima!
 

 
    Dal Nieppi
    ex allievo uff.
    II compagnia "NP"
 
 
da DECIMA! - GLI ENNEPI' SI RACCONTANO.  Sergio Bozza
Anno di Edizione: 1997.   Greco&Greco editori. (Indirizzo e telefono: vedi EDITORI)

lunedì 3 maggio 2021

''DEMOCRAZIA''

''DEMOCRAZIA''

"Democrazia":

E' la più grande sciagura che possa essere capitata all'Italia e agli italiani.

E' il regime della violenza, della menzogna e della malafede basta dare un'occhiata ai quotidiani. E' il regime dell'intrallazzo, della corruzione, non soltanto di quella che si riferisce all'approfittarsi del pubblico denaro, ma è la corruzione delle coscienze, la corruzione delle menti, la corruzione degli animi, del pensiero; è il regime che difende e praticamente privilegia i furfanti e i delinquenti, a scapito dei cittadini onesti. E' il regime che in Italia ha provocato i più gravi disastri ambientali per aver desertificato le montagne senza rimpiazzare gli alberi, è colpevole di provocare l'inondazione delle città per aver trascurato di ripulire tombini, fogne e letti dei vari corsi d'acqua.

E' il regime che permette a quattro straccioni stranieri di devastare una città come Roma.

Basta leggere le cronache dei giornali (anche quelli al servizio del "potere") per rendersi conto che in un "Paese" (non una Nazione) (s)governato da imbecilli e ladri, tutto questo,ed altro, può accadere!.

Scuole che cadono a pezzi, Ponti appena costruiti che crollano Personalità politiche, della magistratura, delle forze dell'ordine e, se non bastasse, anche della Chiesa. Alti prelati che si impossessano del denaro dei fedeli.. Accade di tutto. Anche le cose più impensabili. Tutti, dico tutti, rubano intrallazzano e delinquono, al di fuori da ogni immaginazione.

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"La Strage Degli Innocenti".

Non è che, in linea di massima, si sia contrari al divorzio. A volte, in casi particolari, lo riconosciamo, è necessario.

Riteniamo però che tale Istituto che prevede la separazione definitiva di due coniugi - se non in casi particolarmente gravissimi - non dovrebbe essere applicato laddove ci sono figli. Specie se minorenni.

Questa forma sempre ed in ogni caso traumatica di separazione tra un uomo e una donna, dovrebbe essere impedita, cioè negata dalla legge, non consentita quando nella famiglia sono presenti figli minori o comunque ancora a carico dei genitori. Figli cioè che non avrebbero la possibilità di provvedere a sé stessi per la loro sopravvivenza. Cioè per nutrirsi, coprirsi ed avere un tetto.

Infatti l'istituzione "divorzio", così come se ne fa uso ed abuso al giorno d'oggi, insieme a quell'altra infausta legge sulla permissività dell'borto - quando usati - come oggi accade - indiscriminatamente, ha portato con sé quella che ben possiamo definire una nuova "strage degli innocenti".

Tralasciando per ora l'argomento "aborto", che va trattato a sé, per quanto concerne il "divorzio", crediamo di poter affermare che quei genitori che si accingono a separarsi definitivamente magari "affermando" nello stesso tempo di amare i propri figli, sono degli emeriti ipocriti. Amano infatti soltanto sé stessi. Della loro prole all'atto pratico non gliene frega nulla.

Da incoscienti  - o estremamente egoisti - quali sono, sono lontani dall'idea e non interessa loro quasi nulla di quale possa essere  il trauma di un figlio, specie se minore - che li vede assistere alla loro separazione.

Non hanno la più pallida idea di come possano essere sconvolti i loro cuori e le loro giovani menti!

Non gliene frega nulla di sapere che da quel momento in poi verranno sballottati come pacchi postali da una parte all'altra: il fine settimana con il papà (e quasi sempre un'altra donna), gli altri giorni della settimana con la mamma (e quasi sempre un altro uomo), e viceversa.

Per non parlare dei casi in cui la separazione dei genitori è avvenuta perché uno dei due si è dichiarato omosessuale.

In questi casi l'adolescente o il pre-adolescente, è costretto a trascorrere alcuni giorni della settimana con suo padre ed il suo partner, scoprendo che dormono nello stesso letto. Ma c'è di più: il padre (questo è un fatto vero trasmesso in TIVU) pretende di "spiegare" che lui è diventato omosessuale ed è "innamorato" di un uomo.

Senza pensare alle conseguenze più prossime. Quelle cioè che il ragazzo, frequentando la scuola, essendo la sua situazione di pubblico dominio, si sentirà oggetto di scherno da parte dei compagni (tutti sappiamo come siano incoscientemente atroci i ragazzi!) che usando un vocabolario non..raffinato, lo derideranno per avere una padre ..."culattone".

Questo succede perché a gay, transessuali e lesbiche è stata dato un tale spazio ed una pubblicità che permette loro di riunirsi addirittura in pagliaccesche manifestazioni e schiamazzanti cortei regolarmente autorizzati dalle stupide nostre "autorità"per "affermare il loro stato. Faccenda che non interessa nessuno. Possiamo quindi immaginare (ma no che non lo possiamo!) le turbe psicologiche di cui e costretto a soffrire un ragazzo in queste tristi condizioni di vita.

Lo shok che avverte il bimbo o ragazzo per queste situazioni, è inenarrabile e (al 90%) inciderà negativamente sulla sua crescita e sulla sua maturazione psicologica.

Nel migliore dei casi, le vacanze trascorse in parte con la mamma (in compagnia di un estraneo) e in parte con il babbo (in compagnia di un'estranea) si risolvono in giornate che il ragazzo, salvo casi eccezionali, vorrà al più presto dimenticare.

Figli insomma che diventeranno uomini o donne senza conoscere il valore di appartenere ad una famiglia, il valore di certi affetti. Situazioni che a loro volta,diventati adulti, troveranno naturale far subire ai propri discepoli.

Si può concludere affermando che è sempre meglio vivere in una famiglia disastrata ma unita, che vivere senza famiglia. Quest'ultima situazione è la vera iattura. Però in "compenso" questi ragazzi sono stati eletti dalla democrazia a giudici ed educatori degli adulti. Tutti i giorni (scusate se salto di palo in frasca) sui quotidiani appare qualche stupido esempio di questa forma penosa e ipocrita di pseudo democrazia. L'ultimo che mi è saltato all'occhio e sul Corsera di domenica 31 dicembre 2015, pagina 5 Cronaca di Milano: La redattrice, certa Paola d'amico, ci informa che il "Consiglio dei Ragazzi" della zona 1, ha affisso dei cartelli in cui si dice (anzi, si "intima"):

"Non fumare e tieni pulito!"

Avete capito?

Ora non sono più gli adulti che raccomandano ai ragazzi di comportarsi bene, ma il contrario: i ragazzi (oltre che dare il "voto" ai loro professori) "invitano" gli adulti a non fumare e tenere pulito. La democrazia ci ha fornito nuovi educatori!

Poveretti. Come siamo ridotti male! Purtroppo per loro, questi futuri uomini e donne non sanno a quale amaro destino vanno incontro! Ma il bello è che nemmeno gli adulti lo immaginano. Questa democrazia è la rovina di ogni cosa sotto ogni aspetto. Non aggiungo altro, se non che, purtroppo la gente, per esserci arrivata gradualmente, non se ne accorge delle tonnellate di merda sotto cui è sommersa.