mercoledì 3 ottobre 2018

Il devastante impatto del COMUNISMO in America latina

Il devastante impatto del COMUNISMO in America latina

In tutte le Nazioni dove il comunismo è stato al potere, sia rappresentato da Dittatori sanguinari che gestito da abili mistificatori travestiti da politici eletti dal popolo, non ha mancato di produrre danni epocali, spesso irreparabili.
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Dopo i gulag russi, i laogai cinesi, i milioni di vittime nord coreane o cambogiane, dopo la spartizione dell’Europa con il nazismo di Hitler, e dopo molte altre nefandezze che la Storia ha puntualmente registrato, il comunismo ha allungato le sue unghie adunche e bramose di potere e di sangue anche in America latina, confermandosi come forza devastatrice per la società.
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José Dirceu
Bande armate di criminali comunisti rivoluzionari sono proliferate sotto l’egida compiacente di Presidenti marxisti, come ad esempio il criminale José Dirceu de Oliveira e Silva, ex politico Consigliere di Lula e 1° Ministro brasiliano, arrestato prima per corruzione, e poi per cospirazione in quanto membro del gruppo rivoluzionario legato al Partito comunista brasiliano e condannato a 11 anni di detenzione.
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In precedenza fu arrestato dalla Polizia militare (1968) per attività politiche illegali e rilasciato l’anno successivo grazie ad uno scambio di prigionieri fra il Governo e un gruppo terroristico che aveva rapito l’ambasciatore americano Charles Burke Elbrick, rilasciato appunto in cambio della sua liberazione.
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Fu esiliato e si trasferì a Cuba, dove cambiò nome in Carlos Henrique Gouveia de Mello e si sottopose ad un intervento di chirurgia plastica facciale, cambiando identità.
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Dopo l’amnistia che lo rendeva libero di tornare in Brasile, si sottopose di nuovo ad un altro intervento di chirurgia plastica facciale, per riappropriarsi della sua vecchia identità.
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In Brasile si impegnò insieme al comunista Lula a costruire un vero e proprio “schema” di corruzione articolato, che coinvolgeva ogni settore della vita sociale, dalla magistratura alle società private.
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Per meglio capire il clima politico che si respira oggi nei Paesi del sud America, elenco alcuni dei loro personaggi politici e criminali legati al comunismo e al marxismo.
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Luiz Inacio da Silva, soprannominato Lula, è stato il 34° Presidente del Brasile, politicamente orientato verso le tesi dell’estrema sinistra, poi arrestato per corruzione e condannato a 12 anni di reclusione. 
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Il criminale comunista Lula insieme a Massimo D'Alema
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Nonostante il fatto che Lula sia stato riconosciuto colpevole e condannato come criminale dalla Corte di Giustizia del suo Paese, ha ugualmente ricevuto in detenzione la cordiale visita di Massimo D’Alema, ex Presidente del Consiglio dei Ministri italiano ed ex membro del disciolto Partito comunista italiano, che condividendo con lui la stessa ideologia criminale marxista lo ha raggiunto in carcere in Brasile.
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Questa forma di solidarietà fra criminali comunisti dovrebbe essere motivo sufficiente ad esautorare D’Alema dal parlamento italiano …


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José Genoino Neto
José Genoino Neto, è un ex guerrigliero comunista e politico brasiliano condannato nel 2012 sia per aver costituito delle bande armate marxiste che per corruzione, salvo poi ricevere nel 2014 la grazia natalizia dalla Presidente Dilma Rousseff, 36° Presidente del Brasile, ex guerrigliera e fanatica marxista, a sua volta destituita e condannata per corruzione.
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Secondo le rivelazioni pubblicate su GibaNet.com José Genoino nel 1972, dopo il suo arresto da parte dei militari al potere, tradì i suoi stessi compagni di lotta clandestina, consegnando i loro nomi in codice.
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Nel 2005 fu arrestato a San Paolo mentre tentava di imbarcarsi su un volo per Fortaleza, con 200 mila dollari nascosti nella valigia e 100 mila in contanti sotto la biancheria intima.
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Hugo Chavez
Hugo Chavez è stato un politico e militare marxista ortodosso, 61° e 63° Presidente del Venezuela.
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Durante il suo mandato la capitale Caracas è diventata la terza Capitale più violenta del sud America e in tutta la Nazione sono stati calpestati i diritti umani.
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Il regime poliziesco di Chavez è ricorso alla violenza e alla ferocia contro i dissidenti, e nel suo percorso dittatoriale ha sostenuto regimi sanguinari come quello di Gheddafi, o dell’iraniano Mahmoud Ahmadinejad e del siriano Bashar al-Assad.
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Ha chiuso e censurato televisioni e radio che esprimevano qualunque forma di dissenso nei suoi confronti, impedendo così la libertà di stampa.
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Alla sua morte Fidel castro, che si considerava come il suo padre putativo, ha proclamato due giorni di lutto nazionale.
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Ha ridotto sul lastrico il Paese, operando nazionalizzazioni ed espropri.
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Ha operato pressioni nei confronti della Magistratura allo scopo di proteggere i suoi amici fedeli, e le sue politiche economiche hanno condotto verso il boom del mercato nero.
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Chavez con l'assassino comunista e dittatore Fidel Castro


In pratica ha permesso ai parenti, agli amici, e a coloro che si sono dichiarati fautori della revolucion di arricchirsi, mentre per contro nei supermercati mancava il latte a il pane quotidiano. 
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Anche i suoi amministratori, grazie ai fiumi di denaro prodotti dalla vendita del petrolio, si sono arricchiti a dismisura, a danno della popolazione.
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Le “milizie di Chavez” composte da ex detenuti liberati dalle galere (stupratori e assassini), sono state armate e abilitate ad agire senza limiti, portando il Paese verso una escalation di violenze senza precedenti.
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Maduro saluta col pugno chiuso
Nicolas Maduro, è l’attuale Presidente del Venezuela, successore di Hugo Chavez Maduro ha instaurato una dittatura di tipo castrista grazie all’appoggio della Magistratura che, sciogliendo e de-legittimando il Parlamento, gli ha consegnato il potere senza alcun limite di sorta.
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Le forze di sicurezza di Maduro, coadiuvate da gruppi armati di sostenitori civili, sono autorizzate perfino a fare irruzione nelle abitazioni private per dissuadere le persone a manifestare e a protestare contro di lui.
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L’opera capillare di repressione di Maduro, finalizzata a terrorizzare la popolazione per renderla docile e mansueta, entra così nelle case dei venezuelani, senza che sia prodotto un qualsivoglia mandato o una minima spiegazione.
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La violenza sulla popolazione si configura a livello internazionale come violazione dei diritti umani e preclude qualsiasi forma di democrazia e di libertà, palesando ancora una volta come il comunismo si imponga con l’uso della forza contro il Popolo.
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Le politiche economiche di Maduro e del suo predecessore, entrambi comunisti, hanno trascinato il Venezuela entro condizioni di povertà assoluta per almeno metà dell’intera popolazione.
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Cristina Fernandez de Kirckner
Cristina Fernandez de Kirchner (sinistra populista), Presidente della Repubblica Argentina dal 2007 al 2017, ha condotto il Paese verso una nuova e catastrofica crisi economica, al punto che il suo successore Mauricio Macri si è dovuto rivolgere al FMI per chiedere 50 miliardi di dollari in prestito.
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La sinistra di Governo della Signora de Kirchner era collusa con i grandi trust internazionali che operavano sul territorio argentino, come la Shell, e privilegiava interessi di parte a discapito della popolazione.
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E’ stata quindi accusata di corruzione e di aver incassato tangenti di milioni di dollari in cambio della concessione di vari contratti pubblici.
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Oggi le bollette del gas sono rincarate del 300 % e l’estrazione del gas sul territorio costa allo Stato argentino tre volte di più di quello che pagano gli Usa.
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Lenin Moreno Garcés
L’Ecuador è un Paese a guida socialista, retto dal Presidente Lenín Boltaire Moreno Garcés, in cui NON vengono rispettati i diritti umani, in special modo quelli delle popolazioni native.
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Spesso i leader delle comunità native e i difensori dei diritti umani delle organizzazioni non governative (NGO) vengono sottoposti a procedimenti giudiziari e a vessazioni, nel tentativo del Governo di restringere e confinare il loro diritto alla libertà di espressione e di associazione.
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Il Governo ha rilasciato concessioni per l’estrazione del petrolio all’interno delle aree in cui vivono le popolazioni di etnia Kichwa di Sarayaku ed ha consentito di effettuare prospezioni geologiche nelle aree vitali del popolo Sapara, senza minimamente consultare e dialogare con i rappresentanti di tali gruppi etnici.
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Il popolo Shuar combatte contro lo sviluppo di due siti per l’estrazione del rame all’interno del proprio territorio, mentre i suoi leader vengono arrestati (come Agustin Wachapà), o uccisi (come José Tendenza e Freddy Taish).
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La società mineraria cinese Ecuacorrientes, forte del silenzio complice del Governo, ha cacciato le popolazioni locali dalle terre in cui vivevano, al fine di ampliare le proprie attività economiche, calpestando i diritti umani delle perone che vi abitavano.
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Rafael Correa
Il precedente Presidente socialista dell'Ecuador Rafael Correa, in carica fino al 2017, ha permesso alla compagnia petrolifera “Odebrecht” di distruggere la riserva naturale Yasunì, nel Nord est del Paese.
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Nel 2017 Beppe Grillo, leader del Movimento 5 stelle, inviò una lettera a Correa, pubblicata anche sul blog del comico genovese, in cui dichiarava che un eventuale Governo 5 stelle si sarebbe ispirato a lui, elogiando le sue politiche economiche e socialiste
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La mancanza di democrazia di Correa si è palesata in alcuni decreti governativi che davano alle autorità il potere di sciogliere e dissolvere unilateralmente qualsiasi organizzazione, al fine di ridurre al silenzio chiunque sfidasse il Governo o proponesse alternative diverse da quelle imposte.
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Grillo incontra Correa, suo idolo politico

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Tabaré Vazquez
In Uruguay è presente il Partito comunista, guidato dal Segretario Generale Juan Castillo, sostenitore della Rivoluzione russa e aderente alla Terza Internazionale Leninista, ma il potere e il Governo sono gestiti dal Presidente Tabaré Vazquez, membro di Fronte Ampio, il partito politico di ispirazione socialista.
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Nel Paese i diritti umani non vengono rispettati, al punto che i difensori che indagano su questi abusi ricevono minacce di morte.
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Sono documentate le torture e le violazioni dei diritti umani all’interno delle carceri, sempre sovraffollate e carenti di servizi igienici.
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Le persone affette da disabilità psico-sociali sono detenute contro la loro volontà in istituti psichiatrici.
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Tutti i personaggi fin qui citati hanno militato, o sostenuto, oppure fiancheggiato, i movimenti paramilitari che con l’uso della violenza hanno tentato di imporre il comunismo in America Latina.
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Eccone solo alcuni, indicativamente :
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MOVIMENTI TERRORISTICI SUD AMERICANI
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Colombia :
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ELN (Esercito di Liberazione Nazionale) 
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Nasce come emulo della rivoluzione cubana, con l’intento di creare “focolai di guerriglia” destinati a espandersi.
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Il gruppo si addestrò militarmente a Cuba dal 1962 al 1963 iniziò a compiere imboscate e combattimenti in Colombia.
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Da una scissione con gli elementi legati alla corrente maoista nacque il Partito comunista Colombiano marxista leninista.
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Il suo braccio armato chiamato Esercito Popolare di Liberazione (EPL) si rende attivo nella zona nord occidentale del Paese.
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FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia)
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Organizzazione terroristica comunista della Colombia di ispirazione marxista-leninista fondata nel 1964.
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Perù :
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Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru (MRTA) 
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Gruppo peruviano rivoluzionario armato di matrice marxista-leninista fondato nel 1982.
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Sendero luminoso
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Sentiero Luminoso 
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Organizzazione guerrigliera peruviana di ispirazione maoista fondata tra il 1969 e il 1970 da Abimael Gusman a seguito di una scissione dal partito comunista del Perù–bandiera Roja (PCP-BR)
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Obiettivamente, chiunque osservi la visone di insieme dei misfatti, degli omicidi, degli attentati e del terrore che hanno insanguinato alcuni Paesi dell’America latina non può non essersi accorto che il denominatore comune che unisce il panorama degli episodi criminali è l’appartenenza di chi li compie ad un’unica ideologia : quella comunista.
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Ancora una volta, quindi, il marxismo-leninismo si rende protagonista in negativo, come elemento scatenante della violenza e dell’odio, senza il quale il comunismo pare non possa esistere.
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Dissenso
 
                                                                                                
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mercoledì 26 settembre 2018

IL MASSACRO DI BALANGIGA - CRIMINI USA

                                        

IL MASSACRO DI BALANGIGA
(FILIPPINE)

di Andrea Chiodi
andreachiodi@alice.it
luglio 2007
generale J. H. Smith

il generale Jacob H. Smith diede l' ordine di uccidere tutti i maschi al di sopra di dieci anni come rappresaglia per la rivolta degli abitanti di Balangiga
McKinley
Il presidente degli USA William McKinley si disse ispirato da Dio nella decisione di impossessarsi delle Filippine

Tra il 1899 ed il 1902 l' America represse nel sangue il tentativo dei Filippini di difendere la loro, appena conquistata,  indipendenza. Nell' intento di stroncare il movimento indipendentista gli statunitensi adottarono tutte le forme di rappresaglia contro la popolazione: dalla distruzione dei raccolti, alla segregazione in massa della popolazione in campi di concentramento (dove i filippini erano falcidiati da inedia e malattie), alle fucilazioni indiscriminate di civili come atto di mera  rappresaglia per i caduti americani.
Nel 1902 il presidente della breve repubblica indipendente filippina, Emilio Aguinaldo, catturato con un espediente dagli americani, si vide costretto a proclamare la resa  per porre fine al martirio della sua popolazione.
Il numero esatto delle vittime civili è naturalmente sconosciuto, ma tutti gli storici sono concordi nel ritenere che debbano essere state tra 250.000 ed 1.000.000.
Gruppi armati irriducibili continuarono a combattere fino al 1913.

Il trattato di Parigi del 1898 pose fine alla breve guerra ispano-americana. (Vedi in un articolo di Maurizio Blondet l' incidente del Maine e la guerra ispano-americana -  Nota del curatore del sito).  In forza del trattato la Spagna abbandonava l' isola di Cuba (che acquistava una formale indipendenza, ma che, in pratica, diveniva un protettorato degli Stati Uniti); inoltre cedeva Filippine, Guam e Porto Rico agli Stati Uniti in cambio di 20 milioni di dollari.
La guerra ispano-americana sanciva così la scomparsa della Spagna dal novero delle grandi potenze ed il prepotente  ingresso  degli Stati Uniti tra le potenze coloniali  e con aspirazioni egemoni.
Le aspirazioni "imperialistiche" degli stati Uniti incontravano una certa resistenza interna anche nel mondo politico e culturale americano (una delle figure di spicco della "Lega anti-imperialista Americana" era, ad esempio, Mark Twain), ma il presidente in carica William McKinley dipinse la sua decisione di impossessarsi delle Filippine con un fervore tra il mistico-religioso ed il moralistico con sapienti accenni alla convenienza economico commerciale dell' impresa:
When I next realized that the Philippines had dropped into our laps I confess I did not know what to do with them. I sought counsel from all sides—Democrats as well as Republicans—but got little help. I thought first we would take only Manila; then Luzon; then other islands perhaps also. I walked the floor of the White House night after night until midnight; and I am not ashamed to tell you, gentlemen, that I went down on my knees and prayed Almighty God for light and guidance more than one night. And one night late it came to me this way—I don’t know how it was, but it came:

(1) That we could not give them back to Spain—that would be cowardly and dishonorable;

(2) that we could not turn them over to France and Germany—our commercial rivals in the Orient—that would be bad business and discreditable;

(3) that we could not leave them to themselves—they were unfit for self-government—and they would soon have anarchy and misrule over there worse than Spain’s was; and

(4) that there was nothing left for us to do but to take them all, and to educate the Filipinos, and uplift and civilize and Christianize them, and by God’s grace do the very best we could by them, as our fellow-men for whom Christ also died.

(General James Rusling, “Interview with President William McKinley,” The Christian Advocate 22 January 1903)

E' degno di rilievo che a più di 100 anni di distanza da questo discorso il linguaggio dei presidenti USA non sembra molto diverso: anche quando sono sul punto di invadere un paese straniero gli USA si considerano missionari portatori di valori superiori, obbligati protagonisti di un' impresa "trascendente". Poco importa se il compito di "educare i filippini innalzarli, civilizzarli e cristianizzarli" era in realtà rivolto ad un popolo che era in gran parte cattolico da tre secoli ed aveva una sua letteratura di notevole spessore (il poeta patriottico José Rizal) .  
Negli ultimi anni del secolo era già attivo nelle Filippine un movimento indipendentista il "Katipunan" che combatteva gli Spagnoli: fintanto che le Filippine erano in mano alla Spagna  gli americani mostrarono di appoggiare gli indipendentisti, ma quando le Filippine finirono nell' orbita americana la musica cambiò drasticamente.
Nel maggio del 1898 durante la guerra ispano-americana, gli americani facilitarono il ritorno in patria  del giovane leader degli indipendentisti filippini, il giovane generale Emilio Aguinaldo, che era in esilio ad Hong Kong. L' intenzione degli americani era evidentemente di riaccendere la rivolta dei filippini contro gli spagnoli al fine di indebolire ancora di più la Spagna. Infatti in pochi mesi l' esercito indipendentista filippino liberò praticamente tutto il territorio nazionale ad esclusione di Manila dove ancora resisteva la guarnigione spagnola completamente circondata dall' esercito di Aguinaldo.
presidente Aguinaldo
Il leader della indipendenza filippina, generale Emilio Aguinaldo
Nella campagna i filippini fecero prigionieri 15.000 spagnoli che poi consegnarono agli americani. Sul mare, nel frattempo la flotta americana aveva battuto quella spagnola nella battaglia della Baia di Manila.
Il 12 giugno 1898 Aguinaldo dichiarò l' indipendenza delle Filippine nella città di Cavite El Viejo.
In agosto gli spagnoli della guarnigione di Manila si arresero, ma con un accordo segreto con gli americani, pattuirono di arrendersi non ai filippini che li circondavano, bensì proprio agli americani: poichè sulla terra fino a quel momento non vi era stato nessuno scontro tra spagnoli ed americani, il governatore spagnolo Fermin Jaudenes ed i comandanti americani (il generale Wesley Merrit e l' ammiraglio George Dewey) organizzarono un finto scontro che permettesse loro di salvare la faccia.
Appena s' impossessarono di Manila gli americani telegrafarono al neopresidente Aguinaldo intimandogli di non entrare in Manila:
“Do not let your troops enter Manila without the permission of the American commander. On this side of the Pasig River you will be under fire” (Agoncillo, Teodoro 1960 (Eighth edition 1990). History of the Filipino People. ISBN 971-1024-15-2).
La dichiarazione d' indipendenza delle Filippine del 12 giugno non fu dunque riconosciuta da Spagna ed America ed anzi gli americani,  nel trattato di Parigi del dicembre del 1898, pretesero la cessione delle Filippine.
Nel gennaio 1899 il presidente McKinley emise un proclama che sotto il nome di "Benevolent Assimilation Proclamation" dichiarava chiaramente che le forze americane di occupazione,  a seguito del trattato di Parigi, subentravano agli spagnoli nel governo delle Filippine e che quindi
In the fulfillment of the rights of sovereignity thus acquired and the responsible obligations of government thus assumed, the actual occupation and administration of the entire group of the Philippine Islands becomes immediately necessary ( da American Occupation of the Philippines 1898/1912 di James A. Blount)
Nel contempo con malcelata ipocrisia McKinley aggiungeva che le forze americane di occupazione non dovevano essere considerate come invasori o colonizzatori, ma come amici che avevano l' intenzione di proteggere i nativi, le loro case, i loro affari, i loro diritti personali e religiosi e che gli USA avrebbero esercitato la loro autorità nell' interesse dei governati.
Naturalmente ai Filippini che avevano da poco dichiarato la propria indipendenza dopo la lunga, sanguinosa ma (come vedremo) leale guerra di liberazione contro gli Spagnoli le parole del presidente americano ed i successivi proclami del governatore militare che, ricordiamo, in quel momento aveva il controllo solo della città di Manila, dovettero sembrare inique ed aberranti. Aguinaldo rispose con parole che sembrano avere una validità anche ai nostri giorni:
"My government cannot remain indifferent in view of such a violent and aggressive seizure of a portion of its territory by a nation which has arrogated to itself the title, 'champion of oppressed nations.' Thus it is that my government is ready to open hostilities if the American troops attempt to take forcible possession of the Visayan Islands. I announce these rights before the world, in order that the conscience of mankind may pronounce its infallible verdict as to who are the true oppressors of nations and the tormentors of human kind.
"Upon their heads be all the blood which may be shed."
(Proclama di Aguinaldo del 5 gennaio 1899 da The Philippines: Past and Present (vol. 1 of 2), di Dean C. Worcester)
Nel frattempo i Filippini procedevano nel loro percorso di perfezionamento dell' identità nazionale: il primo gennaio 1899 Aguinaldo fu dichiarato Presidente delle Filippine, mentre la Constituciòn Politica de la Repùblica Filipina fu votata da un' Assemblea Costituente il 21 gennaio 1899.
i delegati all' assemblea costituente
i delegati all' assemblea costituente - al centro Emilio Aguinaldo


LA GUERRA

L' evento che diede materialmente il via  alla guerra filippino-americana si verificò il 4 febbraio 1899 lungo il ponte di San Juan vicino Manila quando i militari americani spararono su una pattuglia di soldati filippini. La battaglia di Manila che ne seguì fu la prima e più sanguinosa battaglia dell' intera guerra. Gli americani forti dell' appoggio dell' artiglieria e delle navi riuscirono a scacciare le truppe filippine dai dintorni di Manila. Alla fine della battaglia tra i filippini si contarono  2.000 perdite tra morti, feriti e catturati. Le truppe americane contarono circa 270 perdite tra morti e feriti.
La guerra si estese a tutte le Filippine. All' inizio gli americani avevano un contingente di 40.000 uomini, ma fu necessario far giungere rinforzi per tenere testa alle forze Filippine. Due anni più tardi le truppe americane nelle Filippine contavano 126.000 uomini: praticamente i due terzi dell' intero esercito americano dell' epoca erano impegnati nella lotta contro i filippini. Dall' altra parte l' esercito regolare filippino contava 80.000 - 100.000 regolari piu alcune decine di migliaia di ausiliari ed ovviamente godeva dell' appoggio di gran parte della popolazione.
La giovane rupubblica filippina era impegnata in una doppia impresa: da una parte la lotta contro l' esercito invasore, dall' altra cercare di coagulare tutte le forze del paese, intellettuali, proprietari, contadini per di più frammentati etnicamente e geograficamente, nell' ideale unitario e nella lotta per la difesa della sovranità dello stato. Tutti e due gli obiettivi furono raggiunti per quanto possibile. Lo scopo dei filippini non poteva essere quello di sconfiggere sul campo l' esercito statunitense, bensì, come descrisse il generale filippino Francisco Makabulos, quello di stancare l' opinione pubblica americana che vedeva crescere il numero delle perdite tra i propri soldati e quindi sperare nell' elezione di un nuovo presidente, al posto di McKinley, che cambiasse politica nei confronti della guerra nelle Filippine. Tuttavia nelle elezioni presidenziali del 1900 McKinley uscì nuovamente vincitore.
Per tutto l' anno 1989 l' esercito filippino contrastò sul campo aperto in battaglie condotte in maniera convenzionale la maggiore potenza di fuoco dell' esercito americano. Il valore e la determinazione dei nativi non riuscì ad impedire che gli americani conseguissero alcuni successi sul campo. Nella battaglia del Tirad Pass il Brigadier General Gregorio del Pilar  resistette con 60 uomini fino al sacrificio per proteggere la ritirata del presidente Aguinaldo che rischiava di essere catturato dagli americani. Non solo i filippini ricordano con commozione il sacrificio di Gregorio del Pilar , ma anche gli americani furono colpiti dall' eroica morte del "ragazzo generale"  e  scrittori americani contemporanei paragonarono lo scontro del Tirad Pass alle Termopili.
del pilar
Gregorio del Pilar "il ragazzo generale " a 24 anni con il suo sacrificio a difesa del Passo Tirad permise al presidente Aguinaldo di sfuggire all' accerchiamento da parte dell' esercito americano.
Tuttavia la perdita sui campi di battaglia di del Pilar e di altri generali  indebolì la capacità  dell' esercito filippino  di combattere una guerra convenzionale. Si aprì così una nuova fase: i Filippini rinunciarono a confrontarsi con le loro truppe schierate in campo aperto ed adottarono metodi da guerriglia con rapide imboscate ed azioni da "attacco e fuga".
La nuova tattica creò iniziali forti difficoltà agli americani che furono maggiormante determinati nelle loro azioni di rappresaglia contro la popolazione civile. In America l' opinione pubblica veniva lentamente a conoscere le atrocità che le truppe americane commettevano contro civili e militari filippini. Infatti varie lettere di soldati al fronte o parti di esse furono pubblicate e divulgate dalle associazioni antiimperialistiche che negli USA criticavano l' intervento nelle Filippine. Le descrizioni dei soldati erano così eloquenti e disastrose per l' immagine degli USA e della guerra che il Dipartimento della Guerra ed il generale Elwell Stephen Otis,  che aveva preso il posto di Merritt come governatore militare delle Filippine,   fecero pressione perchè gli autori scrivessero delle ritrattazioni del  contenuto delle lettere.
Il soldato   Charles Brenner del Kansas Regiment resistette alle pressioni, e confermò che i superiori davano l' ordine di non fare prigionieri: come conseguenza rischiò la corte marziale, alla fine Otis rinunciò a porre sotto processo il soldato per timore che la cosa avrebbe suscitato uno scalpore ancora maggiore.
Per contrastare la cattiva immagine che l' occupazione americana aveva presso la stampa, il generale Otis iniziò una campagna volta a conquistare con favori la benevolenza della stampa ed al tempo stesso ad accusare i Filippini di torturare i prigionieri americani e di commettere atrocità. Da parte americana si   giunsead accusare i Filippini di mutilare i propri morti, uccidere donne e bambini per poi far ricadere la colpa sui soldati americani.
Verso la fine del 1899 Emilio Aguinaldo, per confutare le illazioni americane, suggerì che testimoni neutrali (giornalisti stranieri o rappresntanti della Croce Rossa) sorvegliassero le operazioni militari. Otis rifiutò, ma Aguinaldo riuscì a far giungere nelle Filippine quattro reporter, due inglesi, un canadese ed un giapponese. I quattro giornalisti, tornati a Manila, dichiararono che i prigionieri americani in mano ai Filippini erano trattati più come ospiti che come prigionieri( “ treated more like guests than prisoners”), che erano nutriti con quanto di meglio offrisse il paese e che veniva fatta ogni cosa per assicurare il loro benessere. I quattro reporter furono immediatamente espulsi dagli americani non appena le loro storie furono pubblicate. Emilio Aguinaldo rilasciò alcuni americani perchè essi potessero raccontare le loro storie. In un articolo sul Boston Globe dal titolo "With the Goo Goo's", Paul Spillane descrisse il trattamento equo  cui, da prigioniero, fu sottoposto. Spillane raccontò anche come  Aguinaldo avesse invitato  i prigionieri americani al battesimo del figlio e come avesse regalato ad ognuno di loro quattro dollari. L' ufficiale di marina J. C. Gilmore, la cui liberazione avvenne durante l' inseguimento di Aguinaldo tra le montagne ad opera della cavalleria americana, insistè che aveva ricevuto un trattamento di riguardo e come non avesse dovuto patire la fame più di quanto  fosse toccato ai suoi stessi carcerieri. Otis rispose a questi due articoli ordinando l' arresto  dei due autori e che fossero indagati per slealtà.
Quando F. A. Blake della Croce Rossa Internazionale arrivò nelle Filippine su richiesta di Aguinaldo, Otis lo tenne confinato in Manila dove lo staff del generale americano gli illustrava con zelo tutte le supposte violazioni da parte filippina del modo classico di fare la guerra. Blake provò a sottrarsi alla sua scorta per andare a vedere di persona cosa accadeva sul campo. Blake non riuscì mai a passare le linee americane, ma anche così riuscì comunque a vedere villaggi bruciati e corpi di filippini orrendamente mutilati con ventri aperti e teste mozzate ("horribly mutilated bodies, with stomachs slit open and occasionally decapitated"). Blake aspettò di essere tornato a San Francisco per stilare il suo resoconto:  “American soldiers are determined to kill every Filipino in sight.”
Aguinaldo fu poi catturato dagli americani solo grazie  ad un complicato  inganno messo a segno il 23 marzo 1901, in Palanan, Isabela Province. L' inganno fu ordito dal brigadiere generale Frederick Funston.   Degli scouts filippini (Macabebe) che fiancheggiavano gli americani si fecero credere dei rinforzi che erano diretti verso l' accampamento di Aguinaldo. I Macabebe collaborazionisti avevano con sè anche  un piccolo gruppo di americani che fingevano  di essere prigionieri. Colte di sorpresa la guardie di Aguinaldo furono  facilmente sopraffatte dopo un breve scontro.  Aguinaldo fu arrestato dal generale Funston ed imprigionato a Manila.  Alcuni mesi dopo Aguinaldo si convinse che era inutile proseguire la lotta e con un proclama invitò i suoi a deporre le armi. Ma buona parte dei generali e delle truppe Filippine continuò la lotta nonostante il proclama del presidente.


BALANGIGA

L' episodio di Balangiga ebbe luogo il 28 settembre 1901 nella città di Balangiga nell' isola di Samar. Per i Filippini l' attacco è considerato uno degli episodi piùvalorosi della guerra, per gli americani una sconfitta che fu descritta la peggiore dalla battaglia di Little Big Horn del 1876.   La successiva rappresaglia degli americani causò migliaia (decine di migliaia ?) di vittime civili.
Balangiga era una dei principali centri dell' isola di Samar; all' interno dell' isola trovavano rifugio le forze filippine del brigadiere generale Vincent Lukban un irriducibile che continuava a combattere anche dopo la cattura del presidente Aguinaldo. Per  aver ragione della resistenza dei Filippini, gli americani decisero di occupare i porti lungo la costa per impedire che rifornimenti giungessero alle truppe di Lukban.
Un contingente di 78 militari americani occupò Balangiga un grosso villaggio di circa quattrocento piccole case. Il generale Lukban si ritirò a difesa verso l' interno dando istruzione agli abitanti di non opporre per il momento alcuna resistenza. Le relazioni tra il contingente americano e la popolazione furono piuttosto tese: gli americani, ispirati da ideali puritani,  diedero ordine che le donne non indossassero il sarong, inoltre ottanta uomini abili furono  obbligati forzatamente a lavorare per gli americani e furono anche costretti per giorni in detenzione. Inoltre gli abitanti temevano che  gli americani avrebbero presto requisito tutte le vettovaglie serbate per l' approssimarsi della cattiva stagione.
Il 28 settembre guidati dal capo della polizia Valeriano Abanador i nativi fecero la loro mossa. Non disponendo di armi poichè non  avevano più reali contatti con la resistenza asserragliata all' interno dell' isola, approfittarono del momento del pranzo in cui vi erano solo poche sentinelle armate. Circa 200 cittadini armati di machete si slanciarono contemporaneamente contro gli americani. La maggior parte degli americani fu  sopraffatta, altri, guadagnate le armi, riuscirono a tenere indietro gli assalitori ed a fuggire verso le barche.
Nell' attacco perirono 48 americani e 25 nativi (alcune fonti riportano erroneamente che i caduti filippini furono 200, ma questa cifra invece era riferita al numero degli attaccanti).   Gli abitanti catturarono anche 100 fucili e 25.000 pallottole una merce importante per le truppe della resistenza che fin dall' inizio avevano sempre sofferto della mancanza di armi moderne e di munizioni.
Ancora oggi quando si parla del "massacro di Balangiga" gli americani si riferiscono alla morte dei loro 48 soldati, ma il vero massacro doveva ancora avvenire.
Il giorno dopo lo scontro gli americani sbarcarono a Balangiga, ma trovarono il villaggio deserto. La rappresaglia (retaliation) coinvolse praticamente tutti gli abitanti dell' isola di Samar. Il generale Smith istruì il maggiore Littleton Waller, ufficiale comandante a capo dei marines incaricati di ripulire l' isola di Samar, sui metodi che voleva fossero adottati:
"Non voglio prigionieri, voglio che uccidiate e bruciate; più ucciderete e brucerete e più mi farete contento. Voglio che siano uccise tutte le persone che sono capaci di portare armi..." ("I want no prisoners. I wish you to kill and burn, the more you kill and burn the better it will please me. I want all persons killed who are capable of bearing arms.”) e poichè il maggiore Littleton  Waller chiedeva quale fosse il limite di età al di sopra del quale un filippino dovesse essere considerato capace di usare armi, il generale rispose: "Dieci anni"
"Ten years," Smith said.
"Persons of ten years and older are those designated as being capable of bearing arms?"
"Yes." Smith confirmed his instructions a second time.

Benevolent Assimilation: The American Conquest of the Philippines, 1899-1903, Stuart Creighton Miller, (Yale University Press, 1982). p. 220

Ciò che seguì fu una completa e generalizzata strage di civili Filippini. Le tattiche adottate furono poche e semplici. fu tagliata ogni possibilità di contatti e di scanbi (e quindi rifornimenti di viveri) tra l' isola ed il resto delle Filippine, le truppe penetrarono nell' interno distruggendo case, sparando alla gente, requisendo gli animali.
dopo aver ricevuto gli ordini verbalmente dal generale Smith, il maggiore Waller emise ordini scritti ai suoi uomini istruendoli su cosa dovessero distruggere e cosa sequestare e così via. Verso la fine del suo ordine, egli scrisse:  We have also to avenge our late comrades in North China, the murdered men of the Ninth U.S. Infantry. ciò ovviamente aggiunse ancora più rabbia ed odio nelle azioni dei soldati. I Cinesi (era l' epoca della rivolta dei Boxer) ed i Filippini erano, a quanto pare, della stessa natura: non c' erano differenza tra gli "asiatici" (Victor Nebrida, Philippine History Group of Los Angeles (1997): The Balangiga Massacre: Getting Even)
Verso la fine di marzo 1902 le notizie dei massacri compiuti dagli americani (non solo a Balangiga, ma in varie parti delle Filippine) cominciarono a circolare negli USA. L' opinione pubblica americana fu colpita dai resoconti che giungevano dalle Filippine. Furono istituiti dei processi per indagare sulle azioni commesse, dapprima fu indagato il maggiore Waller. Nel processo contro Waller fu  chiamato come  testimone il generale Smith che inizialmente negò di aver dato verbalmente ordini speciali al maggiore, ma che fu confutato da altri ufficiali che confermarono che il generale aveva dato ordine di non fare prigionieri e di considerare nemici tutti i Filippini maschi al di sopra di dieci anni.
balangiga sul New York Journal
Il 5 maggio 1902 sul New York Journal fu pubblicata questa vignetta con un plotone di esecuzione che passa per le armi dei ragazini filippini e con un avvoltoio al posto  dell' aquila simbolo degli Stati Uniti.
Il commento riportava: "Criminals because they were born ten years before we took the Philippines"
Il tribunale con decisione non unanime decise di prosciogliere il maggiore Waller. Durante il processo i giornali americani inclusi quelli di Philadelphia, città natale del maggiore, soprannominarono Waller  the "Butcher of Samar".
In maggio fu la volta del generale Smith a rispondere alla corte marziale. Ma Smith non fu inputato di omicidio o crimini di guerra bensì per "conduct to the prejudice of good order and military discipline". La corte marziale trovò Smith colpevole e la sentenza fu che fosse ammonito... "to be admonished by the reviewing authority." (nota del curatore del sito: Confrontare l' esito di questo processo con gli esiti dei processi a John Chivington "the butcher of Sand Creek", al sergente Horace T. West per l' omicidio di  37 italiani, al Tenente William Calley per MyLai, tutti descritti in questo sito)
Per evitare possibili ulteriori ripercussioni nell' opinione pubblica, il "Secretary of War" Elihu Root (il cui comportamento durante tutta la guerra non è certo scevro da critiche) raccomandò che Smith fosse forzato a dimettersi. Il presidente Theodore Roosevelt accettò questa raccomandazione e forzò Smith a ritirarsi dal servizio senza ulteriori punizioni.

La statua del capitano della polizia Valeriano Abanador che guidò la rivolta degli abitanti di Balangiga occupa oggi il posto centrale nella piazza del Municipio del paese
Il presidente Emilio Aguinaldo ebbe una lunghissima vita che gli diede anche delle soddisfazioni. Nel 1942 quando i giapponesi invasero le Filippine e scacciarono momentaneamente gli americani,  Aguinaldo con discorsi ed interventi alla radio, sposò la causa giapponese. Al ritorno degli americani fu da questi nuovamente imprigionato con l' accusa di collaborazionismo, e fu detenuto per molti mesi nella prigione di Bilibid.
Ma il 4 luglio 1946 gli Stati Uniti concessero la piena sovranità e  indipendenza alle Filippine. Aguinaldo fu liberato. Nel 1962 quando gli Stati Uniti rigettarono le richieste dei Filippini di indennizzo  per i danni causati dalle forze americane nella II Guerra Mondiale, il presidente Diosdado Macapagal spostò la celebrazione dell' indipendenza delle filippine dal 4 luglio al 12 giugno, la data in cui nel 1898 Aguinaldo aveva dichiarato l' indipendenza della prima repubblica Filippina. Aguinaldo novantatreenne guidò le celebrazioni per l' indipendenza sventolando la stessa bandiera che egli aveva innalzato il giorno dell' indipendenza  64 anni prima.
Aguinaldo morì nel 1964, la bandiera delle Filippine è quella da lui disegnata.
Ma c' è ancora qualcosa da dire: Nel 1904 gli americani avevano requisito le campane della chiesa di Balangiga che furono spedite negli Stati Uniti perchè fossero mostrate come trofeo di guerra. Le campane sono ancora oggi esposte nella base dell' USAF di F. E. Warren a Cheyenne  nel Wyoming. Il governo delle Filippine ha ripetutamente richiesto il ritorno delle campane in patria, ma, fino ad oggi, nonostante le petizioni popolari e le richieste ufficiali, le campane sono ancora nel Wyoming.
Al contrario quali sono i sentimenti tra  Filippini e  Spagnoli riguardo il periodo dell' insurrezione e della lotta  d' indipendenza che li vide combattere su fronti opposti? A Baler nell' isola di Luzon c' è un monumento eretto non dagli Spagnoli, ma dai Filippini. Il monumento ricorda l' eroica resistenza di 50 soldati Spagnoli che asserragliati nella chiesa di Baler resistettero per  un anno, dal 28 giugno 1898 al 2 giugno 1899, all' assedio delle truppe Filippine. Il comandante spagnolo, Saturnino Martin Cerezo, non sapeva e non volle credere che la guerra tra Filippini e Spagnoli era finita da mesi e che i nativi ora non combattevano più gli Spagnoli, ma un nemico nuovo, più potente  e forse più brutale. Finalmente nel maggio 1899 giunse in delegazione un ufficiale spagnolo per comunicare a Cerezo che la guerra era finita. Anche così il comandante spagnolo non voleva inizialmente credere alle parole del compatriota, che non conosceva, fino a quando non gli furono mostrati giornali spagnoli che riportavano notizie che certamente i Filippini non potevano conoscere. Quando gli Spagnoli finalmente si arresero, il presidente Aguinaldo li onorò come eroi emanando il 30 giugno un decreto che inneggiava al valore dei 36 soldati spagnoli sopravvissuti e fornendoli di documenti per un pronto ritorno in patria. Fu un immediato e primo gesto di riconciliazione tra le due nazioni. La regina di Spagna rispose insignendo il presidente Aguinaldo, ex nemico, di un' alta onoreficenza per la sua condotta da avversario leale nella guerra d' insurrezione e per  il comportamento nei confronti dei prigionieri spagnoli.


fonti, approfondimenti:
http://www.msc.edu.ph/centennial/philam-documents.html
http://www.geocities.com/Athens/Crete/9782/
http://en.wikipedia.org/wiki/Philippine-American_War
http://www.geocities.com/kaibigankastil/index.html
http://www.bibingka.com/phg/balangiga/default.htm
http://en.wikipedia.org/wiki/Lodge_Committee
http://www.gutenberg.org/etext/12077
http://www.geocities.com/rolborr/balmas.html
http://en.wikisource.org/wiki/Secretary_Root%27s_Record:%22Marked_Severities%22_in_Philippine_Warfare

                                                                                                                                                                         

venerdì 24 agosto 2018

L' OMICIDIO RITUALE

L' OMICIDIO RITUALE


Un intensissimo romanzo storico, opera  del famoso  romanziere cattolico Ugo Mioni e  dedicato alla atroce morte di Padre Tommaso, frate cappuccino, trucidato per mano ebraica nel secolo scorso a Damasco. L' orrendo crimine sconvolse la società del tempo e mise alla luce orribili pratiche " rituali" del mondo giudaico. L' opera, ( "L' omicidio rituale. Appunti su un  viaggio in Libano e a Damasco" )è stata ristampata per la prima volta dal 1895 e ci riporta in un momento storico non così lontano da appartenere del tutto al passato. Un romanzo storico che è stato ingiustamente cancellato per oltre un secolo dagli scaffali delle librerie e che ritorna ora alla luce a scandagliare gli oscuri recessi di terribili personalità criminali  in cui ogni luce etica è  soffocata da un odio che nulla ha di umano .

Ugo Mioni nacque a Trieste il 16 agosto 1870, secondogenito di cinque figli, da Maria Sbrovazzi e Ferdinando Mioni.

Compì studi teologici nel seminario di Gorizia e successivamente conseguì la laurea di filosofia e sacra teologia all'Università Gregoriana di Roma.

Si interessò di lotta contro lo schiavismo. Fu autore di almeno 150 romanzi e racconti popolari (spesso d'ambientazione esotica), fondatore del circolo cattolico "Contardo Ferrini" e promotore del settimanale diocesano "Vita nuova". Fu un romanziere e saggista molto prolifico ed a lui è anche dovuta in gran misura la rinascita della cultura cattolica in Italia sul finire dell’ ‘800. Fu un innovatore profondo e moderno dello stile letterario del romanzo .

Negli ultimi anni della sua vita vestì il saio domenicano. Morì a Montepulciano 1935.  La città natale, Trieste,  ha intitolato al suo nome un largo cittadino, anche se lo ha in larga parte ingiustamente dimenticato.
Mi ha determinato alla pubblicazione di questo opera giovanile dell’ Autore, ormai obliata  dai più, nonostante in questi anni vi sia un fiorire di ristampe di molti romanzi del Mioni, la circostanza che l’ Autore stesso sia stato messo all’ ostracismo dalla totalitaria e onnipervasiva lobby ebraica che , in diversi testi per addetti ai lavori, vere e proprie liste di proscrizione di libri ed autori che Israele vuole vengano cancellati dalle librerie, dalle biblioteche , dalla cultura  e dalla memoria storico – letteraria italiana. Un vero atto di sopruso, indigeribile per ogni persona libera e alla ricerca della verità, che sovente si nasconde dietro le paratie imposte dalla dittatura del Pensiero Unico Mondiale.

E così,  trova la luce, per la prima volta dopo oltre centoventi anni, la pubblicazione di questo romanzo storico dimenticato.

Esso però tratta di un fatto raggelante che tocca a fondo  la coscienza  anche oggi e  che scosse la società dell’ epoca e ha fatto parlare di sé per molti decenni successivi : l’ assassinio atroce avvenuto a Damasco del frate cappuccino Padre Tommaso e del suo servitore , avvenuto ad opera di una setta criminale ebraica, dedita all’ uccisione di Cristiani al fine di dissanguarli ed utilizzarne il sangue per impasti rituali . Riti orrendi, che nulla hanno a che fare con la religione mosaica antica del vecchio Testamento , né con qualsiasi altra religione che conservi un profilo di umanità. Riti omicidi tanto orrendi i cui precetti sono celati fra le massime del Talmud, la raccolta di precetti e prescrizioni codificate nei secoli dai rabbini e divenuto testo sacro al posto della Bibbia.

Una vicenda sconvolgente che una certa lobby, oggi dominante nel nostro malato Occidente, vuole venga assolutamente dimenticata e sui cui si cali una inesorabile  damnatio memoriae che ha il sapore di un secondo atto omicida : quello nei confronti della memoria dei due poveri martiri di cui si parla in questo libro e nei confronti dei quali l’ onnipervasiva e crudele censura del pensiero unico , vuole negare anche la pietà del ricordo e della preghiera.

L’ autore ci  rinnovella  la sconvolgente vicenda di sangue attraverso la forma modernissima del romanzo storico. Come egli stesso scrive della presentazione della prima edizione [1], la forma del romanzo storico è stata scelta per permettere ad un più vasto pubblico di venire a conoscenza della tragedia e delle problematiche che esso implicava, non esclusi alcuni profili del giudaismo moderno di ceppo talmudico ( e non biblico) che non è possibile in alcun modo rispettare come religiosi, stante la efferata inumanità che ne traspira.

Sempre nella medesima presentazione, l’ Autore anticipa che a breve avrebbe pubblicato un saggio molto più articolato sulla tragedia. Dalla analisi della sua bibliografia, non è stato possibile reperire questo secondo studio, ma  poco tempo dopo, nell’ anno 1896, viene pubblicato a Sassari, a cura dell’ ordine dei frati Cappuccini cui apparteneva il povero Padre Tommaso, un ampio volume dal titolo Acedalma, [2]  che, nella intenzione degli Autori rimasti anonimi, voleva costituire un documento utile per la causa canonica di beatificazione del frate orrendamente martirizzato.

In questo volume vengono raccolti gli atti del processo a quelli che erano stati identificati come gli autori del crimine, nonché sono raccolte varie lettere e corrispondenze legate al processo. Il volume si chiude poi con una raggelante cronologia storica di altri fatti analoghi di omicidio rituale di matrice settaria ebraica e con uno studio approfondito sulle  abiette motivazioni ispirate al Talmud segreto ebraico  che portavano a questa orribile e segreta prassi omicida.

Si resta sconvolti dalla lettura di questo ponderoso studio ed è possibile cogliere diverse analogie espressive e contenutistiche con il romanzo storico  di Mioni qui ripubblicato per la prima volta.

Una domanda viene spontanea ?

Acedalma è forse il saggio articolato che l’ Autore qui anticipa come prossima sua fatica ?

Probabilmente studiosi molto ferrati in questa angosciante tematica saranno in grado di dare una risposta e scoprire se vi è stato un contributo di Ugo Mioni alla stesura del libro per il processo di beatificazione del povero Padre Tommaso.

Il quesito non è solo di interesse per gli studiosi.

Infatti, è di questi anni un libro famosissimo , molto letto nel modo arabo , che ripercorre la tragedia di Padre Tommaso e del suo sfortunato servitore.

Si tratta de L’ azimo di Sion, [3] opera del generale siriano Mustafà Tlass che per questo libro ha subito una denuncia internazionale da parte ebraica e additato a livello internazionale come antisemita.

Questo libro ha avuto e sta avendo  in questi anni un grande successo , vine periodicamente ristampato , e chi lo legga si accorge subito che è tributario di molti passaggi e spunti all’ Acedalma dei frati Cappuccini di Sassari del 1896, libro che senz’ altro il Generale Tlass aveva letto e aveva ben in mente.

Scoprire che l’ Autore di Acedalma è lo stesso Ugo Mioni, autore di questo libretto è un po’  scoprire un   rilievo culturale del lavoro che qui pubblichiamo  finora totalmente misconosciuto e che, credo, viene qui evidenziato per la prima volta.

Un argomento molto spinoso e scomodo, come è facile intuire.

Anche oggi. Soprattutto oggi, in tempi in cui questo genere di riflessioni attira la spietata repressione di un potere politico in cui i discendenti degli assassini di Padre Tommaso sono numerosissimi ed influentissimi , anche da noi in Occidente.

Basti pensare alla sorte del libro “ pasque di sangue” del prof. Ariel Toaff, docente universitario israeliano , figlio del rabbino di Roma, che , per la prima volta da parte ebraica, ha ammesso che l’ oscura pagina dell’ omicidio rituale ebraico non era una fantasia da confinare sotto l’ accusa di antisemitismo, ma una cruenta tragedia storica.

La reazione da parte ebraica a questo libro scritto da uno studioso dei loro è stata violenta e scomposta [4] : L’ Autore è stato sottoposto a linciaggio mediatico accesissimo, è stato ricattato, denunciato per antisemitismo ( !), fino al punto di costringerlo a ritirare il  testo  dalle librerie e di costringerlo a  dare alle stampe una edizione priva delle parti più significative e che avevano suscitato la violenta reazione ebraica.

Questa vicenda dà molto da riflettere e pone queste riflessioni storico – religiose al centro di una scomoda attualità ( purtroppo). Ciò vale anche per le pagine del romanzo storico qui pubblicato.

Prima di consegnare questo libro alla lettura, mi preme chiudere con alcune notazioni filologiche, necessarie poichè si tratta della prima  ristampa di un romanzo dopo la edizione del 1895.

Questa ristampa è assolutamente integrale. La copertina della prima edizione è riprodotta nella IV di questo libro, ed è anche stata riprodotta fotostaticamente la premessa fatta dall’ Autore, nonché l’ imprimatur vescovile alla pubblicazione. [5]

Il testo originale non ha subito modificazioni sintattiche o espressive e conserva così quello stile un po’ desueto ed antico che conferisce in fondo  anche un certo fascino alla lettura .

Un ‘ ultima riflessione.

Qualcuno potrebbe sostenere che questa opera non è più attuale. A parte la circostanza che quando affiorano queste ricerche il mondo culturale ufficiale reagisce in modo scomposto come si è visto per il caso Toaff [6], ma pensiamo un momento a quanti bimbi scompaiono in Italia ogni anno e di cui se ne perdono le tracce.

Siamo proprio  così sicuri che questo libretto non sia più attuale ? [7]

Link ufficiale del libro :

http://www.lulu.com/shop/ugo-mioni/l-omicidio-rituale/paperback/product-