martedì 20 giugno 2017

<< JUS SANGUINIS >> CONTRO LO << JUS SOLI >>


 

Difendere ad ogni costo lo «jus sanguinis» contro lo «jus soli»
 
di Luigi Bellazzi
 
Per loro, non per noi!

Il fenomeno dell’immigrazione è promosso dal liberal capitalismo, (dalla finanza internazionale ebraica) per sostenere l’economia imposta dagli U.S.A., ovvero l’economia basata sulla spesa e sui consumi. Storicamente l’economia in Europa, in particolare in Italia, si basava sul risparmio e sull’investimento (c.d. «mal de la piera»).

Per sostenere i consumi (magari aumentandoli) è indispensabile aumentare il numero dei consumatori.

In una Europa e sempre con l’Italia in particolare, colpite da un decremento demografico dal secondo dopoguerra, per la legge dei vasi comunicanti, gli spazi liberi vengono subito occupati. Le Leggi Fasciste a sostegno dell’incremento demografico (tassa sul celibato, premi alle famiglie numerose etc.) non furono difese nemmeno dalla Chiesa Cattolica.

Benedetti i gagliardetti, sostenuta la crociata contro il comunismo nella guerra contro l’U.R.S.S., risoltasi la guerra con una disfatta per il Fascismo, la Chiesa dalla sera alla mattina correva in soccorso dei vincitori sostenendone persino i principi ispiratori dell’economia.

Non è una questione teorica, riguarda i comportamenti nella vita quotidiana.

Non interessava più alla Chiesa Cattolica apostolica romana che i cattolici in Europa procreassero più figli.

La Chiesa non solo benediva i vincitori e dimenticava i vinti.

Addirittura la Chiesa giunse a non riconoscere la Repubblica Sociale Italiana, mentre continuava a riconoscere diplomaticamente la Germania Nazional Socialista (con i cappellani militari cattolici sempre in visita nei campi di concentramento e senza mai segnalare il presunto «olocausto»). 

La Chiesa nel ’45 si rende conto del cambiamento epocale della politica estera degli stati europei e in particolare dell’impero inglese: abbandonare il controllo delle fonti di produzione (colonie), per privilegiare il controllo delle fonti di consumo (mercati).

L’evangelizzazione nelle ex colonie, non poteva più essere protetta dalle baionette delle nazioni coloniali, l’Islam incontrava sempre maggior favore anche perché sosteneva la nascita dei nazionalismi nelle ex colonie.

Nel frattempo l’abbraccio della Chiesa ai vincitori, ne accelerava il processo di secolarizzazione con il conseguente lento venir meno della carica mistica fino al martirio dei missionari.

Eccoti che la Chiesa si mette dalla parte del liberal capitalismo e sposa la venuta degli immigrati per fare comoda evangelizzazione «in casa propria».

La cosa sporca della Chiesa e che ammanta l’evangelizzazione dei migranti con il falso pretesto che sarebbero dei poveretti che fuggono da guerra e povertà.

Confondere la felicità col reddito pro capite è un gioco sporco.

Questi «disperati» che rischiano la vita pur di attraversare il mediterraneo, non lo fanno per fame di pane, ma per fame di consumi. La sirena delle tv satellitari che mostrano l’Europa come se fosse un Paradiso terrestre, sradicano interi popoli dalle loro terre facendogli smarrire tradizioni, civili e religiose.

È mille volte più felice, più equilibrato quel bambino nero che vive in una capanna col fondo in terra battuta, rispetto a quella bambina che vive nel lusso nord americano e viene mandata alle sfilate di moda truccata come una modella per soddisfare gli appetiti dei pedofili.

Lo sradicamento dei popoli, fa si che quelle famiglie abitanti nelle capanne vendano i loro figli per metterli sui barconi dei migranti in modo da impietosire il pubblico televisivo.

Poi quando questi migranti arrivano i sacerdoti che li accolgono, sono come i cappellani delle carceri.

Non interessa loro perché e cosa abbia commesso il detenuto prima di entrare in carcere, a questi cappellani misericordiosi interessa solo l’uomo detenuto da aiutare.

Con gli immigrati la storia è la stessa, i sacerdoti aiutano i migranti e non si chiedono se così facendo contribuiscono a distruggere nuclei e valori familiari che tali sono anche se tribali.

La soluzione non può che essere sostenere la famiglia, valore fondante della nostra civiltà.

La famiglia, famiglia. Composta da un uomo, da una donna e da quanti più figli sia possibile.


                                                                                                                                                       

sabato 17 giugno 2017

FIAMME BIANCHE

  Fiamme bianche, l’ultima leva

Il libro Fiamme Bianche – Adolescenti in Camicia Nera nella RSI  a cura di Sergio Cappelletti e Corrado Liberati – Editrice L’Ultima Crociata 2003 , apre uno spiraglio sulla storia degli oltre 4000 adolescenti che parteciparono nel 1944 come Avanguardisti Moschettieri al XXII Campo DUX di Velo d’Astico (Vicenza). Essi, nella loro qualità di partecipanti al Campo DUX non erano da considerarsi forza combattente ma, in realtà, già durante la permanenza al campo furono coinvolti in un combattimento e, dopo la chiusura del campo, quelli giudicati idonei confluirono, come si vedrà,
in vari reparti combattenti della RSI.
Il libro è costituito dalle memorie di un bel numero di reduci che si sono ritrovati e hanno formato
l’ “Associazione Nazionale Fiamme Bianche”. Essi, pescando nei loro ricordi, ricostruiscono le loro vicende personali e, tutti insieme, hanno tentato di ricostruire la storia di questi giovanissimi volontari in camicia nera, passati alla storia come “Fiamme Bianche”, per le candide mostrine che portavano sulla loro bella divisa. Ma, soprattutto, fanno riemergere tutto l’entusiasmo, che non verrà mai meno, e tutto il vivissimo desiderio di contribuire alla difesa della Patria a fianco dei fratelli più grandi, che allora questi giovanissimi portavano nel cuore.
 La storia degli Avanguardisti Moschettieri dell’Opera Nazionale Balilla (O.N.B.), poi Gioventù Italiana del Littorio (G.I.L.) comincia nel 1926, con la nascita dell’ O.N.B. di cui Renato Ricci era stato il primo Presidente .
  Particolare attenzione fu sempre dedicata da Ricci agli Avanguardisti Moschettieri, giovani dai 16 ai 18 Anni.
 Già agli inizi del 1936, durante la guerra contro l’Abissinia per la conquista dell’impero che si chiamerà Africa Orientale Italiana, Renato Ricci, dispose che  in ogni comitato provinciale dell’Opera Balilla venisse costituito un manipolo di “Avanguardisti Moschettieri” volontari. Dopo una rigorosa selezione che valutò le doti fisiche e morali, i prescelti ebbero una divisa militare grigioverde, furono armati di pugnale e di moschetto ed ebbero una seria istruzione militare.
 Probabilmente, ricorrendo quell’anno il decennale della fondazione dell’O.B., si pensava di costituire un vero e proprio reparto combattente da inviare in Africa. Cosa che non avvenne perché il 9 maggio la guerra finì con la conquista di Addis Abeba.
 E non appena la costituzione del governo della R.S.I. fu compiuta con la nomina del Generale Rodolfo Graziani quale Ministro della Difesa il 23 settembre 1943, subito il 24 fu affidato al gerarca di Carrara Renato Ricci il compito di riorganizzare l’Opera Nazionale Balilla.
  Era egli , sicuramente, la persona con l’esperienza necessaria per la sua rapida ricostituzione.
 Messosi alacremente all’opera, già nel gennaio 1944 poteva vantare la costituzione di 66 comitati provinciali e di ben 2904 comitati comunali.
  Lo scopo di questa istituzione era quello di educare fisicamente e moralmente la gioventù italiana.
  Per i più grandi, poi, veniva curata anche una preparazione premilitare, oltrechè ginnico-sportiva, che doveva portare, una volta raggiunta la maggiore età, all’iscrizione al partito.
  Ed ecco che, agli inizi del 1944, esattamente con le direttive emanate da Ricci il 15 gennaio, ai giovani delle classi 1926, 1927 e 1928 ( gli Avanguardisti Moschettieri, appunto) fu consentito di arruolarsi volontariamente in un vero e proprio corpo militare (anche se non destinato al combattimento) che verrà poi, come già detto,  denominato “Fiamme Bianche” per le bianche mostrine che esibivano sul bavero della giacca.
  In ogni provincia, così, si aprirono gli arruolamenti e si costituirono – uno in ciascuna provincia – “battaglioni” (cosiddetti) di “Fiamme Bianche”. Le domande di arruolamento furono ovunque numerosissime, tanto che cominciarono a difettare le divise e i moschetti. I giovani volontari vennero sistemati in apposite caserme e iniziarono la loro vera e propria vita militare.
 Fino, all’incirca,  alla metà di maggio, intenso continuò nelle varie sedi provinciali, l’addestramento ginnico-sportivo per irrobustire il fisico, mentre l’addestramento pre-militare diventava sempre più un vero addestramento militare. Eravamo in guerra e i giovani nati nel 1926 sarebbero stati presto chiamati a far parte di reparti combattenti.
 La divisa, grigioverde, era costituita da giacca e pantaloni alla paracadutista (giacca tipo sahariana stretta alla vita da una cintura e pantaloni lunghi serrati alla caviglia subito sopra gli scarponi e sborsanti all’estremità). Il berretto era un basco nero con un fregio argenteo rappresentante una Emme maiuscola con, in mezzo, un fascio repubblicano.
 Ed ecco che, intorno al 20 di maggio, venne l’ordine di concentrare tutti i reparti provinciali in un Campo Dux ( il XXII) dove l’addestramento militare sarebbe stato completato.
 Il morale dei giovani era altissimo e l’entusiasmo alle stelle.
 Molti dettagli il libro ci fornisce sulla storia delle “Fiamme Bianche” Toscane. La partenza per Velo d’Astico da Firenze (dove, nei giorni precedenti o la mattina stessa si erano concentrate le “Fiamme Bianche” Toscane e, in gran parte, anche quelle umbre e laziali (vedi pag 81 Alberto Franci) avvenne il giorno 22 maggio, lunedì, nel pomeriggio (presumibilmente nel tardo pomeriggio) in treno, lungo la vecchia e lunga Porrettana, con arrivo a Bologna il mattino del 23. Dopo una breve sosta, verso le ore 11 il treno ripartì in direzione di Ferrara e del Po. Raggiunta Ferrara e attraversato il Po, ora il treno di trova nei pressi della stazioncina di Canaro, 12 chilometri dopo Ferrara. Sono le prime ore del pomeriggio. Ed ecco che tre aerei nemici (erano “Lighting” che i tedeschi chiamavano “Diavoli a due code” ) 1) attaccano il treno mitragliandolo ripetutamente. Viene distrutta la locomotiva, ucciso il macchinista e particolarmente colpiti i primi vagoni. Le giovani “Fiamme Bianche” si gettano fuori e cercano di ripararsi alla meglio, ma il bilancio è doloroso: Sei “Fiamme Bianche” uccise e quattro ufficiali feriti (Magg. Lancellotti, Cap. Piccolomini da Siena, Capitano Scardino - il più grave, gli fu amputata una gamba - e il Ten. Copercini).  Il Ten. Sgarzini telefona al Comitato di Rovigo. In breve arrivano l’autoambulanza e un gruppo di ufficiali germanici e italiani. I caduti vengono trasportati sull’aia di un vicino cascinale in località Sabbioni. I contadini si prodigano nel portare aiuto. Subito vengono avvertite le famiglie dei caduti che, presumibilmente, si recheranno  subito o nei giorni immediatamente successivi a recuperare i corpi sul luogo stesso dell’evento. Infatti soltanto due dei sei caduti risultano sepolti a Rovigo dove, evidentemente, erano stati portati. Anche di questi, successivamente, le famiglie recupereranno i corpi.  I nomi di quattro dei sei caduti sono i seguenti: Secchi Antonio n. a Parigi, età 16 anni, Terzo Vincenzo nato a Tunisi, di anni 16 , Tuci Alfredo nato a S.Marcello Pistoiese di anni 15, Biagini Francesco nato il 3.1.1929, di Lucca. Sono in corso ricerche per trovare i nomi degli altri due caduti.
 Ed ecco l’elenco dei feriti come risulta dal Registro Generale del 1944 dell’Ospedale Civile di Rovigo:
1)      Magg. Francesco Lancellotti fu Giuseppe da Firenze;
2)      Cap. Pier Piccolomimi di Giovanni da Perugia
3)      Cap. Antonio Scardino di Giovanni da Firenze
4)      Cap. Copercini Giuseppe di Giovanni da Firenze
5)      F.B. Antonio Rinaldi di Vincenzo da Siena
6)      F.B. Umberto Lanzanò di Alfdredo da Siena
7)      F.B. Giovanni Orlandini di Umberto da Pietraqsanta
8)      F.B. Mario Biasini di Vittorio da Lucca
9)      F.B. Italo Tamburini di Aristide da Montelupo Fiorentino
10)  F.B. Mario Grasesca di Domenico da Lucca
11)  F.B. Ivano Baroni di Eugenio da Bologna
12)  F.B. Domenico Angotti di Nicola da Siena
13)  F.B. Alfredo Cantini di Lanciotto da Lucca
14)  F.B. Antonio Cosentini di Francesco da Siena
15)  F.B. Silvio Celestra di Giuseppe da Roma
 Terminato l’attacco i giovani,  che si erano dispersi per i campi di canapa, si riuniscono. Sono provati da quella prima, inaspettata prova del fuoco ma, incoraggiati dagli ufficiali, si ricompongono e si schierano per l’ultimo saluto ai caduti.
 Intanto è giunta una nuova locomotiva e bisogna riprendere il viaggio. Il treno riparte per Polesella. Qui si cambia treno e si prosegue fino a Thiene, dove si pernotta.
 Il mattino dopo, 24 maggio, si riparte per giungere a destinazione. Le “Fiamme Bianche” toscane e le altre vengono presentate al Gen. Salvetti che le saluta e ne elogia il comportamento. I caduti vengono commemorati.
 Sistemati in tende a sei posti, i giovani avanguardisti iniziarono con entusiasmo il duro addestramento fatto di marce, esercitazioni notturne ma anche di esercitazioni con le armi e addestramento al combattimento. Gli ufficiali che li comandavano appartenevano alla Guardia Giovanile Legionaria, dipendenti direttamente dal Comando Generale della G.N.R.
 I circa 4000 avanguardisti furono organizzati in 4 battaglioni articolati su 3 compagnie e proseguirono il programmato addestramento fino all’agosto del 1944, allorchè fu ordinata la chiusura del XXII Campo DUX. (10 agosto 1944) 2)
 Nel luglio, in previsione della prossima chiusura del Campo, le giovani “Fiamme Bianche” comincivano a pensare alla loro destinazione futura. Quelli giudicati idonei, infatti, sarebbero stati assegnati come complementi a quei reparti che ne avessero fatta richiesta. Alcuni  sarebbero  stati arruolati nella Decima Flottiglia Mas, altri nei paracadutisti, altri nei bersaglieri, altri in vari battaglioni GNR (che, infine, andranno a costituire i battaglioni mobili della Divisione ETNA). Qualcuno finirà anche in qualche Brigata Nera dove già militavano un padre o un fratello.
 Fu allora che il comandante del Campo, Maggiore Giorgio Carlevaro, reduce dalla Russia, propose la costituzione di un Battaglione d’Assalto autonomo che avrebbe conservato le fiamme bianche sulle quali, in luogo dei fascetti dell’O.B. sarebbero state appuntate le doppie “M” della GNR.  Molti accettarono con entusiasmo e il Battaglione si costituì su tre compagnie di circa cento uomini ciascuna . 3)   E l’addestramento proseguì ancora più impegnativo: marce faticose, turni di guardia massacranti…
  Intorno alla metà del mese la seconda compagnia era stata spostata a Tonezza a presidiare la ex colonia montana dove, fino ai primi di luglio, aveva funzionato una scuola Allievi Ufficiali poi spostata a Vicenza. E il 19 anche la prima compagnia si avviò, di primissima mattina, per raggiungere Tonezza, mentre la terza sarebbe rimasta a Velo d’Astico. La compagnia, dopo una marcia di diverse ore, attraverso Arsiero e il monte Cimone, giunse in vista della ex Colonia di Tonezza verso mezzogiorno. Appena arrivati, stanchi e affamati, fu dato l’ordine: “in attesa del rancio fate il fascio d’armi”. Ma dopo pochi minuti un gruppo di partigiani sferrò l’attacco con bombe e armi automatiche. Ai primi spari, che subito si infittirono, i giovani corsero a recuperare i fucili ed entrarono nell’edificio per rispondere al fuoco dalle finestre. Ed ecco un grande fragore: una mina, forse precedentemente collocata, fece crollare una parte dell’edificio. Dopo il primo comprensibile smarrimento, le Fiamme Bianche con i loro ufficiali cominciarono a produrre un nutrito fuoco con i fucili e le pistole. Il reparto aveva in dotazione anche una mitragliatrice (una Breda 37) ma si inceppò. 4)  Il Ten. Pettinato tentò una coraggiosa sortita ma il mitra gli si inceppò e cadde sotto i colpi dei partigiani. Ma ecco che il Ten Chirico, che stava arrivando con una carretta di vettovaglie, giunto al paese udì gli spari e subito telefonò al comando generale della GNR. Dopo poco un reparto di Granatieri che erano di guarnigione nella Valle d’Astico stavano arrivando a sostegno dei giovani e i partigiani subito si dileguarono lasciando sul terreno un caduto. Purtroppo anche le  Fiamme Bianche ebbero delle dolorose perdite. Caddero il Cap. Pirina, istruttore al citato Corso Allievi Ufficiali, che non aveva ancora lasciato Tonezza, il già ricordato Ten. Pettinato, le Fiamme Ciccarelli, Nasuti e Trevisan. Quest’ultimo, ferito, era stato fatto prigioniero insieme al camerata Foppiano durante la sfortunata sortita con il Ten. Pettinato e i partigiani lo avevano ucciso. Foppiano, invece, riuscì a fuggire saltando da una roccia e rientrò a Velo d’Astico. Le sue indicazioni consentirono di recuperare subito il corpo del Trevisan.
 Secondo Fracassini (pag. 20) il 1° Battaglione aveva già avuto uno scontro con i partigiani alle pendici del Monte Pria Forà, ma dovette trattarsi di una cosa modesta e senza conseguenze.
 Quando i granatieri giunsero alla caserma il maggiore Carlevaro aveva già schierato nel cortile le giovani Fiamme Bianche reduci dal combattimento che ricevettero i granatieri sull’attenti, come aveva ordinato il maggiore Carlevaro con un colpo di fischietto. 5)  Subito dopo le due compagnie tornarono a Valo d’Astico, e il maggiore Carlevaro elogiò il comportamento dei giovanissimi combattenti che furono tutti proposti per una Croce di Guerra.
 Ma la gioia maggiore fu quando, il 29 luglio 1944, a bordo di alcuni autobus, tutto il Battaglione venne portato a Gargnano dove il Duce lo passò in rassegna fermandosi poi a parlare con i giovani che chiedevano insistentemente di poter essere inviati al fronte. 6)
 Dopo pochi giorni il Campo DUX veniva chiuso e 4000 giovani dei 4600 presenti a Velo d’Astico furono giudicati idonei e affluirono ai reparti cui erano stati destinati e dei quali seguirono la sorte fino al termine del conflitto.
 Ma le 4600 Fiamme Bianche presenti al campo DUX non furono le uniche. 7) Molte non parteciparono al Campo DUX ma rimasero presso i rispettivi Comitati Provinciali e furono utilizzate in vario modo: servizi di guardia, recupero dei morti per bombardamenti e assistenza ai feriti, ma anche azioni di controguerriglia. Vedi, a questo proposito,  le memorie di  Luciano Galiberti di Genova, quelle di Giorgio Carbonati di Torino, quelle di Mario Meneghini, quelle di Eros Perugini di Milano, quelle di Giorgio Pirrone di Sondrio, quelle di Michele Giusto e di Luciano Galiberti di Genova, quelle di Stelvio Dal Piaz di Arezzo.
 Questo significa che il numero dei giovanissimi che corsero ad arruolarsi nelle “Fiamme Bianche” è significativamente superiore a quei 4600 che parteciparono al XXII Campo DUX. Ed anche fra questi non andati a Velo d’Astico ci furono molti che riuscirono ad arruolarsi in reparti combattenti e vissero l’avventura della R.S.I. fino alla fine, pagando - spesso duramente - questa loro coraggiosa scelta.

 Nel libro di cui stiamo parlando non si fa menzione delle Fiamme Bianche di Lucca. Forse perché non si è rintracciato nessum reduce di questa provincia.
In realtà anche a Lucca verso il mese di febbraio cominciarono gli arruolamenti degli Avanguardisti Moschettieri, le nuove Fiamme Bianche. Fu adibita a caserma la cosiddetta Real Casa, situata vicina alle mura urbane nei pressi della chiesa di San Frediano. Il comandante di quello che veniva chiamato Battaglione di Lucca in formazione era il Capitano Galeffi, presidente del comitato O.N.B. di Lucca, i due ufficiali erano i S.Ten Poleschi di Nicciano e Vivaldo Pagni di Pescia.
 Le esercitazioni ginniche si svolgevano nell’ampio cortile della caserma situato proprio a ridosso delle mura urbane. Le esercitazioni paramilitari si svolgevano in un piccolo podere di proprietà dell’O.N.B. sito sulle rive del Serchio. Al ritorno dalle esercitazioni le FF.BB. perfettamente inquadrate attraversavano Lucca lungo la centale Via Fillungo cantando canzoni patriottiche.
 Per un certo periodo il “battaglione” si spostò a Tereglio, un paese montano che fu raggiunto a piedi dalla stazione ferroviaria di Bagni di Lucca.
 I giovani erano accorsi numerosissimi ma mancavano le divise e i moschetti. Malgrado i tre viaggi che il Prof. Pagni fece a Udine ove era un centro per i rifornimenti, divise e moschetti continuarono a mancare. Cosicchè allorchè il “Battaglione” partì per Velo d’Astico era costituito soltanto da due plotoni  di una  trentina di uomini l’uno, quindi una sessantina di uomini in totale. Erano tutti quelli che avevano potuto essere dotati di una divisa e di un moschetto. Li accompagnava il S.Ten Poleschi. Pagni e Galeffi erano rimasti a Lucca. Successivamente, però, (dovevano essere i primi di giugno perché era già caduta Roma) altre 7 o 8 Fiamme Bianche che erano rimaste a Lucca come “Ufficio stralcio”,  con un furgoncino furono portati a Ferrara (e da qui, presumibilmente, avviati a Velo d’Astico.)
 La partenza  dei primi due plotoni avvenne il lunedì 22 maggio. A Prato i vagoni su cui stavano i lucchesi furono agganciati alla tradotta proveniente da Firenze  con le Fiamme Bianche di Firenze, Pistoia, Siena, umbre e laziali. Dopo di che ci fu la partenza lungo la “porrettana” con arrivo a Bologna il mattino del 23. Dopo una sosta, verso le 11 ci fu la partenza verso Ferrara e il Po. Nel primo pomeriggio, dopo l’attraversamento del Po, nei pressi della stazionicina di Canaro (RO), come abbiamo visto, ci fu un mitragliamento aereo che mise fuori uso la locomotiva , uccise 6 Fiamme Bianche e ferì 4 ufficiali (ad uno dei quali fu amputata una gamba) . Uno dei caduti era, appunto, di Lucca e il suo cadavere fu recuperato e portato a Lucca dal Ten. Pagni con un’auto Fiat 1100. Pagni ricorda ancora il difficile viaggio, con la bara posta a fianco dell’autista (il che fu possibile togliendo il seggiolino del passeggero) e col Ten. Pagni seduto pure a fianco della bara sul sedile posteriore. Dovevano essere passati alcuni giorni dalla morte perché dalla bara emanava un forte odore. Il Ten Pagni, purtroppo, non ricordava il nome del caduto. Una fortunata ricerca, però, ha consentito di ritrovare quel nome che, come sopra detto, era quello di Francesco Biagini, nato a Lucca il 3.1.1929. Fu sepolto a Lucca, nel cimitero monumentale, in una tomba allestita a cura dell’O.N.B.,  il 3 giugno 1944, undici giorni dopo la sua morte. Era il più giovane di otto figli. Una sua nipote, figlia di una sua sorella più grande, custodisce amorevolmente la tomba dello zio Francesco.  In fondo alla pagina la sua foto e la foto della sua tomba. 8)
 Dopo di che anche le Fiamme Bianche di Lucca proseguirono il viaggio fino a Velo d’Astico e seguirono il destino di tutti gli altri.



 


            Le Fiamme Bianche del Battaglione di Carlevaro ricevute dal DUCE a Gargnano il 29 luglio 1944.
            Il primo a sinistra è ALBERTO GONNELLA
            Il terzo da sinistra è ALBIERI (profugo da Tobruck)
            Il quinto da sinistra è Giorgio Giannotti.   Tutti e tre erano di Barga (Lucca) e appartenevano al “Battaglione” F.B. di Lucca


Nell’ultima parte del libro c’è anche un capitolo dedicato alle “Balilline”, cioè alle coetanee degli Avanguardisti che nutrivano gli stessi sentimenti e gli stessi entusiasmi, che negli stessi periodi si arruolarono nelle “Ausiliarie” e, come tali, affiancarono i soldati della RSI ovunque ci fosse bisogno di loro e, quindi, anche al fronte, come crocerossine o con altri ruoli. Dopo la sconfitta l’odio bestiale dei rossi si accanì con particolare ferocia contro di loro, che pagarono un grande tributo di sangue e di sofferenze.

NOTE
1)      Arnaldo Fracassini a pag.37
2)      Fracassini pag. 21
3)      Antonio Fede pag. 53
4)      Antonio Fede pag. 54
5)      Antonio Fede, pag 54
6)      Antonio Fede, pag 57
7)      Alberto Franci pag. 84

   Il bel viso fiero del   giovanissimo caduto Qui riposa con la sua mamma    






 

 

 
   Il bel viso fiero del   giovanissimo caduto Qui riposa con la sua mamma    
























              


                                                                                                                                                                                      

martedì 13 giugno 2017

ISIS E '' IMMIGRAZIONE ''


I media soggetti al potere
hanno cosí voglia di fare
dichiarazioni trionfalistiche
circa la difficoltá dell’ISIS che
starebbe perdendo ..
O sono stupidi e non
comprendono come stanno le
cose o, piú probabilmente,
mentono per mestiere e per
servilismo.
I fatti dimostrano l’esatto
contrario di quanto si afferma
perché lo scopo progettuale
dell’ISIS è sempre stato quello
di spargere il terrore ed anche
se gli attentati terroristici sono
in relativa diminuzione a
causa del gigantesco apparato
messo in atto dagli stati
occidentali, il fatto stesso di
avere costretto quegli stati a
f a r l o, provocando nel
contempo una generale
sensazione di grandissima
preoccupazione dimostra che
l’obiettivo dell’ISIS è stato
ampiamente raggiunto dato
che tutti noi viviamo
quotidianamente nel terrore !
Polizie, eserciti restrizioni delle
libertá, controlli a tappeto sono
il risul tato del l ’azione
terroristica dell’ISIS che
raggiunge cosí l’obiettivo
preposto!
Tutto il resto sono solo
chiacchiere di un apparato che
boccheggia nella impossibilitá
di governare un fenomeno
sociale e militare che lo sta
mettendo alle corde ..!
Ma continuiamo ad accogliere
una enorme massa di
immigrati clandestini tra i quali
sarebbe non solo improbabile,
ma impossibile che non ci
siano anche militanti dell’ISIS
o comunque soggetti sensibili
a diventarlo radicalizzandosi
nelle moschee o nei ghetti
mussulmani.
Tutto questo è INEVITABILE
perché l’Islam è nemico
giurato del nostro stile di vita e
dei nostri principi e chi non lo
crede illudendosi sulla
dichiarazione di un “Islam
moderato” vada alle fonti e si
legga il Corano che è legge
assoluta nella “Religione del
libro” e vi trovera il
comandamento di convertire o
di uccidere tutti gli “infedeli”
Le affermazioni delle “anime
belle” che predicano
l’accoglienza continua in nome
di principi umanitari che
travalicano ogni liceitá data
l’entitá inaccettabile degli
“effetti collaterali”, sono false,
bugiarde, inconsistenti e
disoneste non fosse altro che
per l’impossibilitá materiale di
accogliere quei miliardi di
Africani e di Asiatici che
popolano i Paesi piú arretrati
ed il cui esodo NESSUNO è
in grado né di fermare, né di
valutarne il numero !!
La qualitá di questi soggetti
immigrati si dimostra con
numeri statistici che non
possono mentire:
Mentre gli immigrati sono il 6%
circa della popolazione
italiana, essi rappresentano il
55% della popolazione
carceraria il che dimostra che
essi delinquono circa dieci
volte tanto che gli italiani.
Di delinquenti ne abbiamo giá
a sufficienza dei nostri senza
doverne importare da fuori..!!
È giunta l’ora di smettere di
trastullarsi con predicazioni
che affermano l’impossibile e
di guardare in faccia la realtá:
L’immigrazione selvaggia
rappresenta una infezione
sociale e le infezioni vanno
combattute radicalmente se si
vuole salvare la vita degli
infettati !!
Tutto il resto sono chiacchiere

inutili e dannose ..!!


                                                                                                                                                                                             

I l fenomeno della massiccia
immigrazione che, provenendo
dall’Africa e dall’oriente, ma
soprattutto dall’Africa sta
invadendo in modo insostenibile
l’Italia è sotto gli occhi di tutti e
non ha bisogno di certificazioni.
Sono oramai milioni i migranti che
nel corso degli anni si sono
riversati sulle nostre coste
sbarcando dai barconi che
attraversano ogni giorno i nostri
mari e non lo abbiamo solamente
visto dalle cronache delle Tv, ma
lo constatiamo quotidianamente
girando per i nostri paesi e le
nostre cittá oramai invase da una
pletora di sfaccendati di colore,
mantenuti a spese dei cittadini ed
in un contesto di assurda
preferenza rispetto agli italiani
bisognosi che a volte sono
assurdamente sfrattati per
morositá dalle loro case per fare
posto agli immigrati …!!
Quanto poi al comportamento
sociale di questi immigrati i numeri
dei dati ufficiali forniti
dall’amministrazione penitenziaria
parlano chiaro certificando che gli
immigrati costituiscono il 55%
della popolazione carceraria
contro una percentuale del 6%
sulla popolazione italiana a
dimostrazione che gli immigrati
delinquono circa 10 volte di piú
degli italiani.
Quali che siano le cause di tale
comportamento, disorientamento,
mancanza di lavoro ( ma
moltissimi sono mantenuti dallo
stato .. ), mancanza di educazione
civile, aggressivitá culturale, sta di
fatto che questi reati sono
commessi e non si tratta di reati
leggeri ma di stupri, furti, rapine,
aggressioni, omicidi e lo stato non
riesce a prevenirli né a ridurli
mentre i cittadini onesti debbono
continuare a subirli con in piú la
prospettiva che essi aumentino
con l’aumento del numero dei
migranti.
Inolte i centri di accoglienza, oltre
a creare notevoli disagi ai cittadini
che si vedono a volte costretti in
casa alla sera per motivi di
sicurezza che le forze dell’ordine
non sono piú in grado di garantire,
sono spesso teatro di immotivate
rivolte di natura teppistica che
provocano danni, anche questi a
carico della comunitá.
Da sfatare anche la leggenda che
questi migranti siano spinti dalla
miseria posto che un passaggio
su uno dei barconi costa dai 3.000
ai 5.000 Euro, cifra che in quei
Paesi è di tutto rispetto e che
pone chi li possiede al di fuori
dello stato di miseria di cui si
fanno scudo per spiegare i motivi
della migrazione..!!
Con questo NON vogliamo
certamente dire che in Africa se la
passino tutti bene, ma
certissimamente non sono i
migranti quelli che stanno peggio.
La politica nazionale e quella
mondiale assistono attonite,
impreparate ed inadeguate a
questo fenomeno biblico senza
mai chiedersi cosa si possa fare
CONCRETAMENTE ed al di lá
delle solite sterili e stupide
chiacchiere per governare il
fenomeno.
Chiaramente per modificare
l’effetto e cioè la migrazione, si
dovrebbe intervenire sulle cause e
questo si puó fare solamente
agendo in loco e cioè cercando di
attuare politiche internazionali che
risollevino le sorti di quelle
economie, ma sino ad oggi non
abbiamo visto mai un intervento
operativo che agisca in tale
senso !
Paradossalmente ha fatto di piú
per l’Africa la Cina che sta
investendo in quel continente,
dell’Europa che ne avrebbe piú
diretto interesse.
Infrastrutture, investimenti, scuole,
ospedali, insomma quello che
pochi eroici missionari fanno da
sempre su scala minimale,
sarebbero le cose da fare per dare
un abbrivio alla societá africana e
diminuire le motivazioni della
migrazione!
Certamente il discorso non vale
per la MINORANZA che scappa
dalle guerre e dalle persecuzioni,
ma essa è appunto una
minoranza per la quale il
fenomeno sarebbe governabile sia
per il numero che per la natura dei
migranti.
Quanto poi ai respingimenti di
coloro che non hanno diritto
all’accoglienza, la cosa
rappresenta il ridicolo dato che
essi, sino ad oggi, hanno
riguardato una infima percentuale
di coloro che si sarebbe dovuto
respingere.
Ignavia di chi era preposto,
mancanza di organizzazione,
buonismo interessato della
politiche che ha paura di passare
per cattiva e di perdere voti .???
Forse tutto quanto ed altro ancora,
ma sta di fatto che la cosa NON
FUNZIONA ..!!
Come quasi sempre accade,
anche in questa situazione l’unica
cosa evidente appare
l’inadeguatezza, il
menefreghismo, la disonestá di
fondo di coloro che dovrebbero,
per mandato popolare,
amministrare la cosa pubblica
nell’interesse dei cittadini ed
invece pensano solamente agli
affaracci propri..!


  Fiamma luglio 2017
                                                                                                                           

giovedì 8 giugno 2017

PERCHE´ L´ITALIA ENTRO´ IN GUERRA?

Perchè l’Italia entrò nella Seconda guerra mondiale?

donna rachele guidi mussolini
a voi la verità raccontata dalla donna che viveva accanto al Duce e che lo aveva sposato: Rachele Guidi. Si è tanto detto e scritto sull’entrata in guerra Ecco dell’Italia nella seconda guerra mondiale, ma non si è mai arrivati ad una versione definitiva. Vediamo insieme il resoconto di Donna Rachele dal libro delle sue memorie. Chi piu’ informata sugli eventi e sulle reali motivazioni della moglie del Capo del governo?
- I tentativi di evitare la guerra-
«Quando si rese conto che non poteva far piu’ nulla per evitare la guerra, mio marito cercò di tenerne fuori l’Italia il piu’ a lungo possibile. Non era un segreto per nessuno che se l’Italia fosse stata obbligata ad una guerra, le Forze Armate non sarebbero state pronte al cento per cento, prima del 1943. Dapprima mio marito cercò, grazie al «Patto d’Acciaio», di convincere Hitler ad assumere un atteggiamento meno bellicoso, ma si rese conto che i suoi tentativi erano destinati al fallimento. “Spero di potere acquietare con la mia franchezza i bollenti spiriti dei generali del Fuhrer,” disse “perché oggi l’Italia è soltanto in grado di poter affrontare un conflitto di violenta ma breve durata. Ma le guerre sono come le valanghe: non puoi prevedere il loro volume, né la durata né la direzione. C’è stata persino una guerra di cento anni, Rachele, ma farò il possibile per evitarla o rimandarla.”
Secondo mio marito, il colpo di grazia alla pace mondiale era stato dato dal «Patto di non aggressione» stipulato tra la Germania nazista e la Russia comunista. Ne fu molto irritato, non per il fatto in sé, poiché aveva sostenuto presso il Fuhrer in alcune occasioni l’utilità di un modus vivendi con l’Unione Sovietica, ma perché Stalin aveva così autorizzato la Germania a correre qualsiasi avventura in Occidente. “In parole povere, adesso Hitler è libero di invadere la Polonia.” disse.
Il 25 agosto non c’erano piu’ dubbi: la Germania voleva la guerra. Nella giornata del 25 Hitler aveva mandato a mio marito un lungo messaggio. Terminava la lettera facendo appellto all’aiuto dell’Italia in virtu’ del «Patto d’Acciaio» e alla sua comprensione. Fu questa la parola alla quale il Duce si aggrappò per cercare di ritardare la scadenza e di tenere l’Italia fuori dal conflitto, qualora non ci fosse nessun’altra soluzione pacifica. Rispose immediatamente al Fuhrer con un messaggio “temporeggiatore” dove lo informava che, se voleva che l’Italia si mettesse subito al fianco della Germania, doveva prima rifornirla di materie prime e di armamenti. Il suo scopo era restare neutrale fino al 1942, anno in cui riteneva che l’Italia sarebbe stata pronta per entrare in guerra, se fosse stato necessario.

Manda a Hitler un nuovo messaggio con i quantitativi volutamente esagerati per impedirgli di fornire tutto. Il 28 agosto Hitler risponde nel senso che il Duce si augura: non può mandare all’Italia tutto quello che gli è stato chiesto, ma accetta la sua neutralità a tre condizioni, che devono restare segrete.
Le condizioni sono queste: l’Italia non deve rendere nota la propria neutralità prima dell’inizio delle ostilità, al fine di impegnare su di essa le forze armate francesi e inglesi; deve proseguire ostentatamente i suoi preparativi militari, sempre allo stesso scopo; il Governo italiano deve mandare altri operai per sostituire i cittadini tedeschi che partono per il fronte.
Il Duce si trova ora in una posizione “ambigua” nei confronti di Francia e Inghilterra, proseguendo ufficialmente i preparativi di guerra. Questa sensazione trova conferma negli avvenimenti, che precipitano a partire dal 30 agosto.
Quel giorno Hitler riceve la risposta inglese alle sue proposte. Non gli dà soddisfazione. Il 31 agosto la situazione è disperata. Il Duce fa un ultimo tentativo: si dichiara disposto a intervenire presso il Fuhrer, purché la Polonia accetti di dare Danzica alla Germania. Halifax risponde che la proposta di cedere Danzica è inaccettabile. Mussolini tenta un altro mezzo: nel pomeriggio propone alla Francia e all’Inghilterra una conferenza per il 5 settembre, allo scopo di riesaminare il trattato di Versailles. Se questi due paesi si dichiarassero d’accordo, il Duce potrebbe frenare Hitler ancora una volta.
Ma la sera stessa, Ciano viene a sapere che le comunicazioni fra Italia e Inghilterra sono interrotte. Lo stratagemma ideato per dare l’impressione che anche l’Italia sarebbe entrata in guerra, è riuscito al di là di ogni speranza dello stesso Fuhrer: gli inglesi non hanno piu’ fiducia nell’Italia e sono convinti che mio marito li inganni. Allora, per provare la buona fede degli italiani, Ciano rivela a Percy Loraine, ambasciatore britannico a Roma, che l’Italia rimarrà neutrale
. Risultato: il 31 agosto 1939, per aver voluto aiutare la Francia e l’Inghilterra ad arrivare ad una conferenza di pace, l’Italia era arrivata a non rispettare un accordo segreto stipulato con la Germania. E dopo essersi trovato in una posizione ambigua nei confronti di Francia e Inghilterra per far piacere ad Hitler, mio marito si trovava nella stessa situazione nei confronti del Reich. E, dopo aver rischiato di essere attaccato dalla Francia e dall’Inghilterra il nostro Paese ora correva il rischio di essere attaccato dalla Germania. Debbo aggiungere che il gesto di Ciano del 31 agosto di rivelare la neutralità italiana degli a Inghilterra e Francia fu una delle ragioni per cui Ribbentrop ed altri gerarchi nazisti vollero liberarsi di lui.
Di fronte a questo nuovo aspetto della situazione, il Duce non si ferma ma si ostina nei tentativi di pace. Tuttavia, prima di presentare una nuova proposta, vuole proteggersi le spalle: la mattina del 1 settembre, di buon’ora, chiede ad Attolico di ottenere da Hitler un telegramma che lo sciolga in quel momento dagli obblighi dell’alleanza. Il telegramma arriva immediatamente. La risposta è favorevole. Però, arriva subito un altro telegramma: Hitler fa capire a Mussolini che non vuole piu’ transigere ed è deciso ad andare avanti, occupare Danzica, anche a costo di fare la guerra alla Polonia. Nonostante questo messaggio, il Duce provocò un ultimo sussulto di speranza, il 2 settembre, proponendo nuovi negoziati; Hitler, conciliante contro ogni aspettativa, accetta. Nel pomeriggio, alla presenza di André Francois Poncet e di Percy Loraine, rispettivamente ambasciatori di Francia e di Inghilterra a Roma, Ciano telefona ad Halifax a Londra e a Bonnet a Parigi per trasmettere la proposta di Mussolini. Alle diciannove, Halifax richiamò Ciano per dirgli che la proposta italiana era accettabile solo a condizione che “le truppe tedesche si ritirino dal territorio polacco, che esse hanno cominciato ad occupare dal giorno prima”.
Ribbentrop non risponde al telegramma che Ciano gli fa avere, per informarlo delle conizioni proposte da Londra.

La mattina del 3 settembre la Francia e l’Inghilterra dichiararono guerra alla Germania. Ormai anche loro avevano deciso per la guerra.»
-L’Italia entra in guerra-
«Fin dal 1939, durante una seduta del Gran Consiglio del Fascismo, il Duce aveva esposto le rivendicazioni dell’Italia nei confronti della Francia: tutti i terroitori al di qua delle Alpi dovevano essere italiani e quelli che si trovavano oltr’Alpe, francesi. Di fatto, questa rettifica non comportava una grande perdita per la Francia. La frontiera, credo, sarebbe passata per Mentone e Nizza. Il Duce aveva anche reclamato la Tunisia- che doveva passare sotto il protettorato italiano- Gibuti e la Corsica.Queste rivendicazioni non erano mai state svelate e i propositi dell’Italia erano rimasti segreti. “Come potrò pretendere dalla Germania il riconoscimento delle nostre rivendicazioni se l’Italia sarà rimasta alla finestra? Andrebbe a picco il nostro prestigio e la nostra posizione come potenza mondiale. Inoltre non voglio che Hitler rimanga il solo interlocutore degli inglesi e dei francesi, nel loro stesso interesse; e questo, Churchill, lo sa bene.”
Gli interventi presso il Duce si moltiplicarono, sia da parte dei tedeschi che degli “alleati” (Francia e Inghilterra) Questi si auguravano che l’Italia non entrasse in guerra; ma nel frattempo, per merito della loro strepitosa avanzata, le truppe tedesche erano sempre piu’ vicine a tutti i confini italiani. Hitler, che aveva sciolto il Duce dai suoi impegni nel 1939, quando la guerra sembrava limitata Alla cortese attenzione di Polonia, fece intendere la eventualità che questa volta non si sarebbe fermato alla frontiera italiana se il nostro Paese fosse rimasto neutrale. Ma soprattutto era lo Stato Maggiore del III Reich minacciava puramente e semplicemente di invadere ed occupare l’Italia. Ed era proprio quello che il Duce aveva temuto sin dal primo giorno di guerra.
Questa nuova e grande preoccupazione era nata dopo la visita fatta a Palazzo Venezia da Sumner Welles, inviato speciale di Roosvelt. Appena arrivato in Italia si chiuse nell’ufficio di mio marito ed ebbe con lui un colloquio molto lungo ma soprattutto “molto franco”. Il contraccolpo di questa visista americana non tardò a farsi sentire: appena informato, Hitler mandò a sua volta a Roma un influente messaggero, il Ministro degli Esteri von Ribbentrop. Se non sbaglio,
fece intendere che le truppe tedesche non avrebebro esitato ad occupare militarmente l’Italia qualora avesse fatto un ennesimo “giro di Valzer”.
Da quel giorno il Duce si convinse che la non belligeranza dell’Italia non poteva durare a lungo. Tuttavia, per non sacrificare un solo soldato italiano prima del momento giusto, cercava di tenere duro il piu’ possibile. Fra marzo e aprile Hitler intensificò la sua azione psicologica: prima al Brennero, dove incontrò mio marito per esporre i suoi piani; poi facendo annunciare, il 9 aprile, l’attacco alla Norvegia e alla Danimarca. L’11 aprile gli mandò un messaggio amichevole seguito da un altro il 20, e poi altre lettere, il 28 aprile e il 4 maggio, con nuovi annunci di vittorie.
Il 10 maggio si ebbe il gran colpo. Ciano avvertì il Duce che l’ambasciatore tedesco Von Mackensen gli aveva detto che forse avrebbe dovuto disturbarlo durante la notte per una comunicazione urgente che aspettava da Berlino. Infatti alle quattro del mattino Von Mackensen gli consegnò una lettera sigillata dal Fuhrer nella quale questi annunciava la decisione di attaccare l’ Olanda e il Belgio. Chiedeva inoltre a mio marito di prendere le disposizioni che riteneva opportune per l’avvenire dell’Italia. Parlando chiaramente, voleva dire:
“Aspetto di vedere cosa farete. Adesso la mossa spetta a voi.”
Che cosa potevano fare i “tiepidi” messaggi che continuavano ad arrivare dall’America, dalla Francia e dall’ Inghilterra? Il 24 aprile Paul Reynaud aveva scritto a mio marito per esprimergli la sua convinzione che la Francia e l’Italia non potevano battersi prima che i loro capi ne avessero discusso.
“Bisognava discutere prima, non ora” aveva commentato Mussolini con amarezza.
Solo pochi giorni dopo l’intimazione di Hitler del 10 maggio, fu Churchill a scrivere al Duce. Ricordo una frase: “Dichiaro di non essere mai stato nemico della nazione italiana, né, in fondo al cuore, avversario di colui che in Italia detta legge…”
“E’ proprio il momento di scrivermi queste cose” disse Benito.”Se nel 1935 gli inglesi non avessero fatto votare le sanzioni dalla Società delle Nazioni, avremmo potuto costituire un blocco europeo.”
E a proposito di un’altra frase di Churchill che metteva in guardia il Duce contro l’aiuto che l’Inghilterra avrebbe certamente ricevuto dall’America, se questa si fosse decisa a entrare a sua volta in guerra, mio marito commentò: “L’Inghilterra non può oggi opporsi alla macchina bellica tedesca. Gli Americani sono troppo lontani e, anche se decidessero di intervenire, i tedeschi avranno vinto prima che essi abbiano avuto il tempo di fare qualcosa.”
Ogni giorno arrivavano a Roma notizie sulla fulminea avanzata del Reich. Era una vera e propria marcia trionfale, che trovava echi non solo nel partito fascista e nell’esercito italiano, ma anche fra il popolo
. Ogni mattina arrivavano a Palazzo Venezia migliaia di lettere, e tutte con lo stesso ritornello: “Come sempre, l’Italia arriva per ultima: i tedeschi si prenderanno tutto”.
Il 30 maggio 1940 la tensione raggiunse un punto culminante.
Quel giorno il presidente Roosevlt fece pervenire al Duce un messaggio personale, col quale lo esortava a rimanere fuori dal conflitto. Mio marito ne fu piuttosto scosso.
La sera arrivò a Villa Torlonia con un pacco di fotografie e film, che in parte gli erano stati procurati da Vittorio grazie alle sue relazioni col mondo del cinema.
Erano documentari sulle operazioni militari tedesche in Polonia. Dopo cena, li facemmo proiettare nel salone in cui avevamo trascosro tante piacevoli serate. Quella sera fu un inferno. Eravamo atterriti di fronte a quella valanga di ferro e di fuoco, a quei mostri d’acciaio che avanzavano schiacciando tutto sul loro passaggio, mentre nel cielo volteggiavano gli Stukas, le cui sibilanti sirene ci laceravano gli orecchi. Un’emozione intensa alterava la voce di Benito:
“Hai visto? Tutte quelle truppe, tutti quei formidabili armamenti non sono piu’ lontani, ora. Ben presto arriveranno ai nostri confini; e d’altra parte, se lo vogliono, i tedeschi non hanno bisogno di attraversare la Francia: abbiamo dei confini in comune, adesso. In poche ore possono invadere l’Italia. Non ci sono piu’ dubbi, Rachele: che noi entriamo in guerra o no, i tedeschi occuperanno l’Europa. Se non saremo al loro fianco, saranno i soli a dettar legge all’Europa di domani.” Mi posò una mano sulla spalla, mi guardò negli occhi e disse: “Rachele, anche noi abbiamo dei figli. Anche noi tremeremo per loro come milioni di altri italiani. Ma io non posso piu’ indietreggiare. Nel solo interesse dell’Italia, ma anche per evitare che subisca la sorte della Polonia, dell’Olanda e di tanti altri paesi. Dio mi è testimone che ho fatto tutto il possibile per salvare la pace.”»
Da Mussolini privato, di Rachele Mussolini (1973)



lunedì 5 giugno 2017

I PRIGIONIERI ITALIANI

Pagine dimenticate
La tragica odissea dei prigionieri di guerra italiani


La guerra, oltre ai lutti e distruzioni, porta sempre con sè anche il dramma dei prigionieri. Nella Seconda Guerra mondiale
questo dramma ha interessato particolarmente le nazioni sconfitte tra le quali l'Italia. Il nostro Paese, condizionato oltre che
dalla sconfitta anche dai nuovi assetti politici creati dai Partiti antifascisti, ha vissuto quel dramma con un certo imbarazzo e
fastidio, confermato anche dalla poca attenzione dedicatagli negli anni dall'ufficialità politica ed istituzionale e dal silenzio
sui libri di testo di Storia delle scuole e non solo.

 Continuiamo quindi a riportare alla memoria collettiva il ricordo della tragica pagina dei
prigionieri di guerra italiani sui vari fronti.


Il dramma
degli Italiani prigionieri
di Americani e Francesi


Come già scritto nelle puntate
precedenti, il grosso dei 621.000
prigionieri Italiani degli Alleati fu
internato dagli Inglesi (circa 400.000),
mentre la quota rimanente di circa

221.000 fu imprigionata dagli
Americani e dei Francesi.
Di questi, quelli catturati dopo lo
sbarco in Sicilia nell'estate del 1943,
circa 116.000, furono in buona parte
rilasciati sulla parola, mentre i
rimanenti 105.000 catturati in Africa
Settentrionale furono internati nei
campi di prigionia negli Usa e nelle
colonie francesi.

mancanza di manodopera dovuta ai
soldati impegnati in guerra e poterono
godere anche di un certo margine di
libertà, questo malgrado l'aperta ostilità
di buona parte della popolazione e dei
sindacati locali che non videro di buon
occhio l'utilizzo di questa manodopera
sottopagata e questa situazione
determinò anche alcuni casi di rivolte e
tumulti.

I secondi, i "non cooperatori",
furono invece inviati nei campi di
concentramento di Texas, Arizona,
Wyoming e Hawaii, dove le condizioni
erano molto dure, lavori forzati,
pressioni fisiche e psicologiche,
isolamento, scarse razioni alimentari e
frequenti punizioni corporali.

I più famigerati di questi campi
furono quelli di Hereford e di Amarillo
in Texas, dove si registrarono anche
diversi decessi di nostri militari per
malattie e "incidenti" vari.

(Carri italiani M13/40 nel deserto libico.)


I prigionieri Italiani internati negli
Stati Uniti furono 51.000, unitamente a
circa 300.000 Tedeschi e Giapponesi e
vennero rinchiusi in vari campi situati
un po' in tutti gli Stati degli Usa, in
particolare in California, Texas,
Wyoming, Arizona,New York,
Washington, Georgia, Alaska e Hawaii.

Dopo la caduta di Mussolini i nostri
prigionieri furono sottoposti a forti e
insistenti pressioni per invitarli a
collaborare con gli ex-nemici e questo
causò una netta divisione tra quelli che
accettarono l'invito e quelli che lo
respinsero, cioè i "non cooperatori".

I primi, la maggioranza, vennero
trattati con condizioni di favore e
impiegati principalmente in agricoltura
e nei lavori ferroviari per coprire la


Volontà, che nel dopoguerra continuò
ad essere pubblicato per molti anni in
Italia.

Gli altri circa 50/60.000 Italiani
furono internati nei campi francesi in
Tunisia, Algeria, Marocco e Africa
Equatoriale Francese, campi che erano
dei veri e propri "lager" dove i
prigionieri, spogliati di tutto, furono
sottoposti a vessazioni di ogni genere,
con scarsità di viveri, senza assistenza
medica, ammassati all'aperto senza
alcun riparo, sotto il sole cocente di
giorno e al freddo di notte.

Infatti in questi campi si registrarono
oltre 3.000 decessi di nostri soldati.

Anche per molti prigionieri Italiani
degli Americani e dei Francesi non è
vero come dice la vulgata ufficiale che
furono subito rimpatriati, perché molti
lo furono solo nel 1946 e gli ultimi del
campo Usa di Hereford (Texas) lo
furono solo nel 1947.


Un altro aspetto poco conosciuto è
che molti prigionieri, considerati
Fascisti o che comunque non avevano
collaborato con gli Alleati, al rientro in
Italia furono processati dai Tribunali
Militari e condannati alla pena
simbolica di 5 giorni, furono loro
negate anche la pensione di guerra e gli
assegni per la prigionia e, come ultima
beffa, ad alcuni fu addirittura fatto
ripetere il servizio militare!!



(Prigionieri italo-tedeschi catturati in Tunisia
al termine della campagna del Nordafrica)

Le vicende dei prigionieri di guerra
Italiani, sigla POW (Prisoners of War),
narrate in numerosi "bollettini" o
"giornali dei prigionieri" scritti e
stampati con mezzi di fortuna nei campi
di concentramento, furono anche
riprese in alcuni libri pubblicati nel
dopoguerra (Prigionieri in Texas, Fame
in America, America Dolce e Amara,
Avevamo Vent'anni, Io prigioniero in
Texas, Il cielo è rosso).

Anche i "non cooperatori" internati
alle Hawaii diedero vita ad un loro
giornale dei prigionieri.