lunedì 23 novembre 2015

GENOCIDI FUTURI ...





GENOCIDI FUTURI / IL PIANO DI SPOPOLAMENTO MONDIALE DELLE NAZIONI UNITE


Documentazione raccolta da  : Anonimo Pontino
Di seguito alcune dichiarazioni e documenti riguardanti il piano di spopolamento delle Nazioni Unite.
 Thomas Ferguson, Funzionario del Caso Latino-Americano per l’Ufficio del Dipartimento di Stato per gli Affari sulla Popolazione (OPA) (fondato da Henry Kissinger nel 1975): “C’è un unico tema dietro ogni nostro lavoro – ridurre il livello della popolazione. O essi [i governi] usano i nostri metodi attraverso strategie piacevolmente pulite, o riceveranno lo stesso tipo di disordine che abbiamo in El Salvador, o in Iran o a Beirut”.
David Rockefeller, (Memorie (2002): “Noi controlliamo le istituzioni politiche e economiche americane. Alcuni credono che facciamo parte di una cabala segreta che manovra contro gli interessi degli Stati Uniti, definendo me e la mia famiglia come ‘internazionalisti’ e di cospirare con altri nel mondo per costruire una struttura politica ed economica integrate – un nuovo mondo, se volete. Se questa è l’accusa, mi dichiaro colpevole, e sono orgoglioso di esserlo.”



“Siamo sull’orlo di una trasformazione globale. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno è la giusta crisi globale e le nazioni accetteranno il “Nuovo Ordine Mondiale”.



“Siamo grati al Washington Post, al New York Times, al Time magazine, e ad altre grandi pubblicazioni i cui direttori hanno partecipato ai nostri incontri e hanno rispettato le loro promesse di discrezione per quasi quarant’anni. Sarebbe stato impossibile per noi, sviluppare il nostro progetto per il mondo se fossimo stati esposti alle luci della pubblicità nel corso di questi anni. Ma il mondo è adesso più sofisticato e pronto a marciare verso un governo mondiale che non conoscerà mai più la guerra, ma solo la pace e la prosperità per l’intera umanità. La sovranità sovranazionale di una élite intellettuale e di banchieri mondiali è sicuramente preferibile all’autodeterminazione nazionale esercitata nei secoli passati”.



Jacques Cousteau, ambasciatore dello UNESCO (1991): ”Per salvare il pianeta sarebbe necessario uccidere 350.000 persone al giorno.”



“La crescita demografica incontrollata e la povertà non devono essere combattute dall’interno, dall’Europa, dal Nord America, o qualunque nazione o gruppo di nazioni, ma deve essere attaccato dall’esterno – da organismi internazionali supportati in questo lavoro formidabile da organizzazioni competenti e totalmente non governative “.



Mikhail Gorbachev: “Dobbiamo parlare con maggiore chiarezza a proposito di sessualità, contraccezione, aborto, riguardo valori che controllino la popolazione, perché la crisi ecologica, in breve, è la crisi della popolazione. Tagliamo la popolazione del 90% e non saranno rimaste abbastanza persone che causino grandi quantità di danni ecologici.”



Paul Ehrlich Consulente scientifico di George W. Bush: “Ogni persona che ora si aggiunga influisce in modo sproporzionale sull’ambiente e sui sistemi che sostengono la vita del pianeta.”



Dave Foreman, primo co-fondatore di Earth:  “I miei tre maggiori obbiettivi sarebbero ridurre la popolazione umana a circa 100 milioni in tutto il mondo, distruggere le infrastrutture industriale vedere la natura selvaggia, con tutte le sue specie, ritornare sul pianeta.”



Principe Filippo, Duca di Edimburgo: “Se mi dovessi reincarnare mi augurerei di ritornare su una terra come un virus killer per abbassare i livelli della popolazione umana.”



Margaret Sanger fondatrice di Planned Parenthood (fondata dai Rockefeller): “La cosa più misericordiosa che una famiglia possa fare ad uno dei suoi membri infantile, è ucciderlo.”



“Il controllo delle nascite deve infine portare ad una pulizia razziale.” (Woman, Morality, and Birth Control. New York Publishing Company, 1922. Page 12)



Questa è la donna (Margaret Sanger) alla quale Hillary Clinton ha dichiarato pubblicamente di ispirarsi, durante i dibattiti presidenziali del 2008



John Guillebaud, professore di pianificazione famigliare all’ University College London: “L’effetto sul pianeta di avere un bambino di meno, nell’ordine di grandezza è maggiore di tutte le altre cose che possiamo fare, come per esempio spegnere la luce. Un bambino in più equivale a molte luci sul pianeta.”



Eric R. Pianka, professore di Biologia alla University of Texas a Austin: “Questo pianeta potrebbe essere in grado di sostenere forse mezzo miliardo di persone, che potrebbero vivere una vita sostenibile in un relativo comfort. La popolazione umana deve essere ampiamente ridotta ed il più velocemente possibile, per limitare ulteriore danno ambientale.”



Henry Kissinger, 1978: “La politica degli USA nei confronti del Terzo Mondo dovrebbe essere di spopolamento.”



William Benton, assistente segretario di Stato americano presso l’UNESCO 1946: (UNESCO è l’Organizzazione delle Nazioni Unite per Educazione, Scienza e Cultura):

“Fino a quando un bambino respira l’aria avvelenata del nazionalismo, l’educazione delle menti nel mondo può produrre solo risultati precari. Come abbiamo sottolineato, è spesso la famiglia che infetta il bambino con il nazionalismo estremo. Le scuole pertanto utilizzano gli strumenti descritti in precedenza per combattere gli atteggiamenti di famiglia che favoriscono il nazionalismo … noi dobbiamo attualmente riconoscere nel nazionalismo il maggior ostacolo per lo sviluppo della mentalità mondiale. Siamo all’inizio di un lungo processo di abbattimento dei muri della sovranità nazionale. L’ UNESCO deve esserne il pioniere.”



Michael Coffman  valutazione della Biodiversità ONU sulla Sostenibilità della Popolazione Umana; Senato USA 9 Settembre 1994:  L'ONU dice che il diritto alla proprietà non è assoluto e immutabile, ma c'è per la convenienza di qualsiasi cosa voglia fare il governo."



William S. Cohen, Segretario della Difesa, Testimonanza davanti alla Commissione Congressuale (1997): “Forme avanzate di guerra biologica in grado di colpire specifici genotipi possono trasformare la guerra biologica da un regno del terrore a uno strumento politicamente utile.”



È opportuno spendere due parole sul Codex Alimentarius.

Questo è un insieme di  regole su tutto quello che riguarda l’alimentazione, adottate da 181 paesi (il 97% della popolazione mondiale). Codici che vanno dalla produzione degli alimenti, all’etichettatura, regolamentazioni sui livelli di sostanze chimiche permesse (inquinanti, pesticidi, tossine, additivi, ecc.), sul trasporto e la tracciatura, nonché le norme igieniche, ecc. Circa 200 codici per gli alimenti, 40 di igiene e 3200 limiti massimi di residui di pesticidi e farmaci veterinari. Normative fondamentali e nessuno ne sa nulla.

“Regolamentare” spesso è sinonimo di “controllare”. Ogni organismo che “regolamenta” un qualcosa, ovviamente ne ha il controllo totale.



Dopo la Seconda Guerra Mondiale, nel 1945 nasce la FAO con lo scopo ufficiale di gestire e controllare la nutrizione e le norme alimentari internazionali, (il vero intendimento è controllare le popolazione mediante il controllo degli alimenti!).

Nel 1948 viene creata l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) con lo scopo di ufficiale salvaguardare la salute globale e in particolare di stabilire norme alimentari  (il vero intendimento è controllare le popolazione mediante il controllo e gestione della malattia!).

Il Codex è stato creato ufficialmente nel 1963 sotto l’egida della F.A.O. (Food and Agricolture Organization)  e dell’O.M.S. (Organizzazione Mondiale della Sanità).

Il Codex da una parte è un’arma micidiale nelle mani delle lobbies agroalimentari, della chimica e farmaceutica (i cui proprietari sono gli stessi delle corporation delle armi, energia, telecomunicazioni, ecc.), dall’altra sarà lo strumento principe del mercato globale, quindi nelle mani della stessa Élite dominante.

Se per esempio il Codex definisce i “supplementi nutrizionali”, gli “integratori vitaminici” come delle “tossine” invece di semplici alimenti, sarà possibile imporre (per legge) una soglia “minima di dannosità”. E’ proprio quello che è accaduto qualche anno fa, quando il 21 maggio 2004 il Governo italiano ha approvato un decreto legge in attuazione della Direttiva numero 2002/46/CE del “Parlamento Europeo e del Consiglio” teso ad uniformare le discipline degli Stati membri sugli integratori alimentari. Un esempio per tutti è la Vitamina C (acido ascorbico o sodio ascorbato). “L’apporto giornaliero è ammesso fino al 300% del valore di riferimento”. Siccome il valore di riferimento (RDA) è un tristissimo 60 mg al giorno (che serve solo a prevenire lo scorbuto), significa che la Direttiva europea - tanto voluta delle lobbies del farmaco - impone un massimo giornaliero di 180 mg di Vitamina C. Una offesa alla nostra intelligenza, alla memoria del doppio premio Nobel Linus Pauling, il quale ha dimostrato scientificamente l’utilità di grammi giornalieri, e soprattutto un attacco mirato alla nostra salute.

Ecco perché non si trovano più, se non con grande fatica, in erboristeria gli integratori di compresse da 1 grammo di Vitamina C: sono illegali!

Sono stati molto sottili, perché non hanno “imposto per legge” la soppressione delle compresse da 1 grammo , hanno semplicemente abbassato il limite massimo del principio attivo, ed il gioco è fatto.

La medesima cosa avviene nella creazione di nuovi malati: abbassano le soglie (colesterolo, Psa, pressione arteriosa, glucosio, ecc.) et voilà per magia ecco milioni di nuovi consumatori di droghe, cioè di farmaci.

Dietro ovviamente c’è lo zampino del Codex.

Per spiegare invece come tale Codice sarà sempre più uno strumento globalizzante, basta comprendere come funziona il WTO (OMC), l’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Il WTO è l’arbitro del commercio internazionale e si rifà proprio al Codex per decidere se un paese può rifiutare oppure no l’importazione di un prodotto alimentare. Se per esempio la carne statunitense - pregna di ormoni della crescita bovina di sintesi (della Monsanto) - viene accettata (e lo è) dal Codex, il paese o l’unione di paesi (Europa) non potrà più rifiutarne l’importazione.

Il Codex - visti gli sponsor - non poteva non essere un grande promotore dei prodotti biotech, cioè degli alimenti geneticamente modificati. Siccome tali cibi pericolosi hanno proprio il sigillo Codex, sarà sempre più difficile per un paese proteggere la salute dei suoi cittadini impedendone l’entrata in commercio. Quindi tutti i prodotti marchiati Codex, che facciano bene alla salute o siano pericolosi, in quanto accettati dall’ente certificatore delle lobbies (appunto il Codex), entreranno nei circuiti di vendita e consumo, e nessun paese potrà rifiutarsi, pena sanzioni.
Questo è il Codex.

sabato 21 novembre 2015

L'USO POLITICO DELLA GIUSTIZIA


Italia - Repubblica - Socializzazione
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da "Archivio Guerra Politica"   
 
L'uso politico della giustizia
 
Vincenzo Vinciguerra    

 
Fra le tante leggende che la democrazia italiana alimenta quella relativa all’indipendenza della magistratura è una delle più accreditate.
Il terzo potere dello Stato è, in realtà, subalterno a quello esecutivo che di esso dispone a proprio piacimento ora come scudo per difendersi ora come spada per offendere.
Possiamo affermare, senza timori di smentite, che in questo Paese ci siano stati – e ci siano ancora oggi – giudici giusti ma che sia semplicemente inesistente la giustizia, che viene sempre subordinata da quanti sono chiamati ad affermarla agli interassi dello Stato, ovvero a quelli della classe politica dirigente che lo Stato guida e controlla.
E’ normale, pertanto, che una classe politica cinica e spregiudicata abbia sempre utilizzato, quando lo ha ritenuto necessario, la magistratura come un’arma contro gli avversari politici per piegarne la resistenza.
Classico rimane l’esempio del processo per l’oro di Dongo il cui esito poteva avere conseguenze devastanti per il Partito comunista italiano, i cui uomini erano stati i protagonisti dell’arresto di Benito Mussolini e dei componenti del governo della Repubblica sociale italiana a Dongo il 27 aprile 1945, e del sequestro di documenti e di ingenti somme di denaro in loro possesso di gran parte dei quali se ne persero le tracce.
Nei primi mesi del 1947 è all’esame dell’Assemblea costituente l’inserimento nella nuova Costituzione del Concordato fra Stato e Chiesa, firmato da Benito Mussolini l’11 febbraio 1929.
Come vincere la scontata opposizione delle sinistre e, in particolare, del Partito comunista guidato da Palmiro Togliatti?
La domanda se la pose il presidente del Consiglio del tempo, Alcide De Gasperi, e la risposta venne trovata in un’operazione di ricatto politico-giudiziario relativo proprio alla scomparsa di buona parte del cosiddetto “oro di Dongo”.
Non ci sono, manco a dirlo, prove certe ma la sequenza degli avvenimenti lascia pochi dubbi.
L’8 gennaio 1947 il generale Leone Zingales è inviato da Roma a Milano, in missione temporanea presso la locale procura militare, per dirigere l’inchiesta sulla scomparsa del cosiddetto “oro di Dongo”.
Un mese più tardi, fra il 10 e il 15 febbraio, Zingales ordina l’arresto di dirigenti e militanti comunisti sospettati di aver concorso a far sparire documenti e valuta in possesso di Benito Mussolini.
Il 20 febbraio, l’ufficiale parte per Roma dopo aver annunciato ai giornalisti che porta con sé “tutti i documenti relativi al processo per il tesoro dell’oro di Dongo… Non c’è dubbio – aggiunge – che il tesoro di Dongo debba considerarsi preda bellica agli effetti dell’art. 236 del codice penale militare”.
Il 15 marzo, senza alcuna motivazione, il generale Leone Zingales viene destituito dall’incarico e gli atti relativi al processo per l’oro di Dongo sono trasmessi alla Corte di cassazione.
Tre giorni più tardi, il 18 marzo, Alcide De Gasperi informa monsignor Giovanni Battista Montini che i comunisti hanno deciso di votare a favore dell’inserimento nella Costituzione dei Patti del Laterano.
Il 21 marzo, Ruggero Grieco, in un’intervista concessa a “Toscana nuova” afferma che il Partito comunista voterà contro l’inserimento del Concordato nella Costituzione, perché rappresenta “patti sottoscritti dal fascismo e che contengono anche principi contrari alla Costituzione stessa”.
Le affermazioni dell’alto dirigente comunista sono clamorosamente smentite da Palmiro Togliatti che, il 24 marzo, ordina al gruppo parlamentare comunista convocato per l’occasione di votare a favore dell’inserimento dei Patti lateranensi nella Costituzione.
La correlazione fra l’insabbiamento del processo per l’oro di Dongo del 15 marzo 1947, con l’invio degli atti in Cassazione, e la decisione clamorosa di Palmiro Togliatti di votare a favore dell’inserimento del Concordato nella Costituzione nove giorni più tardi, il 24 marzo, non sfugge agli osservatori più attenti i quali non esiteranno a parlare di “Dongo ut des”.
È solo un esempio, questo del processo per l’oro di Dongo, di come sia possibile usare la magistratura per fini politici, anzi perfino per scopi personali, per faide interne alla stessa Democrazia cristiana.
Lo prova il caso della morte di Wilma Montesi, rinvenuta cadavere sulla spiaggia di Torvajanica, a Roma, il 16 aprile 1953.
Sulla morte della ragazza s’imbastisce una speculazione politica che ha come protagonista l’allora ministro degli Interni Amintore Fanfani che si propone la liquidazione politica dell’alto dirigente democristiano Attilio Piccioni.
Il figlio di quest’ultimo, Piero, viene difatti indicato da alcuni testimoni come correo nella morte di Wilma Montesi e partecipante assiduo a certi “festini” svoltosi in ville di Capocotta.
Tanto basta perché Fanfani crei uno scandalo politico-giudiziario che finirà per travolgere Attilio Piccioni, con il concorso di giornalisti, ufficiali dei carabinieri e, soprattutto, del magistrato incaricato di condurre l’inchiesta, Raffaele Sepe.
Sepe lavora molto con i giornalisti e sul suo conto, il 25 settembre 1954, il capo della polizia Giovanni Carcaterra può scrivere:
“Magistrato tronfio, ambiziosissimo, ma di buona cultura giuridica, non è attualmente ben visto dai suoi colleghi quali, prescindendo da ogni considerazione sul suo operato nell’odierna vicenda, lo considerano un esibizionista amante di pubblicità”.
Cancellata la “buona cultura giuridica”, il ritratto si adatta perfettamente a Felice Casson che in Sepe ha un precursore e un esempio, perfino nello scegliersi come punto di riferimento politico all’interno della Democrazia cristiana Giulio Andreotti, del quale il disinvolto magistrato si proporrà come consigliere giuridico.
Nell’estate del 1956, dopo che l’anno precedente la Germania federale è entrata a far parte dell’Alleanza atlantica, il governo decide di bloccare ogni azione penale a carico di ufficiali tedeschi che hanno operato in Italia dopo l’8 settembre 1943.
E’ una scelta politica che suscita malumori negli ambienti militari che non vedono con favore la nomina di un generale tedesco ai vertici della Nato specie quando questi è il fratello dì un ufficiale che ha avuto un ruolo preminente nella fucilazione dei militari italiani della divisione “Acqui” a Cefalonia nel mese di settembre del 1943.
Per tacitare le proteste dei più facinorosi giunge puntuale il tintinnio delle manette.
Il 23 novembre 1956, a conferma che la storia si può scrivere in modo difforme da come viene oggi raccontata, il giudice istruttore militare di Roma, Carlo Del Prato, spicca un mandato di comparizione a carico di Renzo Apollonio ed altri ufficiali della divisione “Acqui” sopravvissuti, ipotizzando a loro carico i reati di rivolta continuata, cospirazione ed insubordinazione con minaccia verso superiore ufficiale, per aver disobbedito agli ordini di “desistere da ogni atto ostile e di predisporre la cessione ai tedeschi delle armi pesanti”, inducendo “la truppa alla rivolta per commettere atti di ostilità contro i tedeschi al fine di creare il ‘fatto compiuto’” e, in questo modo, contrastare militarmente le truppe germaniche.
In altre parole, la responsabilità del massacro di Cefalonia non ricade sui tedeschi ma sugli ufficiali che disobbedendo all’ordine del comandante della divisione “Acqui” di cedere le armi, aprirono il fuoco sui tedeschi provocando la loro rappresaglia.
Militare o civile la “giustizia” costituisce un deterrente in grado di bloccare ogni protesta. E, difatti, Renzo Apollonio e gli altri ufficiali tacquero per sempre.
Ma è negli anni Settanta e seguenti che l’uso politico della giustizia diviene prassi costante e clamorosa nella quale si distingue l’allievo prediletto di Alcide De Gasperi: Giulio Andreotti.
Andreotti, presidente del Consiglio designato dei “golpisti”, promuove a partire dal mese di gennaio del 1973 una seconda inchiesta sul cosiddetto “golpe Borghese”, dal nome dell’ex comandante della Xa Mas, Junio Valerio Borghese, del 7-8 dicembre 1970.
Affida le indagini al generale Gianadelio Maletti, responsabile dell’ufficio “D” del Sid preposto alla difesa della sicurezza interna, che tramite il capitano Antonio Labruna raccoglie le confessioni di Remo Orlandini, braccio destro di Junio Valerio Borghese, e di altri “congiurati” e redige per Giulio Andreotti un rapporto nel quale ricostruisce, con nomi e cognomi, l’ambiente “golpista” e le relative responsabilità.
L’esponente politico-mafioso che Filippo De Jorio bollerà come “Giuda” (e qualcuno subito dopo gli sparerà alle gambe ) gestirà il rapporto del Sid per fini personali e politici, decidendo chi dovrà finire sotto processo e chi no, per affidare infine nell’autunno del 1974 al sostituto procuratore della Repubblica di Roma Claudio Vitalone, uomo di sua assoluta fiducia, l’incarico di procedere e di perseguire penalmente i “golpisti”.
Ne verrà fuori una vicenda giudiziaria grottesca dalla quale usciranno indenni tutti: dal capo golpista Giulio Andreotti che nessuno oserà chiamare in causa esplicitamente all’ultimo dei “congiurati”, tutti assolti, anche i rei confessi, per non aver commesso il fatto.
Giulio Andreotti potrà trasformarsi con la complicità del Partito comunista italiano da “golpista” a “difensore della democrazia”, da guida degli “eversori neri” nel loro più spietato persecutore e proseguirà in una carriera politica sempre più sfolgorante.
Ci prende gusto, Giulio Andreotti, e difatti nell’autunno del 1978, per favorire la formazione guidata da Mario Tedeschi, “Democrazia nazionale”, e togliere voti al Movimento sociale italiano di Giorgio Almirante, ordinerà al direttore del Sismi, generale Giuseppe Santovito di far riaprire l’inchiesta sull’attentato di Peteano di Sagrado del 31 maggio 1972.
La storia dell’attentato di Peteano e dei successivi depistaggi, Giulio Andreotti la conosce bene fin dall’inizio perché era lui il presidente del Consiglio nel giugno del 1972, sa quindi che Carlo Cicuttini era segretario della sezione del Msi-Dn di Manzano del Friuli, che per farlo operare alle corde vocali (lui aveva telefonato attirando i carabinieri nella trappola mortale) Giorgio Almirante gli aveva fatto inviare 35 mila dollari peraltro mai a lui pervenuti, ma solo ora la verità gli serve politicamente per danneggiare il Msi ed il suo segretario.
L’operazione fallirà così come “Democrazia nazionale”, ma con l’incauta decisione di riaprire l’inchiesta sull’attentato del 31 maggio 1972, Giulio Andreotti ed il servizio segreto militare scopriranno che se ad essi si addice il ruolo di burattinai non tutti gli uomini sono disposti a ricoprire il ruolo dei burattini.
Ne riparleremo.
La riapertura dell’inchiesta sull’attentato di Peteano di Sagrado imposta da Giulio Andreotti sarà posta, poi, alla base di una speculazione politica dal quale l’unico a trarne vantaggi personali sarà il giudice istruttore di Venezia Felice Casson.
Procediamo con ordine.
Si è detto e si continua a dire, solo perché affermato dallo stesso Felice Casson, che la scoperta dell’esistenza della struttura Gladio nell’estate del 1990, è scaturita dalle indagini fatte sull’attentato del 31 maggio 1972 da cotanto ex magistrato e, in modo specifico, dalle dichiarazioni che io avrei rese a lui a partire dal 20 giugno 1984.
È falso.
È solo una volgare menzogna sulla quale Felice Casson ha costruito la sua carriera politica.
La scoperta dell’esistenza della struttura segretissima denominata “Gladio” è dovuta all’inchiesta sul sabotaggio dell’aereo “Argo 16″, fatto esplodere sul cielo di Marghera dai servizi segreti israeliani il 22 novembre 1973, condotta dal giudice istruttore di Venezia Carlo Mastelloni.
Lo dicono i fatti e le date.
Il giudice istruttore Carlo Mastelloni, nel corso della sua inchiesta, la sola condotta con serietà nei confronti dei servizi segreti israeliani, scopre che l’aereo esploso in volo a Marghera, l'”Argo 16″, era in dotazione al servizio segreto militare e che era adibito al trasporto di armi e di uomini condotti nella base segreta di Alghero (Sardegna) per esservi addestrati, non solo militari ma anche ex militari e civili.
Non basta, Carlo Mastelloni accerta l’esistenza di depositi di armamento ubicati nella zona Nord-est del Paese che, ufficialmente, non sono di pertinenza delle Forze armate bensì di una struttura la cui esistenza è segreta, anzi ufficialmente negata.
Come si vede gli elementi per affermare che il giudice istruttore Carlo Mastelloni ha scoperto l’esistenza della struttura “Gladio” ci sono tutti:
–    la base segreta di Alghero per l’addestramento di civili ed ex militari;
–    il mezzo di trasporto, l”‘Argo 16”;
–    i depositi clandestini di armi, munizioni ed esplosivi, i cosiddetti “Nasco”;
–    qualcuno dei responsabili come il generale Gerardo Serravalle che Carlo Mastelloni interrogherà il 20 aprile 1989.
Per giungere alla conclusione dell’indagine manca solo il riconoscimento ufficiale da parte del governo che, viceversa, opporrà il segreto di Stato.
È doveroso porre in rilievo come non ci siano connessioni di sorta con le indagini sull’attentato di Peteano di Sagrado, con la mia persona, con le mie dichiarazioni sull’esistenza di “strutture parallele” dello Stato coinvolte nella guerra politica.
L’inchiesta e le indagini del giudice istruttore Carlo Mastelloni non fanno riferimento, nemmeno indirettamente, ad episodi diversi da quello dell’abbattimento dell'”Argo 16” sul cielo di Marghera il 23 novembre 1973, non richiamano verbali e testimonianze di altre inchieste.
L’indagine del giudice istruttore Carlo Mastelloni si svolge in un ambiente esclusivamente militare e tende ad accertare le responsabilità dei servizi segreti israeliani nell’omicidio di quattro militari italiani (l’equipaggio dell”‘Argo 16″) e quelle di quanti in Italia si erano prodigati per cancellare le tracce di una strage che porta impresso il marchio della Stella di David.
E’ una verità, questa ora affermata, che non si può smentire.
Il 18 ottobre 1988, il giudice istruttore di Venezia Carlo Mastelloni chiede al Sismi informazioni relative a “plurimi depositi di armamento siti in Veneto e nella zona nordorientale del Paese… destinati a civili o ex militari addestrati… nel Centro occulto sito in Alghero, Sardegna”.
C’è, in questa richiesta, tutto quello che serve per dire che il segreto su “Gladio” non esiste più, che è stato scoperto tutto quello che c’era da scoprire.
Ma il 20 ottobre 1988, l’ammiraglio Fulvio Martini, direttore del Sismi, oppone al giudice Carlo Mastelloni il segreto di Stato:
“Comunico che tutti i dati richiesti sono coperti dal segreto di Stato. Il Presidente del Consiglio dei ministri, informato per le vie brevi, ha autorizzato quanto sopra”.
Il giudice istruttore Carlo Mastelloni non demorde e il 4 novembre 1988 si rivolge direttamente al presidente del Consiglio, Ciriaco De Mita, per chiedere la rimozione del segreto di Stato.
Richiesta legittima, ai sensi della legge 801 di riforma dei servizi segreti, perché Carlo Mastelloni sta indagando su una strage, reato per il quale non sarebbe opponibile il segreto di Stato.
Il 28 dicembre 1988, viceversa, il presidente del Consiglio Ciriaco De Mita conferma l’apposizione del segreto di Stato bloccando in questo modo l’inchiesta di Carlo Mastelloni.
La storia potrebbe finire qui, con l’amara conclusione di una verità scoperta dal giudice istruttore Carlo Mastelloni e negata da un presidente del Consiglio democristiano.
Il destino, però, ha disposto altrimenti.
Il 22 luglio 1989, torna a ricoprire la carica di presidente del Consiglio il rappresentante di “Totò o’curtu”, Giulio Andreotti.
Nel mese di ottobre del 1989, la casa editrice Arnaud di Firenze pubblica il mio libro, “Ergastolo per la libertà. Verso la verità sulla strategia della tensione”, all’interno del quale oltre a giudizi sprezzanti nei confronti di Felice Casson, c’è un passo dedicato alle “strutture parallele”:
In Italia – scrivevo – esiste “un’organizzazione segreta, composta di militari e di civili, alla quale sono affidati compiti politici e militari, in possesso di una rete di comunicazione propria, di armi, esplosivi ed uomini addestrati ad usarli. Una super organizzazione, questa, che da anni, dall’immediato dopoguerra, ha creato una struttura di comando parallela a quella ufficiale esistente ed ha arruolato ed addestrato all’uso delle armi ed al sabotaggio migliaia di uomini in tutto il Paese. Una super organizzazione che, in mancanza dell’invasione sovietica che non c’è stata, né ci poteva essere, si è assunta per conto della Nato il compito di evitare slittamenti a sinistra degli equilibri politici del Paese. Come lo ha fatto, con l’assistenza dei servizi segreti ufficiali, delle forze politiche e militari, lo sappiamo tutti anche se la paura impedisce a troppi di dire qualche parola che aiuti a far luce su questa realtà ancora presente nel nostro Paese”.
Il libro stampato nel mese di ottobre, compare nelle librerie nel mese di novembre.
Il 9 di quella stesso mese di novembre del 1989, cade il muro di Berlino e vengono aperte per la prima volta le frontiere fra la Germania federale e quella orientale.
È la fine del comunismo internazionale ed interno.
Fino a quel momento le mie dichiarazioni sulle “strutture parallele” hanno suscitato interesse solo in alcuni magistrati che, però, non hanno mai approfondito il tema né svolto indagini.
Il solo magistrato che ha negato alla radice ogni credibilità alle mie affermazioni è stato proprio lui: Felice Casson.
Il 15 aprile 1987, ascoltato in seduta segreta dalla Commissione d’inchiesta monocamerale presieduta dal democristiano Gerardo Bianco, Felice Casson si era esibito in un violento attacco personale alla mia persona, concluso con le fatidiche parole:
“Non credo ad una sola parola di quello che dice meno che alla sua personale responsabilità nella strage di Peteano”.
A dire il vero, il Casson nell’ordinanza istruttoria del 4 agosto 1986 si era impegnato a distruggere la credibilità dell'”imputato principale” e del testimone, mentre in quella del 3 gennaio 1989 non c’è riferimento alcuno alle mie dichiarazioni, tantomeno a quelle sulle “strutture parallele”.
Giunge, però, l’ora degli sciacalli.
Giulio Andreotti, oltre che degli affari della mafia, si occupa anche di quelli politici interni ed internazionali.
Il crollo del comunismo internazionale, la conversione fulminea alla socialdemocrazia dei comunisti italiani guidati da Achille Occhetto, la conoscenza pregressa dei fatti relativi ai depistaggi seguiti all’attentato di Peteano come presidente del Consiglio del tempo, l’ambizione di concludere la sua nefasta carriera come presidente della Repubblica obbligando Francesco Cossiga a dimettersi anzitempo (lo affermerà lo stesso Cossiga, senza essere smentito) con i voti del Pci, suggeriscono a Giulio Andreotti l’avvio di un’operazione che preveda ancora una volta l’uso politico della giustizia.
Per fare un’operazione “sporca” servono gli uomini adatti, e a compare Giulio Andreotti non manca la capacità di individuarli.
Il fine dell’operazione è quello di giungere ad elezioni anticipate per la presidenza della Repubblica proponendo sé stesso come candidato sostenibile anche dai parlamentari comunisti, ed il mezzo è rappresentato da uno scandalo che possa travolgere Francesco Cossiga che di “Gladio” è stato uno dei responsabili politici.
Lo scandalo si crea collegando la struttura “Gladio” ad un attentato di indubbia gravità come quello di Peteano di Sagrado che, il 31 maggio 1972, aveva provocato la morte di tre carabinieri.
Le mie dichiarazioni, fino a quel momento trascurate, neglette, non considerate anzi addirittura bollate come inattendibili da Felice Casson divengono ora preziose per stabilire un collegamento fra la struttura e l’attentato, fra Gladio ed il sottoscritto.
Come abbiamo visto nelle pagine precedenti, della struttura segreta il giudice istruttore Carlo Mastelloni ha scoperto tutto quello che c’era da scoprire, addirittura nel 1988, ma è stato fermato dal segreto di Stato.
Giulio Andreotti, in quel mese di dicembre del 1989, avrebbe dovuto semplicemente rimuovere il segreto di Stato, ammettere l’esistenza della struttura “Gladio” e consentire al giudice istruttore Carlo Mastelloni di proseguire e concludere la sua inchiesta che, però, verte su una strage commessa dai servizi segreti israeliani, quindi non serve.
Inoltre, Carlo Mastelloni è una persona onesta come uomo e come giudice, qualità che lo rendono inviso a Giulio Andreotti e, soprattutto, inutile per il conseguimento degli obiettivi che si è prefisso il presidente del Consiglio.
Per i propri scopi, Andreotti necessita di un uomo ”tronfio e ambiziosissimo”, assolutamente privo di scrupoli e di senso morale: Felice Casson.
Il 6 dicembre 1990, a poche settimane di distanza dalla pubblicazione di “Ergastolo per la libertà”, si presenta da Felice Casson il generale Pasquale Notarnicola, ex responsabile della Ia divisione del Sismi.
L’ufficiale parla con Casson dei depositi di armi ed esplosivi, stabilisce un collegamento arbitrario fra lo spostamento dei “Nasco” iniziato nella primavera del 1972 e l’attentato di Peteano, riferisce che l’ammiraglio Fulvio Martini conosceva in quegli anni i nomi degli autori dell’attentato.
E’ attendibile il generale Pasquale Notarnicola?
Forse no, se non altro perché il 28 giugno 1989 era stato rinviato a giudizio insieme al generale Ninetto Lugaresi ed altri proprio dal giudice istruttore Carlo Mastelloni per aver favorito la fornitura di armi da parte dell’Olp alle Brigate rosse.
In ogni caso, Notarnicola viola il segreto di Stato imposto dal presidente del Consiglio Ciriaco De Mita quasi un anno prima, distoglie l’attenzione dall’inchiesta sul sabotaggio dell’aereo “Argo 16″ condotta dal giudice istruttore Carlo Mastelloni e traccia la pista che è politicamente più opportuna per Giulio Andreotti coinvolgendo la struttura “Gladio” nell’attentato di Peteano di Sagrado del 31 maggio 1972.
Felice Casson intuisce che quella che gli viene offerta è un’opportunità unica, quella che gli consentirà di creare il piedistallo sul quale basare la sua futura carriera politica, e s’impegna nella nuova indagine.
Solo che Casson fino a quel 6 dicembre 1989 non ha mai preso in considerazione le mie dichiarazioni sulle “strutture parallele”, non ha mai svolto alcuna indagine ed ora deve iniziare da zero.
Il ragionamento di Felice Casson è da sempliciotti: se conosco l’esistenza della struttura segretissima, la sua organizzazione, le sue finalità è perché ne ho fatto parte, ne sono stato almeno contiguo e l’attentato di Peteano di Sagrado rientra fra quelli organizzati dai “servizi deviati” nell’ambito della strategia della tensione.
Il pensiero che io possa aver riunito frammenti di informazione nel corso di anni di attività politica nell’estrema destra per giungere alla certezza dell’esistenza di questa organizzazione non lo sfiora, ma per evitare smentite Felice Casson non chiederà mai di interrogarmi sul punto.
Dal nulla che ha, Casson può iniziare la sua indagine dall’atto istruttorio più ovvio: interroga, il 15 gennaio 1990, l’ammiraglio Fulvio Martini, direttore del Sismi, che ovviamente nega tutto.
Felice Casson non sa niente e la prova della sua ignoranza viene dalla richiesta che, il 19 gennaio 1990, fa direttamente al presidente del Consiglio Giulio Andreotti al quale chiede documentazione utile per accertare “se nel periodo 1972-73-74 siano stati effettuati nel Friuli Venezia Giulia trasferimenti di depositi (segreti) di armi, munizioni ed esplosivi a disposizione dei Servizi di sicurezza”.
Si metta a confronto la genericità della richiesta con quella dettagliata presentata dal giudice istruttore Carlo Mastelloni al presidente del Consiglio Ciriaco De Mita, il 4 novembre 1988, e si ha la dimostrazione che Felice Casson non ha la più pallida idea della struttura sulla quale dovrebbe indagare.
Alla richiesta di Felice Casson del 19 gennaio 1990, il presidente del Consiglio Giulio Andreotti dovrebbe dovuto rispondere nella maniera più coerente, confermando cioè il segreto di Stato opposto a Carlo Mastelloni dal suo predecessore Ciriaco De Mita.
Andreotti, viceversa, tace.
La ragione del comportamento del presidente del Consiglio è evidente: consentire a Felice Casson di proseguire nelle sue indagini e guadagnare tempo in attesa del momento opportuno per svelare l’esistenza di “Gladio”.
Ma i mesi passano e Felice Casson, al solito, non scopre un bel niente, neanche un indizio irrisorio che consenta a Giulio Andreotti di procedere alla revoca del segreto di Stato.
Il giudice istruttore Carlo Mastelloni, viceversa, chiede ancora una volta la revoca del segreto di Stato che viene negata, il 18 aprile 1990, dal capo di Stato maggiore del Sismi generale Paolo Inzerilli.
Il 5 maggio 1990, Giulio Andreotti riceve dal direttore del Sismi, ammiraglio Fulvio Martini, un “appunto” sulla storia delle Stay-behind e dei loro compiti, redatto su richiesta dello stesso presidente del Consiglio, che si rende conto che ormai è prossimo il tempo di agire per favorire Felice Casson.
Il 17 maggio 1990, Giulio Andreotti decide di violare il segreto di Stato informando Felice Casson che “nell’aprile del 1972 fu deciso e iniziato il recupero di armi, munizioni e esplosivi dislocati a suo tempo in zone di possibile occupazione nemica”.
La singolarità del comportamento di Andreotti è data dal fatto che nella comunicazione inviata a Felice Casson gli ricorda che il giudice istruttore Carlo Mastelloni aveva presentato a suo tempo analoga richiesta alla quale era stato opposto il segreto di Stato.
La malafede di Giulio Andreotti è evidente. Sceglie di violare il segreto di stato per consentire a Felice Casson di andare avanti, ovvero di rivolgersi ancora a lui come vedremo, ma non lo revoca perché in tal caso Carlo Mastelloni avrebbe potuto riprendere le indagini e rivendicare la titolarità dell’inchiesta con la trasmissione al proprio ufficio anche degli atti istruttori compiuti da Felice Casson.
Quello fra Giulio Andreotti e Felice Casson è un gioco di squadra finalizzato al raggiungimento di un obiettivo politico, non giudiziario.
Casson esulta perché ora ha prova certa che compare Andreotti conta su di lui e lui può contare sul compare.
Difatti, proseguendo in questo anomalo rapporto fra un giudice istruttore ed un presidente del Consiglio, Felice Casson chiede ad Andreotti, il 21 maggio 1990, maggiori delucidazioni in particolare sul conto dell’ammiraglio Fulvio Martini e sulla sua partecipazione al ritiro dei depositi di armi, munizioni ed esplosivi in Friuli.
In pratica, Casson indaga sul conto del direttore del Sismi, Fulvio Martini, in collaborazione con il presidente del Consiglio Giulio Andreotti che, il 2 luglio 1990, gli farà pervenire la risposta contenente dettagli sulla carriera militare dell’alto ufficiale.
Il rapporto fra Giulio Andreotti e Felice Casson è ormai consolidato e così, senza aver mai scoperto nulla, il magistrato, il 7 giugno 1990, chiede al primo un incontro che avviene il 20 luglio 1990.
Sul contenuto del colloquio con Giulio Andreotti, il ciarliero Felice Casson non ha mai detto nulla, anche se qualcosa si evince dalla lettera che lo stesso 20 luglio il presidente del Consiglio invia al presidente del Cesis per comunicargli la sua decisione di autorizzare Felice Casson a recarsi presso la sede del Sismi per prendere visione e prelevare documenti relativi all’indagine che sta compiendo.
Quale sia l’indagine non è dato da sapere.
In questo modo, senza aver mai scoperto nulla ma forte dell’ipotesi suggeritagli il 6 dicembre 1989 dal generale Pasquale Notarnicola sul collegamento fra l’attentato di Peteano di Sagrado e la struttura “Gladio”, Felice Casson si reca a Forte Braschi, sede del Sismi, e “scorre” quanto aveva già scoperto due anni prima, nel 1988, il giudice istruttore Carlo Mastelloni.
L’operazione politica ora può svilupparsi pienamente con l’attacco a Francesco Cossiga, al quale partecipa entusiasticamente Felice Casson come preventivato da Giulio Andreotti.
Il 3 agosto 1990, Giulio Andreotti scopre le carte del gioco che ha diretto utilizzando Felice Casson. Si reca, difatti, nella sede della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi e s’impegna a trasmettere una relazione predisposta dallo Stato maggiore sulla Stay-behind, proseguendo:
“Sulla base di quanto mi è stato riferito dai servizi, tali attività sono proseguite fino al 1972, dopodiché sì è ritenuto che non ve ne fosse più bisogno. Sia sul problema in generale, sia sullo specifico accertamento fatto in occasione dell’inchiesta sulla strage di Peteano da parte del giudice Casson, fornirò alla Commissione tutta la documentazione necessaria”.
La malafede di Andreotti è evidente, difatti la relazione predisposta dallo Stato maggiore avrebbe dovuta essere consegnata al Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti e non certo alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi, e lo “specifico accertamento” fatto da Felice Casson sull’attentato di Peteano non ha dato risultato.
La conferma viene dallo stesso Felice Casson che, interpellato il 27 ottobre 1990 dal sostituto procuratore della Repubblica di Roma Franco Ionta per sapere se nell’inchiesta sull’attentato di Peteano ci siano elementi riferibili a “Gladio”, risponde che non ce ne sono e si dichiara disposto a dichiarare la propria incompetenza ad indagare sulla struttura.
Insomma, un bluff.
Come già nel 1973-74 aveva utilizzato il generale Gianadelio Maletti e il fidato Claudio Vitalone per imbastire il processo per il “golpe Borghese” e trasformarsi da imputato in accusatore, così nel 1989-90 Giulio Andreotti usa il generale Pasquale Notarnicola e l’affidabilissimo Felice Casson per mettere alle corde Francesco Cossiga e proporsi come presidente della Repubblica con l’appoggio del Partito comunista italiano, al quale offre lo smantellamento di una delle strutture segrete utilizzate nel corso della guerra fredda, ipotizzandone il diretto coinvolgimento in un attentato nel quale avevano perso la vita tre carabinieri.
Come Giulio Andreotti, anche Francesco Cossiga conosce bene la verità sull’attentato del 31 maggio 1972, quindi reagisce rabbiosamente alla manovra che vede il suo collega di partito come mandante e Felice Casson come esecutore, ma non si dimette.
L’operazione si rivela fallimentare, anzi si rivolge contro chi l’ha ordita.
Il tempo dell’impunità per Giulio Andreotti volge al termine e nel giro di due anni sarà lui a trovarsi sotto accusa per i rapporti con la mafia.
Svelare l’esistenza di una struttura segreta della Nato, con ripercussioni in tutta Europa, per una faida interna alla Democrazia cristiana e tentare la scalata alla presidenza della Repubblica costa caro a Giulio Andreotti che per la prima volta vede rivolgersi l’arma giudiziaria contro di lui.
Il solo a trarre beneficio dall’operazione è Felice Casson che, nel corso degli anni, grazie ai rapporti politici e giornalistici che coltiva assiduamente, riesce ad imporsi all’opinione pubblica come lo “scopritore” di “Gladio”, come già aveva fatto per l’inchiesta sull’attentato di Peteano di Sagrado.
E, su una fama immeritata e mendace, riesce a farsi portare in Senato da quell’ex Partito comunista i cui interessi Felice Casson ha sempre servito.
La verità, viceversa, è quella che abbiamo documentata in queste pagine basandoci sui fatti e sulle prove che vedono il giudice istruttore Carlo Mastelloni giungere all’individuazione della struttura segreta, delle sue articolazioni, della sua base segreta, del suo mezzo di trasporto e dei suoi depositi clandestini di armi, munizioni ed esplosivi nel 1988, ben due anni prima della “scoperta” ufficiale.
Una verità, quella raggiunta da Carlo Mastelloni, che è stata bloccata da due presidenti del Consiglio – Ciriaco De Mita e Giulio Andreotti – e poi dirottata per abietti motivi dal secondo nell’ufficio di Felice Casson che, come aveva già fatto per l’attentato di Peteano di Sagrado, si è ben prestato a prendersi il merito di aver scoperto quello che altri prima di lui e meglio di lui avevano scoperto ed affermato.
Giulio Andreotti sapeva bene di non poter contare sulla complicità del giudice istruttore Carlo Mastelloni per portare a termine la sua manovra politica.
I disonesti sanno riconoscere gli onesti. E Andreotti sapeva che Carlo Mastelloni ha sempre fatto esclusivamente il giudice e il giudice avrebbe continuato a fare, che avrebbe certamente indagato sulla ipotesi suggerita dal generale Pasquale Notarnicola del collegamento fra Peteano e Gladio ma, poi, avrebbe finito per smentirla per assoluta mancanza di indizi.
Non restava, pertanto, che Felice Casson le cui inchieste erano di tipo giornalistico-giudiziarie e capace, per assoluta mancanza di scrupoli e smisurata ambizione, di trasformare una mera ipotesi in una certezza, sia pure giornalistica e non giudiziaria, sulla quale speculare per ricavarne tante interviste e tanta pubblicità per, poi, farei un suo ingresso che riteneva trionfale in politica.
Ma la mediocrità dell’individuo è emersa in tutta la sua evidenza nei tentativi grotteschi di farsi eleggere sindaco a Venezia, per due volte, senza riuscirci e nel restare confinato nel ruolo di sherpa senatoriale.
Rimane ancora irrisolto il problema dell’uso politico della giustizia, della facilità irrisoria con la quale uomini politici possono manovrare a loro piacimento la magistratura promuovendo inchieste, determinando processi e condizionandone a priori l’esito.
Un problema che investe direttamente la politica e la magistratura, perché senza la complicità consapevole di tanti magistrati tutto questo non sarebbe mai accaduto né potrebbe ancora ripetersi.
Non si può governare la magistratura con un Consiglio superiore che è un mero organo politico in cui gli amici e gli amici degli amici riescono puntualmente a garantire le carriere di magistrati che, ictu oculi, rappresentano gli interessi dei partiti di riferimento e non quelli della giustizia.
Allo stato possiamo pacificamente escludere che il potere giudiziario sia indipendente da quello esecutivo, e lo provano le carriere prima giudiziarie e poi politiche di tanti magistrati che rappresentano l’aspetto deteriore di una magistratura che preferisce servire gli interessi della politica e dei politici piuttosto che quelli della legge e della giustizia.
L’esempio che abbiamo portato in queste pagine è solo uno dei tanti che costellano la storia della magistratura italiana nel dopoguerra, e che hanno finito per togliere all’ordine giudiziario ogni credibilità.
Ci sono uomini, magistrati, che in silenzio hanno fatto e continuano a fare il loro dovere. Abbiamo citato in passato Guido Salvini ed ora Carlo Mastelloni, attualmente procuratore della Repubblica a Trieste, che dovrebbero essere portati ad esempio dinanzi ad un’opinione pubblica che, viceversa, ha sempre assistito sconcertata alle esibizioni dei Claudio Vitalone e dei Felice Casson (solo per citare due esempi) e si è sempre chiesta chi dovrebbe proteggere questo popolo dall’ingiustizia e dalla menzogna se questi sono i campioni della magistratura passati poi alla politica.
La risposta si trova nello ristabilimento delle verità travisate e falsificate, e nei provvedimenti da assumere a carico di quanti hanno trasformato il mestiere di giudice in un redditizio affare personale.
Nulla di eccezionale serve fare per condannarli all’oblio: è sufficiente applicare le norme del codice penale che sanzionano il millantato credito, il depistaggio e la calunnia.
È il modo migliore per iniziare a ripulire Tribunali e Parlamento.
Vincenzo Vinciguerra
 
                                                                                                                                                              

mercoledì 18 novembre 2015

GIOVANNINO GUARESCHI

 

– Giovannino Guareschi

Ripropongo qui la vicenda giudiziaria di Giovannino Guareschi, autore di ‘Don Camillo‘ e all’epoca direttore responsabile del periodico Candido.
La ripropongo qui perchè ha a che fare con i bombardamenti anglo-americani.
La causa gli era stata intentata dall’on. Alcide De Gasperi (allora Presidente della neo nata Repubblica) che si era sentito diffamato per la pubblicazione di due lettere, dichiarate poi false dal Tribunale, e del commento alle stesse dello che Guareschi scrisse su Candido. All’imputato venva garantita “ampia facoltà di prova”.
Ma vediamo i fatti.
Si trattava di due lettere nelle quali De Gasperi, all’epoca rifugiato in Vaticano, chedeva ‘a cuore ‘stretto‘ agli Alleati il bombardamento di alcuni quartieri periferici di Roma ‘allo scopo di venire affiancati dalla popolazione romana nell’insurrezione‘.
Nella memoria collettiva degli Italiani vi è una certezza: le lettere erano un falso su cui l’ingenuo, ma onesto Guareschi era inciampato.
Le lettere in questione erano state tra l’altro presentate ad altri giornali (e da questi rifiutate), prima di arrivare al Candido.
Al termine del processo, Guareschi venne condannato a tredici mesi di carcere. Lo scrittore, non solo non presentò appello contro la sentenza, ma si affrettò a raggiungere spontaneamente la galera, senza battere ciglio. Commentò:

«Per rimanere liberi bisogna, a un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione».
Restano però tuttora senza risposta alcune domande:
  • Se le carte pubblicate da Guareschi erano una bufala perché dopo oltre mezzo secolo se ne continua a parlare, quando perfino della bufala dei falsi diari di Hitler dopo una settimana non se ne discuteva più?
  • Se quei documenti erano falsi, perché il Tribunale decise di distruggerli?
  • Flaminio Piccoli, stretto collaboratore di De Gasperi, a proposito del processo dichiarò: «che il clima politico possa aver influito sui giudici non lo nego». Perché “influirono” sui giudici?
  • Una delle lettere attribuite a De Gasperi era stata scritta su carta intestata della Segreteria di Stato del Vaticano. Perché il Vaticano non intervenne mai per chiarire che quella lettera era un falso? E perché da quel momento Pio XII non ha più voluto incontrare De Gasperi?
  • Se i documenti erano falsi perché Andreotti sosteneva, invece, che avevano una “capacità disgregatrice”?
  • Il Presidente del Consiglio Mario Scelba, all’indomani del processo, irruppe nel domicilio privato di Guareschi pretendendo che lo scrittore facesse ricorso in appello. È mai possibile che il capo di un governo si scomponga tanto per una semplice bufala?
  • De Gasperi chiese ufficialmente a Churchill di verificare se negli archivi inglesi non esistesse, per caso, una copia di questi documenti “falsi”. Risulta a qualcuno che a Londra si divertano ad archiviare documenti falsi?
Ma vediamo come si svolse il processo.
A Guareschi fu negata una perizia sulle lettere. La motivazione la si legge nella Sentenza n. 896 del 15 aprile 1954 del Tribunale Civile di Milano – sezione 3ª nella causa penale contro Giovannino Guareschi:
Dalle considerazioni di cui innanzi, anche senza tener conto dei dinieghi della parte lesa [De Gasperi, N.d.R.] che, per aver prestato giuramento, per il nostro sistema processuale, va creduta, appare evidentemente che le lettere riportate sul Candido non possono essere che false.”
In altre parole ciò significa che avendo De Gasperi giurato che le lettere erano false, gli si doveva credere e pertanto non era ammissibile alcuna prova contraria. La parola di uno o più  periti infatti non poteva valere, nemmeno lontanamente, la parola di De Gasperi.
L’unica perizia alle due lettere pubblicate su Candido fu quella effettuata dal perito calligrafo Umberto Focaccia accreditato presso il Tribunale di Milano. La perizia era favorevole all’autenticità delle due lettere, fu citata nella Sentenza, ma il Tribunale non ne tenne conto.
Dagli atti allegati al processo, infatti si legge:
…copia fotografica della prima lettera pubblicata da GG sul n. 4 di Candido del 24 gennaio 1954 ( in edicola il 20 gennaio 1954 ) a pagina 21. A pagina 20 dello stesso numero il testo delle dichiarazioni che sono state aggiunte a questa copia per certificarne l’autenticità: la dichiarazione del notaio Bruno Stamm di Locarno che certifica che la copia fotografica corrisponde all’originale in sue mani; le autentiche della firma del notaio; la dichiarazione di autenticità della firma “Degasperi” di Umberto Focaccia, perito calligrafo accreditato presso il Tribunale di Milano, e l’autentica rilasciata dal notaio della firma del perito. In questa riproduzione di Candido si legge solo la prima parte della dichiarazione del notaio Bruno Stamm di Locarno. L’altra parte delle “aggiunte” è visibile nella riproduzione della seconda parte della copia fotografica della lettera che viene qui pubblicata (forse) per la prima volta…
…copia fotografica della seconda lettera pubblicata da GG sul n. 5 di Candido del 31 gennaio 1954 (in edicola il 27 gennaio 1954) a pagina 20. Nella stessa pagina GG pubblica il testo delle dichiarazioni che sono state aggiunte a questa copia per certificarne l’autenticità: la dichiarazione del notaio Bruno Stamm di Locarno che certifica che la copia fotografica corrisponde all’originale in sue mani; le autentiche della firma del notaio; la dichiarazione che la scrittura del testo e della firma sono autentiche di Degasperi di Umberto Focaccia, perito calligrafo accreditato presso il Tribunale di Milano. In questa riproduzione di Candido si legge solo la prima parte della dichiarazione del notaio Bruno Stamm di Locarno. L’altra parte delle “aggiunte” è visibile nella riproduzione della seconda parte della copia fotografica della lettera che viene qui pubblicata (forse) per la prima volta…
Ricordo che gli originali delle due lettere furono consegnate al Tribunale dal Notaio Bruno Stamm al Presidente del Tribunale il 14 aprile 1954.
Ma c’è di più. Il Tribunale infatti non solo rifiutò la richiesta deella difesa di Guareschi di provare l’autenticità delle lettere, ma rifiutò anche all’accusa di esaminare i documenti. La Pubblica Accusa infatti chiese di esaminare gli autografi attribuiti a De Gasperi.  “Non ho il menomo dubbio”, disse “che i documenti siano falsi di sana pianta“. Il processo fi sospeso e all’udienza successiva si assistette ad un fatto davvero penoso: Il Pubblico Ministero ritrattava tutto e chiedeva scusa per aver osato richiedere l’esame delle prove. “Un eccesso di scrupolo“, si giustificò balbettando. Ci troviamo quindi di fronte ad un processo in cui l’imputato non ha la possibilità di difendersi e il Pubblico Ministero non ha la facoltà di sostenere l’accusa.
Per inciso voglio ricordare uno dei tanti falsi dell’Unità.
Il 29 luglio 1954, infatti, l’Unità pubblica con gran risalto la richiesta di grazia presentata dalla moglie in nome di Guareschi.
Notizia ovviamente falsa, come nella migliore tradizione di quel giornale.
Chiusa la parentesi, torniamo al processo.
Guareschi come detto fu condannato senza che gli venisse concessa la facoltà di prova.
Le famose lettere erano state rese disponibili, gratuitamente, al Candido da un certo De Toma, ex ufficiale della R.S.I..
Si aprì quindi, una volta concluso il processo contro Guareschi, un processo contro De Toma per aver divulgato le lettere ‘false‘.
Contrariamente al primo processo, qui vennero eseguite le perizie calligrafiche (eseguite da un collegio di tre periti), che concludevano che “non esistevano prove tali da permettere di stabilire inequivocabilmente la falsità delle lettere“.
Venne nomnato allora un superperito, il prof. Namias, che dichiarò invece che le lettere erano un falso. Siamo ad uno contro tre.
Si effettua quindi una controperizia, richiesta dalla difesa ed eseguita dai professori La Manna e Cannone. Questi riscontrarono che le lettere esaminate dal prof. Namias erano diverse da quelle pubblicate dal Candido e depositate al Tribunale che giudicò Guareschi e munite dell’attestazione di veridicità con l’autentica notarile.
Il De Toma fu quindi assolto, non essendo stata raggiunta la prova del falso nei suoi confronti.
Difficile, oggi, far pienamente luce sull’accaduto. Lascio a ciascuno il giudizio sui fatti.
Mi preme solo sottolineare come, anche allora, funzionasse la giustizia e richiamare l’attenzione su di un fatto (incerto per quel che riguarda De Gasperi, ma comune negli altri casi) su cui secondo me vale la pena di riflettere.
I bombardamenti alleati su obiettivi certamente non militari con innumerevoli vittime civili, veri e propri crimini di guerra rimasti impuniti, venivano quasi sempre pilotati da terra e richiesti da formazioni partigiane con lo scopo appunto di demoralizzare la popolazione civile ed ottenerne l’appoggi
o. 


domenica 15 novembre 2015

L'ULTIMO FASCISTA DI FIRENZE

 I vecchi bravi sono morti giovani

“Firenze è la più bella città della Penisola perché lì gli italiani ci accolsero sparandoci dai tetti.”
Generale Harold Alexander, comandante supremo delle forze alleate del Mediterraneo

L'ultimo fascista in città


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Si era messo all'ombra il sudicio. Proprio davanti alla facciata della chiesa, sul sagrato. Bello impettito, in posa, coi baffetti da attore e il fazzoletto rosso e il mitra a tracolla. Il suo  bel mitra americano. Ma gli ha detto male. L'ho messo nel mirino e ce l'ho lasciato, su quel sagrato.

Sono saltato sui tetti contigui, ho fatto quasi due isolati. Per fortuna sono vicini. Sono stanco morto. Non dormo da due giorni. Il fucile comincia a pesarmi. Mi fermo e mi accuccio nel lato interno di un cornicione. Dio come picchia il sole d'agosto. Madonna che sete.

Erano scesi in piazza ad accogliere una pattuglia di americani. Una piccola folla. Dicono che quando arriva il grosso delle truppe sfilano e regalano sigarette e cioccolata. E tutti che gli gettano fiori, che applaudono. Quelli che ieri li hanno bombardati. Gli italiani applaudono tutti. Una piccola folla dicevo, e una pattuglia alleata, e due col fazzoletto rosso e un carabiniere. Boni, anche quelli. Con due fucilate li ho rimandati tutti a casa. La cioccolata domani. Non ho ammazzato nessuno. Io non sparo sui civili. I banditi hanno cominciato a strepitare, a ordinare di di chiudere tutte le finestre e le persiane, poi di aprire le persiane e chiudere i vetri, poi di spalancare tutte le finestre e non affacciarsi. Ma io mi ero già dato.

Ho visto i volantini che abbiamo lasciato. Non avevo fatto in tempo a leggerli. C'era scritto:
“ Noi ritorneremo! Fra breve tempo, noi sferreremo l’offensiva, e sarà in quel momento che gli italiani fedeli alla Patria saranno compensati, sarà in quel momento che i traditori avranno la risposta che meritano. Noi non dimenticheremo nessuno di loro. Osservateli e ricordatevi dei loro nomi e del loro tradimento. Dio punirà i traditori e ricompenserà i fedeli ed i costanti.”
Che risate. Non c'è più nessuno invece. Tutti morti, tutti presi. Altri ancora hanno mollato.
Sono l'ultimo fascista in città.

Doveva arrivare un battaglione di paracadutisti tedeschi. Li hanno bloccati. Hanno le armi anticarro. I rivoluzionari con le armi anticarro pensavo. Americane. Mi veniva da ridere. Ma tant'è, li hanno fermati. Cosi ha detto la radio. Poi hanno ammazzato il radio-telefonista. I volantini del CLN invece dicono che ora i patrioti sono loro e i banditi siamo noi. Il mondo si è rovesciato.

Chissà dove sei Mirella. Ti troverai un tanghero col fazzoletto rosso e di me nemmeno parlerai più. Mi terrai nascosto come si fa con i segreti. Meglio cosi bella mia. Meglio cosi che rapata e in catene. Adiòs, si diceva in Spagna.

C'è un abbaino su tetto, scivolo dentro, qualche santo sarà.  La stanza è vuota. Anche il soggiorno accanto è vuoto. Nell'altra camera invece c'è un partigiano morto. Con un buco in fronte. E una mitragliatrice attaccata alla finestra. Che fortuna, penso. Nel fucile mi rimaneva una palla sola. Mi metto i vestiti del morto. Mi sfilo gli stivali, ho le piaghe sotto i piedi. Mi metto le scarpe del morto. La sua pistola tedesca e la fascia del CLN me li infilo in tasca. Torneranno buoni. Mi sfilo la camicia nera stracciata e macchiata di sangue. Sono in ritardo rispetto  al resto del paese. Ma io faccio per finta.

Mi guardo allo specchio. Ho la barba lunga, gli occhi scavati. I capelli sporchi. Mi siedo sul letto. Non mi sdraio, se no crollo. Nel soggiorno trovo dell'acqua. Bevo, avidamente. Torno in camera e accarezzo la mitragliatrice. È una Breda Modello 37, calibro 8 mm, fino a 460 colpi al minuto, più di un chilometro di gittata. Una scia di rossi spagnoli, di inglesi, di americani e di russi sulla coscienza. Con questa si può fare una bella festa. Due caricatori pieni. Chi si rivede, le sussurro. Mi apposto alla finestra. Aspetto.

Appena hanno sfondato il fronte e si è saputo che i tedeschi non passavano qualcuno ha deciso di arrendersi. Roba da pazzi. Se arrivano prima quelli degli inglesi sei fottuto. Fottuto per fottuto non mi arrendo. Tanto sono morto lo stesso. Sono un franco tiratore dicono. Mica  male come nome.

La finestra da su una piazza interna. È deserta. Arriva una coppia di inglesi. No, sono americani. Un caporale e un soldato. Metto il caporale nel mirino, lo fulmino. Il soldato si guarda intorno smarrito. Corre via urlando nel vicolo. Arriva sgommando una jeep. Ma non li accolgo col fucile. Una tempesta di piombo e di fiamme gli piove addosso dalla mia finestra. Canta mitraglia la rumba fulminante/chè legionari siam di Mussolini. Quando ho finito il primo caricatore non si distingue la jeep dagli occupanti. Il secondo lo lascio li. Ho deciso che tolgo il disturbo. Stanno arrivando i rinforzi. Peccato non poter portar via la Breda. Vorrei baciarla, ma ancora brucia.

Mentre esco dal retro mi fermo ad ascoltare. Stanno sparando come pazzi con le mitragliatrici. Ma contro una finestra vuota. Vado, prima che circondino l'edificio.


“Questo comando dispone: contro i franchi tiratori che sparano dalle finestre è perfettamente inutile rispondere con azioni di fucileria e di mitra dalle strade. Se non è possibile assaltare l’abitato e penetrarvi dentro per eliminare il nucleo nemico, conviene desistere dall’azione mantenendo la vigilanza sull’abitato stesso.”
Ordine del comando del CLN di Firenze, Agosto 1944

Potrei provare a raggiungere il mare, corrompere qualcuno, imbarcarmi per la Spagna. Da li potrei scrivere ai parenti in Argentina. Mi piacerebbe vedere Buenos Aires. Quasi non me lo ricordo com'è una città non bombardata. Ma è più probabile che finisca con una scarica di piombo in corpo e un cartello al collo con su scritto leone di Mussolini. Steso sul selciato. Parecchio più probabile.

Faccio come facevano loro nelle città. Li prendo alle spalle. Sparo e sparisco. Mi mimetizzo. E loro mi cercano. Ora sono io il terrorista. Il mondo si è rovesciato.

Sbuco da un angolo, infilo in un vicolo. Mi confondo tra la folla. Ho il fazzoletto rosso al collo. Entro in un osteria piena di fazzoletti rossi. Qualcuno mi saluta col pugno chiuso. Mi avvicino al bancone. Vino, compagno, dico all'oste. La gente intorno a me parla dei fascisti figli di cagna che sparano dai tetti. Bevo il mio vino.

Mi siedo a un tavolaccio di legno, il bicchiere di rosso è diventato un quartino, non ho altro in corpo, un senso di torpore si unisce alla stanchezza. Mi accascio sul tavolaccio, ma solo per un attimo. Mi faccio riempire di grappa la mia fiaschetta dell'Armata Rossa. Sei stato in sul Don, mi fa uno, che mi aveva già notato. Mica vero. Mi sono fatto la Spagna l'Albania la Grecia il Nord Africa. La Russia me la sono scampata. Ora i russi sono alle porte. I russi di qui. È un ricordo gli dico. Il ricordo di uno che ho steso. Ma questo me lo tengo per me. Esco

Il tipo mi segue a distanza. Da solo. Povero bischero. L'hai fatta la tua. Faccio finta di nulla. Svicolo, infilo in un portone. Aspetto. Lo sento correre. Spunta da dietro l'angolo col mitra spianato. Esco dal portone, sparo. Tre volte. Il tipo è a terra, morto. Mi avvicino. Lo riconosco. C'era il suo ritratto in caserma. È un tipo famoso, un commissario politico. Gli prendo il mitra, uno Sten inglese. Riprendo il portone, salgo su per le scale.

Sfondo la porta più in alto. C'è una donna dentro la stanza, con un bimbo piccolo in collo. Hai ammazzato un partigiano mi dice. Ti ho visto. Sparisci, va via, rispondo. Poi mi affaccio alla sua sua finestra. Non so se da quassù lo Sten ha tiro utile, guardo in basso. Ma stavolta il gioco non riesce. Mentre finisco di girarmi, sulla destra, davanti a me, c'è una finestra più alta. Alla finestra c'è un fucile Garand americano. Mi hanno scoperto. Il Garand fa fuoco.

La fucilata mi ha sfondato la spalla e sbattuto contro il muro. Sono coperto di sangue. Ci siamo. Doveva succedere. Li sento arrivare su dalle scale. Con la sinistra armo il cane della pistola. Si affacciano. Sparo. Li manco. Li sento sbraitare. Una bomba tiragli. Non ce l'hai una bomba? Macché bomba e bomba. È ferito. Arrenditi mi grida. Mi arrendo rispondo. Si affacciano. Sparo.  Sparo ancora. La pistola fa clic.

Entrano e mi riempiono di calci. Hanno gli scarponi militari. Me le danno anche coi calci dei fucili. Cerco di coprirmi la faccia. Non voglio morire con la faccia rotta. Aspetta aspetta dice uno dei due. Se no muore qui. Portiamolo giù, mettiamolo al muro. Mi tirano su bruschi,mi fa un male cane. Sento il sangue in bocca. Forse mi è andata bene. Forse non mi torturano.

Vuoi fumare un ultima sigaretta mi dice un fazzoletto rosso. No preferisco finire la mia fiaschetta di grappa dico. Di fumare ho smesso in Spagna. In Spagna, dice. Mi avevano preso i rossi e  ho fatto voto alla madonna che se mi salvavo smettevo di fumare dico. Stavolta t'ha detto male dice. Stavolta non c'è madonne. Prova a far voto dismettere di bere dice. Sorrido. No, no, dico. Fucilatemi.

Mi hanno chiesto nome e grado, mi hanno chiesto se volevo un processo da un tribunale del popolo. Gli ho detto di sbrigarsi, ma che si processano i soldati? Il mondo si è rovesciato. Mi hanno chiesto se volevo un basco delle Brigate Nere. Si, certo,  non voglio essere fucilato in abiti civili. Mi hanno legato al palo. Ho pensato a qualcosa da gridare come ultime parole, ma mi sono venute in mente solo oscenità. La benda non l'ho voluta. Cerco di guardarli negli occhi ma vedo solo il riverbero del sole sulle canne dei fucili. La piazza è in penombra. Trattengo il respiro. Sparano.