sabato 17 luglio 2021

LA RESISTENZA ANTIANGLO-AMERICANA AL SUD !

 
LA RESISTENZA ANTIANGLO-AMERICANA AL SUD !            VIAGGIO PER LE TERRE INVASE  


E' MORTO LETTERIO CELESTI: SUPERSTITE DEL GRUPPO SABOTATORI DELLA RSI
 
 
    Dalla telefonata di un suo figlio abbiamo appreso la notizia della morte di Letterio Celesti. Uno dei superstiti del gruppo dei sabotatori operanti oltre le linee nemiche. Il gruppo che annoverò tra i suoi ranghi gli eroi uccisi dal nemico a S. Angelo in Formis. Celesti, nato nel 1927 a San Michele di Ganzaria (Catania) non aveva compiuto diciotto anni quando fu giudicato dal Tribunale nemico e, pertanto, ebbe "soltanto" la condanna all'ergastolo
    Era rientrato clandestinamente dalla Sicilia occupata dall'invasore e si era subito arruolato nella MVSN diventata poi GNR. Destinato dapprima ala Scuola A. U. di Orvieto, era stato però scelto in un gruppo di elementi selezionatissimo da inviare oltre le linee nemiche
    Sul Messaggero del 24 marzo 1944 venne pubblicato il racconto suo e di altro camerata, su quanto aveva visto in Sicilia, nei primi tempi dell'occupazione anglo-americana. Fra l'altro, la partenza dal porto di Gela di navi cariche di grano siciliano e dirette in Egitto
    Scontò quattro anni della condanna nel penitenziario di Procida, condanna annotata nel suo certificato penale. Ma ininfluente nel dopoguerra, perché potè arruolarsi nella Polizia e raggiungere il grado di vice-questore, fino alla sua richiesta di congedo
    La sua vicenda è una delle più singolari e significative, tra la molteplici vissute dalla nostra gente
    Riteniamo, per tanto, opportuno pubblicare al lato [qui sotto. Ndr] integralmente l'intervista che Letterio Celesti ed un suo commilitone hanno rilasciato al "Messaggero" quotidiano di Roma, il 24 marzo 1944 e nella quale hanno illustrato la condizione delle terre invase dal nemico
 
 
NUOVA CONTINUITA' IDEALE n. 3-4 Marzo-Aprile 1999 (Indirizzo e telefono: vedi PERIODICI)

VIAGGIO PER LE TERRE INVASE
 
 
                                             I NEMICI!
 

 
 
    Sono qui da noi due giovani: Letterio Celesti e Giuseppe Scaravilli. Sono due studenti ora arruolatisi nella G. N. R. Ci parleranno delle condizioni della Sicilia e di quello che hanno visto attraverso la loro fuga per l'Italia Meridionale
    Li preghiamo di essere precisi. Li abbiamo avvertiti: pesare le parole, perché non venga fuori: il solito critico a dire che si tratta di propaganda; e soprattutto li abbiamo invitati a esporre fatti, circostanze, episodi
    Eccoli i nostri amici dinanzi al pubblico del Messaggero
    -E' vero che in Sicilia l'occupazione anglo-americana trovò perfino della simpatia - ammette il sig. Celesti - I siciliani avevano sofferto molto per la guerra, si lamentavano di troppe tasse, accusavano il regime di molte colpe. Poi, avevano assorbito la propaganda dalla radio inglese e da quella nordamericana. Anche i più patrioti credevano sul serio che con gli angloamericani si sarebbe stati meglio. E' umano quello che avvenne in Sicilia. Non c'era da mangiare, e anche i fascisti dovevano ammettere che forse gli anglo-americani avrebbero potuto alleviare le pene della Sicilia
    - Difatti - interrompe il signor Scaravilli - gli americani specialmente si annunziarono con un gran programma per la popolazione. Invece da Gela partirono delle navi cariche di grano per l'Egitto che - come dissero - soffriva la carestia. Il colmo dei colmi! La Sicilia, che aiutava l'Egitto. Le cose precipitarono presto. Aumentò il prezzo del pane. Aumentarono tutti i generi. Parlo di quei mesi. Immaginiamoci ora!
    - Si fosse trattato solo dei vitto dice il sig. Celesti - Si cominciarono a internare i patrioti. Erano costretti a spaccare la legna sotto il sole che in Sicilia è sempre ardente. A Piolo, in provincia di Siracusa, si organizzò un grande campo di concentramento
 
I poliziotti per il caldo andavano a torso nudo
 
    - E il contegno delle truppe di occupazione? - chiediamo
    - Ad onore del vero i soprusi l'esercitavano specialmente le truppe di colore. Case di campagna svaligiate, casolari distrutti, nelle città facevano il comodo loro. Funzionava solo la Military Police. I poliziotti usavano i cappelli di paglia dei contadini, e spesso per il caldo cui non erano abituati, circolavano a dorso nudo. In quanto agli inglesi e ad americani compravano a prezzi favolosi facendo alzar i prezzi in modo vertiginoso. - Questa la dichiarazione dell'altro giovane, del si-. Scaravilli
    - E l'opinione pubblica? - domandiamo ai giovani.
    - Più antibadogliana e antimonarchica che antifascista - dice il sig. Celesti - ho letto articoli bolscevici in un giornale di Piazza Armerina, «Voce nostra», o nell'umoristico «Rasoio» di Enna. Ho letto articoli feroci contro Badoglio nel «Corriere di Sicilia». Ma in genere pochi articoli contro il fascismo. Però mai una parola contro gli anglo-americani. La censura era spietata per questo
    Il sig. Scaravilli dice che non era permesso nemmeno di parlare della borsa nera. Lasciamolo parlare:
    «A Catania, come nelle altre città, era possibile vedere dei buoni vestiti dietro le vetrine dei negozi, ma quali prezzi! Si trattava di spendere 6000 lire per averne uno mediocre. Un paio di scarpe per esempio - adesso che avevan tolta tutta la roba che i civili possedevano perquisendoli, arrestandoli e facendoli addirittura spogliare pubblicamente - venivano a costare 2500 al paio. Scarponi e stivali erano inestimabili. Invano il popolo, reso furibondo, sbraitava»
    - E vero - prosegue il giovane Scaravilli - che anche qui i prezzi sono altri, ma non arrivano a quelli, e poi, qui almeno finora, nessuno ha predicato di portare l'abbondanza
    Preghiamo i nostri interlocutori di darci qualche altra notizia sulla Sicilia. Ridiamogli dunque la parola:
    «A Messina e a Palermo la gente pativa il secondo mese per la fame. In quest'ultima città s'ebbero i primi di ottobre, dei segni di ribellione. A Trapani si ebbero i primi sintomi di colera. Si diceva che Messina era restata senza pane. Conosciutasi la cosa, gli americani furono costretti a distribuire 100 grammi di pane a persona per qualche giorno. Nei paesi dov'era possibile fare il mercato nero non s'ebbe nulla»
 
    L'"Amgot" favoriva solo le spie
 
    Invitiamo i due giovani a dirci sulla situazione politica. 
    Questa volta è il sig. Celesti che parla:
    «Tutto ciò che ricordava in Sicilia il fascismo era stato distrutto. Anche le semplici iscrizioni sui muri scancellate. I civili, pena la fucilazione, dovettero consegnare immediatamente le loro armi, e solo qualche fucile da caccia sfuggito chissà come ai liberatori, venne in seguito restituito. Cominciarono le ricerche dei fascisti contro i quali le autorità di occupazione aizzavano l'odio di elementi popolari o anche borghesi
    Anche i semplici tesserati del vecchio Partito fascista si diedero alla campagna. Quando erano acciuffati venivano mandati in appositi campi dagli americani e solo quando dimostravano di non aver fatto nulla a pro del fascismo venivano liberati, privi però di qualsiasi posto, cioè messi sul lastrico. Per i civili che approfittando del caos si erano impadroniti di macchine dell'ex R.E. furono rilasciate purché autorizzati dall'Allied Military Government Occupied Ter-ritory come persone di fiducia dei comandi alleati, ossia delatori e confidenti»
    Dice ancora Celesti:
 
    Quando Badoglio chiamò alle armi fu un vero caos
 
    - Con la caduta del fascismo tutti i vecchi partiti vennero su, e naturalmente prese piede l'antifascismo. Però anche il fascismo cominciò a rifarsi vivo. I giovani studenti, e tra essi molti avevano auspicato la caduta del fascismo, cominciarono a sentirne la perdita. Nei primi di ottobre si costituirono per esempio a Catania dei gruppi di patrioti a tendenza fascista. Un nastrino tricolore era portato internamente all'occhiello della giacca. «Onore» era il motto. Comandante un ex console della Milizia, il cui nome era scrupolosamente conosciuto dai soli ufficiali. Da allora in poi la Polizia americana ed italiana non ebbero più pace
    Domandiamo ora che avvenisse per le truppe dell'ex R. E. 
    Risposta di Scaravilli:
    «Badoglio in Sicilia e nell'Italia meridionale aveva fatto il richiamo generale. Ai primi di novembre in Sicilia era venuto l'ordine che ufficiali, sottufficiali e soldati di truppa dovessero presentarsi immediatamente al distretto Militare di Palermo raggiungendo questa sede con qualsiasi mezzo di fortuna. Ai volontari veniva assegnato un premio di alcune migliaia di lire. In Calabria lo stesso. A Catanzaro qualsiasi uomo veniva fermato dalla polizia italiana. Se quell'uomo era di leva o doveva fare il servizio militare veniva portato al Comando Tappa più vicino dal quale costui si riprometteva solo di scappare. Molti dicevano che avrebbero sempre preferito andare con i vecchi alleati germanici che con i nuovi... alleati anglo-americani, come li chiamava Badoglio. Bersaglieri, Paracadutisti, artiglieri, fanti, ecc., un po' in divisa e un po' in borghese, venivano presi alla rinfusa, in un solo caos. A Bagnara, per esempio, nel Comando Tappa, in cui venni arrestato, vidi un sacco di mezzi soldati scalzi disarmati e miseri, che cercavano solo di andare a casa. Come vitto, essi venivano vettovagliati dagli americani. Altri lavoravano cogli americani, trattati con più disprezzo degli uomini di colore».
    - E il vostro viaggio attraverso il Mezzogiorno?
    E' sempre Scaravilli che racconta: Quando passai per Catanzaro si vociferava inoltre che erano stati arrestati alcuni ufficiali paracadutisti della Repubblica italiana alcuni gionú prima. Si diceva che essi, armati di bombe a mano e che minacciando, avevano intimato all'orchestra di un ritrovo, non so quale, di intonare l'inno fascista. Arrestati dai carabinieri erano stati condotti ai campi concentramento. Non so se la notizia fosse vera, ma ve la riferisco per dirvi lo stato d'animo della popolazione
 
    Arrivarono gli antifascisti a rimpiangere Mussolini
 
    - Dunque - continua Scaravilli s'accresceva la delusione anche degli elementi più antifascisti. Come in Sicilia. Non vi dico nemmeno il contegno delle truppe di colore. Ho saputo cose che fanno inorridire sul contegno, per esempio, dei marocchini. 
    Ripeto quello che ho sentito da molti. I marocchini commettevano gli scempi più orribili che mente umana possa immaginare. Ad esempio, avendo incontrata una giovane donna dopo il coprifuoco (il coprifuoco era allora alle ore 17) spogliatala, la violarono e poi la pugnalarono. E di questi fatti ne accadevano tanti che la gente cominciava già a rimpiangere Mussolini ed il fascismo, mi disse il sindaco di un paese. Disgustata, la popolazione in molti posti cercava di ribellarsi per la libertà perduta. Non si poteva uscire dalle case: qualsiasi uomo veniva fermato, bastonato, portato in carcere e solo dopo aver patito fame e freddo per parecchi giorni veniva rilasciato libero. Non facevano distinzioni: donne, vecchie, bambini
    Qui è Celesti che aggiunge qualche cosa dei suoi ricordi: «Anche nella parte di Pescara si viveva male sotto gli inglesi. Essi guardavano la popolazione dall'alto in basso; trattando male anche gli antifascisti. Essi mostravano verso di noi il più grande disprezzo, ed invece di liberatori si rivelarono dei veri conquistatori
    - La vita costosissima - dice Celesti - il pane aveva prezzi favolosi. Niente carne. Niente patate. La pasta sparita. Solo un po' di verdura si poteva trovare! I ristoranti erano stati riaperti ma solo per le truppe d'occupazione. Chi avrebbe potuto d'altronde entrarci? La gente mangiava molti cachi e mele che si trovavano relativamente a buon mercato. Anche a Capua e a Caserta trovammo prezzi favolosi, e la stessa atmosfera di terrore nei confronti degli anglo-americani. 
    - Vi preghiamo di riassumere per Il Messaggero la vostra opinione dopo quello che avete visto. 
    - Parla tu - dice il sig. Celesti al suo collega Scaravilli. 
    Scaravilli dichiara:
    - L'occupazione per i fascisti è terribile, ma non è piacevole per la maggioranza delle popolazioni. Si può dire che sia stato un salto nel buio per tutti. Tutti guardano indietro e parlano dei tempi passati. Ne condannano gli errori, ma ne riconoscevano il bene. Poi tutti sentono l'oppressione anglo-americana come un peso morale. Si guarda all'Italia libera con fede, con curiosità, con dispetto secondo le tendenze politiche. In principio si credeva il Duce morto. Ora tutti aspettano da lui il miracolo, anche gli antifascisti, essi dicono che con la Repubblica - se questa desse loro la libertà - ci starebbero. Noi non vogliamo dirvi niente altro, perché si direbbe che parliamo da fascisti, però, interrogate qualche altro che non sia fascista, vi risponderà lo stesso. Quello che è certo che con la stessa segretezza con cui prima si sentiva Radio Londra ora si sente la sera in molte case Radio Roma. 
 
 
IL MESSAGGERO Quotidiano del 24 marzo 1944

sabato 10 luglio 2021

RESISTERE PER ROMA 1944

RESISTERE PER ROMA 



PARACADUTISTI, MARO’ E LEGIONARI ALLA DIFESA DI ROMA 
L.F.
 
 
    Il 22 gennaio 1944 le ORDE Anglo-Americane sbarcavano sul litorale laziale costituendo una testa di ponte ad Anzio, distante dalla Capitale appena una cinquantina di Km.  Roma sembrava, ormai, a portata di mano. Il Comando Germanico inviò il Maggiore Paracadutista Walter Gericke a fronteggiare la situazione con un Gruppo da combattimento formato da sparuti Reparti eterogenei trovati sul posto. Con essi riuscì a ben contrastare le truppe sbarcate. Successivamente affluirono Reparti corazzati e la IV Div.  Fallschirmjager, che contennero la pressione dei VI Corpo d'armata statunitense. Le contrapposte posizioni, tenute dai contendenti, diedero origine a quello che divenne il 'Fronte di Nettuno'. Pochi giorni dopo, alla Divisione Paracadutisti Germanici si aggregò - con non poche difficoltà, a causa della diffidenza tedesca - il Battaglione Paracadutisti 'Nembo', comandato da quel meraviglioso Soldato che risponde al nome del Capitano Corradino Alvino. Trecento italiani riprendevano, organicamente, a combattere contro gli invasori Anglo-Americani. Finiva così, in parte, l'amarezza e la rabbia nel sapere che Roma era difesa soltanto da truppe straniere. Tedeschi, nostri alleati, ma pur sempre stranieri. Al Nord la RSI, sorta da appena quattro mesi, faceva sforzi giganteschi per organizzare, addestrare, equipaggiare, armare e sopportare logisticamente le centinaia di migliaia di volontari che accorrevano ai vari Reparti in via di costituzione, tutti protesi e ardentemente desiderosi di combattere contro gli invasori del suolo italico. Ritenendo, questi ultimi, i soli nemici avverso i quali l'Italia si era battuta onorevolmente per trentanove mesi, sino al tradimento settembrino ordito da certi figuri in combutta con quel Savoia che non seppe morire come un vero re. Per gli avvenimenti che si erano susseguiti tra luglio e settembre, i Tedeschi, ovviamente, non si fidavano più di noi, anche se, alla data dell'8 settembre, in Patria e fuori dei confini, 180.000 uomini erano rimasti al loro fianco. Non fosse altro per non macchiare -nei secoli a venire- l'onore della nostra razza. La Xa Flottiglia MAS, le Camicie Nere della M.V.S.N. e Paracadutisti non ammainarono la bandiera della Patria. Mentre l'Esercito regio si dissolveva e la Flotta da battaglia alzava a riva il 'pennello nero' -segno che contraddinse i pavidi, gli inetti, gli ignavi e i furbastri 'benpensanti'- a Porta S. Paolo, in quel di Roma, il Generale Gioacchino Solinas, con i suoi Granatieri, oppose resistenza ai tedeschi. Per non consegnare loro le armi.  Altro che eroismo contro il 'nazifascismo': Solinas e i suoi uomini aderirono alla Repubblica Sociale Italiana.
    Successivamente, il Generale prestò servizio presso lo Stato Maggiore dell'Esercito repubblicano e, dal giugno '44, comandò il Centro Complementi destinati alle Divisioni dell'Esercito di Mussolini. La falsa retorica antifascista si è appropriata di eroismi e benemerenze, inserendoli nella sua vacua storiografia. Come nel caso del Vice brigadiere Salvo D'Acquisto che, da Carabiniere in servizio sul territorio della RSI, viene camuffato da eroe resistenziale.
    La battaglia per Roma, iniziata il 22 gennaio, continuò per quattro mesi, sino al 4 giugno. Per gli eserciti 'alleati' non fu davvero una semplice passeggiata nonostante l'enorme potenziale bellico messo in campo.  In quei 134 giorni d’inferno, i Paracadutisti di Alvino, di Rizzatti e di Sala, i Marò di Bardelli, di Mataluno, di Nesi, i Legionari di Degli Oddi, gli Aerosiluranti di Faggioni e Marini stupirono amici e nemici, coronando in un alone di gloria l’olocausto delle giovani vite di migliaia di Caduti. Il primo Reparto a raggiungere il Fronte di Nettuno fu, come accennato,il Battaglione “Nembo” di Alvino. Aggregato alla IV Divisione Fallschirmjager il “Nembo” entrò in linea l’8 Febbraio. Il 16 partecipò a un contrattacco germanico, con tale irruenza e combattività da suscitare l’ammirazione incondizionata e il compiacimento dei Parà tedeschi che, in fatto di guerra seriamente combattuta, non erano certo degli sprovveduti. Il “Nembo”, in continui combattimenti, si coprì di gloria, mettendo in grossa difficoltà gli Anglo-Americani che pagarono un prezzo altissimo perdite umane. Il Battaglione venne citato nel bollettini di guerra dell'Alto Comando Germanico. I tedeschi erano strabiliati dell'ardore e dell'aggressività dei nostri al punto che, anch'essi, attaccavano le postazioni avversarie al grido di 'Nembo'. Al fosso della Moletta, gli uomini di Alvino diedero i meglio di se stessi. Le perdite superarono i due terzi degli effettivi. Un mese dopo l'arrivo al Fronte il Battaglione, ridotto a una Compagnia, prese il nome di Cmp. 'Nettuno-Nembo' e tornò in linea combattendo sino al giorno 4 e poi ripiegando, ancora, fino al 30 di giugno.
 
Artiglieri italiani della Flak sul Fronte di Anzio.
 
    A fine febbraio, intanto, da La Spezia partiva per Nettuno il Btg.  Fanteria Marina 'Barbarigo' della XI Flottiglia MAS, agli ordini del Capitano di Corvetta FM Umberto Bardelli. Dopo molte richieste e insistenza, millecento Marò riuscirono a coronare il loro sogno: quello di vedere in faccia il nemico invasore. A Nettuno, tra il lago di Fogliano, il canale Mussolini, Borgo Piave, Cerreto Alto e Borgo Sabotino, ebbe origine il mito di 'Barbarigo'. Esso ci tramanda le imprese e il valore dei Marò, l'abnegazione dei Sottufficiali, l'eroismo indomito degli Ufficiali di questo straordinario Battaglione. Di questo mito vanno fieri i protagonisti superstiti e inorgoglisce tutto il combattentismo repubblicano. Quei 'mille' giovani, anzi giovanissimi, del 'Barbarigo', superarono epicamente i 'mille' di Leonida alle Termopili. A Nettuno, articolati nelle Compagnie (la 'Decima', 2a 'Scirè', 3a 'Iride', 4a 'Tarigo' e 5a Cannoni), unitamente al Gruppo Artiglieria Xa 'S. Giorgio' aggregato al 'Barbarigo', gli uomini di Bardelli furono tutti eroi. Gli ultimi giorni di maggio e i primi di giugno, videro l'accanita resistenza e l'estremo sacrificio di tutte le compagnie. La 1a a Borgo S. Michele e Borgo Pasubio, la 4a, ultima a lasciare il Fronte dopo aver contrattaccato gli americani all'arma bianca. Fogliano, Gorgolicino, Norma, Colleferro, difese zolla dopo zolla, metro dopo metro. E Cisterna, dove non rimane in piedi un solo uomo del II' Plotone/2a Cmp. Il Comandante Tenente Sandro Tognoloni per il suo eroismo, verrà decorato di Medaglia d'oro al V.M. Ancora il 2, 3 e 4 giugno, l'indimenticabile Ten. di Vascello FM Giulio Cencetti, con una Compagnia di Formazione -l'Ultima- fronteggia gli 'alleati' alle porte di Roma che lascia, transitando per Piazzale di Ponte Milvio, alle ore 13.30 dei 5 giugno '44. Al Labaro del 'Barbarigo' venne concessa la Medaglia di Bronzo VM con questa motivazione: 'Armato essenzialmente di fede e di coraggio chiedeva di essere inviato al Fronte di Nettuno per riscattare l'Onore della Patria tradita. A fianco dell'Alleato fedele, in tre mesi di lotta asperrima contendeva fino all'estremo alle orde travolgenti dei nuovi barbari il possesso di Roma immortale dando luminose prove di strenuo valore e consacrando col sangue dei migliori il sacro diritto d'Italia alla vita e alla rinascita. Fronte di Nettuno - Roma. 4 marzo-4 giugno 1944'. Il Gruppo di Artiglieria XII 'S. Giorgio' affiancò il 'Barbarigo' che da poco era entrato in linea a Nettuno.  Il Gruppo, al comando del Capitano Renato Carnevale, era ordinato su due Batterie cannoni da 105 m/m e una Batteria da 75 m/m.  Gli uomini del 'S. Giorgio' si impegnarono nel durissimo compito, opponendo le loro bocche da fuoco ai terrificanti cannoneggiamenti e bombardamenti provenienti dalle linee avversarie e dal mare e dal cielo.  Quotidianamente, senza sosta, con tiri di accompagnamento, di interdizione, di alleggerimento, di contro batteria, contrastando animosamente ed efficacemente la pressione nemica. Il 'S.  Giorgio' in linea a tutto il 3 giugno, sparando sino all'ultimo proiettile.
 
Genieri italiani della RSI sul fronte di Anzio.
 
    La Xa concorse alla difesa di Roma anche con i suoi Reparti navali. A Fiumicino venne costituita -meglio dire: creata- la 'Base Sud' dei Mezzi d'assalto di superficie.  Il comando venne assunto dal Ten. di Vasc. Domenico Mataluno.  Tra mille difficoltà di ogni tipo, innumerevoli furono le uscite in mare dei Mezzi in dotazione, alla ricerca di naviglio nemico. Notti insonni, attese snervanti, spesso con mare forte.  Il 20 febbraio venne scoperto, attaccato e colpito con siluro un cacciatorpediniere. Il 28 dello stesso mese venne affondata una corvetta. Stessa sorte subì l'incrociatore inglese 'Penelope'. L'ultimo eroico Comandante fu il Ten. di Vasc. pilota Sergio Nesi -Medaglia d'argento al V.M. sul campo per aver attaccato e colpito una corvetta nemica. La 'base Sud', al suo comando, operò sino al 4 giugno '44. In aprile entrò in linea, sul Fronte di Nettuno, il II' Btg. del I' Rgt. SS italiana, al comando del Ten. Col.  Federigo degli Oddi. Per il valoroso comportamento nei combattimenti e per l'aggressività dimostrata in ogni circostanza, il Labaro del Btg. fu decorato con la Medaglia d'argento.  Soldati eccezionali che si imposero all'ammirazione per l'indiscusso valore ed audacia.  Vale ricordare, tra i tanti, l'episodio nel quale dieci Legionari tennero un settore del Fronte, lungo 400 metri, contro reiterati attacchi di forze di gran lunga superiori e che non portarono ai risultati sperati. Un altro caposaldo, nella notte tra il 27-28 aprile, difeso da sette giovani Legionari, venne investito dall'attacco di due Compagnie fucilieri appoggiate da carri armati e fuoco d'artiglieria. Dopo dura resistenza la posizione fu, giocoforza, abbandonata. La notte successiva, un pattuglione di trenta Legionari riconquistarono, con azione irruente e decisa, il caposaldo. Nel mese di maggio, anche il Battaglione 'Debica' della Legione SS italiana raggiunse il Fronte schierandosi tra S. Marinella e Fiumicino. Il 'Debica' in ogni azione fu all'altezza delle aspettative, coprendosi di gloria e lasciando sul terreno oltre il 50% degli effettivi. Il valore dei Legionari fu ricompensato con ben quarantacinque Croci di Ferro e cinquantasette Promozioni per merito di guerra.  Dopo 'NETIUNO' i Legionari della SS italiana furono autorizzati a fregiarsi delle mostreggiature nere anziché rosse.  Parificazione di alto valore morale. A fine maggio, raggiunse il Fronte di Nettuno anche il Reggimento Paracadutisti italiani.  Gli arditi dei cielo combatterono strenuamente a Castel Porziano, Ardea, Castel di Decima e all'Acquabona, dove cadde, eroicamente, il Comandante del Rgt. Maggiore Mario Rizzatti Medaglia d'Oro alla Memoria.  Ai Paracadutisti venne affidato il compito di costante retroguardia del Fronte in fase di ripiegamento.  Questo significò il quotidiano contatto con un nemico mille volte più numeroso e dotato di mezzi e volume di fuoco inestinguibili.
    Per l'eroico comportamento dei Paracadutisti, lo schieramento italo tedesco potè effettuare un regolare sganciamento dalla pressione della Va Armata USA. Le perdite superarono il 60% dell'organico reggimentale. Il Gagliardetto del Btg. 'Folgore' fu insignìto di Medaglia di Bronzo. Le decorazioni individuali furono: Tre Medaglie d'Oro VM alla Memoria, Dodici d'Argento alla Memoria, Diciassette d'Argento VM sul campo, Sedici di Bronzo e Dodici Croci di guerra al VM. Nei mesi in cui fu combattuta la battaglia per la difesa di Roma, fu presente, su quel Fronte, anche l'Artiglieria Contraerea e la risorta Aeronautica della RSI. In particolare, le ali repubblicane parteciparono con il Gruppo Aerosiluranti, costituito dal valoroso Capitano AA Carlo Faggioni. Un mese dopo avere giurato fedeltà alla RSI, sette aerosiluranti entrarono in azione di guerra, al largo di Nettuno, colpendo due navi nemiche. Era la prima vittoria dell'A.N.R. Subito dopo gli aerosiluranti attaccarono a Capo Circeo, dove colpirono un cacciatorpediniere, un grosso piroscafo e tre navi trasporto.  La notte del 10 aprile, con un altro attacco, furono silurate tre navi nemiche.  In questa azione cadeva il Comandante Faggioni.  Il 4 giugno, mentre Roma veniva occupata dalle armate 'alleate', il Gruppo Aerosiluranti, al comando dei Capitano AA Marino Marini -che aveva sostituito Faggioni- alle ore 21, con dieci SM 79, attaccava la munitissima base di Gibilterra, mettendo a segno tutti i siluri su altrettante navi nemiche.
    La battaglia in difesa di Roma è entrata nella Storia d'Italia tingendola con l'azzurro di questo inestimabile medagliere. Alle Bandiere:  - Medaglia d'Argento VM al Labaro del II/I Rgt. SS italiana. - Medaglia di Bronzo VM al Labaro dei Btg.  'Barbarigo' della Xa - Medaglia di Bronzo VM al Labaro del Rgt.  Paracadutisti Italiani Individuali:  - 3 Medaglie d'Oro VM alla Memoria - 15 Medaglie d'Argento VM alla memoria - 2 Medaglie di Bronzo VM alla Memoria - 1 Medaglia d'Oro VM sul campo - 75 Medaglie d'argento VM sul campo - 28 Medaglie di Bronzo VM sul campo - 37 Croci di guerra VM sul campo - 94 Croci di Ferro
 
Granatieri Repubblicani reduci dal Fronte di Cisterna a Sud di Roma.
 
L'epopea dei Paracadutisti, dei Marò, dei Legionari, degli Artiglieri, degli Aerosiluranti e dei Mezzi d'assalto della Xa Flottiglia MAS è patrimonio che viene onorato e si perpetua nel Campo della Memoria di Nettuno.
 
 
NUOVO FRONTE  N. 154-155. Maggio-Giugno 1995. (Indirizzo e telefono: vedi PERIODICI)

LA BATTAGLIA DI ROMA
Mario Tedeschi
 
 
    Il "Barbarigo" andò al fronte nella notte fra l'uno e il due marzo del 1944, quando i millecentoottanta che formavano il Battaglione vennero trasportati dai Tedeschi fino a Sermoneta. Lì, dopo che Bardelli fu riuscito ad evitare lo smembramento del reparto, furono distribuiti gli incarichi: la Compagnia subito nelle "buche" del Canale Mussolini (oggi Canale Italia) a dare il cambio agli sfiniti soldati germanici nella punta avanzata dello schieramento; altre due Compagnie schierate dal Lago di Fogliano fino al fosso di Gorgolicino; un'altra ancora a Sezze per impratichirsi delle armi tedesche (erano entrati in scena da poco, per esempio, i razzi anticarro, che i Tedeschi chiamavano panzerfaust e che bisognava imparare ad usare restando sdraiati a terra e lasciando che il carro si avvicinasse il più possibile, senza cedere alla tentazione di filarsela a gambe levate).
    Nella notte fra il 4 ed il 5 la Compagnia entrò in linea: prima un tratto sulle camionette germaniche, che correvano silenziose nella notte lungo le strade dell'Agro Pontino sbrecciate dalle granate ma ancora guarnite dai filari di eucaliptus; poi, da Borgo Isonzo in avanti, a piedi e in silenzio. Quel ricambio nelle "buche" avvenne senza che il nemico se ne accorgesse, e fu davvero una gran bella prova per soldati inesperti, come noi eravamo; ci rendemmo conto, poi, che le "buche" del nemico erano a poca distanza, tanto che tutto si poteva sentire.
    La battaglia di Nettuno andò avanti fino al 24 maggio ed ebbe fine, non perché le truppe angloamericane ammassate nella testa di ponte di Anzio fossero riuscite a sfondare, ma perché le altre forze alleate, grazie soprattutto ai Polacchi, ai Marocchini ed alla loro bravura, erano riuscite ad aprirsi un varco a Cassino. Rischiavamo così di essere aggirati alle spalle e per questo fu dato l'ordine di ripiegamento. Ma la battaglia, in realtà, durò fino al 2 giugno per noi del "Barbarigo", che i Comandi tedeschi lasciarono a piedi con l'ordine di coprire la ritirata ai loro soldati, e si protrasse fino all'alba del 4 giugno per quanti fra noi, riuscirono a farsi accettare nella Compagnia volontaria di centodieci uomini spedita nel pomeriggio del 3 a garantire un'estrema difesa all'ottavo chilometro fra le vie Appia, Tuscolana e Anagnina. Le inesperte reclute s'erano conquistate, in tre mesi, il diritto ad essere prescelte per fare da sicherungsgruppe, secondo la formula in uso nell'Esercito tedesco per indicare chi veniva abbandonato fino alla fine per salvare tutti gli altri. Alla nostra destra si sarebbero dispiegati i paracadutisti della "Folgore" che furono poi quasi tutti massacrati insieme al loro comandante, essendo stati investiti dai carri armati americani.
    Il fatto merita riflessione. La battaglia di Anzio (indicata in codice dagli Angloamericani come "operazione Shingle") incominciò con lo schieramento di ben 234 navi di diverse nazionalità e vide sbarcare, prima 36mila uomini e 3mila automezzi, poi altri 34mila uomini e 15mila automezzi. Il generale tedesco Mackensen, comandante della 14a Armata, fu colto di sorpresa, ma organizzò presto una prima resistenza; poi intervenne il maresciallo Kesselring, al comando del Gruppo di Armate C. Le perdite da ambo le parti furono altissime. Basti pensare che il 4° Corpo d'Armata americano, in soli quattro giorni, fra il 16 e il 20 febbraio, vide morire 5 mila uomini; i Tedeschi, in una delle ultime controffensive, persero oltre 3 mila 500 uomini. Alla fine, la sacca era ridotta ad appena due chilometri di profondità e le forze alleate non furono ricacciate in mare soltanto per due motivi: perché il maltempo, che durò a lungo e trasformò la piana in uno sterminato mare di fango, bloccò i pochi carri armati e i semoventi di cui ancora disponevano i Tedeschi; e perché la Marina da guerra angloamericana, con i suoi bombardamenti, frantumò, polverizzò le posizioni germaniche. Fu, insomma, un autentico macello. E in questo macello il Comando tedesco, arrivati all'ultima battaglia, affidò ai volontari italiani, cioè a noi del "Barbarigo", ed ai nostri commilitoni paracadutisti, il compito disperato di ritardare, anche soltanto per poche ore, l'avanzata nemica. Non fu una scelta dettata dall'egoismo di chi non voleva sacrificare i propri connazionali e preferiva ricorrere ad altri come "carne da cannone". In casi del genere, le scelte si fanno avendo la certezza che i soldati comandati al compito disperato non si daranno alla fuga e combatteranno fino all'ultimo, come voluto. Quelle disposizioni dell'ultimo giorno furono, dunque, assai più importanti d'una decorazione collettiva, d'una citazione sul campo.
 
Il Comandante Borghese in visita al Fronte di Anzio assieme al Comandante Bardelli con altri marò del Barbarigo.
 
    Adesso dovrei raccontare della lunga battaglia, che il "Barbarigo" conobbe tutta, senza risparmio, dal Canale Mussolini a Fogliano, da Terracina a Borgo Isonzo, da Borgo Piave a Gorgolicino, da Cisterna a Campo di Carne, da Doganelle a Sezze; e poi tutti i nostri capisaldi, da "casa Falangola" alla "ridotta Fracassini", a "Erna" e "Dora". Nomi e località che nessuno di noi ha dimenticato e di cui in anni vicini siamo andati vanamente alla ricerca nell'Agro Pontino, dove la ricostruzione ha cancellato tutto e per i nostri morti non c'è nemmeno un cimitero. Soltanto alcuni alberi, eucaliptus lungo le strade, palme ad Anzio, sopravvivono, mostrando antiche ferite; guardandoli, e ricordando cosa fu la battaglia, si rimane ancora stupiti per la loro forza, eguale soltanto a quella della memoria dei combattenti.
    Il lettore non si attenda da me un racconto epico. Innanzi tutto, perché non ne sarei capace. In secondo luogo, perché una relazione in tono epico sulla vicenda del "Barbarigo" fu già scritta da Giulio Cencetti, che del Battaglione fu anche il comandante nel periodo finale. E infine perché lo stile e il modo di pensare di tutti noi ("siamo quelli che siamo") erano diversi e lontani dalla retorica; ed io sto cercando di far capire come eravamo.
    Il "Barbarigo" subì a Nettuno, in soli tre mesi, perdite altissime: oltre 200 morti, più di cento dispersi, quasi 200 feriti su un totale di millecentoottanta uomini. Ciò dimostra che non fummo risparmiati, né ci risparmiammo. Ma questo era proprio quello che volevamo. Eravamo tutti volontari e di un buon livello culturale: la grande maggioranza studenti. Avemmo la fortuna di ritrovarci ufficiali di ottimo livello, scelti con occhio sicuro da Borghese e da Bardelli. Da loro, noi novellini imparammo subito una cosa: e cioè che il compito del soldato non è, né quello di fare l'eroe, né quello di obbedire alle esaltazioni momentanee, ma più semplicemente, consiste nel 'fare quello che va fatto", in ogni momento e in ogni situazione, senza stare a tirarla in lungo e sapendo che tra le cose che "vanno fatte" può rientrare anche il sacrificio della vita.
    Questo era lo spirito dei primissimi volontari, quelli del fronte di Nettuno, ma anche di quanti giunsero più tardi dopo la caduta di Roma, provenienti da altri reparti, per ricostruire il Battaglione, le cui perdite erano aumentate durante il ripiegamento verso il Nord. E così, il vero "prodigio" del nostro "Barbarigo" fu quello di amalgamare e trasformare in autentici soldati tanti ragazzi che, come il povero Spagna, erano entrati in linea senza nemmeno aver tirato, fino al giorno prima, una bomba a mano. Non c'è bisogno di essere esperti di cose militari per capire l'eccezionalità di questo fatto: basta aver visto, in qualcuno degli innumerevoli film di guerra trasmessi dalla televisione, l'importanza che viene attribuita all'addestramento. Noi, il tirocinio lo facemmo combattendo, come avevamo desiderato. E fummo riconoscenti a Valerio Borghese per averci consentito di realizzare quel desiderio. La storia è tutta qui.
    I primi a morire furono, quasi per un segnale simbolico, due fra i più giovani: Alberto Spagna, di cui ho già detto, e il guardiamarina Paolo Sebastiani, che era stato anche l'alfiere del Battaglione. Il 1° aprile del '44 il numero uno del giornale di reparto, un modesto foglietto stampato a Littoria (oggi Latina), pubblicava l'elenco dei primi caduti e il saluto del comandante Bardelli:
    Guardiamarina Sebastiani Paolo, 1a Compagnia; 2° Capo Nobili Emilio, 1a Compagnia; Sergente Cortese Enzo, 3a Compagnia; S.C. Farné Alfonso, 2a Batteria; Marò Egi Walter, 3a Compagnia; Marò Frezza Emanuele, 1a Batteria; Marò Mancino Aldo, 2a Batteria; Marò Spagna Alberto, 1a Compagnia.
    Ho voluto citare questi nomi, nel modo stesso in cui furono elencati, per far capire che tutto il Battaglione fu subito impegnato, compreso il famoso "Gruppo cannoni", che Bardelli era stato costretto ad inventare lì per lì, vincendo la scommessa grazie alla bravura del capitano (tenente di vascello) Mario Carnevale. A nome dei morti, Bardelli scrisse: "Siamo tutti qui per i vivi, perchè il nostro giovane e puro sangue non sia dimenticato e dia frutto, perché i compagni che combattono sanno che senza di noi ogni parola e ogni promessa non sono che vuota retorica".
    Parole delle quali, anche in tempi segnati dalla retorica dell'antiretorica, non è lecito sorridere, perché non furono scritte a vuoto: molti di quelli che le lessero allora furono uccisi, lo stesso Comandante che le scrisse morì combattendo, dopo aver gridato a chi l'aveva preso in imboscata: "Barbarigo non s'arrende!". Sembra letteratura, cattiva letteratura, a chi legge con gli occhi di mezzo secolo dopo. Per noi tutti fu vita.
    In questo stesso spirito si svolsero i molti episodi di cui furono protagonisti i soldati del "Barbarigo". Quando eravamo arrivati a Sermoneta, all'inizio dell'avventura, la piana che degradava dalla rocca verso il mare bruciava dei mille fuochi della battaglia e, sullo sfondo, i traccianti delle artiglierie di marina disegnavano nel cielo fantastici reticoli luminosi. Poi, quando anche noi ci trovammo immersi in quel macello, la battaglia si frantumò, come sempre avviene per tutti i soldati. Avemmo di fronte, di volta in volta, Canadesi, Neozelandesi, Americani; atletici e sportivi i primi, nei pochi casi in cui si riuscì a farne prigioniero qualcuno dovettero piegarsi a cedere le scarpe.
    Noi avevamo ai piedi gli stivaletti "da franchigia" della Marina, tutto quello che Borghese e i suoi collaboratori erano riusciti a trovare, e sembravano di cartone, fatti per impregnarsi d'acqua; loro avevano anfibi comodissimi, impermeabili e caldi. Chi invece, fra i nostri, fosse caduto prigioniero, ma sì, anche degli Americani, sapeva che gli conveniva offrire subito l'orologio e quant'altro di valore avesse indosso, per evitare d'essere ucciso e rapinato.
    C'erano anche Americani convinti del fatto che un prigioniero nemico, nel corso d'una battaglia, è "res nullius", con tanti saluti alla convenzione di Ginevra.
    Debbo aggiungere, a onore dei miei vecchi commilitoni, che essi ancora oggi preferiscono parlare del Battaglione, più che di loro stessi. E' tuttora vivo, insomma, lo spirito che si manifestò tanti anni fa quando l'allora guardiamarina Enzo Leoncini, che aveva il comando della 3a Compagnia, dopo un'azione che aveva suscitato ammirazione anche presso i Tedeschi, venne chiamato al Comando di Battaglione e si sentì dire che sarebbe stato proposto per una medaglia d'argento. "Allora la date anche ai marò dei quattordici avamposti, che hanno fatto tutto", rispose Leoncini: "c'ero anch'io, li comandavo io; ma se non era per loro staremmo ancora correndo verso Roma con gli Alleati al culo". Quelli del comando non volevano capire, ma Leoncini non mollò: "Una sola medaglia per me non fa per noi. O la date a tutti quelli che dico io o non la date a nessuno". Si addivenne finalmente a un compromesso: "Io", disse Leoncini, che era romano, "a Roma ho una ragazza, e così buona parte dei miei uomini. Andiamo in permesso a Roma cinque o sei per volta, per 24 ore, poi torniamo e non se ne parla più". E così fu fatto.
 
Marò del Barbarigo in una pausa di battaglia al fronte di Anzio.
 
    Ma lo straordinario "collettivo" (per usare una definizione d'oggi) che fu il "Barbarigo", forni anche tanti spunti individuali, che meritano rievocazione. Parlo di quando il capo di 3a classe Giulio De Angelis, detto "lo Sceriffo", per esser certo che i suoi giovani marinai durante la notte fossero ben svegli, ruzzolava fuori dalle "buche" e poi si avvicinava strisciando alle linee, a rischio di farsi accoppare; e quando trovava qualcuno addormentato gli calava addosso e cominciava a pestarlo di santa ragione con la bomba a mano tedesca usata a mo' di randello dicendo: "se era il negro (in genere gli Americani usavano soldati di colore per le azioni di sorpresa) a quest'ora era morto". Parlo di Mario Riondino, all'epoca guardiamarina, che in un'azione di pattuglia guidata da un feldwehbel tedesco (analoga a quella di cui ho già scritto) alla fine si ritrovò a salvare lui, sulle spalle, il sottufficiale ferito, dopo che i soldati della Wehrmacht se l'erano data a gambe, e ricevette per questo anche lui un colpo mentre rientrava nelle linee; il tutto sottolineato da una croce di ferro di seconda classe che von Schellerer in persona gli appuntò sul petto. Parlo di Renato Carnevale, artigliere d'Africa Orientale e d'Albania, che in poche ore, avendo ricevuto dai Tedeschi nove cannoni da 105/28 (privi peraltro di reti mimetiche e di altri strumenti, che lo stesso Carnevale dovette andare a Roma a procurarsi con mezzi di fortuna, viaggiando su una Balilla sconquassata, denominata "cassa da morto"), mise in piedi il Gruppo "San Giorgio" e nel giro di tre settimane riuscì a meritarsi una citazione del Comando di Kesselring. Parlo di Alberto Marchesi e dell'indomito coraggio che lo spinse, nei giorni del ripiegamento su Roma, ad avventurarsi in mezzo ai reparti in ritirata per rintracciare quelli nostri, che erano rimasti senza ordini, abbandonati dai Tedeschi sulle loro posizioni, dalle quali nessuno intendeva andarsene di sua iniziativa, sempre per via di quel maledetto 8 settembre e del ricordo ignominioso delle fughe collettive (ma noi vedemmo anche i Tedeschi fuggire, e in più d'un caso restammo a coprir loro le spalle).
    Parlo di Paolo Posio e degli uomini della 2a e 3a Compagnia impegnati a Cisterna contro gli "Sherman" americani che avanzavano aprendo la strada alle fanterie, e che per ore tennero le posizioni, anche dopo che il Comando tedesco aveva ordinato di rientrare.
    Parlo, infine, di Alessandro Tognoloni che, sempre a Cisterna, benché ferito non accettò di ritirarsi e si gettò contro i carri nemici avanzanti armato soltanto della pistola e d'una bomba a mano. Scomparve nel polverone della battaglia, fu dato per morto e si ebbe, per quel fatto, una medaglia d'oro alla memoria, che avrebbe meritato comunque. Nemmeno lo stile ampolloso di cui i ministeriali erano specialisti in casi del genere (e tali rimasero su entrambi i lati del fronte durante la guerra civile, tali sono ancor oggi; come se la guerra e gli atti di valore non si potessero raccontare con le parole d'ogni giorno), riuscì a velare il coraggio di Tognoloni: "Ufficiale comandante di un plotone fucilieri inviato di rinforzo a reparto duramente provato, riusciva con i propri uomini a contenere per molte ore la straripante pressione avversaria. Invitato dai superiori a ritirare il plotone ormai duramente provato, insisteva ancora una volta nel condurlo al contrattacco. Ferito, a chi tentava di portargli aiuto, ordinava di non pensare a lui. Trascinatosi nelle linee italiane e vista la situazione ormai insostenibile, dopo aver con grande freddezza dato ai pochi superstiti disposizioni per il ripiegamento ed essersi assicurato che il ripiegamento si effettuava con il salvataggio di tutte le armi, si scagliava contro il nemico irrompente con la pistola in pugno e lanciando bombe a mano, fino a quando veniva travolto dalle forze corazzate avanzanti. Meraviglioso esempio di cosciente eroico sacrificio"
    Riporto per esteso questa motivazione, non soltanto perché il fatto è autentico e la decorazione ben meritata, ma perché Sandro Tognoloni in realtà non morì; fu raccolto ferito dagli Americani e portato prigioniero negli Stati Uniti. Di dove tornò, e il 30 luglio del 1951 si vide giungere, dal Comando del Distretto militare di Roma, protocollo 22/C7525, indirizzata al sottotenente di complemento di fanteria Tognoloni Alessandro una lettera che recava in oggetto la dicitura "partecipazione punizione" ed era così formulata: “prestava circa 7 mesi di servizio in una formazione della X Mas. Il 21/5/44 gravemente ferito a Cisterna, veniva catturato dagli americani. Per il suo comportamento veniva decorato della medaglia d'oro al V.M. Condonata in virtù del D.L.P. 24/6/46 n. 10”.
    Mirabile esempio di militarburocratese, dove non si capisce bene se il Governo di questa Repubblica abbia condonato l'indisciplina di Tognoloni o la sua medaglia d'oro.
    Ma anche a questo, alla guerra burocratica che avrebbe voluto cancellarci per sempre ed arrivò, per tal fine, addirittura a cancellare il nostro servizio militare nella Repubblica Sociale, come se non fosse mai esistito, come se non avessimo mai combattuto, siamo riusciti a sopravvivere.
    Tre mesi, durò la battaglia di Nettuno per il "Barbarigo". Quella per Roma durò soltanto una notte. L'ultima notte. Quella del sabato 3 alla tarda mattinata della domenica 4 giugno 1944 quando, in pochi superstiti, ce ne andammo, ultimo reparto organizzato ad uscire dalla città, per la via Flaminia, sotto gli attacchi dei caccia americani.
    Roma era stata per mesi alle nostre spalle, muta ed ostile. Ma, al fronte, questo era permesso anche ignorarlo. La gente, quando alla sera si chiudeva nelle case e spegneva le luci, tendeva l'orecchio ai tonfi lontani, dove eravamo noi, e cercava di capire. Capire quanto avremmo resistito ancora, perché soltanto questo importava. Per quanto tempo la città avrebbe dovuto continuare a sopportare una difesa che non voleva.
    Più i tonfi erano vicini, forti e continui, più la gente era lieta. Lieta della sua viltà, fra le pareti calde e le finestre ben chiuse, unita nel desiderio di cibo, che la spingeva a contare con gioia i nostri morti; non tanto per odio, quanto perché essi erano l'indice più sicuro della progressiva paralisi nostra. Roma non ci odiava né ci amava: voleva soltanto che ce ne andassimo, per poter finalmente ritrovare le "abboffate". Del resto, era pur sempre la città che pochi mesi prima, il 25 luglio del 1943, aveva salutato la caduta del fascismo inalberando cartelli con la scritta "Viva Badoglio che ci dà l'olio". Ideologie, onore militare, amor patrio, come dicono a Roma "nun sò cose che se magneno". Così era andata, ripeto, e nessuno di noi, lontano, se n'era reso conto veramente. Ma quando, alla sera del 3 giugno, ripartimmo da Roma per raggiungere l'ottavo chilometro dell'Appia e distenderci come sicherungsgruppe, il dubbio non era più possibile per nessuno. E per questo dico che allora, e solamente allora, noi combattemmo la vera Battaglia per Roma.
    Il Battaglione era tornato due giorni prima, dopo aver combattuto per tutto il ripiegamento insieme a pochi reparti di copertura della 7351 Divisione tedesca. Battaglia dura, combattuta passo per passo da gente sorretta unicamente dal desiderio di spuntarla. Il ripiegamento era cominciato, come ho già detto, il 24 maggio e, da allora, ci eravamo fermati soltanto il 2 giugno, entro le mura del Distaccamento Marina.
    La città accolse distratta e indifferente la nostra banda cenciosa e sporca, come sempre quando i soldati vengono dalla battaglia. Se tutti quei partigiani antifascisti di cui negli anni successivi si è tanto favoleggiato fossero esistiti veramente, avrebbero potuto attaccarci e, forse, anche sopraffarci. Ma non si vide nessuno. La città era calma, i tram circolavano; Roma pensava ad altro. Pensava a quelli che ormai stavano arrivando, ragionava obbedendo alle spinte dei ventri vuoti e della paura continua. Noi, che ci stavamo a fare ancora? Non eravamo che fantasmi.
    Così, quando alla sera del sabato 3, insieme all'ordine di evacuare Roma entro le 24, il comandante Bardelli ebbe quello di formare una Compagnia volontaria (e fu chiamata poi "L'Ultima") da mandar giù all'ottavo chilometro, verso Cinecittà, per creparci tutti se necessario, centodieci uomini si offrirono in un minuto. Questo sa di retorica, forse, e può suonare falso; ma è così. Eravamo centodieci, comandati da Mario Betti, che da anni faceva il soldato e proveniva dal Decimo Arditi e che poi, a guerra finita, scoprii essere un professore di flauto. E Betti aveva con sé, come ho già detto, Giulio Cencetti, Paolo Posio, Mario Cinti e Claudio Cicerone come ufficiali subalterni. Centodieci, con i piedi piagati dalle lunghe marce del ripiegamento, le divise sporche e la testa in subbuglio per il dolore e la rabbia; mandati contro gli "Sherman" con i soli mitra e le bombe a mano, su due camion che non ci avrebbero aspettato perché, tanto, secondo le previsioni del Comando tedesco, non sarebbero serviti. A Via Veneto, quando passammo, la gente era ai caffè, ed era tanta, perché molti erano scesi a Roma per "farsi liberare" (altri ne trovammo poi a Firenze, dello stesso tipo). Dall'alto delle macchine urlammo loro le ingiurie più oscene che mai soldati abbiano gridato, sbattendole su quei visi pallidi, che non volevano guardarci.
    Tutti urlammo e imprecammo, contro loro e le loro madri, e odiammo Roma con tutte le nostre forze, perché non voleva essere difesa. Finalmente trovammo il posto, e ci spiegammo in ordine mentre i due camion tedeschi ripartivano verso Roma alla svelta. Fu bravo Cencetti a bloccarne uno e ad imporre all'autista di mollare almeno la motrice, agganciando il rimorchio a quello del primo automezzo. Non c'era più nessuno e per la strada venivano giù, a rotta di collo, i superstiti degli ultimi gruppi di guastatori che erano rimasti indietro a far saltare ponti e strade. Ora toccava a noi, e fra breve anche quel piccolo transito alla spicciolata sarebbe finito. Tra le canne degli orti venivano avanti i marocchini, armati di lunghi coltelli: loro erano pronti a sbudellare chiunque gli si parasse di fronte, noi dovevamo rallentare l'avanzata. E così cominciò. Ignoravamo che alla nostra destra i paracadutisti, investiti direttamente dai corazzati nemici, erano stati tutti sopraffatti, insieme al comandante Rizzati, morto, in testa ai suoi, da quel bravo soldato che era.
 
Paracadutisti della Nembo.
 
    Albeggiava quando una macchina con a bordo tre ufficiali tedeschi arrivò correndo, da destra; si vedeva che venivano dalla battaglia. "E voi che fate qui?". "Sicherungsgruppe", fu la risposta. "No, andate via, andate via; ormai tutto kaput. Andate via, tra poco qui arrivano gli Americani..."
    Così ricominciammo il ripiegamento, puntando ancora una volta verso Roma, al Distaccamento Marina. Facemmo un giro largo, dalla parte del Verano, perché sapevamo che il nemico sarebbe entrato dal lato opposto, come in effetti avvenne.
    Arrivammo a Maridist e trovammo la caserma già invasa da civili che stavano rubando tutto il possibile. Nella furia del saccheggio uno di loro era stato addirittura spinto giù dalle scale ed era morto; chissà se saranno riusciti a farlo passare per caduto in guerra e far avere ai suoi una pensione. Sparammo qualche colpo in aria e i saccheggiatosi scapparono, ma senza allontanarsi troppo; rimasero nei pressi, come corvi, in attesa di poter ricominciare. Sapevano che dovevamo andarcene, e presto. E qui venne il bello.
    Infatti, grazie al sacrificio dei paracadutisti, i calcoli del Comando germanico erano risultati sbagliati e noi eravamo riusciti in buon numero a sopravvivere. Una sola motrice non ci bastava per andarcene. Così una pattuglia, fu spedita verso la Flaminia e tornò avendo sequestrato un autocarro con rimorchio appena arrivato in città e destinato alla borsa nera. A bordo, scarpe di cartone e alcuni sacchi di quelle piccole, caccolose pseudo-caramelle che circolavano allora. Staccammo il rimorchio, scaricammo le scarpe, tenemmo qualche sacco di caramelle (non avevamo nulla da mangiare) e puntammo verso nord.
    A piazzale Flaminio, la gente s'era assiepata per vedere i Tedeschi che se ne andavano; ed era uno spettacolo davvero, perché il soldato tedesco, quando ha la sensazione che il comando abbia mollato, pensa soltanto a salvare la pelle. I primi reparti germanici organizzati li avremmo rivisti sotto Viterbo, quando incrociammo una colonna di carri della "Hermann Góring" che scendeva controcorrente.
    Noi arrivammo, con le nostre due motrici, verso le tredici, quando dall'altra parte della città, a San Paolo, la folla era già in strada ad applaudire i soldati anglo-americani. Eravamo, come ripeto, l'ultimo reparto inquadrato, cioè con ufficiali al comando e uomini che obbedivano agli ordini e non pensavano solamente a scappare. La gente ci vide, ci riconobbe. Fu un attimo di gelo. Poi un marò, e non sono mai riuscito a sapere chi fosse, ebbe un colpo di genio: affondò una mano in un sacco di caramelle e cominciò a lanciarle alla folla. Altri lo imitarono. Fu un successo travolgente: la gente si accapigliava per raccogliere le caramelle e batteva le mani.
    Fu così che uscimmo fra i battimani da quella Roma che non ci amava e per la quale ci eravamo battuti, senza che lei ce lo avesse mai chiesto.
 
 
SI'  BELLA E PERDUTA... (STORIA DEL BATTAGLIONE BARBARIGO) Edizioni "Campo della Memoria". Viale Gorgia di Leontini 26, 00124 ROMA
 

 

venerdì 2 luglio 2021

"ANZIO COME BAGDAD, ECCO PERCHE’ DECISI DI COMBATTERE"

"ANZIO COME BAGDAD, ECCO PERCHE’ DECISI DI COMBATTERE" Un volontario della Repubblica Sociale ricorda la sua scelta: "Sapevo che la guerra era persa, ma non sopportavo l’idea del tradimento"

Barbara Palombelli
 
  
    ROMA - «Sapevo che la guerra era persa, dopo il 25 luglio e l'8 settembre... Ma non sopportavo l'idea del tradimento. Mi dava fastidio questa storia italiana per cui, ogni volta che le cose si mettono male, noi passiamo dall'altra parte, ci mettiamo sempre con i più forti. Avevo diciassette anni, dovevo completare l'ultimo anno di ragioneria a Udine, dove vivevo con la mia famiglia. Noi - allora - non sapevamo nulla dei campi di sterminio, dell'Olocausto, eravamo veramente alla periferia del Paese. Era l'inverno del '43: scappai di casa di notte, volevo andare a fare la mia parte, mi arruolai volontario con i paracadutisti della Folgore.
    Mio padre disse che non mi avrebbe mai perdonato ... ».
    Le immagini delle guerre e delle liberazioni sono sempre uguali. C'è un Paese che entra nel caos, ci sono monumenti e statue da abbattere, c'è chi sale sul carro armato dei vincitori, c'è chi arraffa quello che può, chi scappa alla ricerca di una nuova identità. E c'è chi ritiene di dover restare fedele a dei valori, proprio nel momento in cui vengono dichiarati fuorilegge e sconfitti... Il soldato semplice Luciano Orsettigh, classe 1926, è oggi un signore in pensione che ama leggere libri, passeggiare con la sua cucciola terrier, comunicare con il mondo dalla sua stanza con una radiotrasmittente potentissima. Di politica non si è mai occupato, «e non sono mai stato neanche un fazioso, mai portato la camicia nera... ero un giovane innamorato della mia patria e volevo difenderla fino all'ultimo. Per questo ideale, ho pagato un prezzo alto: sono stato per due anni prigioniero degli americani, insieme a migliaia di italiani che forse oggi, vedendo le immagini in televisione ... stanno ricordando, come me, tempi lontani».
    Orsettigh fu fatto prigioniero dalla Quinta divisione americana proprio all'alba del 4 giugno 1944, il giorno della liberazione di Roma: «Dopo qualche mese di addestramento in Umbria, alle Fonti del Clitunno, fui destinato alla settima compagnia della Folgore, nella primavera del '44, fummo spediti al fronte, ad Anzio. Eravamo 110-120, tutti volontari, tutti giovanissimi. I nomi di tutti, oggi, è impossibile ricordarli... C'era un Fiocchi, figlio della dinastia di imprenditori delle munizioni. C'erano i fratelli Civita, romani, rossi di capelli come me, c'era Camuncoli, figlio di un giornalista del Corriere della Sera. Tre mesi di trincea di campagna fra Roma e Anzio, senza caserme né tende. Per dormire, c'era una grotta, andavamo lì a turno. Gli americani avanzavano dal mare verso Roma e noi dovevamo rallentare il loro cammino, a costo di essere distrutti. Di quei 120, restammo vivi in sei. Sapevamo che era una missione disperata: saremmo finiti o morti o prigionieri. L'ultimo ordine che ricevemmo, il 2 giugno, era quello di coprire la ritirata delle altre truppe e delle prime linee tedesche che arretravano: dovevamo tenere il fronte per 24 ore e poi ritirarci anche noi. Noi rimasti vivi, al calar della notte, scadute le 24 ore, cominciammo a tornare indietro per ricongiungerci ai soldati già andati via. Eravamo stanchissimi, ci fermammo in una cascina abbandonata, lasciata dall'antiaerea tedesca. Al risveglio, una cannonata sul tetto ci avvertì che era arrivato il momento di uscire a mani alzate: lungo la strada, scendendo dalla collina, ricordodo come fosse ieri le decine di carri armati che, infila, stavano per arrivare nella capitale».
    Sessant’anni fa, quando eravamo noi un popolo da liberare, con un regime a pezzi e un esercito allo sbando, gli americani fecero prigionieri circa 55 mila italiani, di cui 6 mila scelsero di non collaborare. Orsettigh mi mostra il libro scritto da Gaetano Tumiati nel 1985 (Prigionieri in Texas, Mursia, ndr), dove è raccontatacontata l'esperienza della detenzione: «Ci ritrovammo improvvisamente a migliaia in un campo di concentramento a Hereford, su un altopiano ai confini con il New Mexico. Arrivai là dopo mesi di prigionia in Africa e dopo un lunghissimo viaggio nella stiva di una nave, sbarcammo in Virginia e poi attraversammo in treno quasi tutti gli stati del Sud... Ad Hereford c'erano anche il pittore Alberto Burri, lo scrittore Giuseppe Berto, c'erano persone diverse, dai monarchici ai liberali 'non c'erano solo i nostalgici... eppure, gli americani lo chiamavano il "Criminal Fascist Camp". Indossavamo divise con scritto ovunque PW, prigioniero di guerra. Quelli che collaboravano, invece, avevano la divisa militare americana e una bandierina italiana cucita sul braccio, potevano uscire, frequentare donne, alcuni poi si sposarono le fidanzate di allora. Noi no, noi eravamo sempre chiusi, nel cuore della notte capitava anche qualche legnata, facevamo la fame, al mattino una tazza di caffelatte in polvere e due fettine di pane di riso... Per guadagnare 80 centesimi al giorno e mangiare due panini bisognava lavorare: ho raccolto patate fino a spezzarmi la schiena, in una farm a un'ora di camion dal campo, era l'unico modo per comprarsi le sigarette e le lamette per radersi».
    Quando la guerra finisce, i collaborazionisti vengono liberati subito. Gli irriducibili ci impiegano quasi un anno per tornare a casa: 
    «Mancavo da tre anni, arrivai nel 1946 - racconta Orsettigh - e mi avevano dato per morto... Mio padre riuscì a perdonarmi. Ritrovai, per una notte, i miei amici. Non avevo ancora disfatto il mio sacco, che vennero a prendermi i carabinieri. Mi aspettavano altri due mesi di galera, per ragioni ancora oggi misteriose: un altro campo di concentramento, italiano, con tende canadesi piantate nel fango, dalle parti di Arezzo». Grazie a quella difficile esperienza, Luciano Orsettigh conquistò un inglese perfetto. «Mi servì per trovare un lavoro. Da uomo libero, finalmente, scelsi di lavorare per qualche anno proprio alla base americana di Cormons. Indossavo la loro divisa e organizzai l'arrivo di 5 mila americani a Trieste. Dalla tuta grigioverde della Folgore, però, tagliai una striscia di stoffa. Per me, che non sono un uomo di destra, ha sempre avuto una grande importanza, c'è dentro ancora oggi il senso del dovere che mi ha portato a quelle scelte. C'è scritto: "Per l'onore d'Italia". Mi sembra un buon motto, anche sessant'anni dopo».
 
 
IL CORRIERE DELLA SERA Quotidiano del 14 Aprile 2003
 
                                                                                                                                            

lunedì 21 giugno 2021

RESISTERE PER ROMA

 

RESISTERE PER ROMA 



UOMINI CONTRO CARRI Senza reducismi e senza malinconia
Fernando Togni
 
 
    Ci si avviava alle sei del mattino e la notte schiariva. Allora non c'era l'ora legale. In quell'avamposto si faceva la guardia ininterrottamente per dodici ore. Lo comandava un maresciallo tedesco che disponeva d'una quindicina di uomini. Insieme si trovavano una quindicina di italiani, comandati da un sergente. Si stava in due per buca. 
Dopo i bombardamenti terrestri aerei e navali ai quali eravamo sottoposti di giorno, era molto dura quella guardia: svegli, senza parlare, senza fumare. È la vicenda quotidiana di tutti, in guerra, in prima linea. Ma metteva duramente alla prova la resistenza fisica. Non ci avevano insegnato come si faceva la guerra. Ma stavamo imparando. Solo poco tempo prima eravamo ancora all'università, o in fabbrica, o in negozio, o in ufficio. 
    Avevamo di fronte la maggiore potenza industriale e militare del mondo. Gli avamposti nemici erano sì e no a un chilometro e mezzo o due di fronte a noi; le nostre linee dietro alle spalle, più lontane. Eravamo isolati: con armi automatiche in mano; brandelli di sogni giovanili nel cuore; tristezze d'una patria devastata e invasa, intorno. E si sentiva un esteso sferragliare in lontananza, con rabbioso e intenso cannoneggiare zonale. 
Nessuno te lo dice, ma capisci da solo che è un attacco in forze, e non sai quando e come, ma ti aspetti che tra poco toccherà a te. 
    E infatti, quando ormai è chiaro, ci sei in mezzo. 
    Era il 15 aprile 1944. Avevo vent'anni: ero nell'Agro Pontino a contrastare gli anglo-americani sbarcati a Nettuno il 22 gennaio. 
    Uomini contro carri. Anche quella mattina, come per tutta la campagna d'ltalia (lo dice Eric Morris in "La guerra inutile" - Longanesi 1993) con buona pace del maresciallo Montgomery, abituato a battersi con presuntuosa arroganza sulla sicurezza del dieci contro uno, pagarono un alto prezzo, eccessivo. Ma a loro non importava molto. Eppoi, le classifiche sono sempre ingenerose e, in prospettiva, ridiscutibili o inutili. 
    Uomini contro carri. Non ce l'abbiamo fatta. Fui catturato così. È capitato a molti altri e, soprattutto, molti hanno lasciato la vita. 
    Non lo sapevo, ma in quel giorno, a Firenze, avrebbero ucciso Giovanni Gentile. 
    Dopo Aversa, Biserta e Orano, sono finito con gli altri negli Stati Uniti, a Hereford. 
    Sono qui a ricordarlo cinquanta anni dopo. 
    Nessun reducismo, né malinconia. Una vicenda qualunque nel mezzo di tante vicende qualsiasi. Ma vicende vissute da esseri umani: non di una parte o della parte avversa. Gli anniversari non dicono più niente, nemmeno i compleanni; ricordarli rivela - si dice - atteggiamenti datati, obsoleti, patetici. 
    Così l'anniversario di questo mezzo secolo - nel secolo della relatività - non mi turba più di tanto. 
    Mi domando, piuttosto, qual è il contenuto di tale ricordo, poiché questo considero ancora importante. Importante non per rendermi conto della vita vissuta, ma per dar senso a quella che vivo tuttora, e motivazioni al futuro. 
    Né scetticismo, né pessimismo. Invece, continuo senso del presente. Vale sempre la pena. Come nelle fusioni le bave si asportano, le scorie si disperdono e la statua vien fuori pura come l'artista l'ha concepita, così tra commemorazioni più o meno forzate e vuote, tra alluvioni di chiacchiere che continueremo a sentire, restano in eredità e durano tutte le oneste esperienze individuali; sono esse il filo che cuce o ricuce l'abito. Anche il costume di Arlecchino - che nella tradizione è un abito povero - un abito comunque è; e rappresenta l'affermazione d'una fede nella gioia di vivere. Cinquant'anni di cose viste. Di tutti i colori. 
In fondo, niente di nuovo, nel male e nel bene. La serenità di non giudicare: tanto, la vita ne ha per tutti. 
    La consapevolezza, modesta, di essere quello che sei. Continuando a coltivare dirittura e tenacia, accettando pure che la realtà possa avere aspetti incomprensibili. Però non desistere dal tentare; cercare sempre, soprattutto l'essere umano. 
    Cinquant'anni dopo: un ricordo in umiltà, solo come testimonianza e proposta.
 
 

VOLONTA’ N. 6-7 Giugno-Luglio 1994

                                                                                                                                   

mercoledì 16 giugno 2021

LETTERA A MARZIA

RISCOPRENDO LA STORIA SAPREMO UN GIORNO RITROVARE MOTIVI DI ORGOGLIO            


LETTERA A MARZIA
(Cinquant’anni e venti mesi) Scritta e pubblicata da Alberto Giovannini nel 1959
 
 
    Marzia carissima, domenica l’altra, al termine della puntata televisiva sui “Cinquant’anni di vita italiana”, in cui si descrivevano in termini raccapriccianti le vicende della Repubblica Sociale Italiana, tu hai chiesto, un po’ incredula e un po’ preoccupata: “-Ma papà era con quelli? ....”.
Sì Marzia, il tuo papà era con “quelli”, con i cattivi e perchè, nella tua mente bambina, non rimangano dubbi ti dice, ora, di essere orgoglioso di esserci stato, e ti assicura che, se dovesse tornare indietro nella vita, e trovarsi, con l’esperienza d’oggi, nelle identiche situazioni di allora, ci tornerebbe.
    I tuoi tredici anni scarsi ti permettono di afferrare e assorbire il succo velenoso di certe storie, ma ti impediscono di poter capire la storia. Tuttavia voglio dirti, non tanto per oggi, ma per il tempo abbastanza prossimo in cui alla storia, per forza di studi, dovrai avvicinarti, che ciò che la Televisione ha trasmesso (forse col recondito desiderio di far disprezzare centinaia di padri e di madri dai figli ignari) delle tragiche vicende Italiane tra il 1943 e il 1945, altro non è che il concentrato della vigliaccheria conformistica che impera nella nostra Patria.
    Tu non sai, cara Marzia, che molti tra quanti vorrebbero condannare tuo padre, in quanto colpevole di un delitto che gli Italiani difficilmente perdonano, quello della coerenza, vi sono coloro che gli furono Maestri e, quindi, coi loro scritti lo spinsero sulla strada che doveva condurlo nella Repubblica Sociale Italiana: e vi sono a migliaia, a centinaia di migliaia, a milioni i suoi compagni di un tempo, quelli cioè che dopo aver militato con lui, nel fascismo e “sotto” Mussolini, si squagliarono, stridendo alla maniera dei topi, non appena la barca incominciò a fare acqua.
    In sostanza le storie che la Televisione ha, dapprima ipocritamente e poi maramaldescamente, raccontate alla tua fantasia di bambina sensibile, avevano due scopi ben precisi: il primo di giustificare la dittatura del “ventennio”, il secondo di scaricarne tutte le responsabilità, morali prima ancora che politiche, sui vinti della Repubblica Sociale Italiana. Perchè vedi, Marzia, se in Italia non ci fosse stata la Repubblica, e la storia si fosse fermata al 25 luglio 1943, i “responsabili” sarebbero parecchi. Nessuno o quasi si salverebbe.  Oggi tu sai che Presidente dei Consiglio è l’Onorevole Segni, e se ascolterai la radio saprai ch’egli è un patriota e un antifascista, un sincero democratico.  Appunto perchè, per sua fortuna, c’è stato l’8 settembre 1943, che ha permesso a Segni di far dimenticare il giuramento di fedeltà al regime fascista e, probabilmente, il distintivo fascista portato all’occhiello, come professore Universitario.  Ti dico Segni, perchè è il nome del giorno, ma quando ascolterai altri nomi, e leggerai di altre benemerenze, di Fanfani o di Ingrao, di Taviani o di Lajolo, di Pella o di Achille Corona, di Tambroni o di Martino, di tutti o quasi gli uomini politici Italiani dispersi nei molti partiti, ricorda che la situazione è sempre la stessa.
    Per questo le storie che ti hanno raccontate “visivamente” alla Televisione, nella prima parte erano rivolte a giustificare il fascismo, e in certo qual modo, a farlo perdonare agli italiani e agli stranieri.  Le proteste dei comunisti e degli antifascisti professionali, durante le prime puntate del racconto, erano in parte giustificate, ma fiacche, forse anche perchè i protestanti avevano ottenuto assicurazioni sul galoppo finale del programma.  E d’altro canto, ad esempio, l’onorevole Arrigo Boldrini, presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani, come avrebbe potuto protestare contro il filofascismo della TV fino al 25 luglio, se fino a quell’epoca egli era Centurione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale?
    Vedi, Marzia, quel che avvenne in Italia dopo l’8 Settembre ha rappresentato la più dolorosa tragedia della tua Patria, ma è servito anche a dare un falso passaporto di democrazia alla maggior parte dei vigliacconi che oggi comandano.
    Quante cose, potrei raccontarti, figlia mia, di quei tempi tragici. Basterebbe ti facessi storia, e potrei fartela, di molti che oggi vanno per la maggiore con l’aureola degli eroi, per farti ridere o per farti comprendere perchè, in definitiva, tuo padre, ch’è un uomo e non un topo, è stato con “quelli” e non con “questi”.
    Ti hanno fatto vedere tante cose tristi, tanti morti, tante distruzioni, ti hanno rattristata e forse, ti hanno fatto inorridire.  Ma non è tutto.  Sappi, bambina, che molti di quei lutti sono venuti “dopo”, sono cioè scaturiti da una reazione; ma sappi, soprattutto, che la guerra civile scaturì dall’imbecillità e dalla pavidità di una classe dirigente che dopo aver servito (servito è il termine esatto) il fascismo, e dopo essere stata complice dell’entrata in guerra, ha subito la pressione dell’antifascismo “resuscitato” dopo il 25 luglio per realizzare, nel più disastroso dei modi, il più criminoso rovesciamento di fronte che la storia ricordi.
    Hai visto sui teleschermi, la strage di trecentotrenta italiani alle Fosse Ardeatine?
    Ebbene, ricorda, bambina, che essa fu dovuta a rappresaglia perchè in Roma, dichiarata “città aperta”, ventisei soldati tedeschi disarmati furono uccisi dallo scoppio d’una bomba posta a tradimento dai comunisti.  E che gli autori dell’attentato, invitati a costituirsi per evitare la rappresaglia sui detenuti, si dettero alla macchia per poter essere in grado, poi, di entrare al Parlamento italiano come deputati del Pci e come eroi della “resistenza”.
    E’ una favola truce e turpe, quella che ti hanno presentata, figlia mia; ma incompleta. Lascia, perciò, che te la racconti anch’io, che te la completi.
    C’era una volta un amico del tuo papà, aveva ventotto anni, era onesto, sincero, povero e disinteressato. Intendeva -andare verso “il popolo” perchè al popolo voleva bene: si chiamava Eugenio Facchini, e ai primi di ottobre dei 1943, quando Bologna era ancora tranquilla, fu nominato Segretario federale della città. Tre mesi dopo fu massacrato a colpi di rivoltella (nella schiena) mentre stava andando a colazione alla mensa dello studente. Fu il primo morto della guerra civile a Bologna, e dalla sua ingiusta morte, che non dava gloria o vantaggio a nessuno, vennero le prime sanguinose reazioni.
    C’era una volta un vecchio professore universitario che mai si era occupato di politica, che dal fascismo non aveva ottenuto nè onori, nè cariche, nè guadagni, era un antico nazionalista che aveva sentito la necessità di “aderire” alla Rsi e, quindi, di reagire alla resa incondizionata di Cassibile e al rovesciamento di fronte che avevano disonorato la sua Patria. Era un uomo onesto, buono, che non aveva mai fatto dei male a nessuno e fatto dei bene a tutti, era uno studioso di fama mondiale. Si chiamava Pericle Ducati, e fu massacrato a revolverate mentre, con un libro sotto il braccio, tornava a casa.
    C’era una volta, la favola è lunga, Marzia!, il più grande filosofo contemporaneo, come un giomo saprai; lo spirito forse più alto che abbia avuto l’Italia in questo secolo, e fu ucciso, mentre rientrava in famiglia, per la somma di tremila lire.  Si chiamava, pensa, Giovanni Gentile.
    C’era una volta un Poeta, cieco di guerra, cieco a ventisei anni, che quando tutto crollava aveva ritenuto suo dovere servire i Mutilati, cioè coloro i quali avevano offerto, come lui, i doni più preziosi dell’esistenza alla Patria. Fu ucciso come un cane, a revolverate, in mezzo alla strada, senza una ragione e senza pietà.  Si chiamava Carlo Borsani.
    Tra i tanti nomi che hai ascoltato alla Televisione, questi non li conosci; tra i tanti funerali che hai veduto questi sono mancati; tra i molti orrori questi non sono stati menzionati. Tu hai veduto tante bandiere tricolori che sventolavano, gioiose alla fine della guerra civile, ma non ti hanno fatto vedere, per tua fortuna, il carnaio approntato in una piazza di Milano, dove Colui che tutti avevano servito e riverito, e che non aveva voluto fuggire perchè, se lo avesse voluto, come i maramaldi della Televisione affermano, avrebbe sempre avuto un aereo sul quale imbarcarsi era appeso per i piedi, a ludibrio di una plebe imbestialita e a eterna vergogna dell’italia moderna. Non ti hanno fatto vedere, nè ti hanno detto, Marzia, che mentre quelle bandiere sventolavano e quelle “formazioni” venivano passate in rassegna dai “vittoriosi”, migliaia e migliaia di uomini, donne, giovanotti, fanciulli venivano massacrati; che in una caserma di Vercelli settanta giovani disarmati venivano schiacciati vivi e ridotti poltiglia, per ordine e sotto gli occhi di un eroe della resistenza, il ragioniere Carlo Moranino, divenuto più tardi deputato al Parlamento Italiano per questa meritoria impresa.
    Questo, figlia mia, è il completamento della favola che gli amanuensi della Televisione italiana hanno approntato, per falsare la storia, per meritare gli elogi delle classi dirigenti e per far sì che i figli, intimamente, disprezzassero i padri. Ho dovuto raccontartelo fino in fondo, e dirti che cosa fosse lo “spirito della resistenza” perchè quella tua frase: -Ma papà era con quelli? ... mi ha dolorosamente colpito. Vedi bambina, io, in tanti anni e in tante vicende, non ho mai odiato nessuno; ma quando ho appreso di quella tua domanda ho sentito, per la prima volta, Dio mi perdoni, lo stimolo dell’odio.
    D’ora in avanti, Marzia, ti farò io la storia: e ti dirò chi veramente era Mussolini, cosa fu il fascismo e cosa fummo noi, vinti, protagonisti dell’ultima e disperata avventura.  Non credevo, dopo tanti anni, quando tutto doveva essere superato e dimenticato, di dover tornare a questo.  Ma tu devi sapere, voglio che tu sappia; voglio che quando sarai grande possa insegnare ai tuoi figli le cose che ti dirà tuo padre, perchè “questi” l’hanno voluto, me l’hanno imposto.
    Voglio dunque che tu possa essere orgogliosa di me, anche e principalmente se ero con “quelli”. Sì, ero con “quelli”: ero con Mussolini, con Giovanni Gentile, con Pericle Ducati, con Goffredo Coppola, con Francesco Ercole, con Giotto Dainelli, con Marinetti. E un giorno saprai, bambina, chi erano costoro, e vedrai che erano qualcosa di più e qualcosa di meglio dei Pani, dei Cadorna, dei Moranino; potrai renderti conto che anche tuo padre era un Italiano e per di più un Italiano coerente, che ha saputo subire fino in fondo la tragedia (che è storia) della sua Patria, anche se questa colpa gli vieta oggi di poter “rettificare” le storie della Rai-Tv, compilate e realizzate dal suoi antichi camerati, trasformatisi in maramaldi.
 

Tuo padre

venerdì 11 giugno 2021

I REPARTI SPECIALI DELLA REPUBBLICA SOCIALE -- 2--

I REPARTI SPECIALI DELLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA: RESISTENZA AGLI INVASORI ANGLOAMERICANI



ANCHE QUEI RAGAZZI FASCISTI SONO MORTI PER LA PATRIA
Pio Acquaroli
 
 
    U.N.C.R.S.I. Federazione di Caserta
    Alla Redazione Casertana del «GIORNALE DI NAPOLI» Corso Trieste, 220 CASERTA
    In riferimento alla notizia pubblicata da codesto Giornale dal titolo: «Anche quei ragazzi fascisti sono morti per la Patria» sì precisa che:
    - i tredici giovanissimi combattenti dei Servizi Speciali della Repubblica Sociale Italiana fucilati a S. Maria C.V. e alla cava di S. Angelo in Formis non sono stati «trucidati dai nazisti» ma dagli «anglo-americani».
Alleghiamo per prova le foto delle esecuzioni di alcuni di essi.
    - Si precisa, inoltre, che l'U.N.C.-R.S.I. e l'associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi della R.S.I. da molti anni si battono nelle competenti sedi, perchè sia generalizzata la decisione presa di recente per onorare i sei marò della Xa MAS uccisi dagli slavi di Tito.
    Siamo certi che codesta Redazione pubblicherà, con la cortesia che la distingue, citando la fonte, questa rettifica.
    IL PRESIDENTE Pio Acquaroli 
Fucilazione di Mario Tapoli, a sinistra, e Vincenzo Tedesco, napoletano, a destra, il 30 Aprile 1944 a S. Angelo in Formis da parte di M.P. della V armata americana.
 
 
GIORNALE DI NAPOLI Quotidiano del 25-X-1992

LA VERA STORIA DI ITALO PALESSE, L'OPERAIO FUCILATO DAGLI AMERICANI IL 30 APRILE 1944 Come la Rai, a Combat Film, ha orchestrato, senza scrupoli,  il vilipendio di un morto
Giano Accame
 
 
     Caro Marcello, resta in milioni di telespettatori della prima puntata di Combat Film la forte impressione dei quattro giovani fucilati dagli americani il 30 aprile 1944 a S. Maria Capua Vetere.
    Di uno di essi, Franco Aschieri 18 anni, l'ultima lettera alla madre contiene una carica di spiritualità tale da non potersi definire altro che eroica. 
 
    Ma chi ha più impressionato è stato Italo Palesse (nella foto in alto), operaio, 22 anni, dell'Aquila, per la spavalderia con cui ha fumato l'ultima sigaretta. Nella puntata del 13 aprile, Rai, uno ha presentato come testimone dell'epoca Renato Piendibene, partigiano sui Monti della Tolfa, il quale sostiene d'aver riconosciuto in Palesse l'infiltrato che lo fece arrestare dai tedeschi con altri compagni. La testimonianza era stata già riportata dall'unità (8 aprile) col titolo: «E' lui la spia che ci ha traditi, due di noi son morti alle fosse Ardeatine». Ma l'Unità non vi ha molto insistito, avendo forse colto un'imbarazzante discrepanza: la Pasqua del 1944 era il 9 aprile, mentre il massacro delle Ardeatine era avvenuto prima, il 24 marzo.
 
    A distanza di cinquant'anni i ricordi di Piendibene si sono comprensibilmente confusi con una dose di fantasia.
    Lo stesso 8 aprile Florido Borzicchi sui giornali Il Tempo, Resto del Carlino, La Nazione, ha riferito che secondo storici locali i giovani fucilati si trovavano nel carcere di S. Maria C. V. già da diversi mesi.                            
    Giorgio Pisanò, storico della Rsi, che la Rai si è ben guardata dall'interpellare, assicura che in genere quei processi duravano non meno di un paio di mesi e quindi Palesse non poteva aggirarsi tra la Tolfa e via Tasso pochi giorni piuma della fucilazione. Seri elementi di dubbio imponevano pertanto a Rai uno, con tutti i riguardi per una persona anziana e volta al perdono, ma anche col rispetto dovuto ad un operaio caduto, di famiglia povera, dispersa, non in grado di difenderne la memoria, di sottoporre ad un vaglio più scrupoloso i ricordi di Piendibene.
    Si è limitata a depurarli dagli errori più grossolani, come quello sulle Ardeatine, orchestrando senza scrupoli il vilipendio di un morto.
    Strumentalizzazione "riparatrice" della prima puntata, consumata in pompa magna, sostituendo, come conduttore, Vittorio Zucconi con il direttore Demetrio Volcic, che se ne è così assunto in prima persona la responsabilità.
    Pio Acquaroli della Unione Nazionale Combattenti della RSI, ci ha inviato una lettera in cui sostiene, dopo aver cercato e trovato documentazione adeguata, che il «volontario dei Servizi speciali della Rsi, Italo Palesse, catturato dagli anglo-americani nel 1943 (forse dicembre) era rinchiuso con certezza alla data 21 Gennaio 1944, nella cella n° 8 della IV sezione del Carcere di S. Maria C. V., ove rimase fino al 30 aprile '44, data della fucilazione».
    Dunque, a suo avviso, il partigiano Piendibene avrebbe, nella migliore delle Ipotesi, "preso una solenne cantonata".
    Acquaroli si dichiara disponibile ad esibire il carteggio in suo possesso.
    27 aprile 1994
 
 
L'ITALIA SETTIMANALE 27 Aprile 1994 N. 16

GIOVANI EROI DELLA R.S.I. Combatfilm: una trasmissione che ha suscitato tanto scalpore
Giano Accame
 
 
    Caro Meneghini,
     mi chiedi di ricordare per Nuovo Fronte i quattro giovani fascisti fucilati come spie dagli americani a Santa Maria Capua Vetere il 30 aprile 1944 e che sono balzati a notorietà nazionale mezzo secolo dopo con la trasmissione televisiva di Combat film su Raiuno. Potei farne i nomi e chiamarli eroi perché avevo letto di loro nella Storia della guerra civile di Giorgio Pisanò, a cui tutti facciamo ricorso per ripassare le vicende di casa nostra.
    Quando, tre giorni prima della trasmissione, da Raiuno invitandomi mi suggerirono di dare un'occhiata al Radiocorriere per capire di che si trattasse, mi colpì la piccola fotografia d'un giovane con la sigaretta in bocca e legato al palo dell'esecuzione. Mi pareva d'averla già vista e la ritrovai infatti nell'opera di Pisanò, così ricca di illustrazioni e di episodi. Si trattò evidentemente di una fucilazione-spettacolo, non solo filmata dai cineoperatori americani della V Armata, ma anche fotografata. Roberto Olla, il ricercatore della Rai che è riuscito a scovare ammucchiati in un magazzino statunitense centinaia di documentari sulla campagna d'Italia, si trovò per le mani anche un filmato che portava soltanto l'indicazione di «fucilazione spie fasciste». Non i nomi, non la data, né il luogo. Tutte cose che nella «nostra» tradizione erano invece già note, benché un po' confuse con decine di migliaia di tragedie analoghe. Mi colpì, rileggendola, la straordinaria lettera scritta alla madre dal giovanissimo Franco Aschieri, studente liceale milanese di 18 anni e paracadutista, alla vigilia della fucilazione. Essa rivela una spiritualità eccezionale insieme ai tratti inconfondibili dell'eroismo. Il sacerdote che li ha assistiti, don Giuseppe Ferrario, riferì che si erano tutti e quattro devotamente comunicati, ma anche d'un suo affettuoso rimprovero a Italo Palesse, operaio de L'Aquila di 22 anni, che abbiamo visto fumare spavaldamente l'ultima sigaretta, perché in punto di morte gridò «Dio stramaledica gli inglesi» mentre aveva prima promesso di non odiare il nemico. Nel filmato parve che avesse rifiutato i conforti religiosi, mentre sapevo che non era vero e lo dissi a Vittorio Zucconi, conduttore della trasmissione. Tra le polemiche suscitate vi fu su l'Unità (7 aprile) l'intervento di uno storico comunista, Claudio Pavone, che mi ha accusato di falsità: «Uno dei tre, nel filmato, rifiutava il prete. Ma Accame ha negato l'evidenza, tra l'altro. Perché è cattolico. Quindi, quando Zucconi ha notato quel rifiuto del prete, lui ha risposto che non era vero. E Zucconi, di rimando, quasi si scusava con lui».
    E' vero: sono cattolico, oltre che fascista, ma non sono abituato a mentire. Semplicemente sapevo come erano andate le cose e riconobbi subito nelle occhiate tra Palesse ed il prete l'eco dell'episodio da lui ricordato. Zucconi mi ha creduto sulla parola. Usanze da persone educate a cui Pavone ha invece mancato per faziosità, benché avessimo avuto qualche anno prima nella redazione de il Sabato uno scambio garbato di idee sul suo libro Una guerra civile (Bollati Boringhieri, 1991).
    C'è purtroppo di peggio. La stessa Unità (8 aprile) pubblicò una fotografia di Italo Palesse con una lunga didascalia intitolata: «E' lui la spia che ci ha traditi, due di noi son morti alle Fosse Ardeatine». Vi si riferiva i ricordi di Renato Piendibene, partigiano della brigata Maroncelli operante tra Civitavecchia ed i monti della Tolfa, che dice d'essere stato arrestato dai tedeschi insieme ad altre persone su indicazione di Palesse, infiltratosi tra i partigiani con altro nome, alla vigilia di Pasqua del 1944. Alcuni tra gli arrestati sarebbero poi finiti alle Fosse Ardeatine. Le date però non combinano, perché il sabato santo del '44 era l'8 di aprile, mentre il massacro delle Ardeatine fu compiuto quasi due settimane prima, il 24 marzo. E' quanto basta per dubitare della memoria del testimone. Inoltre gli interrogatori ed i processi degli americani duravano in genere almeno un paio di mesi. Palesse avrebbe quindi dovuto essere già da tempo loro prigioniero e non poteva contemporaneamente trovarsi sui monti della Tolfa. Secondo un servizio di Florindo Borzicchi sui quotidiani della catena Monti (Il Tempo, Il Resto del Carlino, La Nazione) dell'8 aprile, che ricavava questa notizia da un ricercatore locale, i fucilati di S. Maria Capua Vetere sarebbero stati già imprigionati da diversi mesi.
    C'erano serie ragioni già apparse sulla stampa nazionale per dubitare sui ricordi del signor Piendibene, quando il 13 aprile Raiuno senza ulteriori riscontri in una nuova puntata di Combat Film, direttamente condotta dal direttore Demetrio Volcic visto che l'obiettività di Zucconi non era piaciuta, gli ha fatto ripetere la testimonianza, depurata del particolare più inattendibile sulle Fosse Ardeatine, senza il minimo scrupolo di sporcare la memoria di un fucilato. Una persona anziana a mezzo secolo di distanza può anche sbagliare, ma un servizio di Stato non doveva permettersi, senza accertamenti rigorosi, il vilipendio di un giovane operaio morto per una sua idea di patria e che non può difendersi. Io, che sono un privato, ho passato giorni a telefonare con Pisanò, con lo storico della Xa Nesi, coi comandanti degli N.P. che compivano le azioni al sud, da Buttazzoni, a Gallitto, con il collega Borzicchi, con lo storico locale di S. Maria Capua Vetere professor Alberto Perconte Licatese, per avere maggiori dettagli sulla vicenda di Italo Palesse e dei suoi camerati. Nessuno di loro era stato interpellato da Raiuno per un riscontro.
La lapide posta a Sant'Angelo in Formis, a ricordo dei 13 giovani volontari della RSI fucilati dagli angloamericani, porta scritte le seguenti parole: "Nel gigantesco scontro del "sangue contro l'oro" qui, tra Gennaio e Maggio del 1944, nella visione di una più grande Italia in un'Europa unita, caddero fucilati dagli invasori angloamericani, i giovani soldati della RSI.
 
    Le notizie che ho finora accertate sono poche e risalgono quasi tutte alla relazione stesa dal sacerdote che li ha assistiti (ormai morto da una ventina d'anni) ed alle memorie di un vicino di cella (ma tra cella e cella sembra vi fosse un rigoroso isolamento). Non sono nemmeno riuscito a sapere di che reparto fossero: erano presumibilmente tra i primi inviati della Rsi dall'altra parte. Gli atti dei processo che portò alla loro fucilazione si possono rintracciare solo negli Stati Uniti con una ricerca non facile, lunga, costosa. L'interesse suscitato dalla trasmissione di Combat Film in milioni di telespettatori ne meriterebbe la fatica e la spesa. Sarebbe una bella tesi di laurea, ma anche un bell'argomento per un ricercatore universitario appoggiato con una borsa di studio.
    Ovviamente il tema andrebbe allargato a tutti i processi militari alleati nei confronti di quegli italiani che si avventurarono nella «resistenza» dall'altra parte.
    C'è ancora tanto da scavare per conoscere veramente la nostra storia.
    Giano Accame
 
 


I MARTIRI DEI "SERVIZI SPECIALI"
Francesco Fatica
 
 
    Caro direttore,
    a proposito dei quattro giovani carcerati dei Servizi Speciali della RSI fucilati nella cava di S. Angelo in Formis, sono in grado di aggiungere notizie che possono servire a dare maggior luce su di un episodio della lotta clandestina fascista nella Campania invasa dagli anglo-americani e dagli eserciti di mezzo mondo.
    I tre giovani Franco Aschieri, Italo Palesse e Vincenzo Tedesco, di cui la trasmissione "Combat Film" - che tanto interesse ha suscitato in milioni di spettatori - ha trasmesso le tragiche sequenze della fucilazione, erano tutti volontari, come il camerata Giorgio Tapoli, studente in medicina, fucilato nella stessa mattinata del 30 aprile 1944, non inquadrato dalla cinepresa degli invasori.
Da sinistra: Franco Aschieri, Italo Palesse, Don Ferrieri, Giorgio Tapoli, Vincenzo Tedesco. Foto scattata la mattina dell'esecuzione.
 
    Precedentemente erano stati fucilati, sempre nella stessa cava, altri agenti dei servizi speciali e molti altri ancora furono catturati e fucilati in seguito, anche altrove.
    Nei primi mesi della RSI, in mancanza di una organizzazione specifica, gli agenti dei servizi speciali si appoggiavano all'alleato tedesco. Essi, tutti volontari, provenivano da diverse armi, ma anche, talvolta, erano di fresco arruolamento, addestrati appositamente e in qualche caso, provenienti dalle file della GIL e del GUF.
    Alcuni provenivano dal collegio accademico della GILE (Giov. Ital. del Litt. all'estero) intitolato a "Costanzo Ciano" dove erano stati abilitati radiotelegrafisti.
    Franco Aschieri era figlio di una signora tedesca e del progettista dell'Università di Roma. Ad arruolarlo insieme ad altri giovanissimi volontari contribuì Ugo Esposito della Xa MAS, che aveva avuto il permesso da Borghese di mettersi a disposizione del comando tedesco per operazioni oltre le linee. Anche lui aveva frequentato il Collegio accademico della GILE "Costanzo Ciano".
    In seguito, com'è noto, furono inviati oltre le linee reparti di NP, di paracadutisti, di aderenti al PFR, singoli informatori e sabotatori, propagandisti e franchi tiratori, come avvenne nei primi giorni dell'occupazione di Firenze, dove furono fucilati sui gradini dì S. Maria Novella i giovanissimo spavaldi camerati - tra cui, voglio ricordare, c'era anche una fanciulla - di cui scrissero Giorgio Pisanò e Curzio Malaparte.
    Nella Cava di S. Angelo in Formis è stata posta una lapide che ricorda, oltre i dodici fucilati dei Servizi Speciali, il tenente di vascello Paolo Poletti, assassinato dal sergente americano di guardia nel vicino carcere di S. Maria C.V., ove era stato rinchiuso dopo essere stato torturato dall’OSS (servizio segreto americano) in una della villette isolate tra Torre dei Greco e Torre Annunziata, vicino Napoli, dove gli americani aggredivano con torture inenarrabili gli italiani a cui volevano estorcere delle informazioni. Paolo Poletti non parlò, ma per le torture subite impazzì e fu trasferito al carcere di S: Maria C. V., ove fu rinchiuso nella cella N°8, cella imbottita riservata appunto ai pazzi.
    Qui il Martire dava in escandescenze e si strappava i vestiti, per cui fu spogliato completamente e lasciato ammanettato, ma continuò angosciosamente fin quando, la mattina del 19 Maggio 1944, trovato il cancello della cella aperto, si portò nel corridoio, sempre ignudo, ammanettato e continuando a urlare. Ovviamente tutto era stato predisposto per dare una sia pur minima giustificazione al sergente americano che lo freddò barbaramente con la pistola d'ordinanza, eliminando così una scomoda testimonianza della efferatezza degli invasori. Il tenente di vascello Paolo Poletti, immolatosi venticinquenne, fu uno dei primi agenti speciali della RSI; era riuscito a farsi accreditare come ufficiale della R. Marina distaccato presso l'OSS. Aveva così carpito preziose informazioni che trasmetteva poi in RSI, ma si era poi troppo scoperto per facilitare il passaggio delle linee alla principessa Maria Pignatelli, che riuscì così ad essere ricevuta da Kesserling e da Mussolini per riferire sull'attività e sulle possibilità dell'organizzazione clandestina fascista operante nelle terre invase e capeggiata dal marito principe Valerio Pignatelli di Cerchiara.
    Sarebbe ora che, dopo cinquant'anni di colpevoli e faziose assenze dei giovani, la nuova compagine decida di sistemare adeguatamente la Cava di S. Angelo in Formis per dare le competenti onoranze ai martiri. Queste e molte altre notizie riguardanti la lotta clandestina ha raccolto e sta raccogliendo il Centro Studi e Documentazioni sulla lotta clandestina fascista nelle terre occupate dagli anglo-americani 1943-1945 C/O federazione UNCRSI via Bellini, 67, 80135 Napoli, Fax 5442447,tel.081/5495081 089/876735.
    Francesco Fatica
    Napoli
 
 


«SABOTATORI» DELLA RSI FUCILATI DAGLI ALLEATI Furono trattati come spie degne di disprezzo e presto furono dimenticati: in realtà furono dei puri eroi
Filippo Giannini
 
 
    Nell'estate 1944 aerei angloamericani, insieme alle bombe, lanciarono dei «volantini» che annunciavano l'avvenuta esecuzione di giovani «sabotatori» appartenenti ai «Reparti Speciali» della RSI.
    Insieme alla logica del «bombardamento a tappeto», il lancio di questi «volantini», rientrava nella tecnica alleata della «guerra del terrore». 
    Infatti il padre di uno di questi giovani (Alfonso Guadagno) apprese in questo modo incivile l'avvenuta esecuzione del figlio. Interessante, dal punto di vista storico, il testo di questi «manifestini», da uno dei quali ne stralciamo una parte. Su un lato del foglio erano stampate le foto dei giovani giustiziati, sul retro venivano indicati i loro nomi, il luogo e la data di nascita. Il testo così continuava:
    «Prima di loro altre spie sono state passate per le armi, benché nei loro casi non furono buttati manifestini. Inoltre, altri ancora sono stati già catturati e finiranno davanti ai plotoni d'esecuzione alleati (... ) Ma gli Alleati non possono essere generosi in casi di tale gravità. La legge internazionale ammette la pena di morte quale punizione dei reati di spionaggio e sabotaggio. Le Nazioni Unite intendono applicare questa legge (... )».
    Il messaggio continua con altre minacce rivolte a quei giovani che avessero voluto seguire l'esempio dei catturati e candidati alla fucilazione.
    La «legge internazionale», alla quale gli Alleati nel loro «volantino» fanno riferimento, è quella dell'Aja, aggiornata poi con quella di Ginevra: «(Art. 4) Gli illegittimi combattenti vengono dovunque perseguiti con pene severissime e sono generalmente sottoposti alla pena capitale. Nella guerra terrestre i franchi tiratori che operano nelle retrovie nemiche, infiltrandosi alla spicciolata sotto mentite spoglie, vengono passati per le armi in caso di cattura, lo stesso dicasi per i sabotatori».
    Quindi, quei giovani appartenenti ai «Reparti Speciali» della RSI, se catturati dagli Alleati «sotto mentite spoglie» (non in uniforme regolamentare) erano passibili della pena di morte. E nulla abbiamo da eccepire su tutto ciò. Solo una rapida e semplice considerazione: passibili della stessa pena, perché il reato era identico, lo erano anche «i partigiani» nella RSI. In realtà il governo della RSI agì con moderazione, perché la gran parte dei franchi tiratori fu rinchiusa in prigione (i più pericolosi considerati ostaggi a difesa di attentati), molti altri, dietro loro richiesta e previo formale impegno a non nuocere più alle Unità della RSI, venivano inviati come «lavoratori militarizzati» nei «Battaglioni Complementi». Nella maggioranza dei casi, questi mantennero il loro impegno sino alla fine delle ostilità.
    Dopo il disastro dell'8 settembre '43, la resistenza contro le forze occupanti angloamericane, nel Sud d'Italia, fu condotta da elementi fascisti. Queste erano piccole formazioni clandestine che operavano isolatamente, ma delle quali sarà opportuno fare la storia.
    Nel Nord, in seno alla nascente RSI, si formarono «Servizi Speciali», nei quali operavano giovani volontari, di entrambi i sessi che, superato il periodo d'addestramento, venivano paracadutati o sbarcati da sommergibili o, ancor più semplicemente (ma audacemente) attraversavano le linee del fronte per operare con azioni di sabotaggio e raccolta di informazioni. Il loro numero era di circa 4000 volontari e di questi, tra i 70 e i 100, furono catturati e passati per le armi.
    La testimonianza di coloro che furono accanto a questi giovani negli ultimi istanti della loro breve vita, può offrire un quadro della fine stoica di alcuni di loro.
    In questi anni di grande confusione morale è bene ricordare che quei ragazzi, come vedremo, provenivano da ogni regione d'Italia, dal Nord al «profondo» Sud.
    I primi:
    Mauro Bertoli nato a Massa Apuania il 23 giugno 1925 e Luigi Cancellieri nato a Monteroni di Lecce l'l1 gennaio 1925. Entrambi reagirono con sdegno all'armistizio dell'8 settembre e presentatisi alle autorità della RSI, espressero il desiderio di essere arruolati nei «Servizi Speciali» dell'Esercito repubblicano. Iniziarono immediatamente le missioni loro assegnate. Nell'ultima di queste, furono catturati dagli inglesi nel dicembre 1943. Sottoposti a sevizie non rivelarono nulla che potesse compromettere le missioni degli altri componenti del loro «Gruppo».
    La mattina del 21 gennaio 1944 vennero caricati su un camion e trasportati sul luogo dell'esecuzione, in una cava di S. Angelo in Formis. Così don Nacca, parroco di S. Erasmo, che li assistette sino all'ultimo, li ricorda:
    «I supremi valori della fede cattolica furono per essi il viatico sicuro per affrontare sereni e coscienti la realtà ultraterrena (un'ora prima della morte essi consumarono il pranzo rituale con un tal senso di giovialità da far pensare a me che tra la vita terrena e quella celeste per essi non c’era alcun distacco(...). Il Duce era per essi qualcosa di sacro e perciò meritorio della loro immolazione. Ricevuto l'ordine di uscire di cella per essere tradotti al posto dell'esecuzione, mi raccomandarono ancora una volta: - Padre, dica alle nostre mamme che il nostro cuore non morirà, ma sarà sempre vivo e bruciante d'amore per esse (...). Affrontarono la morte senza scomporsi, con la fronte alta e senza paura (...)».
    Marino Canteli, nato a S. Giovanni in Persiceto (Bo) il 21 giugno 1922 ed Enrico Menicocci, nato a Marsiglia il 19 marzo 1924.
    Dopo la cattura, gli interrogatori e il giudizio, furono condotti anche loro, il 16 aprile 1944, nelle cave di S. Angelo in Formis. Don Umberto Piccirillo, parroco di Portico, lasciò questa testimonianza:
    Il 30 aprile 1944 fu la volta di:
    Italo Palesse, nato a Cavalletto d'Ocre (Aq) il 10 ottobre 1921; Franco Aschieri, nato a Milano il 26 aprile 1926; Mario Tapoli, nato a Roma il 4 giugno 1925; Vincenzo Tedesco, nato a Napoli il 14 aprile 1925.
    Di questo gruppo, Italo Palesse, a seguito di una recente trasmissione televisiva (Combat Movie), è noto perché su di lui si scagliò una menzogna comunista, poi smascherata.
    Franco Aschieri, figlio di un noto architetto, quando fu catturato, essendo poco più che diciassettenne, fu portato in un campo di prigionia algerino, poi, appena compiuti i diciotto anni, riportato in Italia per essere fucilato.
    Ecco come li ricorda don Giuseppe Ferriero in uno stralcio delle sue memorie:
    Per la notevole carica di spiritualità contenuta nell'ultima lettera scritta da Franco Aschieri alla madre, è doveroso citare, almeno, i passi più toccanti:
    Il 6 maggio 1944, a S. Maria Capua Vetere furono portati davanti al plotone d'esecuzione:
    Alfredo Calligaro, nato a Campolongo (Ud) il 16 agosto 1918; Domenico Donnini, nato a Urbania (Ps) il 19 febbraio 1919; Virgilio Scarpellini, nato a Ronica (Bg) il 22 gennaio 1925 e Giulio Sebastianelli, nato a Cupramontana (An) il 13 agosto 1915.
    Anche il «Comitato per le Onoranze ai Caduti della RSI» di S. Angelo in Formis (come più avanti avremo modo di ricordare), nulla sa dei primi due, ma è accertato che tutti appartenevano alla Xa MAS.
    Di Virgilio Scarpellini si sa che dopo varie missioni, svolte con esito positivo, l'ultima affidata riguardava la polveriera di Aversa. Scarpellini riuscì a far saltare il deposito ma, mentre tentava di raggiungere il sommergibile che lo avrebbe riportato nelle proprie linee, fu catturato.
    Gli Alleati tentarono per 18 giorni di farlo parlare, ma non riuscirono ad infrangere la ferma decisione del giovane. Portato davanti al plotone d'esecuzione, accompagnato da don Alfredo Contini (che dopo pochi giorni morì) intonò l'Ave Maria di Schubert. Al momento del «nunc et in hora mortis nostrae» fu fulminato dalla scarica di dodici moschetti.
    L'ultima lettera fu inviata ai fratelli:
    Ed ora un fatto che disonora l'etica militare degli Alleati: essi requisivano, per svolgere i loro interrogatori, alcune villette isolate nei pressi di Napoli. Qui essi usavano torturare i giovani dei «Servizi Speciali» che cadevano nelle loro mani. Paolo Poletti, nato a Firenze il 26 ottobre 1919, subì sevizie tanto atroci che impazzì. I1 giovane fu ammanettato e rinchiuso in cella, ma urlava in continuazione, si strappava i vestiti di dosso, si graffiava. Gli americani escogitarono la soluzione «Yankee»: un giorno il Poletti, sempre in preda al delirio, poggiò le mani contro la porta della cella che «stranamente era stata dimenticata socchiusa». Il povero giovane, sempre urlando, uscì nel corridoio ingiuriando la guardia, la quale gli scaricò contro la sua pistola d'ordinanza. Il tentativo di fuga fu la giustificazione per eliminare un testimone pericoloso. Il suo corpo fu portato di nuovo in cella ove rimase per due giorni; dopodiché fu «pigiato con forza» in una cassa troppo stretta per contenere agevolmente la sua taglia.
    Alfonso Guadagni, nato ad Afragola (Na) il 7 aprile 1925; Ennio Viviani, nato a Verona il 18 settembre 1926 e Vito Bertolozzi, luogo e data di nascita ignoti per questi due ultimi, ma tutti e tre furono fucilati il 31 maggio 1944 a Nisida. Andarono alla morte con ammirevole dignità. Ennio Viviani, data la sua giovane età non avrebbe dovuto essere portato davanti al plotone d'esecuzione. Condotto nel luogo del martirio «morì cantando gli inni della Patria e inneggiando al Duce».
    21 giugno 1944 a Nisida è la volta di Pietro Brambilia, nato a Milano l'l1 dicembre 1916: «Pregò e si fece legare al palo, affrontando la morte con coraggio e con spirito di sacrificio».
    Silvio Bartolini, nato a Piacenza il 29 gennaio 1920, venne fucilato il 24 agosto 1944. «Fatto sedere incappucciato su una sedia morì gridando Viva l'Italia».
    Carmelo Fiandro [*1 nota di italia-rsi], fucilato insieme ad altri tre; si ignorano i nomi di questi ultimi e il luogo dell'esecuzione.
    I Caduti sopra citati, riguardano i fucilati nell'Italia centro meridionale. Ma man mano che il fronte si spostava verso Nord, l'attività dei Servizi Speciali si ripeteva quasi senza soluzione di continuità, quindi la cattura e, purtroppo, le esecuzioni.
    Il 26 novembre 1944 alle Cave di Majano (Fi) venne fucilato Ruy Blas Biagi. Sempre a Firenze, il 6 dicembre 1944, Luigi Piras e Franco Berselli. L'l1 gennaio 1945 fu la volta di Angelo Lencioni. Mario Martinelli e Giuseppe Boni furono fucilati il 30 gennaio 1945. Goffredo Agostini, Raffaele Venturini e Giorgio Simino caddero il 14 febbraio 1945. Domenico Muscatiello e Ermete Benvenuti vennero fucilati alla vigilia di Pasqua pochi giorni prima della fine della guerra.
 
Roma 1944. I fascisti Sabelli e Testorio condannati per attività clandestina, salutano romanamente il plotone d'esecuzione britannico [*2 nota di italia-rsi]. E' interessante sapere che nei primissimi mesi del 1998 l'apertura di archivi dei servizi speciali britannici ha rivelato che nell'immediato dopoguerra agenti inglesi, fuori dalle regole internazionali, continuarono a cercare e ad uccidere i comandanti tedeschi ritenuti responsabili della fucilazione di agenti britannici infiltratisi in Germania e scoperti. 
 
 
    Franco Sabelli e Armando Testorio entrambi romani furono gli ultimi ad affrontare il plotone d'esecuzione. L'8 settembre '43 non accettarono la resa e si arruolarono nelle SS. Quando Roma cadde sotto l'occupazione alleata, i due restarono in città per svolgere azioni di disturbo e trasmettere informazioni. Identificati, furono condannati a morte e fucilati il 26 giugno 1945. L'esecuzione avvenne a Forte Bravetta; prima della scarica mortale alzarono il braccio al saluto romano e intonarono «Giovinezza». Questo fatto, già di per sé drammatico, si arricchì di un altro episodio sublime: poche ore dopo l'esecuzione, la giovane moglie di Testorio, Nella, si uccise gettandosi da una finestra della sua abitazione. Sul suo corpo venne trovata una lettera il cui testo riportiamo integralmente:
    Una valida testimonianza è offerta da un volume, ormai introvabile e scritto nel dopoguerra, dal titolo: «Madre Lotta» di Rico Covella di Bari. Questi faceva parte dei «Servizi Speciali», fu catturato e scampò al plotone d'esecuzione perché, all'epoca, appena diciassettenne. Conobbe molti giovani rinchiusi con lui nelle carceri di S. Maria Capua Vetere e ci ha lasciato preziosi ricordi. «Madre Lotta», pagg. 36-37:
 
 
 
    Nello svolgere le ricerche per questo lavoro, con rammarico ho notato che mancano notizie delle identità, del luogo di sepoltura e ogni altra informazione riguardanti tanti giovani dei «Reparti Speciali» che affrontarono la morte ad opera degli angloamericani. Alcune salme di questi militari della RSI sono state recuperate grazie all'ammirevole dedizione del «Comitato Sezionale per le Onoranze ai Caduti della RSI fucilati dagli angloamericani a S. Angelo in Fortis nel 1944», con sede in S. M. Capua Vetere. Ma la nobile iniziativa sostenuta dal capitano Vittorio Corradini, dalla famiglia Sparaco, dalla signora Monticelli, dal dott. Piccirillo, dal dott. Acquaroli e da tutti i componenti il «Comitato» deve essere sostenuta da organismi che dispongano di maggiori poteri. In caso contrario la memoria di tanti ragazzi che con tanto amore hanno donato la loro vita, andrà perduta.
 
 
STORIA VERITA’ N. 17 Settembre-Ottobre 1993. (Indirizzo e telefono: vedi PERIODICI)
 
 

COME SI PUO' STRUMENTALIZZARE UNA TRAGEDIA Ancora sui servizi speciali della RSI
Lettera di Filippo Giannini
 
 
    Caro Direttore, «la menzogna in bocca a un comunista è una verità rivoluzionaria». Lo ha detto Lenin.
    La menzogna che andrò a denunciare si è svolta in due fasi
    e si è avvalsa di due personaggi principali: Renato Piendibene, nativo di Civitavecchia, partigiano, ed Italo Palesse, di Cavalletto d'Ocri (l'Aquila), milite della Rsi.
    Prima fase: 6 aprile 1994. La prima puntata della trasmissione tv «Combat Film» creò forte turbamento nel pubblico per le crude immagini da «bassa macelleria» di Piazzale Loreto e per la presentazione «quasi in diretta» della fucilazione di quattro giovani appartenenti ai «servizi speciali» della Rsi. Il coraggio dimostrato da quei ragazzi (tra i quali Italo Palesse), di fronte al plotone d'esecuzione americano, aveva toccato la pubblica opinione. Il partito «progressista», che tuttora controlla la Rai, scese in campo per rimettere «le cose al posto giusto».
    13 aprile 1994. Il conduttore della prima puntata del documento fu indotto a rinunciare all'incarico e sostituito, addirittura, da Demetrio Volcic, che diresse la trasmissione «Combat Film» di quella sera, nella quale fu presentato il partigiano Renato Piendibene che, durante la lunga intervista, accusò uno dei giovani fucilati di essere una spia che «alla vigilia di Pasqua» del 1944 aveva consegnato lui ed i suoi compagni alle SS tedesche. Stando all'esposizione del signor Piendibene, portato a via Tasso, lì avrebbe rivisto la «spia».
    Tutta la vicenda si svolge entro due date fisse: la vigilia di Pasqua, cioè l'8 aprile 1944, giorno della cattura dei partigiani e il 30 aprile, sempre in quell'anno, giorno della fucilazione di Italo Palesse.
    Dalla scheda ritrovata in via Tasso della «presa in consegna» risulta che il signor Piendibene vi entrò il 30 maggio 1944, quindi esattamente 30 giorni dopo la morte di Italo Palesse, la «spia». Incontrare un fucilato, anche se a via Tasso, è cosa difficilmente spiegabile.
    Ancora: l'8 aprile, ma di quest'anno (1994) il signor Piendibene rilasciò un'intervista a «L'Unità» nella quale attestò: «E' lui la spia che ci ha traditi, due di noi sono morti alle Fosse Ardeatine». Ora, se si considera che Piendibene e i suoi compagni, come abbiamo visto, caddero in mano delle SS l'8 aprile 1944 (la «vigilia di Pasqua») e l'eccidio alle Fosse Ardeatine fu perpetrato il 25 marzo di quell'anno, la rozzezza della menzogna risulta evidente.    
    Quando questo fu fatto notare, è scattata la seconda fase: diversi quotidiani ricevettero una «nota d'agenzia» nella quale il signor Piendibene dichiarava che nell'intervista tv non aveva mai indicato Italo Palesse come l’infiltrato, ma un certo De Angelis, e che i due trucidati alle Fosse Ardeatine altri non erano che i «civitavecchiesi Chiricozzi e Margioni rastrellati in via del Tritone».
    Si tratta, quindi, di stabilire la vera identità del ragazzo legato al palo in attesa dell'esecuzione e indicato ripetutamente da Piendibene come la «spia» o «l'infiltrato».
    E' fuor di dubbio che il signor Piendibene, nell’intervista televisiva, dichiarò (testualmente): «Come non lo conosco? E' proprio lui (... )». Alla domanda dell'intervistatore: «L'ha riconosciuto subito l'altra sera?», il signor Piendibene replicò: «Subito, subito, mi sono pure sentito male quando l'ho visto (... )». Poi più avanti: «... un'altra prova che è stato lui a farmi arrestare, era che mi fu presentato dentro gli uffici delle SS a via Tasso».
    Concludendo: il titolo apparso su «l’Unità» dell'8 aprile scorso era chiarissimo: «E' lui la spia che ci ha traditi, due di noi sono morti alle Fosse Ardeatine»; se concediamo per vera la rettifica, questa avvalora ancor di più l'intento di strumentalizzazione della prima versione: «Per due di noi ... » è evidente che intendesse due
    appartenenti alla «Banda Maroncelli», alla quale il signor Piendibene si vanta di aver appartenuto. E' fuor di dubbio che la persona ripetutamente indicata sul teleschermo dal signor Piendibene quale «spia» altri non era che Italo Palesse e non De Angelis, nome mai menzionato durante la lunga intervista e nominato solo nella «nota».
    Ad ulteriore prova:
    a) anche l’intervistatore conosceva il nome del giovane legato al palo: infatti chiese al signor Piendibene (testualmente): «Lui, insomma, faceva la staffetta partigiana, questo Italo Palesse?». La risposta del signor Piendibene: «Sì, faceva, viveva in mezzo a noi partigiani ... » ;
    b)i parenti di Italo Palesse tuttora residenti a Cavalletto d'Ocri;
    c)i volantini lanciati sul Centro-Nord Italia nel 1944 dagli angloamericani, che comunicavano l'avvenuta esecuzione di dieci agenti della Rsi e fra questi era chiaramente indicato nome, luogo e data di nascita di Italo Palesse;
    d)la testimonianza di Rico Covella (unico sopravvissuto
    fra i 70 appartenenti ai "Reparti speciali", perché all’epoca, diciassettenne) che nel suo libro «Madre Lotta», a pag. 32, attesta che Italo Palesse era presente, con lui, sin dal gennaio 1944 nel carcere di S.M. Capua Vetere cella N. 8;
    e)l'opuscolo «Soldati della Rsi fucilati dagli angloamericani» ove a pag. 13 appare la foto di quattro giovani in attesa di essere fucilati il 30 aprile 1944 e fra loro è indicato Italo Palesse;
    f)la testimonianza del cappellano don Giuseppe Ferriero, confessore dei quattro giovani, che nelle sue memorie fra l'altro attesta: «30 aprile 1944, sempre nelle cave di pozzolana, cadono Franco Aschieri di Milano, paracadutista, classe 1926; Mario Timperi (alias Giorgio Tapoli) nato a Roma il 24 giugno 1925; Italo Palesse, nato a Cavalletto d'Ocri (Aquila) il 10 ottobre 1921 e Vincenzo Tedesco nato a Napoli il 14 aprile 1925. Andarono alla morte cantando ... ». Dopo aver descritto la fucilazione dei primi due giovani, don Ferriero così continua: «Quello di Aquila si toglie anche lui la camicia. Lo legano, desidera una sigaretta ... ».
    Come si evince da queste testimonianze, tutto quadra con quanto si vide su «Combat Film».
                                                                    Filippo Giannini
    
    
NUOVO FRONTE N. 145-146 Agosto Settembre 1994

 
 
 
Cade fucilato Franco Aschieri. Gli è accanto Don Ferrieri
 
Italo Palesse pochi istanti prima di essere fucilato.
 
 
 
        «Il 16 aprile 1944 Monsignor Beccarini, arcivescovo di Capua, mi ordinò di recarmi nel carcere di S. Maria Capua Vetere per portare la parola di conforto ai giovani fascisti, Cantelli e Menicocci, ambedue condannati a morte nel marzo '44 (...). Un nodo mi stringeva la gola. Dopo quasi otto mesi mi trovavo di nuovo dinanzi ai rappresentanti della vera Patria che dagli invasori venivano considerati come traditori, ma dalla gente bennata erano considerati come veri e degni figli d'Italia. Li abbracciai in carcere e li confessai. (... ) Alle ore 9,45 siamo usciti dalle celle. Nel carcere, per ogni dove, si sentivano le grida degli altri carcerati che piangevano per la triste sorte dei loro fratelli (...). Alla cava di pietra, ai due paletti già pronti, furono legati con una fune. Una benda copriva i loro occhi ed un mirino venne posto sul loro cuore. I giovani avrebbero voluto essere liberati dalle bende per guardare ancora una volta, come essi dicevano, in faccia i loro giustizieri, perdonarli forse e morire, ancora una volta guardando e salutando il bel cielo d'Italia, per la quale avevano tanto sofferto e lottato».
        Una scarica di otto fucili li fulminò all'istante».
    «Li trovai che cantavano. Appena mi videro stettero zitti, e quando il cancello di ferro si aprì, mi si strinsero intorno... Il milanese e il romano erano biondi, quello di Aquila bruno, robusto, con un'aquila sul petto; il napoletano bassotto con i calzoni da ufficiale (...). Un militare della M.P. mi disse che avevo altri due minuti di tempo. - Siamo già pronti - fu la risposta. Li volli accompagnare sul luogo del supplizio... Uscii con due di loro fra quattro M.P. americani armati. Il pianto dei carcerati ci accolse alla uscita del corridoio (...). I due, il romano, studente in medicina, e il napoletano risposero inneggiando all'Italia fascista (...). Arrivammo. Due pali in una partita di grano verde, dietro una cava di pozzolana (...). Eccoli vicino al palo, il romano si toglie la camicia. Mi dice che non vuol farsela bucare. Gli legano le mani. E’ sorridente (...). Passo al napoletano, sorridente, bruno, carino. Mi raccomandano le lettere che hanno scritto ai loro cari (...) . Due soldati caricano i dodici moschetti. Un comando secco; puntano il fucile; un terzo comando ancora; parte la raffica. Vidi cadere i cari giovani, mi avvicinai a loro recitando tre Requiem e un De Profundis per ciascuno (...) Si vanno a rilevare gli altri due, che arrivano alle 11,45. Appena mi vedono mi sorridono; hanno trovato un viso amico che è lì per confortarli. Quello di Aquila si toglie anche lui la camicia. Lo legano, desidera una sigaretta (...). Mentre lo legano, il milanese grida tre volte: - Viva il Duce - e l'altro risponde: - Viva - E ancora: - Dio stramaledica gli inglesi! - Io lo guardo e lui capisce: avevo detto loro di non odiare il nemico. Poi i soliti comandi secchi. Li vidi piegarsi pian piano. Ascoltai il loro rantolo: i colpi non erano stati precisi come la  prima volta. Che strazio al mio cuore (...)».
        «Cara mamma, con l'animo pienamente sereno mi preparo a lasciare questa vita che per me è stata così breve e nello stesso tempo così piena e densa di esperienze sensazionali (...). Ti prego, mamma, fa che il mio distacco da questa vita non sia accompagnato da lacrime, ma sia allietato dalla gioia serena di quegli animi eletti che sono consapevoli del significato di questo trapasso. Ieri, dopo che mi è stata comunicata la notizia, mi sono disteso sul letto ed ho provato una sensazione che avevo già conosciuta da bambino: ho sentito cioè che il mio spirito si riempiva di forza e si estendeva fino a divenire immenso (...). Non ho alcun risentimento per coloro che stanno per uccidermi perché so che non sono che degli strumenti scelti da Dio (...). Io resterò vicino a te per sostenerti e aiutarti finché non verrai a raggiungermi; perché sono certo che i nostri spiriti continueranno insieme il loro cammino di redenzione (...). In questo momento sono lì da te e ti bacio per l'ultima volta, e con te papà e tutti gli altri cari che lascio. Cara mamma termino la lettera perché il tempo dei condannati a morte è contato fino al secondo. Sono contento della morte che mi è destinata perché è una delle più belle, essendo legata ad un sacro ideale. Io cado ucciso in questa immensa battaglia per la salvezza dello spirito e della civiltà, ma so che altri continueranno la lotta per la vittoria che la Giustizia non può che assegnare a noi. Viva il fascismo. Viva l'Europa. Franco».
    «Muoio con l'animo tranquillo perché ho la coscienza di aver dato tutto, con slancio e devozione, alla mia Patria, che ho amato più di me stesso, della mia famiglia e, forse, di Dio. Fratelli cari, non maledite la mia idea né il mio gesto: ho fatto quello che ogni italiano aveva il dovere di fare (...)».
 
                NOTE di italia-rsi:
                [*1 nota di italia-rsi] Nella sezione Cyberamanuensi della antologia italia-rsi abbiamo raccolto una memoria di un familiare del Caduto Carmelo Fiandro che riporta la relazione (completa di altri nomi) scritta dal sacerdote che seguì la vicenda e che la famiglia Fiandro ha ricevuto, al Cairo, dopo un anno dall'accaduto:
                memoria sul Caduto Carmelo Fiandro
                [*2 nota di italia-rsi]
                Purtroppo siamo stati successivamente informati che il plotone di fucilazione dei giovani Sabelli e Testorio, rivestito con le divise dell'invasore, era composto da italiani delle truppe collaborazioniste dell'esercito degli Alleati. 
    «Il 26 giugno 1945. Raggiungo mio marito al di là. Mai più nessuno potrà fucilarmelo, mai più nessuno potrà dividerci: in ciò i signori comunisti sono impotenti. E voi, ministro Togliatti, che fino all'ultimo siete voluto essere vigliacco, come tutti i vostri degni compagni, allungando inutilmente lo spasimo di due vite che vivevano l'una per l'altra, possiate essere maledetto. A me spetta l’eterna felicità, egli mi attende. Desidero che siano rispettati tutti i desideri di mio marito, e che vengano con me le foto del nostro adorato bimbo e dell'unico uomo che nella mia vita ho amato. Gualtieruccio caro, mamma e papà veglieranno sempre su di te. Nella Testorio. A morte il comunismo!»
     (...) Ma ecco ancora rumore di chiavistelli ed il cancello si apre: è il rancio speciale per Rico, minorenne (...). Il cancello si riapre, entra un ufficiale americano e consegna ai tre, dei fogli di velina, uno per uno: sono i fogli di comparizione in giudizio e contengono i capi di imputazione che sono uguali per tutti. La causa è fissata a quattro giorni dopo (...). Il difensore, un capitano dell'esercito inglese arriva il giorno prima del processo: - Siete stati arrestati in divisa? - Chiede - No - risponde Mauro (Mauro Bertoli ndr) - Eravamo in borghese - Allora non c'è alcuna speranza- Replica l'inglese e si accomiata.
        Il processo comincia l'indomani in un'aula del Tribunale di S. Maria Capua Vetere a porte chiuse e dura due giorni.
        Un interprete dell'esercito americano traduce in uno sgradevole italiano: - Siete condannati a morte per fucilazione a mezzo moschetto - Vi è un moto impercettibile di Mauro verso Rico - Sta su - gli sibila senza girarsi - Sta tranquillo è passata - gli risponde Rico, immobile anche lui.
        I tre giovani vengono accompagnati all'uscita e, su una camionetta, ricondotti in carcere.
        La camerata, solitamente fredda, ha un tepore accogliente quella sera.
        - Scusami per un momento fa - dice Mauro a Rico appena soli - ma ti ho visto impallidire-.
        - Avevo capito già prima - spiega Rico -  avevo afferrata la parola «dead», ma quel porco di interprete l'ha detta in un modo!... ho dovuto farmi forza per non vomitare - .
        (...) - Speriamo che ci facciano scrivere a casa - dice Mauro - vorrei preparare mamma (...)
        (...) Sono in attesa Mauro e Gino (Luigi Cancellieri ndr) silenziosi, alla finestra della cella numero 1. Nel cortile sostano chiacchierando fra loro gruppi di ufficiali, americani, inglesi, italiani ed alcuni civili. La porta di accesso al cortile si apre per lasciare entrare un nuovo gruppo di ufficiali alleati: sono insieme per una ragione. Attraversano tutto l'atrio e si avviano all'ingresso dell'ala che ospita i ragazzi. Rico sente, dai loro passi che oltrepassano la porta della sua stanza: sono diretti alla stanza n. 4; vi entrano ed un interprete traduce a Mauro e Gino, in piedi, il dispositivo della sentenza che sarà eseguita quella mattina.
        Due preti si sostituiscono agli ufficiali.
        - Sei pentito di quello che hai fatto? 
        - Non ho nulla da pentirmi, se fosse necessario tornerei a servire l'Italia allo stesso modo
        -Desiderate qualcosa in particolare? -  domandano prima di accomiatarsi. 
        - Se fosse possibile una buona mangiata -  dice Gino - è quasi mezzogiorno! Ma non ho più alcun appetito
        Quando un sergente americano arriva con un grande vassoio, aiutato da Mauro, Gino raccoglie tutto nelle scodelle del carcere e le depone sulla brandina di Rico, poi si fruga le tasche, ne estrae le poche sigarette che gli hanno offerto quella mattina e le depone accanto alle scodelle, coi cerini. Quando li portano via, passano dinanzi alla porta della cella n. 1, ma sono ormai lontani da ogni cosa; dietro la porta della cella, Rico è appeso col corpo abbandonato, con le mani serrate sulle sbarre della finestrella. E’ un bene che non abbia avuto la forza di tirarsi su, forse avrebbe gridato, forse avrebbe urlato, forse avrebbe turbato i suoi fratelli.
        Riesce ad arrivare alla finestra del cortile e li vede andare, dritti come uomini, ognuno fra quattro nemici.
        Legati al palo, Mauro si affloscia solo dopo la scarica.
        A Gino, prima del «fuoco», manca la forza fisica nei ginocchi; il capo, incredibilmente ricciuto, è eretto (...)
* * * * * * * * * * * * * * * *
"DOPO QUASI OTTO MESI MI TROVAVO DI NUOVO DINANZI AI RAPPRESENTANTI DELLA VERA PATRIA..."
Don Umberto Peccerillo - Parroco
 
 
    Il 16 aprile 1944 nella stessa cava di pozzolana vennero fucilati MARINO CANTELLI di Luigi e di Bussolari Ambellina, nato a S. Giovanni in Persiceto (Bologna) il 21-VI-1922, del quale non ci è noto né il grado, né il reparto militare, ed ENRICO MENICOCCI di Rizzieri e di Spadani Ildegonda, nato a Marsiglia il 19-111-1924, del quale parimenti è sconosciuto il grado e il reparto militare.
    Ecco la relazione del sacerdote che li assistette sacerdote che li assistette, don Umberto Peccerillo parroco di Portico:
    «Nel sedici aprile 1944 Monsignor Baccarini, Arciverscovo di Capua, mi obbligava ad andare nel carcere di S. Maria C. V. per portare la parola di conforto ai giovani fascisti Cantelli Marino e Menicocci Enrico, ambedue condannati a morte nel marzo del 1944.
    «Alle ore 7 precise antimeridiane mi trovai nel carcere suddetto e bruciavo dal desiderio di avvicinare subito detti giovani per dire la parola della religione ad essi che erano in procinto di spiccare il volo per l'eternità. Un nodo mi stringeva alla gola. Dopo quasi otto mesi mi trovavo di nuovo dinanzi ai rappresentanti della vera Patria che dagli invasori venivano considerati come traditori, ma dalla gente bennata erano considerati come i degni figli d'Italia, purissimi eroi che avrebbero preparato la riscossa per perpetuare, idealmente allora e realmente in seguito, la tradizione di operosità fascista che in vent'anni aveva rialzate le sorti d'Italia.
    «Li abbracciai in carcere e li confessai. I Sacramenti loro amministrati furono la mia edificazione. Forse nel mio ministero parrocchiale non ho trovato ancora giovani d'oro come quelli che, genuflessi dinanzi a me, stavano per ascoltare la parola del Signore. Dopo la confessione, in un cantuccio del carcere piangevo dirottamente al vedermi circondato da quella plebaglia di sbirri inglesi che armati di tutto punto mi guardavano in cagnesco. Alle ore 9,45 siamo usciti dalle celle. Che scena di terrore! Nel carcere da per ogni dove si sentivano grida di terrore degli altri carcerati condannati per reati comuni che piangevano per la triste sorte dei loro fratelli; sembrava che a momenti fosse scoppiata la rivolta tra gli agenti di custodia e gli inglesi.
    «Tre macchine accompagnarono il triste corteo, una prima di indiani, la seconda con i condananti e la terza portava me ed un maggiore americano al luogo della «giustizia». 
    Alla Cava di pietra due paletti erano pronti, vicino ai quali con una fune furono legati i due giovani. Una benda copriva i loro occhi ed un mirino veniva posto sul loro cuore. Detti giovani avrebbero voluto essere liberati da dette bende per guardare ancora una volta, come essi dicevano, in faccia i loro giustizieri, perdonarli forse e morire, ancora una volta guardando e salutando il bel cielo d'Italia per la quale avevano tanto sofferto e lottato. Una scarica di otto fucili li fulminava sull'istante. In due casse già pronte venivano composte le loro salme e poi portati al cimitero di S. Maria C. V. Onore e gloria agli eroi ed ai patrioti che dal cielo assisteranno alla resurrezione della Patria calpestata. Il loro spirito aleggerà attorno ai veri loro compagni che nel fecondo silenzio dell'Idea che non morrà aspettano il momento di poter loro innalzare un cippo marmoreo che dovrà essere la piccola Fiamma che dovrà accendere il sacro fuoco apportatore di luce nella Patria infranta ma non abbattuta».
 
 
LETTERE DEI CADUTI DELLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA [stralcio da] L’Ultima Crociata Editrice. 1990 Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi della RSI (Indirizzo e telefono: vedi EDITORI)