domenica 30 agosto 2020

3 SETTEMBRE 1939: INIZIAVA COSI’ LA SECONDA GUERRA MONDIALE

3 SETTEMBRE 1939: INIZIAVA COSI’ LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Francia e Gran Bretagna responsabili della morte dell’Europa

Con le dichiarazioni di guerra degli Imperi francesi e britannico alla Germania del 3 settembre 1939, il Vecchio Continente sprofondava in quello che passò alla storia come il Secondo conflitto mondiale.
Tuttavia, questa data è stata rimossa dai manuali di storia, intenti ad attribuire al Reich la deliberata volontà di scatenare una guerra planetaria dagli esiti apocalittici. E, infatti, oggi nessuno mette in discussione la data del 1° settembre 1939 come data di inizio del quel conflitto.

Ma cosa accadde veramente questo giorno?
Prima ci tolleri il lettore una breve “retrospettiva”. Dopo la conclusione della Prima Guerra Mondiale, la Germania – come gli altri Stati sconfitti – venne duramente punita. La Pace di Versaglia, che provocherà un’instabilità tale da condurre a un secondo conflitto, venne studiata appositamente per garantire l’egemonia dei due Imperi-guida che avevano trionfato, anche a scapito dell’Italia che della coalizione vincente faceva parte.
Francia e Gran Bretagna decisero di punire la Germania e, tra le varie vessazioni imposte al Reich sconfitto, vi fu quella della costituzione della Libera Città di Danzig (Danzica) che de iure spezzava in due la continuità geografica della Germania e de facto permetteva l’incunearsi della Polonia in territorio tedesco, fino al Mar Baltico (all’epoca la Polonia era uno Stato continentale e non aveva accessi al mare).
Il ritorno alla Madre Patria di Danzig fu sempre nell’agenda di tutti i Governi germanici, ma la debolezza dello Stato tedesco e l’incapacità degli “amministratori” della Repubblica di Weimar frustrarono ogni ipotesi di “ritorno”.
Le cose cambiarono con l’avvento al potere del Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi, i cui sostenitori si diffusero massicciamente in tutti i territori irredenti del Reich.
Anche a Danzig (95% di popolazione di origine germanica) i nazionalsocialisti ottennero la maggioranza e si schierarono compattamente per il ritorno alla Madre Patria.
Nel 1938, un referendum condotto sotto controllo di osservatori neutrali della Confederazione Elvetica confermò in maniera schiacciante – se ce ne fosse stato il bisogno – il desidero della città tedesca di riunirsi al Reich.
Danzig irredenta per i Germanici divenne un simbolo, come Trieste irredenta lo era stata per gli Italiani.
Ma Francia e Gran Bretagna, che ostacolavano il sorgere della potenza “concorrente”, fecero blocco e si schierarono nettamente contro ogni mutamento dei confini imposti alla Germania dal Trattato di Versaglia.
Nell’ottobre 1938, Hitler chiese palesemente alla Polonia la restituzione di Danzig, ma il Governo polacco, nel timore di perdere il suo unico accesso al mare e forte dell’appoggio internazionale, rifiutò sdegnosamente tutte le offerte germaniche.
Le reiterate proposte tedesche e i continui rifiuti del Governo polacco fecero comprendere che per salvaguardare i diritti del popolo di Danzig l’unica soluzione doveva essere affidata alle armi.
Nell’agosto 1939, il Reich concluse un patto di non aggressione con l’Unione Sovietica, il cui obiettivo era quello di neutralizzare il forte esercito della Polonia con un duplice attacco: da oriente e da occidente. L’URSS, come pegno per il suo intervento, si assicurava addirittura i 2/3 dell’intero territorio polacco!
Il Governo della Polonia, consapevole della situazione, ma ancora sicuro di poter giocare le sue carte, proclamò la mobilitazione generale, respingendo anche l’ultima “ragionevole proposta” – come venne definita dalla Gran Bretagna – della Germania.
Stanche di pazientare e provocate dall’atteggiamento intransigente dei Polacchi, il 1° settembre, le Divisioni tedesche e un contingente della Repubblica Slovacca attaccarono.
Il 3 settembre 1939, Francia e Gran Bretagna utilizzarono questo conflitto “locale” per dichiarare guerra alla Germania, sapendo benissimo di scatenare una guerra mondiale.
Le alte probabilità che nel conflitto potesse essere coinvolta anche l’Italia – legata al Reich dal Patto di Acciaio – fanno ipotizzare che i due Imperi francesi e britannico volessero liquidare non solo la potenza continentale tedesca, ma anche quella italiana, la cui espansione marittima nel Mediterraneo e coloniale in Africa turbavano e irritavano le diplomazie dei due Governi democratici.
Del resto, Francia e Gran Bretagna decisero di attaccare solo la Germania e non l’URSS le cui Armate, dal 17 settembre, “scorazzavano allegramente” in territorio polacco.
Che la “difesa” della Polonia fosse stata solo un pretesto per scatenare una guerra mondiale in funzione anti-germanica e anti-italiana è dimostrato dal fatto che, quando l’URSS richiese formalmente di inghiottire nella sua zona di influenza tutta l’Europa orientale – compresa la Polonia – le “candide vestali” della democrazia britannica e francese accondiscesero al progetto, tradendo altresì i soldati dell’Armata polacca che combattevano valorosamente al loro fianco in Italia nella speranza di tornare un giorno nella loro Polonia, libera da ogni straniero.
La Seconda Guerra Mondiale arriverà ben presto a coinvolgere il Giappone, che nella sua espansione stava travolgendo gli interessi franco-britannici in Asia. Si ricordi che l’Impero del Sol Levante era in guerra “locale” con la Cina fin dal 7 luglio 1937. Strano che anche questa data non venga utilizzata come data di inizio del Secondo conflitto…
Francia e Gran Bretagna fecero molto male i loro conti. L’esercito francese – il più forte del mondo nel 1940 – venne travolto dalle Divisioni corazzate del Reich con una rapidità impressionante, mentre quello inglese – che vantava la Marina da guerra più forte del mondo – dovette ben presto chiedere aiuto ai “cugini” statunitensi.
L’entrata in guerra degli USA – che da tempo aspiravano a un conflitto mondiale per far rientrare la crisi decennale, per eliminare la minaccia giapponese e imporsi come Stato-guida – determinò la svolta.
A essere travolte dallo schiacciante strapotere statunitense, però, non furono solo le Armate dell’Asse, ma anche i sogni di gloria britannici (quelli francesi, orami, erano sepolti da un pezzo).
L’Inghilterra si troverà così a vincere una guerra sapendo di averla persa politicamente.
Questo declinò porterà con sé il crollo dell’intera Europa, oggetto della duplice occupazione sovietico-americana. Quell’occupazione a cui ancor oggi è costretta e che ha la sua chiara espressione nelle centinaia di basi militari statunitensi sparse in tutto il Vecchio Continente e nella farsa delle guerre “umanitarie” per l’“esportazione della democrazia”.


Pietro Cappellari
Ricercatore
Fondazione RSI
Istituto Storico

                                                                                                               

martedì 18 agosto 2020

LA VERITA’ SU VIA RASELLA


 

LA VERITA’ SU VIA RASELLA

 

E SULLA STRAGE DELLE FOSSE ARDEATINE

 

Di Antonio Leggiero

 

Molto è stato scritto, giustamente, sull’eccidio delle FOSSE ARDEATINE.

            Il problema è che, quasi tutto è stato prodotto, in modo deformato e incompleto, sulla falsariga ineliminabile, condizionante e coartante del “mito resistenziale”.

           

  Va ricordato, ad onor del vero, senza nulla togliere all’inaudita gravità della strage, che, in ogni conflitto e in ogni epoca storica, è stato sempre riconosciuto alle forze armate di una nazione il diritto legittimo di rappresaglia, a seguito di attentati eseguito contro le proprie truppe. Ciò è stato sempre praticato da tutti gli eserciti del mondo, anche da quelli, a torto, ritenuti più “umani”.

            Basti ricordare, realtà ai più sconosciuta, che l’esercito americano durante l’ultimo periodo di guerra, nei primi mesi del ’45, nei territori occupati in Germania, aveva imposto la regola dei cento tedeschi fucilati, per ogni militare statunitense ucciso!

            Di questo, nessuno ne parla. Non si può infangare la leggenda “degli americani buoni, portatori di civiltà”. Già, il mitico esercito “yankee” liberatore degli oppressi e castigatore dei cattivi. In Italia, più di mezzo secolo fa, gli americani eseguivano questo compito “in maniera impeccabile”, mitragliando i bambini nei giardini degli asili e delle scuole, durante le ore di ricreazione, colpendo le autoambulanze con le insegne della Croce Rossa in evidenza e lasciando dei “meravigliosi souvenirs” per le strade, in cui si nascondevano dei subdoli e terrificanti ordigni, che colpivano e martoriavano gli strati più inermi della popolazione (chi non ricorda le famigerate penne d’oro?), con bambini accecati e mutilati.

            Non divaghiamo e torniamo alle Ardeatine, cercando di ricostruire gli eventi così come si svolsero, in quel maledetto inizio di primavera, di circa sessant’anni or sono.

            Nel fare ciò, dobbiamo prima analizzare, almeno per sommi capi, una questione fondamentale, di cui poco o nulla si discute: quale fu la causa?

            In altre parole: come si giunse all’eccidio? Perché?Chi lo volle?

            Del resto, la logica vuole che di ogni fenomeno della realtà ci si interroghi prima sulla causa e poi sull’effetto, anche se quest’ultimo, può essere, per così dire, più appariscente e calamitante, a tal punto da richiamare maggiormente l’attenzione. Come è accaduto nel caso in questione.

            Iniziamo con ordine.

            Com’è noto, Roma viveva l’occupazione tedesca con una certa tolleranza, anche perché gli effetti del governo militare erano assai blandi.

            Naturalmente, questo non era gradito ai comandi partigiani, che vedevano ciò come un impedimento alle loro azioni di guerriglia, con i più estremisti che accusavano la popolazione di inerme acquiescenza all’occupazione tedesca.

            Ragion per cui, i capi decisero di agire, del tutto incuranti delle successive conseguenze sui civili. Ma questo era il normale “modus operandi” dei partigiani in Italia.

            Ed ecco quindi che, il 23 marzo 1944, un gruppo di GAP (acronimo che stava per GRUPPI D’AZIONE PATRIOTTICA, ma che, in sostanza, erano il braccio armato del PARTITO COMUNISTA, a cui, peraltro, è stato sempre alieno il concetto di Patria) entrò in azione. Il gruppo di fuoco era guidato da ROSARIO BENTIVEGNA e composto dalla sua compagna CARLA CAPPONI (nome di battaglia ELENA), FRANCO CALAMANDREI, CARLO SALINARI (nome di battaglia SPARTACO), RAOUL FALCIONI, FERNANDO VITAGLIANO, PASQUALE BALSAMO, SILVIO SERRA, FRANCESCO CURRELI e GUGLIELMO BLASI.

            Anche se, nelle stesse dichiarazioni dei partigiani partecipanti all’azione, a distanza di anni, vi sono ancora delle vistose incongruenze, sui nomi e sul numero di chi era presente a Via RASELLA. Ma, anche questo modo confuso e farraginoso di raccontare le loro azioni, fa parte del loro “cliché”.

            Comunque, questo fu, secondo la massima probabilità, il gruppo degli esecutori. Veniamo, quindi, ai mandanti.

            L’azione era stata autorizzata dal Comando Militare del CLN, di cui faceva parte RICCARDO BAUER, SANDRO PERTINI (da non ricordare soltanto come il simpatico connetto, che faceva i salti di gioia ai mondiali di calcio per la nostra nazionale, ma anche e soprattutto come famigerato “baciatore” omaggiante delle bandiere “titine” ed elargitore di vitalizi a tanti aguzzini delle foibe), RICCARDO BAUER e GIORGIO AMENDOLA, che era soltanto il responsabile militare delle formazioni partigiane comuniste a Roma, mentre il vero “deus ex machina” era il “mitico compagno ERCOLE ERCOLI”, alias PALMIRO TOGLIATTI.

            Torniamo a quel tragico pomeriggio d’inizio primavera, un pomeriggio pieno di sole, quando ancora le stagioni mantenevano i loro ritmi naturali.

            Il gruppo di GAP aveva osservato, in precedenza, che, tutti i giorni, alla stessa ora, attraverso Via RASELLA un reparto di tedeschi, per recarsi al cambio della guardia al Quirinale. Dopo averne studiato le mosse, stabilì che questo era il giusto obiettivo strategico (?).

            Occorre, già qui fare due doverose precisazioni storiche.

            Primo, questo reparto non era composto, come i più credono, grazie alla “vulgata resistenziale”, da sadici e feroci torturatori nazisti. Questi militi, invece, appartenevano all’Undicesima Compagnia del Reggimento di Polizia “BOZEN”, semplicemente aggregata, per motivi contingenti, alle SS, ma mai impegnata in vere e proprie azioni di guerra, principalmente per ragioni anagrafiche, in quanto erano uomini in là con gli anni.

            Secondo, non erano sanguinari e cinici “mostri teutonici” ma erano dei richiamati – riservisti ALTOATESINI, cioè ITALIANI.

            In ogni caso, alle 15 e 52 del 23 marzo ’44, ROSARIO BENTIVEGNA, appena ricevuto il segnale dell’arrivo del reparto, all’imbocco della strada, accese la miccia della bomba, occultata in un carretto della nettezza urbana, contenente diciotto chili di tritolo, più infiniti pezzi di acciaio e ferro, per accrescere l’effetto devastante.

            Fu l’inferno!

            A causa di quell’esplosione, morirono 32 militi tedeschi all’istante, più un altro, il giorno dopo, in ospedale.

            Fin qui, più o meno, la storia è abbastanza conosciuta.

            Pochissimi sanno, invece, che, nell’esplosione, morirono anche due italiani, che erano sul posto e che non avevano nulla a che vedere con tutta quella maledetta guerra! Costoro erano stati visti dagli attentatori, i quali non fecero nulla per salvarli, decidendo ugualmente di portare a compimento quell’insulso atto, che tanto sarebbe costato all’inerme popolazione.

            Quindi, li sacrificarono coscientemente. La prima vittima era un ragazzino di tredici anni. Si chiamava PIETRO ZUCCHERETTI, il quale, per una di quelle tragiche fatalità del destino che non perdonano, si trovava sul posto. Infatti, dovendosi recare al lavoro, era salito su un autobus che doveva farlo scendere a Via DEL TRITONE. Purtroppo, l’autobus quel giorno non rispettò la sua abituale tabella di marcia ed il ragazzo fu costretto a scendere alla fermata di PIAZZA BARBERINI.

            Fu attratto, adolescente, dalle note della canzone, che i militi tedeschi cantavano, mentre marciavano (“HUPF MEIN MADEL” – “SALTA RAGAZZA MIA”) ed invece di prendere Via DEGLI AVIGNONESI, rimase ad aspettare, quella che, ai suoi occhi, sembrava una simpatica parata militare. Secondo alcuni testimoni, per godersi meglio la “sfilata”, si era addirittura seduto sul carretto dei rifiuti, che conteneva i diciotto chili di tritolo!

            Fu la sua condanna. L’esplosione lo dilaniò orribilmente in sette pezzi, che furono scaraventati a diverse decine di metri di distanza. I piedi non furono mai trovati e di lui, rimase visibile sul selciato soltanto il tronco!

            L’altra vittima si chiamava ORFEO CIAMBELLA, aveva 60 anni e svolgeva l’incolpevole, anzi lodevole, compito di custode del deposito della Croce Rossa di Via RASELLA. Anche lui, fu preso in pieno dall’esplosione. Venne scaraventato a circa sessanta metri dallo scoppio! Non morì subito, ma dopo una lunga e terribile agonia, durata diversi anni, con il corpo pieno di schegge, che lo tormentarono, fino alla fine, tra indicibili sofferenze.

            Di questi due martiri nessuno o quasi ne ha mai parlato, se non un’eccellente inchiesta svolta dal giornalista PIERANGELO MAURIZIO, per conto del quotidiano “IL TEMPO”, una decina d’anni or sono.

            Per i partigiani, l’azione di Via RASELLA non provocò vittime civili.

            La domanda più straziante e lacerante, ovviamente non solo adesso, ma già allora era ed è: “Quale straordinaria importanza strategico-militare poteva avere quest’azione?”.

            Purtroppo, per quanto si cerchi di trovarne una soddisfacente, una risposta convincente non c’è. Se non quella di suscitare la prevedibilissima e scontatissima rappresaglia tedesca. Infatti, da tempo, le strade della capitale erano tappezzate con sinistri e lugubri manifesti, che annunciavano terribili rappresaglie per ogni azione contro le forze germaniche. Anche, dal punto di vista dei partigiani, nell’ottica della loro lotta ai tedeschi, non c’era assolutamente bisogno di compiere quella scellerata azione, visto che erano già sulla strada della capitale le colonne Alleate del Generale CLARK, che, infatti, di lì a settanta giorni circa, sarebbero entrate in Roma. E ciò sarebbe avvenuto con o senza VIA RASELLA.

            E’ da ricordare anche che il Comando Militare Germanico di Roma riuscì a mitigare una richiesta di rappresaglia di HITLER ancora più tremenda, che consisteva nel far saltare in aria un intero quartiere, con CINQUANTA ITALIANI UCCISI PER OGNI TEDESCO! Detto Comando riuscì, invece, ad applicare la misura di DIECI ITALIANI PER UN TEDESCO.

            Va anche ricordato che tutta la carneficina che seguì alle FOSSE ARDEATINE, si sarebbe ancora potuta evitare, se si fossero consegnati i responsabili. Perché, allora, almeno qualcuno di questi partigiani, se veramente voleva essere un eroe, non si presentò? Il fulgido esempio di SALVO D’ACQUISTO era ancora fresco e non era avvenuto molto distante.

            Per carità, mi venga perdonato questo accostamento blasfemo, tra un EROE in odore di Beatificazione e dei cinici esecutori di ordini di Togliatti, accanito aguzzino di tanti italiani (anche comunisti) in Russia!

            Pertanto, inevitabilmente, ci fu l’inumana mattanza, che avvenne in alcune cave fuori Roma, lungo la Via ARDEATINA, dove furono massacrate 335 persone!

            Per cercare di comprendere, se mai sarà possibile, oggi, dopo sessant’anni, come queste reazioni indubbiamente brutali, profondamente inumane, terribilmente bestiali (ripetiamo, praticate da tutti gli eserciti), tuttavia, assumano, in quell’irripetibile contesto storico-militare il carisma di “legittimità” (ovviamente dal punto di vista strettamente giuridico, mai morale, per carità, altrimenti sarebbe la fine della coscienza umana), va ricordato un particolare rivelatore.

            Quando, a distanza di anni, si celebrarono i processi ai responsabili dell’eccidio delle ARDEATINE, coloro i quali vennero condannati all’ergastolo, per strage, in primis il colonnello HERBERT KAPPLER, vennero ritenuti penalmente responsabili non per i 335 morti, esecuzione avvenuta in ottemperanza di un ordine legittimo, ma per i cinque in pù, che furono aggregati, per errore, al gruppo dei condannati, nella concitazione degli eventi.

            Ed è il caso di ricordare anche l’anomala vicenda giudiziaria del capitano ERICH PRIEBKE, vice di KAPPLER, in un primo momento assolto, poi processato di nuoco, quasi a furor di popolo, per le enormi proteste di piazza della comunità ebraica, con nuova sentenza, stavolta, di condanna, quasi violando il sacrosanto principio di civiltà giuridica del “ne bis in idem”!. E questo non è avvenuto nell’immediato dopoguerra (si sarebbe anche potuto capire), ma qualche anno fa! Una chicca di chiusura. Nel 1982, allora Presidente della Repubblica SANDRO PERTINI (singolare coincidenza) furono decorati al valor militare il capo-esecutore del gruppo di fuoco ROSARIO VENTIVEGLIA e la moglie CARLA CAPPONI, partecipante all’azione di Via RASELLA (SIC!).

            Ce n’era proprio bisogno, dopo quarant’anni, e per quali straordinari meriti?

            Queste due medaglie stridono contro il buon senso e contro ogni logica.

            Visto che erano due, andavano conferite alla memoria delle due vittime innocenti e dimenticate di Via RASELLA: PIETRO ZUCCHERETTI e ORFEO CIAMBELLA.

            Per tutta riconoscenza, in un libro pubblicato l’anno successivo (’83) dal BENTIVEGNA, con il titolo “Acthung banditen”, lo stesso scrisse: “LA PROPAGANDA NEMICA DIFFUSE CHE CIVILI, RESIDENTI O DI PASSAGGIO, ERANO STATI COINVOLTI NELL’AZIONE DI VIA RASELLA. NON RISULTA DALLE FONTI STORICHE CONSULTATE, CHE VI SIANO STATI DEI CADUTI CIVILI”.

            Ogni commento è vano.

            Se non che questi due poveri cristi vennero uccisi per la seconda volta. Dalla stessa mano di chi li aveva uccisi, accendendo quella stramaledettissima miccia, in un soleggiato pomeriggio d’inizio primavera di tanti anni prima.

 

P.S.: va ricordato infine, per inquadrare meglio il personaggio BENTIVEGNA, che dopo l’ingresso delle truppe alleate in Roma, quindi, ad ostilità cessate, il gappista uccise a colpi di pistola un giovane tenente della Guardia di Finanza di nome GIORGIO BARBARISI, “reo” di avergli intimato di affiggere un manifesto, in una zona vietata. Ne nacque un alterco con conseguente omicidio. Una corte alleata condannò il BENTIVEGNA  diciotto mesi di reclusione per “ECCESSO DI DIFESA”.

 

Articolo tratto da STORIA DEL NOVECENTO anno V n. 52 del luglio 2005 pagine 36/37/38    

                                                                                                                                                          

giovedì 13 agosto 2020

Tra qualche decennio il giorno della memoria ricorderà il genocidio dei popoli europei

Tra qualche decennio il giorno della memoria ricorderà il genocidio dei popoli europei

Il 27 gennaio, le autorità festeggeranno – è il termine adatto dal loro punto di vista – il giorno della memoria. Non in nome degli ebrei morti durante la seconda guerra mondiale, ma per utilizzarli come mezzo per le loro politiche attuali. Come ogni anno, quest’anno più degli altri, faranno l’insensato parallelo con i migranti-immigrati-profughi. E non importa se il 99 per cento di questi ‘profughi’ sono islamici, e che nel 90 per cento dei casi vorrebbero la morte di ogni ebreo: questo è un optionale per chi fa dei morti un feticcio. Sfruttando l’ignoranza della popolazione.

Ma tra qualche decennio, i ‘nuovi europei’ festeggeranno un altro giorno della memoria, ricordando la grande sostituzione etnica che li avrà portati a spadroneggiare sul continente una volta chiamato Europa. Ricorderanno, con divertimento e un pizzico di incredulità, come tutto sia avvenuto per volontà o ignavia degli europei stessi, che li hanno fatti entrare con tutti gli onori. Ricorderanno con divertimento e incredulità i nomi Merkel, Renzi, Hollande e di altri politici. Ricorderanno come sia bastato sacrificare qualche bambino, per fare calare ogni difesa ad una civiltà moralmente decadente: e quando parliamo di ‘decadenza’, non ai soli costumi ci riferiamo, che pure ne sono parte, ma in primis al nichilismo e alla mancanza di volontà di potenza.

Oggi viviamo l’epoca del ‘grande vittimismo’, la vittima, vera o presunta (quasi sempre presunta) ha sempre ragione. E allora, fate un piccolo sforzo di immaginazione, piangete la vittima di oggi che verrà ricordata in futuro. E magari, evitate che divenga vittima, perché la Storia non è scritta.

 

venerdì 7 agosto 2020

SOVRANITA' E IDENTITA' CONTRO IL TIRANNO GLOBALE

SOVRANITA' E IDENTITA' CONTRO IL TIRANNO GLOBALE

...Ma se il pensiero corrompe il linguaggio,
anche il linguaggio può corrompere il pensiero.

George Orwell


Finché non diverranno coscienti della loro forza non si ribelleranno.
E, finché non si ribelleranno, non diverranno coscienti della loro forza.

George Orwell

Centosettant'anni dopo la celebre definizione di Metternich, l'Italia sembra tornata ad essere nulla più di “un'espressione geografica”. So che non si tratta di una valutazione accettata ma quel che io vedo, e che chiedo di confutare a chi vi riuscisse, è un Paese spogliato d'ogni sovranità e in crisi d'identità, con in tasca una moneta straniera, Berlino per capitale effettiva, un inglese impostore eletto a nuova madrelingua ed il relativismo culturale a sovrintender le menti in vece di religione di Stato.

Mi perdonerete se salto a pie' pari il primo punto, ma dell'euro ho già scritto così tanto da rischiare la pedanteria. Basti ricordare che anche Vincenzo Visco, ex ministro delle Finanze di Romano Prodi, ha ora dovuto ammettere, in palese contrasto alla narrazione tuttora egemone a sinistra, che la moneta unica è “un marco tedesco sottovalutato”.

Per quanto iperbolica, dubito poi che la pur fastidiosa immagine di Berlino capitale richieda spiegazioni particolarmente approfondite. Come noto, infatti, la lunga stagione italiana dei governi tecnici, cominciata nell'estate del 2011 e temo ancora lontana dall'auspicabile fine, fu conseguenza di una violenta impennata dello spread, innescata, guarda caso, da una maxi-vendita dei Btp fin lì gelosamente conservati nelle casseforti di Germania. Fu la Cancelliera Merkel in persona poi, una volta vinta la campagna d'estate dello spread, a dichiarare ufficiosamente il “protettorato tedesco”, dettando punto per punto l'agenda politica di Roma con la famigerata formula – evoluzione delle antiche condizioni di pace - dei “compiti a casa”. Da allora Berlino dispone, magari per mezzo dei suoi ventriloqui di Bruxelles, e Roma esegue, vergando con le lacrime e il sangue degli italiani quaderni su quaderni di “compiti a casa”...

Desidero tuttavia far notare che alla docile accettazione del giogo tedesco è andato aggiungendosi, da qualche tempo, uno spettacolo altrettanto mortificante, ma ancor meno comprensibile: l'oblio organizzato della lingua italiana, ovvero dell'ultimo retaggio ancora intatto della nostra identità nazionale.

Con una decisione giudicata oltraggiosa persino dall'Accademia della Crusca, il Ministero dell'Università e della Ricerca guidato da Valeria Fedeli ha infatti stabilito che i Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (Prin) che ambiscano al finanziamento pubblico dovranno essere scritti in inglese, tollerando tuttavia che i candidati che lo desiderino alleghino alla domanda una copia sussidiaria in italiano. E' dunque vero, come ha subito protestato il ministero, che “è scorretto dire che la lingua italiana sia stata bandita”. In effetti è stata solo degradata, in Italia, al rango di una lingua complementare e facoltativa.

Sbaglia di grosso, peraltro, chi tenta di ricondurre la portata della questione ad un livello settoriale, ricordando che le pubblicazioni scientifiche internazionali vengono di norma compilate in inglese. Il bando, infatti, ammette anche Prin di natura umanistica; dunque persino chi volesse presentare un progetto orientato alla conservazione della poesia vernacolare sarà costretto a spiegarlo ...in inglese. Se non siamo all'assurdo, poco ci manca.

Temo tuttavia che sia alquanto ingenuo ridurre l'assurdità di una simile decisione alla scarsa inclinazione personale della signora Fedeli per l'italiano. L'adozione dell'inglese, che non è solo la lingua della scienza ma è e resta soprattutto la lingua dei mercati, obbedisce infatti ad un imperativo categorico della globalizzazione che, attraverso la distruzione programmata degli idiomi nazionali, mira a costruire un prototipo seriale di homo novus, perfettamente identico ai propri simili a prescindere dal luogo di nascita e dalla cultura di provenienza. Da qui la necessità di procedere per costante sottrazione delle differenze, cominciando naturalmente dalla lingua, dal momento che lingue diverse esprimono diversi pensieri. Uniformare il linguaggio serve perciò a uniformare i pensieri mentre uniformare i pensieri è la condizione essenziale per uniformare i comportamenti.

La sostituzione strisciante dell'italiano con l'inglese non riguarda solo l'istruzione universitaria. Da quest'anno, infatti, gli studenti di tutte le scuole secondarie dovranno assistere, oltre alle consuete (e, intendiamoci, sacrosante) lezioni “di” inglese, anche a lezioni “in” inglese delle principali materie scientifiche. Materie scientifiche, forse non lo sapete, come la storia. Ma non c'è un cortocircuito logico nel pretendere che la storia d'Italia venga insegnata in inglese? In quella storia, quantomeno, sembrerebbe mancare qualcosa. Qualcosa di enorme.

Si dice che il frutto non cada mai troppo distante dall'albero. Ed è vero. A spacciare tutte queste innovazioni legislative per progresso, in effetti, è una classe politica rampante che ormai da anni, sfoggiando il classico cosmopolitismo del provinciale, ha preso a giustificare ogni porcheria dell'agenda mondialista in un inglesorum subdolo che tanto ricorda il viscido latinorum usato da Don Abbondio per far fessi i villani. Chiamandolo esoticamente Jobs Act, Matteo Renzi è riuscito a conferire un'accecante veste di modernità alla cancellazione delle tutele dei lavoratori, evitando così che la base popolare del Pd, operaista e post-comunista, interpretasse immediatamente quella legge per ciò che era: una contro-riforma reazionaria e padronale. D'altro canto oggi è facile per il popolo cadere nel tranello dei dotti. Politici e giornalisti non fanno che ripeterci che bisogna fare la spending-review perché altrimenti sale lo spread e rischiamo il default, esponendo anche i nostri risparmi al rischio di un bail in. E chi sostiene il contrario, ovviamente, sta solo raccontando fake-news...

Dovendo pagare il mio tributo alla cultura anglosassone, consentitemi di parafrasare un micidiale fustigatore dei “modernisti” d'ogni tempo quale fu, e continua ad essere, George Bernard Shaw. Anche io, come lui, non credo sia necessario essere stupidi per parlare inglese tra italiani, ma certamente aiuta.

Per il gusto dell'ironia, che anche nel delirio del mondo globale resta la spada più adatta ad infilzar le idiozie, dimenticavo di dirvi che persino la Rai, malgrado i noti problemi di bilancio, ha voluto contribuire all'internazionalizzazione linguistica del Paese lanciando un nuovo canale della Radio-televisione Italiana totalmente in inglese.

Cambiare la lingua, come detto, serve a riprogrammare le menti. Ma le menti, per conservare l'illusione di funzionare in autonomia, necessitano di un “software” filosofico capace di restituire un senso anche al non-senso. Questa filosofia-guida, a mio avviso, è chiaramente rintracciabile nel Relativismo Culturale, una piattaforma di pensiero ispirata alla negazione d'ogni pensiero che predica l'iper-tolleranza per meglio praticare la tirannia. Esagero? Giudicate voi. Con la surreale giustificazione del rispetto delle diversità (ma a nulla di effettivamente diverso, in realtà, è più concesso di esistere), questa corrente di non-pensiero chiama padri e madri “genitore 1” e “genitore 2”, mette al bando i sostantivi maschili, corregge la trama delle opere liriche, infila mutandoni di legno alle statue ed offre riparo culturale a chi trasforma Gesù in Perù, arrivando persino ad invocare, ora, l'abbattimento sistematico di quei monumenti che darebbero equivoca testimonianza delle “epoche buie” del nostro passato.

Il buio di ieri contro la luce del domani che stiamo costruendo oggi... Non so voi ma io, se mi fermo a considerare il presente, fatico ad immaginare qualcosa di più buio di questo Oscurantismo Illuminista e di questa mefistofelica promessa di consegnarci Tutto, ma solo se, prima, avremo accettato di prostrarci al Nulla.

A. Montanari
 
                                                                                                                                                           

sabato 1 agosto 2020

ALLA LUCE DELLA STORIA

ALLA LUCE DELLA STORIA

di Andrea Del Ponte


Non penso che la storia sia, come con una certa banalità afferma Cicerone, "maestra di vita"; credo invece, con Machiavelli, che "una lunga esperienzia delle cose moderne e una continua lezione delle antique" siano strumenti preziosi per comprendere il senso dei meccanismi dell’agire politico nel presente e per tentare di prevederne e prevenirne gli sviluppi futuri. Per chi, come me, è nato nei primi tempi della guerra fredda e del boom economico, ed è sempre stato un attento osservatore degli eventi, è la vita stessa ad avere insegnato a conoscere e a distinguere i progetti dei governanti e i movimenti dei popoli; per quanto riguarda lo studio del passato, mi pare che oggi esso sia straordinariamente utile, come dimostrerò, per dissipare almeno in parte la spessa coltre di silenzi e di menzogne con cui viene occultato il progetto autoritario dell'Unione Europea. Infatti, non è certo la prima volta, nelle vicende del nostro continente, che si sia architettato un tale disegno di potere sotto le parvenze degli ideali di pace e di giustizia: la prima analogia è suggerita con estrema evidenza dalla storia greca.

Nell’immaginario collettivo Atene è poco meno che un simbolo: culla della democrazia, scuola dell’Ellade, archetipo della civiltà occidentale. Non che questo ritratto sia del tutto falso: bastano, a legittimarlo, i Sofocle, i Pericle, i Fidia, i Socrate, i Platone. Però l’oleografia sottace il lato oscuro e sgradevole che s’accompagna a tanto splendore: il fatto cioè che Atene, dopo aver aggregato a sé da tutto il mondo greco centinaia di pòleis amanti della libertà e grate d’averle liberate dal mortale pericolo persiano, finì per imporre agli alleati una feroce dittatura democratica che li trasformò da confederati in sudditi. Alludo alla famosa e famigerata Lega delio-attica, fondata nel 478 a.C. per volontà di Aristìde.

Si erano appena concluse, trionfalmente per i Greci, le guerre persiane: memorabile, in particolare, la vittoria navale con cui a Salamina, nel 480, la piccola ed eroica Atene democratica aveva umiliato la presuntuosa flotta nemica. Ne era risultato sminuito l’antico prestigio della città rivale, Sparta, potenza militare esclusivamente terrestre e chiusa, nel suo severo conservatorismo oligarchico, a qualunque novità culturale o politica. Perciò un gran numero di Stati greci, pieni di ammirazione per la forza che Atene traeva dalle sue libere istituzioni, ne accettarono di buon grado la proposta di fondare insieme una confederazione con lo scopo unico e dichiarato di continuare la guerra marittima contro i Persiani. Ciascun alleato s’impegnava a fornire navi alla flotta comune o, in alternativa, a versare una somma annuale di denaro, detta phòros ; centro della Lega e sede del tesoro comune era l’isola di Delo. Non si era mai visto, in tutta la storia della frammentatissima Grecia, il sorgere di un organismo federale così vasto e imponente, esteso dall’una all’altra sponda dell’Egeo. Cominciava allora quella che con termine tecnico si chiama pentecontaetìa, cioè un periodo di circa 50 anni sostanzialmente di pace sul suolo greco, interrotto solo nel 431 dallo scoppio della guerra del Peloponneso fra Atene e Sparta. "Atene e i suoi alleati" (questa era la locuzione ufficiale per indicare la Lega) battevano indisturbati i mari: indiscussa la supremazia militare, fiorenti i commerci e le arti, forte e rispettata la dracma.

Ma a poco a poco gli equilibri iniziali si sbilanciarono: Atene accentuò sempre più il peso politico della sua supremazia, fino a trasformare la Lega in puro strumento della propria potenza autoritaria e imperiale, tramutando i sỳmmachoi ("alleati") in sudditi. Il momento culminante della metamorfosi fu il 454, quando il tesoro comune venne trasferito da Delo ad Atene, sotto il pretesto di un controllo migliore e più sicuro; da allora esso cominciò a venire usato senza più nessuno scrupolo per accrescere la città di splendidi monumenti e di nuovi strumenti militari a suo esclusivo vantaggio.

Come aveva potuto Atene trasformarsi da cane da guardia della libertà della Grecia in lupo feroce, intollerante dell’altrui autonomia? Tecnicamente, basti pensare che nel grande Parlamento della Lega ogni polis, grande o piccola, aveva la sua rappresentanza, con diritto di voto e di parola uguale rispetto alle altre, ma che un’eventuale opposizione di stati più indipendenti veniva facilmente superata grazie ai voti dei numerosi staterelli minori, docili alle direttive di Atene; inoltre, il tesoro comune venne amministrato sin da principio da dieci alti magistrati tutti ateniesi. Politicamente, il passaggio dall’egemonia all’impero fu dovuto all’estremizzazione dell’ideologia democratica, lanciata sempre più in una lotta assoluta e apodittica contro l’opposizione oligarchico-conservatrice all’interno e all’esterno, sino a ricorrere a qualunque mezzo, per quanto tirannico e ingiusto, pur di perpetuare il proprio potere.

Due sono le città tragico simbolo di questa involuzione : Mitilene e Melo.

Mitilene, polis dell’isola di Lesbo, proprio di fronte alla costa anatolica, era stata uno dei primi aderenti alla Lega delio-attica, e aveva collaborato fedelmente con Atene sino all’inizio della guerra del Peloponneso (431 a.C.). Ma a questo punto l’insofferenza per la crescente protervia dell’imperialismo ateniese e il desiderio di conservare la libertà aveva spinto il governo oligarchico locale a decidere di staccarsi dalla lega navale e a cambiare alleanza, aderendo alla lega peloponnesiaca, capitanata da Sparta. Già da tempo, tuttavia, Atene aveva mostrato con i fatti che, contrariamente ai patti stabiliti, non era disposta a tollerare la defezione di nessun membro della Lega: nel 469 aveva ridotto all’obbedienza con la forza Nasso, che aveva cercato di uscire dall’alleanza; stessa sorte era capitata nel 465 a Taso. Ora si era in tempo di guerra, e la reazione ateniese fu ancora più dura: rimasta sola, data l’impossibilità per Sparta di inviare così lontano aiuti efficaci, Mitilene, sottoposta ad assedio, dovette capitolare ed attendere nel terrore le decisioni dell’ex alleata. Ad Atene l’assemblea approvò in fretta e furia la proposta dell’estremista democratico Cleone: esecuzione capitale per tutti gli uomini di Mitilene atti alle armi, schiavitù per le donne e i bambini. Tanto sarebbe costata l’aspirazione dei Mitilenesi alla libertà ! Parte immediatamente una nave da guerra per comunicare e far eseguire la sentenza. Ma il nuovo giorno porta con sé dubbi e rimorsi per l’enormità della ritorsione: viene convocata immediatamente una nuova assemblea, dove al parere di Cleone, che ribadisce la sua feroce opinione, si contrappone stavolta quello del moderato Diodoto, che suggerisce una repressione meno indiscriminata, non mosso da pietà ma unicamente da considerazioni di utile economico e militare. Fortunatamente prevalse la sua proposta: un’altra nave, inviata a tutta forza a Lesbo per comunicare il nuovo decreto prima che l’irreparabile fosse avvenuto, riuscì a toccare l’isola in tempo. Non che la nuova punizione fosse comunque lieve: furono messi a morte mille aristocratici, abbattute le mura della città, requisita la flotta, espropriata la terra e ceduta a tremila coloni ateniesi.

Si dirà: si era in tempo di guerra, e le circostanze potevano legittimare reazioni radicali ad atti avvertiti come tradimenti.

Ma era assolutamente tempo di pace nel 416, quando si verificò il tristemente celebre episodio di Melo, ed Atene e Sparta erano addirittura alleate per effetto dei trattati del 421. Occorre premettere che nella seconda confederazione navale vigeva una capitale distinzione fra alleati autònomoi (= indipendenti") e hypèkooi (= "sudditi"): dunque i Melii – antichi coloni spartani governati da un’oligarchia e membri indipendenti della Lega – nel 416 si resero conto che sarebbe stato loro impossibile continuare a praticare una politica autonoma dalla volontà imperiale di Atene; d’altronde, l’adesione alla Lega, stando ai trattati, non comportava affatto l’automatico accodarsi degli alleati alle guerre di Atene che non fossero contro i Persiani; perciò essi, volendo mantenere la propria libertà e rifiutando di essere coinvolti nel conflitto, che sentivano imminente, con la madrepatria Sparta, chiesero per via diplomatica di restare in rapporto di amicizia con Atene su un piano di parità, nello spirito originario della Lega, conservando la neutralità nel caso di una guerra tra le due potenze nemiche. Ma la tirannide ateniese per preservare il proprio dominio non poteva accettare alcuna forma di compromesso : la più ferrea ragion di stato ebbe la prevalenza assoluta sulle ragioni del diritto – come ci testimonia Tucidide nel famoso episodio noto come "Dialogo dei Melii e degli Ateniesi" – e la "democratica" Atene decise di infliggere a Melo una punizione esemplare: tutti i maschi in condizione di combattere furono massacrati, fatti schiavi le donne e i bambini, requisito il territorio e ceduto a 500 coloni.

A chi legge non saranno certo sfuggite le numerose, inquietanti corrispondenze tra la Grecia del quinto secolo a.C. e le odierne vicende europee. Ne sottolineerò solo qualcuna.

Atene soleva giustificare la propria politica imperiale – che riconosceva esplicitamente – con lo slogan perché soli abbattemmo il barbaro. Oggi l’Unione Europea si sente autorizzata a qualunque abuso, in nome beninteso della "libertà" e della "democrazia", dal fatto di essere sorta sulle ceneri della barbarie nazifascista, attribuendo a sé il merito di aver garantito al continente cinquant’anni di pace e progresso (la nostra pentecontaetìa): cosa che, per dirla con Ida Magli, è una "spudorata menzogna".

Atene negava ai suoi stessi alleati la libertà di scegliere la forma di governo preferita, adducendo a pretesto la supremazia assoluta e indiscutibile del proprio modello di democrazia, ma in realtà per difendere sino alle estreme conseguenze il proprio potere. Oggi l’Unione Europea, ostentando virtuosamente l’antifascismo che è nel suo DNA, mostra di voler imporre un modello unico di coalizioni di governo, approvando quelle di centro-sinistra e castigando o censurando preventivamente quelle di centro-destra: il caso Austria è emblematico, mentre già si sta profilando un caso Italia. Che il dispregio della volontà dell’elettorato sia dovuto in realtà a un’egemonica volontà di perpetuazione del potere da parte delle forze socialiste interne ai singoli Stati è una verità ignota ai più.

La Confederazione navale tra gli Stati greci democratici aveva il suo cuore nel tesoro di Delo, il suo motore nella dracma, il suo braccio armato nella flotta: il suo assetto era tutto fondato – in maniera fin da principio di tipo assolutistico – su una struttura economica e militare. La ragion d’essere dell’Unione Europea è, come ognuno sa, l’economia, e il suo dio è l’Euro, al quale ogni valore è stato sacrificato. I rapporti fra Atene e gli alleati erano soprattutto di tipo monetario, attraverso il versamento forzato del phòros. Oggi chi non ottempera alle imposizioni di Bruxelles paga con multe; e Dio solo sa – ma qui è urgente un’indagine approfondita – quale fiume di denaro scorre ogni anno dalle casse di ciascuno Stato a quelle dell’Unione.

Nella Lega delio-attica le decisioni venivano prese a maggioranza, utilizzando cioè una modalità di voto che, se da un lato favoriva la rapidità di scelta, dall’altro consentiva ad Atene di isolare e neutralizzare facilmente gli eventuali dissenzienti. Non è un caso se, dopo lo "strappo" austriaco e danese, anche l’Unione Europea si sta orientando ad abbandonare il criterio dell’unanimità nelle votazioni – che espone al rischio del veto – per adottare quello della maggioranza semplice, che spiana la strada a qualunque progetto egemonico.

Atene pretendeva dagli alleati l’obbedienza assoluta, non tollerandone né l’uscita dalla Confederazione né semplicemente una diminuzione dell’impegno. Nel Trattato di Maastricht non è neppure contemplata la possibilità che un Paese membro possa un giorno decidere di uscire dall’Unione: il presente trattato è concluso per una durata illimitata (art. Q del Titolo VII – Disposizioni finali). Qui entriamo nel campo della futurologia, ma non credo di essere particolarmente pessimista se, guardando al percorso dell’egemonia ateniese, trovo del tutto coerente con le attuali premesse il ricorso, un giorno, all’uso confederato della forza militare europea contro quel Paese che avesse osato di voler uscire dall’Unione. Del resto, la prontezza e la violenza dell’intervento occidentale contro l’"eccentrica" Serbia lasciano pochi dubbi in proposito.

Tempi cupi attendono noi, periferia dell’Impero. Non resta che una resistenza disperata della cultura e dell’intelligenza. O un metaforico trasferimento a Berlino.

Andrea Del Ponte

                                                                                                                                                                                                

lunedì 27 luglio 2020

IL CASO PEARL HARBOR

IL CASO PEARL HARBOR



di Marco Pizzuti


“ …e mentre sto parlando a voi, madri e padri, vi do un’altra assicurazione. L’ho già detto altre volte, ma lo ripeterò all’infinito. I vostri ragazzi non verranno mandati a combattere nessuna guerra straniera... potete quindi definire qualsiasi discorso sull’invio di eserciti in Europa come pura menzogna”.

F.D. Roosevelt

{mosimage} Riguardo allo storico attacco di Pearl Harbor, i libri di scuola, i film, i documentari e tutti i reportage storici allineati alle versioni ufficiali ci hanno raccontato solo una verità di comodo. Attraverso i canali d’informazione istituzionali è stato ripetuto fino alla nausea che nel 1941 un brutale attacco aereo giapponese a sorpresa annientò la flotta americana del pacifico, lasciando sul campo migliaia di vittime innocenti. Tale versione dei fatti venne diramata dalla Casa Bianca allo scopo di scatenare l’indignazione del popolo americano. Da qui, a legittimare la sua chiamata al fronte come un dovere morale, il passo è stato molto breve.

Sono passati molti anni da quel drammatico 7 dicembre 1941, ma la storia continua a riemergere inquietante, come il cadavere di un omicidio che non vuole affondare. Le numerose inchieste pubbliche e private condotte su Pearl Harbor sembrano infatti avere raccolto ormai sufficiente materiale probatorio per ricostruire una volta per tutte, il vero corso degli eventi in questione. 


La censura della storia

Il Giappone, contrariamente a quanto viene convenzionalmente accettato nella letteratura istituzionale didattica mondiale, venne deliberatamente provocato a reagire militarmente da F. D. Roosevelt in tutti i modi possibili. Tale strategia d’azione fu definita nero su bianco nel riservatissimo piano McCollum [34], uno scottante documento che alcuni ricercatori storici sono riusciti a rendere di pubblico dominio.

Nel corso del tempo, sono infatti emerse numerose prove che dimostrano come i servizi dell’intelligence americana riuscirono a decriptare tempestivamente tutti i piani dell’imminente attacco giapponese. La strage di Pearl Harbor quindi, poteva essere evitata e con essa naturalmente, anche la partecipazione dell’America alla guerra. A confermarlo, ci sono persino le testimonianze rese da alti ufficiali della marina americana (come ad es. quella dell’ammiraglio Husband Kimmel o del tenente generale Richardson).

Ed è proprio da questi ultimi infatti che è partita la “prima pietra dello scandalo”. Le loro versioni sulla vicenda, sono oggi disponibili in molte dettagliatissime pubblicazioni, a cominciare, da “Il giorno dell'inganno” di Robert B. Stinnet (pluridecorato USA per il valore militare 42'- 46').

{mosimage} Pertanto, le fonti delle informazioni che sono alla base delle accuse contro Roosevelt, non sono costituite (come qualcuno potrebbe pensare) dalle malsane elucubrazioni di estremisti anti-americani, ma come anzidetto, provengono direttamente dagli archivi militari USA e/o dagli stessi ufficiali della marina che prestarono servizio durante la guerra del Pacifico.

Le ragione di questa situazione per così dire “anomala” è in realtà molto semplice da spiegare. Il piano McCollum caldeggiato da Roosevelt, ha rappresentato un crimine commesso contro tutte le nazioni che poi sono state chiamate alle armi. Quindi la prima vittima di questa tipologia di complotti è sempre stata il popolo, non da ultimo, proprio quello americano, ammiragli compresi.

Ecco perché tra i cosiddetti “anti-americani” che si oppongono alla versione ufficiale su Pearl Harbor compaiono anche i nomi “ingombranti” di autorevoli studiosi e testimoni a stelle e strisce. Molti di loro infatti, compresero perfettamente che il vero nemico della pace non veniva dal lontano Pacifico ma si annidava invece nella stessa America, tra i membre della Casa Bianca e quelli dei lussuosi uffici di Wall street. Di conseguenza, le generiche accuse di anti-americanismo rivolte contro chiunque cerchi di portare a galla la verità su Pearl Harbor risultano essere veramente fuori luogo.

Viceversa, le prove contro il governo Roosevelt, pesano come un macigno che nessun perito della commissione ufficiale d’inchiesta è riuscito a smuovere di un millimetro.

La flotta USA, avrebbe potuto tranquillamente essere messa in salvo, ma si fece l’esatto opposto, affinché migliaia di soldati americani trovassero la morte sotto le bombe giapponesi. Perché? La risposta è tanto chiara quanto scandalosa. Il vero obiettivo di Roosevelt era quello di creare il roboante casus belli di cui avevano bisogno i poteri forti per coinvolgere la nazione americana nel conflitto.

{mosimage} E dallo stesso momento in cui venne deciso che le navi da guerra USA, con tutto il loro carico umano sarebbero serviti da esca, la base di Pearl Harbor venne deputata a questa funzione sacrificale. Quello che accadde dopo fu solo la cronaca di una strage annunciata.....

Il Giappone quindi non solo si trovò a dover sopportare le gravi azioni di provocazione messe in atto con il piano McCollum, ma venne anche “indotto in tentazione” dallo stesso Roosevelt che “suggeriva” ai generali nipponici la soluzione della crisi con un colpo di mano. Come? Semplicemente “porgendo il fianco” della sua flotta al nemico. Le navi da guerra americane infatti vennero costantemente mantenute in zona di pericolo per ordine diretto del Presidente. Il comando giapponese fu così spinto a credere di dover approfittare di un occasione irripetibile per cercare di vincere una guerra ormai inevitabile contro il gigante americano. Ma cadde solo nella trappola…



 Una regia occulta

Come verrà illustrato nel prosieguo, dietro le dinamiche degli eventi bellici è sempre possibile intravedere l'ombra cupa dei poteri forti, una realtà che emerge sconcertante tutte le volte che si effettuano dei reali approfondimenti. In pochi ne parlano apertamente, ma sono solo questi a manipolare tanto il corso della storia quanto il mondo dell’informazione. Sono talmente potenti che possono permettersi il lusso di insabbiare tutti i loro crimini senza mai apparire come primi attori. E le grandi inchieste ufficiali troppo spesso servono solo a manipolare l’opinione pubblica, mentre al contempo, le fonti d’informazione non controllate (come le piccole case editrici o i siti internet) vengono demonizzate e messe alla berlina nel circolo mediatico di più larga diffusione.

Come è cambiata l’America dopo Pearl Harbor

Prima del fatidico 7 dicembre 1941, l’88% della popolazione americana (sondaggio realizzato in America nel settembre 1940) era contraria a mandare i propri figli a morire per una guerra lontana [31] e il signor F. D. Roosevelt, proprio come il signor W. Wilson, venne eletto Presidente grazie alla promessa che non avrebbe mai trascinato la nazione in un conflitto.

Ecco infatti, cosa dichiarò pubblicamente ai suoi elettori F.D. Roosevelt: “… e mentre sto parlando a voi, madri e padri, vi do un’altra assicurazione. L’ho già detto altre volte, ma lo ripeterò all’infinito. I vostri ragazzi non verranno mandati a combattere nessuna guerra straniera...[1]

Ma nonostante queste buone dichiarazioni d’intenti volte solo ad accattivarsi il consenso di un America pacifista, il procurato attacco giapponese e il conseguente bagno di sangue di Pearl Harbor, provocarono una ondata emotiva tale che l’opinione pubblica americana mutò repentinamente atteggiamento, optando, come cinicamente previsto, a favore dell’intervento militare. In sostanza, senza un episodio come quello di Pearl Harbor, l’amministrazione americana non avrebbe mai potuto trascinare il paese in guerra e il Presidente Roosevelt avrebbe dovuto, “suo malgrado”, mantenere le promesse fatte alla nazione.

Il piano McCollum

Grazie al Freedom of Information Act promosso dal parlamentare USA John Moss, molti ricercatori indipendenti hanno potuto trovare accesso ad uno straordinario numero di documenti sulla guerra del Pacifico. Dallo studio accurato di questi è poi emersa tutta la verità sconcertante;

Si viene così a sapere che già il 7 ottobre del 1940, nel quartier generale della Marina di Washington, circolò un bollettino destinato a compromettere per sempre l’amministrazione Roosevelt nella premeditazione della guerra. Il dispaccio proveniva dall’ufficio dei servizi informativi ed era indirizzato a due dei più fidati consiglieri del Presidente, i capitani della Marina Walter S. Anderson e Dudley W. Knox. Al suo interno recava la sottoscrizione in calce del capitano di corvetta Arthur H. McCollum, un militare esperto dei costumi del “sol levante”. Quest’ultimo infatti, aveva trascorso diversi anni della sua vita in Giappone e ne conosceva perfettamente la cultura. Si poneva quindi come l’uomo adatto per studiare una strategia di provocazione.

McCollum elaborò così un piano che prevedeva otto diverse modalità d’azione per ingaggiare una guerra con il Giappone. Il documento si componeva di cinque pagine e in esso si faceva esplicito riferimento alla creazione di quelle condizioni che avrebbero costretto i giapponesi ad una reazione armata contro gli USA.

Una volta che questa si fosse verificata, la nazione americana si sarebbe ritrovata automaticamente impelagata nell’intero conflitto mondiale. Proprio ciò che volevano gli oscuri signori della guerra in doppiopetto e bombetta. La stipula del famoso patto tripartito (siglato a Berlino il 27 Settembre 1940), garantiva infatti alle forze dell’asse (Germania, Italia, Giappone) mutuo soccorso reciproco durante tutto il conflitto.

Le operazioni da seguire per raggiungere questo obiettivo sono qui di seguito sinteticamente elencate:


   1. Accordarsi con la Gran Bretagna per l’utilizzo delle basi inglesi nel Pacifico, soprattutto Singapore.

   2. Accordarsi con l’Olanda per utilizzare le attrezzature della base e poter ottenere provviste nelle Indie orientali olandesi (l’attuale Indonesia).

   3. Fornire tutto l’aiuto possibile al governo cinese di Chiang Kai-Shek.

   4. Inviare in Oriente, nelle Filippine o Singapore, una divisione di incrociatori pesanti a lungo raggio.

   5. Spostare le due divisioni di sottomarini in Oriente.

   6. Tenere la flotta principale degli Stati Uniti, attualmente nel Pacifico, nei pressi delle isole Hawaii.

   7. Insistere con gli olandesi affinché rifiutino di garantire al Giappone le richieste per concessioni economiche non dovute, soprattutto riguardo al petrolio.

   8. Dichiarare l’embargo per tutti i commerci con il Giappone, parallelamente all’embargo dell’impero Britannico.


{mosimage} - Il bollettino McCollum delle otto azioni è stato scoperto da Robert B. Stinnet t il 24 gennaio 1995 nella scatola n.6 di una speciale raccolta della Marina degli Stati Uniti, RG 38, Modern Military Record Branch degli Archives II. - [34]


 Le altre prove del complotto

Ciò premesso, la versione ufficiale ha escluso comunque qualsiasi tipo di coinvolgimento del Presidente Roosevelt in un complotto contro le nazioni. Una conclusione “politica” che però non trova alcun fondamento nella storia. Roosevelt venne infatti complessivamente informato del “pericolo” di un imminente attacco giapponese da almeno ben otto fonti diverse [2]. Inoltre, il 27 e il 28 novembre 1941, gli alti ufficiali americani ricevettero un ordine che la dice lunga sulle vere intenzioni del governo Roosevelt : “Gli Stati Uniti desiderano che il Giappone compia il primo atto diretto” [3]. Un comunicato questo che, stando alla testimonianza del ministro della guerra Henry L. Stimson venne emanato direttamente da Roosevelt (anche se in realtà, come verrà chiarito in seguito, Stimson cercò solo di scaricare tutti i dubbi e le ombre di cospirazione sul Presidente).

Eclatante a tal proposito anche il messaggio scritto al Segretario di Stato Cordell Hull dall'ambasciatore americano a Tokyo, Joseph Grew il 27 gennaio 1941. Nella riservatissima missiva che C. Hull si affrettò a distribuire ai servizi informativi (e quindi anche direttamente al Presidente) si leggeva infatti a chiare lettere che in caso di guerra, Pearl Harbor sarebbe stato il primo bersaglio [4].

Ma ecco cosa affermava esattamente il testo del cablogramma in questione [5]: “Un collega peruviano ha rivelato a un membro del mio staff di aver sentito diverse fonti, compresa una fonte giapponese, che le forze militari giapponesi hanno progettato, in caso di problemi con gli Stati Uniti, di tentare un attacco a sorpresa su Pearl Harbor impiegando tutte le strutture militari a loro disposizione. Ha aggiunto inoltre che, sebbene il piano possa sembrare una fantasia, il fatto che lo abbia sentito da più parti lo ha indotto a passare l’informazione. - Grew”

E se come anticipato, l’intelligence USA era in grado di decriptare i messaggi in codice giapponesi già molto tempo prima di Pearl Harbor, il Presidente deve necessariamente avere conosciuto con largo anticipo, le modalità con cui sarebbe avvenuto l’attacco a “sorpresa” giapponese.

Al contrario, i comandanti del contingente americano direttamente interessato, e cioè l’ammiraglio Husband Kimmel e il tenente generale Walter Short, vennero tenuti completamente all’oscuro di quanto stava realmente accadendo, onde evitare che potessero adottare le opportune contromisure (come ad es. reclamare uno spostamento della flotta in una zona più sicura). Il giorno dell’attacco infatti, nella base di Pearl Harbor non era stato neppure proclamato lo stato d’allerta e le perdite umane furono spaventose. Si verificò così, proprio quella strage degli innocenti che serviva all’amministrazione americana per mobilitare l’indignazione del popolo americano. Il bollettino di guerra fu straziante, sette navi da guerra affondate all’ancora, 2273 morti (tra civili e militari) e 1119 feriti.

Quando vennero aperte le prime indagini nella commissione d’inchiesta del 1946, fu esclusa ufficialmente qualsiasi responsabilità diretta di D. F. Rosevelt sulla base dell’assunto che il Presidente non sarebbe mai venuto a conoscenza del piano McCollum. Tuttavia, esiste ormai un castello di prove che dimostra l’esatto opposto. E per fare maggiore chiarezza, basti dire che le perizie scientifiche svolte sul famoso protocollo hanno accertato la presenza delle sue impronte digitali su ognuna delle cinque pagine del piano [3]. In un processo “normale”, tale materiale probatorio, sarebbe stato sufficiente a far condannare chiunque oltre ogni ragionevole dubbio.

Roosevelt peraltro, ordinò di spostare buona parte della flotta USA alle Hawaii proprio il giorno successivo alla divulgazione del suddetto bollettino e quindi in completa ottemperanza al piano McCollum. Tale disposizione della casa bianca infatti, non poteva essere connessa ad alcun altra strategia militare razionale se non quella della provocazione.

 Le proteste degli alti ufficiali

Il trasferimento di preziose unità navali americane nelle acque del Pacifico risultò quindi talmente incomprensibile agli alti ufficiali di marina che prima di essere accettato dovette scontrarsi con le animose proteste dell’ammiraglio Richardson qui di seguito riportate testualmente: “Signor Presidente, gli ufficiali più anziani della Marina non hanno la fiducia nella guida civile di questo paese…” [6].

Richardson dimostrò risolutamente tutto il proprio disappunto, in quanto da buon ufficiale di marina, sapeva bene che stanziare la flotta nelle acque delle Hawaii sarebbe stato interpretato dal comando giapponese come un chiaro atto di ostilità, o meglio come i preparativi per un’aggressione. Proprio ciò che Richardson, per lealtà al suo paese avrebbe voluto evitare.

Il documento programmatico di McCollum del resto, non lasciava dubbi di sorta circa le sue reali finalità provocatorie. E in particolar modo alla lettera D, dove contemplava addirittura l’invio di navi da guerra americane nelle acque territoriali giapponesi o appena fuori di esse.

Durante i riservatissimi briefing militari che si tennero alla Casa Bianca, Roosevelt infatti, si dimostrò irremovibile sulla necessità di porre in atto simili azioni. Non accettò mai alcuna obiezione o variazione del piano. E dopo avere programmato gli sconfinamenti della flotta americana sotto l’appellativo di “missioni a sorpresa” dichiarò espressamente: “Voglio semplicemente che sbuchino qua e là e che i giapponesi continuino a chiedersene la ragione… [7].

Affermazioni queste che incontrarono anche le obiezioni degli altri alti ufficiali. L’ammiraglio Husband Kimmel ad esempio, quando venne posto di fronte all’ordine di condurre “missioni a sorpresa” per provocare i giapponesi si lasciò scappare la seguente affermazione: “E’ una mossa sconsiderata e compierla porterà alla guerra” [8].

Ma quando l’ammiraglio Kimmel si rese conto che Roosevelt non aveva alcuna intenzione di tornare sui propri passi, preferì scendere a compromessi e offrì la sua collaborazione all’unica condizione che fosse stato tempestivamente informato delle contromosse giapponesi.

Il “dietro-front” di Kimmel venne quindi premiato con una promozione al grado di ammiraglio e con la nomina di comandante in capo della flotta del Pacifico. Chi invece, come l’ammiraglio Richardson, mantenne coraggiosamente la sua posizione, venne rimosso il 1 febbraio 1941 durante una importante riorganizzazione della Marina.

Roosevelt ordinò infatti la suddivisione delle forze navali in due contingenti distinti, una flotta per l’Atlantico e l’altra per il Pacifico. Un’escamotage che gli consentì di liberarsi agevolmente degli ufficiali non allineati ai suoi programmi, e di prepararsi nello stesso tempo, ad affrontare un conflitto allargato alla Germania.

La registrazione degli ordini emanati direttamente da Roosevelt nel periodo a cavallo tra marzo e luglio 1941 dimostra ancora più dettagliatamente quanto egli fosse realmente immischiato nel piano McCollum. Il Presidente diede disposizioni di sua iniziativa e persino contro il parere dei suoi più alti ufficiali per violare reiteratamente il diritto internazionale. Vennero quindi dispiegati gruppi navali militari operativi (in pieno assetto di guerra) al confine delle acque territoriali giapponesi allo scopo di compiere tre “missioni a sorpresa” [9].

Altri indizi inquietanti riguardo un diretto coinvolgimento del Presidente in una cospirazione provengono dallo stesso modo in cui vennero organizzati i servizi informativi. Le traduzioni dei messaggi in codice giapponesi ad esempio, dovevano pervenire direttamente nelle sue mani o in quelle di soggetti da lui autorizzati. Tutte le intercettazioni militari e diplomatiche giapponesi gia decodificate arrivarono quindi alla casa bianca baipassando l’ammiraglio Kimmel, il comandante in capo della flotta nel Pacifico. In questo modo venne garantita la massima segretezza possibile sulle reazioni di Yamamoto alle provocazioni americane. Persino nei confronti dello stesso stato maggiore USA.


E appena le “missioni a sorpresa” ebbero inizio, le navi guerra americane cominciarono a scorazzare intorno alle acque territoriali giapponesi arrivando ad insidiare perfino lo stretto di Bungo, ovvero l’accesso principale al Mar del Giappone. Ne scaturì una crisi diplomatica che culminò con le proteste ufficiali del ministero della Marina giapponese. La lettera venne consegnata all’ambasciatore Grew di Tokyo, per denunciare quanto segue: “Nella notte del 31 luglio 1941, le unità della flotta giapponese ancorate nella Baia di Sukumo (stretto di Bungo) hanno captato il suono di eliche che si avvicinavano da est. I cacciatorpediniere della Marina giapponese hanno avvistato due incrociatori che sono scomparsi in direzione sud dietro la cortina di fumo accesa dopo che gli era stato intimato il chi va là…..Gli ufficiali della Marina ritengono che le imbarcazioni fossero incrociatori degli Stati Uniti”.

L’ombra dell’alta finanza dietro la programmazione della guerra

L’amministrazione americana non è mai stato il vero attore delle guerre più recenti, ma solo una pallida comparsa. Il soggetto pubblico su cui riversare tutte le colpe.

Le reali motivazioni che spinsero il Presidente Roosevelt a catapultare il popolo americano in guerra, conducono inequivocabilmente ad alcuni dei retroscena meno divulgati del secondo conflitto mondiale.

Ecco ad esempio cosa è clamorosamente “sfuggito” agli storici della versione ufficiale:

Nell’estate del 1940 (prima dell’emanazione del protocollo McCollum), Roosevelt elaborò un piano di politica estera volto ad isolare economicamente il Giappone e le forze dell’asse con una serie di embarghi. Ma la circostanza quantomeno “anomala”, è che la Casa Bianca stava riservatamente operando al contempo per garantire a questi stessi paesi nemici la scorta di risorse energetiche a loro necessarie per intraprendere una lunga guerra proprio contro gli Stati Uniti e i suoi alleati. Roosevelt scelse infatti di dare corso alle vere provocazioni (del protocollo McCollum) solo quando il Giappone venne ritenuto in grado di sostenere il conflitto. Pertanto, i giapponesi ricevettero tutto l’approvvigionamento di materie prime (in particolare il petrolio) di cui avevano bisogno persino durante il proclamato embargo.

Nei mesi di luglio e ottobre del 1940, in pieno regime di apparente isolamento economico del Giappone, il Call Bullettin di San Francisco fotografò degli operai sul molo del porto cittadino mentre stavano tranquillamente provvedendo allo stoccaggio di numerosi container nelle stive di due navi da trasporto nipponiche. Si trattava della “Tasukawa Maru” e della “Bordeau Maru”, entrambe, vennero caricate con ingenti quantità di quel materiale ferroso di cui aveva fortemente bisogno l’industria pesante Giapponese, un paese ritenuto ufficialmente ostile. Una volta terminate le operazioni di carico, il naviglio prese il largo e fece rotta verso la madrepatria. Ma non si trattò solo di un caso isolato perché la scena era destinata a ripetersi in modo quasi surreale per tutto il 1940 e il 1941 persino dopo lo scoppio del conflitto [10].

La vicenda in questione non era certo sfuggita ai servizi segreti americani che annotarono tutti gli spostamenti delle navi da trasporto giapponesi (ibid). E anche per quanto concerneva i rifornimenti di petrolio, la violazione delle restrizioni avvenne in modo sistematico e del tutto evidente. L’embargo infatti non fu mai applicato alle raffinerie ubicate sulla costa occidentale degli Stati Uniti (ibid p.36), pertanto è lecito concludere che l’osannato isolamento del Giappone fosse solo una manovra politica di facciata.

A dispetto dei proclami formali, la Casa Bianca si adoperò dietro le luci dei cronisti per sostenere le capacità belliche Giapponesi. Lo scopo era quello di prepararlo all’imminente conflitto già in agenda dei poteri forti. Un assunto questo che, per quanto possa apparire assurdo a chi ha sempre creduto alla favola dell’imperialismo americano (o viceversa, ha riposto la massima fiducia nei metodi democratici dell’amministrazione USA), non solo risponde al vero, ma dimostra come l’opinione pubblica sia stata sempre spudoratamente manipolata.

Il console generale giapponese rassicurò infatti il suo governo che al di là dei proclami formali, Roosevelt e il suo esecutivo, stavano chiudendo un occhio sui rifornimenti “americani” affermando letteralmente: “Tutti i nostri permessi di esportazione sono stati garantiti. Le agenzie americane da cui acquistiamo il petrolio procedono e stabiliscono accordi soddisfacenti con le autorità governative di Washington” [11]

L’alto funzionario diplomatico giapponese specificò inoltre che era riuscito ad acquistare una miscela speciale di petrolio greggio eludendo facilmente i divieti imposti con l'embargo. Nel messaggio segreto poi cifrato, compare dettagliatamente la portata dell’acquisto; 44.000 tonnellate (ben 321.000 barili) dall’Associated Oil Company. Peraltro il dispaccio diplomatico terminava concludendo: “I rivenditori di petrolio americano della zona di San Francisco che vendono alla Mitsui e alla Mitsubishi, dei quali il principale è l’Associated Oil Company, credono che non ci sarà alcuna difficoltà nel continuare la spedizione di comune carburante al Giappone” (ibidem).

Allo storico cablogramma diplomatico, fanno poi da inquietante contorno le registrazioni militari USA a proposito delle rotte di carico e scarico regolarmente effettuate dalle petroliere dirette in Giappone. E poiché, i servizi informativi americani monitorarono costantemente i movimenti delle navi da trasporto nipponiche su esplicito ordine della Casa Bianca, è legittimo supporre che Roosevelt, non poteva non sapere cosa stava realmente accadendo.

Le navi con il prezioso carico di oro nero americano erano dirette verso il deposito petrolifero di Tokuyama. E solo nel periodo compreso tra il luglio 1940 e l’aprile 1941 risulta accertato che i rifornimenti petroliferi “americani” ammontarono a quasi 9.200.000 barili.

Tutte le rotte degli approvvigionamenti giapponesi vennero intercettati e schedati dai radiogoniometri militari americani dalla Stazione SAIL, il centro di controllo del Navy’s West Communication Intelligence Network (sistema dei servizi informativi di comunicazione della costa occidentale della Marina USA, WCCI) ubicata vicino Seattle. Gli impianti radio della Mackay Radio & Telegraph, Pan American Airways, RCA Communications e Globe Wireless fornirono ulteriori preziose informazioni.

L’ampio ed efficientissimo sistema di monitoraggio USA si estendeva lungo tutta la costa occidentale, da Imperial Beach in California sino a Dutch Harbor in Alaska [32].

In conclusione quindi, i servizi informativi e il Presidente dovevano sapere perfettamente che la maggior parte del petrolio giapponese proveniva dall’impianto di raffinazione californiano della Associated Oil Company di Port Company. Un continuo andirivieni di navi da trasporto portò infatti il prezioso carburante direttamente a Tokuyama, la principale base di rifornimento della flotta militare giapponese.

Qualcuno però si accorse per tempo di quanto stava effetivamente avvenendo dietro le verità ufficiali e denunciò il fatto pubblicamente. Così, accadde che proprio mentre Roosevelt si dava affanno nell’apparire un Presidente pacifista dinanzi alla Nazione, il deputato del Missouri Philip Bennet rilasciò la seguente eloquente dichiarazione: “…..Ma i nostri ragazzi non verranno mandati all’estero, dice il Presidente. Sciocchezze, signor Presidente; Già ora si sta provvedendo a preparargli le cuccette sulle nostre navi da trasporto. Gia ora i cartellini per l’identificazione di morti e feriti vengono stampati dalla ditta di William C. Ballatyne & Co. di Washington” [12].

E anche se all’epoca dei fatti tale affermazione “fuori dal coro” di P. Bennet passò quasi completamente inosservata, le indagini storiche del dopoguerra gli hanno conferito pienamente ragione. Roosevelt, come tutti i politici a cui è stato consentito l'accesso alle “stanze dei bottoni”, non fece altro che obbedire alle direttive dell’alta finanza, ovvero, ottemperò scrupolosamente agli ordini degli “invisibili” magnati a cui i popoli pagano il debito pubblico attraverso le tasse. Illuminante in tal senso, l’amara considerazione personale di Curtis Dall, il genero di F.D. Roosevelt,: “Per molto tempo pensai che (Roosevelt)...avesse nutrito molti pensieri e progetti a beneficio del suo paese, gli USA. Ma non era così. La maggior parte dei suoi pensieri, le sue “cartucce” politiche, per così dire, erano state attentamente fabbricate per lui dal Consiglio sulle relazioni estere/Gruppo finanziario per un mondo unito (CFR= Rockfeller, Rothschild & co – specificaz. Dell'autore.). Brillantemente e con grande slancio, come fossero un bel pezzo d'artiglieria, egli sparò quelle “cartucce” prefabbricate in mezzo a un bersaglio inaspettato, il popolo americano, e così comprò e confermò il suo rapporto politico internazionalista” [13].

E a dispetto di ciò che continua ad affermare la storia patinata della versione ufficiale, non rimane quindi che svelare chi erano e che intenzioni avevano i potenti “consiglieri” di F.D.R. che tanto ascendente avevano su di lui….

Un accenno alla regia occulta

Dietro i protagonisti ufficiali della storia che abbiamo studiato nelle c.d. “scuole” dell’obbligo, operano senza mai apparire, i membri e i programmi della vera casta di comando, i c.d. “poteri forti”. Una elite di persone che gestisce il potere da padre in figlio e che da secoli tiene letteralmente sotto controllo l’economia (e quindi anche la politica) delle nazioni. Sono i proprietari esclusivi delle banche centrali, delle assicurazioni, dei monopoli energetici, dell’industria e dei grandi canali d’informazione. I suoi rappresentanti non si riconoscono realmente in alcuna specifica nazionalità poiché si ritengono al di sopra di qualunque di essa, considerandosi a tutti gli effetti i veri signori del mondo. Ed ecco a tal proposito cosa ebbe a dichiarare già nel lontano 1733, un illustre esponente dei grandi casati finanziari che oggi possiedono letteralmente le banche centrali, il finanziere Amschel Mayer Bauer Rothschild (capostipite dell’impero Rothschild): “La nostra politica è quella di fomentare le guerre, ma dirigendo conferenze di pace, in modo che nessuna delle parti in conflitto possa ottenere guadagni territoriali. Le guerre devono essere dirette in modo tale che le Nazioni, coinvolte in entrambi gli schieramenti, sprofondino sempre più nel loro debito e, quindi, sempre più sotto il nostro potere” [14].

Dal quel remoto 1733 però, il tempo non sembra essere passato invano e gli strumenti dei manipolatori sono stati affinati. Nella storia contemporanea sono sorte infatti vere e proprie istituzioni paragovernative che lavorano a porte chiuse per realizzare i programmi di dominio dell’alta finanza. E come intuito da Curtis Dall, una di queste moderne organizzazioni che maggiormente diresse l’operato di Roosevelt è il CFR (Council on Foreign Relations). Una sedicente organizzazione “filantropica” fondata nel 1921, con il finanziamento della famiglia Rockefeller. Alla costituzione del CFR parteciparono 650 “eletti”, “il Gotha del mondo degli affari" [15] e suoi membri di spicco furono sempre all’ombra del Presidente americano di turno. Ed è quindi proprio a costoro che si deve attribuire la vera paternità del protocollo McCollum. In qualità di ministro della guerra di Roosevelt ad esempio, agiva in “prima linea” Henry Stymson, un personaggio che “guarda caso” era anche uno dei membri fondatori del CFR. Il suo coinvolgimento nel piano di provocazione, emerge chiaramente dalle righe del suo stesso diario: “Affrontiamo la delicata questione di come realizzare una schermaglia diplomatica che faccia apparire il Giappone dalla parte del torto e gli faccia compiere, scopertamente, il primo passo falso” [16]. E sempre a tal proposito, lo scrittore George Morgenstern, ha pubblicato il libro “Pearl Harbor, The Story Of The Secret War” in cui è stato esaustivamente documentato come il Giappone venne trascinato in guerra dalla strategia d'azione dei membri del CFR.

Poiché come noto, a molte guerre corrispondono molti soldi e infinito potere per gli oscuri signori dell'alta finanza. Una volta conclusi i conflitti, saranno infatti sempre loro a decidere le condizioni di riparazione della nazione di turno che è stata messa in ginocchio. Ai popoli di entrambe le parti belligeranti invece, non resterà che l’amaro compito di leccarsi le ferite tra un camposanto e l'altro, aspettando di sapere quanto dovranno pagare per le spese di guerra (“vinta” o persa che sia). Con l’ingresso dell’America nel secondo conflitto mondiale avvenne infatti un colossale trasferimento di ricchezza dalla casse pubbliche a quelle private; Il bilancio federale USA a cavallo del decennio 1930-1939 era di “appena” 8 miliardi di dollari l’anno, nel 1945 invece, il debito per sostenere la guerra fece impennare i grafici contabili fino 303 miliardi di quota. Il costo globale del conflitto (nei soli termini economici) sostenuto dagli americani, fu ufficialmente di 321 miliardi di dollari, più del doppio di quanto il governo federale aveva “scucito” ai contribuenti nei 152 anni di storia che vanno dal 1789 al 1941 [17]. Gli eventi bellici peraltro, non rappresentano solo il grande business dei banchieri, ma sono anche un subdolo ed efficacissimo strumento di azione politica. Vengono infatti concepiti a tavolino come formidabile pretesto per instaurare a guerra finita, gli assetti politici e sociali a loro più congeniali. Si muovono a piccoli passi per realizzare il progetto secolare del “nuovo ordine mondiale”. Uno scopo che del resto trapela esaustivamente dalle stesse parole pronunciate da James Warburg (insigne esponente dei poteri forti) solo pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale:

"Che vi piaccia o no, avremo un governo mondiale, o col consenso o con la forza".[18]

Tra gli altri invisibili personaggi della storia che “suggerirono” a Roosevelt gli obiettivi da raggiungere durante la sua presidenza, compare il nome eccellente di Bernard M. Baruch. Un illustre membro dell’alta finanza e del CFR che presiedette al Comitato delle industrie belliche durante la Prima guerra mondiale e che poi negoziò anche le condizioni delle riparazioni tedesche nel trattato di Versailles [19]. La sua autorevolissima voce venne sempre e perentoriamente ascoltata dai presidenti americani.



Nato in Texas nel 1870 da un agiatissimo esponente del Ku Klux Klan, l'ultra miliardario Bernard Mannes Baruch divenne il “consigliere” di ben sei presidenti USA. Dal massone [20] Woodrow Wilson (1912) al massone Eisenhower (1950), fu sempre lui ad esempio a “persuadere” il Presidente Wilson circa la necessità di coinvolgere l’America nella prima guerra mondiale. E persino la creazione di un organo governativo volto esclusivamente a sostenere lo sforzo bellico americano fu una sua idea. Nulla di strano quindi se al nuovo ente vennero conferiti ampi poteri speciali nella pianificazione della produzione industriale. Come del resto è naturale, che a capo di esso finì per essere nominato proprio lui, Bernard Baruch, il mentore del Presidente.

Una volta al comando del “War Industry Board”, tutte le commesse relative al materiale bellico e logistico passarono nelle sue mani, dagli stivali ai mezzi corazzati. Affari d’oro che non si limitarono agli approvvigionamenti americani ma che si estesero in buona misura anche agli ordinativi degli altri eserciti alleati. E come denunciò nel 1919 dalla Commissione Investigativa del Congresso (guidata dal senatore W. J. Graham) che indagò sui profitti che quell’organo rese possibili, si trattò di: “un governo segreto…sette uomini scelti dal Presidente hanno concepito l’intero sistema di acquisti militari, programmato la censura sulla stampa, creato un sistema di controllo alimentare…dietro porte chiuse, mesi prima che la guerra fosse dichiarata” [21].

In seguito, fu possibile ripetere tale collaudato “modus operandi” grazie ai “consigli” che Baruch diede al presidente F. D. Roosevelt, nella guerra contro Hitler: questa volta però l’organo pianificatore si chiamò War Production Board. A dirigerlo venne nominato Harry Hopkins, un uomo di fiducia del signor Baruch, (ibidem).

La decriptazione dei codici giapponesi

Tornando alle circostanze militari che condussero all’attacco di Pearl Harbor, già a partire dall’ultima settimana del settembre 1940, un esperto team di crittografi americani riuscì a decodificare entrambi i principali codici segreti utilizzati dai Giapponesi. Tutte le comunicazioni diplomatiche riservate vennero quindi tradotte con il “codice Purple” mentre i dispacci militari nipponici segreti poterono essere interpretati con il codice “Kaigun Ango” in tempi sufficientemente brevi. La riuscita decodificazione dei codici però, venne mantenuta nel massimo riserbo anche tra le stesse autorità militari USA, in quanto, come anzidetto, si fece in modo che i dispacci dei servizi informativi giungessero direttamente al Presidente [22].

Le reali potenzialità dell’intelligence USA vennero “a galla” solo più tardi, grazie alle rivelazioni del contrammiraglio Royal Ingersoll, assistente capo delle operazioni navali. Egli spiegò infatti che già prima di Pearl Harbor i servizi informativi americani erano in grado di scoprire in anticipo la strategia navale di guerra e le operazioni tattiche del Giappone [33]. Una verità esplosiva documentata da una lettera scritta il 4 ottobre 1940 e indirizzata da Ingersoll ai due ammiragli James Richardson e Thomas Hart. La missiva, estremamente chiara e dettagliata, precisava che la marina americana iniziò il rilevamento dei movimenti e delle posizioni delle navi da guerra giapponesi nell’ottobre 1940: “Ogni spostamento rilevante della flotta dell’Orange (che nel codice USA significava Giappone) è stato previsto ed è disponibile un flusso continuo di informazioni riguardanti le attività diplomatiche dell’Orange” [23].

Peraltro come vedremo, i giapponesi, furono protagonisti di talmente tanti errori madornali nell’effettuare le loro comunicazioni riservate, che diventa davvero difficile poi riuscire a credere nella versione ufficiale dell'attacco a “sorpresa”.

L'ammiraglio giapponese Yamamoto infatti, ruppe imprudentemente il silenzio radio il 25 novembre 1941. I messaggi in questione ordinavano alla 1° flotta aerea di prendere il volo il 26 novembre dalla base di Hitokappu per dirigersi in acque Hawaiiane e attaccare così la flotta americana all'ancora di Pearl Harbor. Precisò addirittura latitudine e longitudine della rotta da percorrere [24].

Come noto, l’attacco venne poi rimandato al 7 dicembre, ma ciò non toglie che i servizi informativi americani sapessero ormai quali fossero le reali intenzioni giapponesi. E come minimo, la base di Pearl Harbor avrebbe dovuta essere stata posta in stato di allerta. Ma ecco qui di seguito riprodotto il testo letterale dei due messaggi intercettati dai sevizi informativi americani:

1) “Il 26 novembre l'unità operativa, mantenendo strettamente riservati i suoi movimenti, deve lasciare di Hitokappu e giungere al 42° di latitudine nord per 170° di longitudine est nel pomeriggio del 3 dicembre e completare velocemente il rifornimento” [25].

2) “L'unità operativa, mantenendo strettamente riservati i suoi movimenti e ponendo estrema attenzione a sottomarini e velivoli, deve avanzare in acque Hawaiiane e alla vera apertura delle ostilità attaccare la forza principale degli Stati Uniti alle Hawaii infiggendole un colpo mortale (neretto dell’autore). Il primo attacco aereo è previsto per l'alba del giorno X. La data esatta sarà fornita in un ordine successivo. Una volta completato l'attacco aereo, la forza operativa, mantenendo una stretta collaborazione e prestando attenzione al contrattacco nemico, dovrà abbandonare velocemente le acque nemiche e fare rotta verso il Giappone. Se i negoziati con gli Stati Uniti avranno esito positivo, l'unità operativa dovrà essere pronta a tornare immediatamente a radunarsi”.

Paradossalmente però, solo gli uomini di fiducia del Presidente erano stati autorizzati a seguire l’ evoluzione della crisi con il Giappone. Ed è probabilmente proprio per tale motivo che quel fatidico 7 dicembre 1941, il “miracolato” ammiraglio Anderson (ex direttore dei servizi informativi e stretto collaboratore di Roosevelt) sopravvisse indenne all’attacco. Egli infatti, al momento dell’incursione aerea non si trovava a bordo di nessuna delle sue navi da guerra, ma al sicuro nella sua tranquilla residenza di Diamod Head.

Per un’altra “strana” ironia della sorte, la stazione di monitoraggio americano delle Hawaii (la c.d. stazione cinque) era proprio uno dei principali centri d’intercettazione dei messaggi in codice Purple giapponesi. E ciononostante, la strage non poté essere evitata, poiché, come già ampiamente chiarito, i messaggi giapponesi, una volta decriptati venivano inviati direttamente al Presidente, senza passare quindi per l’alto comando locale. Una circostanza per così dire “anomala” che fece da preludio al sacrificio umano di migliaia di americani.

A denunciare le “stranezze” della catena informativa ci sono le proteste documentate e archiviate dell’ammiraglio Kimmel. Il quale, al sopraggiungere della primavera del 1940, si rese conto di essere stato tagliato fuori dal servizio informativo. A provarlo c’è la sua richiesta del 18 febbraio 1940 rivolta all’ammiraglio Stark per ottenere che venisse nominato un responsabile dei servizi a cui fare capo per risolvere la “confusione”. Lo scopo di Kimmel naturalmente, era quello di ottenere che qualche ufficiale qualificato gli facesse pervenire i rapporti di natura segreta [26] senza “malintesi”.

La risposta di Stark però, arrivò solo dopo un mese circa, esattamente il 22 marzo. In essa veniva perentoriamente affermato quanto segue: “I servizi segreti della Marina sono pienamente consapevoli della loro responsabilità di tenervi adeguatamente informato” [27]. Ma siccome Kimmel fino a quel momento non aveva mai ricevuto alcuna informazione “sensibile”, dovette prendere atto che si trattava solo di rassicurazioni del tutto formali. In sostanza era stato totalmente escluso dal circuito informativo per ordini che potevano provenire solo dalla Casa Bianca. Tuttavia, cosciente della gravità del pericolo che correva la sua flotta, decise comunque di esercitare nuove pressioni ufficiali. E dopo aver atteso invano un cambiamento della situazione fino al 26 maggio 1940, inviò una ulteriore richiesta direttamente ai servizi informativi. Il messaggio recitava quanto segue: “Informare immediatamente il comandante in capo della flotta del Pacifico di tutti gli sviluppi importanti attraverso i mezzi più rapidi a disposizione (ibidem).

Nel cablogramma, l’ammiraglio sottolineò persino che la sua esigenza di essere tempestivamente informato, era da ritenersi un “principio militare cardine” (ibid p.58). Ma anche quest’ultimo tentativo si rivelò vano, e al termine del luglio 1941 Kimmel poté constatare amaramente, di essere stato ormai definitivamente escluso dall’intelligence.

Alla fine della guerra Kimmel dichiarerà infatti: “Non comprendo e non comprenderò mai perché io sia stato privato delle informazioni disponibili a Washington” (ibid p.57).

Dalla testimonianza dell’ammiraglio che fu il comandante in capo della flotta nel Pacifico, si può quindi ragionevolmente concludere che il popolo americano e la maggior parte dei suoi alti ufficiali venne tenuta completamente all'oscuro dei reali retroscena che determinarono la guerra. Le registrazioni, le testimonianze e i documenti che lo rivelano vennero tutte “incredibilmente” ignorate dalle varie indagini che si svolsero tra il 1941 e il 1946 fino agli accertamenti congressuali del 1995. Ma le prove di una cospirazione a danno delle nazioni ci sono e aspettano solo di trovare udienza nei circoli mediatici di massa. Ambedue i messaggi di Yamamoto che ordinarono l’attacco su Pearl Harbor ad esempio, sono riportati testualmente nei libri scritti da alcuni ufficiali della Marina americana come: “Pearl Harbor” del vice-ammiraglio Homer N. Wallin e in “The Campaigns of The Pacific War” redatto dalla Divisione analisi navali del rilevamento bombardamenti strategici degli Stati Uniti.

Peraltro la stazione "H" dei servizi americani, intercettò e decriptò almeno altri 13 messaggi "sensibili" di Yamamoto, il cui testo è curiosamente risultato mancante dagli archivi della Marina. Sappiamo comunque per certo che furono trasmessi con il segnale di radio-chiamata RO SE 22 tra le 13.00 del 24 novembre e le 15.54 del 26 novembre, appena una decina di giorni prima dell’attacco giapponese (ibid p.66). Tutti i documenti originali in questione erano stati ceduti nel 1979 agli archivi nazionali del Presidente Jimmy Carter [28].

L'indagine ufficiale del Congresso, concluse invece che i servizi di spionaggio americano, “persero contatto” con le navi giapponesi nei giorni precedenti all’attacco (ibid p.67), in quanto queste, avevano scrupolosamente mantenuto il silenzio radio…

Ma a smentire la versione ufficiale esistono anche altre prove schiaccianti come le registrazioni dei servizi informativi olandesi. Dalla disamina di queste infatti, è stato appurato che gli ammiragli al comando delle navi da guerra giapponesi, violarono il silenzio radio rimanendo costantemente in contatto con Tokyo (ibid p.67). E quindi, tanto la loro posizione quanto le loro intenzioni furono necessariamente captate durante tutti i 25 giorni che vanno dal 12 novembre al 7 dicembre 1941, cioè sino alla data del fantomatico attacco a “sorpresa”. Peraltro uno dei messaggi intercettati il 18 novembre venne addirittura inviato “in chiaro” e in caratteri latini, quindi interpretabile anche senza codici.

Pertanto, la testimonianza del generale olandese Hein ter Poorten, smentì palesemente la versione ufficiale della commissione d’inchiesta. Egli, infatti non esitò a confermare che anche i suoi crittografi della “Kamer 14” (ibidem) possedevano prove che dimostravano una minacciosa concentrazione di navi giapponesi nei pressi delle isole Curili già alcuni giorni prima dell'attacco di Pearl Harbor.

Il resoconto rilasciato dall’ammiraglio Harold Stark davanti alla Commissione congressuale del 1945-6 attesta poi inequivocabilmente che quest’utlimo, al contrario dell’ammiraglio Kimmel, era stato informato del massiccio raduno giapponese nella baia di Hottokappu prima del 7 dicembre 1941 [29]. E come accertò ancora una indagine congressuale del 1945, il 3 dicembre 1941 (quindi 4 giorni prima dell'attacco giapponese), furono intercettati e decifrati altri messaggi che svelavano ( a chi ancora non lo avesse capito) la decisione giapponese di dichiarare la guerra agli Stati Uniti con un colpo di mano [30].

Anche le registrazioni originali di questi messaggi però, “sparirono misteriosamente” dagli archivi della Marina (ibidem): in ultima analisi, la commissione unica congressuale d'indagine sull'attacco a Pearl Harbor cercò solo di insabbiare le prove del complotto contro le nazioni.



"Ieri, 7 Dicembre, data che resterà simbolo di infamia, gli Stati Uniti d'America sono stati improvvisamente e deliberatamente attaccati da forze aeree e navali dell'impero giapponese...".

F.D.Roosevelt nel discorso alla Nazione dell'8 dicembre 1941

tratto da luogocomune.net
 
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