"DAR DA BERE AGLI ASSETATI" MA NON AL PRONTO SOCCORSO!
"Le mie 36 ore da incubo in un pronto soccorso" a Catania .. la sconvolgente testimonianza di una testimone diretta sullo stato comatoso delle strutture sanitarie cittadine (ma pure regionale e, sicuramente, nazionali) . Prima di proseguire
il commento, invito a leggere il contenuto allegato, pubblicato sul quotidiano La Sicilia del 30 settembre scorso ..
Così, sempreché quanto segnalato corrisponda al vero (ma, visti i precedenti si può ritenere attendibile), oltre le condizioni infernali in cui sono stati tenuti i malcapitati "ospiti" della sala, quello che sconvolge è il trattamento riservato alla vecchietta
90enne lasciata morire, dopo tantissime ore di agonia. Senza darle alcun supporto sanitario e privandola persino della elargizione di un goccio d'acqua ..
Già "anziano", se non "vecchio", ho pensato che pure io (come tutti i non privilegiati) potrei domani stesso ritrovarmi in simile stato. Ovvero nel girone infernale della nostra sanità pubblica, spacciata come una delle "migliori del mondo" per capacità, efficienza
ed "umanità". Dopo lo sdegno istintivo, la riflessione : ci sarà stato, tra i lettori, uno dei tanti magistrati che si occupano del triste destino dei migranti che abbia riscontrato nel racconto una violazione dei "diritti fondamentali dell'uomo" o delle "norme
comunitarie prevalenti sul diritto nazionale" ? Avrà già provveduto a "procedere d'ufficio" per far luce su quanto accaduto, per sapere "dove e quando" e, cosa più importante, per "colpa di chi" ? Sullo stesso quotidiano, oggi, non ho letto nulla in proposito
.. possibile che la disperata testimonianza sia già finita nel dimenticatoio ? Malgrado io sia consapevole dello assoluto degrado delle istituzioni tutte e del sempre maggiore restringimento del sentimento di compassione della società moderna, non riesco a
capacitarmi che il tutto possa "passare in carrozza". La vecchietta in questione non aveva parenti che hanno letto il giornale ? Non penso possano "sorvolare" sulla crudeltà del trattamento riservato alla congiunta. Ed i giornalisti stessi de La Sicilia possono
resistere al dovere- curiosità di indagare più a fondo per scoprire quanto di squallido sia (o possa essere) avvenuto in quella "sala del pronto soccorso" ?
“Ascolta: se tutti devono soffrire
per comprare con la sofferenza l’armonia eterna, che c’entrano qui i
bambini? Rispondimi per favore…” ( Ivan Karamazov, ne I fratelli Karamazov, di Fëdor Dostoevskij).
“Oggi, o Dio, gli Innocenti Martiri Ti hanno reso testimonianza, non a parole, ma con la morte” (preghiera della S. Messa del 28 dicembre in suffragio dei Santi Innocenti, i bimbi trucidati da Erode).
Il 20 ottobre 1944 purtroppo è una giornata bellissima, quasi
primaverile. Il cielo di Lombardia, quel venerdì, è straordinariamente
limpido. Alle ore 11,27, sul quartiere milanese operaio di Gorla, si
scatena l’inferno. Uno stormo di bombardieri americani B24 “Liberator”
provenienti dalla Puglia, prende di mira il sobborgo, privo di obiettivi
militari e della benché minima protezione contraerea; una bomba da 500
libbre centra in pieno la tromba delle scale del complesso scolastico
“Francesco Crispi”, facendo a pezzi in pochi secondi circa 200 bambini
(184 dentro la scuola e altri 18 nei dintorni), tutti tra i 6 e gli 11
anni. Stessa sorte per le 14 maestre, i 4 bidelli, un’infermiera e la
Preside, oltre che per molti genitori accorsi, dopo il suono del
preallarme, a riprendersi i figli. Il numero complessivo dei civili
inermi massacrati durante l’incursione sarà di oltre 600, a cui vanno
aggiunte altre centinaia di feriti più o meno gravi.
A Gorla, dove sorgeva la scuola bombardata dagli americani, oggi si
può vedere un monumento in bronzo dello scultore Remo Brioschi (che non
volle compenso). Rappresenta una madre velata, con gli occhi rivolti a
terra e le braccia protese, sulle quali è adagiato il corpo del figlio
morto, e sotto la statua si trova la cripta con i resti delle piccole
vittime. L’opera è stata eretta nel 1947 e inaugurata solo nel 1952,
grazie ai sacrifici e alle lotte sostenute da un comitato genitori sorto
per impedire che si cancellasse la memoria della tragedia. Battaglia
non facile, visto che inizialmente il Comune di Milano aveva destinato
il terreno della scuola alla costruzione di un cinematografo e “una
parte della popolazione…tra cui il parroco d’allora, osteggiava la
costruzione di questo ”“i
monumento, dicendo che quello non era un luogo
sacro e preferiva che con i fondi che sarebbero stati raccolti (i
genitori si erano autotassati, n.d.a.), si fosse costruito un asilo in
parrocchia
I responsabili dell’eccidio offrirono una forte somma perché il monumento
venisse demolito”. “Gli americani – conferma Graziella Ghisalberti
(anche lei sopravvissuta) – erano pronti a pagare perché si distruggesse
questo monumento”.
“Tutte le grandezze della terra e il sangue stesso dei martiri/
Non varranno il fatto di non essere stati della terra./Di non avere
questo sapore terroso./ Di essere stati strappati al principio,/
All’origine, al punto d’origine di questa vita terrestre./Di non avere
questa piega e questo sapore d’ingratitudine./Di un’amarezza/ Terrosa” ( Charles Péguy, Il mistero dei Santi Innocenti).
Le salme dei bambini, che dapprima erano state sepolte nel cimitero di
Greco e in altri limitrofi, a poco a poco, negli anni ’50, vennero
recuperate e “dai vari cimiteri della zona fu possibile riunire le
diverse cassettine ossario e, a gruppi, accompagnarle con una cerimonia
religiosa, ricoperte da drappi rosa o azzurri, al luogo della
tumulazione” ( Elisa Rumi).
Su questa strage di innocenti, così come sugli altri crimini di
inaudita ferocia compiuti in Italia dai cosiddetti "Alleati" fra il 1943 e
il 1945, vige tuttora, da parte del nostro sistema massmediatico,
un’omertà quasi assoluta. La ragione è facilrensibilemente comp: “il
bombardamento di Gorla è rimasto vivo nel ricordo degli abitanti del
quartiere, grazie al Monumento Ossario da loro fortemente voluto, ma in
altre zone della città è un ricordo completamente rimosso, anche perché,
nel dopoguerra, era un avvenimento scomodo da ricordare, essendo stato
compiuto da quelli che erano rappresentati come i ‘liberatori’”. (Achille Rastelli, Bombe sulla città).
I duecento bambini assassinati dagli americani non erano e non sono
politicamente corretti.Nell’autunno 1944 è convinzione diffusa che la
fine della guerra sia questione di settimane. Ma è solo una pia
illusione, che non tiene conto della “germanica rabies”. Infatti,
nonostante i tremendi rovesci subiti su tutti i fronti durante l’estate,
con la conseguente perdita dell’Ucraina, dei Balcani, della Francia e
dell’Italia centrale , la Germania continua a contendere al nemico, con
le unghie e con i denti, ogni palmo di terreno. A est l’Armata Rossa è
stata fermata sulla Vistola, a ovest, contro americani e inglesi,
resiste la linea Sigfrido che si appoggia alla barriera naturale del
Reno, mentre in Italia il fronte è ormai stabilizzato sotto linea Gotica
che corre lungo l’Appennino tosco- emiliano, da La Spezia a Rimini. La
strategia tedesca è quella dello “Zeitgewinn” (guadagno di tempo): si
spera ancora, da una parte nella possibilità di una rottura
dell’alleanza fra le plutocrazie occidentali e l’Unione Sovietica e,
dall’altra, nella messa a punto di “nuove armi” (di cui in effetti
esistono dei prototipi) le quali potrebbero ribaltare in extremis le
sorti del conflitto o determinare almeno una situazione di stallo tale
da creare i presupposti per una pace di compromesso.
Tutte le risorse del globo sono mobilitate contro la Germania, eppure
gli anglo-americani, pur avendo il completo dominio dell’aria, non sono
ancora riusciti a strangolare l’apparato bellico e industriale tedesco.
Nel 1943, addirittura, “la produzione industriale tedesca raggiunse
nuovi massimi, grazie soprattutto alla riorganizzazione dell’apparato
produttivo attuata da Albert Speer, il ministro incaricato della
Produzione Bellica, alle misure di difesa contraerea e alla consueta
capacità dei tedeschi di riprendersi rapidamente anche dai colpi più
duri” (B.H.Liddel Hart, Storia della seconda guerra mondiale).
Nonostante l”olocausto dall’aria” e il Feuersturm (tempesta di fuoco)
che divora le città del Reich, la volontà di resistenza del popolo
tedesco è intatta: “Unsere Mauern brachen, aber unsere Herzen nicht!”
(Crollano i nostri muri, ma i nostri cuori no!). Negli alti comandi
alleati si fa strada pertanto l’idea che solo intensificando l’offensiva
aerea – che è già devastante – sulla popolazione civile, si possa
spezzarne il morale e piegare definitivamente la Germania. Ben presto
diviene prevalente la teoria terroristica dell’”area bombing”, sostenuta
dal capo del Bomber Command della RAF, il famigerato Maresciallo
Harris, soprannominato, dai suoi stessi aviatori, “Butcher Harris”
(Harris il Macellaio), al quale nei primi anni ’90 è stato fatto erigere
in memoria un monumento a Londra.
“Il metodo consiste nel saturare il bersaglio
con la massima quantità possibile di esplosivo usando il maggior numero
possibile di apparecchi… Egli è convinto che colpire una donna tedesca
mentre va da casa al lavoro equivale a colpire un soldato in trincea:
azione legittima in entrambi i casi” (Storia della seconda guerra mondiale,
a cura di Enzo Biagi). Colpire selvaggiamente i civili, oltre che le
vie di comunicazione, le istallazioni industriali e militari del nemico,
diviene ben presto l’obiettivo primario dei cosiddetti Alleati. “Secondo
i teorici di questa forma di attacco, la popolazione civile, sconvolta e
terrorizzata, avrebbe dovuto insorgere e premere sul governo nazionale
per forzarlo alla resa” (Achille Rastelli). È il “moral bombing”
antenato delle bombe… filosofe (pardon, “intelligenti”) usate in Iraq e
Afghanistan, contro gli… stati “canaglia”.
Infatti, negli Alleati (sic!), “l’equiparazione obbligata della loro vittoria al trionfo del Bene sul Male (maiuscole nostre) generarono la persuasione che ogni loro azione fosse lecita”
(Piero Buscaroli). È la logica puritana degli “Wasp” (White Anglo-
Saxon Protestant), convinti da sempre di essere il popolo eletto, in
base alla quale, tanto per intenderci, è stato giustificato e rimosso
dalla memoria storica, in nome del “progresso”, il genocidio del popolo
dei Pellerossa attuato scientificamente e con fanatica ferocia nella
seconda metà dell’ ‘800. Di conseguenza, a guerra finita, i vincitori “non furono perseguitati… neppure per crimini pubblici ed evidenti, per il solo fatto che avevano vinto. Né i loro archivi, divenuti ‘res nullius’, furono saccheggiati e divulgati. Furono anzi ‘classificati’, ossia celati e protetti” (P. Buscaroli).
Hollywood e il sistema massmediatico controllato dei “gendarmi della memoria” faranno il resto… “Di
contro a una cifra di circa 10.000 persone vittime, tra il settembre
1943 e l’aprile 1945, di atti di violenza da parte di truppe germaniche,
le vittime della guerra aerea, in Italia, nello stesso periodo, sono
state stimate nella cifra di 42.420. Anche la modalità di questa guerra
aerea meriterebbe qualche considerazione. Già prima dell’8 settembre
1943, i bombardamenti alleati su alcune città italiane avevano assunto,
nel senso letterale del termine, un carattere terroristico, cioè lo
scopo di esercitare sulla popolazione civile, come allora si disse, una
‘pressione psicologica’” (Roberto Vivarelli, Fascismo e storia d’Italia).
Piero Buscaroli (“E Churchill disse: Distruggete l’Italia”, Corriere
della sera del 5 febbraio 1995), cita al riguardo un toccante e
drammatico ricordo personale: “Come sempre in tutti i bombardamenti…
i caccia della scorta svolgevano un lavoro più personalizzato e minuto
scendendo a mitragliare quei poveri diavoli che si trovavano per strada,
nei piazzali, fuori dai rifugi. Uno dei più vividi ricordi dell’autore…
risale alla primavera del 1945, quando buttandosi, insieme con la
propria bicicletta… dentro il profondo fossato che fiancheggiava a quei
tempi la via Emilia, tra Imola e il Piratello, riuscì a salvare,
quattordicenne, la vita, da un mitragliamento condotto, forse dieci
metri di quota, da tre “Lightning” bimotori. Una maestra, non
altrettanto veloce, rimase bersaglio di quei giovialoni americani, e il
suo sangue macchiò a lungo la strada”.
Racconti di questo genere, da parte dei sopravvissuti, sulle imprese
dei killer anglo-americani in Italia, fino a qualche anno fa erano
numerosissimi, ma nessuno storico di professione ha avuto il cuore di
raccoglierli e divulgarli in un’opera organica, e nessun cenno
sull’argomento è ovviamente presente nei testi scolastici. Eppure –
insiste Vivarelli – “Chiunque abbia vissuto durante quegli anni
nelle regioni dell’Italia centro-settentrionale, sa per esperienza che
la presenza di aerei alleati era quotidiana, e sa che questi aerei
assumevano come proprio bersaglio qualsiasi essere vivente si
presentasse alla loro vista, non importa se si trattava di uomini,
donne, vecchi o bambini, e persino bestiame, tutti facilmente
riconoscibili dato che, ormai indisturbati, questi velivoli leggeri
svolgevano le loro azioni a bassa quota”.
Non si può non ricordare, a questo punto, anche quanto avvenuto sul
lago d’Iseo solo pochi giorni dopo l’eccidio di Gorla, la domenica del 5
novembre 1944, quando fu mitragliato, davanti al porticciolo di
Siviano, – stavolta gli avvoltoi erano inglesi della RAF – il vaporetto
diretto da Tavernola a Montisola. Trasportava 112 passeggeri, in gran
parte donne e bambini, oltre ai giovani componenti dell’Orsa Calcio, che
andavano a disputare una partita. Bilancio della carneficina: 43 morti
tra cui due gemelline di 9 mesi, Maria e Lisetta) e 33 feriti. Volavano
così bassi, dirà una sopravvissuta, che si potevano vedere in faccia i
piloti. Annita Nazzari. allora diciassettenne, non dimenticherà mai la
scena di un “bambino di tre o quattro anni che teneva in mano la testa della mamma staccata di netto. Piangeva così tanto perché voleva rimettergliela”.
“Sei ancora quello della pietra e della fionda,/uomo del mio
tempo. Eri nella carlinga,/ con le ali maligne, le meridiane di morte…” ( Salvatore Quasimodo, “Uomo del mio tempo”).
Venerdì 20 ottobre 1944. Dall’ aereoporto di Castelluccio dei Sauri
(provincia di Foggia), alle ore 6.30, tre squadriglie di bombardieri si
levano in volo dirette verso la Lombardia, al comando del colonnello
James B. Knapp. Gli obiettivi da colpire sono gli stabilimenti Breda di
Sesto San Giovanni e quelli dell’Isotta Fraschini e dell’Alfa Romeo
nella parte occidentale di Milano, sospettati di produrre parti utili
per i missili V1, lanciati su Londra come rappresaglia per i
bombardamenti terroristici subiti dalle città tedesche.
Le acciaierie Falck e le fabbriche della Caproni invece vengono
risparmiate perché i Falck e i Caproni aiutano i partigiani e sabotano
sia i tedeschi che il governo della RSI . Le condizioni sono ottimali:
giornata tersa e luminosa ( nei giorni precedenti il vento ha spazzato
il cielo), inesistenza di valida difesa contraerea, assenza della caccia
germanica, ritirata durante l’estate per difendere lo spazio aereo del
Reich. Durante la mattina la formazione nemica viene avvistata, e alle
11.14 suona il preallarme (o piccolo allarme). Dieci minuti dopo, le
sirene danno il vero e proprio allarme (o grande allarme), seguito dalle
bombe delle prime due squadriglie che cadono sull’Alfa Romeo e l’Isotta
Fraschini.
La terza squadriglia, quella che dovrebbe colpire lo stabilimento
Breda, sbaglia, forse per un errore tecnico, la direzione e, invece che
su Sesto San Giovanni, viene a trovarsi su Gorla. L’errore (se di errore
si tratta), non essendo possibile correggere o invertire la rotta, non è
più rimediabile e la missione va considerata fallita. Le bombe però
sono già innescate, quindi devono per forza essere sganciate. Riportarle
alla base è, in questi casi, troppo pericoloso. La visibilità è
perfetta, i piloti americani sanno che sotto di loro ci sono solo civili
inermi. Basterebbe sganciare il carico in aperta campagna, lontano da
centri abitati, oppure nel mar Adriatico (è la rotta seguita nell’andata
e che gli aerei devono ripercorrere per il ritorno). Invece i piloti,
con agghiacciante freddezza, sganciano su Gorla, ben sapendo di
infierire su una popolazione indifesa.
Quando alle 11.14 suona il preallarme, i bambini dell’Istituto
“Francesco Crispi” incominciano a scendere, con i loro insegnanti, nel
rifugio. “L’edificio ospitava poco più di 200 bambini, alcuni quel giorno però non erano a scuola perché malati o perché
avevano bigiato, vista la bella giornata. La scuola ospitava due turni,
uno al mattino e un altro al pomeriggio. Quando suonò il primo allarme
alcune maestre cominciarono a far preparare i bambini per scendere al
rifugio, ma mentre questa attività era ancora in corso ( mettere via
penne e quaderni in cartella, dare le ultime istruzioni eccetera), suonò
il secondo allarme. Alcune maestre si attardarono per chiedere se si
trattava del grande allarme o del cessato allarme,.. altre invece
autorizzarono i più grandi a tornare a casa, se avessero voluto. Sulle
scale si accalcarono quindi circa 200 bambini che dovevano andare al
rifugio, altri che correvano avanti per uscire… Portare al rifugio 200
ragazzini non era un’impresa semplice; pare che i primi a raggiungerlo,
quelli della prima elementare, fossero appena arrivati, quando la bomba
s’infilò nella tromba delle scale, con il suo scoppio provocò il crollo
delle stesse e, di conseguenza, quello del rifugio” (A. Rastelli). “Da notare che sul tetto della scuola c’era la croce rossa: purtroppo è servita da tiro a segno…” ( Graziella Ghisalberti
nell’intervista, reperibile su internet, concessa il 21 ottobre 2020 ).
Dalle macerie saranno estratti vivi 6 bambini. Si salva solo la quinta maschile “perché era al piano terra e il maestro Modena fece scavalcare la finestra agli scolari”
(Graziella Ghisalberti). Il destino sembra infierire sui bambini delle
famiglie più agiate che frequentano il primo turno fino alle 11.30; il
secondo, al pomeriggio, è riservato a quelli delle famiglie più numerose
e meno abbienti che a mezzogiorno possono usufruire della refezione. “Nella
sfortuna si ebbe la circostanza favorevole che le scuole elementari
‘Francesco Crispi’… svolgevano un doppio turno di lezioni con 250 alunni
che frequentavano la mattina e 250 il pomeriggio, altrimenti, se i
bambini avessero frequentato tutti nella mattinata, la strage sarebbe
stata di dimensioni bibliche” (Fabrizio Carloni, “Milano ’44, la strage degli innocenti”, sul Secolo d’Italia del 20 ottobre 2000).
Nei secondi successivi al crollo della scuola cadono su Gorla e sui
quartieri di Turro e Precotto 170 bombe da 250 kg, portando a 614 il
conto totale dei morti. In suffragio delle loro anime, il 26 ottobre il
Cardinal Schuster, tra i primi ad accorrere sul luogo del disastro,
celebrerà in Duomo una Messa solenne.
Anche la scuola di Precotto viene bombardata. Qui, però, i bambini
riescono miracolosamente a salvarsi. Sono in cortile a giocare e fanno
in tempo a scendere nel rifugio un attimo prima che divampi la tempesta
di fuoco. “Quel mattino – ricorda Piera Nanetti (allora in prima elementare) – non
volevo andare a scuola perché il vento aveva spazzato il cielo e
potevano bombardare, ma mia mamma mi ci portò. Ricordo i bombardieri, si
sentiva dal rumore che erano pesanti di bombe… le scaricarono su di
noi, anche se sul tetto delle scuole era dipinta una grande croce.
Eravamo là sotto (nel rifugio, n.d.a.), quando esplose il mondo
e noi restammo sepolti. Gridavo con la bocca piena di calcinacci. Per
grazia di Dio don Carlo Porro individuò subito il punto più giusto dove
scavare per estrarci, trovando l’uscita di sicurezza, altrimenti saremmo
tutti morti perché poi il rifugio crollò”.
Ricorda ancora Graziella Ghisalberti: “La mattina le lezioni
finivano alle 11.30, quindi io e le mie amiche al suono dell’allarme
siamo uscite per correre a casa… ma quando ho alzato gli occhi e ho
visto tutte quelle bombe che cadevano sono tornata indietro verso la
scuola per scappare nel rifugio… ma sulla porta della scuola la maestra
dei maschi, Norma Grazzina, mi sbarrò la strada, io urlavo e lei non
voleva farmi entrare, mi ha rimandato via… La maestra ‘cattiva’ in
realtà mi stava salvando la vita, lei invece è morta con gli altri…. La
mia ‘colpa’ era di essermi salvata. Mi rimandarono in Brianza (dove la famiglia era precedentemente sfollata, n.d.a.) perché
le altre mamme non potevano sopportare la mia voce quando chiamavo
mamma… La mia ‘colpa’ l’ho riscattata lottando tutta la vita perché i 184 Piccoli Martiri di Gorla non siano dimenticati”. “In quel marasma accorse anche la mamma di Edoardo (il cuginetto di Graziella, n.d.a.) e,
alzati gli occhi ai ruderi fumanti, vide ai piani alti un corpo che
penzolava appeso a un calorifero: era una bimba. ‘Nel rifugio saranno
tutti salvi’, urlava scavando con le unghie. Edoardo fu trovato dai
vigili del fuoco soltanto il giorno dopo e mamma Angioletta se lo prese
in braccio… Lo portò a casa e con l’aceto si ostinava a farlo
rinvenire’” (Lucia Bellaspiga, su Avvenire del 20 ottobre 2014).
Sempre nel già citato Bombe sulla città di Achille Rastelli,
a proposito del bombardamento di Guernica del 26 aprile 1937 (definito
giustamente “controverso”) si legge che “passò alla storia come il
primo bombardamento strategico a fini terroristici… I morti in
quell’occasione, poi, furono decisamente inferiori ai 1645
universalmente noti e l’importanza di questo attacco aereo fu esagerata
dalla propaganda e resa ancor più celebre dal quadro di Pablo Picasso…
ma ai primi di giugno il capo del governo basco, Aguirre, riferì a
Indalecio Prieto, ministro della Difesa del governo repubblicano di
Valencia, che i morti non erano più di 200…”.
Ora, cimentiamoci in un modesto sforzo di immaginazione: che risalto
nazionale e internazionale avrebbero avuto i 200 morticini di Gorla (di
cui nessuno in Italia sa nulla, a parte gli abitanti – ma quanti, poi? –
del quartiere), se la carneficina fosse stata attribuibile ai tedeschi?
Avrebbero acceso l’ispirazione di un Pablo Picasso o (almeno) di un
Renato Guttuso?
Chi ha bombardato chi? In un’intervista (reperibile su internet) a
Sergio Francescatti, all’epoca uno dei 6 bambini sopravvissuti, condotta
da Lucia Ascione su TV 2000 nel corso della trasmissione “Bel tempo si
spera” del 31 ottobre 2019, la parola “americani” è un’espressione
tabuistica, nel senso che non viene pronunciata praticamente mai, da
nessuno. Solo negli ultimi secondi del servizio si dice che, in
occasione dell’anniversario della strage (si badi, dopo 75 anni di
silenzio delle autorità USA…), il sindaco Sala aveva auspicato le scuse
del governo americano e che “il console generale americano a Roma, la signora Lee Martinez, ha avuto parole di pietà e partecipazione”.
L’intervista (inframmezzata dalle strazianti testimonianze di altri
sopravvissuti e da fotografie d’epoca in cui compare per 4 secondi
quella di un manifesto con la scritta: “Milano ferita dai liberatori
anglosassoni”) dura 22 minuti scarsi (poi il programma prosegue con un
argomento diverso, politicamente più corretto) e l’unico velato
riferimento ai responsabili del crimine è la manciata di secondi (al
minuto 8 circa) in cui l’intervistatrice, interrompendo brevemente il
Francescatti, avverte, ma proprio di sfuggita, che Gorla si trovava
sotto “una pioggia di bombe sganciate purtroppo dagli Alleati. Si è
parlato dopo di un vero e proprio errore umano, meglio, il bersaglio
originario viene mancato e viene deciso di scaricare quel carico di
morte”. ( sic!)
I criminali di guerra americani responsabili della strage non sono
mai stati né perseguiti né processati. I governi che si sono succeduti
in Italia dopo la sconfitta, hanno accuratamente evitato di sollevare la
questione e di pretendere dagli USA non solo scuse ma l’apertura di
un’inchiesta. Col piano Marshall, oltre al resto, è stato comprato anche
il silenzio sulle atrocità anglo-americane avvenute durante il
conflitto, una raccapricciante pagina di storia tuttora da scrivere. Il
perdono, doveroso per un Credente, non può esimere dal cercare e
riconoscere la verità storica e dal rendere onore alle vittime.
Nota (eufemisticamente) ancora Rastelli: “Un certo cinismo da parte degli analisti della 15° AF ( di cui faceva parte la formazione che ha bombardato i bambini, n.d.a,) tuttavia, traspare a posteriori: in nessuna delle relazioni che ho avuto occasione di esaminare ho trovato il benché
minimo riferimento a questa strage, e non penso che ne fossero rimasti
all’oscuro, dato il clamore che ne faceva la propaganda della RSI.
Inoltre, circa cinquant’anni dopo, due aviatori… da me contattati non
ricordavano niente di specifico riguardo all’operazione del 20 ottobre, e
anche questa è una rimozione del ricordo abbastanza singolare”.
Del resto, per anni si fece circolare l’idea che gli autori del massacro fossero gli inglesi “giudicati più crudeli, mentre gli statunitensi avevano fama di essere ‘buoni’”… ( dal sito Associazione Gorla Domani)
Così “solamente dopo l’inizio del nuovo millennio… alcuni
superstiti cercarono di contattare, attraverso il giornalista Leo
Siegel, la Console americana nella metropoli meneghina; dopo settimane
di attesa arrivò la risposta che ci si aspettava: la Console Deborah E.
Graze rifiutò di inviare il giorno della Commemorazione anche solo un
semplice mazzo di fiori, non tanto per riconoscere le proprie colpe ma
come gesto di Carità Cristiana verso i bambini morti” (dal sito “I
piccoli martiri di Gorla”, creato dai parenti delle vittime). “Se il
mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me” ( Giov. XV,
18-19)
Solo nel 2019 (ribadiamo: dopo 75 anni!), d una sollecitazione del sindaco Giuseppe Sala (“credo che sia doveroso che il governo americano si scusi, sapendo che noi siamo qua per perdonare”),
la nuova Console americana di Milano, Elizabeth Lee Martinez, ha
risposto con un comunicato di (quasi) 13 righe ( leggibile su internet)
esprimendo le “condoglianze alle famiglie delle vittime di questa infausta e terribile tragedia occorsa durante la guerra” (sic!) e auspicando che “Stati uniti e Italia, alleati nella Nato, continuino insieme ad affrontare le sfide emergenti” (sic!).
“Non conosciamo gli usi e i costumi americani – è il commento rivolto all’insulso comunicato, sul sito dei Piccoli Martiri – ma
nella nostra cultura si può parlare di condoglianze nell’immediatezza
di un evento luttuoso… si può arrivare ad una, due settimane di ritardo.
Non 80 anni… Avremmo preferito… che la Console avesse incardinato la
sua lettera sul termine ‘scuse’ invece di ‘condoglianze’, non tanto per
dover riconoscere le colpe…quanto per ammettere che quell’episodio non è
costato la vita a duecento soldati di un esercito nemico armati di
mitragliatori, pronti a combattere, ma a duecento bambini di una scuola
elementare armati di quaderni e matite colorate… che non avevano colore
politico, che non potevano essere considerati obiettivi militari da
annientare per vincere la guerra. ”.
Dopo 80Nanni, l’anno scorso, il 20 di ottobre, per la prima volta,
“il consolato americano ha partecipato alla commemorazione con Anthony
Deaton, Console per la stampa e la cultura” (Alberto Giannoni, su “il
Giornale.it”) e un mazzo di fiori bianchi è stato deposto ai piedi del
monumento.
Oggi, a 80 anni di distanza, nell’Italia “democratica” e
“antifascista” qualcuno lamenta che nessun presidente della Repubblica
sia mai venuto a portare una corona di fiori agli scolaretti massacrati.
Meglio così… senza intrusi! “Sine macula enim sunt ante thronum Dei” (Apocalisse di San Giovanni, XIV, 1-5).