domenica 8 agosto 2021

COME SI GIUNSE A MARZABOTTO

       


COME SI GIUNSE A MARZABOTTO
Filippo Giannini
 
 
    Il 15 luglio 1989 il sig. Petacco presentò in televisione una delle settimanali trasmissioni “I giorni della Storia”, la “sua storia” naturalmente. Sul video apparve una signora presentata dal Petacco esattamente con queste parole. “La signora Clara Cecchin aveva otto anni il 19 agosto 1944, abitava a Valla, vicino S. Terenzio Monti, sulla strada per Marzabotto. Il suo paese fu visitato il 19 agosto 1944 dal famoso maggiore Reder delle SS con i suoi uomini e molti fascisti: G.N.R., Brigate Nere, forse anche Xa Mas che lo accompagnavano per fare quello che potete immaginare...“. A questo punto il Petacco diede disposizione di immettere, in video, un breve filmato sull’episodio, quindi riprese la trasmissione in diretta e riferendosi alle vittime disse: “...gente normale, bambini piccoli anche feti, perché i fascisti e i tedeschi sventrarono anche alcune donne incinte. Sì, c'erano anche i fascisti e li comandava un certo Ludovici”. Dopo di che passò la parola alla signora Cecchin che testimoniò, efficacemente, il dramma da lei vissuto. In quel massacro dove morirono 107 persone la signora Cecchin fu l'unica miracolosamente sopravvissuta. Nella sua chiara e raccapricciante esposizione, sempre pungolata da Petacco, la signora Cecchin nominò sette volte i “tedeschi” e mai i “fascisti”. Terminata la testimonianza della superstite, Petacco riprese: “La lunga striscia di sangue tracciata da Reder e dai suoi dalla Versilia su in Lunigiana fino a Marzabotto, non fu un atto di ferocia gratuita, aveva un suo disegno strategico. I partigiani erano diventati una forza importante. Impegnavano tre divisioni tedesche e i tedeschi non avevano molte divisioni a disposizione sulla linea Gotica che era a ridosso della linea di sangue tracciata da Reder. Kesselring voleva avere le spalle al sicuro, quindi diede ordine a Reder di fare terra bruciata e spargere il terrore. I partigiani, in quel momento erano già forti, potevano contare su circa 80.000 uomini impegnati in tutto il Nord Italia. Operavano ormai da mesi perché le prime formazioni erano nate subito dopo l'armistizio nel tardo autunno del '43”.
    Nell'accusa lanciata da Petacco, circa la presenza di “fascisti” nelle stragi, per quante ricerche abbiamo fatto ci risulta che nessun “fascista” o componente dell'esercito della R.S.I. abbia partecipato a quella serie di massacri.
    Di Ludovici, comandante la Brigata nera di Carrara, scrive Giuseppe Mayda in “Storia illustrata” n. 75 del Giugno 1972 pag. 67 ma si tratta di una operazione compiuta il 23 Agosto 1944 dalle S.S. a Vinca (20 Km. da Fivizzano - Massa Carrara) da uomini del Battaglione di Reder. Il reparto italiano non entrò nel paese. Reder non era presente.
    Da “I giorni dell'odio” pag. XXIV Alberto Giovannini attesta: “Uno degli episodi più noti della rappresaglia tedesca è rappresentato dalla strage di Marzabotto. Una cosa che al riguardo non è detta, nella commemorazione ufficiale, è però che, con la popolazione locale, furono massacrati il cappellano delle Brigate nere di Bologna e alcuni fascisti che, conosciute le intenzioni germaniche, si erano precipitati a Marzabotto per tentare, in qualche modo, se non di evitare, almeno di ritardare la feroce esecuzione di massa”. Mancano, purtroppo, più approfondite prove su questa interessante testimonianza. Infatti, se quanto riferito da Giovannini rispondesse a verità, si vorrebbe far passare per assassini, secondo la tesi di Petacco, coloro che, in effetti, sarebbero dei martiri.
    Altra dichiarazione simile a quella fornita da Giovannini, ci viene data da Angelo Carboni nel: “Elia Comini e i confratelli martiri di Marzabotto” pag. 86 “Un giovane, allora studente di teologia Alfredo Carboni mi racconta come la vigilia di San Michele, il 28 settembre '44 trovandosi nella località Fornace, poco sotto la chiesa parrocchiale di Salvaro, un soldato della Guardia Repubblicana, già suo compagno di scuola alle elementari, di cui non può citare il nome, gli disse chiaramente: “O Alfredo, scappa e mettiti in salvo, perché domani ci sarà qui una tale razzia, che non resterà nemmeno il filo per tagliare la polenta”. Frase caratteristica questa del nostro Appennino, per significare che non sarebbe rimasto nulla.
    Quale è stata la “lunga striscia di sangue tracciata da Reder”? A parte il quadro “militare” ricostruito con cifre buttate là disinvoltamente, “la lunga striscia” è fantasiosa trovata del Petacco perché trattasi di azioni di rappresaglia svolte dallo stesso reparto in zone di retrovia distanti tra loro 200 Km. circa e in tempi diversi. Chi era Reder e quali furono le giustificazioni dei tedeschi per tante atrocità? Per una serena valutazione storica, che non debba risentire di condizionamenti emotivi, è necessario immergersi in quel drammatico periodo che fu la guerra: il '43 e il '45. In quegli anni l'attività partigiana si manifestava nel Centro Nord Italia con imboscate, attentati alle vie di comunicazione, colpi contro singoli soldati o civili. Questi fatti, che i partigiani chiamavano “azioni di guerra”, lasciano comunque comprendere le cause che portarono a spietate rappresaglie nell'Appennino emiliano. A seguito di queste “azioni di guerra”, il Maresciallo Kesselring, Comandante supremo delle forze tedesche in Italia, lanciò il 1 Agosto 1944, un manifesto con il quale avvertiva che, qualora quelle “azioni” fossero continuate: “...ha ora impartito alle proprie truppe i seguenti ordini:
    1) Iniziare nella forma più energica l'azione contro le bande armate di ribelli, contro i sabotatori...
    2) Costituire una percentuale di ostaggi in quelle località dove risultano esistere bande armate e passare per le armi i detti ostaggi tutte le volte che nelle località stesse si verificassero atti di sabotaggio”.
    Kesselring era un soldato d'onore, ma chi eseguì gli ordini non lo era.
    Kesselring, nel compilare il sopracitato ultimatum, si avvalse delle Convenzioni Internazionali firmate da quasi tutti i Paesi. Tra questi l'Italia e la Germania. Dal volume “Diritto Internazionale” alla voce “Combattenti” fra l'altro si enuncia: “2. Sulla base delle Convenzioni del L'Aja del 1899 e del 1907 sulla guerra terrestre...si possono classificare quattro categorie di legittimi combattenti.
    Nella prima rientrano i militari delle Forze Armate regolari di uno Stato belligerante, purché indossino una uniforme conosciuta dal nemico, portino apertamente le armi, dipendano da ufficiali responsabili e dimostrino di rispettare le leggi e gli usi di guerra...
    4. Gli illegittimi combattenti vengono dovunque perseguiti con pene severissime e sono generalmente sottoposti alla pena capitale.
    Nella guerra terrestre i franchi tiratori che operano nelle retrovie nemiche, infiltrandosi alla spicciolata sotto mentite spoglie, vengono passati per le armi in caso di cattura, lo stesso dicasi per i sabotatori”.
    Sempre dal “Diritto Internazionale” voce “Rappresaglia”:
    2. La rappresaglia si qualifica innanzitutto come “atto legittimo”... La rappresaglia, condotta obiettivamente illecita, diventa, per le particolari circostanze in cui viene attuata, condotta lecita. La rappresaglia è, fondamentalmente, una “sanzione”, cioè una reazione all'atto illecito e non un mero atto lecito, la cui liceità deriva dall'esistenza di un precedente atto illecito.
    ...Poiché la rappresaglia si pone come “risposta” ad un illecito, per essere legittima deve obbedire a queste condizioni: vi deve essere stata lesione di un diritto o di un interesse giuridico dello Stato autore e deve essere mancata la riparazione...non può mai violare le leggi umanitarie, cioè fondamentali ed elementari esigenze di umanità...La scelta delle misure da infliggere spetta allo Stato offeso. Questo, però, prima di passare all'azione, deve assicurarsi che l'offensore non voglia o non possa riparare il danno...Compiuto inutilmente questi passi, potrà applicare le misure che meglio crederà uniformando però la sua condotta alle condizioni di legittimità che abbiamo sopra esposte... La rappresaglia è, cioè, un atto di violenza isolato nel tempo e nello spazio, avente lo scopo di imporre il rispetto del diritto in relazione ad una violazione subita, sì che deve cessare appena riparata l'offesa. La nostra legge di guerra, approvata con R.D. 8-VII-1938 n. 1415, regola poi la materia delle ritorsioni e delle rappresaglie in tempo di guerra con gli art.: 8-9-10, All. A...(1)
    Come postilla è interessante riportare quanto previsto, sempre dal “Diritto Internazionale”.
    5...L’art. 33 della IV Convenzione di Ginevra del 1949, in deroga a quanto prima era consentito dall'art. 50 dei regolamenti del L'Aja del 1899 e del 1907, proibisce in modo tassativo le misure di repressione collettiva, di cui si ebbe abuso delittuoso nell'ultimo conflitto”. (Dettato non rispettato, dopo, dagli americani dal Vietnam alla Somalia). Stabilite le parti essenziali del “Diritto Internazionale”, come si presentava il fenomeno “partigiano” nel territorio bolognese?
    Le azioni partigiane, fra la fine del '43 e gli inizi del '44 furono isolate e a carattere individuale fino all’attentato condotto contro il Federale Eugenio Facchini, ucciso con sette colpi di pistola il 26 gennaio 1944 a Bologna.
    Agli inizi di quell'anno i socialisti non disdegnavano di continuare il dialogo, iniziato da tempo, con esponenti della R.S.I. e si mantennero quindi decisamente neutrali. Chi prese, con decisione, l'iniziativa di condurre la lotta contro il fascismo furono i comunisti (gradualmente, seguirono tutti gli altri partiti, per non perdere l'opportunità di schierarsi dalla parte di coloro che condussero la lotta contro il fascismo e “l'invasore nazista” nell'interesse dei futuri vincitori).
    Nelle montagne si organizzarono bande di partigiani, delle quali parleremo più innanzi.
    Nelle città i comunisti riuscirono ad organizzare gruppi di guerriglia. Nei primi mesi del '44 a Bologna i comunisti, guidati da Giuseppe Alberghetti, nome di battaglia “Cristallo”, furono i primi a raccogliere adesioni per la nuova forma di guerriglia.
    Ritengo opportuno riportare la tecnica adottata dai comunisti per radicalizzare la guerra civile, specialmente nell'Emilia e, come giustamente rileva Pisanò nella sua “Storia della Guerra Civile in Italia”, a pag. 1162 “...una tecnica che trova ancora oggi la sua spietata applicazione in ogni Paese del Mondo (vedi Vietnam) dove i comunisti tentino la conquista del potere”.
    Per capire con quale determinazione i comunisti applicarono quella “tecnica”, anticipo che nelle sole strade di Bologna furono uccisi, in attentati, più di 450 fascisti o “presunti tali”. I comunisti, con queste “azioni”, si aspettavano spietate rappresaglie ma queste, sia per gli ordini di Mussolini, sia per il sangue freddo dimostrato dai Prefetti, furono rare e, in ogni caso, mai proporzionate alle perdite subite.
    Per capire quale fosse la “tecnica” che i comunisti intendevano porre in essere, riporto un ampio stralcio del libro “7° Gap.” di Mario De Micheli - Edizioni di Cultura sociale, Roma 1954:
    “Sin dall'ottobre 1943 il partito comunista aveva preso l'iniziativa di costituire le “Brigate d'assalto Garibaldi” e i “Gruppi d'azione patriottica”: le brigate dovevano operare sulle montagne, i gruppi dentro la città...I G.A.P. dovevano essere gli arditi della guerra di liberazione, i soldati senza divisa...Essi dovevano combattere in mezzo all'avversario, mescolarsi ad esso, conoscerne le abitudini e colpirlo quando meno se lo aspetta... i complici del fascismo e del tedesco non avrebbero più dovuto trascorrere i loro giorni indisturbati, in quiete e tranquillità, avrebbero, invece, dovuto vivere d'ansia, guardandosi continuamente attorno, trasalendo se qualcuno camminava alle loro spalle...Portare la guerra e la morte in casa del nemico era insomma la direttiva con cui sorgevano i G.A.P...”.
    Ecco come i capi comunisti riuscirono a superare gli scrupoli morali che nascevano negli animi dei componenti dei G.A.P. “...creare la mentalità dell'attacco armato sull'uomo fu oltremodo difficile, occorreva vincere scrupoli e inquietudini morali oltreché il timore dello scontro diretto col nemico. Se può essere abbastanza semplice nel fuoco del combattimento “a sangue caldo” diciamo, colpire e uccidere, non è altrettanto semplice colpire a sangue freddo con studio, premeditazione e calcolo...Il partito dunque dovette far sentire la sua volontà in maniera energica, dovette ancora una volta intervenire, illuminare, spiegare.. È opportuno aggiungere che, in quell’epoca non si era ancora creato quel clima di eroismo che ha poi permesso tante memorabili gesta... Ai primi di gennaio, a Bologna, erano stati organizzati soltanto una decina di uomini con questi criteri; dieci uomini divisi in due squadre.
    S'incominciò col deporre le bombe a scoppio ritardato nei luoghi di residenza del nemico. La prima bomba di questo tipo fu collocata alla finestra del Comando tedesco di Villa Spada. I tedeschi che ancora non si attendevano colpi del genere in Bologna, furono irritatissimi. Lanciarono un manifesto carico di minacce e imposero il coprifuoco dalle 18 alle 6 del mattino: era il 18 gennaio...”.
    È difficile credere che i capi e gli organizzatori di queste “azioni” non conoscessero le “Convenzioni Internazionali” e le relative deliberazioni del diritto di rappresaglia. Tutto lascia credere, invece, che si volesse giungere ad estreme esasperazioni per ovvie finalità politiche che certi ambienti son riusciti, nel corso degli anni e sino ai nostri giorni, a così ben sfruttare.
    Ecco, in merito, sempre del già citato “7° G.A.P.” “L'ostacolo più grande da sormontare per il timore delle rappresaglie contro la popolazione, il pensiero che per una azione militare compiuta contro un tedesco o un fascista decine d'inermi e di innocenti sarebbero stati giustiziati. Allora non era ancora evidente a tutti che l'unico modo per stroncare il terrorismo dei nazifascisti fosse quello di non dar tregua al nemico, di raddoppiare i colpi...”.
    Così operavano i “gappisti” in città. Come agivano invece le “brigate” in montagna e principalmente nei più vicini contrafforti appenninici nei pressi di Bologna?
    In questa località ed esattamente fra i fiumi Reno e Setta, operava, fra il settembre '43 ed il settembre '44 la formazione armata dei partigiani della “Stella Rossa”, denominata “Brigata” posta agli ordini di Mario Musolesi di anni 29. La leggenda racconta che (dalla citata opera “Storia della guerra civile in Italia” pag. 1176): “i partigiani si batterono con coraggio leonino contro le S.S. e difesero i monti di Marzabotto palmo a palmo, seminando il terreno di uomini caduti con le armi in pugno: anche il comandante della “Stella Rossa” restò fulminato da una raffica nemica; ma alla fine questi eroi furono sopraffatti e i superstiti riuscirono a stento a raggiungere le linee anglo-americane...i tedeschi si scagliarono come bestie feroci contro la popolazione civile della zona e 1850 innocenti caddero massacrati confondendo il loro sangue con quello dei gloriosi partigiani rossi...”. A commento di quanto sopra Pisanò continua: “Ma se questa è la leggenda ben altra è la verità”. Infatti la verità è completamente diversa. I partigiani uccidevano in agguati tedeschi isolati, fascisti in divisa e non. I tedeschi, guidati da Reder, regolarmente scagliarono la loro ira contro le popolazioni indifese e non solo nella zona di Marzabotto come vedremo appresso.
    Si chiede Don Carboni nell'opera già citata (pag. 32): “Si era in tempo di guerra: la guerra ha le sue tremende leggi di sterminio e di vendetta: se ammazzate un tedesco (che importanza aveva l'ammazzare un tedesco nello svolgimento e nell'economia generale della guerra?) verranno fucilati dieci civili... Chi dobbiamo ringraziare noi, parenti delle vittime, delle reazioni tedesche? Non certo gli eroi che le provocarono e dopo si eclissarono dandosi alla fuga!”. Questa è la domanda di don Carboni, giusta e naturale: “Che importanza aveva ammazzare un tedesco?”.
    Questa domanda va trasferita e analizzata nel contesto politico del disegno organico costruito dai più alti vertici del comunismo internazionale: uccidere un tedesco (o un fascista), attendere la rappresaglia e, di conseguenza, guidare il terrore e l'odio dei civili nella direzione desiderata e atteggiarsi, quindi, a giudici e vendicatori di tante vittime innocenti. Non possiamo che dar atto della loro cinica abilità.
    Ma cosa accadde esattamente a fine settembre 1944 nella zona di Marzabotto?
    Ancora dal “I confratelli Martiri di Marzabotto” pag. 34: “Va pure ricordato che qualche giorno prima della strage qualcuno, segretamente, aveva avvertito la popolazione della imminente rappresaglia, ma quando si seppe che c'erano famiglie di agricoltori decisi ad abbandonare tutto per mettersi in salvo, i partigiani li minacciarono con queste parole: “se non vi uccidono loro, vi uccidiamo noi se andate via: qui ci siamo noi a difendervi!”.
    Questa testimonianza è stata resa da Bruno Paselli, agricoltore di San Giovanni di Sotto di Casaglia...”.
    Dato che i fascisti non parteciparono mai ad azioni di stragi, tralasciamo la lunga lista di “azioni di guerra” condotta dai partigiani nel colpire i militari fascisti (o supposti tali), in quanto desideriamo seguire la storia del maggiore Walter Reder e delle sue S.S., principalmente, ma non solo nella zona di Marzabotto.
    La brigata partigiana “Stella Rossa” nella primavera del '44 raggiunse la cifra di 500 effettivi. “Si trattava in gran parte di comunisti o simpatizzanti comunisti che non tardarono ad assimilare gli spietati sistemi di guerriglia instaurati dagli emissari del P.C.I.”. Gli attentati contro militari tedeschi iniziarono con proditoria sistematicità. A Rioveggio due ufficiali tedeschi stavano passeggiando con due ragazze. Furono presi alle spalle e uccisi. I nazisti concessero 24 ore affinché gli autori dell'attentato si presentassero, dopodiché scelsero 11 ostaggi. Da quel che si dice a Rioveggio, gli attentatori erano del luogo, eppure lasciarono fucilare senza intervenire 11 innocenti.
    I partigiani continuarono ad uccidere tedeschi e fascisti isolati.
    Racconta Don Alfredo Carboni, parroco a Ronca di Monte S. Pietro. Di questi fatti poco eroici se ne verificarono decine. A Gabbiano di Monzuno, per esempio, due tedeschi che stavano acquistando uova dai contadini furono sorpresi da una pattuglia partigiana comandata da un certo “Aeroplano”. I tedeschi capirono subito di non essere in grado di opporre resistenza e alzarono le mani in segno di resa. Ma i comunisti spararono ugualmente uccidendone uno. L'altro venne trascinato prigioniero alla base partigiana. Conoscendo di fama la ferocia dei guerriglieri il soldato tedesco tentò inutilmente di impietosirli mostrando anche le fotografie della moglie e dei suoi due bambini. Lo legarono con i piedi ad un paletto e gli inchiodarono le mani trafiggendole con due pugnali. Poi lo lasciarono morire così.
    Il parroco di Riposa (un comune di Bologna), Don Libero Nanni, nativo del luogo dove si verificò un altro barbaro massacro, nel quale trovarono la morte anche suoi intimi parenti, si fece promotore di far erigere un tempietto titolato “Monumento Sacrario ai Caduti di Piano di Fetta”. Nel quarantesimo anniversario dell'eccidio fu scoperta una lastra marmorea e una lampada votiva dalla fiamma sempre accesa. A ricordo dell'evento fu distribuito fra i presenti un foglio commemorativo ove fra l'altro si legge: Una pagina di storia quasi dimenticala. “Nel lontano luglio del 1944, nel turbine della guerra sempre più distruttrice, l'alta valle del Setta e precisamente piano di Setta, fu scossa improvvisamente dalla feroce, fulminea, terrificante rappresaglia, che seminò morte, incendi, rastrellamenti.
    Nella notte del 20 luglio, in un breve scontro fra partigiani e tedeschi (era una colonna che raggiungeva il fronte lungo la statale del Setta) ci furono feriti e morirono due tedeschi. Il 21 luglio trascorse lento e cupo; la mattina del 22 luglio si scatenò la rappresaglia: rastrellati gli uomini, razziato il bestiame, le donne e i bambini terrorizzati; gli anziani uccisi in un numero quasi imprecisato: forse 20. L'età? Dai 60 agli 80 anni!
    Tutta la valle fu percorsa dal pianto e dal terrore... Era la prima, grossa rappresaglia della Provincia di Bologna, preludio alla grande rappresaglia di San Martino, Monte Sole, Casaglia. Gardelletta, Marzabotto, Pioppe di Salvaro, San Vincenzo, Piano di Setta - 15 luglio 1944”.
    Non si presentò alcuno a rivendicare la responsabilità dell'attentato né da parte dei partigiani fu tentato alcunché per salvare gli ostaggi.
    Il 23 luglio 1944 a Pioppe di Salvaro fu ucciso un altro tedesco. Furono rastrellati 10 infelici e uccisi a colpi di mitra. Né l'autore (o gli autori) dell'uccisione del tedesco, si presentò per salvare gli ostaggi né un colpo di fucile fu sparato dagli “uomini” del “Lupo” per salvare quegli innocenti.
    L’attività della Brigata partigiana “Stella Rossa” è un perpetrare di fatti del genere. Non va dimenticato che, nel frattempo si susseguivano attentati mortali contro fascisti (o supposti tali) isolati. Ecco, ad esempio, quanto riporta uno dei “bollettini di guerra” diramato dalla “Stella Rossa”: “10 agosto: Una pattuglia del 4° distaccamento procedeva al fermo del fascista Bertoletti Duilio in località Farneto. È stato in seguito giustiziato” “11 agosto: Una pattuglia del 1° distaccamento procedeva al fermo di un fascista repubblichino in permesso a Castel dell'Alpi. Veniva recuperato un moschetto con relative munizioni. Il fascista veniva più tardi passato per le armi”.
    “14 agosto da una nostra pattuglia veniva catturato il fascista Zagnoni Lucio che veniva giustiziato”. E così di seguito. Tornando alle azioni che riguardavano la guerriglia contro i tedeschi, si legge sull’“Indicatore Partigiano” n. 4 del 1949 ove viene riportato uno dei “Bollettini di guerra” della “Stella Rossa”: “I agosto: Nostra pattuglia in servizio esplorativo si scontrava, nei pressi di Castel d'Alpe, con una pattuglia guardafili tedesca composta da un sottufficiale e un soldato. All'intimazione dell'altolà tentarono di fuggire. Venivano presi, interrogati e confessavano di trovarsi in servizio. Venivano passati per le armi”. Pisanò osserva: “...lo strano principio, contrario alle norme e alle convenzioni accettate in qualsiasi Paese e da qualsiasi esercito, in base al quale dei soldati fatti prigionieri potevano essere fucilati perché “confessavano di trovarsi in servizio”.
    Ad ogni azione di questo tipo seguivano rappresaglie con incendi, distruzioni, massacri di ostaggi: sette fucilati a Molinelle di Veggio, dieci a Molpelle. Pochi giorni dopo tredici a Sesso Pontecchio e così di seguito. Nessun partigiano osò alcunché per tentare di salvare quella povera gente. Eppure si trovavano nei pressi.
    Nel frattempo la guerra continuava e la pressione degli alleati, a sud di Bologna si stava intensificando: il Comando tedesco aveva necessità di avere le spalle sicure e le strade senza minacce di attentati.
    I tedeschi inviarono negli accampamenti dei partigiani della “Stella Rossa”, alcuni parlamentari con la proposta che, se i partigiani fossero rimasti al loro posto, senza intraprendere azioni di disturbo contro i tedeschi questi, a loro volta, si impegnavano a non iniziare alcuna rappresaglia.
    I parlamentari tedeschi furono trucidati. Questo fatto indusse il Comando germanico ad agire con la più grande decisione.
    E veniamo ai terribili giorni di fine settembre 1944 e alla cosiddetta “Strage di Marzabotto”.
    Marzabotto fu insignita di Medaglia d’oro al valor militare con la seguente motivazione: “Incassata fra le scoscese rupi e le verdi boscaglie dell'antica terra etrusca Marzabotto preferì ferro fuoco e distruzione piuttosto che cedere all'oppressore.
    Per quattordici mesi sopportò la dura prepotenza delle orde teutoniche che non riuscirono a debellare la fierezza dei suoi figli, arroccati sulle aspre vette di Monte Venere e di Monte Sole sorretti dall'amore e dall'incitamento dei vecchi, delle donne e dei fanciulli. Gli spietati massacri degli inermi giovanetti, delle fiorenti spose, e dei genitori caduti non la domarono ed i suoi 1830 morti riposano sui monti e nelle valli a perenne monito alle future generazioni di quanto possa l'amore per la Patria”.
    Abbiamo visto che alcune persone avevano preavvisato la popolazione dell'imminenza di un grande rastrellamento, dato che proprio in quei giorni nella zona di Marzabotto apparve un manifesto, un vero ultimatum, a firma delle SS und Polizeifuehrer-Oberitalien-West, ove, fra l'altro, era chiaramente indicato: “...1) chi aiuta i banditi è un bandito egli stesso e subirà lo stesso trattamento; 2) Tutti i colpevoli saranno puniti con la massima severità...Gli autori degli attentati ed i loro favoreggiatori saranno impiccati sulla pubblica piazza. Questo è l'ultimo avviso agli indecisi...” Cosicché a seguito di questi ammonimenti la popolazione locale aveva iniziato ad allontanarsi dalla zona. Come abbiamo precedentemente indicato, i partigiani intervennero e proibirono a quella povera gente di mettersi in salvo, costringendoli a tornare indietro garantendo che, se i tedeschi li avessero minacciati, i partigiani della “Stella Rossa” li avrebbero protetti.
    Fra il 20 e il 25 settembre era affluita nella zona una formazione di “SS PanzerGrenadieren” della divisione “Reichsfuehrer” ammontante ad 800 uomini circa. Alla loro testa era il maggiore Walter Reder.
    Questi era un austriaco di 29 anni. Fu sospettato, a suo tempo, di essere coinvolto nell'assassinio del cancelliere Dollfuss nel tentativo nazista del 1934. Tentativo vanificato dal deciso e pronto intervento di Mussolini.
    Durante l'estate del '44 la brigata “Stella Rossa” aveva raggiunto una forza di 1500 uomini, ben armati e riforniti dai continui lanci aerei degli alleati.
    La strage avvenne, come detto, nelle alture delimitate dai fiumi Reno e Setta e prese il nome da Marzabotto.
    I tedeschi iniziarono le razzie all'alba del 29 settembre, bruciando e massacrando senza distinzione di sesso e di età: Cresta di Gizzana 81 morti; Casaglia 148; Casa Benuzzi 38; Caprara di Marzabotto 107; S. Giovanni 47; Cradotto, Prunaro e Steccola 145; Cerpiano 49; Sperticano 13; Pioppe di Salvaro 48. In totale 676 morti! E mentre si perpetravano questi eccidi dove erano i 1500 partigiani?
    Va detto che gli uomini del “Lupo” (Mario Musolesi) negli ultimi giorni del settembre '44 erano in attesa dell'arrivo degli alleati. Avevano allentato la vigilanza e tutti si erano dati a libagioni, bevevano e si coricavano con le loro donne, convinti ormai che, per loro, la guerra fosse finita.
    All'attacco dei tedeschi i partigiani, anche per l'allentata cautela, non tentarono alcuna difesa e, mentre alcuni si “ritirarono” verso Monte Sole, altri fuggirono verso le linee alleate. Chi difese i civili dalla rabbia teutonica? Ecco quanto racconta il partigiano Guerrino Avani in “Marzabotto parla” nelle pagine 46-47: “Prima dell’alba del 29 settembre, assalita da soverchianti forze nemiche la brigata si trovò stretta in una morsa di fuoco. Dopo alterne vicende una parte di noi fu asserragliata sulla cima scoperta di Monte Sole, chiusa in una trappola impossibile da infrangere date le nostre scarse forze (?) in confronto al numero e all'armamento del nemico...Dalla cima del monte, col binocolo seguivo i movimenti dei “nazifascisti” (?).
    Appena giorno avevo contato 54 grandi falò di case isolate o a gruppi, bruciare intorno vicino e lontano. Dal mio posto di osservazione vidi quanto i nazisti fecero nel Cimitero di Casaglia, la gente ammucchiata fra le tombe e loro che preparavano le mitraglie. Provammo a sparare, ma la distanza era troppa per un tiro efficace (perché non si avvicinarono? n.d.r.)...Vidi cinque nazisti trascinarsi dietro sedici donne legate una all'altra con un grosso cavo; una stringeva al petto un bimbo di pochi mesi... Era per noi straziante assistere a fatti simili, impotenti a intervenire e tale visione terribile era più... debilitante che il fuoco nemico”.
    Ecco il giudizio nel già citato volume di Angelo Carboni a pag. 50: “...la verità è una sola: i partigiani della “Stella Rossa” provocarono coscientemente le rappresaglie tedesche, lasciando incoscientemente che le SS massacrassero centinaia di civili né mai poterono ritornare sui luoghi seminati dalle vittime da loro provocate”.
    Per una più esatta valutazione sulle persone che componevano la brigata “Stella Rossa” va ricordato che ai primi colpi dell'attacco tedesco alcuni partigiani, approfittando della occasione, uccisero il loro capo Mario Musolesi detto “Lupo” per rubargli un tesoro che questi aveva accumulato per distribuirlo, diceva, a guerra finita, per alleviare le sofferenze di coloro che, dalla guerra, avevano subito più dolorose conseguenze. Quindi è una mistificazione quello che sostengono i partigiani e cioè che il Lupo cadde combattendo eroicamente per contrastare l'attacco delle SS.
    Altra montatura riguarda il numero dei caduti nell'“Eccidio di Marzabotto” indicato in 1830 vittime, cifra imposta dai partigiani a guerra finita. Ma la mistificazione apparve palese quando risultarono fra le vittime, persone ancora in vita, caduti nella prima Guerra Mondiale, deceduti per polmonite o per bombardamenti e, addirittura, nomi di fascisti uccisi durante (e dopo) la guerra civile.
    Scrive al riguardo Pisanò a pag. 1136 dell'opera già citata: “È sufficiente del resto una rapida visita al Sacrario inaugurato a Marzabotto nel 1961 per rendersi conto della mistificazione comunista. Nel Sacrario, infatti, sono raccolte solo 808 salme. Di queste, però, 195 sono di persone che morirono per scoppi di mine, o di militari deceduti nella Prima Guerra Mondiale: solo circa seicento appartengono a vittime del massacro...”.
    II primo ottobre 1944, quindi a poche ore dall'eccidio, il Rag. Grava, segretario comunale di Marzabotto inviò un dettagliato rapporto alle autorità di Bologna e si presentò al vice prefetto De Vita che non credette al racconto del Grava e minacciò di farlo arrestare.
    Il povero segretario comunale di Marzabotto descrisse con tanta concitazione “lo spettacolo terrificante” da non essere creduto, tanto che lo stesso “Resto del Carlino” smentì “...le solite voci incontrollate, prodotto tipico di galoppanti fantasie in tempo di guerra...”. Oppure ordini superiori imposero di sconfessare quanto, in effetti, era avvenuto.
    Ma molti profughi, fuggiti dalle zone colpite dalle rappresaglie, si riversarono nelle città del Nord e quelle notizie non poterono non giungere sino a Mussolini.
    A questo punto, per meglio fotografare i fatti nel loro insieme, riteniamo opportuno tornare indietro nel tempo e, ripartire dal momento dell'arrivo in Italia di Reder nel maggio 1944. Reder è reduce dal fronte russo ove ha lasciato il suo braccio sinistro e, per questo fu soprannominato “il monco”.
    Inizialmente il suo reparto, il 16° battaglione della 16a divisione “SS Panzer Grenadieren Reichsfuehrer” si schiera sul fronte di Cecina-San Vincenzo (Livorno) quindi, a seguito della sia pur lenta, ma persistente pressione degli alleati segue il ripiegamento delle linee germaniche. Il 25 luglio Reder è sull'Arno, il 9 agosto è a Pietrasanta. Qui il suo reparto è sottratto dal fronte e riceve l'ordine di tener “pulito” il retrofronte. Così inizia la marcia dell'orrore e sangue che lo guidò dalla Toscana all'Emilia sino a Marzabotto.
    12 agosto: Sant'Anna di Stazzema (Lucca) e zone circostanti 560 morti. 19 agosto 1944: Bardine S. Terenzio: a seguito di un attacco di partigiani ad un camion tedesco che procurò ai nazisti la perdita di 16 militari furono uccisi 53 civili.
    Nello stesso giorno giunsero a Valla 107 infelici (solo 5 uomini) posti sotto un pergolato e fucilati: in totale 160 infelici trovarono la morte. Il conto esatto: 10 per ogni tedesco ucciso. Inutile ricordare che non solo non si presentò mai un autore degli attentati alle autorità tedesche per salvare gli ostaggi, ma mai si arrischiò un intervento, da parte dei partigiani, per tentare di difendere i paesi ed evitare le rappresaglie.
    24 agosto 1944; Vinca, Gragnola, Monte di Sopra, Ponte di Santa Lucia, Branza di Cucina; in questa zona, sembra che non ci fossero partigiani, così almeno attestava la sentenza di condanna di Reder: “...non c'erano partigiani, non c'erano combattimenti... c'era soltanto povera gente terrorizzata...”. I tedeschi passarono per le armi chiunque incontrassero.
    17 settembre 1944: Bergiola (Carrara). Anche se non risulta che Reder in persona prendesse parte attiva alle stragi di questa zona, è certo che il suo reparto ne fu artefice. 107 persone furono trucidate lungo le sponde del Frigido. A Bergiola 72 le vittime, maggioranza delle quali donne e bambini. (2)
    E, infine, 29 settembre-1 ottobre: Marzabotto. E così il cerchio si chiude.
    È doveroso ricordare che fra le tante centinaia di vittime di quei tristi giorni: 95 erano sotto i 16 anni, 110 sotto i 10 anni, 22 di 2 anni, 8 di un anno e, addirittura 15 lattanti.
    Il 4 agosto nel ricevere l'ordine da Kesselring di adottare contromisure nell'attività partigiana, il generale Wolf - responsabile delle azioni antiguerriglia - compilò una circolare che terminava: “L'onore del soldato richiede che ogni misura di repressione sia dura, ma giusta”.
    Da quello che abbiamo visto la repressione risultò al di là del limite della schizofrenia omicida e, quindi decisamente ingiusta. Il grado di brutalità raggiunto forse è conseguenza inintenzionale di operazione intenzionale. Ma le vittime innocenti furono reali; ed è altrettanto reale che tutto fu pianificato per giungere a cercare e procurare rappresaglie per un preciso e ben disegnato scopo politico.
    Abbiamo visto con quale criterio i tedeschi intendevano la rappresaglia e la voce di tante atrocità giunse fino a Mussolini, il quale il 17 agosto inviò una lettera all'ambasciatore Rahn, con la quale protestava violentemente per le azioni poste in essere dalle S.S.. Nella lettera Mussolini evidenziava i rapporti provenienti dalle province colpite e così esponeva il suo pensiero (stralcio dalla lettera): “...Dall'insieme delle segnalazioni che vi ho fatto in questa lettera, ne risulta che bisogna finirla con le requisizioni indiscriminate che hanno ridotto alla miseria intere province, finirla con le rappresaglie indiscriminate ... insomma bisogna dare ai 22 milioni di italiani della valle del Po la sensazione che esiste una Repubblica, un Governo e che tale Governo è considerato alleato e il suo territorio non è una “preda bellica” dopo 12 mesi dal riconoscimento ufficiale da parte del Reich...Occorre quindi che questo sistema sia cambiato, poiché in questa maniera non si riesce a distruggere la piaga del ribellismo, ma si fanno dei nuovi clienti al ribellismo stesso e si allontanano le simpatie di quelli rimasti a noi fedeli”.
    Questa lettera di Mussolini trovò riscontro e simpatia in Kesselring che emanò, il 22 agosto, nuovi ordini per reprimere, o almeno, moderare il furore dei suoi soldati.
    Egli faceva rilevare, fra l'altro: “...le misure di rappresaglia i cui effetti si ripercuotono in ultima analisi sulla popolazione civile anziché sui ribelli. In dipendenza di codeste azioni si è venuto a cancellare in molti la fiducia nelle Forze Armate Germaniche... Sin da questo momento bisogna che i capi preposti alle azioni di rastrellamento ricevano precise istruzioni circa il modo di agire contro la popolazione civile di paesi infestati dai ribelli e circa le misure di rappresaglia da adottare contro i banditi...In linea di massima le misure di rappresaglia devono colpire soltanto i ribelli e non la popolazione civile innocente. A questo riguardo mi appello al senso di responsabilità dei singoli comandanti...”.
    Abbiamo visto come le azioni con attentati e colpi di mano da parte dei partigiani siano continuate e come da parte tedesca si sia risposto disattendendo, completamente, gli ordini di Kesselring del 22 agosto.
    Proprio nel mezzo delle nuove, dissennate rappresaglie tedesche il 15 settembre Mussolini inviò una nuova, secca nota di protesta a Rahn: “Ho lo stretto dovere e insieme il più profondo rammarico di dovervi segnalare un'altra serie di episodi di rappresaglia avvenuti in questi ultimi tempi in diverse parti del territorio della Repubblica, ad opera di reparti militari o di polizia germanici.
    Richiamo soprattutto la vostra attenzione sul fatto che sono stati uccisi molte donne e molti bambini e incendiati interi paesi gettando nella disperazione più nera centinaia di famiglie. Credevo che la circolare diramata in data 22 agosto dal Feldmaresciallo Kesselring avrebbe posto fine alle rappresaglie cieche, ma debbo constatare che si continua con lo stesso sistema...Come uomo e come fascista io non posso più a lungo sopportare la responsabilità, sia pure soltanto indiretta, di questo massacro di donne e di bambini...”.
    Purtroppo, nonostante i ripetuti e decisi interventi di Mussolini presso Rahn, le azioni di repressione continuarono con sanguinoso crescendo fino ai massacri della zona di Marzabotto.
    Una ancora più violenta protesta di Mussolini chiamò in causa direttamente Hitler; questi predispose una commissione d'indagine composta di varie personalità diplomatiche e di alti ufficiali i quali iniziarono immediatamente le indagini.
    Al termine di queste, la commissione provvide alla sostituzione del Comandante militare della piazza di Bologna con la motivazione di aver tenuto nascosto i fatti. Nella relazione della commissione, fra l'altro, era scritto: “...(i tedeschi sono dispiaciuti che) qualche donna o bambino siano morti a Marzabotto, ma si è trattato soprattutto di fatalità dato che si trovavano asserragliati nei rifugi dei partigiani”.
    Questa parte della relazione non è davvero una valida giustificazione per la folle e, soprattutto indiscriminata vastità delle stragi, però, non possiamo non ricordare, ancora una volta, che nel momento in cui i civili tentarono di fuggire dalla zona, che poi sarebbe diventato il teatro delle stragi, i partigiani della “Stella Rossa”, lo impedirono minacciandoli e rassicurandoli: “Se non vi uccidono loro vi uccidiamo noi se andate via: qui ci siamo noi a difendervi” !
    E, dato che abbiamo visto quanto sia valsa quella promessa (“noi a difendervi”!) e tutto lo svolgersi delle azioni successive, non può non far nascere l'atroce sospetto che quella minaccia-promessa sia servita solo perché i partigiani della “Stella Rossa” intendessero farsi scudo di poveri innocenti.
    Altra obiezione potrebbe nascere spontanea; perché alle prime notizie di indiscriminate stragi Mussolini non inviò nelle zone “a rischio” elementi militari della RSI per proteggere dai tedeschi (e dai partigiani) le popolazioni minacciate? La risposta può risultare ovvia; Mussolini doveva evitare che la già difficilissima convivenza con “l'alleato” degenerasse sino allo scontro armato che, se questo si fosse verificato, si sarebbe esteso nel resto dell'Italia del Nord con sviluppi imprevedibili. È da notare, infatti, che i combattenti repubblicani posti nei vari fronti dalla Liguria alla Dalmazia ignoravano quello che i tedeschi stavano commettendo ai danni della propria gente. È facilmente immaginabile quali sarebbero state le conseguenze se le notizie fossero giunte in tutti i reparti operativi. Riteniamo che per questo motivo Mussolini abbia preferito tenere le notizie circoscritte il più possibile.
    Gli effetti dell'armistizio dell'8 settembre concedevano a Mussolini ristretti margini di manovra ma si deve pur riconoscere che, anche se tali, seppe responsabilmente sfruttarli. E quali furono le ultime “azioni” di Reder?
    Questi, a seguito della firma della resa delle truppe tedesche, fuggì in Baviera e fu, dopo pochi giorni, catturato dalle truppe americane a Salisburgo.
    Il governo Badoglio aveva spiccato, sin dal gennaio 1945, ordine di cattura con l'accusa di “criminale di guerra”. A carico di Reder pesavano accuse per sterminio di ebrei, fucilazioni di comunisti polacchi e partigiani russi.
    Reder fu consegnato alle autorità italiane e fu processato nel Tribunale militare di Bologna. La condanna, emessa nel 1951 fu l'ergastolo. Nell'aprile del 1967 Reder si rivolse alla popolazione di Marzabotto, dichiarandosi pentito. Il Consiglio comunale di Marzabotto, ascoltati i parenti delle vittime e i superstiti, rifiutò la liberazione.
    Una serie di petizioni, provenienti dalla Germania, dall'Austria e dall'Inghilterra riproposero la grazia per Reder. Questa grazia fu concessa dopo alcuni anni e dopo lunghe insistenze e reiterate dichiarazioni di pentimento.
    Concludiamo ricordando la requisitoria nel processo di Bologna del Pubblico Ministero, Maggiore Stellacci che disse fra l'altro: “...Il soldato si distingue dagli assassini perché ha un senso del limite della propria azione”.
    Giudizio che ci trova assolutamente consenzienti; ma, se deve essere punito colui che arreca male, altrettanto colpevole è chi potendo evitare che il male venga commesso, non si adopera a questo scopo. Più spregevole poi è colui che, per il raggiungimento di una determinata finalità, opera affinché il male venga posto in essere.
 
 
    NOTE
    (1) Cfr. Luisa Dinando, ass. Diritto internazionale Università Torino.
    (2) Reder non prese parte attiva, secondo le testimonianze del partigiano Giannardi, rese al processo contro lo stesso Reder. Responsabile fu il ten. Fischer. Reder fu assolto per queste imputazioni.
 
 
STORIA VERITA'

sabato 31 luglio 2021

IL PROCESSO DEGLI 88 FASCISTI da MEZZOGIORNO E FASCISMO CLANDESTINO

 
MEZZOGIORNO E FASCISMO CLANDESTINO F. Fatica.1998. Istituto di Studi Storici Economici e Sociali, Via Salvator Rosa, 299 - 80135 Napoli. Tel. 081-5495081 - 680755

IL PROCESSO DEGLI 88 FASCISTI da MEZZOGIORNO E FASCISMO CLANDESTINO -Capitolo X-
Francesco Fatica
 
 
    L'organizzazione clandestina fascista in Calabria merita una particolare menzione, sia per il numero degli imputati nel processo che si tenne a Catanzaro nell'aprile 1945, che per l'importanza delle strutture finalizzate al sabotaggio ed alla guerriglia che vennero scoperte dagli inquirenti.
    Dalle indagini dei CC.RR. (Carabinieri Reali) vennero portati in luce quattro centri operativi clandestini: a Catanzaro, a Nicastro - Sambiase (oggi Lamezia Terme), a Crotone ed a Cosenza. Ma, come si può ben capire, fu adottata ogni tipo di precauzione per sminuire agli occhi degli inquirenti la vastità e l'efficienza dell'organizzazione che operava clandestinamente anche in molte altre zone.
    I CC.RR. di Nicastro fin dal settembre '43 avevano dovuto notare le manifestazioni di un'attività clandestina fascista nel Nicastrese che andò man mano intensificandosi fino ad arrivare ad attentati dinamitardi intimidatori contro strutture del partito comunista e abitazioni di personalità antifasciste.
    Furono arrestati alcuni giovanissimi, già iscritti alla GIL (Gioventù Italiana del Littorio), comandati dallo studente liceale Lionello Fiore Melacrinis: un biondino amato da tutti, bello, bravo, studioso, ardito e trascinatore.
    Era una squadra agguerrita di adolescenti delle scuole superiori, avevano raccolto un notevole armamentario bellico e si preparavano a ritirarsi sulle montaghe delle Pre Sila, che sovrastano Nicastro, per passare a vere e proprie operazioni di guerriglia.
    Nel frattempo tentativi andati però a vuoto, di sabotaggi di ponti a Sambiase ed a Soverato, portarono alla scoperta di altri clandestini e di notevole quantità di materiale esplodente.
    Ancora una scoperta dei CC.RR. questa volta nei pressi di Cosenza: il sottotenente Vittorio Bruni aveva consegnato armi del Regio Esercito ai clandestini fascisti.
    Intanto, per una fortuita coincidenza, quasi contemporaneamente veniva segnalato nei pressi di Crotone un trasporto clandestino di bombe a mano che portò, dopo varie vicissitudini, al rinvenimento di un notevole deposito di armi da guerra  in un casolare di proprietà del marchese Gaetano Morelli, maggiore dell'esercito in congedo.
    Morelli aveva sacrificato beni personali per finanziare l'organizzazione di una squadra che era ormai pronta a prendere la via della Sila per operare con sufficiente armamento, vettovaglie ed attrezzature. Tutto questo non fu ovviamente rivelato al processo ma l'entità del materiale bellico ritrovato era un indizio abbastanza eloquente. Le vettovaglie invece furono del tutto trascurate. 
    Le indagini furono spinte in tutte le direzioni e fu relativamente facile trovare indizi che incriminarono a Catanzaro alcuni dei promotori dell'organizzazione e portarono alla scoperta di altri depositi di armi e munizioni.
    Il tenente Pietro Capocasale era stato prima dell'arresto, un attivo coordinatore dell'organizzazione clandestina. Aveva tessuto una fitta rete di collegamenti per conto del principe Valerio Pignatelli con i gruppi citati e con molti altri rimasti clandestini, disseminati in tutta la Calabria.
    Dopo breve latitanza fu arrestato a Bari l'avv. Luigi Filosa che aveva raccolto attorno a sè in Cosenza un gruppo di professionisti, studenti universitari e fascisti di ogni estrazione sociale, giovani ed anziani, di Cosenza e della provincia, ed era in collegamento anche col resto della Calabria, con la Puglia e con Napoli. 
    Essi si preparavano alla guerriglia raccogliendo armi e vettovaglie, ma si preparavano anche ad effettuare sabotaggi in grande stile, prendendo di mira i tralicci dell'alta tensione che portavano l'elettricità prodotta dalle centrali idroelettriche della Sila.
    Le centrali erano sorvegliate da reparti "alleati", ma le linee elettriche restavano vulnerabilissime1.
    Il tenente Capocasale, nei suoi giri di ispezione e coordinamento, aveva raccomandato in particolare ai ragazzi di Nicastro di mantenersi calmi per poter meglio prepararsi ad intervenire non appena le circostanze si fossero mostrate favorevoli, evitando così di compromettere la clandestinità con azioni troppo scoperte in un piccolo centro, dove , le indagini potevano essere mirate più facilmente. Ma le sue raccomandazioni furono spesso trasgredite, sia per la linea dura che il notaio Ugo Notaro, anziano fascista intransigente, capitano di fanteria in congedo, voleva imporre, sia per la naturale irruenza di molti giovanissimi clandestini che, autonomamente e spavaldamente, continuarono ad usare esplosivi anche dopo l'arresto dei loro coetanei più sfortunati.
    Gli "Alleati", secondo un clichet ormai abitudinario, lasciarono il processo agli italiani di Badoglio. Il Tribunale Militare Territoriale della Calabria, con sede a Catanzaro, fu investito della responsabilità di istruirlo. Ma gli ufficiali del Regio Esercito non dimostrarono affatto entusiasmo e tanto meno zelo per l'incarico ricevuto, anzi adoperarono ogni possibile solerzia per limitarne la portata2.
    Può apparire strano che un tribunale militare in tempo di guerra non operi nell'ambito del codice penale militare di guerra.
    Bande armate, fucilazioni, invece, furono argomenti immediatamente scartati. Così essi passarono disinvoltamente all'art. 270 del codice penale: associazione sovversiva. Ma anche questa imputazione venne successivamente derubricata, con l'aiuto degli avvocati della difesa, in associazione a delinquere 
    Francesco Tigani Sava, nel suo documentato studio sul "processo degli 88", afferma che i giudici fecero una sentenza destinata ad essere facilmente annullata per mettersi al sicuro contro eventuali capovolgimenti di fronte, ma non si può escludere che essi sentissero, sia pure sotto la divisa dell'esercito regio, battere ancora un cuore che non riusciva a dimenticare del tutto l'amore per l'Italia e per i suoi figli. 
    Analogamente il magg. Oreste Pecorella capo di stato maggiore del SIM (Servizio informazioni militari), che aveva redatto il rapporto sull'argomento con oggetto: movimento fascista nell'Italia meridionale, sfumò molto le responsabilità degli aderenti alla cospirazione, negò che fra i vari gruppi clandestini scoperti esistessero collegamenti. Addirittura poi, venuto a conoscenza delle notizie sulle armi segrete tedesche (bomba atomica, la nube misteriosa sul nord Europa, l'offensiva di Von Rustedt), andò a trovare Nando Di Nardo, detenuto nella certosa di Padula, trasformata in campo di concentramento per duemila fascisti, e gli dichiarò di aver evitato di citare nel suo rapporto tanti particolari a sua conoscenza, che avrebbero indubbiamente aggravato la posizione degli imputati e che avrebbero consentito il collegamento del processo degli 88 fascisti di Calabria con quello del principe Valerio Pignatelli e altri fascisti napoletani e calabresi3.
    In quell'occasione Pecorella, dopo aver usato parole di stima e di solidarietà, quasi di complicità, si raccomandò apertamente affinchè Di Nardo convincesse Pignatelli a non infierire su di lui nel caso che le parti dovessero invertirsi. Il 6 aprile del '45, dopo circa un anno di istruttoria, i giudici, finito il dibattimento, si riunirono in camera di consiglio4.
    Le strade di Catanzaro brulicavano di folla; fascisti e simpatizzanti si agitavano minacciosamente sotto il naso di carabinieri e poliziotti radunati in tutta fretta.
    L'aula magna del tribunale, affollatissima di pubblico, era vigilata dall'alto attraverso i finestroni, da carabinieri armati di mitra ostentatamente rivolti in basso verso il pubblico.
    La Corte temporeggiava. Finalmente, appena poco prima dell'alba, le strade si sfollarono; dopo ben 19 ore di camera di consiglio, i giudici si decisero a leggere la sentenza: 10 anni di reclusione per Pietro Capocasale, 9 anni per Gaetano Morelli, 8 anni per Luigi Filosa e per Attilio e Giuseppe Scola (di Crotone) ancora 8 anni per Antonio Colosimo, Nino Gimigliano e Aldo Paparo (di Catanzaro) nonchè Ugo Notaro (di Nicastro), 6 anni per chi fu ritenuto partecipante più attivo, mentre 4 anni per i semplici partecipanti. Infine ai minorenni 24 mesi di reclusione. Altri imputati per cui non era stato possibile raggiungere la prova di colpevolezza, vennero assolti.
    Era l'alba del 7 aprile.
    Appena letta la sentenza, una sorta di ruggito di rabbia sgorgò dalla folla e gli imputati in piedi di fronte ai giudici allibiti esplosero nel canto di "Giovinezza"; era un raptus generale, i carabinieri sui finestroni, confusi, non sapevano cosa fare.
    Più tardi, nel chiuso del furgone cellulare che li riportava in carcere, il mastodontico brigadiere Putortì e i carabinieri di scorta, con gli occhi rossi dalle lacrime trattenute, si unirono ai condannati nel canto di "Giovinezza".
 

 
NOTE
 
Il testo è stato emendato dalle numerose note (vedi numeri di riferimento da 1 a 3) presenti sull'originale cartaceo.
 
 
MEZZOGIORNO E FASCISMO CLANDESTINO F. Fatica.1998. Istituto di Studi Storici Economici e Sociali, Via Salvator Rosa, 299 - 80135 Napoli. Tel. 081-5495081 - 680755

INTERVISTA A DE PASCALE da MEZZOGIORNO E FASCISMO CLANDESTINO -Capitolo  XVI-
Francesco Fatica
 
 
    Sappiamo già che trascorse le vicende descritte nei precedenti capitoli, avvenne, come s'è visto, l'arresto di Pignatelli e di Guarino e subito dopo anche quello di Di Nardo, compromesso da una lettera inviata al barone Filippo Marincola di S. Floro.
    Restò quindi unicamente a De Pascale la responsabilità della dirigenza del movimento clandestino fascista in Campania.
    Oggi egli è rimasto l'unico vivente dei responsabili del vertice clandestino fascista dal '43 al '45. A lui quindi mi sono rivolto per attingere direttamente alla fonte - dopo oltre 50 anni di riserbo - le notizie ed i chiarimenti che meglio possono concludere questa ricerca storica.
 
— Caro De Pascale, per cominciare, ti prego di descrivermi i sentimenti che animavano, oltre te, anche i gregari della lotta clandestina.
— De Pascale: - Eravamo ispirati dagli stessi ideali che ci avevano animati sui campi di battaglia, con in più la rabbia disperata di vedere calpestato il suolo della Patria da orde straniere, che gozzovigliavano nelle nostre città, umiliandoci ogni giorno con la loro arroganza e poi soprattutto sentivamo il bisogno supremo di riscattare ad ogni costo l'Italia dalla vergogna dell'armistizio e del tradimento. Anche noi, come i camerati del Nord, ci preparavano a batterci per l'onore d'Italia.
 
— Ti prego ancora di ricordare qualche nome di camerati impegnati nella lotta clandestina.
— Oltre Di Nardo e il col. Guarino, che teneva i contatti con le bande armate calabresi, ricordo Nicola Galdo, che stampava un giornale clandestino con il ciclostile che avevamo recuperato dal G.U.F., il prof. Calogero, il libraio Bolognesi, il marchese capitano di vascello Marino de Lieto, super decorato, eroe della prima guerra mondiale, che conduceva una sua guerra personale segretissima e solitaria contro gli anglo-americani, sabotando ponti ed apprestamenti militari, finendo coinvolto talora addirittura in corpo a corpo come un giovane sabotatore di commando. Di lui e di qualche altro, che agiva come lui, dicevo che facevano una loro guerra privata.
    Ma, naturalmente, debbo citare ancora l'attivissima ed entusiasta Elena Rega, che poi divenne mia moglie, Pasquale Purificato, Picenna, il tenente della Decima MAS Bartolo Gallitto, che attraversò le linee con altri marò. Mi spiace tralasciare tanti altri nomi di elementi di secondo piano, però tutti validi, pieni di entusiasmo, disciplinati e pronti ad ogni sacrificio.
    Ma voglio ricordare ancora, con venerazione, il tenente di vascello Paolo Poletti, agente dei Servizi Speciali della RSI, infiltrato nell'OSS americano, che finì torturato atrocemente, fino ad impazzirne e fu poi assassinato cinicamente dal sergente americano di guardia. Non si lasciò sfuggire un nome, un accenno, un indizio.
    Quando poi anch'io fui arrestato e detenuto a disposizione del C.S., capeggiato dal famigerato maggiore Pecorella dei CC.RR., fui ristretto in quei locali a Napoli, in via Fiorelli, da dove altri giovani dei Servizi Speciali furono prelevati per essere fucilati a Nisida.
    Un giorno poi conclusero che gli interrogatori non avrebbero approdato a nulla e allora tentarono di eliminarmi con la messa in scena della tentata fuga;ma io ebbi nervi saldi e non cascai nel tranello.
 
— Inscenare un tentativo di fuga è l'espediente banalmente, ma cinicamente, usato per coprire un assassinio. Così fecero con Ettore Muti, così con Paolo Poletti. Possiamo dire che gli antifascisti non esitavano di fronte agli assassinii.
— E' proprio così. In Repubblica Sociale una serie di feroci, premeditati assassinii innescò la guerra civile.
    Da Radio Bari prima e Radio Napoli poi, si incitavano i partigiani all'assassinio sistematico come metodo di lotta. Noi invece abbiamo sempre evitato attentati sanguinosi e soprattutto spargimento di sangue fraterno. Eravamo ben informati delle abitudini e delle abitazioni degli avversari, qui al Sud, ma abbiamo deliberatamente evitato di innescare rappresaglie che avrebbero lasciato un solco profondo di odio tra gli italiani.
    Se pure fossimo stati tentati di agire in questo senso, avevamo avuto continue, categorie disposizioni da Mussolini, sia per via radio, ma anche, più esplicitamente, attraverso il rapporto della principessa Pignatelli.
    Avremmo potuto facilmente ripetere a Napoli un attentato simile a quello di via Rasella per ottenere una strage di rappresaglia simile, se non peggiore di quella delle Fosse Ardeatine; ma a noi è sempre ripugnata la strategia stragista.
    Avevamo invece previsto tassativamente che, in caso di attentati, uno di noi avrebbe dovuto costituirsi per addossarsene la responsabilità, onde evitare rappresaglie con vittime civili.
    La tecnica del "sangue chiama sangue", come tutti sanno, fu invece largamente attuata dai comunisti e dai loro accoliti, utili e feroci idioti.
    Noi no. Al Sud non c'è stata guerra civile.
 
— Bene; tu sai che anch'io, pur giovane ed impaziente gregario, oltre tutto lontano dal centro organizzativo e direttivo di Napoli, avevo lo stesso orientamento tattico,  per costituzione morale derivata dall'educazione fascista avuta nella GIL e nel clima in cui ero vissuto, ma dobbiamo spiegare adesso: questa organizzazione clandestina che c'era a fare se non poteva, nè doveva lottare liberamente, senza esclusione di colpi?
— Come già ti ho detto altre volte, Mussolini voleva assolutamente che, almeno al Sud, fossero evitate le feroci nefandezze della guerra civile.
    Noi clandestini avremmo dovuto entrare in azione alla grande solo nel caso, non improbabile, di un capovolgimento della situazione militare, cosa che sembrò più volte imminente, sia per le tanto propagandate armi segrete tedesche (vedasi bomba atomica) sia per le controffensive, in particolare quella di Von Rustedt nelle Fiandre che sembrò aver sgominato gli eserciti alleati.
    Lo stesso maggiore Pecorella, a contatto con il Servizio Informazioni Militari, quando subodorò possibile una certa concretezza nelle nostre speranze, si recò alla Certosa di Padula a perorare presso Di Nardo, colà detenuto, la sua causa personale, scoprendo sue benemerenze di doppiogiochista, chè non aveva rivelato tutto quello che aveva scoperto, cercando di non aggravare la nostra posizione processuale.
    Concludendo, Mussolini volle evitare ogni sia pur minimo spargimento di sangue fraterno. Per esempio, i comunisti di vertice a Napoli, a cominciare da Togliatti, alias Ercole Ercoli, avrebbero potuto agevolmente essere eliminati. Non fu così.
    Se oggi nel Meridione non si è scavato un profondo solco di sangue fra italiani, il merito è soltanto di noi fascisti e soprattutto di Mussolini.
 
 
MEZZOGIORNO E FASCISMO CLANDESTINO F. Fatica.1998. Istituto di Studi Storici Economici e Sociali, Via Salvator Rosa, 299 - 80135 Napoli. Tel. 081-5495081 - 680755

ELENA E IL FASCISMO CLANDESTINO NELL'ITALIA OCCUPATA
Francesco Fatica
 

 
Elena Rega, figlia del colonnello Cosimo, superdecorato della 1° guerra mondiale, comandante del 39° rgt. Fanteria, caduto eroicamente in combattimento nel 1918, proprio negli ultimi giorni di guerra, crebbe nella venerazione, nel vago ricordo del Padre e nella religione della Patria. La Patria, come l’abbiamo sentita noi e la gran parte del popolo italiano, sempre più profondamente legata all’Idea fascista, di cui Elena divenne una fervente, entusiasta e fedele credente.
S’impegnò negli studi e negli sport, com’era nello stile di vita fascista; fu appassionata particolarmente di atletica leggera fino a divenire nel 1939 campionessa nazionale di ginnastica artistica. Il relativo brevetto le fu consegnato a Palazzo Venezia e poi furono introdotti, Lei e gli altri campioni, dal Duce. E di ciò fu sempre orgogliosa.
S’era iscritta alla facoltà di Chimica ed ovviamente aderì al GUF (Gruppo Universitario Fascista) di cui divenne ben presto Fiduciaria Femminile (dal 1938 fino al 1943, data in cui Badoglio fece sciogliere il PNF, Partito Nazionale Fascista, e le sue organizzazioni).
Laureatasi a pieni voti, è stata l’unica analista del Laboratorio dell’Istituto d’Igiene e Profilassi della provincia di Napoli, di cui divenne vice direttrice.
Mobilitata civile, usava la sua potente motocicletta "Bianchi freccia d’oro" per gli spostamenti, in città e in provincia, inerenti ai Suoi compiti d’ufficio. Per poter più agevolmente cavalcare il suo "cavallo d’acciaio", vestiva eleganti abiti sportivi di foggia maschile, da Lei stessa ideati, che precorsero i tempi di cinquant’anni, ma che all’epoca costituivano un abbigliamento rivoluzionario, poco accettabile per il volgo e per i borghesi bigottamente conformisti e conservatori. Ma dei commenti di costoro la nostra irruente Camerata s’infischiava, mostrando così un aspetto esplosivo del suo carattere forte e ribelle ad ogni pecorile conformismo.
La guerra Erano i tempi difficili ed eroici della guerra. Napoli presa di mira quotidianamente, notte e giorno, dai bombardieri "alleati", era stata danneggiata gravemente in tutte le sue strutture; erano i tempi eroici in cui Riccardo Monaco e pochissimi altri piloti, votati alla morte, si alzavano in volo con i loro minuscoli aerei da caccia per attaccare le cosiddette "fortezze volanti"; erano i tempi in cui era difficile sopravvivere a Napoli; si viveva praticamente rintanati, notte e giorno, nei rifugi antiaerei, nelle gallerie della metropolitana, nei mille cunicoli e vani sotterranei dell’antico acquedotto romano.
Ma la nostra Elena Rega, mobilitata civile ligia al dovere fino all’eccesso, più e più volte sfidò la sorte avversa e gli odiati bombardieri, a bordo della sua veloce motocicletta; moderna amazzone, combatteva la sua battaglia: correva a svolgere il suo dovere con ardore di vestale, e con cuore di guerriero, incurante del pericolo.
Ma ciò non la distoglieva tuttavia dal soccorrere la povera gente che aveva bisogno d’aiuto; più di una volta portò a casa sua povere donne e bambini che avevano fame, che avevano bisogno di fare una doccia.
Allora a Napoli mancava tutto e molto spesso anche l’acqua e poi, tanti erano coloro che erano rimasti senza casa. La solidarietà patriottica, cristiana e fascista di Elena Rega ebbe molte occasioni di manifestarsi allora, ma pure in seguito uniformò appassionatamente sempre la sua condotta di vita a questa sua connaturata solidarietà, ed ebbe perciò tanta carità anche nei riguardi degli altri esseri viventi.
Per ragioni del suo ufficio fu inviata a far le analisi delle acque delle Terme di Castellammare di Stabia, inquinate, ma che si raccomandava dai superiori di far apparire potabili.
La dottoressa Rega, rigorosamente ligia al dovere, non si piegò alle disposizioni avute ed ovviamente i "superiori" se la legarono al dito.
I 45 giorni Ma vennero i giorni del tradimento, i giorni in cui le oscure manovre del re e dei massoni del suo entourage esplosero apertamente nella "seduta del Gran Consiglio del 25 luglio".
Elena reagì con tutta la vitale irruenza del suo carattere forte e spontaneo: incitava tutti i camerati del GUF a reagire, a mantenersi uniti, a prepararsi alla riscossa. Insieme a Lucia Vastadore e altri camerati, ebbe violente discussioni con Nicola Foschini, Fiduciario Provinciale del GUF di Napoli, il quale invece era fermo nel suo proposito di "dare le consegne" alla nuova burocrazia, autonominatasi "democratica".
Con Lucia Vastadore e con altri camerati del GUF e della Legione della Milizia Fascista Universitaria "Goffredo Mameli", Elena si prodigava a svolgere propaganda, a rincuorare gli sfiduciati, a raccogliere gli sbandati. Non era facile, oltre tutto i bombardamenti avevano distrutto mezza Napoli, molti erano dovuti sfollare nei paesi, in campagna o farsi ospitare da parenti. I mezzi di comunicazione erano stati colpiti gravemente e venivano ripristinati faticosamente dovendo superare enormi difficoltà, sicché si erano persi i collegamenti.
Dobbiamo considerare però che il re e Badoglio si erano affrettati a dichiarare solennemente: «La guerra continua».
E la guerra continuava sul serio, al fronte anche se con sfortunate vicende, non prive di atti di eroismo da parte di singoli o di piccoli repar ti. E la guerra continuava, sempre più terroristicamente, anche sul fronte interno.
Questa strategia di continuità, quanto mai opportuna per i "badogliardi", questo insistente richiamo alla realtà della guerra che continuava, ebbe la prevista e voluta conseguenza di mantenere fermi e disciplinati i fascisti, che, educati a tenere il culto e l’interesse della Patria al di sopra di ogni altro interesse, non potevano prendere in considerazione l’ipotesi di una ribellione o di sommosse e neanche di chiassate di piazza, che potessero in qualche modo ledere il fronte interno, mentre gli altri camerati si battevano eroicamente al fronte contro forze nemiche preponderanti.
Quindi i fascisti si incontravano, quasi clandestinamente, in case private, in piccoli gruppi spontanei e disorganizzati.
Intanto i gerarchi del fascismo più autorevoli erano stati mobilitati e spediti lontano. Ettore Muti fu ucciso a tradimento; i reparti della Milizia erano stati incorporati nel Regio Esercito, cambiati i comandanti con uomini di fiducia sabauda, così i badogliani avevano fraudolentemente disgregato le forze sane della Nazione, approfittando della forzata inerzia dei fascisti.
Nel frattempo in città, come avveniva anche altrove, bande di giovinastri e di perditempo, guidati e assoldati da agitatori comunisti, si dedicavano a gesti vandalici nei riguardi di targhe, lapidi e simboli fascisti, spesso anche di un certo valore artistico. I giovani del GUF, con alla testa l’architetto Antonio de Pascale, invalido della guerra di Grecia, Vito Videtta, Natale Cinquegrani e Lello Balestrieri, andavano a caccia di queste squadre di teppisti e attaccavano briga per impedire i loro vandalismi; ebbene Elena Rega e Lucia Vastadore pretendevano di prender parte anche a questa specie di "spedizioni punitive", nonostante che i maschi facessero di tutto per dissuaderle. Queste imprese si concludevano spesso in violenti pestaggi e tafferugli.
La resa Ma quando venne reso noto il cosiddetto "armistizio", che invece, come ormai sappiamo, era una vera e propria resa senza condizioni, allora i fascisti si sentirono finalmente liberi di affrontare gli avversari; lo stratagemma che li aveva inchiodati ad una disciplinata attesa, la frase: «La guerra continua» che li aveva mantenuti fermi e subordinati, non valeva più.
Elena, invasa dallo sdegno e dalla rabbia, moltiplicò i suoi sforzi per riannodare le spezzate relazioni con i camerati dispersi in tanti nuovi domicili; finalmente erano finiti i bombardamenti, ma la città purtroppo era caduta in preda ai disordini che si incrementavano sempre peggio: prima i saccheggi dei depositi e dei magazzini militari abbandonati, quindi uomini irresponsabili svuotarono le carceri, poi cominciarono le sparatorie, i posti di blocco; mancava tutto, mentre l’esercito s’era completamente dissolto, pochi partigiani disturbavano la ritirata in atto dei tedeschi e provocavano rappre saglie, delinquenti di ogni risma, armati, a guisa di partigiani, delle armi abbandonate dal Regio Esercito, ne approfittavano per razziare e poi devastare tutto quel che non potevano rubare nelle case dei fascisti; ma chi all’epoca poteva dire di non essere stato fascista? Quindi furono prese di mira molte case di benestanti dovunque vi fosse la possibilità di fare un ricco bottino.
Le cose precipitarono. Qualche fascista perse ogni fiducia in una possibile riscossa. Ci fu chi prese le armi che riuscì a trovare e sparò disperatamente.
Aveva visto crollare, con la sconfitta del fascismo, il mondo intero; i partigiani sparavano e per reazione, anche tanti fascisti spararono: isolatamente, spontaneamente, disorganizzatamente, ma disperatamente cercando la morte, tuttavia trascinando con loro quanti più nemici potessero colpire.
Molti altri partirono per continuare a combattere con l’alleato tedesco, per l’onore d’Italia.
Altri ancora, feriti, invalidi, costretti a restare a Napoli, decisero di continuare la lotta per l’affermazione dell’Idea, per reagire allo sfacelo morale e mostrare al mondo intero e agli stessi occupanti , mascherati da "liberatori", in un grottesco carnevale con lenoni, "segnorine", ladri e borsari neri, che non tutti gli italiani si potevano comprare con le amlire o con le PallMall.
Si ritrovarono in pochi: i migliori.
Solevano riunirsi a casa del camerata Carlo e del figlio Antonio Picenna. Elena era con loro, sempre presente, sempre piena di fede, sempre generosamente pronta a dare la sua opera, sempre sollecita e valida nel portare il suo rigoroso contributo progettuale.
Più tardi su invito di Francesco Barracu, a mezzo radio della RSI arrivarono a Napoli dalla Calabria i principi Pignatelli per prendere contatti con i camerati di Napoli e dare un impulso unitario al movimento clandestino fascista.
I principi si sistemarono in una villetta al Calascione; Elena e la principessa Maria simpatizzarono subito e s’intesero perfettamente di primo acchito. Ma anche il principe seppe apprezzare immediatamente la viva intelligenza e le altre qualità positive di Elena, di cui, spesso, voleva ascoltare il parere assieme a quello della principessa.
Si ritrovarono al Calascione diverse volte, Elena Rega, Antonio de Pascale, Nando di Nardo, il colonnello Guarino, il ten. di vascello Paolo Poletti, ma poi ritennero prudente cambiare spesso il luogo d’incontro.
Nella villetta del Calascione i Pignatelli invitavano frequentemente a cena generali "alleati", il capo del SIM badogliano e altre personalità che potevano, conversando "liberamente", magari un po’ troppo, dopo una lauta libagione, rivelare notizie militari o politiche, che sarebbe stato opportuno tenere riservate, e che riuscivano invece di grande utilità per la RSI e gli alleati tedeschi, una volta ricevute le relative comunicazioni radio.
Ad una di queste cene furono invitati anche Elena Rega, Antonio de Pascale e Nando Di Nardo, in quanto, essendo stato invitato il gen.
Wilson, Pignatelli prevedeva una più larga messe di notizie, che tutti avrebbero dovuto sforzarsi di memorizzare.
Fu necessario fornirsi di adeguati abiti scuri, e l’inesauribile Elena Rega provvide a reperire da uno zio scapolo, che era stato fanatico della cosiddetta "buona società", gli abiti più convenienti, che però dovette correre a prendere in moto nel casi no di campagna dello zio. Furono poi mobilitate le sorelle dell’architetto per adattare e sistemare questi abiti.
La sera si presentarono tutti e tre, elegantissimi, ma pure seccati di dover fare le comparse mondane e per di più, poi, proprio con gli "Alleati", che, oltre tutto, ancora una volta sfoggiarono la loro maleducazione (american life). Wilson e gli altri, semi sdraiati sulle poltrone, con le gambe poggiate in alto, bevevano, anzi tracannavano e parlavano "a ruota libera", i nostri tre, assieme ai principi, ascoltavano attentamente, rispondevano a monosillabi o provocavano chiarimenti e …memorizzavano.
Elena Rega aveva l’abitudine di sfogarsi tracciando in un suo diario, sui generis, pungenti ritratti delle persone conosciute, pur facendo bene attenzione a non scrivere nulla che dovesse rimanere segreto. Così tornò dai Pignatelli col suo "lavoro", che fece molto divertire i principi, ma poi, più concretamente, passarono tutti a mettere insieme e riordinare le informazioni raccolte nella serata precedente in modo da avere un quadro il più possibile completo della situazione politica e militare. Queste preziose notizie venivano poi trasmesse in codice a mezzo radio al Nord.
Fascismo clandestino Quando, più tardi, fu vigliaccamente assassinato a Firenze Giovanni Gentile, Elena ne fu particolarmente colpita, trovando nei camerati del vertice clandestino fascista lo stesso sdegno e la stessa volontà di reagire. Si ritrovarono tutti, in effervescente, solidale agitazione, a casa Pignatelli: i principi, Elena, de Pascale, Di Nardo e Guarino. Si progettava febbrilmente una reazione, ma non come avrebbero certamente pensato i nostri nemici: cioè spargendo sangue fraterno al Sud.
In diverse sedute prese corpo l’audace progetto di far commemorare Giovanni Gentile a Firenze dal filosofo Benedetto Croce, che, nobilmente memore dell’antica amicizia, aveva già acconsentito, tramite l’editore Casella, vicino di casa e frequentatore abituale dei Pignatelli, ma del tutto ignaro ed estraneo al movimento clandestino.
La difficoltà maggiore, ovviamente, era quella di trasferire Croce a Firenze e di riportarlo sano e salvo a Sorrento, dove abitava. Si fecero molte animate discussioni, si presero contatti con la RSI e con gli alle ati tedeschi, che misero a disposizione per la particolare operazione un sommergibile medio che avrebbe atteso l’illustre ospite avversario, ma gentiluomo nelle acque degli isolotti dei Galli, di fronte a Positano; i tedeschi avevano carte nautiche dettagliate di quella zona particolare, con tutte le quote degli scandagli del fondo marino. Era stato contattato anche il comando della X a MAS, che aveva messo a disposizione gli agenti speciali dislocati nei dintorni di Napoli, i quali avrebbero dovuto scortare con un rapido motoscafo il filosofo fino al trasbordo sul sommergibile.
Fu deciso che avrebbero scortato Croce anche Guarino e de Pascale, che avrebbero risposto di persona dell’incolumità del filosofo.
Furono tenute molte riunioni, in cui vennero studiati i più minuti dettagli.
Valerio Pignatelli, però, prese la precauzione di non tenere tutti al corrente di tutto, se non per i dettagli che li avrebbero interessati direttamente, o per cui era richiesta la loro particolare consulenza.
Anche nell’elaborazione di questo complesso piano, Pigna (così si faceva confidenzialmente chiamare il principe) non trascurò di consultare la principessa Maria ed Elena Rega, che, oltre ad essere particolarmente intelligente era ben allenata per la sua professione ad essere anche precisa e attenta a non trascurare ogni benché minimo particolare.
Ma per effettuare l’audace piano bisognava superare le titubanze di Mussolini, che temeva per l’incolumità dell’avversarioospite.
Per quanto fossero stati attentamente studiati i particolari esecutivi, pure non si poteva escludere una qualche imprevedibile circostanza avversa di guerra. Pertanto l’esecuzione doveva essere rimandata fino all’ottenimento dell’assenso del Duce.
Avendo programmato il famoso viaggio della principessa Maria in RSI, per incontrarsi col Duce, fu deciso che Maria Pignatelli avrebbe tentato di convincere Mussolini, durante il colloquio che era stato prestabilito.
Purtroppo, come sappiamo, al suo ritorno dal Nord, Maria Pignatelli fu arrestata, dopo breve latitanza, per cui fu ospitata anche in casa di Elena Rega, e seguì a breve l’arresto dello stesso principe e poi di Guarino e Di Nardo.
La prigionia Restò quindi de Pascale ad impartire le direttive del fascismo clandestino a Napoli ed in tutto il Sud. Il sospettoso e furbastro maggiore Pecorella, del CS, il controspionaggio badogliano, fece arrestare Elena Rega, ritenendola l’anello più debole della catena, ma aveva fatto male i suoi conti.
Per fiaccarne la resistenza la fece rinchiudere nel carcere di Poggioreale, ovviamente nel padiglione femminile, dove pure c’era una sezione politica. Tuttavia il nostro becero maggiore, sprezzando ogni regolamento riguardo ai detenuti politici, di prepotenza la fece espressamente rinchiudere in cella con prostitute, ladre, accattone e borsare nere, che dapprima tentarono, secondo quanto aveva previsto il plebeo maggiore, di offendere violentemente una persona così diversa dalla loro miseria morale. Ma avvenne un fatto straordinario: una di quelle disgraziate creature si erse a difesa della dottoressa, parandosi davanti alle compagne più aggressive, pronta ad artigliarle con le unghie protese in attacco. «Nooo!», urlò. E raccontò a tutte quelle megere ammansite come la "dottoressa" l’aveva accolta in casa sua e tenuta a pranzo con i suoi figlioletti, dopo che tutti loro, mamma e bambini, avevano potuto fare una doccia.
Da allora in poi tutte le portarono rispetto e perfino devozione, come sanno fare talvolta le persone colpite dalla disgrazia.
Ma nell’abietto cuore di Pecorella non potevano albergare ovviamente sentimenti simili.
Lo spietato maggiore si beava nel vedere la sua vittima sudare freddo sotto stringenti ed estenuanti interrogatori, sforzandosi di non rivelare in altro modo il suo tormento. L’accanito inquirente tentò tutte le sue consumate arti per convincere la sua "preda" a fare una sia pur piccola ammissione: tentò con la blandizie, che mal gli riusciva di fare, e tentò con le minacce che riuscivano naturalmente spontanee, più credibili ed efficaci. Aveva scoperto, l’aguzzino, che quella giovane donna, che teneva sotto i suoi metaforici artigli, non solo aveva una enorme stima di Tonino de Pascale, ma ne era proprio innamorata. Così tentò di terrorizzarla minacciando terribili ritorsioni sull’oggetto dei suoi sentimenti. Tuttavia, come sappiamo, Elena Rega, non solo aveva un carattere forte e coraggioso, ma era estremamente intelligente e non si lasciò giocare dal rozzo e vanesio maggiore, neanche quando questi le dichiarò, in tono suadente e quasi paterno, che da lei e soltanto da lei dipendeva la salvezza del suo amato. Naturalmente tali manovre laceravano l’animo di Elena, ma lei si sforzava di non darlo a vedere e probabilmente ci riusciva, perché vedeva benissimo, da quella attenta analizzatrice delle persone che era sempre stata, che il Pecorella si arrabbiava stizzosamente.
Il sadico torturatore aveva fatto arrestare già una volta de Pascale, rilasciandolo, poi, dopo una ramanzina, ma tenendolo d’occhio, sperando che si scoprisse con qualche mossa falsa.
Nel frattempo però il controspionaggio "alleato" ruppe gli indugi e procedette all’arresto di de Pascale con un tragicomico e scenografico copione da operetta, circondando tutto l’isolato dove abitava ed intimando con altoparlanti ai cittadini della zona di restare in casa. Arrivarono, nella cieca foga della loro arrogante irruenza poliziesca, ad arrestare qualche altro incauto, ma innocuo passante.
Gli abitanti del rione e la folla dei curiosi rapidamente radunatasi videro scendere l’architetto fortemente scortato e portato via su una jeep, che dovette aprirsi la strada tra due ali di folla.
La notizia fece il giro della città e per vie misteriose giunse al carcere di Poggioreale; fu riferita ad Elena con mille precauzioni per quell’intuito femminile che aveva fatto presagire qualcosa alle sue disgraziate, ma ormai solidali compagne.
Naturalmente Elena ne soffrì enormemente, pur non potendo conoscere i particolari spaventosi a cui fu sottoposto il suo Tonino, su cui Pecorella sfogava la sua impotenza di sbirro, facendolo addirittura biliosamente imprigionare in manicomio e pretendendo, contro ogni regola, che fosse rinchiuso nella stessa cella dove imperversava un pazzo furioso. Tonino de Pascale per difendersi era costretto a barricarsi addirittura sotto la branda. Ma c’è ancora di peggio; de Pascale aveva ancora una brutta ferita di guerra aperta sulla spalla, che secerneva pus e che aveva bisogno di continue medicazioni.
Una suora caritatevole lo soccorreva di tanto in tanto, approfittando dei momenti di stanca del pazzo furioso, portandogli garze sterili e disinfettanti.
Il badogliano maggiore Pecorella pensava di trovare de Pascale annichilito dopo un tale trattamento, ma dopo molte sedute di interrogatori dové convincersi che era tutto tempo sprecato.
Poi l’architetto de Pascale fu trasferito; doveva essere portato al carcere di Poggioreale, i carabinieri che dovevano scortarlo erano stranamente armati di mitra e portavano addirittura l’elmetto. Durante la traduzione improvvisamente il portellone del furgone si spalancò, producendo un assordante rumore, , il vecchio trabiccolo però, come se l’autista (che non poteva non aver sentito) fosse complice, continuò la corsa rallentando solo un poco. I carabinieri puntarono i mitra aspettando che l’architetto cogliesse l’occasione per sgattaiolare via, ma questi ebbe nervi saldi e non si mosse, guardando fissamente negli occhi i suoi malintenzionati custodi. Così fu bussato all’autista che questa volta sentì; il portellone fu chiuso dall’esterno e de Pascale fu portato ancora vivo a Poggioreale.
Elena Rega non conobbe i particolari della criminale persecuzione di Pecorella, se non molto più tardi; tuttavia la sua sensibilità femminile, il suo perspicace intuito, le facevano temere il peggio: temeva per Tonino, non temeva per sé. Era questo il maggior tormento della sua prigionia.
Intanto i segugi del CIC (Counter Intelligence Corp) e del FSS (Field Security Service), i servizi di controspionaggio americano ed inglese, avevano esaminato i diari di Elena Rega, dove Ella era solita schizzare sfoghi politici e saporose descrizioni denigratorie degli antifascisti più in vista, e vi avevano trovato anche il ritratto, ovviamente molto critico e pungente, del maggiore Pecorella; così, divertendosi un po’ malvagiamente, chiesero ad Elena di leggere il pezzo che riguardava Pecorella in presenza dello stesso. Ella non si fece pregare: coraggiosamente lesse all’allibito ed umiliato maggiore quanto aveva scritto già prima ancora di conoscere personalmente i suoi metodi, ma dovette sforzarsi, lucidamente, di non aggiungere considerazioni più attuali e ben più aggressive.
Francesco Fatica Elena aveva un carattere fortemente impulsivo, ma riusciva, con la sua intelligenza e forza morale, a dominarsi perfettamente quando lo richiedevano le circostanze.
Finalmente Pecorella si stancò di infierire contro una donna che sembrava invulnerabile, o forse, più probabilmente, furono gli "Alleati" che ritennero di porre fine ai vani sforzi di Pecorella.
A questo punto, per capire meglio lo svolgimento di vicende del fascismo clandestino, debbo riportare brevemente un aspetto dei retroscena di quel periodo storico.
Tra gli ufficiali dei servizi di controspionaggio "alleati" , in particolare nel CIC americano, c’erano alcuni anticomunisti, che combattevano, sì, la loro guerra senza esclusioni di colpi, ma si preoccupavano anche, intelligentemente, del dopo.
Le regioni dell’Italia occupata erano minacciate da un partito comuni sta, agli ordini di Mosca, sempre più virulento; al Nord, loro stessi erano costretti a servirsi dei partigiani comunisti, ma si rendevano conto che questi avrebbero minacciato ancora peggio l’indipendenza della nazione italiana, in quanto erano al servizio di Mosca. Degli uomini che si erano schierati con Badoglio e con il re non avevano alcuna stima: avevano tradito una volta, avrebbero "badogliato" ancora.
Dunque era necessario preservare per le prevedibili future lotte anticomuniste, quegli italiani che avevano dimostrato di avere una forza morale integerrima. E che si sperava, come poi avvenne, di poter schierare, a difesa anche (e purtroppo soprattutto) dei loro (americani) interessi, nella lotta anticomunista.
Capitava così che (paradossalmente, ma fino ad un certo punto) alcuni "Alleati" usassero preservare i fascisti più coraggiosi: quelli che si erano esposti nel dissenso e nella lotta clandestina, e perché no, appena fosse fattibile, tentassero preservare anche quegli agenti speciali della RSI che era possibile sottrarre ai plotoni di esecuzione. Un solo esempio: Carla Costa.
Per liberarli dalle feroci rappresaglie dei loro biliosi avversari connazionali: li tenevano in campo di concentramento per la durata della guerra. Ad altri toccò di restare in carcere, ma per quegli americani c’era lo stesso impegno: non dovevano essere abbandonati alla libidine di sterminio degli antifascisti.
Gli "Alleati" si illudevano anche di rieducare alla democrazia i fascisti reclusi in questi campi, ma usavano metodi controproducenti, anche perché i campi di concentramento e le carceri erano gestiti da personale rozzo e prepotente, non proprio scelto al meglio.
Dunque Elena Rega non fu fucilata, non fu neanche condannata a morte; non fu giudicata da un tribunale militare italiano, a cui pure era stata deferita e da cui fu incriminata per reati punibili con la pena di morte, assieme ai Pignatelli, a de Pascale e ad altri uomini di punta del fascismo clandestino e della X a MAS e allo stesso Junio Valerio Borghese.
Il processo fu bloccato; il relativo incartamento è tuttora "coperto dal segreto di Stato".
Per sottrarre Elena dalle grinfie dei vari "Pecorella" al soldo dell’invasore, fu inviata "in campo di concentramento per la durata della guerra".
 
 
Dapprima fu ristretta nel settore femminile del Campo di concentramento di Padula, il famigerato "371 PW Camp di Padula " gestito dagli inglesi nella allora fatiscente Certosa, dove trovò la compagnia della camerata Maria Pignatelli, anch’essa giudicata meritevole di essere "preservata in campo di concentra mento per la durata della guerra".
I sacrifici e le privazioni di ordine materiale oltre che morale che Elena fu costretta a sopportare nel campo di "Padula" furono gravi: basti pensare che gli inglesi, che gestivano il campo, nei primi tempi non si vergognarono di dare da mangiare ai prigionieri ghiande e niente altro. Tanta proterva perfidia era già stata corretta quando arrivò Elena, ma la fame era sempre tanta, perché gli inglesi non erano affatto rispettosi di tabelle dietologiche né della convenzione di Ginevra. Bisognava poi sopportare le angherie delle guardie del campo, indiani, che erano sempre pronti ad infierire sui prigionieri, forse per una malcelata forma di razzismo alla rovescia, ovviamente con il beneplacito degli inglesi.
Ma per sua fortuna Elena aveva la compagnia ed il cameratismo della principessa Pignatelli e di altre camerate italiane e tedesche. E, di tanto in tanto, Le veniva concesso di partecipare, insieme alla principessa a qualche raro colloquio con il principe Pignatelli, con Di Nardo o con Picenna, reclusi nel settore maschile del campo. Tuttavia non si deve pensare che nel campo ci fossero soltanto fascisti; a Padula erano state recluse anche persone che non avevano commesso "crimini fascisti"; erano persone che, per loro sfortuna, si erano trovate a dar fastidio, o non avevano voluto inchinarsi ad un qualche altezzoso, rapace e tracotante ufficiale "alleato".
Il 25 maggio 1945 il campo di "Padula" fu chiuso; molti civili, giudicati innocui e ravveduti dagli ufficiali del campo, furono rimessi in libertà; ormai la guerra era finita.
Tanti altri invece furono trasferiti nel "R civilian internee camp di Collescipoli" (Terni), dove "R" sta per "Recalcitrants". Il campo era tenuto dagli inglesi. .Ritenevano, gli "Alleati", che i recalcitrants dovessero essere ulteriormente rieducati, o che fossero addirittura incorreggibili.
In questo campo fu selezionata quindi l’aristocrazia spirituale del Fascismo.
Elena Rega e Maria Pignatelli furono, giustamente, trasferite a Collescipoli, onoratissime del titolo di "recalcitrants".
Ma la perfidia inglese giunse ad immaginare un sistema per dividere italiane da tedesche: furono scelte alcune tra le più altezzose, rozze e presuntuose prigioniere tedesche perché imponessero alle italiane i lavori più avvilenti. Queste umiliazioni ferirono profondamente tanto Elena Rega che la principessa Pignatelli. Ma il loro morale non ne riuscì fiaccato, anzi dobbiamo pensare che le due gentildonne, più che mai legate dal cameratismo consolidato in anni di comuni sofferenze fisiche e morali, avessero elevato il loro morale e la grinta al massimo, se dobbiamo credere a quanto scrive uno storico comunista: «La principessa Maria Pignatelli organizza cerimonie celebrative del fascismo e perfino sfilate».1 Ma le angherie degli inglesi non per questo erano meno dispotiche: si pensi che un soldato inglese arrivò a freddare cinicamente sul fatto la giovane camerata Nicoletta de Terlizzi, sotto gli occhi delle sue esterrefatte compagne di reclusione, perché si era sdegnosamente rifiutata di andare a ballare con lui.2 *** Elena Rega tornò alla vita civile dopo l’amnistia del giugno 1946.
La vita civile! Era stata licenziata per…. "abbandono di posto" ! No, non era una barzelletta; soltanto i "superiori" non avevano saputo trovare nella sua carriera burocratica una qualsiasi piccola ombra a cui appigliarsi per licenziarla, per liberarsi di una così ingombrante vestale del dovere, della legalità e della dirittura morale; e per giunta fascista.
Gli avvocati Nando Di Nardo e Francesco Saverio Siniscalchi (da poco quest’ultimo tornato dalla RSI, Di Nardo aveva anche lui recuperato la libertà in seguito all’amnistia) la difesero nella causa che fu intentata ed ottennero la riassunzione della camerata.
Ma non era finita; la fedele seguace dell’Idea cadde sotto la scure dell’epurazione.
Anche Tonino de Pascale aveva ripreso la vita civile e, com’era nell’ordine delle cose, si sposarono.
Elena poté dispiegare le sue doti affettive e pratiche nella creazione di una nuova famiglia, una nuova cellula della Società. E nell’allevamento e nell’educazione di due splendide figlie, ma anche di moltissimi affezionatissimi cani e gatti.
Un romanziere fantasioso e attento agli effetti emozionali sui lettori, chiuderebbe qui la storia a lieto fine di Elena.
Ma questa è una storia vera; Elena Rega de Pascale l’ha scritta con la Sua vita intensamente e rigorosamente vissuta. La famiglia, fulcro dei suoi interessi vitali, non l’ha distratta dai suoi doveri sociali, anzi, anche nel nome della famiglia, per l’avvenire della Sua famiglia e per l’avvenire di tutte le altre famiglie, Elena Rega de Pascale ha continuato la sua battaglia rigorosa e attenta per il Fascismo, marciando idealmente a fianco al marito, nel Fronte dell’Italiano, nei primi fervidi anni del MSI e nel MIF di nuovo con la principessa Maria Pignatelli .
E continuò a partecipare alle cerimonie celebrative del fascismo con lo stesso fervente animo e con la stessa incorruttibile fede della giovane Elena Rega, quella irriducibile "recalcitrant", reclusa nell’"R internee civilian camp di Collescipoli".
 
 
NOTE
1 Pier Giuseppe Murgia, Il vento del Nord, SugarCo Edizioni, Milano, 1975, p. 123.
2 Lettera che la principessa scrisse a David Rousset (fine 1949). Archivio di Stato di Cosenza, b. 32, f. 43, Sf. 5.
NUOVO FRONTE N. 228 Maggio 2003 e N. 229 Giugno 2003.

MARIA PIGNATELLI E IL FASCISMO CLANDESTINO AL SUD
Francesco Fatica
 
 

Maria era la figlia prediletta dell’Ammiraglio conte Giovanni Emanuele Elia, nacque a Firenze nel 1894, crebbe nella piena adesione alla massima "Vivere pericolosamente’’, poi adottata anche dai fascisti, praticò sport audaci e amò rischiare in lunghe e temerarie navigazioni a vela.
Sposò, molto giovane, il marchese De Seta, ma dopo due anni si separarono.
Maria e Valerio Pignatelli si incontrarono una prima volta, ma presero vie diverse. Molto più tardi, nel 1942, quando di sposarono, pur essendo già maturi, unirono due caratteri avventurosi ed impetuosi, entrambi prorompenti nel più appassionato amor di patria, spinto fino ad osare l’estremo sacrificio. Va aggiunto, comunque, che non era impossibile trovare tali valori in uomini, donne, giovani ed anche giovanissimi cresciuti nel clima fascista.
Due caratteri molto simili dunque, con interessi e forti sentimenti comuni, si incontrarono e tavolta si scontrarono, giungendo però ad ottenere, in un comune afflato, la conquista delle mete agognate, essendo fervidi esponenti di una certa nobiltà che ancora conservava gelosamente il culto del coraggio, dell’onore e della dedizione quasi fanatica alla Patria.
A Napoli, a partire dal dicembre del ’43, i Pignatelli riuscirono a intraprendere rapporti "amichevoli e cordiali’’ con il mondo dell’antifascismo e con le massime autorità del governo badogliano nonché degli eserciti di occupazione, al solo scopo di ricavarne informazioni preziose di carattere politico e militare.
I Pignatelli, come ho scritto in un precedente articolo, ebbero stretti rapporti con i fascisti clandestini di Napoli e dintorni, di cui diressero l’attività, collegandola a quella delle altre province occupate dall’invasore.
Intanto aveva preso contatto con Pignatelli anche il Tenente di Vascello Paolo Poletti, agente speciale della RSI, nome in codice Paolo Masi, che era riuscito ad infiltrarsi nell’OSS (Office of Strategic Service, il servizio segreto americano, che nel dopoguerra diventò la CIA).
Giovanni Artieri, nella sua Cronaca della Repubblica Italiana racconta come il principe e la principessa si sistemarono strategicamente in una villetta sulla centrale collina di Monte di Dio, nella piazzetta del Calascione, villetta che fu frequentata da intellettuali antifascisti e dal più qualificato mondo militare inglese e americano presente a Napoli, dalle massime autorità del governo del "Re’’, dal generale Wilson - con cui Pignatelli si era stretto d’amicizia in circostanze tragiche in Russia, durante la rivoluzione – dai capi dei servizi segreti militari (l’Intelligence Service, inglese – l’OSS, americano – il SIM, italiano), dai capi dell’amministrazione di occupazione (AMGOT, Allied Military Government of Occupied Territory), dal prefetto badogliano, dai generali "alleati’’ di passaggio per la città.
A tutti questi nemici i principi Pignatelli, soffocando ogni repulsione, offrivano ricevimenti e lauti pranzi, in una cornice aristocratica abbagliante e… "con roba calabrese’’ allora irreperibile a Napoli, ottenendone preziose informazioni militari e politiche1.
Scrisse Giovanni Artieri del principe e della principessa2: "Lavoravano, insomma nel rosso dell’uovo. Apparivano insospettabili agli occhi inglesi e americani; Valerio per le innumerevoli relazioni collegate con la sua vita negli Stati Uniti, per la sua amicizia con Alexander Kirk e innumerevoli diplomatici americani e inglesi; lei, per uguali relazioni, specialmente nell’establishment britannico e fin quasi ai gradini del trono; perfetti inoltre nelle lingue che parlavano con l’accento di Oxford, passaporto di efficacia insuperabile presso il mondo anglossassone. Così tra l’ottobre 19433 e l’aprile 1944, nel cuore stesso di Napoli e del mondo antifascista e anglo-americano, visse e operò una cellula binaria singolarissima, che animò gran parte della ‘resistenza’ nell’Italia meridionale’’.
Pignatelli e sua moglie raccoglievano larga messe di notizie preziose per la RSI, ma anche, ovviamente, per l’attività clandestina.
Intanto al principe fu trasmesso, per radio, l’ordine di recarsi nella RSI, lasciandosi però la possibilità di tornare al Sud. Pignatelli riuscì ad ottenere un lasciapassare, ma soltanto per sua moglie, attraverso i buoni uffici del T.V. Paolo Poletti (infiltrato, come si ricorderà, nell’OSS americano). Infatti la principessa, in quanto donna, avrebbe suscitato minori sospetti.
Maria Pignatelli, accompagnata dal dott. Avallo, genero del questore fascista Stracca, fece un primo tentativo di passaggio delle linee il 2 aprile, nella zona dell’8a Armata, tra Vasto e Lanciano (zona conosciuta abbastanza dettagliatamente da Nando Di Nardo, del direttivo clandestino fascista). Ma furono fermati dal FSS (Field Security Service, il controspionaggio inglese) e per quattro giorni di sospettosi controlli trattenuti in zona. Finalmente furono rilasciati per intervento del T.V. Poletti dell’OSS.
Tornata a Napoli, Maria ritentò il passaggio il 9 seguente, giorno di Pasqua, accompagnata da Paolo Poletti, ma anche, purtroppo, dal Ten. Nuvolari del SIM, (Servizio Informazioni Militari, badogliano) che però prendeva ordini direttamente dagli inglesi. Nuvolari, ovviamente nascondendo i suoi intenti, si era infiltrato nell’organizzazione di Pignatelli, avendone guadagnata la fiducia con fervorose e cordiali dichiarazioni di fede fascista e di strenua volontà di riscattare l’onore nazionale.
Questa volta il passaggio delle linee fu tentato nella zona di Cassino, dove operava la Va armata americana.
Poletti e Nuvolari accompagnarono la principessa fino al punto in cui Ella si avviò a passare le linee inoltrandosi poi, arditamente, nei campi minati della terra di nessuno.
A Roma Maria Pignatelli si recò dagli intimi amici Marincola di S. Floro, che la ospitarono, ma che soltanto più tardi scoprì impegnati nel doppio gioco; si incontrò quindi con Barracu, venuto apposta da Milano e fu portata prima da Kesserling e subito dopo in aereo da Mussolini, che voleva essere minutamente informato sull’attività clandestina fascista e voleva soprattutto essere sicuro che nessuna provocazione fosse attuata, facendo così evitare sanguinose rappresaglie in grado di accendere la miccia della guerra civile anche al Sud.
Fu stabilito un cifrario sulla base, in chiave nove, della poesiola satirica "La vispa Teresa’’, allora molto nota, ed un codice da adoperare nella trasmissione per i prigionieri di guerra (Pignatelli era "Il Cappellano’’, Barracu era "Ciccio’’, Mussolini "l’autocarro’’ e via di seguito). Prima di ripassare le linee per ritornare a Napoli la principessa lanciò per radio, nelle trasmissioni dalla radio nazionale, questo messaggio convenzionale al marito: "Bertuccia Maria, Vittoria Bertucci, Alba Mercoles’’4.
Maria Pignatelli tornava a Napoli accompagnata dall’affascinante attrice cinematografica russa Vittoria Odinzova, che era stata fidanzata del figlio e con la quale era rimasta in amicizia. Sulla misteriosa comparsa di questa avvenente donna sono state fatte mille illazioni; scartando le giustificazioni piuttosto banali portate poi al processo del principe, viene spontaneo collegare una bella e avventurosa attrice a vicende di spionaggio. Si disse che Poletti avrebbe chiesto di avere l’affascinante attrice a Napoli, e fu spiegato perché ne era l’amante, ma noi sappiamo che Poletti era un agente speciale della RSI. La Odinzova avrebbe potuto molto bene giocare il ruolo della "Mata Hari’’, allargando così la rete di informatori già esistente.
Ma l’Intelligence Service, che aveva infiltrato il suo agente Nuvolari, essendo al corrente della vera identità della principessa – che aveva inutilmente usato la precauzione di attraversare le linee sotto il cognome da ragazza (Maria Elia) – non appena questa ritornò al Sud, pretese dagli americani l’arresto dei principi, nonostante le disperate manovre del Tenente di Vascello Poletti, il quale per salvare i principi, finì per scoprire il proprio gioco.
Fu anch’egli arrestato e torturato ferocemente, fino a farlo impazzire in una villetta isolata alle falde del Vesuvio, nei pressi di Torre del Greco, dove gli "alleati’’ tenevano i loro "interrogatori’’.
Poletti non parlò. Ormai ridotto ad un povero essere urlante fu tradotto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (CE) ed ivi rinchiuso nella cella n. 8, la cella imbottita riservata ai pazzi furiosi. E siccome si dibatteva urlando ingiurie e strappandosi i vestiti di dosso, fu denudato del tutto e ammanettato. Ma lui continuò a sgolarsi rabbiosamente, lanciando ingiurie sempre più sanguinose agli angloamericani.
Il 19 maggio del ’44, il sergente americano di guardia, indispettito, con la prepotente arroganza degli invasori – un piccolo sergente, ma tracotante di proterva iattanza, un sergente precursore del grosso sergente Bush di oggi – lasciò aperta a bella posta la porta della cella e, non appena Poletti continuando ad urlare, nudo ed ammanettato, uscì nel corridoio, gli scaricò addosso la pistola di ordinanza.
Il principe e la principessa, probabilmente a causa delle loro amicizie importanti e forse anche per soffocare lo smacco delle compromissioni delle alte personalità che erano state loro ospiti, furono "interrogati’’ con metodi meno feroci, ma psicologicamente spossanti. La principessa, considerata più debole, fu messa al muro due volte, inscenando finte fucilazioni. Nei primi tempi furono detenuti nella villa De Falco sulle pendici del Vesuvio, nei pressi di Torre del Greco: forse la stessa villa dove era stato torturato il martire Poletti e, prima e dopo di lui, altri Agenti Speciali della RSI.
Intanto anche Di Nardo fu compromesso per una lettera inviata a Roma al barone Marincola di San Floro a mezzo del Tenente Sorrentino.
Avvenne la delazione del barone o di sua moglie, americana, che decise probabilmente di "servire gli interessi del suo Paese in guerra’’, come scrive ancora l’Artieri. Ne seguì l’arresto di Di Nardo, che era subentrato a capo dell’organizzazione clandestina fascista e, naturalmente, del Tenente Sorrentino. È da pensare che era stata segnalata in precedenza anche la principessa Pignatelli.
Risultati vani gli interrogatori fatti dagli "alleati’’, i Pignatelli furono passati al CS (che aveva sede a Napoli in Via Fiorelli n. 12) capeggiato dal maggiore Pecorella, dei CC.RR (Carabinieri Reali), che, tra le altre angherie, in stato d’ira – ma era finta e premeditata quest’ira – arrivò a colpire l’anziana principessa con il calcio della pistola sulla fronte, provocandole una ferita lacero-contusa che sanguinò abbondantemente. Era appunto questa una manovra meditatamente intimidatoria a doppio effetto, come vedremo meglio.
Per inviare i messaggi dal CS di Via Fiorelli, Pignatelli finì per servirsi degli stessi militari incaricati di sorvegliarlo, evidentemente ben disposti a lasciarsi convertire, ed ansiosi di riscattarsi dal servaggio agli "alleati’’. Quattro di essi furono scoperti e imprigionati, ma tennero sempre un contegno virile e dignitoso, alla pari degli altri detenuti politici.
Arrestato anche Di Nardo, al vertice dell’organizzazione restò de Pascale.
A dargli man forte nel ricollegare gli elementi dell’organizzazione clandestina scompaginati dai sopravvenuti arresti, attraversò le linee il Guardiamarina Bartolo Gallitto degli NP della Xa. Gallitto, agente speciale, richiese l’invio di un bravo radiotelegrafista, che fu paracadutato prontamente, ma si rivelò purtroppo un agente doppio che tradì; così furono arrestati gli agenti speciali operanti a Napoli e, con essi, anche de Pascale ed Elena Rega di cui ho parlato in un precedente articolo.
Dopo l’occupazione di Roma, il principe fu tradotto a Regina Coeli. Qui, a metà luglio, ricevette in modo del tutto insolito – dati i regolamenti carcerari – la visita di suo cognato, il principe Antonio Pignatelli di Terranova, che fu guidato direttamente nella sua cella, accompagnato dal procuratore generale del Tribunale americano di Roma, presentatogli come un caro amico. Il cognato si offrì di tirarlo fuori dal carcere con l’aiuto dell’amico americano, ma Pignatelli rifiutò recisamente, a meno che non fossero contemporaneamente liberati la principessa e gli altri imputati.
Dopo aver trascorso un paio di mesi a Regina Coeli, Pignatelli fu trasferito nel campo di concentramento di Padula, ricavato nella celebre Certosa, dove incontrò altri duemila camerati colà ristretti, polarizzando ogni attività politica e morale degli internati.
Il 19 marzo 1945 fu trasferito nel carcere di S. Giovanni a Catanzaro per essere processato da quel Tribunale Militare. Condannato a soli 12 anni di carcere per la buona disposizione dei giudici del Tribunale Militare – ma anche e soprattutto per la condiscendenza lungimirante di alcuni di quegli "alleati’’ che già da allora pensavano a preservare i fascisti in funzione anticomunista – fu scarcerato il 1° luglio 1946, usufruendo dell’amnistia Togliatti, che era stata concessa, invece, come tutti sappiamo, per salvare i criminali comunisti.
Maria Pignatelli, al contrario, non fu mai processata: fu tenuta in vari campi di concentramento, sottraendola, così, alla pervicace e persecutoria "giustizia democratica’’ del Regno di Vittorio Emanuele prima, e di Umberto poi. E quegli "alleati’’ anticomunisti che vollero preservarla, ebbero buon fiuto, perché, come vedremo, seppe essere un’efficace e strenua combattente anticomunista, ma fu anche antidemocratica, perché seppe sempre conservare i principî basilari dell’idea fascista, come purtroppo non è avvenuto per tanti presuntuosi "ducetti’’.
Maria Pignatelli aveva avuto modo di mostrare le sue altissime qualità quando svolse la sua missione in RSI, missione che iniziò affrontando tranquillamente le insidie dei campi minati durante l’attraversamento delle linee nella zona di Cassino e che portò a termine con perizia di diplomatico, facendosi apprezzare e stimare da italiani e da tedeschi. Fu ricevuta anche da Kesserling nel suo quartiere generale sul monte Soratte; durante una colazione con Barracu e Kesserling, questi ebbe a scrivere su di un cartoncino, che era sul tavolo: "Se l’Italia ha molte donne intrepide come lei è una nazione che non può morire’’.
Ed effettivamente Maria Pignatelli fu una donna intrepida anche quando fu "interrogata’’ dagli "alleati’’, che usarono mezzi di tortura morali, di estrema violenza psicologica ed intimidazioni scientificamente studiate, arrivando a metterla al muro per ben due volte per finte fucilazioni.
Passata poi al C.S. (controspionaggio badogliano), fu minacciata con la pistola in pugno dal Capitano dei CC.RR. del C.S. De Fortis, che la schiaffeggiò "come una qualsiasi ladruncola’’. Sempre nei locali del C.S., essendo stata percossa, come accennato, col calcio della pistola dal Maggiore Pecorella, fu vista con la fronte sanguinante dall’architetto de Pascale colà detenuto, che la incontrò – restandone desolatamente sgomento per lei – mentre usciva insanguinata dall’ufficio del Maggiore, intanto che l’architetto vi veniva introdotto. Non è da ritenere che l’incontro fosse stato un caso fortuito; appare chiaro invece che la coincidenza fu voluta per ottenere un doppio effetto depressivo, effetto devastante poi per de Pascale, il quale vedeva una camerata che venerava, ridotta a grondare copiosamente sangue dalla fronte restandone tutta imbrattata, sul viso, sul collo, sulla veste. Il feroce aguzzino sapeva bene che la fronte è una zona molto irrorata dal sangue e che quindi una ferita in quella zona produce un effetto clamoroso.
Anche la principessa fu portata a Roma e rinchiusa alle Mantellate (il carcere femminile), a disposizione degli inquirenti "alleati’’ e poi nel campo di concentramento di Padula, dove si ritrovò con la camerata Elena Rega, di cui ho avuto occasione di parlare su questa rivista.
È da ricordare che, secondo quanto testimoniò Antonio Bonino, vice-segretario del P.F.R., Mussolini, richiedendo la consegna del principe Valerio Pignatelli e Signora, offrì in cambio qualsiasi persona, non escluso lo stesso Ferruccio Parri.
Alla chiusura del famigerato campo di Padula, Maria fu trasferita in quello di Collescipoli (Terni) tenuto dagli inglesi e da qui in quello di Miramare (Rimini), anch’esso inglese, da dove riuscì ad evadere audacemente, conducendo poi vita clandestina, sotto i falsi nomi di Teresa Marchi e Teresa Manfredi, fino al 9 dicembre 1947 e cioè fino all’entrata in vigore del trattato di pace.
In tutte le carceri ed i campi dove fu rinchiusa, la principessa divenne guida morale e politica delle altre internate. Anche lo storico comunista Pier Giuseppe Murgia ha ammesso che la principessa svolgeva a Collescipoli intensa attività politica tra le recluse ed "organizzava perfino sfilate’’.
Tornata alla vita civile, si interessò sempre di aiutare i camerati perseguitati dalla sventura, impersonata dagli antifascisti più spietati.
Maria Pignatelli è quindi degna di essere iscritta nell’albo d’oro delle donne fasciste che tutto diedero alla Patria, quali furono le Ausiliarie, quali le giovanissime e meno giovani franche tiratrici di Firenze e di altre città.
Va aggiunto che, dopo la guerra, mentre ancora si nascondeva sotto nomi di copertura, fondò il MIF (Movimento Italiano Femminile, Fede e Famiglia) che si proponeva di mantenere alta la fiamma della fede fascista attraverso le sue pubblicazioni e la sua attività. Svolse anche una valida ed intensa attività assistenziale verso i fascisti perseguitati dall’antifascismo militante e dalle istituzioni "democratiche’’. Mi propongo di scriverne in un prossimo articolo.
Il MIF organizzò le donne in tutta Italia, naturalmente cercò di rintracciare e di ingaggiare tutte le Ausiliarie che riuscì a contattare. Ma non reclutò soltanto donne; molti uomini vi parteciparono attivamente, tra questi, naturalmente spiccava Valerio Pignatelli.
Maria raccontava che il MIF le era stato ispirato dallo stesso Mussolini, quando l’aveva ricevuta a Gargnano il 16 aprile 1944, durante la sua missione in RSI. Il 18 aprile fu fondato il SAF.
Ha scritto Roberto Guarasci: "La coincidenza del periodo, la sostanziale identità di intendimenti e di compiti, la esclusiva composizione femminile, fanno pensare che nelle intenzioni di Benito Mussolini i due movimenti dovevano essere quasi due facce della stessa medaglia, destinato l’uno alle terre occupate e l’altro ai territori della RSI5’’, rilevando ed evidenziando la singolare coincidenza che due soli giorni dopo si concretizzò nella nascita del SAF nella Repubblica Sociale Italiana.
Il MIF ebbe momenti di grande fervore e fu in relazione con molte organizzazioni politiche, anche all’estero, in Europa ed in America, come vedremo in seguito dettagliatamente.
La principessa fu la segreteria generale del MIF, e donna Rachele Mussolini ne fu la presidentessa.
Nel dopoguerra il principe e la principessa scrissero molti appunti per redigere un libro di memorie sull’attività clandestina. Ma il 6.2.1965 Valerio Pignatelli morì a Cerchiara (CZ) senza aver portato a termine la sua fatica.
Le sue carte furono consegnate, anni dopo, dalla principessa al giornalista Marcello Zanfagna, deputato del MSI-Dn, il quale, preso da mille impegni contingenti, non seppe trovare il tempo per portare a termine il libro che si era proposto di pubblicare.
Peggio ancora, i documenti di Pignatelli, insieme a tutte le carte di altro genere, andarono ineluttabilmente perduti in una disgraziata vicenda di alienazione di immobile, alla morte prematura di Marcello Zanfagna.
Ci restano oggi il rapporto che Pignatelli inviò il 7.6.1948 alla Corte Centrale di Disciplina del MSI, la memoria di Nando Di Nardo, le ripetute testimonianze dirette dello stesso Di Nardo e dell’arch. Antonio de Pascale, i quali ressero, dopo Pignatelli, il comando generale della lotta clandestina fascista nell’Italia meridionale, e l’intervento di Bartolo Gallitto al Convegno di Studi Storici organizzato dall’ISSES a Napoli nel novembre 1998.
Prima di morire, in un incidente stradale in Calabria, nei pressi di Nicastro (oggi Lamezia Terme) la sera del 10 marzo 1968, Maria Pignatelli aveva incaricato l’avv. Verrina di depositare l’archivio del MIF presso l’Archivio di Stato di Cosenza dove è possibile consultarlo ancora oggi. Attesta Guarasci che Maria Pignatelli "aveva scritto un lungo memoriale sul passaggio delle linee e sul colloquio avuto con il Duce, intitolato Ok, Storia della resistenza al Sud, memoriale che aveva intenzione di pubblicare e che sembra fosse inizialmente contenuto nel fondo da noi consultato e riordinato’’.
Purtroppo se ne è perduta ogni traccia; si può, a ragion veduta, ipotizzare che fosse contenuto tra le carte consegnate a Zanfagna.
 
 
NUOVO FRONTE N. 230 Settembre 2003. (

***