lunedì 8 agosto 2016

LA REGIA MARINA IN MAR NERO


La Regia Marina in Mar Nero
 
di Daniele Lembo
 
Nella notte tra il 21 ed il 22 giugno 1941, avrebbe avuto inizio l’Operazione Barbarossa: l’attacco tedesco alla Russia.
Hitler avrebbe dato notizia a Mussolini della “Berbarossa” alle tre di notte dello stesso 21 giugno, con una sua nota diplomatica consegnata dal principe Bismarck al conte Ciano. É risaputo che il Duce del Fascismo non si dimostrò molto entusiasta di quella comunicazione arrivata in notturna, anche in considerazione del fatto che il cancelliere tedesco aveva rappresentato un garbato rifiuto all’offerta italiana di partecipare all’impresa contro Stalin.
Comunque, il giorno successivo al comunicato di Hitler, anche l’Italia entrava in guerra contro la Russia. L’annuncio ufficiale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, emesso in giornata, avrebbe citato: “Agli effetti dell’applicazione delle leggi vigenti, l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche è da considerarsi Stato nemico a decorrere dalle ore 5,30 del giorno 22 giugno 1941”.
Le insistenze di Mussolini di partecipare alla lotta contro l’orso russo furono tante e tali che, il 30 di giugno seguente, Hitler riferì al Duce che accettava l’invio di un Corpo italiano e di velivoli da caccia nel settore orientale.
Al fronte russo fu destinato il XXXVCorpo d’Armata autotrasportabile che il 9 luglio assunse la denominazione di C.S.I.R. - Corpo di Spedizione Italiano in Russia – agli ordini del Gen. Francesco Zingales (poi sostituito dal generale Giovanni messe). Il C.S.I.R. si articolava sulle Divisioni Pasubio, Torino, Celere Principe Amedeo Duca d’Aosta, la 63° Legione Camicie Nere Tagliamento e il 30° Raggruppamento Artiglieria di Corpo d’Armata. Un totale di 2.900 ufficiali, 58.000 tra sottufficiali e truppa, ai quali si sommavano le 2.000 camicie nere della Tagliamento.
Oltre alle truppe di terra il C.S.I.R. era dotato di una propria componente aerea, composta da velivoli da caccia e da osservazione, del 22° Gruppo da caccia terrestre e del 61° Gruppo da Osservazione Aerea, per un totale di 83 tra caccia Macchi Castoldi Me200 e bimotori Caproni CA 311. A questi si andavano ad aggiungere alcune squadriglie da trasporto su plirimotori CA 133, Siai S.M. 81, Siai S75 e SIAI S73.
Nel 1942 il Corpo di Spedizione Italiano in Russia era destinato ad essere notevolmente aumentato negli organici, venendo trasformato in Armata. L’aumento degli organici avrebbe visto, quindi, la nascita dell’A.R.M.I.R. – Armata Italiana in Russia -, strutturata su tre Corpi d’Armata (XXXV Corpo D’Armata, II Corpo D’Armata e Corpo D’Armata Alpino).
Come sarebbero andate a finire le vicende militari italiane su quel fronte è ampliamente noto anche a chi nulla si intende di storia militare. Ciò che è poco conosciuto è che, nello stesso 1942, oltre alla trasformazione del C.S.I.R. in A.R.M.I.R. sullo scacchiere orientale arrivarono anche alcune piccole ma agguerrite unità navali della regia Marina. E’ da rilevare che, mentre le truppe di terra erano state inizialmente rifiutate da Hitler, le unità navali furono, invece, espressamente richieste e sollecitate dai tedeschi.

LA REGIA MARINA IN MAR NERO
 
Nella primavera del 1942 la Crimea era ormai completamente nelle mani germaniche. Continuava a resistere la sola fortezza di Sebastopoli che, affacciandosi sul mar nero, proprio dal mare poteva essere approvvigionata.
Il rifornimento per i russi era gioco facile poiché, sulle acque del Mar nero, la flotta sovietica schierava una corazzata, due moderni incrociatori da 8.000 tonnellate, due incrociatori più vetusti da 5.000 tonnellate, il moderno e veloce caccia Tashkent, peraltro costruito dalla Oro di Livorno, ventinove sommergibili, alcune vedette e Mas.
I tedeschi, dovendo contrastare i rifornimenti alla roccaforte russa, si ritrovarono nell’impossibilità di far entrare proprie unità nel Mar nero dallo stretto dei dardanelli, attraverso il quale il transito era precluso alle unità militari per motivi politici. Fu così che i germanici decisero di far arrivare in quel mare chiuso, attraverso il Danubio, alcune loro piccole siluranti. Contestualmente, chiesero agli italiani l’intervento di Unità navali simili per bloccare Sebastopoli dal mare. Fu nel marzo del ’42 che l’ammiraglio Raeder – una prima richiesta era già stata avanzata in gennaio – chiese alla Regia Marina di intervenire in quello scacchiere con unità di piccolo tonnellaggio, veloci e potentemente armate, da affiancare alle motosiluranti tedesche già presenti.
La richiesta dovette essere accolta con intima soddisfazione dall’ammiraglio Riccardi: questa volta i tedeschi, non potendo farne a meno, si abbassavano a chiedere l’aiuto italiano.
La Regia Marina avrebbe risposto all’appello degli alleati spedendo in quel settore una Squadriglia di Mas, una Squadriglia composta da sei sommergibili tascabili tipo CB e un reparto della Decima Flottiglia MAS, quest’ultimo armato con cinque motoscafi siluranti M.T.S.M. e cinque barchini esplosivi M.T.M..
Il 22 aprile del ’32, quattro Mas da 24 tonnellate della XIX Squadriglia, furono caricati su enormi autocarri e partirono da Venezia alla volta di Vienna. Il viaggio via terra, in considerazione dell’ingombro del trasporto, rivelò enormi difficoltà e, agli autisti dei camion, furono richiesti dei veri e propri virtuosismi. Attraversando piccoli centri abitati, per consentire il transito ai grossi motoscafi siluranti, si dovettero perfino demolire dei muri. Finalmente, giunti alle rive del Danubio i grossi motoscafi siluranti furono messi in acqua e rimorchiati fino a Galatz da dove avrebbero autonomamente proseguito fino alla base di Costanza. Da Costanza, infine, si sarebbero trasferiti alla base operativa di Yalta.
Il 25 aprile seguente, via ferrovia, sarebbero partiti da La Spezia i 6 sommergibili della 1° Squadriglia C.B., raggiungendo Costanza il successivo 2 di maggio. I sei C.B. – al comando del ten. Vasc. Lesen d’Aston (C.B.1), del s. ten. Vasc. Russo (C.B.2), del ten. Vasc. Sorrentino (C.B.3), del ten. Vasc. Suriano (C.B.4), del s. ten. Vasc. Farolfi (C.B.5) e del s. ten. Vasc. Gallinaro (C.B.6) – erano modeste unità tascabili che dislocavano 36 tonnellate, avevano un equipaggiamento composto da soli quattro uomini ed erano armati con due tubi lanciasiluri esterni oppure con due mine.
Il 5 maggio 1942, infine, partì da La Spezia l’Autocolonna Moccagatta, organizzata dalla Decima Mas di Borghese. L’autocolonna, che prendeva il nome dal capitano di fregata Vittorio Moccagatta, morto il 25 aprile 1941 nel corso di un attacco dei mezzi d’assalto a Malta, era stata organizzata dal cap. corv. Salvatore Todaro ed era agli ordini del cap. corv. Aldo Lenzi.
La colonna in questione, che trasportava cinque barchini esplosivi M.T.M. e cinque motoscafi siluranti M.T.S.M., contraddistinti dai nnrr. 204 – 206 – 208 – 2010 e 216, disponeva di una tale organizzazione logistica da farla essere una vera e propria base mobile. In particolare, la “Moccagatta” si componeva di 31 veicoli, tra i quali 5 autocarri pesanti 666, 2 rimorchi per siluri, 5 autocarri che trasportavano un M.T.M. ciascuno, 5 rimorchi speciali che trasportavano ciascuno un M.T.S.M., 3 trattori, 1 auto-officina per automezzi, barchini e siluri, 1 autobotte da 12.000 litri, 3 rimorchi botte per lubrificanti, benzina, ecc 1 camion gru ( per il sollevamento dei barchini ), 1 “biga” a cassone, 1 auto-radio-segreteria, 1 autopulman-alloggio-comando (dotato di cuccette per i piloti), 1 autovettura “FIAT 1100” versione coloniale, 1 furgone “FIAT1100” telonato, 1 motocicletta porta ordini. Facevano parte dell’autocolonna anche cucine da campo, gruppi elettrogeni e 2 mitragliere da 20 mm, rimorchiate su carrello. La perfetta organizzazione della colonna autocarrata avrebbe permesso ai 48 uomini della Decima, inviati con i piccolissimi motoscafi in Mar Nero, di vivere, operare e combattere su quel lontano scacchiere.
A Verona, uomini e mezzi della “Moccagatta” furono caricati su vagoni ferroviari e, seguendo l’itinerario Brennero – Vienna – Cracovia – Rostov – Leopoli- tarnopol, raggiunsero, il giorno 15, la vecchia frontiera russa. L’ultima tappa del viaggio in ferrovia fu a Simferopol dove gli uomini della Decima arrivarono il giorno 19 e dove gli autocarri furono scaricati dal treno per proseguire via rotabile. Il 23 maggio, l’autocolonna raggiunse Foros, località della Crimea a sud di Sebastopoli, dove si fece base e furono messi in acqua i motoscafi.
Per comodità di trattazione ci occuperemo, separatamente, dell’operatività dei MAS, dei motoscafi della Decima Flottiglia Mas e dei sommergibili tascabili.

L’ATTIVITÁ OPERATIVA DEI MAS
 
I Mas italiani, attivi dalla base navale di Yalta, avrebbero colto il loro primo successo nella serata del 10 giugno, affondando un mercantile da 5.000 tonnellate. Nella seconda decade di giugno, il capitano di corvetta Curzio Castagnacci, con il suo Mas 571, avrebbe messo a segno un secondo buon colpo. Il 18 giugno, due MAS italiani attaccarono un convoglio composto da motozattere nemiche, scortate da sei cannoniere, che si dirigevano verso Sebastopoli. Una unità da trasporto sovietica fu sicuramente affondata ma, purtroppo, nello scontro venne anche ferito mortalmente il sottotenente di vascello Bisagno che era a bordo del Mas 571.
Nel mese di agosto, i Motoscafi siluranti furono attivi a protezione delle motozattere della Kriegsmarine, impegnate in compiti di trasporto dalla costa orientale della penisola di Crimea alla sponda occidentale del Mare di Azov.
A sud ovest di kerch, nella nottata tra il 2 e il 3 agosto, i Mas 573, 568 e 569, ai comandi di castagnacci, Legnani e Ferrari, sorpresero l’incrociatore pesante Molotov e il cacciatorpediniere Kharkov, mentre le due unità stavano bombardando la costa.
I Motoscafi di castagnacci e Legnani (MAS 573 e 568) attaccarono con i siluri il Molotov e una delle torpedini lanciate dal MAS 568, fortunatamente, andò a colpire a poppa l’incrociatore. Messo a segno il siluro, a Legnani non restava che defilarsi, tentando di eludere i colpi delle armi del caccia Kharkov, intervenuto a difesa del Molotov. Il mas 568 riuscì a porsi in salvo solo grazie all’abilità del suo comandante che diede ordine di lanciare, in rapida successione, le bombe di profondità trasportate a poppa, regolandone lo scoppio alla minima profondità. Le dieci cariche esplosero, in veloce sequenza, davanti alla prua dell’unità russa inseguitrice, danneggiando, seppur in modo lieve, il Kharkov che fu costretto a desistere dalla caccia. Il Molotov, gravemente danneggiato, fu trainato nel porto di Bathumi dove andò incontro a lavori che comportarono la sostituzione di circa venti metri di scafo a poppa, cosa che avrebbe tenuto ferma in bacino l’unità per quasi due anni.
La vita degli equipaggi dei MAS non fu solo costellata di soddisfazioni e vittorie. Il 9 settembre 1942, infatti, un attacco a bassa quota di cacciabombardieri con la stella rossa causò l’affondamento dei Mas 571 e 573, di una bettolina, nonché il danneggiamento degli altri Mas. Le unità affondate sarebbero state poi rimpiazzate dall’Italia.
Le Motosiluranti continuarono ad operare in quel settore, imbarcando equipaggi italiani, fino al maggio del 1943. Il 17 aprile, sette di quelle unità si trasferirono ad Anapa per contrastare, unitamente alle motosiluranti tedesche, la navigazione dei russi. Il 13 maggio, i Mas della Regia Marina avrebbero portato a termine la loro ultima missione al largo di Yalta, dopodiché gli equipaggi furono rimpatriati. I motoscafi sarebbero, invece, restati sul mar Nero dove, il 20 maggio, furono consegnati ai marinai della Kriegsmarine che erano stati precedentemente addestrati alla conduzione delle unità italiane. Da quella data in poi, sarebbero restati sul Mar Nero solo i sommergibili tascabili tipo C.B..

LA DECIMA FLOTTIGLIA MAS
 
Abbiamo già detto che la Colonna Moccagatta stabilì la prima base a Foros, dove mise in acqua gli M.T.S.M. e gli M.T.M..
Il giorno 29 maggio ’42 giunse in loco anche il comandante Todaro e l’attività degli M.T.S.M. ebbe avvio il 4 giugno seguente con una missione compiuta dallo stesso ufficiale. Da quella data in poi, i mezzi della Decima sarebbero usciti in mare ogni notte, condizioni meteo permettendo.
Fu nella notte del 10 giugno che il s.t.v. Aldo Massarini, mentre era in navigazione a bordo dell’M.T.S.M. 216 nelle acque di Sebastopoli, si avvide di un’unità la cui sagoma gli era familiare. Si trattava del cacciatorpediniere Tashkent, era la seconda volta che lo vedeva. La prima volta l’aveva visto a Livorno, al momento del varo.
Massarini attaccò il sovietico Tashkent a una distanza di circa 80 metri ma, purtroppo, il siluro, forse perché lanciato troppo da vicino, non deflagrò. Grande dovette essere lo sconforto del giovane ufficiale che, nel fare rapporto, una volta rientrato, sembra non potette trattenere le lacrime. La scena fu tale che l’Ammiraglio tedesco Schuster, presente al rapporto del giovane, si tolse dal petto la croce di ferro e l’appuntò alla giacca del giovane Sottotenente di Vascello.
Il s.t.v. Massarini avrebbe avuto la possibilità di rifarsi al largo di Chersosene, nella serata del 13 giugno, colpendo col siluro e danneggiando gravemente un mercantile da 10.000 tonnellate. L’unità sovietica sarebbe stata poi affondata, il giorno seguente, dagli aerei tedeschi mentre veniva rimorchiata a Sebastopoli.
La città di Sebastopoli sarebbe capitolata il 2 luglio 1942. Il Comandante Todaro, di fronte ai tedeschi che nicchiavano sull’autorizzazione agli italiani di entrare nel porto della fortezza arresasi, non attese altri nulla osta germanici e si prese quella che considerava la giusta ricompensa all’operato degli italiani in quelle acque, entrando nel porto di Balaclava, a sud della piazzaforte, con cinque motoscafi a bandiere spiegate. Todaro fece rientro in Patria il 4 di luglio, lasciando gli uomini della Decima in Mar Nero. Quegli uomini, il seguente giorno 9, avrebbero addirittura operato come fanteria da sbarco. Sullo specifico episodio è molto efficace il racconto poi fatto da Valerio Borghese: “Il Forte Gorki presso capo Feolent, era, dopo la caduta di Sebastopoli, l’ultimo punto di resistenza russo. Costruito su un costone dominante, a picco sul mare, era composto da una serie di trinceroni e gallerie scavate in roccia, alcune delle quali avevano sbocco sul mare. I Mas di Mimbeli e i barchini di Lenzi ebbero l’ordine di cooperare l’attacco finale, bloccando appunto le uscite al mare del Forte. Quattro unità parteciparono all’azione (Lenzi, Romano, Massarini e Cugia) su ogni mezzo era stata imbarcata una terza persona tutti armati di mitra e bombe a mano. Nel momento culminante dell’azione Lenzi lascia su ognuno dei motoscafi un solo uomo e sbarca con gli altri; la piccola squadra degli otto audaci marinai, penetrando dal mare nelle gallerie e risalendole di corsa, moltiplicandosi con urla, scoppi di bombe a mano, scariche di mitra, prende a rovescio i difensori, colti di sorpresa, e collabora valorosamente a piegare la tenace resistenza nemica. Ottanta prigionieri rastrellati dai piloti nelle cavernette della scogliera sono il frutto della partecipazione dei nostri all’azione”.
Con la caduta di Sebastopoli gli uomini della Decima sarebbero potuti facilmente essere rimpatriati, essendo venuto meno il motivo che giustificava la loro presenza in quelle acque. Sarebbero però restati ancora in zona, a fronte della specifica richiesta dei tedeschi di continuare a dare il loro appoggio alle truppe di terra.
La colonna Moccagata iniziò a smantellare la base di Foros il 13 di agosto, per poi trasferirsi a Teodosia, località più ad oriente. Il trasferimento fu ultimato il 1° di settembre, con la partenza degli ultimi veicoli da Foros.
Da Teodosia, il 23 settembre, l’autocolonna ripartì di nuovo, seguendo l’itinerario Yalta – Simferopoli – Melitopol – Mariupol. L’attività operativa in quelle acque era ormai da considerarsi conclusa e, finalmente, nel gennaio ’43, la “Moccagata” lasciò Mariupol. Era l’inizio del rientro in Patria. Gli MTSM e gli MTM con tutto il personale fecero rientro in Italia nel marzo del 1943. L’unico a non rientrare fu l’MTM 80 – pilotato dal 2° capo Barberi – che, il 28 giugno ’42, era stato impiegato nella zona di Balaclava venendo lanciato dalla costa, nel corso di un’azione diversiva nella baia di San Giorgio.

I SOMMERGIBILI C.B.
 
I sei C.B. erano giunti a Costanza, località dalla quale i piccoli sommergibili sarebbero partiti, ai primi di giugno, per portarsi a Yalta che sarebbe stata la loro base nel corso di questo ciclo operativo. I C.B. 1, 2 e 3, salparono da Costanza il 2 giugno, mentre i restanti 3 C.B. la lasciarono il successivo giorno 9. Come i MAS, anche i sommergibili tascabili iniziarono l’attività sul Mar Nero nella prima decade di giugno e non tardarono a cogliere paganti successi.
Il C.B. 2, alle prime luci dell’alba (ore 5,02) del 18 giugno, sorprese nelle acque di Sebastopoli il sommergibile sovietico SHCH 214, mentre stava immergendosi. La minuscola unità italiana, approfittando della sorpresa e di condizioni di luce favorevoli, attaccò ed affondò, con un solo siluro, il battello nemico. Poche ore dopo l’affondamento del SHCH 214, il comandante del C.B. 2 – Attilio Russo – sarebbe incorso in una strana avventura. Mentre dirigeva per il rientro a Yalta, Russo avvistò due imbarcazioni a remi che, dall’apparenza sembravano essere scialuppe di salvataggio. Anni di esperienza di guerra e racconti del tempo circa le tattiche molto poco ortodosse impiegate da quel nemico, indussero il comandante italiano ad avvicinarsi ai presunti naufraghi, prendendo qualche precauzione: ordinò al 2° capo, meccanico Valeri di tenersi nel portello di poppavia imbracciando un fucile mitragliatore sovietico, mentre lui rimaneva in coperta con uno dei tre moschetti in dotazione al C.B. a portata di mano.
La prudenza si dimostrò necessaria perché, giunti a una cinquantina di metri, i “poveri naufraghi” tirarono fuori le armi ed iniziarono a sparare sul C.B. . Narrerà poi Russo: “si videro rinetrare i remi e al loro posto nelle scalmiere incavate sul bordo, vennero appoggiate le canne di mitragliatrici, i cui proiettili colpirono ripetutamente il piccolo scafo”.
Fortunatamente il C.B. 2 riuscì a fare rientro alla propria base, sebbene con evidenti segni dei proiettili lasciati dal nemico sulla pinna e sullo scafo.
Il C.B. 3, comandato dal s. ten. vasc. Giovanni Sorrentino, fu una delle unità più attive. Il 13 giugno, Sorrentino lanciò due siluri contro un incrociatore pesante classe “Voroscilov”, sfortunatamente non colpendolo. Le due torpedini, forse a causa di un’avaria, non sortirono l’effetto sperato, affondando poco dopo il lancio. Maggior fortuna, il piccolo C.B. 3, l’avrebbe avuta il giorno seguente quando, con due siluri, attaccò il sommergibile SHCH 208, mentre era in emersione, affondandolo.
Più malevola si rivelò la sorte per il C.B. 5 che, addirittura, fu affondato il 13 giugno 1942 da una motosilurante russa mentre era ormeggiata alla banchina a Yalta.
Dopo la caduta di Sebastopoli, i C.B. si trasferirono a Costanza per i lavori di raddobbo e solo il 18 agosto, i cinque sommergibili superstiti tornarono a Yalta per riprendere l’attività operativa. Nei mesi successivi il C.B. 1, il C.B. 4 e il C.B. 6 furono destinati prima a Sulina, poi a Otchkow ed infine a Scadovski, in Ucraina, mentre il C.B. 2 e il C.B. 3 andarono a Burgac per operare all’imboccatura del Bosforo. Questo secondo ciclo operativo ebbe brevissima durata poiché, con il freddo inverno alle porte, l’operatività delle modeste unità venne ridotta a zero e le stesse furono inviate a svernare a Costanza.
A fine inverno i C.B. furono concentrati a Sebastopoli, dove diedero avvio al loro ultimo ciclo di operazioni nel settore, nel corso del quale le cinque unità svolsero 21 missioni. Attività che, comunque, continuò a dare buoni risultati se si considera che il C.B. 4, al comando del s. ten. vasc. Armando Sibille, il 26 agosto 1943, ad ovest di Capo Eupatoria, affondò con il siluro il sommergibile russo SCH207.

ALCUNE CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
 
Sebastopoli, come detto, si arrese nei primi giorni di luglio. L’attività delle unità siluranti e dei C.B. della Regia Marina nel Mar Nero è una delle tante pagine di storia patria poco conosciute. Infatti, sono pochi gli storici che hanno evidenziato come le unità navali italiane diedero un decisivo apporto al crollo della piazzaforte russa.
L’attività svolta dai C.B., dai Mas e dai motoscafi della Decima si dimostrò decisiva ad interdire il traffico navale russo, rendendo impossibile il rifornimento via mare della città. Al momento dell’entrata a Sebastopoli delle truppe romene da terra e dei mezzi d’assalto italiani nel porto di Balaclava, la città aveva le artiglierie quasi completamente integre, mancavano invece le munizioni, il cui arrivo via mare era stato impedito anche dai marinai italiani.
E’ corretto, invece, ricordare, che del valido contributo dato dalla Regia Marina alla caduta della città ne diedero atto i tedeschi. In particolare, l’Ammiraglio Schuster, Comandante in capo del Gruppo Sud della Marina tedesca, inviò una lettera di compiacimento all’Ammiraglio Riccardi, Capo di Stato Maggiore della Regia Marina, nella quale, tra l’altro, si poteva leggere: “Di ritorno da una lunga visita al fronte ho piacere di poter confermare all’Eccellenza vostra quali ottime prove abbiano dato le forze navali italiane impegnate nel Mar Nero. Nonostante le difficili condizioni di rifornimento ed i continui attacchi aerei nemici sulle loro basi, le unità hanno appoggiato energicamente, con successo, la battaglia di Sebastopoli sotto l’instancabile e valorosa guida del capitano di fregata Mimbelli. Il comportamento e lo spirito combattivo degli equipaggiamenti sono stati esemplari. Ho potuto consegnare personalmente parecchie croci di guerra per speciali atti di valore. Tutti i tipi di unità impiegate si sono dimostrate perfettamente adatti ed io mi aspetto da essi anche per le future operazioni, un forte e decisivo appoggio”.

DOPO L’8 SETTEMBRE 1943
 
Questo lavoro intende trattare delle unità della regia Marina in Mar Nero, ma prima di concludere è opportuno almeno fare un accenno a come si svolsero i fatti dopo l’8 settembre ’43. Alla data dell’8 settembre i C.B. erano ancora a Sebastopoli. La proclamazione dell’armistizio sorprese i sommergibili italiani i quali, passato il primo momento di sbandamento, decisero di continuare a combattere a finaco dei tedeschi.
Il 12 settembre il C.B. 1 (g.m. Giovanni Re), e il C.B. 4 (s. ten. vasc. Armando Sibille), ricevettero l’ordine di trasferirsi a Yalta dove si trasferì anche il Capo squadriglia, capitano di fregata Alberto Torri, e il capitano del Genio Navale Luigi Navarra. A Sebastopoli restarono, invece, il C.B. 2 (s. ten. vasc. Arrigo Barbi), il C.B. 3 (s. ten. vasc. Matteo Nardon) e il C.B. 6 (s. ten. vasc. Alberto Farolfi.
Il C.B. 1 e il C.B. 4 furono poi impiegati, a 15 miglia a sud di Yalta, in un’operazione alla quale presero parte anche i battelli rimasti a Sebastopoli. Lo scopo dei battelli subacquei italiani, che operavano unitamente a unità della Marina rumena e a sommergibili e 6 Mas della Marina tedesca, era quello di creare una fascia di protezione che si stendeva dal largo di Novorossisk, fino al largo di Odessa, per proteggere il transito di alcuni convogli che effettuavano la ritirata dal Caucaso, verso Ovest. Nel corso dell’operazione di protezione del traffico, il C.B. 1, il 16 settembre 1943, silurò ed affondò una grossa maona carica di rifornimenti. Sfortunatamente, a causa di infiltrazioni di acqua, anche lo stesso C.B.1, rischiò di affondare e il comandante fu costretto a chiedere aiuto. In soccorso giunse una motozattera tedesca che, intorno alle ore 1,00 del 16 settembre, rimorchiò l’unità italiana fino a Yalta e di qui a Sebastopoli. Successivamente, il C.B. 1 assieme al C.B. 2, anch’esso in avaria, furono rimorchiati a Costanza.
Il C.B. 3, il C.B. 4 e il C.B. 6, il giorno 7 novembre lasciarono Sebastopoli da dove, già da due giorni, tutto il personale di terra aveva iniziato il ripiegamento sulla base logistica di Costanza. I tre sommergibili tascabili partirono, alla volta di Costanza, assieme ad un convoglio tedesco. La navigazione si rivelò lunga e difficile ed il convoglio, giunto ad Odessa all’alba dell8 novembre, fu attaccato da un sommergibile e da velivoli da caccia russi. I tre C.B., sempre in convoglio, salparono da Odessa il 20 di novembre ma, nel corso del viaggio in mare, una violenta tempesta disperse le navi affondando due unità tedesche e una rumena. Fortunatamente, i tre piccoli sommergibili si ritrovarono a Sulina, alla foce del Danubio, e da qui si portarono a Costanza dove arrivarono il 29 di novembre.
Una volta a Costanza il personale italiano e i battelli furono internati dai rumeni e, ufficialmente, il 19 dicembre ’43, i cinque C.B. presenti sul Mar Nero, furono presi in carico dalla marina Rumena. Quest’ultima, però, non li avrebbe utilizzati a lungo. Infatti, a seguito di trattative del governo della R.S.I., i rumeni avrebbero restituito i sommergibili agli italiani riconsegnandoli, il 30 gennaio 1944, alla Marina Nazionale Repubblicana della R.S.I..
Di nuovo italiane, le 5 unità subacquee, furono armate con equipaggi provenienti da Betasom. Svolgendo una modestissima attività operativa. Si autoaffondarono nel porto di Odessa, il 25 agosto 1944, prima dell’arrivo delle truppe russe.

Articolo tratto da STORIA del NOVECENTO n. 113


                                                                                                                                       

venerdì 5 agosto 2016

BENITO MUSSOLINI, 133 anni di storia e di onore

Benito Mussolini, 133 anni di storia e di onore

Benito Mussolini, 133 anni di storia e di onore

Predappio e il forlivese, passioni e pulsioni: i giorni romagnoli, così come li abbiamo vissuti

Da San Cassiano al Museo di Villa Carpena, dalla Casa Natale a Palazzo Varano: storia di un Uomo e della sua terra
"Chi ama Colui che di là mosse, ama Predappio, come un po' di se stesso, perché Predappio è il Paese di tutti gli Italiani: è un po' come la Galilea di tutti noi, perché di là cominciò una nuova nostra Storia".
Estrapolo questo breve passo da un libretto che porta, come data di pubblicazione, il 21 aprile 1940. L'ho preso in prestito da una scrivania di Palazzo Varano, una scrivania che reca un Fascio littorio e che è sistemata nella stanza in cui il giovane Benito dormiva, leggeva, sognava la Rivoluzione Socialista. Oggi, su quella scrivania, lavora il Primo Cittadino di Predappio. Lo restituirò, quel libretto: l'ho promesso e lo farò. Ora però è qui, tra le mie mani: lo posso toccare, posso sentire l'odore delle paginette ingiallite che profumano di storia. Qui tutto profuma di storia. E se abbiamo cinque sensi, qui si riesce a utilizzarli tutti al massimo delle potenzialità. Di più: c'è un sesto senso che aggiunge qualcosa di importante ai cinque che solitamente utilizziamo. È qualcosa di straordinario e di potente, una dimensione non materiale ma profondamente spirituale, direi mistica.
La terra di Romagna pulsa e racconta, stimola e scalda, suscita emozioni e incide la volontà. Meglio: incide, nella volontà, la determinazione di poter fare ogni cosa. Energia pura, che sembra trasudare dalla terra, che sembra permeare l'atmosfera, che scende dal cielo insieme alla pioggia e avvolge insieme al vento.
I miei passi sulla ghiaia di San Cassiano, le mani sul pesante sarcofago in cui riposa, gli occhi che sfiorano nomi, volti... Bruno, Rachele, Anna Maria, Vittorio, Romano... ora anche Martina. E una lacrima si ferma sul ciglio e poi cade giù, inutilmente forse. O forse no.
Qualche chilometro ed ecco Villa Carpena, assolata, raggiante nel giorno del genetliaco di Benito, mentre le persone passano di qua, numerosissime: fame e sete di storia, voglia di sapere, di vedere con i loro occhi. C'è di che essere orgogliosi: raccontare loro questo luogo, calpestare lo stesso suolo su cui questa famiglia ha camminato, respirare queste mura in cui visse, sfiorare la divisa di Benito adagiata sul suo letto, vicina a un mazzolino di fiori tricolore, sentire sotto le dita la sua ruvidezza, riempirsi le narici di quell'odore che è l'odore del tempo passato e del passato mai morto. E quel ritratto a pastello che ci rimanda il bel volto di Bruno, nello studio del Duce, e i suoi oggetti, le sue carte... e, fuori, le persone in fila, che aspettano di entrare, di vedere, di ascoltare, di capire. Ciascuno di noi, qui al Museo Villa Mussolini, in Via Crocetta 24 a Forlì, ha un compito. Poi, ciascuno fa quel che serve, e volentieri, con il cuore. Centinaia di persone nella sola giornata di domenica 31 luglio, decine di volontari, tanti giovani ma anche tante persone mature, donne e uomini, di ogni estrazione sociale, curiosi, gente che vuole sapere, che non si accontenta delle banalità diffuse, che sente profondamente il bisogno di conoscere tante verità nascoste. Raccontarle è una missione e un privilegio, un onore.
Dalla nostra Redazione siamo partiti in gruppo, al Giornale d'Italia la storia si racconta così, vivendola in prima persona, toccando le carte, assaporando gli umori, percependo le atmosfere nei luoghi. Da Roma siamo partiti in quattro, il quinto del gruppo ci raggiunge da Como. E poi ci sono gli amici, studiosi, appassionati, che sono partiti da ogni parte d'Italia per arrivare qui, ciascuno di noi si sente come una verga che, insieme alle altre, compone quel Fascio simbolo di unità e di forza, insieme ci sentiamo invincibili. C'è chi si siede a scrivere sotto il gazebo dove Benito leggeva, rifletteva, si riposava. C'è chi si apparta al secondo piano, dentro il Centro Studi, immerso tra le carte raccolte amorevolmente da Romano negli anni, fino alla sua morte. C'è chi passeggia lungo i vialetti che quest'anno portano, ciascuno, un nome. Il viale d'accesso è intitolato a Benito Mussolini. Fa un certo effetto, quella targa lungo la via. Altre stradine sono intitolate a membri della famiglia e a nomi importanti del Ventennio fascista. Scorrono, uno dietro l'altro, i nomi di Mezzasoma, Starace, Pavolini, Borsani... sono molti, ventuno in tutto. Io mi fermo su Via Domenico Leccisi, e penso a quella notte di amore e di coraggio in cui quest'uomo prese con sé quelle povere spoglie oltraggiate di Benito, e rifletto - ancora una volta - sul fatto che se posso andare a San Cassiano a posare le mani su quel sarcofago e a sorridere, vedendo un fiume di uomini e donne che viene a rendere omaggio al Duce, lo devo a Lui.
Il sole picchia forte, a Villa Mussolini. Quando scende la sera l'aria è più fresca, i visitatori sono andati via, e noi ci sediamo un momento a pensare. Siamo stanchi, e siamo felici. Fiorenza, la nostra soldatessa del SAF, è stata la prima a mettersi al lavoro questa mattina, e ora è l'ultima a mettersi seduta. Che coraggio, e che forza, in questo piccolo corpo... me ne stupisco ogni volta, poi penso che lei è una soldatessa di Mussolini, e che dunque non potrebbe essere diversamente. I ragazzi di Vestone Tricolore ancora non cedono alla stanchezza, del resto sono guidati da Mauro, e questo dice tutto: non si cede di un millimetro, è una parola d'ordine e non si sfugge. Poi però il sole tramonta, e, nella notte, la luna nel cielo sembra sia lì solo per illuminare lei: la Villa. E noi, in silenzio, la guardiamo e pensiamo che siamo orgogliosi di aver fatto ancora una volta bene il nostro dovere.
Emma Moriconi

A tu per tu con Donna Rachele
"Amor vincit omnia"
Resoconto delle emozioni di un pomeriggio d'estate, sotto il gazebo del Duce
Un viale alberato. Un gazebo con sotto un tavolino e due panchine di marmo. Intorno il verde. E l'aria che soffia leggera. E porta voci di tanti anni fa. Voci che raccontano di un Uomo che si sedeva in questi stessi luoghi a leggere e a riflettere. E di una Donna che, poco distante, si occupava della sua famiglia. Atmosfere di vita quotidiana a Villa Carpena.
Ho sempre pensato che la Storia bisogna conoscerla, leggerla, studiarla. Tutta. Perché è l'unico modo per capire non solo e non tanto il passato (che ormai è passato e quindi non tornerà più) ma anche e soprattutto il futuro. Che non può esistere se non si hanno radici solide. Ecco, le mie radici passano per questo giardino, per questa Casa in cui si è tanto sofferto ma anche tanto amato.
Il presente si confonde con il passato. Vedo gli occhi azzurri di Donna Rachele. Come se fosse seduta qui accanto a me. Incrocio il suo sguardo. E in uno strano dialogo senza parole, Le faccio tante domande. Le chiedo di raccontarmi di quando era felice, dei suoi figli, dell'Uomo della sua vita. Sorride. E le rughe sul suo viso vanno a comporre un mosaico di orgoglio e fierezza.
Per un attimo abbasso gli occhi e penso al volto di marmo bianchissimo che, poco lontano da qui, veglia sulle spoglie mortali del suo Benito al cimitero di San Cassiano. Lei capisce. Perché quando la guardo di nuovo sul suo sorriso - perché lei ora sorride - è calato un velo di tristezza.
Capisce. E mi dice che la sofferenza che ha dovuto sopportare, seppure immensa, è solo una parte della sua esistenza. Che l'amore per i suoi figli, per la sua terra e per quell'Uomo al quale ha dedicato tutta se stessa vince su tutto. Anche sull'astio rancoroso di tutti quelli che l'hanno ucciso e sull'odio di chi, ancora oggi, ne offende la memoria. "Amor vincit omnia. E' questa la risposta" mi dice Donna Rachele.
La ringrazio e le sorrido. Poi la saluto. E' venuto il momento di tornare al presente. "Vieni ancora a trovarmi" sussurra mentre mi allontano. E le prometto che lo farò. Anche solo per dirle ancora una volta - pure se lo sa già - che siamo ancora in tanti a rispettare ed ammirare una Famiglia come la sua.
Cristina Di Giorgi

Giornalisti, scrittori, studiosi, e poi tanti libri, per raccontare la nostra storia più bella
La Rivoluzione Culturale in terra di Romagna
A Villa Mussolini a Forlì, tutti insieme, perché è l'unione che rende forti: per la Memoria, per la Verità
L'anniversario della nascita di Benito Mussolini, quest'anno, è stato contrassegnato da un'alta presenza di gente di cultura, nel senso più vasto del termine. La ricorrenza è importantissima, per ciascuno di noi. E ciascuno di noi la celebra come vuole, come meglio sente dentro di sé di voler reclamare il giusto posto, sul calendario della storia, per questa data: il 29 luglio del 1883, il giorno in cui nacque Benito Mussolini. E così, mentre Padre Giulio Tam ci riporta ai valori spirituali e alla Fede in Dio, mentre i ragazzi di Vestone Tricolore si danno da fare senza tregua per fornire a chi viene a visitare Villa Mussolini la massima collaborazione, mentre il ragù bolle in pentola da ore, mentre l'instancabile Fiorenza accoglie i visitatori, saluto il gruppo che ho appena accompagnato a visitare le stanze della Villa e mi dirigo verso Predappio. Lungo il tragitto che mi separa dal cancello della Villa ho modo di vedermi scorrere davanti agli occhi una serie di pubblicazioni, libri che raccontano pezzi di questo tratto di storia nostra. "Fascismo, Stato sociale o dittatura?", e penso allo Stato che volle Mussolini, e che la sua pronipote Martina, insieme ai nostri Edoardo Fantini e Andrea Piazzesi, ci raccontano in queste pagine.
E poi "Donna Rachele mia nonna, la moglie di Benito Mussolini", che ho scritto con sua nipote Edda e che racconta di una donna coraggiosa e speciale.
E a seguire tre o quattro lavori di Pietro Cappellari, l'occhio mi cade sul tomo che racconta la RSI nel reatino, ma ve ne sono molti a firma di questo studioso che - lo so bene - non le manda certo a dire. Pietro non è con noi fisicamente, oggi, ma è come se fosse qui.
Vedo anche il libro di Mariantoni, "Le storture del male assoluto"... eh si, quanti "danni", ha fatto il Fascismo, penso tra me. Danni come la bonifica delle paludi pontine, per esempio, o come le riforme sociali e popolari, infinite, insuperate. E penso che all'epoca si, eravamo un popolo fiero.
E poi il libro del nostro Alessandro Russo, "Giovinezza tradita", appena uscito: e penso a quando l'ho preso in mano per la prima volta, e quanto mi prese la lettura di quelle pagine che sono, in ultima analisi, una profonda riflessione su una generazione che fu, si, fatta di eroi, ma anche di biechi personaggi. Perché le cose bisogna dirle, tutte.
E poi ... eccoli lì, i miei due piccoli "tesori": "Gli Uomini di Mussolini" e "Mussolini, sangue a piazzale Loreto". Anni di lavoro, per mettere insieme le storie di questi uomini e di queste donne che tanto hanno dato alla nostra Italia, e dei quali volevo, nel mio piccolo, tentare di riscattare la Memoria. Cosa saremmo, noi, se non avessimo avuto costoro?
Penso alle case editrici che in questo tempo mi hanno dato la loro fiducia, la Minerva prima e la Herald poi, penso al mio Giornale d'Italia e al mio Direttore Storace, penso ai tanti che mi hanno raccontato le loro storie, e ai tanti che hanno letto e leggono le mie parole ogni giorno su queste colonne e su quei volumi.
Mi guardo intorno, vedo Edoardo Fantini che passeggia con il suo cane per i vialetti della Villa, Alessandro Russo che parla con le persone e racconta la sua esperienza su queste colonne e negli archivi, Cristina Di Giorgi che ha al suo attivo bei lavori editoriali eppure oggi è qui, sotto il nostro gazebo, per aiutare i colleghi che presentano i loro sforzi, e sorride a tutti, anche se fa un caldo boia, sotto il tendone. E vedo Luciano Garibaldi: ha otto decenni sulle spalle, Luciano, eppure è qui, perché il libro sull'orrore di Piazzale Loreto l'ho scritto con lui, e ne vado fierissima. Luciano è un'icona per la mia generazione e non solo. Tutti vogliono conoscerlo, stringergli la mano, fare foto con lui, davanti alla Villa. Sorrido, ne sono orgogliosa. Profondamente. Prendo la mia auto e vado a San Cassiano, Edda è lì, per la Messa di famiglia. La abbraccio e penso che sono fiera di esserle amica, perché è stata capace di far comprendere che quello è un luogo sacro, e va rispettato. Poi torniamo a Villa Carpena, ed ecco le telecamere, i giornalisti, le persone che la aspettano per conoscerla, per abbracciarla, per vederla di persona. Firmiamo un po' di libri, parliamo con tante persone, tutti noi. Discorsi importanti, non banalità, non frasi fatte o motti inflazionati. Ci poniamo domande, interrogativi, mettiamo a confronto i nostri studi, strutturiamo il lavoro futuro, pensiamo a quanto abbiamo appreso e ci rendiamo conto, tutti, che è proprio vero che di imparare non si finisce mai. Guardo due giovanissimi che ho portato con me da Roma. Uno è mio figlio, 18 anni appena compiuti, e qui ormai è di casa. L'altro è un suo amico, appena 19 anni, che è qui per la prima volta. Entrambi domani vi racconteranno le loro esperienze di questi giorni, in questa terra. Nel frattempo si danno da fare, fanno ciò che serve, come tutti. Questo clima è straordinario, e non parlo di quello meteorologico. Il clima che c'è tra noi, l'atmosfera, questa volontà di affermare la verità storica ad ogni costo e contro ogni avversità, et ventis adversis. La Rivoluzione Culturale, ecco a cosa aneliamo, tutti. E penso a chi non è qui con noi fisicamente ma di certo con il pensiero, con lo spirito, e che condivide questa volontà, e che si batterà ogni giorno, fino all'ultimo respiro. Perché la nostra vita, così come è iniziata, avrà una fine. Ma ciò che lasceremo resterà per chi verrà dopo, di generazione in generazione. E vinceremo. Insieme. 
Emma Moriconi

Ci sono vicende che resistono ai secoli, nonostante la vita, nonostante la morte
Memoria e radici. Nemmeno il sangue le può spezzare
In questi luoghi la verità resiste nei muri, nelle stanze, ascoltando la campagna che entra dalle finestre, lasciate appena aperte
Nelle ore più calde la terra di Romagna ha un respiro profondo. La vita le scorre sotto quella scorza dura, sotto quella pelle lasciata alla fame del sole.
Le strade si allungano veloci, una linea dritta che divide lo sguardo. E tanto lo puoi comprendere solo raggiungendo queste campagne: che sotto può essere dolce. Devi poterla capire, perché non si rivela mai al primo venuto, ad uno solo dei tuoi sguardi.
Di tanta stagione non rimane che la mano del vento. E nel silenzio della campagna romagnola, quest'aria smuove le fronde degli alberi, come fosse un saluto, una voce covata dove preme il ricordo.
Ed è esattamente in uno di questi momenti che, l'abbraccio con Emma Moriconi e Cristina Di Giorgi, si rivela come l'unione di intenti che solo un'amicizia può saldare. Come un patto di sangue. E mentre accade tutto questo, attorno, nei giardini di Villa Carpena, le mura della casa di Rachele e Benito Mussolini si sollevano verso il cielo.
Quel silenzio ci insegna qualcosa. Basta anche solo un'occhiata, oppure muovere due passi verso l'angolo del giardino dove il Duce era solito leggere i giornali. La pietra ci accoglie come un tempo, resiste nei secoli nonostante la vita e la morte.
Emma, Cristina. Non abbiamo neppure bisogno di parlare. La si legge negli occhi quella domanda che brucia e che vuole dare un senso a tutto quello che ci circonda.
Che senso ha l'uomo senza memoria, senza radici, senza lavoro culturale? E allora si ritorna dove tutto ha avuto inizio. Che Villa Carpena non è solo il luogo della Storia, ma è luogo del cuore, di un amore che vuole essere corrisposto. Disinteressato, per questo ancora più forte.
Non lo chiede nessuno, lo senti nel sangue: ritornare a guardare dove cresce radice per non farla seccare. Per non dimenticare. Che in questi luoghi anche la verità resiste nei muri, nelle stanze, seguendo le scale, ascoltando la campagna che entra dalle finestre, lasciate appena aperte. 
Per un attimo, mentre Emma si prende cura dei visitatori della Villa, io e Cristina volgiamo lo sguardo nello stesso punto: la campagna ti acceca mentre la osservi dalla finestra socchiusa. E la voce di Emma ci lega stretti, ad un passo da quegli oggetti che spiegano la consuetudine di una vita semplice. Emma scandisce il tempo, attraversa la Storia che ancora una volta chiede solo di essere condivisa. Dovreste ascoltarla mentre parla di cultura e radici che neppure il sangue è in grado di recidere.
Ma è quando carico la pipa e mi concedo del tempo fumando, le mani dietro la schiena, il passo lento che accompagna la zolla rivoltata e dura, odorosa e secca, che accade qualcosa. Proprio nel momento in cui sono più solo mi accorgo come la terra di Romagna sia capace di rivelarsi, concedendoti  una nuova consapevolezza. Può capitare davvero, che in Romagna tutto può accadere, di tornare a casa migliori. Perché la Romagna può celare gelosa i suoi frutti. Ma se ti abbraccia, allora, il viaggio in questa terra può diventare un'educazione alla vita.
Chiunque ascolti i suoni, le voci, i silenzi del suolo romagnolo, ne raccolga la testimonianza perché, quello che è stato, deve essere detto anche a chi non vuole ascoltare.
Alessandro Russo

Emma Moriconi - Cristina Di Giorgi - Alessandro Russo  -DA GIORNALE D'ITALIA-
                                                                                                                                                   

martedì 2 agosto 2016

TURCHIA, I DIRITTI UMANI E L'EMERGENZA TRA GEOPOLITICA E STORIA






di Claudio Moffa
Turchia, NATO, golpisti. Non è l’unico caso di omissioni cruciali, di silenzi abnormi, che di professionale non hanno nulla, e di utile per l’operare concreto della Politica e degli operatori per la sicurezza, hanno molto poco. Due esempi recenti: primo, le sacrosante accuse a Blair per l’entrata in guerra dell’Inghilterra contro l’Iraq di Saddam Hussein, prive però di un particolare importante, e cioè che l’ex premier inglese ebbe a confessare nel dicembre 2010 che lo scatenamento dell’assalto finale a Saddam Hussein era stato discusso e concordato dalla superpotenza britannica con alcuni ufficiali israeliani.
Secondo, il braccio e mano tesa del furbo criminale Breivik, da cui la sua immagine di nazista, quando nazista non era mai stato e non è, ma un ‘cristiano sionista’, sedicente “templare”, comunque adoratore di Israele. Nero su bianco, nel suo documento programmatico: verità indubitabile dunque, e utilissima a essere ricordata per verificare anche l’attentato di Nizza, visto che Breivik avrebbe ispirato il 17nne disadattato irano-tedesco autore della folle strage.
Ma sempre sempre e sempre, a destra e sinistra domina il political correct, purché si parli di certuni solo per decantare le indubbie lodi cinematografiche di Paul Newman, o la genialità attribuita in esclusiva a Albert Einstein.
Un deja vu, dunque, quello sul golpe e il dopo golpe turco: eppure le dimensioni dei silenzi sul caso Erdogan hanno raggiunto un apice forse mai registrato prima d’ora, vista l’eco planetaria del fallito colpo di stato e degli arresti di massa in corso in tutta la Turchia.

Del silenzio sul collegamento tra il plurimiliardario e magnate delle comunicazioni multimediali Gulen e il clan dei Clinton ho già detto: ancora non se ne discute, almeno nelle forme e dimensioni dovute, e almeno su quanto filtrato dalle strisce google. Ma oltre a questo particolare, ecco due nuovi temi chiave i cui veri profili e contenuti sono sommersi dal political correct di chi continua a voler occultare la Cronaca e la Storia.

Il primo tema è di natura geopolitica. il secondo di carattere storico. Dal punto di vista geopolitico tutto può accadere in futuro, ma è un dato certo che l’avvenuta pacificazione dei rapporti tra Ankara e Mosca rappresenta una svolta di enorme portata. La Russia ha infatti acquisito dentro la NATO un alleato di ferro, e questo mentre l’oltranzismo occidentale va sfogandosi in modo pericoloso spedendo altre truppe in Polonia e nei Paesi baltici. A questo punto a Putin converrà che la Turchia non solo resti nella NATO, ma anche che entri nell’Unione europea, nei cui vertici si annidano i peggiori ‘falchi’ anti Mosca, impegnati a contrastare persino Obama, Hollande, Renzi, Merkel. Comunque quel che emerge dalla pace Putin-Erdogan, è una situazione nuova, originale rispetto a tutto l’ultimo quarto di secolo, e foriera di speranze di stabilizzazione delle relazioni internazionali.
C’è poi l’altro silenzio, che riguarda la Storia. Non si può non essere preoccupati per le migliaia di arresti in tutta la Turchia e per la dilatazione abnorme dello stato di fermo, senza il previo controllo dell’autorità giudiziaria da parte dei sopravvissuti al golpe. La difesa legittima dello Stato di diritto rischia di trasformarsi nel suo contrario …
Ma quel che va ricordato per ben contestualizzare la fase emergenziale prima subita e poi imposta da Erdogan è la svolta profonda che sta vivendo il popolo turco dopo più di un secolo di sostanziale dittatura laicista, anticristiana e antimusulmana, a sua volta prodotto di due o tre cruciali eventi storici del primo Novecento: il colpo di stato dei Giovani Turchi del 1908, le orribili stragi e deportazioni di armeni durante la prima guerra mondiale, e l’avvento del regime kemalista nel 1923. Di tutto questo nemmeno il Papa e Erdogan hanno parlato nel loro confronto sulla questione armena, tutta centrata sul genocidio sì o genocidio no, senza ricordare chi fossero i nuovi padroni della Turchia dopo il rovesciamento del sultano Abdul Hamid.
Chi erano infatti i Giovani Turchi? Erano, non musulmani, ma ebrei, ebrei massoni legati alle logge europee, in particolare quelle italiane. Questo dato di fatto emerge non solo da molta letteratura ‘ortodossa’, come la Storia del Medio Oriente di William Yale, pubblicato in Italia da Feltrinelli nel lontano 1962, il libro di Johnson sull’accordo segreto Sykes Picot del 1916, in parte pubblicato a puntate anche dal quotidiano Rinascita, o un saggio recente sulla Rassegna mensile di Israel di un docente dell’Università di Trieste, che descrive la composizione demografica di Salonicco, la città originaria dei Giovani Turchi, e le origini ebraiche della maggioranza della sua popolazione agli inizi del Novecento.
Oltre a questa saggistica accessibile in modo relativamente facile da chiunque, ci sono infatti anche le memorie diplomatiche e le fonti a stampa dell’epoca, sepolte nell’oblio dagli stessi manuali di storia, anche universitari. L’ambasciatore inglese Sir Gherard Lowether non ha peli sulla lingua nel descrivere nei suoi rapporti al Foreign Office di inizio 900, gli emuli turchi della Giovine Italia di Mazzini:
Salonicco ha una popolazione di circa 140mila ebrei spagnoli (emigrati nel 1492, ndr), compresi 20mila seguaci della setta di Sabbatai Zevi, un cripto-giudeo che esternamente professa la religione islamica. Molti di essi hanno acquisito in parte una nazionalità italiana e sono Liberi Massoni affiliati alle logge Italiane. Nathan. Il sindaco di Roma, è ai vertici della Massoneria, e i primi ministri Luzzati e Sonnino, e altri senatori e deputati sono anch’essi, pare, massoni …”
L’ambasciatore americano dello stesso periodo, Morghentau, descrive a sua volta nel suo Ambassador Morghentau Story fatti precisi e disvelatori dell’identità e degli intenti nascosti dei Giovani Turchi: erano non islamici, scrive, ma ‘atheists’, e furono loro “gli uomini che concepirono il crimine contro gli armeni” (p. 323) scatenandogli addosso i musulmani turchi e curdi; il loro programma segreto – al di la dell’auto rappresentazione di liberatori dei popoli sottoposti al regime del Sultano di Istanbul – emergeva da un comizio di Enver Pascià de 1909, nel quale il leader dei golpisti annunciava che tutti i popoli e tutte le religioni della nuova Turchia sarebbero stati liberati dal nuovo regime, scordandosi pero, nella lunga lista (“Turkey Bulgarians, Greeks, Servians, Roumanians, Musulmans, Jews.” pp. 12-13) i seguaci del cristianesimo tra le prime, e gli armeni tra i secondi. Una sorta di preannuncio dei futuri massacri e deportazioni di armeni durante la prima guerra mondiale, i cristiani vittime di una comunità religiosa sua concorrente nella rete dei traffici commerciali della Turchia europea e anatolica.
Dopo di allora, a guerra conclusa, nella nuova capitale Ankara si insedia Kemal Ataturk, il ‘padre’ della Turchia moderna, antimusulmano, sostenitore di un laicismo durato fino alle elezioni del 2003, che avrebbe favorito – dopo la sua morte e la fine della seconda guerra mondiale - una alleanza della Turchia con Israele, due paesi “assediati” dal mare islamico. Una intesa durata fino alla svolta del nuovo secolo, con l’episodio dei Mavi Marmara come evento simbolo di una svolta in fieri.
Ed ecco allora il punto su cui riflettere per capire la fase emergenziale e attuale; le due elezioni di Erdogan in questo scorcio del XXI secolo, la prima a capo del governo, la seconda a Presidente, non sono state certo in grado di intaccare la struttura profonda, massonista, della Turchia. Da qui tutto quel che sta accadendo. Giustificare potrebbe essere altra cosa, ma comprendere è dunque necessario, sia pure con le incognite di un futuro ancora incerto, in Turchia e in uno scacchiere mediorientale che non conosce pace dalla Dichiarazione Balfour del 1917 e più tardi dalla fondazione dello Stato d’Israele a spese degli autoctoni palestinesi.
 


sabato 30 luglio 2016

"FASCISMO, RIVOLUZIONE DEL LAVORO"


“Fascismo, Rivoluzione del Lavoro”: testimonianze di un sindacalista Fascista


Mario Gradi fu un giovane fascista della “prima ora”, che compì tutta la sua traiettoria politica all’interno del sindacato. Dopo un breve periodo come dirigente nel GUF romano, entrò nel settore sindacale con la carica di Segretario dell’Unione provinciale dei lavoratori dell’Industria, prima a Perugia e poi Bologna. Dopo aver partecipato alla guerra d’Etiopia, fu trasferito a Roma con incarichi di ancora maggiore rilievo: prima consigliere della Confederazione dell’acqua, gas ed elettricità e dopo consigliere nazionale della Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Infine Segretario dell’Unione provinciale dei lavoratori dell’Industria a Roma, fino alle dimissioni il giorno dell’insediamento del governo-Badoglio. Oltre a distinguersi per l’impegno quotidiano sul posto di lavoro, fu molto attivo culturalmente scrivendo su periodici e riviste e pubblicando il libro Fascismo, Rivoluzione del Lavoro (1938).

Un’attività, questa, che continuerà anche nel dopoguerra, senza mai rinnegare i suoi ideali.
Perché questa premessa? Perché interessarsi ad un personaggio come lui?
Molto semplicemente perché «sapere di più su questi dirigenti medi è sempre necessario se si vuol capire questa realtà (del Fascismo ndr) in modo articolato e in particolare la natura e la qualità del personale su cui il regime si fondava e le differenze fra esso ed il precedente periodo liberal-democratico», come disse acutamente Renzo De Felice, nella prefazione alle Memorie di Tullio Cianetti. Infatti, leggendo le testimonianze del Gradi (raccolte nel libro Formazione e vita di un sindacalista, 1987), non si può che rimanere stupiti ed arricchiti dalle sfumature che si possono cogliere su quel ventennio tanto lontano quanto ancora oggi discusso.
L’autore descrive con passione l’entusiasmo (ed anche le velleità e le ingenuità) dei giovani fascisti nel primo dopoguerra, impegnati nella strenua difesa dei reduci e delle rivendicazioni della vittoria contro il disordine rosso e l’incapacità del parlamento. Anni travagliati, conclusisi con la presa del potere di Mussolini, al termine della quale si comincia ad entrare nel vivo della trattazione: l’evolversi delle istanze sindacali all’interno del Fascismo, rievocate attraverso l’esperienza personale di Gradi.
Il protagonista delinea con chiarezza e lucidità tutte le difficoltà dei dirigenti sindacali davanti al fallimento del “corporativismo integrale” voluto da Rossoni. Nel 1928, infatti, Mussolini opta per la “frantumazione” della Confederazione nazionale dei sindacati Fascisti (che riuniva tutto il mondo fascista del lavoro) nelle sei Confederazioni dei lavoratori dell’attività produttiva (industria, agricoltura, commercio, trasporti, credito, gente del mare e dell’aria), con la conseguenza di una riduzione d’importanza dell’elemento sindacale in favore della centralità del Partito.
Il settore industriale accusa il colpo, non riuscendo a trovare negli anni immediatamente successivi una stabilità organizzativa ed un peso politico d’alto livello, come era riuscito, ad esempio, ai lavoratori agricoli magistralmente guidati da Luigi Razza.
Gradi, impegnato al fianco dei lavoratori fino alla fine del regime, sottolinea inoltre le difficoltà salariali ed il permanere di «sacche di arretratezza» (soprattutto al Sud) nel suo settore. Ma ciò che emerge più negativamente è la resistenza al cambiamento di ampi settori economico-finanziari italiani, impegnati a frenare le riforme e mettere in primo piano l’interesse personale. Occorrevano sforzi titanici da parte dei sindacalisti fascisti («in gran parte provenienti dallo squadrismo, quasi tutti dotati di una buona preparazione in campo economico e sociale, uno dei raggruppamenti maggiormente significativi e combattivi del regime, guardiani fedeli dei principi originari del fascismo») per attutire i colpi inferti dagli industriali più conservatori, rappresentanti di quella “destra interna” che non vedeva di buon occhio la perdita dei propri privilegi.

Proprio per questo la classe dirigente sindacale in diverse occasioni recuperò elementi già distintisi nelle organizzazioni socialiste. Ed è già un primo elemento inaspettato. Ma accanto a questo se ne nota un altro: il libero sfogo ai risentimenti ad alle richieste da parte dei lavoratori nelle assemblee di base. L’intento del regime era quello di renderli critici e coscienti delle problematiche nel loro ambito, e di conseguenza inseriti organicamente (non passivamente) nel nuovo “spirito partecipativo” e nelle nuove strutture, come il Dopolavoro.
Negli ultimi sette anni di carriera a Roma, a contatto con i vertici dell’organizzazione dei lavoratori dell’Industria, Gradi nota che la libertà e vivacità dei dibattiti è ancora più accentuata. Ciò traspariva raramente all’esterno, dove invece veniva sottolineata l’unanimità delle posizioni, ma è sufficiente scorrere i verbali della Confederazione per accorgersi della libertà di critica e del fecondo apporto dei rappresentanti dei lavoratori alla elaborazione di scelte e soluzioni in sede corporativa. Un tratto, forse il più difficile da accettare per la storiografia “ufficiale”, emerge prepotentemente: non si trattò di un sindacalismo di mera facciata.
Pur tra innegabili difficoltà e nello «scarso decollo del sistema corporativo»,
il profilo tracciato dal Gradi è quello di un mondo sindacale consapevole dell’importanza delle riforme sociali e della modernizzazione, convinto a continuare le lotte nel nome della «Terza Via» e dell’emancipazione dei lavoratori.

Per comprendere ancor meglio il profilo di questi “combattenti sociali” non si può non analizzare il succitato testo Fascismo, Rivoluzione del Lavoro, in cui Gradi traccia una rapida e sentita storia del movimento fascista. Non mancano passaggi retorici, ma traspaiono comunque alla perfezione obiettivi e sentimenti dei giovani che avrebbero costituito la futura classe dirigente del regime.
Gli operai di Dalmine, che nel 1919 occuparono una fabbrica innalzando il tricolore e non interrompendo la produzione, vengono presentati quali veri e propri pionieri dell’idea fascista. «Vi siete messi sul terreno della classe, ma non avete dimenticato la Nazione. Avete parlato di popolo italiano, non soltanto della vostra categoria. (…) Non siete voi i poveri, gli umili e i reietti, secondo la vecchia retorica del socialismo letterario, voi siete i produttori ed è in questa vostra qualità che rivendicate il diritto di trattare da pari con gli industriali. (…) È il lavoro che nelle trincee ha consacrato il suo diritto a non essere più fatica, disperazione perché deve diventare orgoglio, creazione, conquista degli uomini liberi nella patria libera e grande entro i confini» disse Mussolini in quella storica occasione. Ed i propositi appena descritti cominciarono gradualmente («La rivoluzione non è sommossa di schiavi, ma sopravvento di superiori capacità produttive. Fino a che i lavoratori non sapranno dimostrare di sapere produrre di più e meglio del sistema capitalista, essi non saranno degni di dirigere la società») a trovare attuazione. Gli accordi di Palazzo Vidoni, la Legge Sindacale del 3 aprile 1926 («immissione ed inserimento politico e giuridico del movimento operaio nella vita dello Stato, per una verace uguaglianza tra categorie sociali»), la Carta del Lavoro, la costruzione dello Stato Sociale e dell’edificio corporativo sono le tappe fondamentali.
«La soluzione fascista agile, dinamica, aderente alla realtà e alle esigenze particolari e generali della produzione, concilia libertà ed autorità, prevedendo la instaurazione di una disciplina nello svolgimento dei cicli economici produttivi, non imposta da una coazione esterna, ma dal di dentro; dalle stesse categorie produttrici, le quali, una volta determinata loro funzionalità nel sindacato, sul piano corporativo trovano il punto di incontro e fissano le direttive di marcia».

Il Fascismo si contrappone evidentemente alle tendenze individualistiche della scuola liberale, la quale considera la società nazionale una semplice somma di particolari, e dall’altra parte non accetta le concezioni del comunismo, le quali, prevedendo la concentrazione di tutte le iniziative, di tutti i beni, di tutti i compiti nello Stato, mirano «ad un assurdo annullamento della individualità umana, a favore dell’unica mostruosa individualità dello Stato-Moloch, onnisciente ed onnipresente».
Secondo l’autore, l’economia corporativa sorge proprio quando i due fenomeni hanno dato ciò che potevano dare, ereditando da essi ciò che avevano di vitale e superandoli: non siamo certo davanti alla conservazione, ma ad un «autentico movimento di popolo, che non ignora le necessità e le aspirazioni del lavoro, ma queste inquadra nel complesso della vita e delle necessità nazionali; queste coordina e potenzia nello sviluppo armonioso delle attività e possibilità della Nazione». All’«agnosticismo internazionalistico della grande finanza», all’«edonismo borghese» ed al «predominio dell’economia sulla politica» esso oppone lo spirito, l’etica e la Patria. Al «materialismo storico» e alla lotta di classe risponde con la collaborazione e la «democrazia organica». Quest’ultimo salta subito agli occhi quale concetto di notevole interesse e, a quanto pare, in quei tempi più diffuso di quanto si potrebbe pensare, come ha fatto notare Massimiliano Gerardi (dell’Istituto Studi corporativi) nella prefazione al medesimo libro. Per contro, non appare neanche una volta il termine «razza», e non a caso Gradi fu spesso in contrasto con il Presidente confederale Tullio Cianetti, d’orientamento filo-tedesco.

Il sindacalista chiude poi enfaticamente l’opera, sottolineando «il carattere autenticamente democratico, nel senso sano, del regime. Tutta l’organizzazione sociale è stata predisposta e sistemata in modo tale che il cittadino e produttore non abbia mai a sentirsi isolato, smarrito, alla mercé del più forte, in una lotta per la vita senza quartiere e senza giustizia: il Partito lo accoglie cameratescamente nei suoi ranghi; l’organizzazione sindacale lo tutela nei suoi diritti e nei suoi interessi. (…) La vera democrazia non è nella verbosa demagogia dei parlamenti, ma nella eloquenza sincera delle opere: nelle strade aperte ai commerci; nelle terre bonificate restituite al lavoro; negli acquedotti; nelle scuole ampie aperte a ricevere in una gioia di aria e di sole la nuova gioventù d’Italia; nei moderni sanatori, negli ospedali. (…)
A volte la tensione cui costringe quest’opera di ricostruzione è dura: ma essa appare sempre lieve se è certa la fede nella meta finale: un grande popolo, una Nazione potente».
DA AUGUSTO

martedì 26 luglio 2016

OMICIDIO MATTEOTTI...? DISCOLPIAMO MUSSOLINI



OMICIDIO MATTEOTTI...? DISCOLPIAMO MUSSOLINI



I libri di storia recitano più o meno così:
Il 6 aprile 1924 si svolsero, in un clima pesante di intimidazioni, le elezioni politiche. In virtù della legge maggioritaria il successo toccò al "listone" fascista. Pur avendo così conseguita la maggioranza parlamentare, il fascismo non si acquietò e non ci fu la tanto attesa (anche da Mussolini) normalizzazione delle squadre fasciste più violente.
All'indomani delle elezioni, scomparve il socialista Giacomo Matteotti, che aveva denunciato alla Camera i brogli elettorali e le violenze perpetrate dalle squadre fasciste durante il periodo pre-elettorale. Egli fu rapito dagli squadristi all'uscita della sua abitazione romana, ed ucciso.
Quando si seppe dell'assassinio di Matteotti, un'ondata di commozione invase l'Italia intera e si ripercosse in tutta Europa ripercuotendosi violentemente contro il governo fascista che ne fu investito in pieno.

Il delitto Matteotti è un passaggio cruciale nella storia del Fascismo. Ad esso fanno riferimento gli antifascisti, come simbolo della violenza orchestrata dalle bande fasciste. Mussolini stesso è stato più volte accusato, e lo è tutt'ora, di aver egli organizzato l'attentato al leader socialista.
Il Duce prese atto delle polemiche che il fatto suscitò a livello nazionale e fu quello il punto in cui il fascismo rischiò proprio di cadere in conseguenza di quel fatto e della successiva secessione cosiddetta dell'Aventino. Mussolini stesso si sobbarcò la responsabilità morale dell'accaduto credendo di non aver saputo dare freno ai più irrequieti fascisti. Il 13 giugno in un discorso alla Camera, disse:
Solo un nemico che da lunghe notti avesse pensato a qualcosa di diabolico contro di me, poteva effettuare questo delitto che ci percuote di orrore e ci strappa grida di indignazione."

Questa è stata l'introduzione che ho voluto fare a questo testo mandatoci via e-mail per dare l'esatta visione dei fatti.

Al di là delle menzogne diffuse dall'esilarante istituto storico della resistenza credo che, per comprendere la vera dinamica di quel fatto di sangue, basti pensare all'intervista che Matteo Matteotti rilasciò, una quindicina di anni fa, a Marcello Staglieno, e che fu pubblicata da "Storia Illustrata".
In essa sono contenute affermazioni clamorose. Secondo lui (e non credo che il figlio di un uomo assassinato possa essere accusato di faziosità...) dietro l'omicidio del padre non ci sarebbe stato Mussolini, bensì il re; e all'origine della morte del deputato socialista non ci sarebbero state le tanto decantate denunce delle violenze fasciste (poco significative, aggiungo io, perché le violenze fasciste erano sotto gli occhi di tutti, esattamente come sotto gli occhi di tutti era il fatto che esse nascevano per reazione alle violenze dell'estrema sinistra...), ma ben altro.
Giacomo Matteotti, che era un massone d'alto grado, nel 1924 aveva compiuto un viaggio in Inghilterra; qui la loggia "The Unicorn and the Lion" gli aveva comunicato, fornendogli i relativi documenti, che la Sinclair (quella dello "scandalo dei petroli", il cosiddetto "Affare Sinclair", appunto...)era in possesso di due scritture private del re d'Italia.

Vittorio Emanuele III. Dalla prima risultava che quest'ultimo era diventato azionista della Sinclair (dal 1921), ma senza pagare un soldo; con la seconda, invece, il monarca italiano si impegnava a tenere nascosti, il più a lungo possibile, i giacimenti petroliferi in Libia. Così, in altre parole, il re ci avrebbe guadagnato, mentre l'Italia avrebbe continuato ad essere strangolata... Matteotti tornò, dunque, con l'intenzione di denunciare questo nobile comportamento del nostro sovrano, senz'altro qualificabile come alto tradimento... Denuncia ben più ghiotta di quella di cui sopra... Il re lo seppe e, temendo lo scandalo (e paventando inoltre, lui e la borghesia industriale, l'ipotesi, formulata da Mussolini, di un possibile governo fascisti/socialisti...), prese, con questo stranissimo delitto eseguito da gasati farinacciani (i quali, chissà perché, fecero di tutto per farsi scoprire...), parecchi piccioni con una fava: sventò il governo a partecipazione socialista, ebbe Mussolini (che, a questo punto, sarebbe stato anche lui una vittima...) in pugno, e potè sottrarre la pericolosissima documentazione che lo inchiodava...
Ricordo, infine, che il Duce concesse un vitalizio ai familiari di Matteotti, persone dignitose che mai avrebbero accettato quel denaro se avessero saputo che era stato proprio Mussolini a pronunciare la condanna a morte del loro congiunto...



Beh, se queste affermazioni risultassero vere, si comprenderebbe ancor meglio la gravità dell'accaduto. Infatti ciò che è su scritto, anche se il tutto è da verificare, potrebbe cambiare radicalmente un pezzo di storia italiana. Infatti il delitto Matteotti anche se all'inizio fu un colpo duro per il fascismo, successivamente si rivelò l'avvenimento che accelerò il totalitarismo del governo fascista. Noi prendiamo tali ipotesi con gli adeguati accorgimenti ma nuove prospettive si aprono ad 80 di distanza dall'omicidio del deputato socialista. I fatti su descritti lasciano infatti spazio a più di un dubbio in merito..



Considerazioni personali:

Mille volte abbiamo sentito dire queste parole: "Mussolini con un discorso alla camera si assunse la responsabilità di quel delitto", e le persone che affermano questa tesi ci giustificano ciò, riportandoci una parte del discorso del Duce fatto il 3 Gennaio 1925, che recita più o meno così: "Io, mi assumo la responsabilità, storica, morale di quanto è accaduto."

E' vero, queste sono le parole di Mussolini, ma queste stesse parole vanno considerate leggendo tutto il discorso da lui fatto. In questo discorso, Mussolini, si dissocia dal delitto Matteotti dicendo: 

"E come potevo, dopo un successo, e lasciatemelo dire senza falsi pudori e ridicole modestie, dopo un successo così clamoroso, che tutta la Camera ha ammesso, comprese le opposizioni, per cui la Camera si aperse il mercoledì successivo in un'atmosfera idilliaca, da salotto quasi (approvazioni), come potevo pensare, senza essere colpito da morbosa follia, non dico solo di far commettere un delitto, ma nemmeno il più tenue, il più ridicolo sfregio a quell'avversario che io stimavo perché aveva una certa crarerie, un certo coraggio, che rassomigliavano qualche volta al mio coraggio e alla mia ostinatezza nel sostenere le tesi?"



Per maggiore chiarezza vi rimando alla versione integrale di questo discorso per capire che molte volte, gli storici, tendono più a disinformare che ad informare. Leggendo capirete...        ILRAS.TK




3 GENNAIO 1925

Signori!
Il discorso che sto per pronunziare dinanzi a voi forse non potrà essere, a rigor di termini, classificato come un discorso parlamentare.
Può darsi che alla fine qualcuno di voi trovi che questo discorso si riallaccia, sia pure attraverso il varco del tempo trascorso, a quello che io pronunciai in questa stessa Aula il 16 novembre.
Un discorso di siffatto genere può condurre, ma può anche non condurre ad un voto politico.
Si sappia ad ogni modo che io non cerco questo voto politico. Non lo desidero: ne ho avuti troppi. (a Bene!").
L'articolo 47 dello Statuto dice:
"La Camera dei deputati ha il diritto di accusare i ministri del re e di tradurli dinanzi all'Alta corte di giustizia".
Domando formalmente se in questa Camera, o fuori di questa Camera, c'è qualcuno che si voglia valere dell'articolo 47. (vivissimi prolungati applausi. Moltissimi deputati sorgono in piedi. Grida di: "viva Mussolini!". Applausi anche dalle tribune).
Il mio discorso sarà quindi chiarissimo e tale da determinare una chiarificazione assoluta.
Voi intendete che dopo aver lungamente camminato insieme con dei compagni di viaggio, ai quali del resto andrebbe sempre la nostra gratitudine per quello che hanno fatto, è necessaria una sosta per vedere se la stessa strada con gli stessi compagni può essere ancora percorsa nell'avvenire. (Approvazioni; commenti).
Sono io, o signori, che levo in quest'Aula l'accusa contro me stesso. Si è detto che io avrei fondato una Ceka. Dove? Quando? In qual modo? Nessuno potrebbe dirlo! Veramente c'è stata una Ceka in Russia, che ha giustiziato senza processo, dalle centocinquanta alle centosessantamila persone, secondo statistiche quasi ufficiali. C'è stata una Ceka in Russia, che ha esercitato il terrore sistematicamente su tutta la classe borghese e sui membri singoli della borghesia. Una Ceka, che diceva di essere la rossa spada della rivoluzione.
Ma la Ceka italiana non è mai esistita.
Nessuno mi ha negato fino ad oggi queste tre qualità: una discreta intelligenza, molto coraggio e un sovrano disprezzo del vile denaro. (vivissimi, prolungati applausi).
Se io avessi fondato una Ceka, l'avrei fondata seguendo i criteri che ho sempre posto a presidio di quella violenza che non può essere espulsa dalla storia. Ho sempre detto, e qui lo ricordano quelli che mi hanno seguito in questi cinque anni di dura battaglia, che la violenza, per essere risolutiva, deve essere chirurgica, intelligente, cavalleresca. (Approvazioni).
Ora i gesti di questa sedicente Ceka sono stati sempre inintelligenti, incomposti, stupidi. (a Benissimo! ").

Ma potete proprio pensare che nel giorno successivo a quello del Santo Natale, giorno nel quale tutti gli spiriti sono portati alle immagini pietose e buone, io potessi ordinare un'aggressione alle 10 del mattino in via Francesco Crispi, a Roma, dopo il mio discorso di Monterotondo, che è stato forse il discorso più pacificatore che io abbia pronunziato in due anni di Governo? (Approvazioni). Risparmiatemi di pensarmi così cretino. (vivissimi applausi).

E avrei ordito con la stessa intelligenza le aggressioni minori di Misuri e di Forni? Voi ricordate certamente il discorso del I° giugno. Vi è forse facile ritornare a quella settimana di accese passioni politiche, quando in questa Aula la minoranza e la maggioranza si scontravano quotidianamente, tanto che qualcuno disperava di riuscire a stabilire i termini necessari di una convivenza politica e civile fra le due opposte parti della Camera.
Discorsi irritanti da una parte e dall'altra. Finalmente, il 6 giugno, l'onorevole Delcroix squarciò, col suo discorso lirico, pieno di vita e forte di passione, l'atmosfera carica, temporalesca.
All'indomani, io pronuncio un discorso che rischiara totalmente l'atmosfera. Dico alle opposizioni: riconosco il vostro diritto ideale ed anche il vostro diritto contingente; voi potete sorpassare il fascismo come esperienza storica; voi potete mettere sul terreno della critica immediata tutti i provvedimenti del Governo fascista.
Ricordo e ho ancora ai miei occhi la visione di questa parte della Camera, dove tutti intenti sentivano che in quel momento avevo detto profonde parole di vita e avevo stabilito i termini di quella necessaria convivenza senza la quale non è possibile assemblea politica di sorta. (Approvazioni).
E come potevo, dopo un successo, e lasciatemelo dire senza falsi pudori e ridicole modestie, dopo un successo così clamoroso, che tutta la Camera ha ammesso, comprese le opposizioni, per cui la Camera si aperse il mercoledì successivo in un'atmosfera idilliaca, da salotto quasi (approvazioni), come potevo pensare, senza essere colpito da morbosa follia, non dico solo di far commettere un delitto, ma nemmeno il più tenue, il più ridicolo sfregio a quell'avversario che io stimavo perché aveva una certa crarerie, un certo coraggio, che rassomigliavano qualche volta al mio coraggio e alla mia ostinatezza nel sostenere le tesi? (vivi applausi).
Che cosa dovevo fare? Dei cervellini di grillo pretendevano da me in quella occasione gesti di cinismo, che io non sentivo di fare perché ripugnavano al profondo della mia coscienza. (Approvazioni). Oppure dei gesti di forza? Di quale forza? Contro chi? Per quale scopo?
Quando io penso a questi signori, mi ricordo degli strateghi che durante la guerra, mentre noi mangiavamo in trincea, facevano la strategia con gli spillini sulla carta geografica. (Approvazioni). Ma quando poi si tratta di casi al concreto, al posto di comando e di responsabilità si vedono le cose sotto un altro raggio e sotto un aspetto diverso. (Approvazioni).
Eppure non mi erano mancate occasioni di dare prova della mia energia. Non sono ancora stato inferiore agli eventi. Ho liquidato in dodici ore una rivolta di Guardie regie, ho liquidato in pochi giorni una insidiosa sedizione, in quarantott'ore ho condotto una divisione di fanteria e mezza flotta a Corfù. (vivissime approvazioni).
Questi gesti di energia, e quest'ultimo, che stupiva persino uno dei più grandi generali di una nazione amica, stanno a dimostrare che non è l'energia che fa difetto al mio spirito.
Pena di morte? Ma qui si scherza, signori. Prima di tutto, bisognerà introdurla nel Codice penale, la pena di morte; e poi, comunque, la pena di morte non può essere la rappresaglia di un Governo. Deve essere applicata dopo un giudizio regolare, anzi regolarissimo, quando si tratta della vita di un cittadino! (vivissime approvazioni).
Fu alla fine di quel mese, di quel mese che è segnato profondamente nella mia vita, che io dissi: "voglio che ci sia la pace per il popolo italiano"; e volevo stabilire la normalità della vita politica.
Ma come si è risposto a questo mio principio? Prima di tutto, con la secessione dell'Aventino, secessione anticostituzionale, nettamente rivoluzionaria. (vive approvazioni). Poi con una campagna giornalistica durata nei mesi di giugno, luglio, agosto, campagna immonda e miserabile che ci ha disonorato per tre mesi. (Applausi vivissimi e prolungati). Le più fantastiche, le più raccapriccianti, le più macabre menzogne sono state affermate diffusamente su tutti i giornali! C'era veramente un accesso di necrofilia! (Approvazioni). Si facevano inquisizioni anche di quel che succede sotto terra: si inventava, si sapeva di mentire, ma si mentiva.
E io sono stato tranquillo, calmo, in mezzo a questa bufera, che sarà ricordata da coloro che verranno dopo di noi con un senso di intima vergogna. (Approvazioni).
E intanto c'è un risultato di questa campagna! Il giorno 11 settembre qualcuno vuol vendicare l'ucciso e spara su uno dei nostri migliori, che morì povero. Aveva sessanta lire in tasca. (Applausi vivissimi e prolungati. Tutti i deputati sorgono in piedi).
Tuttavia io continuo nel mio sforzo di normalizzazione e di normalità. Reprimo l' illegalismo.
Non è menzogna. Non è menzogna il fatto che nelle carceri ci sono ancor oggi centinaia di fascisti! (Commenti). Non è menzogna il fatto che si sia riaperto il Parlamento regolarmente alla data fissata e si siano discussi non meno regolarmente tutti i bilanci, non è menzogna il giuramento della Milizia, e non è menzogna la nomina di generali per tutti i comandi di Zona.
Finalmente viene dinanzi a noi una questione che ci appassionava: la domanda di autorizzazione a procedere con le conseguenti dimissioni dell'onorevole Giunta.
La Camera scatta; io comprendo il senso di questa rivolta; pure, dopo quarantott'ore, io piego ancora una volta, giovandomi del mio prestigio, del mio ascendente, piego questa Assemblea riottosa e riluttante e dico: siano accettate le dimissioni. Si accettano. Non basta ancora; compio un ultimo gesto normalizzatore: il progetto della riforma elettorale.
A tutto questo, come si risponde? Si risponde con una accentuazione della campagna. Si dice: il fascismo è un'orda di barbari accampati nella nazione; è un movimento di banditi e di predoni! Si inscena la questione morale, e noi conosciamo la triste storia delle questioni morali in Italia. (vive approvazioni).
Ma poi, o signori, quali farfalle andiamo a cercare sotto l'arco di Tito? Ebbene, dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. (Vivissimi e reiterati applausi. Molte voci: "Tutti con voi! Tutti con voi!").
Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda! Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa! (Applausi). Se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere! (Vivissimi applausi. Molte voci: "Tutti con voi!").
Se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico e morale, ebbene a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l'ho creato con una propaganda che va dall'intervento ad oggi.
In questi ultimi giorni non solo i fascisti, ma molti cittadini si domandavano: c'è un Governo? (Approvazioni). Ci sono degli uomini o ci sono dei fantocci? Questi uomini hanno una dignità come uomini? E ne hanno una anche come Governo? (Approvazioni).
Io ho voluto deliberatamente che le cose giungessero a quel determinato punto estremo, e, ricco della mia esperienza di vita, in questi sei mesi ho saggiato il Partito; e, come per sentire la tempra di certi metalli bisogna battere con un martelletto, così ho sentito la tempra di certi uomini, ho visto che cosa valgono e per quali motivi a un certo momento, quando il vento è infido, scantonano per la tangente. (vivissimi applausi).
Ho saggiato me stesso, e guardate che io non avrei fatto ricorso a quelle misure se non fossero andati in gioco gli interessi della nazione. Ma un popolo non rispetta un Governo che si lascia vilipendere! (Approvazioni). Il popolo vuole specchiata la sua dignità nella dignità del Governo, e il popolo, prima ancora che lo dicessi io, ha detto: Basta! La misura è colma!
Ed era colma perché? Perché la spedizione dell'Aventino ha sfondo repubblicano! (Vivi applausi; grida di: "viva il re"; i ministri e i deputati sorgono in piedi; vivissimi, generali, prolungati applausi, cui si associano le tribune). Questa sedizione dell' Aventino ha avuto delle conseguenze perché oggi in Italia, chi è fascista, rischia ancora la vita! E nei soli due mesi di novembre e dicembre undici fascisti sono caduti uccisi, uno dei quali ha avuto la testa spiaccicata fino ad essere ridotta un'ostia sanguinosa, e un altro, un vecchio di settantatre anni, è stato ucciso e gettato da un muraglione.
Poi tre incendi si sono avuti in un mese, incendi misteriosi, incendi nelle Ferrovie e negli stessi magazzini a Roma, a Parma e a Firenze.
Poi un risveglio sovversivo su tutta la linea, che vi documento, perché è necessario di documentare, attraverso i giornali, i giornali di ieri e di oggi: un caposquadra della
Milizia ferito gravemente da sovversivi a Genzano; un tentativo di assalto alla sede del Fascio a Tarquinia; un fascista ferito da sovversivi a Verona; un milite della Milizia ferito in provincia di Cremona; fascisti feriti da sovversivi a Forlì; imboscata comunista a San Giorgio di Pesaro; sovversivi che cantano Bandiera rossa e aggrediscono i fascisti a Monzambano.
Nei soli tre giorni di questo gennaio l925, e in una sola zona, sono avvenuti incidenti a Mestre, Pionca, Vallombra: cinquanta sovversivi armati di fucili scorrazzano in paese cantando Bandiera rossa e fanno esplodere petardi; a Venezia, il milite Pascai Mario aggredito e ferito; a Cavaso di Treviso, un altro fascista è ferito; a Crespano, la caserma dei carabinieri invasa da una ventina di donne scalmanate; un capomanipolo aggredito e gettato in acqua a Favara di Venezia; fascisti aggrediti da sovversivi a Mestre; a Padova, altri fascisti aggrediti da sovversivi.
Richiamo su ciò la vostra attenzione, perché questo è un sintomo: il diretto l92 preso a sassate da sovversivi con rotture di vetri; a Moduno di Livenza, un capomanipolo assalito e percosso.
Voi vedete da questa situazione che la sedizione, dell'Aventino ha avuto profonde ripercussioni in tutto il paese. Allora viene il momento in cui si dice basta! Quando due elementi sono in lotta e sono irriducibili, la soluzione è la forza. (vive approvazioni. vivi applausi. Commenti).
Non c'è stata mai altra soluzione nella storia e non ce ne sarà mai.
Ora io oso dire che il problema sarà risolto. Il fascismo, Governo e Partito, sono in piena efficienza.
Signori!
Vi siete fatte delle illusioni! Voi avete creduto che il fascismo fosse finito perché io lo comprimevo, che fosse morto perché io lo castigavo e poi avevo anche la crudeltà di dirlo. Ma se io mettessi la centesima parte dell'energia che ho messo a comprimerlo, a scatenarlo, voi vedreste allora. (vivissimi applausi).
Non ci sarà bisogno di questo, perché il Governo è abbastanza forte per stroncare in pieno definitivamente la sedizione dell'Aventino. (vivissimi, prolungati applausi). L'Italia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa.
Noi, questa tranquillità, questa calma laboriosa gliela daremo con l'amore, se è possibile, e con la forza, se sarà necessario. (Vive approvazioni).
Voi state certi che nelle quarantott'ore successive a questo mio discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l'area. (vivissimi e prolungati applausi. Commenti). Tutti sappiamo che ciò che ho in animo non è capriccio di persona, non è libidine di Governo, non è passione ignobile, ma è soltanto amore sconfinato e possente per la patria. (vivissimi, prolungati e reiterati applausi. Grida ripetute di: " Viva Mussolini! ". Gli onorevoli ministri e moltissimi deputati si congratulano con l'onorevole Presidente del Consiglio. La seduta è sospesa).
     IL RAS.TK