venerdì 15 gennaio 2016

LA LOTTA ALL' USURA E' LA VERA RIVOLUZIONE

LA LOTTA ALL' USURA E' LA VERA RIVOLUZIONE

[ la gabbia esposta al sole , alla pioggia e alla notte in cui venne rinchiuso Ezra Pound,  dall' esercito USA  ] 


Il mio amico Ezra Pound ha ragione.

La rivoluzione è guerra all’usura.

È guerra all’usura pubblica e all’usura privata.

Demolisce le tattiche delle battaglie di borsa.

Distrugge i parassitismi di base, sui quali i moderati costruiscono le loro fortezze.

Insegna a consumare al modo giusto, secondo logica di tempo, quel che è possibile produrre.

Reagisce alle altalene del tasso di sconto, che fanno la sventura di chi chiede per investire nell’industria, e aumenta il mondo del risparmio, riducendone il coraggio, contraendone la volontà di ascesa, incrementandone la sfiducia nell’oggi, che è più letale ancora della sfiducia nel domani.

Allorché il mio amico Ezra Pound mi donò le sue “considerazioni” sull’usura, mi disse che il potere non è del danaro, o del danaro soltanto, ma dell’usura soltanto, del danaro che produce danaro, che produce soltanto danaro, che non salva nessuno di noi, che lancia noi deboli nel gorgo dalla cui corrente altro danaro verrà espresso, come supremo male del mondo. Aggiunse in quel suo italiano, gaelico e slanghistico, infarcito di arcaismi tratti da Dante e dai cronachisti del trecento, che il potere del danaro e tutti gli uomini di questo potere regnano su un mondo del quale hanno monetizzato il cervello e trasformato la coscienza in lenzuoli di banconote. Il danaro che produce danaro.



La formula del mio amico Ezra Pound riassume la spaventosa condizione del nostro tempo. Il danaro non si consuma. Regge al contatto dell’umanità. Nulla cede delle proprie qualità deteriori. Contamina peggiorandoci in ragione della continua salita del suo corso tra i banchi e le grida della borsa nelle cui caverne l’umano viene, inesorabilmente, macinato.

Il mio amico Pound ha le qualità del predicatore cui è nota la tempesta dell’anno mille, dell’anno “ volte mille” sempre alle porte della nostra casa di dannati all’autodistruzione.

La lava del denaro, infuocata e onnivora, scende dalla montagna che il cielo ha lanciato contro di noi, mi ha detto il mio amico Pound; e nessuno, tra noi, si salverà.

Il mio amico Pound ha continuato con voi, come mi avete detto, nella casa romana dello scrittore di cose navali Ubaldo degli Uberti, l’analisi di come il danaro produce soltanto danaro, e non beni che sollevino il nostro spirito dalla palude nella quale il suo potere ci ha immerso. Non è ossessione la sua.

Nessun uomo saggio, se ancora ne esistono, ha elementi per dichiarare esito di pericolosa paranoia il suo vedere, tra i blocchi di palazzi di Wall Street e tra le stanze dei banchieri della City, le pareti indistruttibili dell’inferno di oggi. 

I Kahn, i Morgan, i Morgenthau, i Toeplitz di tutte le terre egli vede alla testa dell’armata dell’oro. Pound piange i morti che quell’esercito fece. E vorrebbe sottrarre a ogni pericolo tutti noi esposti alla furia del potere dell’oro.

Con il vostro amico Pound ho parlato di quello che Peguy ha scritto contro il potere dell’oro. Conosce quasi a memoria quelle pagine. Ne recita brani interi, senza dimenticarne alcuna parola. Il suo francese risale agli anni parigini in cui la gente di New York, di Boston, emigrata a Parigi, pensava ancora che l’occidente fosse fra noi. 

Illusa, quella gente, che scegliendo Parigi, il potere dell’oro sarebbe andato per stracci, almeno per questi migranti della letteratura. È, quel francese di Pound, come un prodotto del passato, come una denuncia del troppo che stiamo dimenticando, tutti noi che corriamo il rischio, o che già lo abbiamo corso, di finire maciullati dal potere dell’oro.

Benito Mussolini

al giovane giornalista triestino Yvon De Begnac durante i loro colloqui tra il 1934 e il 1943, che oggi ritroviamo nei famosi postumi “Taccuini mussoliniani”.



martedì 12 gennaio 2016

"NOI NON CREDIAMO A NIENTE"...



...così hanno (secondo cronache) balbettato un gruppo di adolescenti trovatisi minacciati con una pistola da 4 adulti che hanno posto loro la domanda di rito : "credete in Dio o in Allah ?".
L'episodio,accaduto a Vignola (Modena) giorni fa,sembrerebbe avere i contorni di uno stupido scherzo messo in atto da musulmani (tutti regolari) che,servendosi di una scacciacani,hanno provocato allarme in un intero paese e pure tra i servizi antiterrorismo.
Tutto risolto,a quanto sembra,con la presentazione in caserma degli autori dello scherzo e relativa denuncia.
Questo il fatto,forse sconosciuto a molti che abbiano la cortesia di leggere,...ma una cosa ha attratto la mia attenzione : la collettiva dichiarazione dei giovanissimi in (presunto) pericolo.
"Noi non crediamo in niente"...hanno sussurrato (sempre secondo cronache) terrorizzati e temendo una esecuzione sommaria in caso di risposta "sbagliata".
La cronaca (vera) degli innumerevoli atti di ferocia mostrati dal fondamentalismo jihadista nei confronti degli infedeli (e pure degli apostati musulmani) credo fosse a conoscenza dei ragazzi perché sbandierata in tutte le salse dai media e pure su internet.
Quindi la pericolosità della domanda,resa piú palese dalla pistola,era sicuramente tale da provocare paura,se non terrore immediato.
Ma,nuda e cruda,era precisa : "credi in Dio o in Allah" ?
Non inoltriamoci in questioni teologiche (neppure ne sarei capace) e poniamo la domanda come ,forse, la volevano porre i "cattivi" : sei cristiano o musulmano ?
"Tertium non datur"...una terza scelta non era compresa,visti i tempi e gli accadimenti.
Ovvero i 4 musulmani,pur inseriti in una realtà italiana che avrebbero dovuto conoscere,non hanno previsto la possibilità che,nella culla del Cristianesimo,di credenti possano essercene davvero pochi....
Avrebbero dovuto porre la domanda secondo le regole del "politicamente corretto" : credi in Dio,in Budda,nella Trimurti,in Geova,nella New-Age,etc,etc..,sei ateo e qualsiasi altra cosa oppure credi in Allah (senza specificare se sunnita o sciita) ??
I ragazzi italiani,senza pensarci sopra e pure spaventatissimi,hanno risposto all'unisono di "non credere in nulla"....
Non so (e non mi interessa) se l'abbiano fatto perché non avessero (comprensibilmente) la minima intenzione di "subire il martirio" e quindi abbiano abiurato la religione cristiana (magari sono battezzati e cresimati).
Oppure gli stessi,per altrettanto legittima libertà individuale,possano già professarsi atei convinti e,quindi,inconsapevolmente abbiano fatto "professione di fede".
Una cosa so,con la certezza degli spargimenti di sangue riportata da tutte le cronache africane e mediorientali in casi analoghi : se reciti il Corano ti salvi,se credi in Dio ti ammazzo !!
Tutto con le varianti ed eccezioni del caso,che non tratto in questa occasione.
Ma se "non credi in nulla",sei morto all'istante....e pure senza avere Qualcuno da invocare.

Grazie per l'attenzione
Vincenzo Mannello
                                                                                                                                           

domenica 10 gennaio 2016

ECCIDIO DI PORZUS



Eccidio di Porzûs
 
Partigiani rossi contro Partigiani bianchi

Friuli 1945: partigiani comunisti fucilano una formazione della
Brigata Osoppo, costituita da partigiani cattolici, azionisti e indipendenti.

 
 
 I testi e le foto di Porzûs sono concesse gentilmente dal Webmaster di   www.porzus.net
 
Il 7 febbraio 1945 un gruppo di partigiani comunisti appartenenti ai GAP friulani delle Brigate Garibaldi, capeggiati da Mario Toffanin (Giacca), raggiunse il comando della Brigata Osoppo, situato presso le malghe di Porzûs, Friuli orientale, per arrestare e fucilare i membri.
L'accusa per tutti fu quella di osteggiare la politica dei partigiani iugoslavi capeggiati da Josip Broz Tito, la mancata distribuzione ad altri gruppi partigiani delle armi passate alla Osoppo dagli anglo-americani e trattare con tedeschi e fascisti della Decima Mas per impedire l'annessione del Friuli alla Jugoslavia.


Comandante della Brigata Osoppo era Francesco De Gregori detto "Bolla", zio del cantautore, che venne subito ucciso insieme al commissario politico del Partito d'Azione Gastone Valente (detto "Enea") e ad un giovane, Giovanni Comin (detto "Gruaro", che si trovava in zona perché voleva arruolarsi nella brigata). Altri sedici partigiani furono imprigionati e fucilati nei giorni successivi dopo processi sommari: tra questi Guido Ermes Pasolini, fratello di Pier Paolo. Ne vennero assolti soltanto due che passarono poi nei GAP.

Nel 1952, trentasei responsabili dell'eccidio, tra i quali il gappista Mario Toffanin nel frattempo scappato in Jugoslavia, furono condannati a 770 anni di carcere; furono poi liberati in seguito a varie amnistie.

Monsignor Aldo Moretti, partigiano "Lino", un fondatore della Osoppo ritroverà nel giugno 1945 i corpi dei partigiani uccisi, nel 1997 rilasciò una intervista a Famiglia Cristiana, in cui sostenne che già nell'autunno del 1944 vi erano stati attriti con i partigiani che facevano riferimento al PCI, che si erano messi al comando del IX Corpus jugoslavo di Tito e quelli di "Bolla", che avevano rifiutato di mettersi agli ordini dei titini e di lasciare la zona.

Giovanni Padovan, detto "Vanni", commissario politico della divisione Garibaldi-Natisone, a proposito della strage dichiarerà:
 "L'eccidio di Porzus e del Bosco Romagno, dove furono trucidati 20 partigiani osovani, è stato un crimine di guerra che esclude ogni giustificazione. E la Corte d'Assise di Lucca ha fatto giustizia condannando gli autori di tale misfatto. Benché il mandante di tale eccidio sia stato il Comando sloveno del IX Korpus, gli esecutori, però, erano gappisti dipendenti anche militarmente dalla Federazione del Pci di Udine, i cui dirigenti si resero complici del barbaro misfatto e siccome i Gap erano formazioni garibaldine, quale dirigente comunista d'allora e ultimo membro vivente del Comando Raggruppamento divisioni "Garibaldi-Friuli", assumo la responsabilità oggettiva a nome mio personale e di tutti coloro che concordano con questa posizione. E chiedo formalmente scusa e perdono agli eredi delle vittime del barbaro eccidio".

 Come affermò lo storico Marco Cesselli, questa dichiarazione l'avrebbe dovuta fare il Comando Raggruppamento divisioni "Garibaldi-Friuli" quando era in corso il processo di Lucca.
 


Porzùs: una triste storia legata ai tempi della 2° guerra mondiale


Porzùs è un paesino di montagna, composto da alcune case adagiate sul monte, lungo la strada che da Attimis conduce alle omonime Malghe di Porzus.

La maggior parte delle persone quando sente dire Porzus, pensa subito ai tristi e dolorosi fatti avvenuti alle Malghe il 7 febbraio 1945 e non all' evento celeste che ebbe come protagonista una semplicissima fanciulla del piccolo paese: Teresa Dush. E' innegabile che questa località è tristemente famosa per il massacro che vi fu consumato il 7 febbraio 1945: i «gappisti» - cosi si chiamavano questi gruppi speciali partigiani - di Mario Toffanin, detto «Giacca», giunsero alle malghe sotto sera. Erano un centinaio e s'erano ben preparati a recitare l'inganno. Dissero che erano dei patrioti sfuggiti per miracolo ai tedeschi. Accolti, uccisero dapprima due comandanti osovani ed un ragazzo, poi razziarono tutto, dai viveri agli orologi, alle penne stilografiche e portarono con sé diciannove prigionieri che ammazzarono dopo inutili interrogatori nei pressi del Bosco Romagno (località vicino Iplis a pochi km. da Cividale ) dal 18 al 20 febbraio, eccetto due che aderirono alle loro idee). Ma è pur vero che Porzus è anche e sopratutto ricordata per eventi legati alla fede Cristiana.
 
MALGHE DI PORZUS PORZUS
LA LAPIDE CHE RICORDA L'ECCIDIO

questa volta non è la solita sciagurata "azione di guerra",
i comunisti hanno eliminato 20 persone che combattevano con loro,  ma non per il comunismo;
 


hanno ottenuto vantaggi per il loro credo rosso
 
                                                                                                                                                    
                                                                                                                                                                    













































venerdì 8 gennaio 2016

L'ESPERIENZA ANARCHICA SPAGNOLA...




L’esperienza anarchica spagnola. La realizzazione di un’utopia

di Saverio Borgheresi
Molto è stato scritto sulla guerra civile spagnola, ma il contributo anarchico è stato sempre ignorato, o al massimo ridotto a qualche riga a piè di pagina, dove venivano segnalati gli anarchici solamente come sbandati. Niente di più inesatto. La Spagna è stato l’unico paese al mondo insieme all’Ucraina dei primi ’20 del ‘900 in cui l’anarchismo abbia dato vita ad un grande movimento di massa.
Gli ideali anarchici si svilupparono nella penisola iberica intorno al 1868, ad opera del napoletano Giuseppe Favelli, diffondendosi con estrema rapidità.
Le aree interessate, erano l’Andalusia una delle regioni più povere della Spagna e la Catalogna la regione più ricca, dov’era presente un marcato sviluppo industriale.
Nei decenni successivi la forza degli anarchici non fece che crescere, testimoniata dalla centrale sindacale Confedaracion Nazionale de Trabajo, infatti per molto tempo, i lavoratori ( emigrati dal profondo Sud ) preferirono affiliarsi all’anarcosindacalismo , che rifiutava ogni logica elettorale, piuttosto cha ai partiti “proletari” di massa.
Inoltre la situazione politica spagnola alla fine del XIX secolo era abbastanza appiattita, da un’ equilibrio istituzionale, prodotto dall’esclusione dei movimenti socialisti e antagonisti.
Nel 1923, il potere fu assunto da Miguel Primo de Rivera, che sciolse il parlamento e instaurò un governo personalistico. Sette anni dopo la Spagna fu travolta da una profonda crisi finanziaria  e De Rivera fu costretto a dimettersi.
Alla vigilia della guerra civile la situazione socio economica spagnola era tragica, colpita da profonde disuguaglianze, rispetto all’altre nazioni europee.
Il 67% delle proprietà terriere apparteneva al 2% della popolazione ( circa 10.000 persone avevano metà dei latifondi ). Le rimanenti proprietà appartavano alla classe “agricola”, ma molti di loro avevano insufficienti proprietà per vivere dignitosamente e lavoravano alla giornata presso i latifondisti. Nel settore primario, era occupata il 70% della popolazione.
Il settore industriale era in fase embrionale, la maggioranza delle industrie, circa il 70% erano situate in Catalogna presso il confine francese.
Le altre classi sociali che componevano la società iberica erano gli ordini religiosi, militari e i cachique.
La Chiesa deteneva un potere immenso nella Spagna prerivoluzionaria ( anche durante il periodo franchista ). I gesuiti detenevano oltre il 30% della ricchezza nazionale, i preti erano circa 30.000 e 70.000 i membri delle altre congregazioni. Moltissimi cardinali e vescovi vivevano nel peggior lusso mentre predicavano l’esatto contrario, alla popolazione superstiziosa e analfabeta ( circa l’ 80% ).
L’esercito spagnolo era rinomato per la sua inefficienza e per l’alto numero di ufficiali presenti, uno ogni sei soldati. La casta militare si sviluppò in maniera esponenziale durante il regno di Alfonso XII. Gli alti gradi dell’esercito costituivano una valida alleanza per gli imprenditori chiesa e latifondisti. L’ultima casta riguarda il cachique, era un personaggio molto potente ( proprietario terriero, parroco,contadino ricco,ufficiale militare o funzionario statale ) che con l’appoggio delle istituzioni religiose e della Guardia Civil, dominava su tutti gli aspetti della vita sociale ed economica della zona di sua competenza, risultandone quindi anche il capo politico: formava le liste elettorali e la popolazione agricole e bracciantile votava secondo i suoi suggerimenti,  sia per paura che per clientelismo, tutto questo, ovviamente, sotto la compiacenza dello Stato.
Quindi era impossibile per i rappresentanti delle classi subalterne entrare attivamente in politica con schieramenti antagonisti. Di conseguenza il proletario e i mezzadri vedevano il regime liberaldemocratico come una truffa ai suoi danni e preferisse di conseguenza strade rivoluzionarie. L’anarchismo ebbe per questo un enorme successo perché teorizzavano la fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e l’abolizione di ogni forma di potere, in primo luogo quello statale, considerato non a torto dalla popolazione come quello più oppressivo.
Le elezioni municipali del 1931, videro l’affermazione della pseudo sinistra. Nei giorni successivi un comitato rivoluzionario prese il potere e costrinse all’esilio il re. Il 14 aprile fu proclamata la repubblica i lavoratori e mezzadri pensavano di migliorare il proprio status economico, con il nuovo governo ma le loro speranze erano state disattese. Il governo repubblicano iniziò a programmare un’equa redistribuzione della terra, ma per sua stessa ammissione per modificare le proprietà agricole occorreva un periodo di circa 100 anni!. Le condizioni di lavoro rimasero immutate rispetto al governo precedente, la disoccupazione toccava il 30%. Le organizzazione sindacale subirono dure repressioni. Moltissimi membri vennero imprigionati. A luglio del 1933, vi erano circa 9.000 prigionieri politici.
Nello stesso anno le consultazioni parlamentari erano state vinte dalla coalizione della destra clericale-conservatrice. Il nuovo raggruppamento, cercava di mantenere i privilegi delle varie caste ottenute nei secoli precedenti. A Barcellona il sindacato anarchico organizzò una rivolta che durò 10 gg e fu repressa nel sangue. Nelle Asturie una regione a Nord della Spagna, i minatori si organizzarono militarmente attaccando i presidi militari, ma sfortunatamente la rivolta non ebbe seguito nel paese.
Alla fine rimasero uccise  oltre 3.000 persone. A seguito di questi drammatici avvenimenti il governo di centro destra si dimise. ( Per motivi politici, erano rinchiuse nelle prigioni spagnole oltre 30.000 civili ).
Le elezioni videro l’affermazione del fronte di centro-sinistra composta da repubblicani social-democratici e comunisti. Gli anarchici appoggiarono in maniera non ufficiale il Fronte Popular anche perché, tra le sue prime promesse vi era, l’amnistia per i detenuti politici arrestati nel corso dell’insurrezione del 1934.
Il governo del Fronte Popular, iniziò solo timide riforme, tra febbraio e il colpo di stato militare di luglio c’erano  stati oltre 300 scioperi generali, 145 attentati dinamitardi, 269 morti, 1287 feriti e 167 chiese devastate. Nello stesso tempo moltissimi socialisti delusi dalla politica del compromesso abbandonarono il loro sindacato UGT, per entrare nell’anarcosindacalismo.
Il 13 giugno 30.000 minatori delle Asturie scioperarono contro il governo. La settimana successiva tutti i lavoratori spagnoli erano in protesta. Gli scioperanti non manifestavano solo per ottenere migliori condizioni economiche, ma anche per migliorare il proprio status lavorativo. A fine giugno il governo repubblicano decise di chiudere tutte le sezioni della CNT.
Il primo luglio, un gruppo di generali della destra conservatrice e clericale pubblicò un manifesto contro il governo ( Manifesto Radical ). ( A differenza della Russia,Germania e Italia i golpisti non avevano l’appoggio delle classi lavoratrici, ma solamente quello dei latifondisti industriali e clero ).
Il 17 luglio i militari ribelli iniziarono ad occupare il sud della Spagna arrivano in pochi a conquistare la Galizia il Nord Castiglia, Leon e Andalusia, dove erano stati fermati dalle truppe irregolari dell’esercito repubblicano.
In Catalogna, i militari ribelli erano stati sconfitti e il potere venne assunto dai lavoratori. Il 21 luglio a Barcellona  vennero collettivizzate le ferrovie, il 25 i trasporti, il 26 l’elettricità e il 27 le agenzie marittime. In breve anche le industrie circa il 70%, vennero cedute ai lavoratori. Nelle imprese socializzate ( una situazione simile accade anche in Italia durante la RSI ), vennero insediati comitati composti da membri eletti dai sindacati, che si sostituiva al direttore. Quest’ultimo poteva contare a lavorare nell’impresa, ma con lo stesso salario degli altri dipendenti. Le banche non vennero collettivizzate, ma dovettero cedere gran parte della loro autonomia di gestione al governo, che disponeva così di un importante mezzo di pressione sulle collettività di tesoreria. La terra che apparteneva ai latifondisti fu ridivisa in comuni agricoli. La collettivizzazione fu volontaria e completamente diversa da quella che capitò in URSS, in tutto riguardò dai 2 ai 5 milioni di persone.  La terra venne suddivisa in unità razionali. Chi non voleva unirsi alla collettività riceveva un po’di terra, ma solo nelle misure in cui era capace di lavorare da solo, senza la possibilità di assumere lavoratori. L’assemblea generale dei contadini eleggeva un comitato d’amministrazione, i cui membri non ricevevano nessun alcun vantaggio materiale. Il lavoro si svolgeva in gruppi, senza capi,dato che questa funzione era stata soppressa. Tra gli agricoltori la remunerazione si percepiva come salario famigliare e nelle zone in cui il denaro era stato abolito veniva erogato sotto forma di buoni.
Le chiese che non erano state date alle fiamme venero adibite in scuole, ospedali o magazzini.
Alla fine del 1936, tra le file delle formazioni repubblicane prese importanza il gruppo comunista grazie ai finanziamenti logistici e militari ricevuti da Mosca.
La nuova formazione istituì da subito un sindacato parallelo alla C.N.T. il C.E.P.C.I. che attirava le simpatie della piccola borghesia commerciale ed agricola. Nella polizia e nei caribineros i posti chiavi vennero presi dai comunisti o dai loro alleati socialisti. In pochi mesi, grazie alla sua immensa attività di propaganda, il partito di Mosca passò da 40.000 ai 250.000 iscritti. Il nuovo governo repubblicano utilizzva le milizie rosse contro gli anarchici catalani e aragonesi.
La situazione tra le diverse fazioni si fece sempre più tesa, nel maggio del 1937 la polizia governata dai comunisti e nazionalisti catalani attaccò la centrale telefonica di Barcellona, controllata dai membri della CNT. Così iniziorono le “giornate di maggio”, in città riappaiono le barricate e sviluppano gli scontri armati, tra anarchici da una parte e forze governative dall’altra. Alla fine le forze antagoniste vennero sconfitte, mentre sul campo rimasero oltre 500 morti.
Il giorno 5 maggio Camillo Berberi, noto esponente anarchico, poco dopo aver commemorato la morte di Gramsci a radio Barcellona, venne prelevato dalla sua abitazione da agenti comunisti in borghese e ucciso in un vicolo nel centro della città.
Dieci giorni dopo il nuovo governo repubblicano guidato da Negrin, escluse gli anarchici dal governo.
In agosto venne  annullato il decreto sulle collettivizzazioni agricole, preceduto dalla precedente invasione dell’ 11° esima divisione del generare Lister ( simpatizzante comunista ).
I terreni precedentemente confiscati,  erano stati  restituiti agli ex proprietari che avevano garantito l’appoggio all’esecutivo repubblicano, mentre gli altri vennero nazionalizzati. Nello stesso mese le miniere e le industrie passarono sotto il controllo dello stato.
Alla fine la rivoluzione anarchica fu distrutta dai suoi stessi “alleati”.
Barcellona, il principale anarchico, capitolò nel 1939, senza colpo ferire, la popolazione stremata dalla fame e dalle lotte interne accolse Franco quasi come un “liberatore”.


                                                                                                                                 

martedì 5 gennaio 2016

I NOSTRI EROI ! GIUSEPPE SOLARO

L’intervista: la biografia su Giuseppe Solaro alla terza ristampa

Vincenti-Solaro
Lucca, 4 ott – Giuseppe Solaro è stato il più giovane federale della Repubblica Sociale Italiana, a Torino, città in cui è nato e in cui è stato ucciso. Aveva 31 anni e vissuto abbastanza perché gli venisse dedicata una biografia, arrivata recentemente alla terza ristampa: “Giuseppe Solaro – Il fascista che sfidò la FIAT e Wall Street”, edita da CicloStile. L’autore è Fabrizio Vincenti, anima eclettica, giornalista laureato in economia e commercio, direttore di una testata sportiva (gazzettalucchese.it), collaboratore de La Nazione e instancabile ricercatore. A lui va il merito di aver ricostruito la vicenda umana e politica di Solaro, una storia esemplare nelle sue linee essenziali.
Partiamo dalle fine: se è vero che la vita di un uomo si misura da come muore, Giuseppe Solaro è stato un gigante. Pur sapendo i rischi che correva, non ha lasciato né il suo ruolo politico né la sua città, agevolando piuttosto l’uscita di scena di altre persone. È stato così catturato dai partigiani e ucciso.
Possiamo dire che Solaro è stato un capro espiatorio: si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ma non in modo inconsapevole, perché è rimasto a Torino invece di andare via. Torino: cioè, la peggiore città del nord Italia per un fascista in quel momento. La sua morte ha rappresentato quella di tanti appartenenti alla generazione cresciuta sotto il fascismo e arrivati alle estreme conseguenze. Al contrario di quanto è stato detto dopo, non sono stati pochi: ci sono stati più volontari nella Seconda guerra mondiale che nella Prima.
“L’esecuzione di Solaro”: così titola il manifesto di condanna a morte del federale, un interessante esempio di mistificazione in tempo di guerra civile. Per molti studiosi, fra cui Giampaolo Pansa, si tratterebbe fra l’altro di un posticcio, di una foglia di fico messa a omicidio avvenuto. Il contenuto poi punta a demonizzare l’avversario: Solaro è un “criminale di guerra”, “reo confesso”, “torturatore”, “inqualificabile criminale”. A questi epiteti si aggiungono quello di “debole” e “spia”. Lo era davvero?
No, non era vero ed è stato dimostrato. Il trattamento ricevuto da Solaro è quello usato da una certa sinistra con tutti quelli che erano fascisti in quel momento: non si sono limitati ad ucciderli fisicamente, ma hanno tentato di farlo anche moralmente. Tanto è vero che sulla figura di Solaro si è rovesciata tutta una serie di infamità, rappresaglie familiari (il padre ferroviere venne allontanato inizialmente dal servizio), per finire con le accuse infamanti su torture e fucilazioni che avrebbe comandato. Una nutrita sequenza di menzogne tesa a togliere ogni dignità al nemico, ma Solaro – nonostante si muovesse in un contesto di guerra civile – ha tenuto un comportamento esemplare. Al contrario dei suoi detrattori.

Eppure, sempre nel manifesto, si afferma che fu “trattato con grande umanità”. “Noi adempiamo una solenne missione di giustizia, non accecati da un odio sterile”, conclude.
Viene da sorridere. La fine di Solaro lascia il sapore della mattanza generale di quei momenti. Solo a Torino circa 3 mila persone sono state uccise fra gli ultimi giorni della guerra e il primo dopoguerra. Nelle modalità con cui è morto Solaro c’è tutta la ferocia di quel momento. La ferocia del CLN che impose la morte per impiccagione; la ferocia nella tecnica, perché impiccato due volte a mani libere, quindi con una maggiore sofferenza per il condannato; la ferocia con l’esibizione del nemico ucciso, visto che Solaro fu portato impiccato per tutta Torino, con lo spregio di una sigaretta in bocca – lui, accanito fumatore – per poi essere tirato nel Po ed essere sparato dalle spallette. L’esecuzione di Solaro possiamo dire che viaggi sull’autostrada Torino-Milano, portandoci ad un’altra mattanza ‘rituale’, quella esposta a piazzale Loreto. Questo è stato il rito fondativo della repubblica post-fascista, le cui fondamenta poggiano su quel sangue.
Oltre alla morte esemplare, Solaro di esempi ne ha dati anche in vita. Di umili origini, passando attraverso il lavoro di geometra ha raggiunto la laurea in economia, di cui ha parlato e scritto intensamente sino all’ultimo. Nel mezzo la famiglia (il matrimonio e le figlie) e la politica, incarnando pienamente l’ideale fascista del pensiero-azione: volontario in Spagna nel ’37, artigliere durante la guerra, aderente alla Rsi e infine guida del fascismo   torinese nei momenti più duri.
SolaroSolaro ha vissuto una vita di lavoro e di coraggio, e il suo percorso esistenziale smonta alcuni dei luoghi comuni imposti nel dopoguerra. Innanzitutto, viste le sue origini, quello del connubio tra fascismo ed alta borghesia. Si è fatto poi fautore di una battaglia sociale che 4/5 dei comunisti si sarebbe sognato di fare, e infine spezza anche il cliché dei fascisti succubi dei nazisti: non ha mai esitato a difendere i suoi uomini e far valere le sue posizioni nei confronti del comando tedesco. Nonostante poi abbia vestito varie volte la divisa, e stato più uomo di studi che di armi, come Alessandro Pavolini, che non a caso lo ha voluto alla guida del fascismo torinese. Solaro, in particolare, si interessava di geopolitica ed economia, e ci ha lasciato dei concetti validi ancora oggi nonostante fosse, per l’età, ancora ‘in formazione’. Chissà cosa avrebbe potuto dire se non fosse morto. Per questo – vi anticipo – stiamo lavorando alla pubblicazione di tutti i suoi scritti economici.
Torino era ed è la città della Fiat, un soggetto con cui tutti i regimi politici hanno dovuto fare i conti e che ha condizionato la vita italiana. L’incontro-scontro di Solaro è stato a più livelli, sia economico che politico.
Per un fascista e anticapitalista il rapporto con la Fiat non poteva che essere durissimo. Solaro era un nemico feroce e durissimo del capitalismo, e soprattutto di quello di marca anglosassone. Riteneva che il vero pericolo fosse quello e che il modello di società che si stava preconizzando con la vittoria alleata, sarebbe stato gravemente penalizzante per le classi più umili e per i paesi più poveri. A distanza di 70 anni anche quella riflessione continua ad avere una sua validità. Tornando alla Fiat, in tanti documenti dice che era lei il nemico, piuttosto che il giovane che disertava il bando Graziani e scappava sulle montagne. Fiat che giocava più ruoli sullo scacchiere della guerra civile: teneva rapporti con tutte le parti, dalla Rsi, ai partigiani, ai tedeschi (alcuni dei quali ritroveremo nella Fiat in Germania a guerra finita), agli angloamericani. Non è un caso che Mirafiori non sia praticamente mai stata bombardata, in una città come Torino che invece ha subito gravissime distruzioni per le incursioni aeree.
La ricerca. Qual è l’obbiettivo di questo libro?
La vera sfida, spero vinta, è stata ricostruire la vita di un uomo di cui si conosceva pressoché solo la morte. La sua immagine prima dell’esecuzione, con la corda già intorno al collo, era nota. La ritroviamo anche sulle copertine di alcuni libri, senza però alcun riferimento alla vita di Solaro. Una morte esemplare, si è detto, ma la mia domanda era: avrà avuto anche una vita esemplare? Muore da fascista, ma come sarà vissuto? Molti passaggi della sua vita erano totalmente scomparsi. Basti pensare che le figlie non erano sicure neppure che avesse lavorato al Comune di Torino, dove invece fece anche un po’ di carriera, sempre intervallata dai richiami alle armi. Alcuni cassetti sono rimasti chiusi, alcuni documenti sono ancora introvabili e, come per tanti in quel periodo, rimangono misteri: per esempio sono scomparse le valigie che gli appartenevano. Probabilmente contenevano documenti con cui Solaro pensava di poter ricostruire la storia di quei giorni, magari alcune responsabilità e salvaguardare il suo ruolo da accuse artificiose. La sua battaglia – ha sempre sostenuto – era per l’Italia e per il fascismo, che riteneva l’unica strada possibile per un socialismo di marca italiana.
Giuseppe Solaro è stato un testimone della guerra civile, ma anche un lucido commentatore, uno speaker. Alla radio pronunciò proprio il suo discorso più famoso: “I ribelli siamo noi”, che racconta lo stato d’animo e la consapevolezza di chi andava incontro alla vita, alla guerra e alla morte con lo stesso passo di danza. Un altro esempio per tutti.

Simone Pellico


sabato 2 gennaio 2016

TESTIMONIANZA-CHOC DI UN CAPOTRENO

TESTIMONIANZA-CHOC DI UN CAPOTRENO SULL’ACCOGLIENZA SCONSIDERATA DEI PROFUGHI

Uno dei tanti
Uno dei tanti di Chicca Sciarresi. Ho promesso all’intervistato che non avrei scritto il suo nome e intendo mantenere la parola data per tutelare la sua incolumità professionale e personale. Un Capotreno che si definisce in tutta umiltà uno dei tanti.
Molti infatti sono nelle sue stesse condizioni, vivono da un po’ di tempo una realtà di disagio e di pericolo costante mentre svolgono il proprio lavoro.
I senza voce a cui nessuno presta le dovute attenzioni in nome di un’accoglienza sconsiderata alla quale tutto è dovuto: violenza, prepotenza, maleducazione, il diritto di non rispettare nessuna regola, vandalismo, aggressioni, umiliazioni, provocazioni e a volte anche omicidi.
Rischiano la vita tutti i giorni sapendo che non possono ricorrere alla legge che non difende le vittime, anzi, le vessa proteggendo paradossalmente i delinquenti, soprattutto quelli che sono frutto di un’immigrazione clandestina ben protetta da coloro i quali ne traggono in qualche modo vantaggi economici o politici. Poco importa ai “ piedi scalzi” che manifestano per ospitare nel nostro Paese chiunque a prescindere e a discapito di tanta gente alla quale viene negata la libertà e la serenità  della vita, quella più semplice, il quotidiano. Il popolo non può manifestare in cortei perché verrebbe a sua volta aggredito dai centri sociali e dai falsi compagni che operano legittimandosi con la scusante del razzismo.
Cari lettori de La Scansione.net, da ragazzina ho frequentato e militato nelle associazioni di sinistra e anche in un centro sociale dal quale ricordo che scappai via a gambe levate per la stupidità e la violenza banale e ingiusta che imperava all’interno! Quando mi resi conto che ricordavano gli squadristi di estrema destra, mi dileguai senza farne mai più ritorno; nessuna libertà di pensiero e opinione per gli altri, solo i loro criteri sciocchi e prepotenti, altrimenti o botte o feroci discriminazioni.
Imparavano a pappagallo quei concetti straripanti di ipocrisia che potevano reggere e legittimare le loro azioni: Uguaglianza libertà e  diritto. Ma diritto di che? Diritto per chi? Libertà per chi? Molti erano “figli di papà” viziati e annoiati che ingannavano il tempo con il piacere dell’azione violenta, altri erano pedine manovrabili dai più bulli, altri pur di non subire la solitudine, avevano compagnia e uno scopo, quello di approfittare di qualunque pretesto per dare sfogo alla propria aggressività altrimenti repressa dal quotidiano domestico.
Che ci stavo a fare io li? Io che amo i contenuti, la trasparenza, la giustizia  e la verità, che stavo a fare li? Nessuno organizza cortei per le vittime dei violenti e contro i soprusi? Dove sono i compagni che tanto decantano l’umanità, come del resto facevo io in seno a questi gruppi? Quale umanità conta ora? Perché non sfasciano tutto, come sono soliti fare, per quei poveri cristi costretti a vivere in macchina?
Qualcosa non torna! Giù la maschera dunque! Chi sono in realtà? Da quale forza politica sono incoraggiati e magari pagati per intimidire e fiaccare la volontà del popolo al fine di far continuare  gli interessi di pochi in modo indisturbato? Tornando al tema di questo articolo, dove sono i “piedi scalzi” che tanto si riempiono l’ugola per manifestare contro le ingiustizie? Solo quelle che sembrano a loro? Perché non fanno cortei, ad esempio, per fermare la violenza su chi fa il proprio dovere lavorativo come nel caso dei capotreni? Avrei molto altro da dire ma lo scriverò di certo nel prossimo articolo, ora spazio a questa intervista, che spero restringa il cuore dei più ottusi.
Perché desideri l’anonimato?
Purtroppo non posso espormi a causa delle ripercussioni estreme che potrei avere sulla mia persona e sul lavoro.
Da quanto tempo fai servizio ?
Da trent’anni e faccio la tratta in tutta Italia.
Da quanto riscontri problemi veramente gravi?
Negli ultimi anni sta diventando insostenibile la situazione  perché purtroppo si viaggia senza sicurezza e contro tutti. Chi arriva e non vuol pagare, entra e non paga.
Come percepite il problema dell’immigrazione?
Ormai il 40% del trasporto è ridotto a loro e hanno tutti i diritti ma i doveri si guardano bene di osservarli. Pretendono e ti minacciano se non li assecondi. C’è il sindacato che gli fornisce anche l’ avvocato se succede qualunque cosa.
Quali sindacati?
Qualsiasi sindacato ormai. Qualunque episodio in Italia vieme convertito in razzismo. Chiedi il biglietto che tanto non hanno e ti dicono che sei razzista; lo devi chiedere due volte a un italiano fingendo di essere rincoglionito e di scordarti che lo hai già chiesto prima, altrimenti se lo chiedi direttamente a loro ti gridano che sei razzista.
Si verificano episodi di violenza in treno? Quali?
Tutti i giorni. Dalle aggressioni alle minacce, anche minacce di denuncia, si coalizzano in due o tre per inventare che hai detto qualcosa a loro discapito, ti sputano e ti mettono le mani addosso, tutto questo è all’ordine del giorno.
Non potete difendervi?
L’unica difesa che hai è quella di fermare il treno e chiedere l’intervento delle Forze dell’Ordine a discapito degli onesti che lavorano. Allora prendi i tuoi quattro stracci e fai finta di essere un cretino! In Italia qualcuno  vuole che funzioni così. Ci sono le caserme piene dell’esercito, che mandino qualcuno sui treni! I Ministri fanno credere che le stazioni sono blindate mentre invece sono dei colabrodo! Di prima mattina trovi i vagoni maleodoranti, sporchi, tutti imbrattati da gente che ci dorme la notte e ai vertici va bene così.
Quando chiedete l’intervento della Polizia o Carabinieri, che succede?
Quando può la polizia arriva ma le caserme nelle stazioni sono sempre di meno, i poliziotti scarseggiano sempre di più e si fa quello che si può, anche loro vivono l’inferno.
Di che nazionalità sono prevalentemente i violenti ?
I più cattivi sono rumeni e magrebini, sono persone con cui si deve discutere di più e gli extracomunitari di seconda generazione che formano dei veri piccoli bronx  in certe stazioni. Ragazzini di 16/17 anni che dettano legge dentro ai treni, non puoi far niente per contrastarli visto che sono minorenni, Nord africani in prevalenza. Ormai certe stazioni sono in loro possesso; se li fai scendere, rischi di prendere delle beghe per cui ti ritrovi nei guai fino al collo se succede qualcosa! Le leggi italiane sono fatte per chi ha voglia e intenzione di delinquere.
I Musulmani come si comportano?
Esattamente come tutti gli altri, con atteggiamenti di pretesa e di sfida. Gli stranieri in Italia conoscono solo ciò che gli fa comodo e sanno di essere tutelati.
Secondo te come fanno a sapere che le nostre leggi tutelano chi delinque?
Lo sanno! Lo sa tutto il mondo che siamo dei pagliacci! Hanno telefonini di ultima generazione, usano la rete e diffondono anche a chi verrà che tanto la polizia non può fare niente. Sanno anche che ai nostri politici non interessa il problema pur di mantenere vantaggi economici e di voto. Dicono ad altri parlamentari che si ribellano a questa assurdità di fare propaganda, ma la propaganda la fanno loro con la giustificazione vigliacca dell’accoglienza umanitaria! E intanto i portafogli di molti si gonfiano! Devi stare sempre attento alla tua incolumità e devi intuire dove puoi spingerti, perché se ti succede qualcosa ti dicono: ma chi te lo ha fatto fare?
Voi fate la denuncia e poi che succede?
Niente! Arriva la Polizia, li fanno scendere, non ti danno i documenti con la scusa che se li forniscono devono rimanere nel paese che li identifica; qualcuno li dà  ma tanto è aria fritta!  Sanno che non pagano, paghiamo solo noi. Se chiami l’intervento dei Carabinieri rischi di andare in caserma tu, perché il soggetto è scappato via e tu hai fermato un mezzo pubblico, trovi solo grandi ‘rogne’; devi presentarti in caserma sulla mancata denuncia e ti dicono: perché ci hai chiamato se qui non c’è nessun denunciato? Rischi di essere perseguito per mancato allarme e interruzione di pubblico esercizio. Tutto gli è dovuto e noi italiani dobbiamo sottostare ai soprusi! Ci stiamo consegnando come agnelli inermi!
I vertici delle ferrovie dello stato cosa dicono?
Ti dicono di fare il tuo lavoro ma anche di stare molto attenti, lo sanno che siamo in mare mosso sopra una barchetta! Fanno protezione aziendale ma ormai per come è diventata l’Italia, cioè un colabrodo, ci vuole solo l’esercito!
Mi dicevi di un episodio con dei feriti, di cosa si tratta?
Erano 6 Magrebini che avevano fatto a coltellate fra di loro, di fronte l’incuranza degli altri passeggeri che continuavano a leggere il giornale perché ormai l’abbiamo data persa! Arrivati alla stazione, c’erano i Carabinieri ma sono tutti scappati da una parte e  dall’altra. Nessun punito.
Invitate i passeggieri italiani a spostarsi in vagoni dove non ci sono questi soggetti?
Si, ma non si spostano pensando che tanto è uguale! Sono rassegnati.
Quando ci sono donne da sole cosa fate?
Le invitiamo a raggiungere i vagoni di testa dove c’è personale di bordo, quantomeno a non isolarsi per evitare stupri, addirittura. Ma alcune non osservano i suggerimenti e subiscono furti, quando va bene! Molti neanche li segnalano, sanno che tanto non tirerebbero un ragno dal buco!
Prima mi raccontavi di una valigia rosa.
Si, una sera c’era una ragazza alla quale ho detto di venire più avanti visto un treno, diciamo “alquanto strano”, e non ha voluto ascoltarmi. Aveva una valigia rosa. Alla fermata la ragazza piangeva perché gli avevano rubato la valigia e in un’ altra fermata abbiamo visto un uomo di colore correre con una valigia rosa! Fidatevi del personale dei treni! Se vi consigliano qualcosa è a ragion veduta.
Ma proprio non vuoi dire chi sei?
Scherzi? Rischio di perdere il lavoro, di essere discriminato sul lavoro, il rischio di essere perseguitato anche da dei soggetti che potrei incontrare di nuovo. Chi allontani dal treno ti prende di mira e te lo ritrovi davanti prima o poi! E chi ti protegge dalla violenza a da una legge viziata e ostile?
Quali sono le minacce?
“ Ti spacco la faccia”, “ ti ammazzo”, ecc. Sta nascendo una mentalità assurda quanto stupida soprattutto fra le ragazze italiane che sembra che abbiano il ‘pedigree’ se escono o difendono qualche musulmano! Una volta a una ragazza musulmana col volto coperto ho chiesto il biglietto, e lei con aria di sfida:  non ce l’ho, sto andando in carcere a trovare mio marito.- Io complilai il verbale e poi le dissi: salutami tuo marito! Sui documenti c’è scritto musulmano e pretendono che venga riportato quasi come segno di superiorità, in barba alla nostra stupidità!
Ami il tuo lavoro?
Si, mi è sempre piaciuto, perché stai a contatto con la gente, viaggi, conosci tante persone interessanti, ma è diventato un lavoro da inferno.
Hai paura quando vai a lavorare?
Non ho famiglia e questo mi permette di tirare un sospiro di sollievo! Non c’è il pericolo di lasciare qualche caro per quanto potrebbe succedermi, però ho ancora 10 anni da fare per contratto e nonostante l’amore per il mio lavoro, non vedo l’ora di andarmene! Ogni mattina sai se entri e non sai se e come esci! All’estero non sarebbe così! Qui è invivibile! L’unica speranza, non solo per i treni ma per tutta l’Italia, è l’esercito. Gli italiani ormai si sono arresi contrastati da piccoli gruppi ‘chiassosi’ di sinistra o meglio, non si sa bene realmente la vera identità politica e gli immigrati stanno prendendo il sopravvento, prenderanno tutto. Purtroppo i politici di adesso stanno dando via ‘tutto’ per i loro interessi! Pretendono di nascondere la realtà dicendo che sono tutte rose e fiori! I collusi, gli interessati e gli sprovveduti, abboccano come tanti idioti all’ amo!
Sono molto dispiaciuta, preoccupata e angosciata per questa situazione!
Anche io! Ho però un senso di rabbia e di ribellione tale, che rivolterei l’intero Paese come un calzino!
Anche io!

Chicca Sciarresi


Fonte : LaScansione

Tratto da : NoMassoneriaMacerata
                                                                                                                                               

giovedì 31 dicembre 2015

IMBARAZZANTE O SCANDALOSO ?

Blog politicamente scorretto contro la dittatura del pensiero unico, coordinato dall' avvocato Edoardo Longo.

IMBARAZZANTE O SCANDALOSO ?


Si sono accorti che quel gruppo di africani non era fuggito da una guerra, come del resto accade per il 94% degli arrivati in Sicilia. 

Pertanto non avevano ricevuto il diritto di asilo politico, ma invece di recarsi all’aeroporto più vicino per rientrare a casa, come intimato dal foglio di respingimento, il 28 dicembre hanno occupato con prepotenza le scale dell’Ufficio Postale di Agrigento, pretendendo di parlare con i funzionari della Questura.

La Caritas, che ha annusato subito il lauto affare, ha disposto di trovare immediatamente delle coperte per chi trascorreva la notte sulla scalinata. Inoltre ha chiamato avvocati competenti in materia dell’immigrazione che si rendessero disponibili a prestare gratuitamente le loro competenze per l’orientamento legale dei migranti e per l’istruttoria delle pratiche di ricorso contro il foglio di respingimento.

Sembra che  le organizzazioni cattoliche italiane abbiano veramente un grande sbuzzo per gli affari e che di quei finti profughi non se ne vogliano perdere proprio neppure uno…Più ce n'è, più se magna..... questa è la cultura dell' accoglienza ,sotto gli orpelli del buonismo ipocrita e sotto le minacce morali di spedire tutti all' inferno gli Italiani che di questa invasione mascherata non ne vogliono proprio sapere... 

Sono convinto, comunque, che la Caritas abbia trovati i legali che cercava, poiché esiste l’A.s.g.i. (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione) dalla quale si possono sempre “attingere” avvocati o legulei da strada preposti all’uopo, che avranno fatto di tutto per regalarci queste “grandi risorse”, dato che gli africani sono stati sistemati in albergo!


E pensare che  persino alcuni magistrati (sappiamo bene che tra loro non esiste QUASI nessuno di destra…) avevano deciso di NON concedere agli stessi il diritto di asilo!

Vorrei infine ricordare la “nobile” difesa dell’Asgi al gruppo di nigeriani che aveva stuprato una ragazza italiana ventenne in novembre a Caltanissetta. Imbarazzante o scandaloso?  Fate voi…

Andrea Mantellini - Forlì