mercoledì 26 settembre 2018

IL MASSACRO DI BALANGIGA - CRIMINI USA

                                        

IL MASSACRO DI BALANGIGA
(FILIPPINE)

di Andrea Chiodi
andreachiodi@alice.it
luglio 2007
generale J. H. Smith

il generale Jacob H. Smith diede l' ordine di uccidere tutti i maschi al di sopra di dieci anni come rappresaglia per la rivolta degli abitanti di Balangiga
McKinley
Il presidente degli USA William McKinley si disse ispirato da Dio nella decisione di impossessarsi delle Filippine

Tra il 1899 ed il 1902 l' America represse nel sangue il tentativo dei Filippini di difendere la loro, appena conquistata,  indipendenza. Nell' intento di stroncare il movimento indipendentista gli statunitensi adottarono tutte le forme di rappresaglia contro la popolazione: dalla distruzione dei raccolti, alla segregazione in massa della popolazione in campi di concentramento (dove i filippini erano falcidiati da inedia e malattie), alle fucilazioni indiscriminate di civili come atto di mera  rappresaglia per i caduti americani.
Nel 1902 il presidente della breve repubblica indipendente filippina, Emilio Aguinaldo, catturato con un espediente dagli americani, si vide costretto a proclamare la resa  per porre fine al martirio della sua popolazione.
Il numero esatto delle vittime civili è naturalmente sconosciuto, ma tutti gli storici sono concordi nel ritenere che debbano essere state tra 250.000 ed 1.000.000.
Gruppi armati irriducibili continuarono a combattere fino al 1913.

Il trattato di Parigi del 1898 pose fine alla breve guerra ispano-americana. (Vedi in un articolo di Maurizio Blondet l' incidente del Maine e la guerra ispano-americana -  Nota del curatore del sito).  In forza del trattato la Spagna abbandonava l' isola di Cuba (che acquistava una formale indipendenza, ma che, in pratica, diveniva un protettorato degli Stati Uniti); inoltre cedeva Filippine, Guam e Porto Rico agli Stati Uniti in cambio di 20 milioni di dollari.
La guerra ispano-americana sanciva così la scomparsa della Spagna dal novero delle grandi potenze ed il prepotente  ingresso  degli Stati Uniti tra le potenze coloniali  e con aspirazioni egemoni.
Le aspirazioni "imperialistiche" degli stati Uniti incontravano una certa resistenza interna anche nel mondo politico e culturale americano (una delle figure di spicco della "Lega anti-imperialista Americana" era, ad esempio, Mark Twain), ma il presidente in carica William McKinley dipinse la sua decisione di impossessarsi delle Filippine con un fervore tra il mistico-religioso ed il moralistico con sapienti accenni alla convenienza economico commerciale dell' impresa:
When I next realized that the Philippines had dropped into our laps I confess I did not know what to do with them. I sought counsel from all sides—Democrats as well as Republicans—but got little help. I thought first we would take only Manila; then Luzon; then other islands perhaps also. I walked the floor of the White House night after night until midnight; and I am not ashamed to tell you, gentlemen, that I went down on my knees and prayed Almighty God for light and guidance more than one night. And one night late it came to me this way—I don’t know how it was, but it came:

(1) That we could not give them back to Spain—that would be cowardly and dishonorable;

(2) that we could not turn them over to France and Germany—our commercial rivals in the Orient—that would be bad business and discreditable;

(3) that we could not leave them to themselves—they were unfit for self-government—and they would soon have anarchy and misrule over there worse than Spain’s was; and

(4) that there was nothing left for us to do but to take them all, and to educate the Filipinos, and uplift and civilize and Christianize them, and by God’s grace do the very best we could by them, as our fellow-men for whom Christ also died.

(General James Rusling, “Interview with President William McKinley,” The Christian Advocate 22 January 1903)

E' degno di rilievo che a più di 100 anni di distanza da questo discorso il linguaggio dei presidenti USA non sembra molto diverso: anche quando sono sul punto di invadere un paese straniero gli USA si considerano missionari portatori di valori superiori, obbligati protagonisti di un' impresa "trascendente". Poco importa se il compito di "educare i filippini innalzarli, civilizzarli e cristianizzarli" era in realtà rivolto ad un popolo che era in gran parte cattolico da tre secoli ed aveva una sua letteratura di notevole spessore (il poeta patriottico José Rizal) .  
Negli ultimi anni del secolo era già attivo nelle Filippine un movimento indipendentista il "Katipunan" che combatteva gli Spagnoli: fintanto che le Filippine erano in mano alla Spagna  gli americani mostrarono di appoggiare gli indipendentisti, ma quando le Filippine finirono nell' orbita americana la musica cambiò drasticamente.
Nel maggio del 1898 durante la guerra ispano-americana, gli americani facilitarono il ritorno in patria  del giovane leader degli indipendentisti filippini, il giovane generale Emilio Aguinaldo, che era in esilio ad Hong Kong. L' intenzione degli americani era evidentemente di riaccendere la rivolta dei filippini contro gli spagnoli al fine di indebolire ancora di più la Spagna. Infatti in pochi mesi l' esercito indipendentista filippino liberò praticamente tutto il territorio nazionale ad esclusione di Manila dove ancora resisteva la guarnigione spagnola completamente circondata dall' esercito di Aguinaldo.
presidente Aguinaldo
Il leader della indipendenza filippina, generale Emilio Aguinaldo
Nella campagna i filippini fecero prigionieri 15.000 spagnoli che poi consegnarono agli americani. Sul mare, nel frattempo la flotta americana aveva battuto quella spagnola nella battaglia della Baia di Manila.
Il 12 giugno 1898 Aguinaldo dichiarò l' indipendenza delle Filippine nella città di Cavite El Viejo.
In agosto gli spagnoli della guarnigione di Manila si arresero, ma con un accordo segreto con gli americani, pattuirono di arrendersi non ai filippini che li circondavano, bensì proprio agli americani: poichè sulla terra fino a quel momento non vi era stato nessuno scontro tra spagnoli ed americani, il governatore spagnolo Fermin Jaudenes ed i comandanti americani (il generale Wesley Merrit e l' ammiraglio George Dewey) organizzarono un finto scontro che permettesse loro di salvare la faccia.
Appena s' impossessarono di Manila gli americani telegrafarono al neopresidente Aguinaldo intimandogli di non entrare in Manila:
“Do not let your troops enter Manila without the permission of the American commander. On this side of the Pasig River you will be under fire” (Agoncillo, Teodoro 1960 (Eighth edition 1990). History of the Filipino People. ISBN 971-1024-15-2).
La dichiarazione d' indipendenza delle Filippine del 12 giugno non fu dunque riconosciuta da Spagna ed America ed anzi gli americani,  nel trattato di Parigi del dicembre del 1898, pretesero la cessione delle Filippine.
Nel gennaio 1899 il presidente McKinley emise un proclama che sotto il nome di "Benevolent Assimilation Proclamation" dichiarava chiaramente che le forze americane di occupazione,  a seguito del trattato di Parigi, subentravano agli spagnoli nel governo delle Filippine e che quindi
In the fulfillment of the rights of sovereignity thus acquired and the responsible obligations of government thus assumed, the actual occupation and administration of the entire group of the Philippine Islands becomes immediately necessary ( da American Occupation of the Philippines 1898/1912 di James A. Blount)
Nel contempo con malcelata ipocrisia McKinley aggiungeva che le forze americane di occupazione non dovevano essere considerate come invasori o colonizzatori, ma come amici che avevano l' intenzione di proteggere i nativi, le loro case, i loro affari, i loro diritti personali e religiosi e che gli USA avrebbero esercitato la loro autorità nell' interesse dei governati.
Naturalmente ai Filippini che avevano da poco dichiarato la propria indipendenza dopo la lunga, sanguinosa ma (come vedremo) leale guerra di liberazione contro gli Spagnoli le parole del presidente americano ed i successivi proclami del governatore militare che, ricordiamo, in quel momento aveva il controllo solo della città di Manila, dovettero sembrare inique ed aberranti. Aguinaldo rispose con parole che sembrano avere una validità anche ai nostri giorni:
"My government cannot remain indifferent in view of such a violent and aggressive seizure of a portion of its territory by a nation which has arrogated to itself the title, 'champion of oppressed nations.' Thus it is that my government is ready to open hostilities if the American troops attempt to take forcible possession of the Visayan Islands. I announce these rights before the world, in order that the conscience of mankind may pronounce its infallible verdict as to who are the true oppressors of nations and the tormentors of human kind.
"Upon their heads be all the blood which may be shed."
(Proclama di Aguinaldo del 5 gennaio 1899 da The Philippines: Past and Present (vol. 1 of 2), di Dean C. Worcester)
Nel frattempo i Filippini procedevano nel loro percorso di perfezionamento dell' identità nazionale: il primo gennaio 1899 Aguinaldo fu dichiarato Presidente delle Filippine, mentre la Constituciòn Politica de la Repùblica Filipina fu votata da un' Assemblea Costituente il 21 gennaio 1899.
i delegati all' assemblea costituente
i delegati all' assemblea costituente - al centro Emilio Aguinaldo


LA GUERRA

L' evento che diede materialmente il via  alla guerra filippino-americana si verificò il 4 febbraio 1899 lungo il ponte di San Juan vicino Manila quando i militari americani spararono su una pattuglia di soldati filippini. La battaglia di Manila che ne seguì fu la prima e più sanguinosa battaglia dell' intera guerra. Gli americani forti dell' appoggio dell' artiglieria e delle navi riuscirono a scacciare le truppe filippine dai dintorni di Manila. Alla fine della battaglia tra i filippini si contarono  2.000 perdite tra morti, feriti e catturati. Le truppe americane contarono circa 270 perdite tra morti e feriti.
La guerra si estese a tutte le Filippine. All' inizio gli americani avevano un contingente di 40.000 uomini, ma fu necessario far giungere rinforzi per tenere testa alle forze Filippine. Due anni più tardi le truppe americane nelle Filippine contavano 126.000 uomini: praticamente i due terzi dell' intero esercito americano dell' epoca erano impegnati nella lotta contro i filippini. Dall' altra parte l' esercito regolare filippino contava 80.000 - 100.000 regolari piu alcune decine di migliaia di ausiliari ed ovviamente godeva dell' appoggio di gran parte della popolazione.
La giovane rupubblica filippina era impegnata in una doppia impresa: da una parte la lotta contro l' esercito invasore, dall' altra cercare di coagulare tutte le forze del paese, intellettuali, proprietari, contadini per di più frammentati etnicamente e geograficamente, nell' ideale unitario e nella lotta per la difesa della sovranità dello stato. Tutti e due gli obiettivi furono raggiunti per quanto possibile. Lo scopo dei filippini non poteva essere quello di sconfiggere sul campo l' esercito statunitense, bensì, come descrisse il generale filippino Francisco Makabulos, quello di stancare l' opinione pubblica americana che vedeva crescere il numero delle perdite tra i propri soldati e quindi sperare nell' elezione di un nuovo presidente, al posto di McKinley, che cambiasse politica nei confronti della guerra nelle Filippine. Tuttavia nelle elezioni presidenziali del 1900 McKinley uscì nuovamente vincitore.
Per tutto l' anno 1989 l' esercito filippino contrastò sul campo aperto in battaglie condotte in maniera convenzionale la maggiore potenza di fuoco dell' esercito americano. Il valore e la determinazione dei nativi non riuscì ad impedire che gli americani conseguissero alcuni successi sul campo. Nella battaglia del Tirad Pass il Brigadier General Gregorio del Pilar  resistette con 60 uomini fino al sacrificio per proteggere la ritirata del presidente Aguinaldo che rischiava di essere catturato dagli americani. Non solo i filippini ricordano con commozione il sacrificio di Gregorio del Pilar , ma anche gli americani furono colpiti dall' eroica morte del "ragazzo generale"  e  scrittori americani contemporanei paragonarono lo scontro del Tirad Pass alle Termopili.
del pilar
Gregorio del Pilar "il ragazzo generale " a 24 anni con il suo sacrificio a difesa del Passo Tirad permise al presidente Aguinaldo di sfuggire all' accerchiamento da parte dell' esercito americano.
Tuttavia la perdita sui campi di battaglia di del Pilar e di altri generali  indebolì la capacità  dell' esercito filippino  di combattere una guerra convenzionale. Si aprì così una nuova fase: i Filippini rinunciarono a confrontarsi con le loro truppe schierate in campo aperto ed adottarono metodi da guerriglia con rapide imboscate ed azioni da "attacco e fuga".
La nuova tattica creò iniziali forti difficoltà agli americani che furono maggiormante determinati nelle loro azioni di rappresaglia contro la popolazione civile. In America l' opinione pubblica veniva lentamente a conoscere le atrocità che le truppe americane commettevano contro civili e militari filippini. Infatti varie lettere di soldati al fronte o parti di esse furono pubblicate e divulgate dalle associazioni antiimperialistiche che negli USA criticavano l' intervento nelle Filippine. Le descrizioni dei soldati erano così eloquenti e disastrose per l' immagine degli USA e della guerra che il Dipartimento della Guerra ed il generale Elwell Stephen Otis,  che aveva preso il posto di Merritt come governatore militare delle Filippine,   fecero pressione perchè gli autori scrivessero delle ritrattazioni del  contenuto delle lettere.
Il soldato   Charles Brenner del Kansas Regiment resistette alle pressioni, e confermò che i superiori davano l' ordine di non fare prigionieri: come conseguenza rischiò la corte marziale, alla fine Otis rinunciò a porre sotto processo il soldato per timore che la cosa avrebbe suscitato uno scalpore ancora maggiore.
Per contrastare la cattiva immagine che l' occupazione americana aveva presso la stampa, il generale Otis iniziò una campagna volta a conquistare con favori la benevolenza della stampa ed al tempo stesso ad accusare i Filippini di torturare i prigionieri americani e di commettere atrocità. Da parte americana si   giunsead accusare i Filippini di mutilare i propri morti, uccidere donne e bambini per poi far ricadere la colpa sui soldati americani.
Verso la fine del 1899 Emilio Aguinaldo, per confutare le illazioni americane, suggerì che testimoni neutrali (giornalisti stranieri o rappresntanti della Croce Rossa) sorvegliassero le operazioni militari. Otis rifiutò, ma Aguinaldo riuscì a far giungere nelle Filippine quattro reporter, due inglesi, un canadese ed un giapponese. I quattro giornalisti, tornati a Manila, dichiararono che i prigionieri americani in mano ai Filippini erano trattati più come ospiti che come prigionieri( “ treated more like guests than prisoners”), che erano nutriti con quanto di meglio offrisse il paese e che veniva fatta ogni cosa per assicurare il loro benessere. I quattro reporter furono immediatamente espulsi dagli americani non appena le loro storie furono pubblicate. Emilio Aguinaldo rilasciò alcuni americani perchè essi potessero raccontare le loro storie. In un articolo sul Boston Globe dal titolo "With the Goo Goo's", Paul Spillane descrisse il trattamento equo  cui, da prigioniero, fu sottoposto. Spillane raccontò anche come  Aguinaldo avesse invitato  i prigionieri americani al battesimo del figlio e come avesse regalato ad ognuno di loro quattro dollari. L' ufficiale di marina J. C. Gilmore, la cui liberazione avvenne durante l' inseguimento di Aguinaldo tra le montagne ad opera della cavalleria americana, insistè che aveva ricevuto un trattamento di riguardo e come non avesse dovuto patire la fame più di quanto  fosse toccato ai suoi stessi carcerieri. Otis rispose a questi due articoli ordinando l' arresto  dei due autori e che fossero indagati per slealtà.
Quando F. A. Blake della Croce Rossa Internazionale arrivò nelle Filippine su richiesta di Aguinaldo, Otis lo tenne confinato in Manila dove lo staff del generale americano gli illustrava con zelo tutte le supposte violazioni da parte filippina del modo classico di fare la guerra. Blake provò a sottrarsi alla sua scorta per andare a vedere di persona cosa accadeva sul campo. Blake non riuscì mai a passare le linee americane, ma anche così riuscì comunque a vedere villaggi bruciati e corpi di filippini orrendamente mutilati con ventri aperti e teste mozzate ("horribly mutilated bodies, with stomachs slit open and occasionally decapitated"). Blake aspettò di essere tornato a San Francisco per stilare il suo resoconto:  “American soldiers are determined to kill every Filipino in sight.”
Aguinaldo fu poi catturato dagli americani solo grazie  ad un complicato  inganno messo a segno il 23 marzo 1901, in Palanan, Isabela Province. L' inganno fu ordito dal brigadiere generale Frederick Funston.   Degli scouts filippini (Macabebe) che fiancheggiavano gli americani si fecero credere dei rinforzi che erano diretti verso l' accampamento di Aguinaldo. I Macabebe collaborazionisti avevano con sè anche  un piccolo gruppo di americani che fingevano  di essere prigionieri. Colte di sorpresa la guardie di Aguinaldo furono  facilmente sopraffatte dopo un breve scontro.  Aguinaldo fu arrestato dal generale Funston ed imprigionato a Manila.  Alcuni mesi dopo Aguinaldo si convinse che era inutile proseguire la lotta e con un proclama invitò i suoi a deporre le armi. Ma buona parte dei generali e delle truppe Filippine continuò la lotta nonostante il proclama del presidente.


BALANGIGA

L' episodio di Balangiga ebbe luogo il 28 settembre 1901 nella città di Balangiga nell' isola di Samar. Per i Filippini l' attacco è considerato uno degli episodi piùvalorosi della guerra, per gli americani una sconfitta che fu descritta la peggiore dalla battaglia di Little Big Horn del 1876.   La successiva rappresaglia degli americani causò migliaia (decine di migliaia ?) di vittime civili.
Balangiga era una dei principali centri dell' isola di Samar; all' interno dell' isola trovavano rifugio le forze filippine del brigadiere generale Vincent Lukban un irriducibile che continuava a combattere anche dopo la cattura del presidente Aguinaldo. Per  aver ragione della resistenza dei Filippini, gli americani decisero di occupare i porti lungo la costa per impedire che rifornimenti giungessero alle truppe di Lukban.
Un contingente di 78 militari americani occupò Balangiga un grosso villaggio di circa quattrocento piccole case. Il generale Lukban si ritirò a difesa verso l' interno dando istruzione agli abitanti di non opporre per il momento alcuna resistenza. Le relazioni tra il contingente americano e la popolazione furono piuttosto tese: gli americani, ispirati da ideali puritani,  diedero ordine che le donne non indossassero il sarong, inoltre ottanta uomini abili furono  obbligati forzatamente a lavorare per gli americani e furono anche costretti per giorni in detenzione. Inoltre gli abitanti temevano che  gli americani avrebbero presto requisito tutte le vettovaglie serbate per l' approssimarsi della cattiva stagione.
Il 28 settembre guidati dal capo della polizia Valeriano Abanador i nativi fecero la loro mossa. Non disponendo di armi poichè non  avevano più reali contatti con la resistenza asserragliata all' interno dell' isola, approfittarono del momento del pranzo in cui vi erano solo poche sentinelle armate. Circa 200 cittadini armati di machete si slanciarono contemporaneamente contro gli americani. La maggior parte degli americani fu  sopraffatta, altri, guadagnate le armi, riuscirono a tenere indietro gli assalitori ed a fuggire verso le barche.
Nell' attacco perirono 48 americani e 25 nativi (alcune fonti riportano erroneamente che i caduti filippini furono 200, ma questa cifra invece era riferita al numero degli attaccanti).   Gli abitanti catturarono anche 100 fucili e 25.000 pallottole una merce importante per le truppe della resistenza che fin dall' inizio avevano sempre sofferto della mancanza di armi moderne e di munizioni.
Ancora oggi quando si parla del "massacro di Balangiga" gli americani si riferiscono alla morte dei loro 48 soldati, ma il vero massacro doveva ancora avvenire.
Il giorno dopo lo scontro gli americani sbarcarono a Balangiga, ma trovarono il villaggio deserto. La rappresaglia (retaliation) coinvolse praticamente tutti gli abitanti dell' isola di Samar. Il generale Smith istruì il maggiore Littleton Waller, ufficiale comandante a capo dei marines incaricati di ripulire l' isola di Samar, sui metodi che voleva fossero adottati:
"Non voglio prigionieri, voglio che uccidiate e bruciate; più ucciderete e brucerete e più mi farete contento. Voglio che siano uccise tutte le persone che sono capaci di portare armi..." ("I want no prisoners. I wish you to kill and burn, the more you kill and burn the better it will please me. I want all persons killed who are capable of bearing arms.”) e poichè il maggiore Littleton  Waller chiedeva quale fosse il limite di età al di sopra del quale un filippino dovesse essere considerato capace di usare armi, il generale rispose: "Dieci anni"
"Ten years," Smith said.
"Persons of ten years and older are those designated as being capable of bearing arms?"
"Yes." Smith confirmed his instructions a second time.

Benevolent Assimilation: The American Conquest of the Philippines, 1899-1903, Stuart Creighton Miller, (Yale University Press, 1982). p. 220

Ciò che seguì fu una completa e generalizzata strage di civili Filippini. Le tattiche adottate furono poche e semplici. fu tagliata ogni possibilità di contatti e di scanbi (e quindi rifornimenti di viveri) tra l' isola ed il resto delle Filippine, le truppe penetrarono nell' interno distruggendo case, sparando alla gente, requisendo gli animali.
dopo aver ricevuto gli ordini verbalmente dal generale Smith, il maggiore Waller emise ordini scritti ai suoi uomini istruendoli su cosa dovessero distruggere e cosa sequestare e così via. Verso la fine del suo ordine, egli scrisse:  We have also to avenge our late comrades in North China, the murdered men of the Ninth U.S. Infantry. ciò ovviamente aggiunse ancora più rabbia ed odio nelle azioni dei soldati. I Cinesi (era l' epoca della rivolta dei Boxer) ed i Filippini erano, a quanto pare, della stessa natura: non c' erano differenza tra gli "asiatici" (Victor Nebrida, Philippine History Group of Los Angeles (1997): The Balangiga Massacre: Getting Even)
Verso la fine di marzo 1902 le notizie dei massacri compiuti dagli americani (non solo a Balangiga, ma in varie parti delle Filippine) cominciarono a circolare negli USA. L' opinione pubblica americana fu colpita dai resoconti che giungevano dalle Filippine. Furono istituiti dei processi per indagare sulle azioni commesse, dapprima fu indagato il maggiore Waller. Nel processo contro Waller fu  chiamato come  testimone il generale Smith che inizialmente negò di aver dato verbalmente ordini speciali al maggiore, ma che fu confutato da altri ufficiali che confermarono che il generale aveva dato ordine di non fare prigionieri e di considerare nemici tutti i Filippini maschi al di sopra di dieci anni.
balangiga sul New York Journal
Il 5 maggio 1902 sul New York Journal fu pubblicata questa vignetta con un plotone di esecuzione che passa per le armi dei ragazini filippini e con un avvoltoio al posto  dell' aquila simbolo degli Stati Uniti.
Il commento riportava: "Criminals because they were born ten years before we took the Philippines"
Il tribunale con decisione non unanime decise di prosciogliere il maggiore Waller. Durante il processo i giornali americani inclusi quelli di Philadelphia, città natale del maggiore, soprannominarono Waller  the "Butcher of Samar".
In maggio fu la volta del generale Smith a rispondere alla corte marziale. Ma Smith non fu inputato di omicidio o crimini di guerra bensì per "conduct to the prejudice of good order and military discipline". La corte marziale trovò Smith colpevole e la sentenza fu che fosse ammonito... "to be admonished by the reviewing authority." (nota del curatore del sito: Confrontare l' esito di questo processo con gli esiti dei processi a John Chivington "the butcher of Sand Creek", al sergente Horace T. West per l' omicidio di  37 italiani, al Tenente William Calley per MyLai, tutti descritti in questo sito)
Per evitare possibili ulteriori ripercussioni nell' opinione pubblica, il "Secretary of War" Elihu Root (il cui comportamento durante tutta la guerra non è certo scevro da critiche) raccomandò che Smith fosse forzato a dimettersi. Il presidente Theodore Roosevelt accettò questa raccomandazione e forzò Smith a ritirarsi dal servizio senza ulteriori punizioni.

La statua del capitano della polizia Valeriano Abanador che guidò la rivolta degli abitanti di Balangiga occupa oggi il posto centrale nella piazza del Municipio del paese
Il presidente Emilio Aguinaldo ebbe una lunghissima vita che gli diede anche delle soddisfazioni. Nel 1942 quando i giapponesi invasero le Filippine e scacciarono momentaneamente gli americani,  Aguinaldo con discorsi ed interventi alla radio, sposò la causa giapponese. Al ritorno degli americani fu da questi nuovamente imprigionato con l' accusa di collaborazionismo, e fu detenuto per molti mesi nella prigione di Bilibid.
Ma il 4 luglio 1946 gli Stati Uniti concessero la piena sovranità e  indipendenza alle Filippine. Aguinaldo fu liberato. Nel 1962 quando gli Stati Uniti rigettarono le richieste dei Filippini di indennizzo  per i danni causati dalle forze americane nella II Guerra Mondiale, il presidente Diosdado Macapagal spostò la celebrazione dell' indipendenza delle filippine dal 4 luglio al 12 giugno, la data in cui nel 1898 Aguinaldo aveva dichiarato l' indipendenza della prima repubblica Filippina. Aguinaldo novantatreenne guidò le celebrazioni per l' indipendenza sventolando la stessa bandiera che egli aveva innalzato il giorno dell' indipendenza  64 anni prima.
Aguinaldo morì nel 1964, la bandiera delle Filippine è quella da lui disegnata.
Ma c' è ancora qualcosa da dire: Nel 1904 gli americani avevano requisito le campane della chiesa di Balangiga che furono spedite negli Stati Uniti perchè fossero mostrate come trofeo di guerra. Le campane sono ancora oggi esposte nella base dell' USAF di F. E. Warren a Cheyenne  nel Wyoming. Il governo delle Filippine ha ripetutamente richiesto il ritorno delle campane in patria, ma, fino ad oggi, nonostante le petizioni popolari e le richieste ufficiali, le campane sono ancora nel Wyoming.
Al contrario quali sono i sentimenti tra  Filippini e  Spagnoli riguardo il periodo dell' insurrezione e della lotta  d' indipendenza che li vide combattere su fronti opposti? A Baler nell' isola di Luzon c' è un monumento eretto non dagli Spagnoli, ma dai Filippini. Il monumento ricorda l' eroica resistenza di 50 soldati Spagnoli che asserragliati nella chiesa di Baler resistettero per  un anno, dal 28 giugno 1898 al 2 giugno 1899, all' assedio delle truppe Filippine. Il comandante spagnolo, Saturnino Martin Cerezo, non sapeva e non volle credere che la guerra tra Filippini e Spagnoli era finita da mesi e che i nativi ora non combattevano più gli Spagnoli, ma un nemico nuovo, più potente  e forse più brutale. Finalmente nel maggio 1899 giunse in delegazione un ufficiale spagnolo per comunicare a Cerezo che la guerra era finita. Anche così il comandante spagnolo non voleva inizialmente credere alle parole del compatriota, che non conosceva, fino a quando non gli furono mostrati giornali spagnoli che riportavano notizie che certamente i Filippini non potevano conoscere. Quando gli Spagnoli finalmente si arresero, il presidente Aguinaldo li onorò come eroi emanando il 30 giugno un decreto che inneggiava al valore dei 36 soldati spagnoli sopravvissuti e fornendoli di documenti per un pronto ritorno in patria. Fu un immediato e primo gesto di riconciliazione tra le due nazioni. La regina di Spagna rispose insignendo il presidente Aguinaldo, ex nemico, di un' alta onoreficenza per la sua condotta da avversario leale nella guerra d' insurrezione e per  il comportamento nei confronti dei prigionieri spagnoli.


fonti, approfondimenti:
http://www.msc.edu.ph/centennial/philam-documents.html
http://www.geocities.com/Athens/Crete/9782/
http://en.wikipedia.org/wiki/Philippine-American_War
http://www.geocities.com/kaibigankastil/index.html
http://www.bibingka.com/phg/balangiga/default.htm
http://en.wikipedia.org/wiki/Lodge_Committee
http://www.gutenberg.org/etext/12077
http://www.geocities.com/rolborr/balmas.html
http://en.wikisource.org/wiki/Secretary_Root%27s_Record:%22Marked_Severities%22_in_Philippine_Warfare

                                                                                                                                                                         

venerdì 24 agosto 2018

L' OMICIDIO RITUALE

L' OMICIDIO RITUALE


Un intensissimo romanzo storico, opera  del famoso  romanziere cattolico Ugo Mioni e  dedicato alla atroce morte di Padre Tommaso, frate cappuccino, trucidato per mano ebraica nel secolo scorso a Damasco. L' orrendo crimine sconvolse la società del tempo e mise alla luce orribili pratiche " rituali" del mondo giudaico. L' opera, ( "L' omicidio rituale. Appunti su un  viaggio in Libano e a Damasco" )è stata ristampata per la prima volta dal 1895 e ci riporta in un momento storico non così lontano da appartenere del tutto al passato. Un romanzo storico che è stato ingiustamente cancellato per oltre un secolo dagli scaffali delle librerie e che ritorna ora alla luce a scandagliare gli oscuri recessi di terribili personalità criminali  in cui ogni luce etica è  soffocata da un odio che nulla ha di umano .

Ugo Mioni nacque a Trieste il 16 agosto 1870, secondogenito di cinque figli, da Maria Sbrovazzi e Ferdinando Mioni.

Compì studi teologici nel seminario di Gorizia e successivamente conseguì la laurea di filosofia e sacra teologia all'Università Gregoriana di Roma.

Si interessò di lotta contro lo schiavismo. Fu autore di almeno 150 romanzi e racconti popolari (spesso d'ambientazione esotica), fondatore del circolo cattolico "Contardo Ferrini" e promotore del settimanale diocesano "Vita nuova". Fu un romanziere e saggista molto prolifico ed a lui è anche dovuta in gran misura la rinascita della cultura cattolica in Italia sul finire dell’ ‘800. Fu un innovatore profondo e moderno dello stile letterario del romanzo .

Negli ultimi anni della sua vita vestì il saio domenicano. Morì a Montepulciano 1935.  La città natale, Trieste,  ha intitolato al suo nome un largo cittadino, anche se lo ha in larga parte ingiustamente dimenticato.
Mi ha determinato alla pubblicazione di questo opera giovanile dell’ Autore, ormai obliata  dai più, nonostante in questi anni vi sia un fiorire di ristampe di molti romanzi del Mioni, la circostanza che l’ Autore stesso sia stato messo all’ ostracismo dalla totalitaria e onnipervasiva lobby ebraica che , in diversi testi per addetti ai lavori, vere e proprie liste di proscrizione di libri ed autori che Israele vuole vengano cancellati dalle librerie, dalle biblioteche , dalla cultura  e dalla memoria storico – letteraria italiana. Un vero atto di sopruso, indigeribile per ogni persona libera e alla ricerca della verità, che sovente si nasconde dietro le paratie imposte dalla dittatura del Pensiero Unico Mondiale.

E così,  trova la luce, per la prima volta dopo oltre centoventi anni, la pubblicazione di questo romanzo storico dimenticato.

Esso però tratta di un fatto raggelante che tocca a fondo  la coscienza  anche oggi e  che scosse la società dell’ epoca e ha fatto parlare di sé per molti decenni successivi : l’ assassinio atroce avvenuto a Damasco del frate cappuccino Padre Tommaso e del suo servitore , avvenuto ad opera di una setta criminale ebraica, dedita all’ uccisione di Cristiani al fine di dissanguarli ed utilizzarne il sangue per impasti rituali . Riti orrendi, che nulla hanno a che fare con la religione mosaica antica del vecchio Testamento , né con qualsiasi altra religione che conservi un profilo di umanità. Riti omicidi tanto orrendi i cui precetti sono celati fra le massime del Talmud, la raccolta di precetti e prescrizioni codificate nei secoli dai rabbini e divenuto testo sacro al posto della Bibbia.

Una vicenda sconvolgente che una certa lobby, oggi dominante nel nostro malato Occidente, vuole venga assolutamente dimenticata e sui cui si cali una inesorabile  damnatio memoriae che ha il sapore di un secondo atto omicida : quello nei confronti della memoria dei due poveri martiri di cui si parla in questo libro e nei confronti dei quali l’ onnipervasiva e crudele censura del pensiero unico , vuole negare anche la pietà del ricordo e della preghiera.

L’ autore ci  rinnovella  la sconvolgente vicenda di sangue attraverso la forma modernissima del romanzo storico. Come egli stesso scrive della presentazione della prima edizione [1], la forma del romanzo storico è stata scelta per permettere ad un più vasto pubblico di venire a conoscenza della tragedia e delle problematiche che esso implicava, non esclusi alcuni profili del giudaismo moderno di ceppo talmudico ( e non biblico) che non è possibile in alcun modo rispettare come religiosi, stante la efferata inumanità che ne traspira.

Sempre nella medesima presentazione, l’ Autore anticipa che a breve avrebbe pubblicato un saggio molto più articolato sulla tragedia. Dalla analisi della sua bibliografia, non è stato possibile reperire questo secondo studio, ma  poco tempo dopo, nell’ anno 1896, viene pubblicato a Sassari, a cura dell’ ordine dei frati Cappuccini cui apparteneva il povero Padre Tommaso, un ampio volume dal titolo Acedalma, [2]  che, nella intenzione degli Autori rimasti anonimi, voleva costituire un documento utile per la causa canonica di beatificazione del frate orrendamente martirizzato.

In questo volume vengono raccolti gli atti del processo a quelli che erano stati identificati come gli autori del crimine, nonché sono raccolte varie lettere e corrispondenze legate al processo. Il volume si chiude poi con una raggelante cronologia storica di altri fatti analoghi di omicidio rituale di matrice settaria ebraica e con uno studio approfondito sulle  abiette motivazioni ispirate al Talmud segreto ebraico  che portavano a questa orribile e segreta prassi omicida.

Si resta sconvolti dalla lettura di questo ponderoso studio ed è possibile cogliere diverse analogie espressive e contenutistiche con il romanzo storico  di Mioni qui ripubblicato per la prima volta.

Una domanda viene spontanea ?

Acedalma è forse il saggio articolato che l’ Autore qui anticipa come prossima sua fatica ?

Probabilmente studiosi molto ferrati in questa angosciante tematica saranno in grado di dare una risposta e scoprire se vi è stato un contributo di Ugo Mioni alla stesura del libro per il processo di beatificazione del povero Padre Tommaso.

Il quesito non è solo di interesse per gli studiosi.

Infatti, è di questi anni un libro famosissimo , molto letto nel modo arabo , che ripercorre la tragedia di Padre Tommaso e del suo sfortunato servitore.

Si tratta de L’ azimo di Sion, [3] opera del generale siriano Mustafà Tlass che per questo libro ha subito una denuncia internazionale da parte ebraica e additato a livello internazionale come antisemita.

Questo libro ha avuto e sta avendo  in questi anni un grande successo , vine periodicamente ristampato , e chi lo legga si accorge subito che è tributario di molti passaggi e spunti all’ Acedalma dei frati Cappuccini di Sassari del 1896, libro che senz’ altro il Generale Tlass aveva letto e aveva ben in mente.

Scoprire che l’ Autore di Acedalma è lo stesso Ugo Mioni, autore di questo libretto è un po’  scoprire un   rilievo culturale del lavoro che qui pubblichiamo  finora totalmente misconosciuto e che, credo, viene qui evidenziato per la prima volta.

Un argomento molto spinoso e scomodo, come è facile intuire.

Anche oggi. Soprattutto oggi, in tempi in cui questo genere di riflessioni attira la spietata repressione di un potere politico in cui i discendenti degli assassini di Padre Tommaso sono numerosissimi ed influentissimi , anche da noi in Occidente.

Basti pensare alla sorte del libro “ pasque di sangue” del prof. Ariel Toaff, docente universitario israeliano , figlio del rabbino di Roma, che , per la prima volta da parte ebraica, ha ammesso che l’ oscura pagina dell’ omicidio rituale ebraico non era una fantasia da confinare sotto l’ accusa di antisemitismo, ma una cruenta tragedia storica.

La reazione da parte ebraica a questo libro scritto da uno studioso dei loro è stata violenta e scomposta [4] : L’ Autore è stato sottoposto a linciaggio mediatico accesissimo, è stato ricattato, denunciato per antisemitismo ( !), fino al punto di costringerlo a ritirare il  testo  dalle librerie e di costringerlo a  dare alle stampe una edizione priva delle parti più significative e che avevano suscitato la violenta reazione ebraica.

Questa vicenda dà molto da riflettere e pone queste riflessioni storico – religiose al centro di una scomoda attualità ( purtroppo). Ciò vale anche per le pagine del romanzo storico qui pubblicato.

Prima di consegnare questo libro alla lettura, mi preme chiudere con alcune notazioni filologiche, necessarie poichè si tratta della prima  ristampa di un romanzo dopo la edizione del 1895.

Questa ristampa è assolutamente integrale. La copertina della prima edizione è riprodotta nella IV di questo libro, ed è anche stata riprodotta fotostaticamente la premessa fatta dall’ Autore, nonché l’ imprimatur vescovile alla pubblicazione. [5]

Il testo originale non ha subito modificazioni sintattiche o espressive e conserva così quello stile un po’ desueto ed antico che conferisce in fondo  anche un certo fascino alla lettura .

Un ‘ ultima riflessione.

Qualcuno potrebbe sostenere che questa opera non è più attuale. A parte la circostanza che quando affiorano queste ricerche il mondo culturale ufficiale reagisce in modo scomposto come si è visto per il caso Toaff [6], ma pensiamo un momento a quanti bimbi scompaiono in Italia ogni anno e di cui se ne perdono le tracce.

Siamo proprio  così sicuri che questo libretto non sia più attuale ? [7]

Link ufficiale del libro :

http://www.lulu.com/shop/ugo-mioni/l-omicidio-rituale/paperback/product-

                                                                                                                                                                       

sabato 28 luglio 2018

I NOSTRI EROI DI FIRENZE

I franchi tiratori, dimostrarono che la città di Pavolini, il capoluogo di quel Granducato di Toscana, come sarebbe stata definita la RSI per la grande partecipazione che la regione di Dante diede alla Repubblica non sarebbe caduta senza colpo ferire. Centinaia di fiorentini di ambo i sessi e di tutte le età spararono dalle finestre, dai tetti, dagli angoli delle strade, inchiodando al suolo il nemico e le bande partigiane al suo seguito. Non avevano alcuna speranza di sopravvivenza perché, una volta presi, sarebbero stati fucilati. Gli ultimi soldati ad abbandonare il capoluogo toscano provarono a convincere i franchi tiratori più vicini a mettersi in salvo con loro. “La consegna – risposero – è quella di morire sul posto”. E così fecero.



“Firenze è la più bella città della Penisola perché lì
 gli italiani ci accolsero sparandoci dai tetti.” 
Generale Harold Alexander, comandante 
supremo delle forze alleate del Mediterraneo

Subito dopo l’ 8 Settembre a Firenze i fascisti costituirono la prima Squadra d’azione cittadina e riaprirono la Federazione “...furono i primi otto uomini delle squadre, veterani di tute le battaglie della Patria a formare il primo nucleo del battaglione volontari...si fecero notare per la prima volta la sera del 13 settembre, quando saputo ...che Mussolini era stato liberato...essi vollero annunciarlo per primi ai fiorentini, percorrendo la città su di una autocarro con altoparlante” Un particolare “campanilistico” e curioso: a formare questo primo Battaglione volontari (che si chiamerà “Ettore Muti”) saranno in buona parte: “..ragazzi di Bari che, fuggiti davanti all’avanzata inglese, hanno preferito abbandonare le loro famiglie anziché subire l’onta di servire il nemico sotto le sue odiate bandiere”
FIRENZE LA SEDE DEL PARTITO FASCISTA REPUBBLICANO
 IN VIA DEI SERVI

"La città italiana che preferisco? Firenze.
 Perché lì gli Italiani ci hanno accolto sparandoci addosso."
( Gen. H. Alexander)

Nel settembre 1943  non solo a Firenze i franchi tiratori Fascisti opposero una strenua resistenza alle forze angloamericane e a quelle partigiane.
Ricordiamo Napoli, Firenze, Forlì, Ravenna ,Torino, Reggio Emilia, Parma, Piacenza , Milano e Genova. Tra  i franchi tiratori fascisti si schierarono anche numerose  donne.

La meno nota " resistenza fascista " del Sud
Dal 28 settembre a Napoli ci furono dei franchi tiratori che si opposero all’invasione, ingaggiando vere e proprie battaglie. Molti di loro furono catturati e subito uccisi, altri dopo una strenua resistenza, si uccisero. Altri riuscirono a ritirarsi a nord e si arruolarono nelle Forze Armate della R.S.I..  Ci furono scontri al Museo, a Porta Capuana, a Piazza Mazzini, nelle vie del centro e anche in periferia; In via Toledo dalla terrazza della Rinascente un Fascista Isolato sparò con una mitragliatrice, accerchiato quando stava per essere preso, si precipitò con l'arma da una finestra. In via Duomo un Capitano della Milizia si asserragliò e combatté strenuamente; quando gli insorti lo raggiunsero, si uccise. In Piazza Marinelli un Fascista sparò e tirò bombe, ma venne preso e fucilato. In Piazza Mazzini quattro giovanissimi tiratori fascisti, armati solo di moschetto e presi di mira dai partigiani, rifiutarono di salire su un camion tedeschi in ritirata affermando di voler opporre l'ultima resistenza, (vennero ricordati come i " Kamikaze in Camicia Nera "),di loro non si seppe più nulla! La caccia al fascista da parte dei partigiani si protrasse ferocemente fino all'arrivo degli anglo-americani ed anche oltre.

A  Parma il 26 aprile del ’45 : qui, a sparare contro i “liberatori” non sono né i franchi tiratori italiani, né i cecchini tedeschi, ma combattenti francesi, con le proprie famiglie. Sono i militi della Brigata Nera “Nizza”, composta da francesi ed accasermata in una scuola della strada al ponte Capraruzza. È certamente l’ultima raffica in Italia del patriottismo francese contro gli anglo-americani”

(in: Luca Tadolini, “I franchi tiratori di Mussolini”, All’insegna del Veltro 1998)


A Firenze, contro i franchi tiratori....si tirava a cannonate
(foto da Storia & Battaglie nr. 94, settembre 2009)

TRECENTO FRANCHI TIRATORI FASCISTI, ARROCCATI SU QUATTRO SUCCESSIVE LINEE DIFENSIVE, BLOCCANO L' AVANZATA NEMICA SU FIRENZE E RITARDANO DI DUE SETTIMANE LA TOTALE OCCUPAZIONE DEL CAPOLUOGO TOSCANO RESTANDO QUASI TUTTI UCCISI

L'11 agosto 1944 Firenze venne occupata dall'invasore angloamericano perché era stata sguarnita dai nostri soldati che si stavano attestando su di una linea di fronte più a settentrione. Ma vi si resistette con caparbietà, con audacia e con onore. I franchi tiratori, immortalati anche grazie a La pelle di Curzio Malaparte, dimostrarono che la città di Pavolini, il capoluogo di quel Granducato di Toscana, come sarebbe stata definita la RSI per la grande partecipazione che la regione di Dante diede alla Repubblica, non sarebbe caduta senza colpo ferire. Centinaia di fiorentini di ambo i sessi e di tutte le età spararono dalle finestre, dai tetti, dagli angoli delle strade, inchiodando al suolo il nemico e le bande partigiane al suo seguito. Non avevano alcuna speranza di sopravvivenza perché, una volta presi, sarebbero stati fucilati. Gli ultimi soldati ad abbandonare il capoluogo toscano provarono a convincere i franchi tiratori più vicini a mettersi in salvo con loro. “La consegna – risposero – è quella di morire sul posto”. E così fecero. 
Apprendiamo con gioia che i camerati fiorentini hanno reso onore a questi eroi e che oggi stesso sarannno deposti fiori sulle loro tombe. 
I figli e i nipoti della vergogna sono invece insorti perché non vorrebbero affatto che quel fulgido esempio venisse ricordato: la grandezza è mal sopportata, e con astio, dai piccoli e dai mediocri. 
Il generale Alexander già a suo tempo aveva risposto in modo più che esauriente a questi infelici. “La città italiana che preferisco? Firenze. Perché lì gli italiani ci hanno accolti sparandoci addosso”. 



TIRATORI, NON SOLO “FRANCHI”
Tra i franchi tiratori che, nelle città del Nord abbandonate da Tedeschi e fascisti, continuano la battaglia per ostacolare l’ingresso di Alleati e partigiani, vi sonoaanche parecchie donne….la Reuter parlerà di 25 ragazze catturate nella sola Firenze, a Milano, in via Gibson del Maino viene giustiziato un commando formato da tre donne, che hanno fatto parecchi danni alle avanguardie scese dalle montagne, casi isolati si hanno a Parma, Piacenza, Torino e altrove
Uno degli episodi più singolari è quello registrato a Firenze:
“Sempre in borgo degli Albizi, all’ultimo piano di uno stabile, a sparare come franco tiratore è una donna. I partigiani non riescono ad individuarla: quando perquisiscono l’edificio, la donna ripone il fucile su una trave del soffitto, prende in braccio il suo bambino e apre la porta del misero locale ai militi avversari. Così per tre volte, finchè un partigiano non rimane nascosto dentro la casa , scoprendo che i colpi partono dai locali della donna
Catturata, verrà fucilata in strada, poco lontano”

(Testimonianza in: Luca Tadolini, “I franchi tiratori di Mussolini”, All’insegna del Veltro 1998)

Giovani che si opposero dai tetti della città all’avanzata delle truppe Alleate e che avevano aderito alla RSI solo per una questione ideale e per salvaguardare l’onore dell’Italia già gravemente macchiato dall’onta dell’8 settembre 1943. Una scelta disinteressata, spesso presa nella consapevolezza che avrebbe significato morte certa, a guerra ormai irrimediabilmente compromessa. Una scelta coraggiosa che dall’altra parte della Linea Gotica avevano fatto soltanto quegli antifascisti della prim’ora, che avevano scelto di opporsi al Regime Fascista nel momento di suo massimo splendore ed ai quali si aggiunse poi un’ondata di antifascisti dell’ultim’ora a cose ormai fatte, composta per lo più da persone che, magari, fino al 24 luglio 1943 salutavano festanti ed a braccia tese nel corso delle adunate fasciste.
I giovani fascisti giustiziati davanti alla Chiesa di Santa Maria Novella ebbero il compito di bloccare le truppe anglosassoni alle porte della città lasciando il tempo ai reparti della RSI e dell’esercito tedesco di assestarsi sulle colline a nord di Firenze. Un compito ingrato perché era chiaro che nessuno di loro avrebbe avuto via di fuga. Un sacrificio che se non fosse stato per Curzio Malaparte sarebbe totalmente passato inosservato e che, comunque, è caduto per decenni nell’oblio che la storia riserva ai vinti. Al di là delle questioni ideologiche e di parte abbiamo ritenuto che sia un dovere mantenere la memoria di persone capaci di sacrificare la propria vita per un ideale che ritenevano giusto e per l’onore della propria Nazione.
I FORI DEI PROIETTILI SULLA CHIESA DI SANTA MARIA NOVELLA
LUOGO DELLA FUCILAZIONE

L' ARRESTO PRIMA DELLA FUCILAZIONE


SFREGI PARTIGIANI
“siamo i leoni di Mussolini”
Queste le parole che, per sfregio, venivano scritte sui cartelli messi 
al collo dei cadaveri di molti franchi tiratori fiorentini

CADAVERI DI ALCUNI FRANCHI TIRATORI FUCILATI 
SUL SAGRATO DI SANTA MARIA NOVELLA
I FUCILATI DI FIRENZE (da LA PELLE di Curzio Malaparte) 

I ragazzi seduti sui gradini di S. Maria Novella, la piccola folla di curiosi raccolta intorno all’obelisco, l’ufficiale partigiano a cavalcioni dello sgabello ai piedi della scalinata della chiesa, coi gomiti appoggiati sul tavolino di ferro preso a qualche caffè della piazza,la squadra di giovani partigiani della divisione comunista “ Potente “, armati di mitra e allineati sul sagrato davanti ai cadaveri distesi alla rinfusa l’uno sull’altro, parevano dipinti da Masaccio nell’intonaco dell’aria grigia. Illuminati a picco dalla luce di gesso sporco che cadeva dal cielo nuvoloso, tutti tacevano, immoti, il viso rivolto tutti dalla stessa parte. Un filo di sangue colava giù per gli scalini di marmo. 

I fascisti seduti sulla gradinata della chiesa erano ragazzi di quindici o sedici anni, dai capelli liberi sulla fronte alta, gli occhi neri e vivi nel lungo volto pallido. Il più giovane, vestito di una maglia nera e di un paio di calzoni corti, che gli lasciavano nude le gambe dagli stinchi magri, era quasi un bambino. 

C’era anche una ragazza fra loro: giovanissima, nera d’occhi, e dai capelli, sciolti sulle spalle, di quel biondo scuro che s’incontra spesso in Toscana fra le donne del popolo, sedeva col viso riverso, mirando le nuvole d’estate sui tetti di Firenze lustri di pioggia, quel cielo pesante e gessoso, e qua e là screpolato, simile ai cieli del Masaccio negli affreschi del Carmine. 

Quando avemmo udito gli spari, eravamo a metà via della Scala, presso gli Orti Oricellari. Sboccati sulla piazza, eravamo andati a fermarci ai piedi della gradinata di Santa Maria Novella, alle spalle dell’ufficiale partigiano seduto davanti al tavolino di ferro. 

Al cigolio dei freni delle due jeep, l’ufficiale non si mosse, non si voltò. Ma dopo un istante tese il dito verso uno di quei ragazzi, e disse: 

- Tocca a te. Come ti chiami? 

- Oggi tocca a me - disse il ragazzo alzandosi - ma un giorno o l'altro toccherà a lei. 

- Come ti chiami ? 

- Mi chiamo come mi pare... 

- O che gli rispondi a fare a quel muso di bischero, gli disse un suo compagno seduto accanto a lui. 

- Gli rispondo per insegnargli l'educazione, a quel coso - rispose il ragazzo, asciugandosi col dorso della mano la fronte madida di sudore. Era pallido, e gli tremavano le labbra. Ma rideva, con aria spavalda guardando fisso l'ufficiale partigiano. 

A un tratto i ragazzi presero a parlar fra loro ridendo. 

Parlavano con l'accento popolano di San Frediano, di Santa Croce, di Palazzolo. 

L’ufficiale partigiano alzò la testa e disse: 

- Fa presto. Non mi far perdere tempo. Tocca a te. 

- Se gli è per non farle perdere tempo - disse il ragazzo con voce di scherno - mi sbrigo subito - 

E scavalcati i compagni andò a mettersi davanti ai partigiani armati di mitra, accanto al mucchio di cadaveri, proprio in mezzo alla pozza di sangue che si allargava sul pavimento di marmo del sagrato. 

- Bada di non sporcarti le scarpe ! - gli gridò uno dei suoi compagni, e tutti si misero a ridere. 

- Jack e io saltammo giù dalla jeep. 

- Stop! - urlò Jack. 

Ma in quell’istante il ragazzo gridò: - Viva Mussolini ! - e cadde crivellato di colpi .




L’ UCCISIONE DEL  MARESCIALLO LUIGI GALLERANI
“Conviene a questo punto ricordare l’allucinate (ma significativa) disavventura del maresciallo Luigi Gallerani che proprio l’11 agosto (del 1944, è il giorno convenzionalmente indicato come quello della “liberazione” di Firenze), al seguito delle truppe alleate, rientra a Firenze, e raggiunge casa sua in Borgognissanti, strada ben presidiata dai franchi tiratori; si affaccia alla finestra, forse per rendersi conto della situazione, e viene notato da un picchetto di partigiani a caccia di “cecchini”, che lo invitano a scendere in strada. Appena fuori dal portone, un gruppetto di persone inferocite assale il malcapitato e, senza ascoltare le sue rimostranze, lo trascina di peso nella vicina via Orti Oricellari. Qui vien prelevato da altri “patrioti”, che lo mettono immediatamente al muro, e lo uccidono con una raffica di mitra.
Il figlio, partigiano, e la vedova, dopo qualche giorno pretendono che venga aperta un’inchiesta….. (che rimarrà senza esito ndr)
(Gigi Salvagnini, L’ultima guerra civile, Firenze e la RSI, Bagno a Ripoli 2004)


LE RAGAZZE E LE BOMBE A MANO….
“Sono gli ultimi giorni del mese di giugno 1944. Un giovane fiorentino, appartenente all’Opera Balilla, dopo essere stato presso dei parenti in via Arnolfo, attraversa l’Arno al Ponte S Nicolò, con l’intenzione di fare una passeggiata
Quando si trova nella zona retrostante il Lungarno Francesco Ferrucci, un milite gli sbarra la strada. Il giovane presenta i suoi documenti di balilla e riesca a proseguire. Dopo pochi passi, assiste ad una scena inconsueta: una ventina di ragazze, al massimo ventenni, con i capelli tagliati corti, come nessuna ragazza porta in quei giorni. vestite in camicia nera, senza distintivi e in pantaloni militari al posto della gonna che rimane d’obbligo pe tutte le donne, anche inquadrate in Reparti militari
Queste strane ragazze si stanno esercitando a tirare bombe a mano Balilla, le tirano due alla volta. Il ragazzo osserva l’inconsueto spettacolo per qualche minuto, poi torna sui suoi passi e si avvia a casa. Tornerà anche il giorno seguente, e la scena si ripeterà: le ragazze coi capelli corti sono sempre allo stesso posto a esercitarsi con le bombe a mano
Sembra proprio che si preparino a combattere”
(Luca Tadolini, “I franchi tiratori di Mussolini”, All’insegna del Veltro 1998)
Il ragazzo è Stelvio Dal Piaz; le giovani che si esercitano sono il primo nucleo delle volontarie che resteranno a Firenze a combattere, dopo la partenza dei tedeschi




11 Agosto 1944, data della liberazione di Firenze. Gli inglesi ed i partigiani del C.T.L.N. entrano vittoriosi nel capoluogo toscano dopo un mese di combattimenti. Combattimenti che Churchill ed i tedeschi avrebbero volentieri evitato, ma che invece vollero ad ogni costo i partigiani. Ma durante la “battaglia di Firenze” emerse un nuovo originale fenomeno, quello dei cosiddetti “franchi tiratori”, per molti organizzati da Alessandro Pavolini in persona, per altri autentico “fenomeno” popolare voluto da quei ragazzi che, impossibilitati ad arruolarsi nelle milizie della RSI per motivi anagrafici (i più avevano tra 14 e 16 anni), scelsero un modo tutto loro per contribuire a difendere la loro Firenze e l’idea sotto la quale erano nati e cresciuti. Che abbiano combattuto dalla parte sbagliata? Può darsi… Ma questo non può servire a definire questi baby-martiri dei “terroristi”, come la storia dei vincitori ha fatto fino ad oggi. Ecco perchè, nella speranza di una sempre più auspicabile pacificazione nazionale, è giusto ricordare anche questi martiri delle guerra più sanguinosa della storia. 
I tedeschi avrebbero voluto dichiarare Firenze “città aperta” e questo andava bene anche al primo ministro britannico Winston Churchill che si era detto pronto a fare di tutto pur di “distruggere Firenze il meno possibile”. La bellezza della nostra città infatti non era seconda neppure alla guerra. Ed anche gli uomini ormai assetati solo di sangue che si trovavano a scrivere il destino delle ultime drammatiche ore della guerra più sanguinosa della storia, non potevano restare immuni di fronte a tanta bellezza. 

Chi avrebbe mai perdonato colui che avesse distrutto la cupola del Brunelleschi? O abbattuto il campanile di Giotto? Chi avrebbe mai avuto pace dopo aver distrutto Ponte Vecchio o Piazza della Signoria? Chi si sarebbe mai fatto perdonare una bomba sopra la Galleria degli Uffizi? Eppure Firenze non fu dichiarata “città aperta”. Il C.T.L.N. (Comitato Toscano di Liberazione Nazionale) aveva definito “Firenze città aperta” una “truffa” tedesca per indebolire lo spirito combattivo dei fiorentini. Infatti il 18 giugno 1944, 46 giorni prima dell’arrivo delle truppe alleate, il C.T.L.N. aveva già scelto la soluzione dell’insurrezione armata anti-tedesca perchè, come si poteva leggere in un manifesto del 27 luglio 1944: “l’unico modo per impedire o diminuire le stragi e le violenze è quello di combattere i tedeschi”. Lo stesso manifesto, forse in maniera non molto onorevole, suggeriva che: “nelle scale, nelle stanze, nei vicoli, un tedesco si può accoppare in mille modi”. 

E questa decisione del C.T.L.N., che indubbiamente aveva i propri obiettivi (occupare le sedi istituzionali prima degli inglesi), fece sì che anche Firenze vivesse una propria battaglia culminata nella giornata dell’11 agosto quando si stima, caddero quasi 700 fiorentini, tra civili, partigiani e militari. Una tragedia che forse si sarebbe potuta ampiamente evitare. Ma la storia non la si racconta con i “se” e con i “ma” e questo è quanto accadde. 

Ma Firenze in quei giorni si distinse anche per un “fenomeno” assolutamente anomalo ed originale. Mano a mano che i partigiani e le truppe alleate avanzavano nella conquista di Firenze ed i tedeschi si ritiravano verso nord, emerse una nuova forma di “resistenza” tutta fiorentina con la quale partigiani ed alleati dovettero fare i conti. 

Molti ragazzini, di età compresa tra 14 e 18 anni, nati e cresciuti sotto il regime fascista chiesero, venendo rifiutati logicamente, di poter aderire ai reparti militari della RSI per difendere Mussolini fino alla fine. Non ci dimentichiamo che Firenze era la città di Alessandro Pavolini, giovanissimo Podestà prima e Segretario Nazionale del Partito Fascista Repubblicano, nonchè capo delle Brigate Nere, poi, autentico mito per i giovanissimi formatisi nelle scuole fasciste. 

E questi bambini (perchè quello si era a 14 o 15 anni ad inizio secolo) che non poterono seguire Pavolini e Mussolini a Salò decisero di dare il proprio contributo alla causa alla loro maniera ed imbracciato un fucile (spesso recuperato dal cadavere di qualche soldato o di qualche partigiano trovato nelle campagne attorno a Firenze) si assieparono sui tetti dei palazzi di Firenze in attesa che partigiani ed alleati entrassero in città per poi sparargli addosso con l’obiettivo, tanto folle quanto assurdo, di difendere il capoluogo toscano. Furono i cosiddetti “Franchi Tiratori” ai quali lo storico gruppo musicale degli Amici del Vento, a suo tempo, aveva dedicato l’omonima ballata. 

Su questi ragazzi, simili per certi versi agli adolescenti che difesero Berlino nelle drammatiche ore della caduta del Reich, tanto è stato detto e scritto, ma purtroppo quasi sempre con l’occhio dei vincitori. Si è parlato di loro come di “terroristi” o come di assassini. Si è detto che fossero squadracce organizzate da Pavolini in persona ed addestrate ad uccidere da grande distanza. Si è detto addirittura che alcuni di loro fossero provenienti da reparti in rotta di Waffen-SS. Quanto di questo sia vero e quanto frutto di fantasia non si può stabilire. Una cosa è certa, l’età di questi ragazzi e la loro provenienza: tutti o quasi fiorentini, figli del popolo, di età compresa tra 14 e 18 anni, con qualche picco oltre i 20. Quando venivano catturati nessuno mosse loro un dito a pietà. Nessuno si commosse per la giovanissima età. catturati venivano consegnati nelle mani del C.T.L.N. che, etichettandoli appunto come “terroristi” o come “uomini di Pavolini”, non indugiava a passargli per le armi. 

Furono le giornate del 10 agosto e dell’11 agosto le più sanguinose. Decine e decine di giovanissimi incolonnati per le vie di Firenze (qualcuno ebbe a dire che “parevano gite di scolari forestieri venuti a vedere le bellezze di Firenze…”) venivano condotti dai partigiani nei luoghi dove sarebbero poi andate in scena le esecuzioni. Fucilati. Quattordici o trent’anni in quel momento era uguale. L’umana pietà aveva lasciato ormai posto soltanto all’odio e alla sete di vendetta. 

Non ci sentiamo dalla parte dei 200 fascisti uccisi, come non ci sentiamo dalla parte dei 223 partigiani. Vogliamo sentirci solo dalla parte di quegli 809 fiorentini che, fascisti o comunisti, partigiani o civili, in quel tragico mesi di agosto del 1944 trovarono la morte. E ricordando il sacrificio dei cuori più puri, di chi imbracciò un fucile in buona fede, convinto di fare la scelta giusta in nome di quella patria che aveva imparato ad amare fin da piccolo, non vogliamo accentuare le divisioni, ma richiamare ancora una volta a quella pacificazione nazionale che in Italia ancora oggi pare osteggiata da certe fazioni politiche che al dialogo preferiscono l’odio. Non non siamo tra questi. E ci teniamo ancora una volta a sottolinearlo.

I BOMBARDAMENTI ALLEATI NON HANNO NEMMENO PRESO  
NELLA PIU’ LONTANA  CONSIDERAZIONE
L’ IDEA DI CONSIDERARE FIRENZE UNA PURA E SEMPLICE CITTA’ D’ ARTE. 
NELLA FOTO IL CENTRO DI FIRENZE VISTO DA PONTE VECCHIO


4 AGOSTO 1944- PER IMPEDIRE ALLE TRUPPE ALLEATE L' OCCUPAZIONE 
DI FIRENZE VENGONO FATTI SALTARE I PONTI

19 AGOSTO 1944 - PASSERELLA DI FORTUNA SULL' ARNO

13 AGOSTO 1944 - IL CENTRO DI FIRENZE

12 AGOSTO 1944  - PARTIGIANI RISPONDONO AL FUOCO  DEI FRANCHI TIRATORI
ASSERRAGLIATI UN PO' DOVUNQUE IN CITTA'


14 AGOSTO 1944 - PARTIGIANI RASTRELLANO I QUARTIERI DOVE SONO
ASSERRAGLIATI I FRANCHI TIRATORI


12 AGOSTO 1944 -  DUE MOMENTI DELLA LOTTA 
PER SNIDARE I FRANCHI TIRATORI

SETTEMBRE 1944 - LA CACCIA AI FASCISTI : 
LA MOGLIE E LA FIGLIA DI UN FASCISTA
VENGONO CONDOTTE IN GIRO PER LA CITTA'


SETTEMBRE 1944 - PARTIGIANI CHE TRASCINANO 
UNA DONNA SCALZA ACCUSATA DI APPARTENERE AL FASCIO

VALDARNO (FIRENZE) LUGLIO 1944
UNA DONNA ISCRITTA AL PARTITO FASCISTA VIENE 
COSTRETTA DAI PARTIGIANI A CIRCOLARE NUDA PER LE VIE 

Cartolina Forze Armate Repubblicane Federazione Fasci Repubblicani di Firenze

LUGLIO 1944 
PERIODICO DELLA FEDERAZIONE DEI FASCISTI REPUBBLICANI DI FIRENZE
ULTIMO NUMERO DEL SETTIMANALE 
PUBBLICATO DAL SETTEMBRE 1943 AL LUGLIO 1944
SONO RICORDATI I COLLABORATORI DEL GIORNALE CHE DURANTE I DIECI MESI DI USCITA SONO STATI UCCISI DAI PARTIGIANI
Il 29 luglio del ’44, sui muri di Firenze viene affisso l’ultimo numero di “Repubblica”, il giornale della Federazione del PFR. Questo uno stralcio dell’articolo di commiato:
“La nostra posizione di combattenti, perché tali siamo e lo stanno a dimostrare le centinaia di nostri martiri, ci dà il diritto e ci impone il dovere di ripiegare, per non disperdere energie e riservarci per l’ultima battaglia…..
Oltre al nostro saluto, vogliamo rivolgere ai concittadini anche una raccomandazione. Quella di comportarsi con dignità davanti al nemico che invaderà con la sua gente di colore le vie, i giardini, i palazzi e i monumenti della città del giglio
A tutti i fiorentini, di qualunque idea politica, di qualunque ceto ed età, noi chiediamo di mantenere alto il prestigio della stirpe. I cosiddetti nobili non si prostituiscano nei ricevimenti delle autorità di occupazione; la borghesia ed il popolo non si abbassino a mendicare l’aiuto della soldataglia nemica; le nostre donne non cadano in solluchero alla vista dei damerini dell’esercito anglosassone…..
Andandocene abbandoniamo qui le nostre case, qualche nostra famiglia, qualche nostro camerata. E’ un patrimonio di italianità che vogliamo credere sarà rispettato dagli Italiani….”
(in: Gigi Salvagnini, L’ultima guerra civile, Firenze e la RSI, Bagno a Ripoli 2004)