domenica 11 febbraio 2018

Stati Uniti d’Europa: l’abominio politico

Stati Uniti d’Europa: l’abominio politico demo-pluto-massonico, popolato da masse amorfe di SCHIAVI apolidi e androgini, senza passato e senza futuro!

Il futuro, il nostro futuro di Uomini, quali individui e collettività nazionali, vi fu un tempo in cui apparteneva al dominio della speranza e della volontà, del sacrificio e della dedizione legata a ciascuno ed a tutti, insieme; una visione possibile di quel che avremmo potuto realizzare solo che lo avessimo voluto con tutte le nostre forze ed a costo di qualsiasi rinuncia. Nell’era del trionfo democratico-liberale, ormai, non è più così. Il futuro di interi popoli, nazioni e continenti, infatti, è stabilito ormai con decenni di anticipo da una ristretta minoranza che detiene il potere economico e le ricchezze conseguitene (i plutocrati!) ed in virtù di ciò, che ottiene anche quello politico, con la corruzione e/o la violenza,  a mezzo di una casta di docili servi politicanti, da essi stessi elevata al rango di sistema inamovibile, incentrato su immotivati ed immeritati privilegi. Questi ultimi, poi, vengono incaricati, insieme ai gestori dei media della comunicazione, anch’essi asserviti all’oligarchia plutocratica, di predisporre la popolazione, appositamente ridotta al rango di massa abbrutita e senza volontà, ad accogliere passivamente gli ordini dei padroni in doppiopetto. In tal caso, abbiamo già constatato che una delle“tecniche manipolatrici di comunicazione” di cui si avvalgono i media del suddetto sistema demo-plutocratico, consiste nel creare, diffondere e favorire l’accettazione collettiva acritica di appositi stereotipi, sia di senso positivo che negativo ( dove, per intenderci, la democrazia liberale di marca anglo-americana rappresenterebbe il “sommo bene”, mentre il Fascismo italiano equivarrebbe al “male assoluto”). Tale operazione spacciata pubblicamente come meritoria e messa in atto nominalmente all’insegna dei più alti valori di libertà e uguaglianza” prevede, ovviamente, la “stigmatizzazione della retorica antisistemica” a mezzo dell’uso strumentale della neo-lingua orwelliana che stravolge a proprio vantaggio ed inverte di senso alcuni termini, proprio al fine di diffondere gli stereotipi di cui sopra; realizzando in ambito mediatico la martellante diffusione di nuove “parole d”ordine”, come nel caso delle campagne stampa scatenate contro il razzismo“, il complottismo“, o le cosiddette bufale mediatiche“, accusando chi come noi fascisti de “IlCovo” definisce l’assetto politico-economico attuale esattamente per quello che è : ovvero, un progetto politico criminale e abominevole imposto con la forza a tutto danno dei popoli e delle nazioni del mondo. Ebbene, seguendo lo stesso metodo, e constatando che le parole usate dalla neo-lingua descrivono esattamente l’opposto del significato dato (chi è definito “razzista”, nella realtà non lo è; così come chi è definito “complottista”, ecc.), possiamo verificare che il fondamento della diffusione di tale metodologia si basa immancabilmente sulla tecnica della “semina di Notizie”. Sulla base di tale metodologia, dunque, grazie alla concomitante campagna elettorale, i principali pupazzi del teatrino della politica, i cosiddetti “candidati” degli schieramenti finto-opposti (in realtà sono tutti candidati… della “Banca Centrale Europea”, ma proprio TUTTI , cominciando con i finto-contestatori), da Renzi, a  Berlusconi, ci “informano” che i vertici finanziari dell’usurocrazia globale hanno stabilito che … “Il futuro sono gli Stati Uniti d’Europa” .
Ebbene, tale “futuro” di già predisposto “oltre atlantico” e senza MAI consultare i diretti interessati al riguardo, purtroppo, come dimostrano alcuni documenti presenti negli “Archivi nazionali statunitensi”, ha avuto origine al termine dell’ultima Guerra mondiale (  QUI e QUI ), sebbene elaborato precedentemente, da “insigni pensatori”, quali Coudenhove-Kalergi (qui). Per arrivare a tale “fausto traguardo” (si intende, solo per le oligarchie pluto-massoniche mondialiste), si è passati attraverso eventi tremendi ed epocali, quali guerre disintegratici, sterminii, macellerie sociali, devastazioni nucleari, avvelenamenti controllati, massacri per procura, guerre civili permanenti, ma è cominciato con lo sbarco degli eserciti a stelle e strisce sul nostro patrio suolo. Il principio di una egemonia politico-economica che ci sta trasformando in una vera e propria estensione  territoriale di quell’infernale caos politico, morale e sociale rappresentato dalla  cosiddetta “democrazia statunitense”.  Tutto ciò  rappresenta l’inveramento del cosiddetto “sogno degli stati uniti europei“, lo strumento principe per l’inveramento di una società di morti viventi.
Il brodo di coltura di tale “sogno”, è rappresentato da un tipo particolare di concezione, proveniente  dall’Europa anglo-sassone, che non aveva ancora pienamente assimilato la Cultura Romano-Cattolica. L’emigrazione di tali europei nel continente Americano, ha cristallizzato, non senza contrasti interni anche gravi, tale concezione, che ammantata dalla coperta della libertà e dei diritti, nasconde il principio del dominio assoluto riservato ad una ristretta oligarchia di plutocrati a danno di tutti i popoli e di tutte le nazioni. Se volessimo semplificare, si tratta niente più che della trasposizione politica moderna di una “federazione di tribù“,  schiavizzate da quella più ricca. Infatti, come nel peggiore dei “film” prodotti dalla macchina della propaganda anglo-americana, c’è un “potere” che non deriva dall’Autorità Morale e dal grado di Civiltà superiore così come inteso dalla concezione romano-latina. No! Nell’era della democrazia-liberale il “potere” deriva dalla violenza propriamente detta, esercitata in virtù della detenzione del potere economico da parte di chi controlla la speculazione finanziaria a livello globale. Dalla sopraffazione, che deriva a sua volta dalla maggiore ricchezza dell’Uomo sull’Uomo. Concretamente, la disposizione all’esercizio del “comando”, dunque, è data dall’opulenza e dalla capacità di sopraffare in suo nome. In questo modo, è inevitabile che il “potere”, così concepito, venga esercitato da gruppi ristretti che, guardate i casi della vita, nei nostri giorni sono di tipo massonico. Infatti, le “società segrete”, così come le conosciamo, si sono fondamentalmente formate sulla base di questa “anti-cultura”. L’ “esoterismo” dona un’aura di mistero e di “designazione” a tali sette. I “gradi di conoscenza segreta” rendono “messianico” il ruolo dei massoni, auto-convincendoli di essere i titolari di un “potere divino”, ovvero che esso è detenuto in qualità di manifestazione concreta della benevolenza divina. Secondo tale visione distorta la stessa ricchezza materiale assume così attributi divini, divenendo il mezzo principale per il raggiungimento e il mantenimento del “potere”.
Dati questi presupposti, risulta impossibile non giungere al principio più generale di Egemonia che contraddistingue l’orizzonte politico delle demo-plutocrazie reazionarie del cosiddetto occidente. Tale principio è in contrapposizione netta, inconciliabile, con la concezione di “IMPERIUM“, espressa dalla Civiltà Latina e rielaborata nella concezione fascista.
Così non ci può affatto stupire, l’obiettivo che viene perseguito nella cosiddetta “Unione Europea”, così come non ci stupisce affatto, al di la delle strida fasulle degli “sfogatoi” sistemici quali possono essere definiti a buon diritto i cosiddetti “populismi”, che tale “U.E.” non sia altro che l’espressione del dominio egemonico plutocratico dei “gruppi” che detengono la ricchezza di cui sono stati PRIVATI interi popoli e nazioni, gruppi facenti capo ad esecrabili istituzioni finanziarie quali il F.M.I.  e la sua “costola” europea, la B.C.E.
Ecco spiegato il motivo della prassi egemonico-plutocratica attuale, diffusa disgraziatamente nell’area Euro-Mediterranea (un tempo culla della Civiltà mondiale) e imposta sulla base del sopruso, della ricchezza economica e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo; una concezione priva tanto di un modello positivo di Cittadinanza, quanto di un vero Ordine Politico-Sociale, Morale, priva insomma di un qualsivoglia serio principio di sviluppo civile. Il loro fine è di creare dis-ordine, dividere il popolo, disintegrare le nazioni. In questo caos istituzionalizzato, una sola cosa regna sovrana: la sopraffazione, l’arricchimento pescecanesco, e la riduzione in schiavitù delle masse col fine di annientare la Civiltà latina di cui, quali italiani, siamo continuatori e portatori, in modo da foraggiare l’ “oligarchia di eletti” di cui sopra. Non ci sorprende, dunque, nemmeno il recente articolo comparso nel cosiddetto “giornale” ilSole24ore. Un articolo che ha suscitato commenti tra i più disparati: ilarità (si pensa ad uno scherzo!), disgusto, distacco. L’articolo in questione, invece, in perfetta linea con le affermazioni dei “candidati della B.C.E.”, si diffonde in uno studio, partendo da una domanda niente affatto ironica: “Reintrodurre la schiavitù è o no un’opzione per la società moderna?”
Nulla di cui stupirsi. La cosiddetta “democrazia borghese”, madre di tutti gli abomini materialistici di tutti i colori politici conosciuti, non può che portare ad una società di questo tipo. Non è altro che una forma frammentata di feudalesimo, dove i “signorotti” o i “padroni assoluti” sono più d’uno, in apparenza. Ma, nella sostanza è sempre e solo UNO: IL POTERE ECONOMICO.
Dunque, in linea con tale abominio politico-sociale, i risultati finali sono quelli paventati anche dal Kalergi. Per ottenere una società di questo tipo, è necessario l’abbrutimento psico-fisico; per arrivare a tale abbrutimento, si devono mettere in campo tutte le teorie razzistiche positivistiche conosciute. Dunque la teorizzazione di una razza androgina (ecco il fine dell’ “accoglienza dei profughi”, e dei “diritti degli omosessuali”), possibilmente e “futuristicamente” ottenibile anche il laboratorio (ecco il fine della “ricerca sulle cavie-embrioni umani) e la diminuzione progressiva della popolazione mondiale per detenerne meglio il governo (ecco il fine dei “diritti di fine vita”). In tal modo, il mondo di schiavi lobotomizzati, de-pensanti e bruti, assolverà in pienezza il compito loro imposto dalla plutocrazia dominante: produrre, consumare e morire per garantire l’opulenza degli “iniziati-dèi”.
Ed ecco il perché dei nostri reiterati appelli: lasciate perdere tutte le buffonate legate alle “elezioni”, alla cosiddetta “politica” dei partiti, alle “riforme” tanto fasulle quanto inesistenti, poiché rappresentano niente più che una criminale arma di distrazione di massa. Messi innanzi ai progetti che abbiamo testé discusso rappresentano il nulla, tanto quanto votare non serve a niente, tranne che a legittimare questo sistema criminale. L’atto politico più rivoluzionario concepibile attualmente è uno solo: SVEGLIARSI dal torpore indotto e impegnarsi per l’affermazione di una differente concezione politica, morale e sociale! L’atto più rivoluzionario è la conoscenza del FASCISMO! Mussolini aveva visto giusto quando nel 1944 in “Storia di un anno” aveva scritto che… il Fascismo tornerà a brillare all’orizzonte. Primo, in conseguenza delle persecuzioni di cui i “liberali” lo faranno oggetto, dimostrando che la libertà è quella che ognuno riserva per sé e nega agli altri; secondo, per una nostalgia dei “tempi felici” che a poco a poco tornerà a rodere l’animo degli italiani.
IlCovo

                                                                                                                                        

lunedì 5 febbraio 2018

ZARA, PER NON DIMENTICARE

Zara, per non dimenticare

di Nino Arena
            E’ la storia di un piccolo lembo di Dalmazia e d’Italia conficcato tenacemente con le sue radici nella sponda opposta dell’Adriatico. Un minuscolo insediamento rimasto con le sue vestigia, le sue mura e i suoi monumenti a testimoniare per sempre la presenza di Roma, della Repubblica Veneta e dell’Italia in quella babilonia etnica denominata Jugoslavia ormai disfatta, dai tanti popoli diversi che la compongono e le contrastanti religioni che li dividono; con gli innumerevoli dialetti spesso incomprensibili, ereditati nei secoli da influenze barbariche e da civiltà romane e bizantine, greche e germaniche, veneziane e turche che in un andirivieni tumultuoso hanno lasciato ovunque i segni del loro passaggio, spesso selvaggio e deprecato come quello degli avari, bulgari, serbi e bosniaci, ungari e croati, romeni e macedoni, albanesi, montenegrini, zingari ed ebrei. Comunità assemblate per costrizione o necessità di sopravvivenza fra le rive dell’Adriatico e la Sava, fra la Drava e il Danubio, chiuse a oriente dalla catena carpatico-balcanica. In questa regione che non ha lasciato tracce rilevanti nel mondo occidentale di civiltà e di costumi, confluiscono poi tanti cordoni ombelicali legati allo scorrere dei grandi fiumi europei, radici e propaggini etniche originate dal grande ma eterogeneo popolo slavo con russi bianchi, boemi e moldavi, slovacchi e ruteni, da sempre proiettato verso i mari caldi del Mediterraneo, impropriamente definito un popolo, omogeneo solo nella definizione letterale ma in realtà diviso, frazionato, diverso, da sempre in guerra all’interno per contrasti secolari, profondamente irrequieto, tradizionalmente subdolo, infido in sé e con gli altri, contrapposto nelle etnie, religioni e costumi. Sfortunatamente questo caleidoscopio insediato per decisioni politiche ai confini orientali d’Italia, circondava il piccolo insediamento italiano d’oltremare, di poco più di 100 kmq che aveva nome Zara, ed ebbe nefaste conseguenze nel suo futuro determinandone la perdita dall’Italia. La vogliamo qui ricordare per non dimenticare.

            Nel difficile contesto territoriale ed etnico, Zara appariva agli slavi, ancor prima della 2° Guerra Mondiale, un irresistibile centro di attrazione e di ammirazione, suscitando in loro anche invidia e complessi psicologici di rancore. Agli italiani appariva una gemma solitaria e splendente, incastonata nell’azzurro del suo mare, vetrina di una civiltà, maestra e punto d’incontro di culture diverse.

            La storia di questa città non era stata facile nel corso dei secoli, poiché le sue origini più remote risalgono alla Dalmatia, una parte del territorio della Liburnia conosciuta meglio come Madera (Jader romana poi Diadora con Bisanzio). Nel periodo dell’espansione romana del 229 a.C. e della creazione del protettorato il lirico che legava i jadertini alla potenza di Roma, essi fornirono navi e marinai provetti in pace e alleati in armi, socii navales nella prima guerra dalmatica (155 a.C.). Con la Pax romana fu concesso a Jader il titolo onorifico di Civitates liberae et immunes per l’aiuto prestato a Roma, titolo poi trasformato in Federatae allorché i legami militari furono stretti ancor più durante la guerra civile del 48 a.C. nella quale i jadertini furono dapprima alleati con Pompeo in lotta contro Caio Giulio Cesare e poi a fianco di Ottaviano nel 31 a.C. contro Antonio. Essi meritarono per la fedeltà ed il valore dimostrati nella battaglia di Azio, l’ambito titolo di Parens Coloniae assegnato a coloro che garantivano ed ampliavano la civiltà romana oltre i confini: allargarono infatti la conoscenza e l’approvazioni delle leggi di Roma nel cuore dell’Illiria, nella Mesia e in Macedonia, svolgendo una missione civilizzatrice con dedizione. Integrata più tardi, dopo la nascita del cristianesimo, in tutta la regione danubiana, Jader abbracciò infatti con convinzione, fede e sacrifici la nuova religione, tanto da promuovere l’originario piccolo insediamento cristiano del 2° secolo a quello più grande e importante dell’Arcivescovado (4° secolo) e acquisì in tal modo il diritto a partecipare al Concilio di Aquileia del 380 d.C.

            Parens Jadertinum, coinvolta come tante altre regioni romanizzate dell’Europa sud-orientale nelle negative vicende legate al declino dell’impero romano d’occidente, passò sotto Odoacre nel 480 ed infine venne assoggettata da Bisanzio nel 538 sotto il dominio dell’imperatore Giustiniano I.

            Il primo incontro con le ostili popolazioni slave  può farsi risalire al 615, tempo delle invasioni barbariche degli slavi orientali (unni e avari di discendenza mongolia, ucraini, bulgari, slavoni, serbi) che spinsero verso il mare croati e ungari sistematisi nelle regioni costiere sotto il controllo di Bisanzio e, dopo la distruzione del regno dei Gepidi, insediatisi nuovamente ai confini orientali del regno dei Franchi prima, del Sacro Romano Impero successivamente; dominio, questo, che consacrava Zara capitale della Dalmazia (752 d.C.) con un suo condottiero (Dux Jaderae), inserita nel legato di Dalmazia dopo l’atto di sottomissione a Carlo Magno dell’805 d.C.

            Nel 992è la volta di Venezia, che prende sotto la sua protezione la piccola città adriatica rimasta indipendente seppur minacciata dagli slavi e il Doge Pietro Orseolo sconfigge i croati di re Dircislao. Egli riceve dai zaratini il titolo di Dux Venetiae ed Dalmatiae e associa la città nella sua alleanza militare, garantendo sicurezza e prosperità duratura soprattutto per le affinità storiche, culturali, religiose e linguistiche delle comuni origini. Con l’avvento del Doge Orseolo II la potenza della Repubblica di San Marco si rafforza, sconfiggendo ancora una volta i croati ed ottenendo a titolo personale il titolo di Dux Dalmatiae per la protezione fornita a Zara. Nel 1105 è la volta degli ungari di Colomano, che assediano a lungo la città difesa con tenacia dai suoi abitanti, i quali resistono fino all’arrivo della flotta venezianadel Doge Volier, che sconfigge in battaglia ungari e croati, pacifica nuovamente la turbolenta Dalmazia e la Serbia non senza aver prima distrutto nel 1123 Belgrado.

            Nel 1154 Papa Anastasio IV eleva al rango di Arcivescovado la sede cristiana di Zara e affida al Vescovo Lampridio le Diocesi di Ossero, Veglia, Arbe e Lesina che passano con Zara sotto il controllo ecclesiale del Patriarca di Grado, nominato per l’occasione Primate di Dalmazia.

            Cede lentamente la potenza bizantina, mentre i turchi dilagano attraverso la Bulgaria nell’Europa sud-orientale e convertono all’Islam i popoli cristiani, minacciando così non solo l’aspetto egemonico ma anche religioso della civiltà aeropea.

            Zara resiste anche a questo nuovo pericolo, rinsalda la sua fede cristiana tanto da meritarsi una visita del più grande santo italiano – Francesco d’Assisi – che nel 1212 fonda nella città adriatica un convento  di frati minori. Le crociate in Terrasanta si susseguono con vittorie e sconfitte che indeboliscono la Chiesa di Roma, favoriscono i nemici della fede e provocano scissioni laceranti.

            Zara viene minacciata ancora una volta da ungano-croati e Venezia deve intervenire nuovamente: per riscattare la città dalla corona d’Ungheria paga nel 1409 un totale di 100.000 ducati d’oro. Lo stesso anno con bolla promulgata dal Doge Michele Steno, Zara entra ufficialmente a far parte della Serenissima.

            La decadenza dell’impero bizantino e della Chiesa apre ai musulmani la strada verso il cuore dell’Europa. I turchi catechizzano i popoli più deboli dei Balcani: albanesi, macedoni, bosniaci, montenegrini e minacciano nel 1470 la Dalmazia e Zara. Fu necessario per i popoli europei coalizzarsi per respingere il pericolo islamico e nel 1571, nella grande battaglia navale di Lepanto, la flotta turca di Selim II detto Alì Pascià, fu sconfitta dai condottieri cristiani Sebastiano Veniero, Marcantonio Colonna e Giovanni d’Austria.

            Nel 1606 veneziani e zaratini combattono i pirati scocchi di origine slava- croata-liburna, che armati e fomentati dall’Austria gelosa della potenza di Venezia, assalgono, depredano navi e uccidono con ferocia uomini della Serenissima. Venezia vede in pericolo i suoi commerci e i suoi insediamenti, minato il potere ed il prestigio della Repubblica e ostacolano duramente la ripresa dell’attività dei pirati gia combattuti da Roma. In quel periodo s’insedia nel litorale dalmato un’altra popolazione slava – i morlacchi – attratta dalle migliori condizioni di vita e di civiltà. Ma nuovi rivoluzionari sommovimenti stavano verificandosi in Europa.

            Nasce l’astro di Napoleone Bonaparte che combatte in tutta Europa prussiani ed austriaci, scandinavi e bavaresi, spagnoli e inglesi, russi e italiani sconvolgendo regni e monarchi, creando e disfacendo stati affidati poi a parenti. Anche Zara subisce le vicende napoleoniche che decretano la fine della gloriosa Repubblica Veneziana: viene ceduta all’Austria col trattato di Campoformido del 1797, assegnata successivamente nel 1810 al regno Il lirico ed infine occupata nuovamente dall’Austria  col trattato di Vienna del 1815, dopo Waterloo.

            Prima di quest’ultima cessione, i gloriosi stendardi di Venezia vennero custoditi nell’altare maggiore della cattedrale di S. Anastasia con una solenne cerimonia cui partecipò commosso tutto il popolo caratino, consapevole che si era chiuso mestamente un ciclo storico durato secoli. L’unica speranza era ormai l’Italia.

            La dominazione austriaca fu senza dubbio la peggiore nella storia di Zara. Iniziarono le pressioni morali, i processi per i patrioti, le condanne, l’esilio per i più riottosi e come strumento di costante pericolo le sobillazioni tra le popolazioni slave contro i zaratini e i dalmati, in genere colpevoli di amare l’Italia. Sentimenti di avversione e odio che ancora perdurano ai nostri giorni, come pesante eredità di quel triste periodo di sofferenze e persecuzioni, che non spense l’amor di patria dei zaratini.

            Dalla prima metà del 1800 la comunità italiana della Dalmazia dovette sostenere una durissima lotta a costo di persecuzioni, prigione ed esilio per conservare il sentimento di patriottismo ed alimentare l’irredentismo, opponendosi ai tentativi di snazionalizzazione e di immissione dei croati.

            Nel 1910 un decreto del regio e imperiale governo austriaco, abolì l’uso ufficiale della lingua italiana a Zara sostituendola con quella croata: il provvedimento non trovò mai pratica attuazione perché i zaratini continuarono imperterriti a parlare italiano o dialetto veneto-giuliano ignorando e ridicolizzando l’imposizione di Vienna.

            Con lo scoppio della 1° Guerra Mondiale originata dal terrorismo serbo a Sarajevo (quante analogie con la situazione attuale) ai patrioti zaratini non rimase altra alternativa che passare la frontiera e arruolarsi nell’esercito italiano per combattere l’oppressore. Numerosi i volontari irredentisti, i decorati al valore, i caduti, i feriti, i mutilati. L’ora della redenzione suonò il 4 novembre 1918 allorchè giunse a Zara la R. Torpediniera AS. 55 che sbarcò i primi marinai italiani accolti dal tripudio della popolazione e dalla gioia di vedere innalzare sul più alto pennone del porto il tricolore d’Italia. Mancava ancora il riconoscimento ufficiale, forzato anticipatamente nel 1919 dalla spedizione dannunziana che giunse a Zara da Fiume con 4 navi. L’ammiraglio Millo, disatteso l’ordine del governo di Roma di bloccare l’iniziativa, fece causa comune col poeta, scortando le navi, affacciandosi poi al balcone del palazzo del Capitano con il Podestà Ziliotto per rispondere alle ovazioni della cittadinanza. Il trattato di Rapallo sancì definitivamente l’unione di Zara all’Italia nel 1920 con l’isola di Lagosta, sacrificando però le italianissime città dalmate di Ragusa, Traù, Spalato, Selenico, Cattaro e le isole vicine. Un altro sopruso compiuto a Versailles, in spregio ai patti sottoscritti da inglesi, francesi e americani nei confronti dell’Italia e nonostante il contributo di oltre 600.000 caduti e un milione di mutilati e feriti dato per la vittoria alleata.

            La Francia subentrò all’Austria nei Balcani riprendendo la politica anti-italiana col creare condizioni d’instabilità politica ai confini orientali. Seguirono anni di pace, di commerci fiorenti, di prosperità e benessere diffusi di cui beneficiarono tutti, ed i zaratini in particolare, godettero di anni sereni nella ritrovata unione nazionale mentre gli slavi trassero vantaggio dalla pacifica convivenza.

            Con lo scoppio della II° Guerra Mondiale nel settembre del 1939, per Zara, lontana dalla madrepatria e isolata dall’Adriatico, a diretto contatto con la Jugoslavia ambigua nella politica guidata dall’oligarchia serba, il futuro appariva incerto.

            Nella primavera del 1941 la guerra si avvicinò anche a Zara, e i 9.000 uomini del suo presidio al comando del generale Emilio Figlioli si prepararono a difenderla contro la “Jadranska”e reparti di altre due divisioni, numericamente superiori come uomini e armamento. In aprile iniziarono le operazioni di guerra con incursioni di bombardieri slavi sulla città, che causarono i primi morti fra civili e militari; intervenne la caccia italiana a respingere gli assalitori e il 12 dello stesso mese iniziava l’offensiva generale con l’avanzata italiana oltre Bencovazzo, S. Cassiano, Nona e la breve ma vittoriosa campagna terminava alcuni giorni più tardi con l’occupazione di Knin. Seguirono gli anni difficili e subdoli della guerriglia comunista dei titini con attacchi isolati, agguati alle autocolonne, ai presidi, con distruzioni, incendi, sabotaggi, morti, feriti e tanti dispersi mai più ritrovati. Poi nel settembre 1943 giunse inaspettato l’armistizio di Badoglio. All’annuncio che l’Italia cedeva le armi, il comandante del XVIII Corpo d’Armata generale Umberto Spigo, ebbe disposizioni dal comando 2° Armata di trattare con i tedeschi la difesa della città e il delicato problema dell’ordine pubblico. Secondo l’accordo stipulato con il comando della 114° divisione Jager, le autorità civili di Zara avrebbero continuato a svolgere le loro funzioni, le truppe italiane avrebbero mantenuto l’ordine in città assieme ai reparti tedeschi mentre il comando germanico avrebbe assunto il controllo del circondario. Fu un accordo durato pochi giorni poiché il comando del Corpo d’armata abbandonò improvvisamente Zara rifugiandosi via mare a Venezia e lasciando le unità dipendenti nel caos, senza ordini, con conseguente sbandamento morale e materiale e repentino cambiamento di politica da parte tedesca. In più taluni responsabili militari, su istigazione dei generali Ambrosio e Roatta, ormai al sicuro a Brindisi, ricercarono accordi con i partigiani comunisti di Tito per “un’azione in comune contro i tedeschi e per la consegna di armi, munizioni”. Iniziava il caos e a farne le spese furono i zaratini, gli italiani, i militari che non avevano accettato una così innaturale e brutale alleanza dopo aver duramente combattuto per lunghi anni i partigiani. Un robusto presidio rimase in città; erano i fanti del 291° rgt., i bersaglieri dell’11°, i genieri, gli artiglieri, le CC.NN. della 107° Legione, le guardie alla frontiera, i carabinieri, i finanzieri, gli agenti di P.S., tutti decisi a opporsi agli slavi, collaborando con i tedeschi, onde evitare pericoli alla comunità italiana. Ad essi si unirono i legionari della DICAT e i reparti territoriali delle posizioni “Diaz”, “Rispondo”, “Cadorna” con numerosi avieri del campo d’aviazione di Demonico.

            L’armistizio fu vissuto dai zaratini con comprensibile sgomento e timori per il futuro, ma anche con la fiducia che i soldati italiani non li avrebbero abbandonati considerando che l’Italia non esisteva ormai più come entità politica, non aveva governanti e il suo territorio era invaso dagli alleati anglo americani e dai tedeschi traditi.

            La situazione precipitò perché Hitler, condannato severamente il tradimento italiano (perpetrato soltanto da Badoglio e dal suo clan di traditori – n.d.a.) volle “regalare” ai croati di Ante Pavelic tutto il territorio che il Poglavnick poteva occupare ai margini del suo stato, includendovi Zara, con la nomina a prefetto del dr. Vittorio Ramov e a sindaco di Andrja Relja. Nel contempo l’organo deliberante dei titini – l’AV-NOJ- decretava subito l’inclusione nella nascente federazione jugoslava di Fiume, dell’Istria, di Zara ampliando, ancor più di Pavelic, le rivendicazioni territoriali degli slavi, convinti che ormai era il momento di dettar legge. In questa gravissima situazione, provocata dal Re e da Badoglio, quando tutto ormai sembrava perduto, arrivava provvidenzialmente per l’Italia e gli italiani il ritorno di Mussolini alla guida responsabile del Paese, una presenza autorevole e necessaria per contrastare l’invadenza tedesca, respingere le pretese slave e dare un senso alle speranze ormai affievolite degli italiani, soprattutto di coloro che per dislocazione geografica e situazioni locali erano i più esposti al pericolo.

            Quale primo provvedimento urgente, Mussolini, dopo aver parlato con Hitler riusciva a far accantonare l’idea del prefetto croato, nominando il dr. Paolo Quarantotto, che, impossibilitato a raggiungere al più presto Zara, veniva sostituito dal seniore Vincenzo Serrentino, già comandante la DICAT zaratina. L’ufficiale, trovandosi sul posto, prese immediatamente possesso della carica ricevendo pochi giorni più tardi regolari credenziali da parte del Governo della RSI. Venne coadiuvato nelle sue funzioni dal prefetto vicario dr. Giacomo Vuxani e come Podestà dal dr. Nicola Luxardo. Restava da affiancare alle autorità nominate l’apparato istituzionale, ossia la Questura con gli agenti di P.S., i carabinieri, la guardia di finanza e gli altri organismi dello Stato fra cui le FF.AA. presenti in città con un rgt. Di formazione (col. Francesco Minghillo) composto da fanti, bersaglieri, militari di altre Armi e Specialità, mentre si riattivava la 107° Legione CC.NN. al comando del console Pietro Montesi-Righetti e si reclutavano numerosi volontari che costituivano una Cp. D’assalto (C.M. Francesco Vijack), un nucleo speciale d’azione (S.C.M. Renato Miliardi). Complessivamente 3.500/4.000 uomini compresi i militari addetti ai servizi d’ordine pubblico.

            Al comando del Gruppo Carabinieri di Zara rimase il magg. Trafficanti, coadiuvato dal comandante di tenenza ten. Terranova.

            A dare man forte al neo costituito presidio militare, giungeva la banda MVAC (Milizia Volontaria Anti Comunista) al comando del 1° seniore Tommaso David (banda “Obrovazzo” composta da volontari dalmati filoitaliani, cui si univano la Cp. Studenti volontari dalmati “Vucassina” ed un nucleo di fascisti mobilitati dal PFR al comando del federale dr. Mario Petronio.

            Con questi uomini a disposizione, Serpentino tenne a bada i croati di Pavelic e i partigiani titini, poiché la banda “Obrovazzo”, che aveva recuperato armi e materiali abbandonati dal R.E. e reclutato numerosi sbandati, portò una ventata di entusiasmo e di speranza ai zaratini, controllando le strade di accesso alla città sino all’arrivo dei reparti tedeschi, presidiò la strada Zara-Obrovazzo permettendo l’afflusso di una colonna di artiglieria della 114° Div. Jager rimasta bloccata dai partigiani a Bencovazzo, mentre il comandante David “arruolava” migliaia di sbandati del R.E. ed evitava loro un duro futuro di prigionia in Germania costituendo battaglioni di lavoratori per la Wehrmacht. Presidi consistenti venivano attivati a Obrovazzo, Bencovazzo, Zemonico, Sakosan e a Ulja per completare le difese esterne di Zara.

            L’opera del prefetto Serrentino fu particolarmente difficile, piena di ostacoli, condotta con caparbia determinazione fra l’ostilità croata e la diffidenza tedesca, ma nella convinzione profonda di tutelare gli interessi italiani e la salvaguardia fisica e morale di migliaia di connazionali in grave pericolo.

            Un certo risveglio dell’attività partigiana nel circondario, convinse i comandi tedeschi ad effettuare alcune operazioni di controllo e polizia, ed alla banda “Obrovazzo” fu assegnato il compito di ripulire i dintorni e le isole armando le motobarche “S. Eufemia”e “Corsara” con mitragliere. Si ebbero scontri a Comino, S. Cassiano, Boccagliazio, Paco, Bevilacqua, Nona con la fuga di bande di partigiani comunisti che subirono la perdita di numerosi caduti, feriti e prigionieri. Fra questi una quarantina di ex militari del R.E., che David salvò da sicura morte dopo essere stati considerati “franchi tiratori”dai comandi tedeschi per l’appartenenza al btg. “Mameli”, composto da badogliani (aveva subito 53 morti fra cui 3 ufficiali, uno dei quali identificato per il capitano Cuccioli), postisi al servizio di Tito ed operanti nella zona di Carin, Murvizza, Oltre. Qui venne catturato il famigerato capo banda Joko Lasmanovic, autore di efferati delitti. Nell’operazione il capitano Coppola, vice comandante della “Obrovazzo”, rimase ferito. Si ebbe un altro tentativo croato di insediare Ramov, dopo che lo stesso si era sistemato nella Legazione di Croazia, ma la stessa notte un gruppo di arditi fece sloggiare il rappresentante di Pavelicassieme ad un gruppo di sostenitori croati fatti giungere alla spicciolata per tentare di creare il fatto compiuto, dalle autorità della Nezavisma Orzava Heratska.

            Un grande sostegno morale al lavoro improbo del prefetto Serrentino venne dato dal battagliero “Giornale della Dalmazia” diretto da Feri de Pauer Perretti, che raccolse la voce e le speranze di tanti patrioti italiani sparsi nella Dalmazia e a Zara, li incoraggiò, infondendo loro fiducia, sostenendo sempre le aspirazioni della comunità italiana.

            Era sorprendente constatare come nei periodi più oscuri e difficili, uscissero improvvisamente dal nulla uomini responsabili, spesso sconosciuti, di grande statura morale, di elevato ascendente, destinati, quasi per un disegno del fato, ad affrontare compiti gravosi e a risollevare il morale di tanti infelici compatrioti.

            In campo avverso si stava però preparando il destino di Zara con un disumano accordo fra Tito e i comandi alleati ispirati da Churchill: distruggere dal cielo le città per costringere i suoi abitanti ad abbandonarla e cancellare così forzatamente la presenza italiana, creando le premesse per una balcanizzazione imposta dagli slavi con la forza delle armi e sostenuta dagli anglo-americani. Non era tanto importante causare migliaia di vittime fra la innocente popolazione civile, quanto imporre col terrore una precisa volontà politica; non importava agli anglo-americani distruggere con le bombe insigni monumenti creati nel corso di 16 secoli di civiltà, quanto costringere la cittadinanza terrorizzata ad abbandonare Zara, che nel nuovo assetto geo-politico stabilito dai tre grandi a Yalta, doveva essere assegnata a Tito ed inserita nei confini d’influenza del comunismo sovietico e dei suoi satelliti.

            Gli anglo-americani, che vantavano fra l’altro precedenti criminosi per attacchi terroristici alle città italianee tedesche, che avrebbero distrutto in primavera la storica abbazia di Montecassino senza giustificazione, si prestarono di buon grado al crimine.

            Il 2 novembre 1943, ricorrenza dei defunti, l’aviazione inglese compiva la prima incursione su Zara uccidendo 154 cittadini e 18 militari, ferendo alcune centinaia di persone, distruggendo storici edifici fra cui la famosa cereria, il palazzo comunale, scuole come il liceo-ginnasio, la centrale via Roma, case di civile abitazione. Seguiva il 28 novembre un altro attacco, questa volta diurno e senza possibilità di errori, colpendo Val de Ghisi, il palazzo di Giustizia, una scuola elementare, le Poste e Telegrafi, la casa della GIL, le caserme “Diaz” e “Cadorna”, abitazioni civili con numerosi morti e feriti, la scuola agraria e il piccolo piroscafo “Selenico”affondato in porto. In due incursioni oltre 200 morti civili.

            Il 16 dicembre nuova incursione degli inglesi con la distruzione della Banca Dalmata, della canonica della chiesa ortodossa, del Palazzo della Provincia, del Ginnasio “D’Annunzio” e delle case in calle Val di Maistro, Borgo Erizzo, S. Maria, Pappuzzeri, S. Rocco, Porta Catena. Ma non era finita: nella notte una nuova incursione con bombe incendiarie provocava ancora vittime e terrore fra la gente, desiderosa ormai di fuggire per salvarsi da morte certa. La mancanza di mano d’opera e di attrezzature adatte rendeva impossibile il recupero dei morti e lo sgombero delle macerie. Lo scopo voluto da Tito cominciava a realizzarsi con l’abbandono di Zara da parte dei suoi abitanti. Lo stesso criterio dell’intimidazione fu usato a Fiume, lasciando indenne dai bombardamenti la vicina Susak abitata prevalentemente da croati.

Si ebbero in totale su Zara 54 incursioni e circa 4.000 morti (il 20% della popolazione), molti non identificati perché rimasti sotto le case diroccate e la distruzione di circa l’85% del centro abitato: una perdita culturale, storica e artistica irrimediabile.

            Alla fine del 1943 Serrentino inviava un primo rapporto a Mussolini mettendolo al corrente della situazione tragica che viveva la città, dei morti subiti, dei feriti intrasportabili, degli insepolti, degli sfollati, delle difficoltà alimentari e sanitarie, delle asportazioni effettuate dai tedeschi. Il prefetto assicurava il Duce che sarebbe rimasto al suo posto e non avrebbe ceduto alle pressioni esterne; chiedeva solo aiuti e sostegno morale per i zaratini. Mussolini assicurava Serrentino di fare il possibile e mobilitava Coceani a Trieste per aiutare Zara, istituendo una linea aerea fra Venezia-Trieste-Pola-Zara gestita con idrovolanti e personale italiano sotto il controllo tecnico della Marina germanica. Per Ante Pavelic mostrava il meritato disprezzo per il voltafaccia: “…nella miseria non ci sono amici ed i popoli ragionano come gli individui che li compongono” scriveva a Serrentino mentre Coceani organizzava una colonna di aiuti per Zara, intesa a salvare il maggior numero possibile di sfollati nel ritorno, soprattutto i dalmati, rimasti senza alcun sostegno e autorità, angariati dai croati, uccisi dai titini, prelevati e scomparsi nel nulla. Partivano per Zara le navi “Mameli” e “Marco” che mettevano in salvo a Trieste 500 connazionali mentre un altro migliaio affluiva via terra con autocolonne tedesche. Serrentino ringraziava Coceani per l’aiuto fraterno e scriveva: “qui non si capisce più per chi lottiamo e per chi siamo pronti al sacrificio. Se vincono i nostri amici (tedeschi) Zara sarà croata; se vincono i nostri nemici (slavi) Zara sarà jugoslava. Ed allora? Per noi è una tragedia comunque.”

            Si intensificavano su Zara i bombardamenti dal cielo, mentre gli aerei della Croce Rossa che la collegavano venivano sistematicamente incendiati o abbattuti dall’aviazione alleata, rendendo sempre più precari i contatti con la RSI e Trieste. All’opera di distruzione collaboravano incredibilmente anche aeroplani italiani del sud, inseriti nella Balkan Air Force, eseguendo il mitragliamento del motoveliero “Primo” incendiandolo, mentre gli alleati provocavano l’affondamento dell’”Elettra”, il famoso panfilo-laboratorio di Guglielmo Marconi, del piccolo piroscafo “Sansego” e di altri piccoli natanti, che isolavano ancor più le città dall’Italia. In tutto questo sfacelo morale e materiale, i tedeschi lavoravano sistematicamente per spogliare di ogni bene, attrezzature, materiale utile (fra cui suppellettili e masserizie private) Zara e i suoi dintorni, caricando il tutto su grossi Junkers che facevano la spola fra Demonico e la Germania.

            Fra i tanti eventi sconsolanti e squallidi un vecchio sacerdote – Don Giacomo Molenda – Parroco di S. Simeone di Curzola, più volte minacciato di morte dagli slavi croati e dai titini per i suoi sentimenti di italianità, arriva con una barca a Zara, scende con le sue malferme gambe sul molo, s’inginocchia e bacia le bianche pietre di Dalmazia piangendo la sua gioia di morire vicino agli italiani. Morirà alcuni giorni più tardi. Monsignor Munzani, Arcivescovo di Bibigno, e Don Eleuterio Lovrotic parroco di S. Anastasia, accorrono dov’è richiesta la loro opera di sacerdoti; confortano, aiutano moralmente i derelitti, benedicono i morituri, consolano i superstiti. Soprattutto preziosa l’attività pastorale di Don Lovrotic che con un piccolo altarino portatile raggiunge in bicicletta nei luoghi più lontani gli sfollati, celebra la S. Messa, aiuta come può i suoi cristiani mentre le chiese di Zara vengono distrutte una dietro l’altra dalla furia nemica: S. Maria, S. Demetrio, S. Anastasia, la Vergine dell Salute, la Madonna del castello, il battistero e con le chiese i monumenti della città, le sue fabbriche fra cui la Vlahov e la Luxardo famose in tutto il mondo ed orgoglio degli imprenditori zaratini.

            Il presidio tedesco collabora nell’opera di soccorso, ed encomiabili sono i carabinieri del tenente Terranova, i VV.FF del comandante Schitarelli, i militi UNPA del comandante Tornago, i militari della CRI  e l’aiuto sostanziale del colonnello Von Schenen che risolve molti problemi della città.

            Nel mese di maggio 1944, parte del presidio italiano viene sgomberato verso Trieste di scorta a centinaia di esuli, i tedeschi iniziano a minare le infrastrutture portuali, i macchinari, il materiale rotabile mentre la città muore lentamente in una avvilente agonia, distrutta nel suo tessuto morale ed umano, priva di abitanti, semi deserta, paralizzata nelle sue attività ma ancora decisa a non cedere alle avversità, sorretta soltanto dalla volontà.

            Nell’estate rimanevano in città alcune centinaia di sopravvissuti sui 22.000 abitanti iniziali col 90% dell’abitato distrutto. Restavano ai loro posti di responsabilità il prefetto, il podestà, le organizzazioni di soccorso, la CRI, le istituzioni tradizionali (era rientrato nella RSI il comandante Tommaso David chiamato da Mussolini ad un importante e delicato incarico). Ma la tragedia non era ancora conclusa. Un pugno di ardenti patrioti che la storia ci ha consegnato nelle pagine più dolorose del calvario degli italiani di Dalmazia, restavano in città per affermare il loro diritto di cittadini zaratini ed italiani, ad impedire che i croati ne prendessero possesso o i titini la fagocitassero nella loro federativa multietnica. Fra costoro non possiamo non citare i fratelli Luxardo Pietro e Nicolò, titolari della famosa distilleria del Maraschino di Zara. Pietro, presidente dell’opsedale provinciale, fu l’anima dell’opera di soccorso ed assistenza ai degenti, attuò lo sfollamento degli ammalati, riorganizzò i servizi d’emergenza, si adoperò attivamente per identificare i morti nei bombardamenti, e dare un nome alle vittime, un segno di ritrovamento ai parenti.Nicolò, nobile figura di irredentista, pluridecorato al v.m., consigliere nazionale fin dal 1939, prese a cuore le sorti della città tanto amata e dei suoi concittadini, e quando la sua fabbrica venne distrutta liquidò le spettanze ai suoi dipendenti ma rimase come il fratello al suo posto di responsabilità fino al momento in cui assieme alla moglie Bianca Ronzoni venne prelevato dai titini nell’isola di Selve, trasferito sotto scorta in barca all’isola Lunga per essere, si disse, interrogato dai partigiani comunisti. I coniugi Luxardo non giunsero mai all’isola Lunga, poiché durante il tragitto, immobilizzati con funi alle mani e con al collo una grossa corda con un pesante macigno, vennero barbaramente gettati in mare e scomparvero per sempre nell’Adriatico che avevano tanto amato, ancor più per loro e per noi che li piangiamo amarissimo.

            Il 29 settembre 1944 il prefetto Serrentino inviava a Coceani  l’ultimo disperato messaggio: “sono alla disperazione, non ho viveri, non ho denaro”. Mussolini interveniva facendo pervenire in aereo una notevole somma di danaro per le più importanti necessità e si adoperava per far sgomberare gli ultimi italiani dalla città e circondario, ancora sino agli ultimi giorni di combattimenti di fine ottobre, quando un C.T. tedesco rimpatrierà per ordine del Duce il prefetto che delegava come suo rappresentante il vice prefetto dr. Fiengo per tutelare i circa 10.000 connazionali che restavano nella zona. Col Fiengo rimanevano il commissario del PFR Alacevich, il ten. Terranova, il podestà dr. Luxardo.

            Poche decine di carabinieri, finanzieri e guardie di P.S. rimasero a Zara fino al 1° novembre, allorché i tedeschi abbandonarono nella notte la città portandosi verso Obrovac, Gospic, Karlobag preceduti dai croati di Pavelic in ritirata. Subito dopo i carabinieri prendevano sotto controllo la città che nella mattina del 2 novembre – triste anniversario – veniva occupata dai titini e subiva per la prima volta nella sua storia l’oltraggio di essere calpestata dagli slavi. Sui campanili smozzicati di S. Simeone e S. Anastasia e su altre case sventolavano ancora le ultime bandiere italiane a testimoniare per sempre l’amore dei zaratini per la Patria lontana e perduta. Fu un momento di grande commozione per i pochi superstiti che assistettero piangendo alla cerimonia. Subito dopo arrivarono i partigiani titini della 19° brigata dalmata, che con la minaccia delle armi strapparono le bandiere dalle chiese, dalle case, dalle distrutte caserme, uccidendo all’istante il coraggioso tenente Terranova che aveva personalmente issato sulla chiesa il tricolore d’Italia, cominciarono la caccia all’italiano con l’arresto di centinaia di connazionali colpevoli soltanto di sentirsi italiani. Gli autori degli arresti e delle delazioni furono Drazevje e Joko Modric del Grandski Narodni Odbor, colpevoli della deportazione e della morte di almeno 900zaratini.

            Il 10 novembre il tribunale del VII Corpus dell’EPLJ condannò sbrigativamente ed illegalmente alla pena di morte 29 zaratini e due giorni più tardi fu fucilato Pietro Luxardo, prelevato dal carcere della caserma “Vittorio Emanuele”. I titini inscenarono una ignobile farsa citandolo “in giudizio” il 22 novembre 1945, ben sapendo di averlo ucciso esattamente un anno prima, e lo condannarono all’impiccagione in contumacia. Anche Monsignor Munzani venne imprigionato, confinato a Lagosta, accusato more solito di “fascismo” e detenuto per oltre 6 mesi.

            L’eroico prefetto Vincenzo Serrentino venne catturato a Trieste dai titini nel maggio 1945, deportato, imprigionato, processato e condannato a morte nel 1947, anno in cui venne ucciso a Selenico. Con lui furono eliminati altri componenti del comitato di assistenza per i profughi dalmati e zaratini guidato dal senatore Antonio Sacconi, che per lunghi mesi aveva svolto a Trieste una encomiabile opera di soccorso.

            Un altro oltraggio a Zara venne perpetrato dai nuovi barbari con la distruzione insensata delle lapidi e delle targhe marmoree romane, veneziane, italiche; con lo scalpellamento dei leoni di S. Marco, l’incendio delle biblioteche italiane, con manoscritti preziosi e documenti storici, nel tentativo di sradicare la cultura e la storia della gloriosa città adriatica.

            Oggi Zara vive simbolicamente col suo “libero comune in esilio” in Italia; vive col ricordo dei suoi santi e dei suoi martiri e noi viviamo con questi nostri sventurati fratelli la loro sofferenza e la loro nostalgia, mentre nubi fosche si addensano ancora sulla perduta città e mettono nuovamente in pericolo il restante patrimonio artistico e culturale, testimonianza della presenza di Roma e dell’Italia. Intanto gli slavi hanno deciso di uccidersi ancora fra loro. Come sempre.

 
Articolo tratto da STORIA VERITA’ anno IIn. 7 luglio-agosto 1992

            
                          

                                                                                                                                                          

mercoledì 31 gennaio 2018

IL GENOCIDIO TRA DIRITTO E STORIA



 
Il genocidio tra diritto e storia:
Un crimine fra difetto di tassativitá della norma e selettivitá eteroguidata
 
Cinque buoni motivi per considerare:
  • La possibilità di espungere dal termine genocidio
  • La sua valenza giuridica
di Claudio Moffa
 
1) L’effetto (dell’accusa di) genocidio
Guillaume Murere: Le terme «génocide» est porteur de violences extrêmes dans la société rwandaise.
Jean Desouter: Génocide signifie dans ce dernier cas (la situazione ruandese, con gli Hutu accusati di questo crimine dai vincitori - ! - Tutsi) un sauf-conduit face auquel personne ne se pose plus de questions.
 
2) 700 mila hutu come riferito da un’Associazione svizzera legata a Carla Ponti sono finiti in carcere, tra gli anni Ottanta e Novanta, con questa terribile accusa. Genocidio di chi da parte di chi ? La Corte penale di Arusha avrebbe processato solo esponenti hutu, con i vincitori Tutsi in Ruanda che ne garantivano il trasferimento presso questo tipico Tribunale ad hoc degli anni Novanta, espressione di una « comunità internazionale» all’epoca – la Russia era in mano a Eltsin - egemonizzata dagli USA (e da Israele). Una intera popolazione perseguitata con questa infamante e infondata accusa (I « genocidiati» vincitori!, come se negli USA dell’800 ci fosse stato un presidente indiano). Un’accusa che, lanciata dai Tutsi contro le loro vittime, ha generato e moltiplicato l’odio tra le due etnie.
 
3) Ma i genocidi denunciati da campagne di stampa faziose e superficiali, sono sempre esistiti?
Genocidio vuol dire alla lettera, uccisione di un intero popolo. Dunque, stando al suo significato letterale, nessun vero genocidio si è verificato nrll’età contemporanea: né degli Armeni, né degli Ebrei; né dei Polacchi, né dei Giapponesi né di alcun altro popolo, tranne forse – in tempi relativamente recenti – gli indiani d’America. Esiste dunque una discrasia evidente tra la terribile accusa e i FATTI. Non è un caso che la codificazione di questa agghiacciante parola, adotta l’escamotage dell’intenzionalità per darle una (presunta?) valenza giuridica. Vedi l'articolo 6 dello Statuto della CPI (2002).
 
Genocide. For the purpose of this Statute, «genocide» means any of the following acts committed WITH INTENT TO DESTROY, in whole or in part, a national, ethnical, racial or religious group, as such:
 
(a) Killing members of the group;
(b) Causing serious bodily or mental harm to members of the group;
(c) Deliberately inflicting on the group conditions of life calculated to bring about its physical destruction in whole or in part;
(d) Imposing measures intended to prevent births within the group;
(e) Forcibly transferring children of the group to another group.
 
4) Ma chi decide della verità dell’intenzione? In genere le etnie e i gruppi religiosi target dell’attacco cosiddetto genocidiario, e i loro alleati nella «comunità internazionale» e nell’apparato mediatico mondiale.
 
5) Quanto detto nei due punti precedenti induce a comprendere il difetto di tassatività della norma nella codificazione del genocidio, quando si passa dalla denuncia meramente mediatica alla codificazione del «crimine», sottoposto al vaglio dei Tribunali ad hoc degli anni Novanta, e della CPI del 2002.

L’intenzionalità di cui al testo sopracitato (art.6 dello Statuto della CPI) è il presunto rimedio a tale difetto. Ma non è vero, è vero il contrario, proprio tale aspetto della codificazione la rende precaria e contestabile alla radice. Il difetto di quanto fin qui argomentato sta nella radicalità e nell’estremismo assurdo della parola «genocidio»: un’arma di propaganda terribile, che però non ha alcun vero fondamento giuridico e che dal linguaggio giuridico dovrebbe essere espunta per sempre. I «crimini contro l’umanità» non hanno bisogno di tale specificazione, sono sufficienti a mettere sotto accusa gli autori di stragi e persecuzioni efferate quali quelle subite per decenni dai palestinesi. La parola genocidio favorisce prevalentemente gli autori occidentali di una volontà «genocidiaria».
 
28/01/2018



venerdì 26 gennaio 2018

LA GRANDE MASCALZONATA


LA GRANDE MASCALZONATA
di Filippo Giannini

 
Dopo le riprovevoli e ripetute rappresentazioni su tutti i “mass-media” avvenute in occasione della
ricorrenza della “Giornata della Memoria” del 27 gennaio, leggo su “Il Messaggero” del giorno successivo:
“Nasce il museo dello Shoah nel cuore di Villa Torlonia”. E’noto che Villa Torlonia fu, per un certo
periodo, la residenza di Benito Mussolini, con questa iniziativa si vuole rafforzare la tesi della responsabilità
del Duce nelle malefatte – reali, supposte o false che siano – di Hitler.
Il 25 aprile 1945 Luigi Longo, uno dei massimi esponenti del Pci e quindi del CLNAI (Comitato Italiano
Liberazione Alta Italia), nell’impartire disposizioni per l’esecuzione della condanna a morte del Duce,
ordinò: <Lo si deve accoppare subito, in malo modo, senza processo, senza teatralità, senza frasi
storiche>.
A distanza di oltre sessant’anni ancora si parla di questo argomento. Perché?
Per avere una visione più chiara della infinita serie di mascalzonate che vengono quotidianamente
“scaricate” su quell’uomo, è necessario partire dal “Trattato di Pace” del febbraio 1947 (indicarlo come
“iniquo” è riduttivo) ricordiamo quanto recita l’articolo 17 (Sezione I – Clausole Generali): <L’Italia, la
quale, in conformità dell’art. 30 della Convenzione di Armistizio, ha preso misure per sciogliere le
organizzazioni fasciste in Italia, non permetterà, in territorio italiano, la rinascita di simili
organizzazioni>. E i “politici” italiani che si sono succeduti dal 1945 ad oggi, si sono piegati
vergognosamente a questo “diktat”, inventando, manipolizando e storpiando la storia, non curandosi


minimamente, per giungere allo scopo prefisso, di infangare la memoria di un morto che operò in modo
completamente difforme dalle accuse di cui è stato fatto carico.
Una qualsiasi persona di media intelligenza si dovrebbe chiedere: “cosa può interessare ad una grande
democrazia (sic), come quella americana se ci sia o meno un movimento fascista in Italia?”. La risposta la
dette proprio Mussolini in una delle sue ultime interviste: “Le nostre idee hanno spaventato il mondo”; per
“il mondo” intendeva quello del grande capitale, la plutocrazia, l’imperialismo liberista. E allora, ecco la
necessità delle grandi menzogne, delle mascalzonate.
“L’operazione demonizzazione del fascismo” è sviluppato su diversi tentacoli; leggiamo, sempre su “Il
Messaggero”, stessa data, pag, 41: <A scuola. Lezioni, mostre e percorsi virtuali nei campo di
sterminio>. In pratica dei nostri ragazzi “il sistema” ne fa degli automi, il cui carburante è la menzogna. E
allora facciamo un po’ di storia, quella documentata e documentabile.
Per costruire il mostro (e i mostri) si è costruita un’accusa che riteniamo la più infamante e la più
menzognera: l’essere stato Mussolini un vessatore e il responsabile della consegna degli ebrei ai tedeschi. I
detrattori, per rendere l’accusa più plausibile hanno coniato il sostantivo “nazifascista”, termine
dispregiativo tendente ad accomunare in un’unica responsabilità fascismo e nazismo sulle atrocità commesse
da quest’ultimo, sempre che queste non siano frutto di una enorme montatura, come molti studiosi
sostengono.
Le diversità dottrinali fra fascismo e nazionalsocialismo sono evidenziate da diversi studiosi e, tra questi,
citiamo un’osservazione di Renzo De Felice (“Intervista sul Fascismo”, pag. 88): <Fra fascismo italiano e
nazismo tedesco ci sono semmai più punti di divergenza che di convergenza, più differenze che
somiglianze>. Infatti, e lo dobbiamo ricordare, anche se l’ebraismo internazionale si era schierato contro il
Fascismo, sia nella guerra civile di Spagna che nel decretare le sanzioni, per continuare poi negli anni
successivi. Mussolini impose per il problema ebraico le leggi razziali (certamente odiose e inique), ma con
l’ordine “discriminare, non perseguire”. Stabilito ciò, e stabilito che <il fascismo fece propria la dottrina
razziale più per opportunità politica – evitare una difformità così stridente all’interno dell’Asse – che
per interna necessità della sua ideologia e della sua vita politica> (ibidem, pag. 102).
Trattare l’argomento “fascismo – ebrei” è stato (e lo vediamo, lo è ancora) un cozzare contro un muro
eretto dall’antifascismo internazionale, muro costruito e cementato da falsità che con la Storia non hanno
nulla a che vedere. Vediamo, allora, di cercare un varco che possa dipanare le nebbie artatamente montate e
avvicinarci a qualche sprazzo di verità.


Un attento studioso dell’”Olocausto ebraico” (specifichiamo “ebraico”, perché di “Olocausti” se ne
dovrebbero ricordare ben altri, dei quali i “nazifascisti” o non ne erano responsabili o, addirittura, ne furono
le vittime), Mondekay Poldiel, scrive: <L’Amministrazione fascista e quella politica, quella militare e
quella civile, si diedero da fare in ogni modo per difendere gli ebrei, per fare in modo che quelle leggi
rimanessero lettera morta>. Per i “duri d’orecchi” Poldiel scrive che TUTTI (anche i fascisti, come sarà
rimarcato anche più avanti) non solo non “perseguirono”, ma neanche “discriminarono”, questo almeno
fino a quando… ma andiamo con ordine.
Per dimostrare quanto fosse lontana dal pensiero mussoliniano la “questione ebraica” è da ricordare che
nel 1934, in occasione dell’incontro con Weizmann , Mussolini concesse tremila visti a tecnici e scienziati
ebrei che desideravano stabilirsi in Italia. Nel 1939 (attenzione alla data) vennero aperte le aziende di
addestramento agricolo, le “haksharoth” (tecniche poi trasferite in Israele) che entrarono in funzione ad
Airuno (Como), Alano (Belluno), Orciano e Cevoli (Pisa). Così, sempre in quegli anni, nei locali della
Capitaneria di Porto, la scuola marinara di Civitavecchia ospitava una cinquantina di allievi che poi
diverranno i futuri ufficiali della marina da guerra israeliana.
Tutto ciò – e tanto altro ancora – può essere un sufficiente esempio per illustrare il criterio delle
applicazioni delle “Leggi Razziali” in Italia.
Quanto sin qui scritto è solo l’inizio della lunga storia che riguarda i rapporti fra fascismo e gli ebrei. La
documentazione più completa è contenuta nel mio libro di prossima pubblicazione, ma desidero porre alcune
domande ai detrattori, ai dispensatori di ingiurie maramaldesche scagliate un po’ per ignoranza e molto per
un bieco, ignobile, servile tornaconto contro un uomo che tutto il mondo ci invidiava:
1) perché non spiegate alle scolaresche e ai telespettatori cos’era la DELASEM? Da chi fu autorizzata?
Che funzioni svolgeva? E, soprattutto, in quali anni operò?
2) Perché gli ebrei tedeschi, austriaci e quelli che vivevano nei Paesi occupati dalle truppe germaniche si
rifugiavano nell’Italia fascista? Eppure, sapete bene che nell’Italia fascista vigevano le leggi razziali?
3) Perché quegli stessi ebrei non chiedevano asilo ai “Paesi democratici” o, meglio ancora, nel
“paradiso sovietico”.
4) Perché non ricordate quanto hanno scritto su questo argomento storici ebrei come Mondekay Poldiel,
Rosa Paini, George L. Mosse, Menachem Shelah, Emil Ludwig? E questo è solo un frammento di
quanto c’è da raccontare e da scrivere, solo se si anelasse alla verità.
5) Perché non parlare sempre di personalità ebraiche come Ludwig Gumplowicz, Cesare Goldman,
Duilio Sinigaglia, Aldo Finzi, Dante Almasi, Guido Jung, Margherita Malfatti e mille altri ancora?
6) Perché non ricordare gli ordini che dette Mussolini al generale Robotti dopo la visita di Ribbentrop?
7) Perché non far presente quando e in quale occasione i tedeschi misero le mani su tanti infelici sino a
quel giorno al sicuro dietro ad uno “scudo protettore”?
8) Quindi, e di conseguenza, sarebbe fuori luogo asserire che gli ebrei furono consegnati alle camere a
gas (sempre che siano esistite realmente) dal primo governo antifascista?
9) Sì, perché, perché. Perché?
10) Ma un altro perché, e non è male ricordarlo, è doveroso porlo, anche se è drammatico e frustrante.
Perché i discendenti del Duce (a parte Donna Rachele) mai nessuno si erse, o si erge a difenderne la
memoria? Eppure le possibilità non erano, e non sono ancora mancate.
E allora: maestri, genitori, per contrastare almeno parzialmente questi vili attacchi, cercate la verità e
parlatene con i vostri scolari, i vostri studenti, i vostri figli.
“Quell’uomo” non merita davvero quanto questo infido sistema, per sopravvivere a sé stesso, opera per
infangarne la memoria.


P.S. Dato che intendo andare avanti su questa strada, saputa la persecuzione cui sono stati oggetto David
Irving, René-Louis Berclaz, Ernst Zündel e altri, prendo a spunto una frase che avrebbe detto “qualcuno”
a la faccio mia: <Ora preparate la mia orazione funebre>.