lunedì 23 marzo 2015

PERCHE' L'ITALIA ENTRO' IN GUERRA? - Di donna Rachele.

Perchè l’Italia entrò nella Seconda guerra mondiale? Di donna Rachele.

Ecco a voi la verità raccontata dalla donna che viveva accanto al Duce e che lo aveva sposato: Rachele Guidi.
Si è tanto detto e scritto sull’entrata in guerra dell’Italia nella seconda guerra mondiale, ma non si è mai arrivati ad una versione definitiva. Vediamo insieme il resoconto di Donna Rachele dal libro delle sue memorie. Chi piu’ informata sugli eventi e sulle reali motivazioni della moglie del Capo del governo?
- I tentativi di evitare la guerra-
«Quando si rese conto che non poteva far piu’ nulla per evitare la guerra, mio marito cercò di tenerne fuori l’Italia il piu’ a lungo possibile. Non era un segreto per nessuno che se l’Italia fosse stata obbligata ad una guerra, le Forze Armate non sarebbero state pronte al cento per cento, prima del 1943. Dapprima mio marito cercò, grazie al «Patto d’Acciaio», di convincere Hitler ad assumere un atteggiamento meno bellicoso, ma si rese conto che i suoi tentativi erano destinati al fallimento. “Spero di potere acquietare con la mia franchezza i bollenti spiriti dei generali del Fuhrer,” disse “perché oggi l’Italia è soltanto in grado di poter affrontare un conflitto di violenta ma breve durata. Ma le guerre sono come le valanghe: non puoi prevedere il loro volume, né la durata né la direzione. C’è stata persino una guerra di cento anni, Rachele, ma farò il possibile per evitarla o rimandarla.”
Secondo mio marito, il colpo di grazia alla pace mondiale era stato dato dal «Patto di non aggressione»stipulato tra la Germania nazista e la Russia comunista. Ne fu molto irritato, non per il fatto in sé, poiché aveva sostenuto presso il Fuhrer in alcune occasioni l’utilità di un modus vivendi con l’Unione Sovietica, ma perché Stalin aveva così autorizzato la Germania a correre qualsiasi avventura in Occidente. “In parole povere, adesso Hitler è libero di invadere la Polonia.” disse.
Il 25 agosto non c’erano piu’ dubbi: la Germania voleva la guerra. Nella giornata del 25 Hitler aveva mandato a mio marito un lungo messaggio. Terminava la lettera facendo appellto all’aiuto dell’Italia in virtu’ del «Patto d’Acciaio» e alla sua comprensione. Fu questa la parola alla quale il Duce si aggrappò per cercare di ritardare la scadenza e di tenere l’Italia fuori dal conflitto, qualora non ci fosse nessun’altra soluzione pacifica. Rispose immediatamente al Fuhrer con un messaggio “temporeggiatore” dove lo informava che, se voleva che l’Italia si mettesse subito al fianco della Germania, doveva prima rifornirla di materie prime e di armamenti. Il suo scopo era restare neutrale fino al 1942, anno in cui riteneva che l’Italia sarebbe stata pronta per entrare in guerra, se fosse stato necessario.
Manda a Hitler un nuovo messaggio con i quantitativi volutamente esagerati per impedirgli di fornire tutto. Il 28 agosto Hitler risponde nel senso che il Duce si augura: non può mandare all’Italia tutto quello che gli è stato chiesto, ma accetta la sua neutralità a tre condizioni, che devono restare segrete.
Le condizioni sono queste: l’Italia non deve rendere nota la propria neutralità prima dell’inizio delle ostilità, al fine di impegnare su di essa le forze armate francesi e inglesi; deve proseguire ostentatamente i suoi preparativi militari, sempre allo stesso scopo; il Governo italiano deve mandare altri operai per sostituire i cittadini tedeschi che partono per il fronte.
Il Duce si trova ora in una posizione “ambigua” nei confronti di Francia e Inghilterra, proseguendo ufficialmente i preparativi di guerra. Questa sensazione trova conferma negli avvenimenti, che precipitano a partire dal 30 agosto.
Quel giorno Hitler riceve la risposta inglese alle sue proposte. Non gli dà soddisfazione. Il 31 agosto la situazione è disperata. Il Duce fa un ultimo tentativo: si dichiara disposto a intervenire presso il Fuhrer, purché la Polonia accetti di dare Danzica alla Germania. Halifax risponde che la proposta di cedere Danzica è inaccettabile. Mussolini tenta un altro mezzo: nel pomeriggio propone alla Francia e all’Inghilterra una conferenza per il 5 settembre, allo scopo di riesaminare il trattato di Versailles. Se questi due paesi si dichiarassero d’accordo, il Duce potrebbe frenare Hitler ancora una volta.
Ma la sera stessa, Ciano viene a sapere che le comunicazioni fra Italia e Inghilterra sono interrotte. Lo stratagemma ideato per dare l’impressione che anche l’Italia sarebbe entrata in guerra, è riuscito al di là di ogni speranza dello stesso Fuhrer: gli inglesi non hanno piu’ fiducia nell’Italia e sono convinti che mio marito li inganni. Allora, per provare la buona fede degli italiani, Ciano rivela a Percy Loraine, ambasciatore britannico a Roma, che l’Italia rimarrà neutrale. Risultato: il 31 agosto 1939, per aver voluto aiutare la Francia e l’Inghilterra ad arrivare ad una conferenza di pace, l’Italia era arrivata a non rispettare un accordo segreto stipulato con la Germania. E dopo essersi trovato in una posizione ambigua nei confronti di Francia e Inghilterra per far piacere ad Hitler, mio marito si trovava nella stessa situazione nei confronti del Reich. E, dopo aver rischiato di essere attaccato dalla Francia e dall’Inghilterra il nostro Paese ora correva il rischio di essere attaccato dalla Germania. Debbo aggiungere che il gesto di Ciano del 31 agosto di rivelare la neutralità italiana degli a Inghilterra e Francia fu una delle ragioni per cui Ribbentrop ed altri gerarchi nazisti vollero liberarsi di lui.
Di fronte a questo nuovo aspetto della situazione, il Duce non si ferma ma si ostina nei tentativi di pace. Tuttavia, prima di presentare una nuova proposta, vuole proteggersi le spalle: la mattina del 1 settembre, di buon’ora, chiede ad Attolico di ottenere da Hitler un telegramma che lo sciolga in quel momento dagli obblighi dell’alleanza. Il telegramma arriva immediatamente. La risposta è favorevole. Però, arriva subito un altro telegramma: Hitler fa capire a Mussolini che non vuole piu’ transigere ed è deciso ad andare avanti, occupare Danzica, anche a costo di fare la guerra alla Polonia. Nonostante questo messaggio, il Duce provocò un ultimo sussulto di speranza, il 2 settembre, proponendo nuovi negoziati; Hitler, conciliante contro ogni aspettativa, accetta. Nel pomeriggio, alla presenza di André Francois Poncet e di Percy Loraine, rispettivamente ambasciatori di Francia e di Inghilterra a Roma, Ciano telefona ad Halifax a Londra e a Bonnet a Parigi per trasmettere la proposta di Mussolini. Alle diciannove, Halifax richiamò Ciano per dirgli che la proposta italiana era accettabile solo a condizione che “le truppe tedesche si ritirino dal territorio polacco, che esse hanno cominciato ad occupare dal giorno prima”.
Ribbentrop non risponde al telegramma che Ciano gli fa avere, per informarlo delle conizioni proposte da Londra.
La mattina del 3 settembre la Francia e l’Inghilterra dichiararono guerra alla Germania. Ormai anche loro avevano deciso per la guerra.»
-L’Italia entra in guerra-
«Fin dal 1939, durante una seduta del Gran Consiglio del Fascismo, il Duce aveva esposto le rivendicazioni dell’Italia nei confronti della Francia: tutti i terroitori al di qua delle Alpi dovevano essere italiani e quelli che si trovavano oltr’Alpe, francesi. Di fatto, questa rettifica non comportava una grande perdita per la Francia. La frontiera, credo, sarebbe passata per Mentone e Nizza. Il Duce aveva anche reclamato la Tunisia- che doveva passare sotto il protettorato italiano- Gibuti e la Corsica.Queste rivendicazioni non erano mai state svelate e i propositi dell’Italia erano rimasti segreti. “Come potrò pretendere dalla Germania il riconoscimento delle nostre rivendicazioni se l’Italia sarà rimasta alla finestra? Andrebbe a picco il nostro prestigio e la nostra posizione come potenza mondiale. Inoltre non voglio che Hitler rimanga il solo interlocutore degli inglesi e dei francesi, nel loro stesso interesse; e questo, Churchill, lo sa bene.”
Gli interventi presso il Duce si moltiplicarono, sia da parte dei tedeschi che degli “alleati” (Francia e Inghilterra) Questi si auguravano che l’Italia non entrasse in guerra; ma nel frattempo, per merito della loro strepitosa avanzata, le truppe tedesche erano sempre piu’ vicine a tutti i confini italiani. Hitler, che aveva sciolto il Duce dai suoi impegni nel 1939, quando la guerra sembrava limitata Alla cortese attenzione di Polonia, fece intendere la eventualità che questa volta non si sarebbe fermato alla frontiera italiana se il nostro Paese fosse rimasto neutrale. Ma soprattutto era lo Stato Maggiore del III Reich minacciava puramente e semplicemente di invadere ed occupare l’Italia. Ed era proprio quello che il Duce aveva temuto sin dal primo giorno di guerra.
Questa nuova e grande preoccupazione era nata dopo la visita fatta a Palazzo Venezia da Sumner Welles, inviato speciale di Roosvelt. Appena arrivato in Italia si chiuse nell’ufficio di mio marito ed ebbe con lui un colloquio molto lungo ma soprattutto “molto franco”. Il contraccolpo di questa visista americana non tardò a farsi sentire: appena informato, Hitler mandò a sua volta a Roma un influente messaggero, il Ministro degli Esteri von Ribbentrop. Se non sbaglio, fece intendere che le truppe tedesche non avrebebro esitato ad occupare militarmente l’Italia qualora avesse fatto un ennesimo “giro di Valzer”.
Da quel giorno il Duce si convinse che la non belligeranza dell’Italia non poteva durare a lungo.Tuttavia, per non sacrificare un solo soldato italiano prima del momento giusto, cercava di tenere duro il piu’ possibile. Fra marzo e aprile Hitler intensificò la sua azione psicologica: prima al Brennero, dove incontrò mio marito per esporre i suoi piani; poi facendo annunciare, il 9 aprile, l’attacco alla Norvegia e alla Danimarca. L’11 aprile gli mandò un messaggio amichevole seguito da un altro il 20, e poi altre lettere, il 28 aprile e il 4 maggio, con nuovi annunci di vittorie.
Il 10 maggio si ebbe il gran colpo. Ciano avvertì il Duce che l’ambasciatore tedesco Von Mackensen gli aveva detto che forse avrebbe dovuto disturbarlo durante la notte per una comunicazione urgente che aspettava da Berlino. Infatti alle quattro del mattino Von Mackensen gli consegnò una lettera sigillata dal Fuhrer nella quale questi annunciava la decisione di attaccare l’ Olanda e il Belgio. Chiedeva inoltre a mio marito di prendere le disposizioni che riteneva opportune per l’avvenire dell’Italia. Parlando chiaramente, voleva dire: “Aspetto di vedere cosa farete. Adesso la mossa spetta a voi.”
Che cosa potevano fare i “tiepidi” messaggi che continuavano ad arrivare dall’America, dalla Francia e dall’ Inghilterra? Il 24 aprile Paul Reynaud aveva scritto a mio marito per esprimergli la sua convinzione che la Francia e l’Italia non potevano battersi prima che i loro capi ne avessero discusso.
“Bisognava discutere prima, non ora” aveva commentato Mussolini con amarezza.
Solo pochi giorni dopo l’intimazione di Hitler del 10 maggio, fu Churchill a scrivere al Duce. Ricordo una frase: “Dichiaro di non essere mai stato nemico della nazione italiana, né, in fondo al cuore, avversario di colui che in Italia detta legge…”
“E’ proprio il momento di scrivermi queste cose” disse Benito.”Se nel 1935 gli inglesi non avessero fatto votare le sanzioni dalla Società delle Nazioni, avremmo potuto costituire un blocco europeo.”
E a proposito di un’altra frase di Churchill che metteva in guardia il Duce contro l’aiuto che l’Inghilterra avrebbe certamente ricevuto dall’America, se questa si fosse decisa a entrare a sua volta in guerra, mio marito commentò: “L’Inghilterra non può oggi opporsi alla macchina bellica tedesca. Gli Americani sono troppo lontani e, anche se decidessero di intervenire, i tedeschi avranno vinto prima che essi abbiano avuto il tempo di fare qualcosa.”
Ogni giorno arrivavano a Roma notizie sulla fulminea avanzata del Reich. Era una vera e propria marcia trionfale, che trovava echi non solo nel partito fascista e nell’esercito italiano, ma anche fra il popolo.Ogni mattina arrivavano a Palazzo Venezia migliaia di lettere, e tutte con lo stesso ritornello:“Come sempre, l’Italia arriva per ultima: i tedeschi si prenderanno tutto”.
Il 30 maggio 1940 la tensione raggiunse un punto culminante.
Quel giorno il presidente Roosevlt fece pervenire al Duce un messaggio personale, col quale lo esortava a rimanere fuori dal conflitto. Mio marito ne fu piuttosto scosso.
La sera arrivò a Villa Torlonia con un pacco di fotografie e film, che in parte gli erano stati procurati da Vittorio grazie alle sue relazioni col mondo del cinema.
Erano documentari sulle operazioni militari tedesche in Polonia. Dopo cena, li facemmo proiettare nel salone in cui avevamo trascosro tante piacevoli serate. Quella sera fu un inferno. Eravamo atterriti di fronte a quella valanga di ferro e di fuoco, a quei mostri d’acciaio che avanzavano schiacciando tutto sul loro passaggio, mentre nel cielo volteggiavano gli Stukas, le cui sibilanti sirene ci laceravano gli orecchi. Un’emozione intensa alterava la voce di Benito: “Hai visto? Tutte quelle truppe, tutti quei formidabili armamenti non sono piu’ lontani, ora. Ben presto arriveranno ai nostri confini; e d’altra parte, se lo vogliono, i tedeschi non hanno bisogno di attraversare la Francia: abbiamo dei confini in comune, adesso. In poche ore possono invadere l’Italia. Non ci sono piu’ dubbi, Rachele: che noi entriamo in guerra o no, i tedeschi occuperanno l’Europa. Se non saremo al loro fianco, saranno i soli a dettar legge all’Europa di domani.” Mi posò una mano sulla spalla, mi guardò negli occhi e disse:“Rachele, anche noi abbiamo dei figli. Anche noi tremeremo per loro come milioni di altri italiani. Ma io non posso piu’ indietreggiare. Nel solo interesse dell’Italia, ma anche per evitare che subisca la sorte della Polonia, dell’Olanda e di tanti altri paesi. Dio mi è testimone che ho fatto tutto il possibile per salvare la pace.”»
Da Mussolini privato, di Rachele Mussolini (1973)

mercoledì 18 marzo 2015

23 MARZO 1919 - 23 MARZO 2015

          SAN SEPOLCRO LA SALA DELLA RIUNIONE                                                                                                                                                                                                                                                                  

Fondazione dei Fasci Italiani di Combattimento 23 Marzo 1919



Alberto B. Mariantoni

Il 23 Marzo del 1919, quando ebbe luogo, a Milano, la prima Assemblea costitutiva dei ‘Fasci Italiani di Combattimento’, nessuno o quasi, in Italia ed all'estero, si accorse di quella riunione, né tanto meno prese in considerazione la portata storica, politica, economica, sociale, culturale ed esistenziale di quell'avvenimento.

Prova ne furono, le classiche ed asettiche ‘dieci righe’ di formale resoconto giornalistico che apparvero, il giorno dopo, sulle sole pagine di cronaca locale di alcuni quotidiani milanesi.

Ed era normale che così avvenisse!

Convocata a soli quattro mesi dalla firma dell'Armistizio di Villa Giusti (4 Novembre 1918) e dalla fine, per l'Italia, della Prima Guerra mondiale, quella “storica adunata” - non solo era stata distrattamente equivocata o semplicemente confusa, dagli osservatori esterni, con uno qualsiasi dei tanti convegni patriottici organizzati in quel periodo dagli ex-interventisti e/o ex-combattenti, ma - non aveva nemmeno avuto il tempo materiale di essere adeguatamente pubblicizzata, né ponderatamente né decentemente organizzata dai suoi stessi specifici promotori.

In altre parole, considerando che le situazioni di contingenza del Paese fossero più che mai imperiose ed incalzanti, l'allora direttore del "Popolo d'Italia", Benito Mussolini, e quello sparuto manipolo di camerati che lo attorniava e lo sosteneva sin dal 1914-15, avevano, per così dire, tentato di anticipare gli eventi (che immancabilmente inizieranno ad avverarsi nei mesi successivi) e, di conseguenza, avevano goliardicamente, dilettantisticamente e profusamente improvvisato.

L'annuncio per la convocazione di quell'Assemblea, infatti, dopo un primo fugace accenno di ‘appello’ lanciato dal futuro Duce l'11 Gennaio del 1919, aveva incominciato ad essere sistematicamente pubblicizzato, sul ‘Popolo d'Italia’, soltanto a partire dal 2 Marzo dello stesso anno. Cioè, esattamente diciannove giorni prima dell'incontro preparatorio di quel convegno (21 Marzo) e ventuno, dall'effettiva data di quel fatidico raduno (23 Marzo).

Risultato: alla vigilia di quell' “importantissima riunione”… (come lo stesso Mussolini l'aveva fino ad allora definita), l'iniziativa in questione era riuscita a malapena a raccogliere, in tutta la Penisola, soltanto 400 adesioni individuali (verbali o scritte) ed una trentina di conferme collettive di sostegno, da parte di qualche marginale associazione di reduci, di mutilati e di studenti.

Il 23 Marzo del 1919 - la data scelta dai futuri Sansepolcristi (come verranno definiti i partecipanti a quella riunione, a partire da quella data) - era una domenica come tante altre.

Milano - svestitasi temporaneamente del suo tradizionale e laborioso dinamismo feriale - si era, in quel giorno, apaticamente risvegliata sotto un'intermittente e noiosa pioggerellina primaverile. E piazza San Sepolcro (forse fu un caso, ma oggi è accertato che è proprio su quella piazza che sorgeva l’antico Forum della Mediolanum romana), raramente frequentata nei giorni festivi, appariva agli occasionali passanti, appena un po' più animata del solito.

Già dalle prime ore del mattino, infatti, diversi capannelli di persone, incuriosite o interessate, si erano spontaneamente costituiti dal lato opposto dello stretto piazzale che tuttora fronteggia la prominente basilica dalla facciata di aspetto medioevale (ma rifatta nel 1800) che è affiancata da due caratteristici campanili di stile romanico. E quell'inconsueto e sorprendente assembramento - con la sua attenzione principalmente rivolta all'indaffarato ed impaziente andirivieni che regnava davanti al portone d'ingresso del settecentesco ed, in quel tempo, abbastanza fatiscente Palazzo Castagni (sede designata per quella riunione) - faceva da estemporanea e surreale cornice al quadro piuttosto assembleare e senz'altro effervescente di quel rumoroso e singolare convegno.

All'interno di Palazzo Castagni - sede in quel tempo del ‘Circolo per gli Interessi Industriali, Commerciali e Agricoli’ della provincia di Milano ed i cui locali erano stati regolarmente presi in affitto e non certo “benevolmente concessi” dai responsabili del Capitalismo lombardo, come ebbero più tardi a pretendere i cosiddetti antifascisti della venticinquesima ora! - c'era di tutto: combattenti, arditi, volontari e mutilati della Prima Guerra mondiale, studenti, operai, commercianti, imprenditori, liberi professionisti, disoccupati, poeti, artisti, ex-interventisti, socialisti rivoluzionari, sindacalisti, anarchici, nazionalisti, futuristi, repubblicani, monarchici, massoni e, perfino, alcuni ebrei. E fu davvero un “miracolo” che la risicata e piuttosto deprimente Sala dei Commercianti di quel Circolo riuscisse addirittura quasi a riempirsi con meno di un centinaio di presenze effettive, tra cui - oltre i soliti curiosi e qualche poliziotto in borghese - soltanto 53 o 54 delegati dei nascituri ‘Fasci Italiani di Combattimento’.

Un reale fallimento, da un punto di vista formale. Ed uno strabiliante ed incalcolabile successo, se viene presa in considerazione la specifica qualità e la profonda sostanzialità di quell'avvenimento!

Quel giorno, infatti, al di là delle roboanti e bellicose dichiarazioni di principio che furono rispettivamente pronunciate dai diversi intervenuti, non furono soltanto gettate le basi di quello che più tardi diventerà il Fascismo Italiano. Quel giorno, se vogliamo, venne ri-inaugurato l'antico, naturale, umano e sempre valido metodo di fare politica all'interno della società: fissare, cioè, un obiettivo o uno scopo da raggiungere e chiamare indistintamente ed indiscriminatamente a raccolta tutti coloro che direttamente o indirettamente - al di là di qualunque schieramento partitico di appartenenza o qualsiasi schema ideologico o politico preconcetto - sono pronti, con il loro cuore, il loro spirito, la loro mente e/o le loro braccia ad implicarsi personalmente e concretamente in quell'impresa comune, per tentare di contribuire quotidianamente e fattivamente alla libertà, all'indipendenza, all'autodeterminazione ed alla sovranità politica, economica, culturale e militare del proprio Stato, nonché al benessere, alla fierezza ed alla dignità del Popolo-Nazione di cui si fa parte.

Ancora oggi, persino tra gli stessi Fascisti o presunti tali (il più delle volte, politicamente ottenebrati dalla rituale e ciclica "corsa alle sedie" democratica o semplicemente forviati o colonizzati da più di sessant’anni di quotidiana e martellante propaganda antifascista), ci si continua a meravigliare che un tale avvenimento abbia potuto effettivamente avere luogo. Oppure, che - in quell'occasione - "tutto" ed il "contrario di tutto" abbiano potuto incoerentemente ed inverosimilmente confluire in quel modesto e contraddittorio alveolo.

Come sappiamo, però, da quell’apparentemente incoerente alveolo, iniziò a scaturire un dinamico ed essenziale zampillo di speranza. Da quell’incontenibile anelito di vita, incominciò a sgorgare un irrisorio e trascurabile rigagnolo che, nel corso dei mesi, si trasformerà, dapprima, in torrente impetuoso e, successivamente, in poderosa, straripante e travolgente fiumana. E l’Italia ritornò a chiamarsi Roma!

Oggi, tentare di descrivere quel particolare episodio della nostra Storia, sembra davvero come raccontare una favola…

Eppure, fu semplicemente Storia. Storia di uomini e di volontà umane che tenacemente vollero ed arditamente e decisamente seppero raggiungere l'obiettivo che si erano liberamente, ostinatamente ed altruisticamente imposto di conseguire.

Quella loro Storia, ancora oggi, se ancora ce ne fosse bisogno, è là per dimostrare al mondo che quando si vuole, si può. E che il semplice buon senso e l'antica ‘arte del fare’, quando sono opportunamente “conditi” con un po' di coraggio e di autentica e trascinante abnegazione, oltre ad essere la migliore ricetta di ogni sana politica, sono sempre in grado, in ogni momento della Storia, di sconfessare qualunque tipo di teoria precostituita ed, allo stesso tempo, di contraddire, inficiare o stravolgere qualsiasi preteso, inevitabile o dogmatico "senso della storia"!

lunedì 16 marzo 2015

L’OMBRA DEL TRADIMENTO SULLA REGIA MARINA


L’OMBRA DEL TRADIMENTO SULLA REGIA MARINA


La “compravendita” delle navi italiane

Nella notte tra il 28 e il 29 marzo 1941, la flotta italiana in Egeo subì un vero e proprio agguato notturno da parte di quella inglese. Quella che sarebbe poi passata alla storia come la “notte di Capo Matapan”, più che un combattimento tra due squadre navali, fu una sorta di tiro al piccione con le navi italiane nel ruolo del bersaglio.
Alla fine dello scontro, laddove la parola scontro è un eufemismo, la Marina Italiana contò la perdita degli incrociatori pesanti Zara, Fiume e Pola e dei cacciatorpediniere Alfieri e Carducci. Come se ciò non bastasse, tra i danni patiti, si annoverò anche il siluramento della corazzata Vittorio Veneto. A fronte di questo scempio, gli inglesi lamentarono la sola perdita di un biplano silurante Swordfish.
Il grave smacco andava ad aggiungersi a quello subito dagli italiani pochi mesi prima, nella notte tra l’11 ed il 12 novembre 1940, quando una formazione aerea composta da 20 aerosiluranti Sworfish decollati dalla portaerei Illustrious, avevano attaccato le navi italiane mentre erano “al sicuro” nella base portuale di Taranto. Gli Swordfish, benché fossero dei biplani dall’aspetto antidiluviano, avevano danneggiato in quell’occasione le navi da battaglia Cavour, Littorio e Caio Duilio.

Molti degli studiosi che hanno trattato della drastica sconfitta italiana a Matapan hanno semplicisticamente attribuito la vittoria degli inglesi all’utilizzo del radar del quale gli italiani erano privi. Chi ha sposato senza riserve unicamente la tesi del radar come arma risolutiva in quella notte nefasta alle armi italiane, potrebbe aver imboccato una strada sbagliata.
Infatti gli inglesi furono in condizione tendere quell’imboscata e portarla a felice compimento non solo grazie all’uso del radar, anche perché le navi italiane furono scoperte impiegando i soli binocoli notturni e poi inquadrate per il tiro con i normali proiettori. La trappola tesa dagli inglesi nell’Egeo ebbe, invece, una ricetta che si basava su altri due ingredienti principali dei quali gli italiani, parimenti, non potevano disporre.
Il primo di questi ingredienti fu l’ULTRA Intelligence, ovvero il servizio di decrittazione inglese che aveva sede nel villaggio di Bletchley Park, a metà strada tra Oxford e Cambridge. Si trattava di un’imponente organizzazione che, grazie a metodi matematici, rendeva possibile decrittare i radiomessaggi cifrati dalle forze dell’Asse. Grazie all’attività di ULTRA la flotta inglese poteva conoscere in anticipo gli ordini e i movimenti della flotta da battaglia italiana e dei convogli. Tutto ciò avveniva, chiaramente, senza che gli italiani, che usavano con cieca fiducia “Enigma”, una complessa macchina per trasmettere in cripto, se ne avvedessero. La seconda potente arma della quale gli inglesi ebbero la disponibilità fu la portaerei Formidabile, dalla quale decollarono i velivoli che silurarono la Vittorio Veneto e l’incrociatore Pola, dando l’avvio ad una serie di eventi che portarono alla catastrofica disfatta della squadra italiana.

IL TRADIMENTO
Nel dopoguerra prese piede la tesi che i fatti di Matapan ed insieme a questi tanti altri oscuri ed inspiegabili affondamenti di unità italiane, fossero da imputarsi, invece, a tristissimi episodi di tradimento. Erano troppi coloro i quali raccontavano di aver salvato la propria unità solo grazie al fatto di aver scelto di contravvenire agli ordini e di fare una rotta diversa da quella prefissata dai comandi superiori.
Ad avvalorare la tesi che a causare il disastro di “Matapan” fosse stato un episodio di tradimento, intervenne la testimonianza di un ufficiale imbarcato sul Pola il quale, al ritorno dalla prigionia, narrò di una circostanza veramente sconcertante. Salvato dagli inglesi dopo l’affondamento della sua unità a Matapan, era stato portato a bordo del cacciatorpediniere Jervis dove, affisso nel quadrato, aveva potuto leggere un ordine dell’ammiraglio Cunningham, datato 26 marzo, che preannunciava un’uscita delle navi italiane in Egeo. L’ufficiale italiano, di fronte a quel foglio affisso, aveva logicamente dedotto che se gli inglesi sapevano, il 26 marzo, dove sarebbero state le navi italiane due giorni dopo, non vi poteva essere che una spiegazione: un traditore li avvisava con molto anticipo dei movimenti italiani. Inoltre, la spia non poteva che essere qualcuno molto in alto e ai vertici della Regia Marina.
La tesi del tradimento, nell’immediato dopoguerra, fu sposata e tenacemente sostenuta da Antonino Trizzino, il quale in un suo famoso libro dal titolo “Navi e poltrone”, accusò di codardia e tradimento alti ufficiali della Marina e, non contento di restare sul vago, fece nomi e cognomi dei destinatari delle accuse.
Trizzino, denunciato, si ritrovò davanti a un tribunale a dover rispondere della pesante accusa di vilipendio delle Forze Armate. Condannato, fu poi assolto in appello. A quell’epoca Antonino Trizzino, i giudici che l’assolsero e chi continuava a gridare “al tradimento”, non potevano sapere del ruolo avuto da ULTRA negli affondamenti italiani. Gli inglesi erano stati bravissimi, non tanto a mettere in piedi l’intera organizzazione denominata ULTRA, ma quanto a tutelare il segreto circa la loro capacità di decrittare i messaggi nemici, forzando quella inespugnabile fortezza che gli italiani e i tedeschi reputavano fosse la macchina “Enigma”.
Come già detto sopra, grazie all’organizzazione ULTRA, la Marina Inglese potè farla da padrona nel Mediterraneo per tutto il corso della Guerra, essendo l’ammiragliato britannico in grado di sapere dove e quando avrebbe incontrato le navi italiane e potendo così decidere se e quando incontrarle. Di tale situazione ne furono vittime soprattutto gli equipaggi dei piroscafi impegnati sulle rotte per la Libia che subirono un’incredibile falcidia.

Se è vero che gli inglesi ebbero in ULTRA un prezioso alleato capace di fornire ogni genere di informazione sulla Marina Italiana è anche vero che è lecito presumere che questa non fu l’unica quinta colonna della quale poterono disporre nelle file italiane.
Le voci e le dicerie sui tradimenti sono state, nel tempo, tali e tante da indurre a credere che queste non siano state solo un banale espediente psicologico di chi ha perso la guerra per trovare una scusante alla sconfitta. È interessante riprendere a proposito, quanto si evince dai lavori di Alberto Santoni, secondo il quale i tradimenti di cui si favoleggiò nell’immediato dopoguerra non furono ne una favola, né una leggenda.
“Se l’ULTRA intelligence britannico, basato sulle decrittazioni dei messaggi cifrati, fu indiscutibilmente la causa di tante sorprese italiane a livello tattico – Scrive Santoni nel suo Volume “Da Lissa alle Falkland” (Mursia, 1987) – non si possono tuttavia chiudere gli occhi su alcune documentate trame, aventi invece obiettivi strategici e politici, messe in atto da dipendenti dello Stato, che decisero di puntare su ambedue i cavalli in pista,così da essere sicuri di trovarsi alla fine dalla parte del vincitore”

LA COMPRAVENDITA DELLA FLOTTA ITALIANA
Veniamo adesso ai fatti: a partire dalla fine del 1940 al Foreign Office di Londra incominciarono ad arrivare, da varie fonti, a livello internazionale, notizie riguardanti un crescente malcontento all’interno delle forze armate italiane che rischiava di trasformarsi in un vero e proprio crollo morale dell’Italia.
Al momento di entrare in guerra Mussolini, e con lui a tutti gli italiani, era convinto di prendere parte ad un conflitto la cui sorte era già decisa ampiamente a favore dei tedeschi.
Dovendo solo correre in aiuto del vincitore, il Duce aveva deciso di entrare in guerra impiegando al minimo le proprie forze armate, cosa che fede diramando ordini che erano improntati alla più rigida difensiva, per non dire attendismo.
Il 9 aprile 1940, nel corso di una riunione alla quale avevano partecipano il Maresciallo d’Italia Graziani, il Gen. di C.A. Soddu, l’Ammiraglio d’Armata Cavagnari e il Gen. d’Armata Aerea Pricolo, era stato il Maresciallo d’Italia Badoglio a prendere la parola, per illustrare agli intervenuti quali erano le direttive giunte dall’alto : “Il Duce mi ha detto che avrebbe emanato subito le Sue norme strategiche .Queste, in data 31 marzo u.s. sono, infatti, giunte il successivo 6 aprile. Voglio leggerle, nonostante che vi siano già note perché sono una messa a punto del momento attuale…(….)….Dunque difensiva e nessuna iniziativa sulle alpi occidentali. Ad oriente sorveglianza: in caso di collasso, approfittarne. L’occupazione della Corsica è vista come possibile ma non probabile: è contemplata la neutralizzazione delle basi aeree dell’isola. ….(….)…. Anche sulla fronte albanese dobbiamo sorvegliare Jugoslavia e Grecia. In Libia difensiva. Il rapporto tra le nostre forze e quelle avversarie è colà di 1 a 5… “
Il 5 giugno, poi, il Capo di Stato Maggiore Generale aveva riunito i capi di Stato Maggiore delle tre Forze Armate per informarli che il Capo del Governo aveva deciso, quale data per l’inizio delle operazioni, quella del 10 giugno. Lo scopo della riunione è anche quello di fare il punto della situazione e chiarire quali erano i principi ispiratori della guerra che ci si avviava a combattere o, meglio, a non combattere. Badoglio nel corso della riunione aveva ricordato che le disposizioni erano di: “ riservare le Forze armate e specialmente l’esercito e Aeronautica per avvenimenti futuri….Quindi stretta difensiva per terra e per aria in tutti i settori ”.
Alla fine del 1940, dopo appena sei mesi di guerra, era già evidente che la “difensiva per terra e per aria in tutti i settori” non era attuabile e pagante perché gli inglesi menavano dappertutto e menavano forte. Per alcuni passare da una guerra già vinta a una guerra da combattere, il colpo era stato duro e di qui al crollo morale il passo breve.
Venuti a conoscenza della infelice situazione del morale di alcuni settori delle Forze Armate italiane, gli inglesi decisero di approfittarne varando un’interessante operazione segreta.
Il progetto prese avvio dalla rappresentanza diplomatica inglese a Stoccolma da dove L’ambasciatore Mallet, coadiuvato dall’addetto navale H. Denham, comunicò a Londra un progetto che poteva sembrare pazzesco, ma che valeva la pena di tentare. Il piano di Mallet aveva un ambizioso obiettivo: la possibilità di ottenere la resa della flotta italiana o, quanto meno, una sua partecipazione ridotta agli avvenimenti bellici.
A prendere i contatti con i traditori italiani, per conto degli inglesi, sarebbe stato un ingegnere svedese. Si trattava di J. H. Walter il quale sembrava essere il più adatto a tale incarico, non solo perché negli anni precedenti alla guerra aveva avuto contatto con la Marina italiana per l’acquisto da parte svedese di alcune navi, ma anche perché aveva i requisiti di carattere che lo rendevano idoneo alla delicata missione che gli inglesi intendevano affidargli.
Il progetto, dopo un ciclo di incontri che si tennero a Londra nel novembre-dicembre dello stesso anno, incontrò il favore dell’Ammiragliato, del War Office e dello stesso Churchill. All’agente svedese sarebbe stata corrisposta la cifra di 50.000 corone per la sua attività.
Nel Gennaio Febbraio 1941 l’ing. J. H Walter arrivò in Italia per prendere i necessari contatti e presentare l’offerta inglese la quale, oltre a prevedere un adeguato trattamento per gli equipaggi che si fossero decisi alla resa, contemplava anche la possibilità di recuperare le famiglie dei traditori.
In marzo, dopo aver avvicinato i suoi “amici” italiani, Walter facendo un largo giro attraverso al Jugoslavia fece rientro in Svezia dove riferì in merito agli accordi presi.
Circa la Missione dell’ingegnere svedese in Italia, scriverà l’ottimo Alberto Santoni:”Confermò di aver contattato in Italia gli ammiragli Cavagnari, Riccardi e Parona, di aver avuto notizia di un possibile triumvirato tra lo stesso Cavagnari, Grandi e Badoglio per rovesciare Mussolini e di avere aperto un canale di trattative sulla base delle istruzioni avute dall’Ammiragliato inglese e di controproposte dei dissidenti italiani. Questi ultimi in definitiva chiedevano una somma di denaro, pagabile a cose fatte , per ogni tipo di nave che si fosse arreso”
In parole povere, era stato stabilito un vero e proprio prezzario che prevedeva il pagamento di 300.000 dollari per una corazzata, 60.000 dollari per un incrociatore pesante, 50.000 dollari per un incrociatore leggero, 30.000 per un cacciatorpediniere e così via. Oltre al pagamento per ogni singolo pezzo era stata, inoltre, richiesta dagli aspiranti disertori italiani un deposito di 600.000 dollari una tantum in una banca americana il cui 15% doveva essere subito disponibile per l’assistenza alle famiglie dei traditori.
Nei primi mesi del 1941 gli inglesi comunicarono ai loro contatti in Italia ulteriori dettagli del loro progetto. Oltre ad offrire una pace che non fosse punitiva per l’Italia a fine guerra, prospettarono la creazione di una colonia “libera” di antifascisti, in Cirenaica, dove avrebbero potuto trovare rifugio tutti i dissidenti antifascisti appartenenti alla Regia Marina e le loro famiglie. Nei porti della “libera colonia” nordafricana avrebbero potuto essere ormeggiate tutte le navi sottratte al Governo di Roma e consegnatesi agli inglesi. Sia chiaro che il piano non prevedeva necessariamente che le navi italiane passassero dalla parte degli inglesi, ma bastava anche solo che rinunciassero a combattere.
Come è noto, il progetto inglese non andò in porto anche se il Foreign Office, nel giugno luglio 1941, tentò di riaprire le trattative tramite l’ambasciata in Svezia che avrebbe dovuto comunicare ai propri contatti italiani che la proposta di “compravendita era ancora valida”.
A far fallire la trattativa intervennero i servizi segreti dell’Asse che dovettero mangiare la foglia ed attivarsi per evitare che il piano inglese giungesse a compimento. A ciò si aggiunse il fatto che la polizia svedese arrestò l’ing. J.H. Walter con l’accusa di aver svolto, nel neutrale territorio svedese, attività spionistica contro l’Italia e a favore della Gran Bretagna. L’agente al servizio degli inglesi non solo, nell’aprile del ’43, fu riconosciuto colpevole di fatti ascrittigli e condannato ad un anno di lavori forzati ma, avendo presentato riscorso, nel successivo gennaio ’44, si vide la pena elevata a due anni di lavori forzati.
Comunque, il solo arresto dell’ing. Walter non fermò le trattative con gli italiani che, anzi, furono continuate attraverso intermediari “esclusivamente italiani”, tanto che il 31 gennaio 1943 al Foreign office, venne trasmessa una nota a firma del Colonnello Bordeaux dell’Intelliggence Service che comunicava: “Abbiamo ricevuto recentemente dei rapporti segnalanti che alcuni membri della Marina Italiana sono dissidenti e che tale disaffezione può essere accresciuta e resa produttiva con la corruzione o, in ogni caso, fornendo il denaro necessario per i dipendenti degli uomini coinvolti. A tal proposito abbiamo anche saputo che il denaro per tale impresa veniva raccolto in Italia da due persone…”

L’operazione di tentata “compravendita” delle navi italiane così come è stata descritta dal Santoni nel suo citato libro e da me riportata, trova puntuale conferma nel libro “Inside The Nazi Ring”, edito a Londra nel 1984, volume che riporta le memorie dell’allora addetto navale a Stoccolma H. Denham. Il comandante Denham, da pag. 132 a pag 140, occupa un ampio spazio del volume nel rievocare le trattative di cui si è detto dando conferma del “complotto per acquisire unità da guerra italiane” e del ”tentativo di comprare navi da guerra italiane”, entrambi effettuati in seguito al “riferito desiderio italiano per una resa navale”.

IL DUBBIO
A questo punto sorge, ed è lecito che sorga, il dubbio sull’attendibilità delle fonti circa i fatti sopra raccontati e riguardanti la vergognosa “compravendita” delle navi italiane . D'altronde, reputo che il dubbio, per chi si occupa di storia, debba essere una sorta di professione di fede.
E’ da evidenziare come le fonti a cui si è fatto riferimento non siano imparziali ma sono, invece, chiaramente di parte, in quanto provengono da una sola parte: quella inglese.
H. Denham è un ex ufficiale della Marina Britannica e l’ottimo Santoni, nelle sue pubblicazioni, fa esclusivamente riferimento a fonti archivistiche provenienti dal P.R.O. – Public Record Office – di Kew Gardens, Londra.
Gli inglesi nei confronti degli italiani non hanno mai brillato per garbo e cortesia ma hanno, invece, spesso dimostrato malanimo e potrebbero aver riportato i fatti in maniera non veritiera o quanto meno distorta. I documenti esistenti presso il P.R.O. potrebbero essere genuini, ma non veritieri. Nel senso che, pur essendo autentici da un punto di vista formale, potrebbero contenere dei falsi ideologici. Chi mai, per esempio, potrà assicurarci che l’ing. J. H. Walter ebbe effettivamente i contatti italiani che riferì di aver avuto e che, invece, non relazionò ai suoi committenti britannici il falso solo per estorcere agli inglesi il premio di 50.000 corone che gli era stato promesso?
Certo il Denham, nel suo volume “Inside the Nazi Ring”, è prodigo di elogi nei confronti dell’ing. Walter, evidenziandone la capacità e la totale attendibilità, ma Denham, come detto, è sempre una fonte di parte..

D’altro canto, è da dire che se il dubbio sui fatti narrati è quanto meno lecito è pur vero che le testimonianze e i riferimenti ai presunti tradimenti di qualche “pezzo grosso” della Regia Marina sono state poi, nel tempo, numerose. L’ammiraglio E. Zacharias, del servizio Segreto Navale U.S.A. nel suo “Secret Mission . The Story of an intelligence officer”, edito a New York nel 1947, riferisce dei “contatti con vari elementi dissidenti dei più alti ranghi della Marina italiana e attraverso questi preparavamo la resa della flotta.”
Come se non bastasse l’affermazione di Zacharias, che comunque è americano, si può far riferimento a quanto scritto dall’amm. Franco Maugeri che nel corso del conflitto fu a capo del Servizio informazioni della Marina. Il Maugeri nel suo volume “From the ashes of disgrace” edito a New York nel 1948, afferma:”L’Italia era piena di inglesi e di italiani amici e simpatizzanti per la Gran Bretagna, soprattutto per l’aristocrazia. Io dubito che esistessero molte spie in Italia: essi non ne avevano davvero bisogno. L’ammiragliato britannico aveva abbondanti amici tra i nostri ammiragli anziani e nello stesso Ministero Marina. Sospetto che gli inglesi fossero in grado di ottenere genuine informazioni direttamente alla fonte. In questo caso non c’era bisogno di spendere denaro e sforzi per avere un esercito di agenti segreti scorazzanti per i fronti a mare di Napoli, Genova, Taranto e La Spezia”

Nella diatriba che esiste tra chi sostiene la tesi del tradimento nella Regia Marina e chi invece non la condivide affatto, oppure sostiene che, pur essendovi stati dei traditori il peso di questi non fu determinate per la sconfitta finale, si potrebbero apportare centinaia di documenti e di testimonianze senza però riuscire a giungere ad una conclusione che metta tutti d’accordo.

A tagliare la testa al toro c’è, a mio avviso, un elemento inoppugnabile ed è l’articolo 16 del trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947 e pubblicato poi sul supplemento alla Gazzetta Ufficiale del 24 dicembre 1947 n 295. L’articolo in questione testualmente cita “L’Italia non incriminerà né in altro modo molesterà i cittadini italiani compresi i componenti delle Forze Armate (nel testo ufficiale in francese è scritto : “soprattutto i componenti delle Forze Armate” ) per il solo fatto di aver espresso simpatia per la causa delle potenze dell’Alleate o Associate o di aver svolto azione a favore della causa stessa durante il periodo tra il 10 giugno 1940 e la data di entrata in vigore del presente trattato”
Non c’è bisogno di grossa esperienza giuridica per sapere che se esiste una legge che sanziona un comportamento delittuoso è perché c’è anche colui il quale quel comportamento delittuoso lo pone in essere. Parimenti avviene se c’è una legge che discrimina e tutela chi compie un atto illecito. Quindi la norma, che sia punitiva o discriminante, è di per se stessa indice del fatto che esistono coloro i quali pongono o hanno posto in essere un’azione delittuosa.
La sola esistenza del famigerato articolo 16, a suo tempo voluto dagli inglesi, è la prova inoppugnabile delle avvenute “simpatie” per il nemico, ma chi prova simpatia per il nemico non può che avere un nome: “traditore”.
Quindi, ci fu sicuramente chi tradì, vendendo al nemico la propria Patria e la vita degli uomini alle sue dipendenze.
Per quanto riguarda poi l’affare della “compravendita delle navi”, i fatti sopra riportati possono convincere o meno il lettore e ognuno, dopo aver letto quanto da me riferito, si farà l’idea che meglio crede.
Altro fatto è, invece, l’art. 16 che testimonia in modo inoppugnabile come la mano di caino colpì alle spalle i fanti in trincea e gli uomini in mare della Regia Marina.
Avendo citato Maugeri, e volendo concludere con una chicca, non si può non riferire che questi a fine conflitto ricevette dagli U.S.A un’alta decorazione con la seguente motivazione ”Per la condotta eccezionalmente meritoria nella esecuzione di altissimi servizi resi al Governo degli Stati Uniti come capo dello spionaggio navale italiano”.
Nell’immediato dopoguerra Pietro Caporilli portò avanti una battagliera campagna contro i presunti traditori, riuscendo a farsi querelare da Maugeri che aveva accusato di aver avuto “intelligenza con le potenze con le quali l’Italia era allora in guerra…anteriormente all’otto settembre 1943”.
Ebbene, Caporilli, dal processo che ne seguì e che si concluse con una sentenza confermata dalla Corte di Cassazione a Sezioni riunite, non venne condannato.

Daniele Lembo

 



venerdì 13 marzo 2015

COME L'ECONOMIA DI GUERRA USA PROVOCO' IL GIAPPONE


 
Come l'economia di guerra USA provocò l'attacco giapponese

di Robert Higgs
 
Molte persone vengono ingannate dalle formalità. Per esempio, suppongono che gli Stati Uniti entrarono in guerra contro Germania e Giappone solo dopo che queste nazioni dichiararono loro guerra nel dicembre del 1941. In realtà, gli Stati Uniti erano in guerra molto prima di questa dichiarazione, una guerra con diverse forme.
Ad esempio, la marina militare americana aveva l'ordine di "sparare a vista" ai convogli [tedeschi] – a volte anche contro navi britanniche – nell'Atlantico del Nord, nel tratto dove passavano le spedizioni dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna, anche se gli U-boat tedeschi avevano l'ordine di astenersi (e si astennero) dal cominciare attacchi contro le spedizioni statunitensi. USA e Gran Bretagna avevano accordi di intelligence, sviluppavano assieme armamenti, facevano test militari combinati e altre forme di cooperazione militare.

L'esercito statunitense cooperava attivamente con l'esercito britannico nelle operazioni di combattimento contro i tedeschi, ad esempio, quando avvistava i sottomarini tedeschi allertava la marina inglese così poi gli inglesi attaccavano. Il governo degli Stati Uniti si impegnò in molti modi per fornire assistenza militare ad inglesi, francesi, e sovietici che stavano combattendo i tedeschi. Il governo americano fornì armamenti ed assistenza, tra cui aerei e piloti, anche ai cinesi che erano in guerra con il Giappone. L'esercito americano si impegnò attivamente nel pianificare assieme agli inglesi, ai paesi del Commonwealth Britannico e alle Indie Orientali Olandesi future operazioni militari contro il Giappone. Molto importante fu il fatto che il governo americano si impegnò in una guerra economica, con misure sempre più stringenti, che portò il Giappone in una situazione molto difficile, che le autorità statunitensi ben compresero, li spinsero ad attaccare territori statunitensi e li forzarono a cercare di assicurarsi quelle materie prime essenziali nel Pacifico sulle quali americani, inglesi e olandesi (governo in esilio) avevano posto l'embargo.

Roosevelt aveva già portato gli Stati Uniti in guerra contro la Germania nella primavera del 1941 – una guerra su scala minore. Da allora aumentò via via la partecipazione militare statunitense. l'attacco giapponese del 7 dicembre gli permise di aumentare notevolmente la partecipazione ed ottenere una dichiarazione di guerra. Pearl Harbor viene rappresentata come la fine di una catena di eventi, con il contributo americano che riflette una strategia formulata dopo la caduta della Francia... Agli occhi di Roosevelt e dei suoi consiglieri le misure prese ad inizio 1941 giustificarono la dichiarazione di guerra tedesca contro gli Stati Uniti – una dichiarazione che non arrivò con disappunto... Roosevelt disse al suo ambasciatore in Francia, William Bullitt, che gli Stati Uniti sarebbero sicuramente entrati in guerra contro la Germania, ma dovevano aspettare un "incidente", e che era "fiducioso che la Germania ce lo avrebbe dato"... Stabilire una testimonianza in cui il nemico avesse sparato per primo era la tattica perseguita Roosevelt... [Alla fine] pare abbia concluso – correttamente, come poi risulterà – che sarebbe stato più facile provocare un attacco giapponese che uno tedesco.

L'affermazione che il Giappone attaccò gli Stati Uniti senza nessuna provocazione fu... tipica retorica. Funzionò perché il pubblico non sapeva che l'amministrazione aveva previsto che il Giappone avrebbe risposto con azioni militari alle misure anti-giapponesi prese nel luglio del 1941... Prevedendo la sconfitta in una guerra contro gli Stati Uniti – e in maniera disastrosa – i leader giapponesi provarono disperati negoziati. Su questo punto molti storici sono da tempo concordi. Nel frattempo, sono venute fuori le prove che Roosevelt e Hull avevano costantemente rifiutato ogni negoziato.... il Giappone... offrì compromessi e concessioni che gli Stati Uniti contrastavano con crescenti richieste... Fu dopo aver appreso della decisione che giapponesi sarebbero entrati in guerra contro gli Stati Uniti nel caso i negoziati si sarebbero "guastati" che Roosevelt decise di interromperli... Secondo il procuratore generale Francis Biddle, Roosevelt auspicava un "incidente" nel Pacifico per portare gli Stati Uniti nella guerra europea.

Questi fatti come numerosi altri che puntano nella stessa direzione non sono nulla di nuovo; molti di questi sono disponibili al pubblico già dagli anni '40. Fin dal 1953, chiunque abbia letto una raccolta di saggi molto documentati sui vari aspetti della politica estera degli Stati Uniti alla fine degli anni '30 e inizio '40, pubblicati da Harry Elmer Barnes, che mostravano i molti modi in cui il governo degli Stati Uniti sostenne la responsabilità dell'eventuale ingresso del paese nella Seconda Guerra Mondiale – mostravano, in breve, che l'amministrazione Roosevelt voleva portare il paese in guerra e di come lavorò d' astuzia su vari sentieri per arrivarci, prima o poi sarebbe entrato in guerra, preferibilmente in modo da riunire l'opinione pubblica nel sostenere la guerra facendo sembrare gli Stati Uniti una vittima di un’ aggressione senza provocazione. Come testimoniò il Segretario di Guerra Henry Stimson dopo il conflitto, "avevamo bisogno che i giapponesi facessero il primo passo."

Al momento, comunque, 70 anni dopo questi eventi, probabilmente non c' è un americano su 1000, anzi 10000, che abbia una vaga idea di questa storia. La fazione pro-Roosevelt, pro-americani, pro-Seconda Guerra Mondiale è stata così efficace che in questo paese l'insegnamento e la scrittura popolare sono totalmente dominati dalla visione che gli Stati Uniti si siano impegnati in una "Guerra Buona".

Alla fine del XIX secolo l'economia giapponese iniziò una rapida crescita ed industrializzazione. Dal momento che il Giappone ha poche risorse naturali, molte delle sue industrie in rapida crescita dovevano fare affidamento sulle importazioni di materie prime, come carbone, ferro, acciaio, stagno, rame, bauxite, gomma, e petrolio. Senza un accesso a queste importazioni, molte delle quali provenienti dagli Stati Uniti o dalle colonie europee del Sudest Asiatico, l'industria giapponese si sarebbe arrestata. Tuttavia, impegnandosi nel commercio internazionale, nel 1941 i giapponesi avevano costruito un' economia industriale piuttosto avanzata.

Allo stesso tempo, costruirono un complesso militare industriale per supportare una marina ed un esercito sempre più potente. Queste forze armate permettevano al Giappone di proiettare il suo potere in diverse zone del Pacifico e dell'Asia Orientale, comprendendo la Corea e il nord della Cina, proprio come gli Stati Uniti che usarono la loro industria in espansione per la realizzazione di armamenti che proiettarono il dominio statunitense nei Caraibi, America Latina, ed anche in paesi lontani come le Filippine.

Quando nel 1933 Franklin D. Roosevelt divenne presidente, il governo degli Stati Uniti cadde sotto il controllo di un uomo a cui non piacevano i giapponesi e nutriva un affetto per i cinesi dato che, hanno ipotizzato alcuni scrittori, i suoi antenati si erano arricchiti con il commercio con la Cina. A Roosevelt non piacevano neanche i tedeschi in generale, e particolarmente Adolf Hitler, e propendeva per favorire gli inglesi nelle relazioni personali e negli affari. Non prestò molta attenzione alla politica estera, finché il suo New Deal non cominciò ad esaurirsi nel 1937. In seguito si affidò molto alla politica estera per soddisfare le sue ambizioni politiche, come il suo desiderio di essere rieletto ad un terzo mandato senza precedenti.

Quando la Germania cominciò il riarmo e la ricerca del Lebnsraum (spazio vitale) in maniera aggressiva, alla fine degli anni '30, l'amministrazione Roosevelt collaborò con Francia e Gran Bretagna per contrastare l'espansione tedesca. Dopo che la Seconda Guerra Mondiale iniziò nel 1939, questa assistenza statunitense crebbe molto, includendo misure come il cosiddetto accordo dei cacciatorpedinieri e il programma dal nome ingannevole Lend-Lease. In previsione dell'ingresso in guerra degli Stati Uniti, il personale militare inglese e americano formulò piani segreti di operazioni congiunte. Le forze americane cercavano di creare un pretesto per giustificare l'ingresso in guerra, cooperando con la marina britannica, attaccando gli U-boat tedeschi nel nord dell'Atlantico, ma Hitler non abboccò all'esca, negando così a Roosevelt il pretesto che voleva gli Stati Uniti a tutti gli effetti un paese belligerante – una belligeranza che trovava l'opposizione della maggioranza degli americani.

Nel giugno 1940, Henty L. Stimson, che aveva servito come Segretario alla Guerra durante il mandato di William Howard Taft e come Segretario di Stato sotto Herbert Hoover, divenne ancora Segretario alla Guerra. Stimson era un leone anglofilo, faceva parte dell'elite del nordest, e non aveva nessuna simpatia per i giapponesi. A supporto della politica delle porte aperte con la Cina, Stimson favorì l'uso di sanzioni economiche per ostacolare l'avanzata giapponese in Asia. Il Segretario del Tesoro Henry Morgenthau e il Segretario dell'Interno Harold Ickes appoggiarono con forza questa politica. Roosevelt sperava che queste sanzioni avrebbero spinto i giapponesi a fare un errore avventato attaccando gli Stati Uniti, trascinando in guerra anche la Germania, dato che Germania e Giappone erano alleati.

L'amministrazione Roosevelt, mentre respingeva seccamente le aperture diplomatiche giapponesi per armonizzare le relazioni, imponeva una serie di sanzioni economiche sempre più stringenti. Nel 1939, gli Stati Uniti conclusero il trattato commerciale con il Giappone del 1911. "Il 2 luglio 1940, Roosevelt firmò l'Export Control Act, che autorizzava il presidente a concedere o negare le esportazioni di materiali di difesa essenziali." In base a tale autorità, "il 31 luglio, le esportazioni di carburante e lubrificanti per motori d' aereo, ferro e acciaio furono ridotte." In seguito, dal 16 ottobre, con una mossa contro il Giappone, Roosevelt decretò l'embargo "di tutte le esportazioni di ferro e acciaio non destinate alla Gran Bretagna e alle nazioni dell'emisfero occidentale." Alla fine, il 26 luglio 1941, Roosevelt "congelò gli asset giapponesi negli Stati Uniti, ponendo fine alle relazioni commerciali con il Giappone. Una settimana dopo Roosevelt vietò le esportazioni dei carburanti che ancora avevano mercato in Giappone." Inglesi e olandesi dalle loro colonie nel sudest asiatico seguirono a ruota, ponendo l'embargo alle esportazioni con il Giappone.

Roosevelt e i suoi collaboratori sapevano che stavano mettendo il Giappone in una posizione insostenibile e che il governo giapponese per tentare di sfuggire alla morsa sarebbe potuto entrare in guerra. Avendo decriptato il codice dei diplomatici giapponesi, i leader americani sapevano, tra le altre cose, che il Ministro degli Esteri Tejiro Toyda aveva comunicato il 31 luglio all'ambasciatore Kichisaburo Nomura che "Le relazioni commerciali ed economiche tra Giappone e paesi terzi, guidati da Inghilterra e Stati Uniti, sono diventate spaventosamente tese da non poter essere più sopportate. Di conseguenza, il nostro Impero, per salvare la sua stessa vita, deve prendere delle misure per assicurarsi le materie prime dei Mari del Sud."

Dato che i crittografi americani avevano decodificato anche i codici della marina giapponese, i leader di Washington sapevano che le "misure" giapponesi includevano un attacco a Pearl Harbor. Ma non diedero queste informazioni ai comandanti nelle Hawaii, che avrebbero potuto fronteggiare l'attacco o almeno prepararsi. Che Roosevelt e i suoi generali non abbiano suonato l'allarme ha perfettamente senso: dopo tutto, l'attacco imminente era quello che cercavano da tempo. Come confidò Stimson nei suoi diari dopo l'incontro del Gabinetto di Guerra del 25 novembre, "La questione era di come avremmo potuto manovrarli [i giapponesi] per farli sparare per primi senza danneggiarci troppo." Dopo l'attacco, Stimson confessò che "il mio primo sentimento fu di sollievo... la crisi era venuta nel modo che avrebbe unito il nostro popolo."

Fonte:Come Don Chisciotte



mercoledì 11 marzo 2015

UN MONDO DI MENZOGNE!

UN MONDO DI MENZOGNE!

Sociale

Fonte: http://scienzamarcia.altervista.org/home.html

Ci sono alcuni messaggi che vengono ripetuti costantemente da varie fonti, giornali, libri, radio, televisioni e istituzioni scolastiche (tramite maestri, professori e libri di testo). Per una tale continua ripetizione ci possono essere solo due motivi:

* I messaggi sono veri, e vengono ripetuti perchè sono così importanti che tutti devono esserne a conoscenza fin da piccoli. Ciò vuol dire che le istituzioni e i mass-media si prendono cura di noi e ci aiutano propagandando informazioni positive e vitali. Sicuramente ci sono casi in cui succede realmente così (come quando ad esempio si invitano le persone a non eccedere con gli alcoolici prima di mettersi alla guida), però questa è una visione un po’ semplicistica ed ingenua di come funziona la società, ed è realistico pensare che spesso succeda il contrario. Certamente sarebbe bello se le informazioni non fossero distorte dagli interessi economici della grande finanza e delle grandi multinazionali, ma siccome questi soggetti posseggono le quote di maggioranza di radio, televisioni e giornali è veramente difficile pensare che non ne approfittino; sappiamo tutti che viviamo in un mondo dominato dall’egoismo e dal Dio Denaro.
* I messaggi sono falsi, e vengono ripetuti perchè sono così falsi che solo una loro continua ripetizione li può fare apparire come veri. Ciò vuol dire che i poteri istituzionali si fanno corrompere e condizionare facilmente dagli interessi della grande finanza e delle grandi multinazionali, quando non ne sono i diretti rappresentanti. Per continuare a vendere prodotti alimentari contenenti veleni chimici, farmaci velenosi ma redditizi, armamenti sanguinari ed altri beni di dubbia utilità, l’unica maniera è piegare l’informazione al potere delle aziende e delle lobby. Questo è quanto succede fin troppo spesso, ed il presente sito fornisce un’ampia (ma nonostante tutto incompleta) panoramica delle menzogne diffuse dai mass-media, dalle istituzioni, dalla cultura ufficiale e dalle istituzioni scolastiche. “La scienza marcia e la menzogna globale” è nato come estensione di alcuni opuscoli di denuncia dell’operato della psichiatria, ma si è presto trasformato in un’opera molto più vasta di denuncia delle menzogne della medicina, della scienza, dei mass-media e delle istituzioni.Per molti versi la genesi di questo sito, e del lungo lavoro di ricerca che c’è dietro, è frutto di una serie di esperienze del tutto casuali. La mia massima aspirazione quando avevo venti anni era scrivere un romanzo (cosa che poi ho pure fatto) e non un libro di denuncia. Ma è proprio a quell’età che ho iniziato un percorso di smascheramento dei pregiudizi e delle menzogne.Con un gruppo di amici volevamo organizzare una festa in una piazza della città in cui vivevamo quando qualcuno di noi ha proposto “Perché non organizzare la festa dove le persone soffrono di più? Perchè non organizzare una festa all’interno del manicomio e invitare la gente a venire lì? Perchè non aprire alla vita, alla festa, alla gioia quello spazio di dolore?”. Quella festa nel manicomio l’abbiamo poi realmente realizzata e da lì è partita una lunga storia di confronto-scontro con le istituzioni psichiatriche e con la psichiatria stessa. Nessuno di noi era partito con l’idea di criticare la psichiatria o la medicina, ma solo con un forte desiderio di solidarietà nei confronti dei più sfortunati.

All’inizio infatti il confronto aveva ben poco di ideologico in quanto la sofferenza, la violenza e l’isolamento forzato dei pazienti rinchiusi in quel luogo terribile erano di per sè fin troppo evidenti ed eloquenti. Lo studio e la riflessione teorica sono venuti dopo quando abbiamo deciso di approfondire le basi teoriche della “scienza” psichiatrica trovandoci a condividere il giudizio del professor Szasz (un professore emerito di psichiatria dell’università di New York, decisamente controcorrente): “la psichiatria è una pseudo-scienza fasulla”.

Infatti non esiste in nessun testo di psichiatria, in nessuno studio di quei presunti scienziati, la benché minima prova di un’alterazione patologica che sia alla base dei cosiddetti “disturbi mentali” quali la “schizofrenia” o la “depressione”, spiegabilissimi invece in termini di vissuti personali, emozionali, relazionali (o in certi casi in termini di carenze di sostanze nutritive, o di intossicazioni da conservanti, pesticidi e metalli pesanti). D’altronde quegli emeriti “scienziati” (che non hanno mai applicato il metodo scientifico) non fanno che parlare di “disturbi del pensiero, dell’ideazione del comportamento”, entità astratte, sfuggenti e soprattutto molto soggettive.

Vi assicuro che quando facevo queste esperienze (all’epoca avevo poco più di 20 anni) avevo ancora abbastanza fiducia nella scienza e nella medicina ufficiale, e credevo in tantissime di quelle cose che la mia successiva ricerca mi ha permesso di dimostrare come delle orrende menzogne. Ma dopo avere visto quello che fanno dei presunti “medici” che hanno giurato solennemente di “non nuocere” mai al paziente (il giuramento di Ippocrate) non è stato troppo difficile accettare la triste realtà di nuove e più terribili menzogne della medicina, della scienza, della storia.

Vi sembra paranoico pensare che tutto intorno a noi sia stato costruito un gigantesco castello di menzogne? Provate a visitare il reparto psichiatrico più vicino alla vostra città, parlate coi pazienti, chiedete spiegazioni ai medici, ed inizierete a toccare con mano delle enormi menzogne. Oppure visionate i documenti sull’11 settembre 2001 al link segnalato nell’apposita sezione: guardate la verità coi vostri occhi, se le parole vi sembrano troppo fumose. Dopo avere assodato le assolute incongruenze della versione ufficiale di quei fatti non potrete più credere a nessun giornalista e a nessun uomo politico.

Credetemi, non pretendo di essere migliore degli altri, solo molto più cocciuto e determinato nel non farmi prendere in giro dalle menzogne diffuse da un sistema socio-economico crudele e violento, lo stesso che fa morire di fame centinaia di milioni di persone all’anno. Per il resto sono un essere umano che ha fatto i suoi sbagli come tutte le persone di questo mondo: pensate che ho persino organizzato (ben due volte, ahimè!) delle conferenze di “informazione” sull’AIDS e sulle possibilità di contagio da HIV, contribuendo così a diffondere delle crudeli e pericolose menzogne. Non che possa farmene una colpa d’altronde, ho solo agito in buona fede in base alle informazioni (false) che possedevo ai tempi.

Colpevole è solo chi, una volta messo a conoscenza delle falsità del sistema, preferisce ignorarle piuttosto che mettere in discussione il proprio operato. Purtroppo moltissime persone si macchiano di questa colpa manifestando un comportamento altamente infantile: piuttosto che “rischiare” di ammettere i propri sbagli e mettersi in discussione preferiscono ignorare qualsiasi elemento di critica, continuando così a stare dalla parte dei grandi apparati di menzogna e ad essere complici (per quanto parzialmente involontari) dei loro crimini.

Corrado Penna

tratto da: http://www.stampalibera.com/?p=12545

lunedì 9 marzo 2015

BASI STATUNITENSI IN ITALIA!



 ALZO ZERO 2015

Basi statunitensi in Italia. Occupazione della penisola e strategia Usa nel Mediterraneo

di Federico Dal Cortivo

Con il trattato di "pace" di Parigi del 1947, veniva sancita la fine della sovranità politica ed economica dell’Italia. Sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale ad opera di Stati Uniti e Gran Bretagna, per essa si aprivano scenari di totale sudditanza agli Stati Uniti, mentre la Gran Bretagna spossata da una guerra durata ben 6 anni, cedeva il controllo di questa aerea del Mediterraneo al potente allenato d’oltre oceano.

Le truppe statunitensi che erano sbarcate in Sicilia nel luglio del 1943, con la complicità della Mafia, da allora non lasceranno più il territorio italiano, installando comandi militari, basi aeree,terrestri e navali, depositi logistici e centri di controllo radar, che superano le 100 unità.

Nel 4 aprile 1949 nasceva la Nato che nelle intenzioni avrebbe dovuto difendere l’Europa Occidentale dalle mire dell’Unione Sovietica e poi successivamente dal Patto di Varsavia costituito nel 1955. Ve tenuto presente che l’Unione Sovietica, assieme agli Stati Uniti si era spartita l’Europa con il Trattato di Yalta nel 1945, le zone d’influenza e occupazione militare erano ben delimitate e tali rimarranno fino al all’implosione dell’Unione Sovietica.

Sulla carta quindi si trattava di un alleanza militare tesa a difendere le democrazie occidentali, nei fatti si trattava di uno strumento in mano alla potenza egemone gli Usa, che di fatto la comandavano e ne dirigevano i settori più importanti, secondo le necessità della politica estera di Washington. Le recenti guerre nel Vicino Oriente lo dimostrano in maniera eloquente.

Per l’Italia la Nato ha significato solo il radicarsi dell’occupazione militare, sotto le mentite spoglie dell’alleato e con la totale accondiscendenza dei vari governi italiani che si sono succeduti nel secondo dopo guerra, gli Stati Uniti hanno progressivamente occupato la penisola italiana da Nord a Sud.

Tra le principali basi aeree, troviamo Aviano nell’Italia Nord Orientale, unica base aerea Usa a Sud della Germania, sede del 31° Fighter Wing su F 16, del 31° Maintenance Group. 31° Mission Support Group - Medicale Group - e 724 Air Mobility Squadron. La missione principale del 31° Wing, che fa parte del 5° Allied Tactical Air Force con sede a Vicenza (ITA), è quella di condurre operazioni aeree nel Sud Europa, anche strike nucleari, perché ad Aviano sono custodite anche armi nucleari tattiche bombe B-61. Ha fornito appoggio aereo durante l’attacco Nato alla Serbia nel 1999.

Ghedi, situata in Lombardia è - dopo Aviano - la seconda base che ospita bombe nucleari tattiche B-61, sede del 7402 Munitions Support Group.

Capo Teulada in Sardegna è invece utilizzato come poligono di tiro per le forze aeree Usa e Nato, nonché VI Flotta dell’Us Navy.

Come supporto logistico per le forze militari Usa nel Mediterraneo abbiamo Camp Darby, tra Pisa e Livorno, sede del 31st Munition Squadron.

A Vicenza vi è la sede della Setaf-Southern European Task Force, che controlla reparti italiani, greci e turchi e fornisce appoggio terrestre al nuovo comando dedicato all’Africa-Africom.

Extraterritorialità basi Usa
Le basi statunitensi pongono un problema non solo politico, ma anche giuridico perché e sono sottratte di fatto alle leggi italiani e quindi coprono le attività in esse svolte con segreto militare e di Stato. Gli stessi militari statunitensi non possono essere processati da tribunali italiani, ma solo da quelli militari delle loro Forze Armate. Un episodio su tutti, la strage del monte Cermis 3 febbraio 1998, quando un velivolo dei Marines EA 6B Prowler volando al di sotto delle quota di sicurezza trancia i cavi della funivia che da Cavalese porta al monte Cermis. Nello schianto muoiono 19 turisti di varie nazionalità europee. Uno studio del settore affari internazionali del Senato italiano ha evidenziato come questo problema sia tutt’ora aperto.
 
05/03/2015