la bestialità sanguinaria dei comunisti...
la bestialità sanguinaria dei comunisti...
Questo è un articolo tratto da "L'ultima Crociata" del 1998, di
Augusto Pastore. La tragedia della famiglia Ugazio vien voglia di
scriverla con l'inchiostro rosso. Un rosso sangue.
E ci vorrebbero anche le tonalità espressive di Eschilo per rendere con
chiarezza l'atmosfera allucinante nella quale venne consumata una strage
orribile che lascia increduli, inorriditi.
Le malvagità della sporca bestia umana toccano vertici sconosciuti alla
bestia stessa. certo che al cospetto del calvario di Mirka, Cornelia e
Giuseppe Ugazio la più maledetta iena proverebbe un moto di sgomento.
Galliate è un grosso centro agricolo-industriale, posto ad una decina di
chilometri da Novara. Si allunga a levante, fino alle rive del Ticino.
In questo pezzo di valle padana l'inverno è rigido, umido: una cappa
pesante di nebbia avvolge tutto. D'estate l'afa, stagnante e le zanzare
fanno attendere il calare del sole come una benedizione del Padreterno.
Allora la gente esce di casa e si siede sui gradini. Aspetta il ristoro
di un filo d'aria.
Anche la sera del 28 agosto 1944, dopo una giornata arroventata, a Galliate si aspettava il sollievo del tramonto.
Giuseppe Ugazio, un brav'uomo di 43 anni, segretario del Fascio locale,
si intratteneva con alcuni amici presso la trattoria S. Carlo. Discuteva
della guerra, delle terrificanti incursioni sul ponte del Ticino
spaccato in due dalle bornbe inglesi.
Cornelia, la figlia di 21 anni, simpatica e bella studentessa in
medicina, si era recata da conoscenti che l'avevano pregata per alcune
iniezioni. Mirka, l'ultima creatura di Giuseppe Ugazio, era saltata
sulla bicicletta e si divertiva a pedalare forte con la gioia innocente
dei 13 anni! Ma in quella sera del 28 agosto 1944, il destino di Mirka,
Cornelia e Giuseppe Ugazio si compie. Un gruppo di partigiani, usciti
dalla boscaglia, come lupi famelici attendono i tre. Con un pretesto
qualsiasi distolgono Giuseppe Ugazio dalla compagnia degli amici, poi,
camuffati da militi della R.S.I. in borghese, fermano Cornelia. Mirka,
la dolce bambina di 13 anni con le trecce avvolte sulla nuca e il
vestitino bianco a fioroni rosa, viene spinta dalla camionetta in corsa
sul bordo della strada. La raccolgono in fretta, senza dare nell'occhio,
accorti come una banda di bucanieri. Una sporca e nodosa mano le
comprime la bocca mentre l'automezzo si rimette in marcia. Il tragico
appuntamento per le tre vittime è fissato presso la tenuta «Negrina», un
cascinale isolato a mezza strada tra Galliate e Novara. Sono le 21
della sera del 28 agosto 1944, un cielo calmo, dolce, pieno di stelle.
Dalle risaie si alza il concerto gracidante delle rane: alla tenuta
«Negrina» incomincia invece la sarabanda, la macabra giostra. I
partigiani, una ventina circa, hanno tanta fame e sete, ma per fortuna
il pollaio è portata di mano e la cantina a due passi. Un festino in
piena regola per tutti quanti ad eccezione dei tre prigionieri. Mirka
piange ed invoca la madre. Cornelia, dignitosa come la donna di Roma,
sfida con gli occhi quel banchetto di forsennati. Papà Ugazio è cereo in
viso: avverte la tragedia immane che pesa nell'aria. Avanti, è ora. Il
vino ha raggiunto l'effetto e a calci e a pugni la turba di delinquenti
spinge Giuseppe Ugazio nel boschetto adiacente la tenuta. Lo legano ad
un fusto, gli spengono i mozziconi di sigarette sulle carni e, sotto gli
occhi terrorizzati di Mirka e di Cornelia, lo finiscono a pugni in
faccia e pedate nel basso ventre. Il calvario dura più del previsto
perché la fibra fisica dell'Ugazio resiste. La gragnuola di pugni
infittisce, i calci si fanno più decisi. Ora si ode soltanto il rantolo:
«Ciao Mirka, ciao Cornelia» e Giuseppe Ugazio spira. Adesso inizia
l'ignobile. Sono venti uomini avvinazzati su due corpi indifesi. Mirka è
una bambina e non conosce ancora le brutture degli uomini degeneri.
Dapprima non comprende, non sa, poi tenta un'inutile resistenza.
Cornelia si difende ma è sopraffatta. Sette ore di violenze ancestrali,
sette ore di schifo e di urla. Poi l'alba. Mirka e Cornelia non
respirano più. Conviene togliere di mezzo i cadaveri e ritornare nella
boscaglia. Si scavano venti centimetri di terra e si buttano le vittime.
Le zolle fredde al contatto delle carni riaccendono un barlume di vita e
i due corpi sussultano ancora. Ma è questione di un momento per i
partigiani: a Cornelia spaccano il cranio con il calcio del mitra e sul
collo di Mirka, la bambina, si abbatte uno scarpone che la strozza. La
tragedia è finita.
Sull'orizzonte si alza il sole, il sole insanguinato del 29 agosto 1944, a soli otto mesi dalla "liberazione".
A mamma Maria Ugazio, il giornalista chiede di fargli vedere un ricordo
personale di Mirka. Allora gli fu mostrato un album di famiglia un poco
ingiallito dal tempo. Sul retro di una foto scattata nei giardini
dell'Isola Bella la mano infantile di Mirka aveva scritto nel 1943
queste parole: «Al mio papalone che mi ha portato a fare questa bella
gita, la sua Mirka».
i comunisti infierivano anche contro i parroci...
Per i comunisti i parroci erano tra gli oppositori più efficaci,
quindi molto pericolosi. Avevano confessionali in cui sapere anche la
verità sulla violenza rossa che, fuori, nessuno osava dire.
Avevano pulpiti da cui parlare e condannare, gente ad ascoltare. Erano
organizzati con oratori, consigli comunali, formavano diocesi. Quattro
volte più numerosi di oggi, erano disseminati ovunque. Più dei
carabinieri, più dei farmacisti. Persino più delle case del popolo. E se
la loro parrocchia disponeva di benefici terrieri, ebbene, erano da
odiare due volte, una perché preti, l'altra come padroni, e rientravano
perciò doppiamente in quell'assunto che, dalla fine della guerra, girò
per anni tra le squadre d'azione comunista, in cellula e nelle case del
popolo:
«Se dopo la liberazione ogni compagno uccidesse il proprio parroco e
ogni contadino il padrone, il problema sarebbe già risolto».
E non è vero che ad ogni don Camillo rispondesse un Peppone. I primi
furono tanti, dei secondi in questo amaro viaggio di triangolo della
morte non vi è traccia. Non c'è parroco che non abbiano intimidito,
isolato. Tantissimi furono scherniti, derubati, rapinati. Ora io vi
racconterò di quelli che, dopo aver già tanto sofferto in tempo di
guerra da tedeschi, fascisti e partigiani rossi, sono stati martirizzati
in tempo di pace dalla violenza comunista. Nell'allora folto branco di
parroci può magari scapparci, che so, lo scapestrato, il disattento,
l'arricchito. Non però tra le decine uccisi.
Ogni assassinato è perbene. E tra i più attivi, equilibrati, generosi,
attenti alla propria gente. E' seguito, amato, perciò un maledetto
nemico del popolo, dunque va soppresso, distrutto e che ogni assassinato
sia esempio per gli altri, che tengano la bocca chiusa. E c'è un
motivo, più d'ogni altro: essi hanno in sé e con sé Dio.
Il 25 aprile è la Liberazione, la fine della guerra, e da adesso i
parroci dell'Emilia Romagna, ma anche delle regioni vicine, ogni sera,
nell'ultimo segno della croce, non sanno se rivedranno l'alba o se
capiteranno in casa gli assassini, come accade la sera del 16 gennaio
'46 a don Francesco Venturelli, arciprete di Fossoli, nel Modenese
vicino Carpi.
E' stato cappellano nel campo di concentramento della sua parrocchia, è
un tipo che non chiede che tessera politica hai, che assiste tutti
quanti, inglesi, fascisti, partigiani, collaborazionisti. E' uno che
dopo la Liberazione detesta la brutalità e gli eccidi che si ripetono
nel Carpigiano contro fascisti e presunti fascisti.
E dunque è sera, uno sconosciuto lo chiama fuori di canonica chiedendo
di accorrere per un incidente mortale sulla provinciale. Don Francesco
corre e si trova invece davanti a un plotone di rossi che lo falcia col
mitra.
Invece don Gianni Domenico, trentenne, celebra messa ai giovani soldati
repubblichini. Il 24 aprile '45 all'arrivo degli alleati corre tra la
sua gente a San Vitale di Reno: in chiesa lo stanno aspettando i
partigiani comunisti, lo gettano in un porcile, lo denudano, lo
violentano. Ci sono anche donne tra loro, e una in particolare, è la più
ardente nel seviziarlo. Il lungo martirio si conclude a colpi di mitra e
ai parrocchiani si impedisce per giorni di seppellire il martirizzato.
Don Giuseppe Tarozzi è parroco a Riolo di Castelfranco, diocesi di
Bologna, severissimo nell'amministrare un'opera pia fa il diavolo a
quattro per tener lontano da essa la politica e ladri. Notte del 25
maggio '45: i commandos comunisti fracassano a colpi di scure la porta
della canonica, lo strappano dal letto, lo pestano, poi lo trascinano
via in camicia da notte. La gente vede un'ombra bianca sospinta fuori a
calci, il suo cadavere non sarà mai più ritrovato.
Ancora diocesi di Bologna: don Giuseppe Rasori, sessantenne a San
Martino Casola ha solo due parrocchiani non iscritti al Pci. Sberleffi,
minacce, assalti alla chiesa. Vive nella paura ma resta. Nel pomeriggio
del 2 luglio '46 in canonica, dove in guerra ha nascosto tanti
partigiani, lo ammazzano con un colpo di pistola al collo. Il suo
successore poco tempo dopo in chiesa parlando della passione di Gesù
accenna allo straccio rosso con cui fu coperto per derisione. Deve fare
ripetute e pubbliche scuse, i comunisti l'hanno presa come ingiuria alla
loro bandiera.
Don Alfonso Reggiani, parroco di Anzola di Piano, Bologna, il 5 dicembre
'45 sta pedalando di ritorno da una visita ai suoi ammalati, lo fermano
in due, l'ammazzano a raffiche di mitra, se ne vanno sulle biciclette.
Una cigola e gli assassini dicono: «L'ungeremo a casa, adesso che
abbiamo ammazzato il maiale». Al funerale di don Alfonso, reo di battute
umoristiche sui comunisti, ci sono solo cinque bambini e qualche donna.
Un prete semplice, conciliante, don Enrico Donati, ma è parroco a
Lorenzatico, Bologna, della famiglia del sindacalista bianco Giuseppe
Fanin, che sarà massacrato, nel '48 a colpi di spranga dai comunisti. Il
13 maggio '45 quattro compagni con la scusa di portare don Donati al
comando partigiano per formalità, lo feriscono a colpi di mitra, gli
legano le mani, lo infilano in un sacco e lo gettano con due sassi per
zavorra in un macero colmo d'acqua.
La sera del 25 luglio '45 un altro comando chiama don Achille Filippi,
parroco di Maiola, sull'uscio della chiesa e l'uccide: cancellando anni
ed anni di lavoro e bontà per la gente, le colonie per i bambini, la
povertà degli anziani. Ma il gran farabutto in chiesa biasimava le
violenze e i soprusi dei comunisti; a morte.
Già un altro era stato condannato a morte un mese prima della
Liberazione a Santa Maria in Duno per aver rinfacciato ai partigiani
rossi efferatezza durante la guerriglia: il primo marzo '45 si
presentano due armati travestiti da tedeschi, irrompono in canonica con
due donne anch'esse armate, dicono di essere di un comitato, legano Don
Corrado Bortolini, rubacchiano e poi lo portano via in motocicletta. Mai
più trovato, anche se tutti sanno che è stato torturato, strangolato,
gettato in una fossa. Al suo successore c'è chi ammonisce di non
interessarsene: «Tanto don Corrado dorme in un campo di fiori».
Don Tino Galletti, nella chiesa di Spazzate Sassatelli, a Imola, è un
altro che non parla bene dei comunisti in una parrocchia rossa, non più
di sei persone alla messa domenicale. Il 9 maggio '45 è ucciso a colpi
di pistola e per non mandarlo via da solo ammazzano anche tre dei suoi
sei fedeli. Non un cane ai funerali.
Implora pietà invece don Luigi Lenzini, parroco di Crocetta di Pavullo,
nel Modenese, la notte in cui un gruppo di comunisti, gente del paese,
lo trascina in camicia da notte dalla canonica alla vigna e qui lo
seviziano da stramaledetti e poi gli spaccano la testa: ha condannato il
metodo di «far fuori la gente» dei comunisti.
Freddati a pistolettate il parroco di Mocogno e di Montalto, cioè il
canonico Giovanni Guizzardi e don Giuseppe Preci, nel Modenese. Morte
lenta per l'anziano don Ernesto Talè, parroco di Castellino delle
Formiche, modenese, e per la donna che stava accompagnandolo da un
ammalato, «quella carogna non voleva morire ... », dirà al bar,
vantandosi con gli amici, uno dei "coraggiosi partigiani" torturatori
del prete.
Nel Reggiano non ammettono gli eccessi disumani di chi, partigiano
comunista, scredita il movimento di Resistenza e sono freddati col mitra
don Giuseppe Lemmi, cappellano di Felina e don Luigi Manfredi, parroco
di Budrio.
E' il 14 settembre '45, l'assassino che spacca il cranio a don Tebaldo
Dapporto, parroco di Casalfiumanese di Imola, corre alla Camera del
Lavoro a vantarsi d'aver fatto fuori il suo prete-padrone.
Don Carlo Terenziani, prevosto di Ventosa, la mattina del 29 aprile '45 è
preso dai partigiani rossi che lo fanno girare per le strade come un
Cristo schernito, sputato, ingozzato di vino all'osteria, battuto e
infine fucilato a sera.
Don Giuseppe Pessina, parroco di San Martino di Correggio, piange
diciannove parrocchiani assassinati dai comunisti e sa troppe cose:
ucciso a colpi di mitra mentre la sera del 18 giugno '46 rintocca l'Ave
Maria...
Purtroppo, l'elenco delle vittime delle radiose giornate non finisce qui,
tanti preti martiri in Emilia, tanti Toscana e in altre regioni...
Tutto questo orrore non vi è bastato?
Credete ancora alla favola dei partigiani combattenti per democrazia e per la libertà?
Questo è l'elenco provvisorio dei religiosi massacrati barbaramente dai partigiani durante le "radiose giornate"
DON GENNARO AMATO - Parroco di Locri (RC), ucciso nell'ottobre 1943 dai capi della repubblica comunista di Caulonia.
DON ERNESTO BANDELLI - Parroco di Bria, ucciso dai partigiani slavi a Bria il30/4/45
DON VITTORIO BAREL - Economo del seminario di Vittorio Veneto, ucciso dai partigiani il 26/10/44
DON DUILIO BASTREGHI - Parroco di Cigliano e Capannone Pienza, ucciso la
notte del 3/7/44 dai partigiani comunisti che lo avevano chiamato con
un pretesto.
DON CARLO BEGHE' - Parroco di Norvegigola (Apuania), sottoposto il
2/3/45 a finta fucilazione dai partigiani, che gli produsse una ferita
mortale.
DON FRANCESCO BONIFACIO - Curato di Villa gardossi (TS), catturato dai comunisti slavi ed infoibato l'11/9/46.
DON LUIGI BORDET - Parroco di Hone (AO), ucciso il 5/3/46 perché aveva messo in guardia i parrocchiani dalle insidie comuniste.
DON LUIGI BOVO - Parroco di Bertipaglia (PD), ucciso il 25/9/44 da un partigiano comunista.
DON MIROSLAVO BULLESCHI - Parroco di Monpaderno (Diocesi di Parenzo e Pola), ucciso il 23/8/47 dai comunisti slavi.
DON TULLIO CALCAGNO - Direttore di Crociata Italica, fucilato a Milano il 29/4/45 da partigiani comunisti.
PADRE CRISOSTOMO CERAGIOLO - Cappellano militare decorato al V.M.,
prelevato il 19/5/44 da partigiani comunisti e ritrovato cadavere in una
buca con le mani legate dietro la schiena.
DON FERRUCCIO CRECCHI - Parroco di Levigliani (LU), fucilato all'arrivo
delle truppe di colore grazie a false accuse dei comunisti locali.
DON ANTONIO CURCIO - Cappellano dell'11° Btg. bersaglieri, ucciso il 7/8/41 a Dugaresa da comunisti croati.
PADRE SIGISMONDO DAMIANI - Ex cappellano militare, ucciso dai comunisti slavi a S. Genesio di Macerata l'11/3/44.
DON AURELIO DIAZ - Cappellano della Sezione Sanità della divisione
Ferrara, fucilato a Belgrado nel gennaio 45 da partigiani titini.
DON ADOLFO DOLFI - Canonico della Cattedrale di Volterra, sottoposto il
28/5/45 a torture tali che lo portarono alla morte l'8 ottobre
successivo.
DON GIUSEPPE DORFMANN - Fucilato nel bosco di Posina (VI) il 27/4/45
DON VINCENZO D'OVIDIO - Parroco di Poggio Umbricchio (TE), ucciso nel maggio 44 sotto accusa di filo fascismo.
PADRE GIOVANNI FAUSTI - Superiore generale dei Gesuiti in Albania,
fucilato il 5/3/46 insieme ad altri religiosi rimasti ignoti, solo
perchè italiani.
PADRE FERNANDO FERRAROTTI - Cappellano militare reduce dalla Russia,
ucciso da partigiani comunisti nel giugno 44 a Champorcher (AO).
DON GREGORIO FERRETTI - Parroco di Castelvecchio (TE), ucciso da partigiani comunisti slavi ed italiani nel maggio 44.
DON SANTE FONTANA - Parroco di Comano (Pontremoli), ucciso dai partigiani il 16/1/45.
DON GIUSEPPE GABANA - Della diocesi di Brescia, ucciso il 3/3/44 da un partigiano comunista.
DON DOMENICO GIANNI - Cappellano militare in Jugoslavia, prelevato la sera del 21/4/45 dai comunisti e ucciso dopo tre giorni.
DON GIUSEPPE LORENZELLI - Priore di Corvarola di Bagnone (Pontremoli),
ucciso dai partigiani il 27/2/45 dopo essere stato obbligato A SCAVARSI
LA FOSSA.
DON FERNANDO MERLI - Missionario della Cattedrale di Foligno, ucciso il
21/2/44 presso Asissi, da comunisti slavi istigati da altri comunisti
italiani.
DON ANGELO MERLINI - Parroco di Flamenga (Foligno), ucciso dagli stessi assassini il medesimo giorno, presso Foligno.
DON ARMANDO MESSURI - Cappellano delle suore della Sacra Famiglia in
Marino, ferito a morte dai partigiani comunisti e deceduto il 18/6/44.
DON GIACOMO MORO - Cappellano militare in Jugoslavia, fucilato dai titini a Micca di Montenegro.
DON ADOLFO NANNINI - Parroco Cercina (FI), ucciso il 30/5/44 da partigiani comunisti.
PADRE SIMONE NARDIN - Dei benedettini olivetani, tenente cappellano
dell'ospedale militare Belvedere in Abbazia di Fiume, prelevato da
partigiani slavi nell'aprile 45 e trucidato dopo orrende sevizie.
DON LUIGI OBID - Economo di Podsabotino e San Mauro (GO), prelevato dai partigiani ed ucciso a San Mauro il 15/1/45.
DON POMBEO PERAI - Parroco dei SS. Pietro e Paolo di città della Pieve, ucciso per rappresaglia partigiana il 16/6/44.
DON VITTORIO PERKAN - Parroco di Elsane (Fiume), ucciso il 9/5/45 dai partigiani mentre celebrava un funerale.
DON ALADINO PETRI - Parroco di Pievano di Caprona (PI), ucciso il 2/6/44 perché ritenuto filo fascista.
DON NAZZARENO PETTINELLI - Parroco di S. Lucia di Ostra di Senigallia, fucilato per rappresaglia partigiana il 1/7/44.
DON UMBERTO PESSINA - Parroco di S. Martino di Correggio, ucciso il 18/6/46 da partigiani comunisti.
SEMINARISTA GIUSEPPE PIERAMI - Studente di teologia della diocesi di
Apuania, ucciso il 2/11/44 sulla linea Gotiga da partigiani comunisti.
DON LADISALO PISACANE - Vicario di Circhina (GO), ucciso da partigiani slavi il 5/2/45 insieme AD ALTRE 12 PERSONE.
DON ANTONIO PISK - Curato di Canale d'Isonzo (GO), prelevato dai partigiani slavi il 28/10/44 e fatto sparire per sempre.
DON NICOLA POLIDORI - Della diocesi di Nocera e Gualdo, fucilato il 9/6/44 da partigiani comunisti a Sefro.
DON GIUSEPPE ROCCO - Parroco di S. Maria, diocesi di S. Sepolcro, ucciso dagli slavi il 4/5/45.
PADRE ANGELICO ROMITI - Cappellano degli AU della Scuola di
Fontanellato, decorato al V.M., ucciso la sera del 7/5/45 da partigiani
comunisti
DON ALESSANDRO SANGUANINI - Della congregazione della Misisone, fucilato
a Ranziano (GO) il 12/10/44 da partigiani slavi, a causa dei suoi
sentimenti di italianità.
DON LODOVICO SLUGA - Vicario di Circhina (GO), ucciso insieme al confratello DON PISACANE
DON EMILIO SPINELLI - Parroco di Campogialli (AR), fucilato il 6/5/44 dai partigiani con l'accusa di filo fascismo.
DON ANGELO TATICCHI - Parroco di Villa di Rovigno (Pola), ucciso dai
partigiani slavi nell'ottobre 1934, perchè aiutava gli italiani.
DON ALBERTO TERILLI - Arciprete di Esperia (FR), morto in seguito ALLE
SEVIZIE INFLITTEGLI DAI MAROCCHINI, ECCITATI DAI PARTIGIANI ITALIANI,
nel maggio 1944.
MONS. EUGENIO CORRADINO TORRICELLA - Della diocesi di Bergamo, ucciso il
7/1/44 ad Agen (Francia) da partigiani comunisti, a causa dei suoi
sentimenti di italianità.
DON REDOLFO TRCEK - Diacono della diocesi di Gorizia, ucciso il 1/9/44 a Montenero d'Idria da partigiani comunisti.
DON GILDO VIAN - Parroco di bastia (PG), ucciso dai partigiani comunisti il 14/7/44.
DON SEBASTIANO CAVIGLIA - parroco della GNR ucciso ad Asti il
27/4/45;DON GIUSEPPE AMATEIS -parroco di Coassolo (TO), ucciso dai
comunisti A COLPI D'ASCIA il 15/3/44 per avere deplorato gli eccessi
partigiani;
DON EDMONDO DE AMICIS - cappellano pluri decorato della I G.M., assassinato a Torino dai gappisti il 24/4/45;
DON VIRGINIO ICARDI -parroco di Squaneto (Acqui Terme - AL), ucciso dai comunisti il 4/7/44;
DON ATTIILIO PAVESE -CAPPELLANO PARTIGIANO e parroco di Alpe Gorreto
(Tortona - AL), ucciso dai suoi stessi compagni il 6/12/44 perché aveva
OSATO CONFORTARE RELIGIOSAMENTE DEI TEDESCHI CONDANNATI A MORTE;
DON FRANCESCO PELLIZZARI - parroco di Tagliolo (Acqui Terme - AL),
chiamato dai partigiani la notte del 10/5/45 e sparito nel nulla;
DON ENRICO PERCIVALLE - parroco di Varriana (Tortona - AL), ucciso a pugnalate dai partigiani il 14/2/44;
DON LEANDRO SANGIORGI - cappellano militare decorato al valore, ucciso dai partigiani a Sordevolo Biellese (BI) il 30/4/45;
DON LUIGI SOLARO - di Torino, ucciso il 4/4/45 solo perché PARENTE DEL
FEDERALE DI TORINO, anche lui trucidato dai partigiani a guerra finita;
PADRE EUGENIO SQUIZZATO - cappellano PARTIGIANO, ucciso dai suoi il
16/4/44 fra Corio e Lanzo (TO), poiché voleva abbandonare la formazione,
TURBATO DALLE TROPPE CRUDELTA';
DON ANTONIO ZOLI -parroco di Morra del Villar (CN), ucciso dai
partigiani perché, durante la predica del Corpus Domini del 1944, aveva
DEPLORATO L'ODIO FRA FRATELLI.
DON STANISLAO BARTHUS - della congregazione di Cristo Re (Imperia),
ucciso il 17/8/44 dai partigiani perché aveva, durante una predica,
DEPLORATO GLI ECCESSI PARTIGIANI;
DON COLOMBO FASCE -Parroco di Cesino (GE), ucciso nel maggio 1945 da partigiani comunisti;
DON ANDREA TESTA - Parroco di Diano Borrello (SV), ucciso il 16 luglio 1944
E MOLTI ALTRI ANCORA...
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NORMA COSSETTO
Norma Cossetto era una splendida ragazza di 24 anni di S. Domenico
di Visinada, laureanda in lettere e filosofia presso l'università di
Padova.
In quel periodo girava in bicicletta per i comuni dell'Istria per
preparare il materiale per la sua tesi di laurea, che aveva per titolo
"L'Istria Rossa" (Terra rossa per la bauxite).
Il 25 settembre 1943 un gruppo di partigiani irruppe in casa Cossetto
razziando ogni cosa (espropriazione proletaria). Entrarono perfino nelle
camere, sparando sopra i letti per spaventare le persone. Il giorno
successivo prelevarono Norma. Venne condotta prima nella ex caserma dei
Carabinieri di Visignano dove i capibanda si divertirono a tormentarla,
promettendole libertà e mansioni direttive, se avesse accettato di
collaborare e di aggregarsi alle loro imprese. Al netto rifiuto, la
rinchiusero nella ex caserma della Guardia di Finanza a Parenzo assieme
ad altri parenti, conoscenti ed amici tra i quali Eugenio Cossetto,
Antonio Posar, Antonio Ferrarin, Ada Riosa vedova Mechis in Sciortino,
Maria Valenti, Urnberto Zotter ed altri, tutti di San Domenico,
Castellier, Ghedda, Villanova e Parenzo.
Dopo una sosta di un paio di giorni, vennero tutti trasferiti durante la
notte e trasportati con un carnion nella scuola di Antignana, dove
Norma iniziò il suo vero martirio.
Fissata ad un tavolo con alcune corde, venne violentata da diciassette
aguzzini, ubriachi e esaltati, quindi gettata nuda nella Foiba poco
distante, sulla catasta degli altri cadaveri degli istriani. Una signora
di Antignana che abitava di fronte, sentendo dal primo pomeriggio
gemiti e lamenti, verso sera, appena buio, osò avvicinarsi alle imposte
socchiuse. Vide la ragazza legata al tavolo e la udí, distintamente,
invocare la mamma e chiedere da bere per pietà...
Il 13 ottobre 1943 a S. Domenico ritornarono i tedeschi i quali, su
richiesta di Licia, sorella di Norma, catturarono alcuni partigiani che
raccontarono la sua tragica fine e quella di suo padre.
Il 10 dicembre 1943 i Vigili del fuoco di Pola, al comando del
maresciallo Harzarich, recuperarono la sua salma: era caduta supina,
nuda, con le braccia legate con il filo di ferro, su un cumulo di altri
cadaveri aggrovigliati; aveva ambedue i seni pugnalati ed altre parti
del corpo sfregiate.
Emanuele Cossetto, che identificò la nipote Norma, riconobbe sul suo
corpo varie ferite d'arma da taglio; altrettanto riscontrò sui cadaveri
degli altri". Norma aveva le mani legate in avanti, mentre le altre
vittime erano state legate dietro. Da prigionieri partigiani, presi in
seguito da militari italiani istriani, si seppe che Norma, durante la
prigionia venne violentata da molti.
Un'altra deposizione aggiunge i seguenti particolari: "Cossetto Norma,
rinchiusa da partigiani nella ex caserma dei Carabinieri di Antignana,
fu fissata ad un tavolo con legature alle mani e ai piedi e violentata
per tutta la notte da diciassette aguzzini. Venne poi gettata nella
Foiba.... La salma di Norma fu composta nella piccola cappella mortuaria
del cimitero di Castellerier.
Dei suoi diciassette torturatori, sei furono arrestati e obbligati a
passare l'ultima notte della loro vita nella cappella mortuaria del
locale cimitero per vegliare la salma, composta al centro, alla luce
tremolante di due ceri, nel fetore acre della decomposizione di quel
corpo che essi avevano seviziato sessantasette giorni prima, nell'attesa
angosciosa della morte certa. Soli, con la loro vittima, con il peso
enorme dei loro rimorsi, tre impazzirono e all'alba caddero con gli
altri, fucilati a colpi di mitra ...."
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