giovedì 26 dicembre 2019

I 120 GIORNI DELLA SOCIALIZZAZIONE

I 120 GIORNI DELLA SOCIALIZZAZIONE. SPINELLI E MANUNTA AL MINISTERO CORPORATIVO Archivi del sindacalismo



Nunziante Santarosa 
 
 
    Ci è capitato fra le mani un volume non vecchio, bensì antico, un vero e proprio incunabolo, dovuto alla penna di un importante teorico del sindacalismo fascista espressivo dell’avanguardia sociale più intransigente, nonché giornalista autorevole e raffinato saggista. Di più: protagonista, nell’ambito della Repubblica Sociale Italiana, di battaglie sulle pagine di testate storiche come Il Corriere della sera ( di cui fu vice direttore con la gestione Amicucci ) e Il Secolo - La Sera ( del quale fu direttore ) volte a spostare il regime di Salò su posizioni sempre più rivoluzionarie.
    Su questo personaggio abbiamo già avuto occasione di intrattenerci in Pagine ricordandolo per le elaborazioni e, in più generale, per il lavoro sindacale svolto durante il Ventennio littorio. Si tratta di Ugo Manunta e il suo libro reca il titolo La caduta degli angeli - Storia intima della Repubblica Sociale Italiana, nei cui capitoli, ricchi di documentazione, dà anche ampiamente conto delle esperienze delle organizzazioni dei lavoratori del tormentato periodo nonché di quelli che presenta come i 120 giorni - gli ultimi dei 600 della RSI - maggiormente caratterizzati dalle iniziative riformatrici promosse con straordinaria energia dal ministero del Lavoro retto dall’operaio tipografo Giuseppe Spinelli, proveniente dai ranghi del sindacalismo rivoluzionario e, dopo la costituzione della repubblica, dirigente dei metalmeccanici e podestà di Milano.
    Orbene, accanto a Spinelli, Mussolini collocò, in qualità di Direttore Generale per la socializzazione, proprio Ugo Manunta. La RSI poté così affidarsi, onde vivere appieno la sua vicenda trasformatrice, su di un tandem che produsse una spinta propulsiva destinata a mettere in crisi orientamenti conservatori ed equilibri moderati collocati anche all’interno del fascismo repubblicano. Da notare che l’abbinamento Spinelli - Manunta fu voluto dal Duce, insofferente del moderatismo del ministero della Economia Corporativa Angelo Tarchi che “applicava la socializzazione col contagocce”, secondo la denuncia del Manunta medesimo. Il Tarchi venne spostato al ministero per il Commercio con l’Estero.
    La socializzazione era pura illusione, una sorta di Fata Morgana, un sogno fiorito in spiriti illuminati frammezzo alle macerie di una Italia messa a ferro e fuoco da due eserciti stranieri che se ne contendevano i brani ? E Mussolini era ormai solo un visionario isolato e disoccupato che trascorreva oziosamente le sue giornate giocando a fare il rivoluzionario?
    Dice in proposito il Manunta: “Illuso è colui che ipotizza, per errore o per suggestione operata da altri su di lui, uno stato di cose che non esiste, e che pertanto agisce fuori dalla realtà: il che contrasta con gli atteggiamenti nettamente realistici assunti, invece dagli uomini che nel fascismo repubblicano si schierarono decisamente a sinistra”. E soggiunge: “essi pensavano che (...), indipendentemente dal risultato delle armi ci fossero attività degne di essere sviluppate pure in quelle drammatiche circostanze, e forse più facilmente portate alle loro estreme conclusioni che non in tempi normali. Era illusione non lasciarsi fuorviare dalla contingenza e continuare a credere che meritasse la pena di restare sulla breccia ad occuparsi di salari, di cottimi, di socializzazione?”
    Ancora: “Il fatto che la tutela del lavoro non sia mai venuta meno per tutto il tempo della guerra ha permesso di mitigare il disagio delle categorie lavoratrici in un periodo particolarmente difficile, ma si sono avute e si hanno di tale attività conseguenze visibili anche nella vita presente”. Il saggio manuntiano di cui veniamo trattando è venuto alla luce nell’anno 1946 da una certa romana Azienda Editoriale Italiana non meglio identificata. C’è quindi da credere all’autore quando afferma che dell’operato dei suoi colleghi sindacalisti nei mesi dell’ira restano tracce concrete e accertabili nel dopoguerra. E, aggiungiamo noi, non solo di quello immediatamente successivo allo scatenamento dei furori fratricidi. Osiamo osservare, senza tema di smentita, che frutti niente affatto irrilevanti del remoto impegno non solo tecnico ma pure rivoluzionario di quei paladini del lavoro ancora vivono, ancorché irriconosciuti, nel sistema sindacale attuale.
    Ma veniamo a quel quadrimestre rinnovatore e trasformatore cui prima si accennava. Annota lo scrittore sardo: “Abbiamo accennato al sacro furore di cui furono pervasi i dirigenti del neo ministero del Lavoro negli ultimi quattro mesi della Repubblica Sociale Italiana. Vi ritorniamo per aggiungere che in quei 120 giorni tutta la problematica sindacale fu riesaminata dalle basi, in vista di un profondo rinnovamento della vita sociale, e che da questa febbre rivoluzionaria scaturirono decisioni di reale importanza per le categorie lavoratrici. Tutta l’azione del Ministero tendeva a recuperare il tempo perduto in un ventennio di sterili compromessi (...). Mentre con l’applicazione della socializzazione a un intero settore produttivo - quello industriale - si metteva l’accento sulle nuove responsabilità del lavoro e sul declassamento del capitale, aprendo uno spiraglio ad un nuovo tipo di economia equidistante da quella individuale e da quella collettiva, si provvedeva infatti alla quasi contemporanea sistemazione delle categorie, con clausole non equivoche e di una larghezza veramente eccezionale, e si poneva allo studio il problema della casa dei lavoratori”.
    Ed eccoci al tema ristrutturativo delle federazioni e confederazioni dei lavoratori che Ugo Manunta così rievoca nei suoi dati di fondo: “Nello stesso tempo si affrontava un’altra ardua questione: quella del nuovo ordinamento sindacale in un’unica organizzazione comprendente tutti i produttori, che avrebbe dovuto costituire l’intelaiatura di quel nuovo Stato del Lavoro ch’era ormai la meta di tutti i sindacalisti, accomunati in quell’ultimo disperato tentativo di realizzare in una sola volta tutte le aspirazioni più profonde delle categorie lavoratrici”.
    Si tenga presente che alcuni mesi prima dell’affidamento del neo ministero del Lavoro all’asse Spinelli - Manunta, il ministro dell’Economia Corporativa si era fatto approvare in una riunione di governo un disegno di legge relativo al nuovo ordinamento sindacale. Il saggista fa ad esso riferimento, et pour cause, senza la benché minima benevolenza. Dice: “Ne trattarono sulla stampa alcuni competenti, per lo più disapprovando. E in realtà quel disegno di legge non era un capolavoro, soprattutto perché agli estensori era mancata quella visione profondamente innovatrice che era necessaria per affossare definitivamente il vecchio stato capitalistico”. Particolare niente affatto irrilevante: il “disegno“  era stato riprodotto sulla stampa corredato da inusitato avvertimento. E cioè: il governo ne sottoponeva contenuti e forma agli interessati acciocché lo monitorassero per quindi esternare eventuali perplessità o chiari dissensi prima dello sdoganamento.
    Appena insediato, Spinelli inserì nell’agenda di lavoro la nomina di una commissione incaricata di mettere mano alla suddetta “ visione profondamente innovatrice “. Alcuni nomi di suoi componenti: il Galanti, Amadio, l’ex direttore de Il Lavoro Fascista Luigi Fontanelli, il sindacalista Giuseppe Grossi, il dirigente dell’associazione per il Pubblico Impiego prefetto Mancuso, il capo della segreteria politica di Pavolini Olo Nunzi, Belletti, Rossano, Margara e altri. La Commissione approntò subito un altro decreto in cui afferma Manunta, “presupposta un’economia socializzata, si prescindeva in ogni punto dalla figura del capitalista e si gettavano le basi per un riordinamento degli enti locali e delle stesse assemblee rappresentative. Ne risultò un documento di notevole valore politico oltre che giuridico. E per averne un’idea basterà che i membri della commissione avevano dovuto decidere non solo su come intelaiare il nuovo tipo di organizzazione sindacale unitetica, ma anche in quali termini di legge tradurre tutte quelle conquiste del lavoro alla cui affermazione avevano invano lavorato per vent’anni. Scomparsi i contraddittori, cioè i rappresentanti delle confederazioni padronali, sciolte con una legge di due mesi prima, essi si trovavano ora a legiferare....”.
    Ma i commissari andarono oltre: “In quanto alla figura del capitalista essa fu sistematicamente ignorata, mentre fu delineata con estrema chiarezza quella del capo della impresa di cui parlava la legge sulla socializzazione, cioè l’animatore e il tecnico dell’azienda, lavoratore anche lui, e quindi a buon diritto socio di questo nuovo sindacato che avrebbe dovuto costituire il pilastro dello Stato del Lavoro, e in alcuni casi sostituirsi a molti enti locali le cui funzioni non potevano non essere assorbite da tale nuovo ente di diritto pubblico”.
    Infine: “Alle organizzazioni dei lavoratori si concedevano compiti di un’insolita ampiezza. Il cittadino diveniva elettore in quanto lavoratore, e il corpo legislativo era la risultante di elezioni di secondo grado fatte dai rappresentanti delle categorie lavoratrici, con la garanzia, dunque, di essere formato esclusivamente da produttori, tutti esprimenti interessi legittimi nello Stato”.
 
PAGINE LIBERE  Mensile culturale della CISNAL. Ottobre 1997.
 
 

sabato 21 dicembre 2019

RESISTERE PER ROMA


RESISTERE PER ROMA 





PARACADUTISTI, MARO’ E LEGIONARI ALLA DIFESA DI ROMA 
L.F.
 
 
    Il 22 gennaio 1944 gli Anglo-Americani sbarcavano sul litorale laziale costituendo una testa di ponte ad Anzio, distante dalla Capitale appena una cinquantina di Km.  Roma sembrava, ormai, a portata di mano. Il Comando Germanico inviò il Maggiore Paracadutista Walter Gericke a fronteggiare la situazione con un Gruppo da combattimento formato da sparuti Reparti eterogenei trovati sul posto. Con essi riuscì a ben contrastare le truppe sbarcate. Successivamente affluirono Reparti corazzati e la IV Div.  Fallschirmjager, che contennero la pressione dei VI Corpo d'armata statunitense. Le contrapposte posizioni, tenute dai contendenti, diedero origine a quello che divenne il 'Fronte di Nettuno'. Pochi giorni dopo, alla Divisione Paracadutisti Germanici si aggregò - con non poche difficoltà, a causa della diffidenza tedesca - il Battaglione Paracadutisti 'Nembo', comandato da quel meraviglioso Soldato che risponde al nome del Capitano Corradino Alvino. Trecento italiani riprendevano, organicamente, a combattere contro gli invasori Anglo-Americani. Finiva così, in parte, l'amarezza e la rabbia nel sapere che Roma era difesa soltanto da truppe straniere. Tedeschi, nostri alleati, ma pur sempre stranieri. Al Nord la RSI, sorta da appena quattro mesi, faceva sforzi giganteschi per organizzare, addestrare, equipaggiare, armare e sopportare logisticamente le centinaia di migliaia di volontari che accorrevano ai vari Reparti in via di costituzione, tutti protesi e ardentemente desiderosi di combattere contro gli invasori del suolo italico. Ritenendo, questi ultimi, i soli nemici avverso i quali l'Italia si era battuta onorevolmente per trentanove mesi, sino al tradimento settembrino ordito da certi figuri in combutta con quel Savoia che non seppe morire come un vero re. Per gli avvenimenti che si erano susseguiti tra luglio e settembre, i Tedeschi, ovviamente, non si fidavano più di noi, anche se, alla data dell'8 settembre, in Patria e fuori dei confini, 180.000 uomini erano rimasti al loro fianco. Non fosse altro per non macchiare -nei secoli a venire- l'onore della nostra razza. La Xa Flottiglia MAS, le Camicie Nere della M.V.S.N. e Paracadutisti non ammainarono la bandiera della Patria. Mentre l'Esercito regio si dissolveva e la Flotta da battaglia alzava a riva il 'pennello nero' -segno che contraddinse i pavidi, gli inetti, gli ignavi e i furbastri 'benpensanti'- a Porta S. Paolo, in quel di Roma, il Generale Gioacchino Solinas, con i suoi Granatieri, oppose resistenza agli USA. Per non consegnare loro le armi.  Altro che eroismo contro il 'nazifascismo': Solinas e i suoi uomini aderirono alla Repubblica Sociale Italiana.
    Successivamente, il Generale prestò servizio presso lo Stato Maggiore dell'Esercito repubblicano e, dal giugno '44, comandò il Centro Complementi destinati alle Divisioni dell'Esercito di Mussolini. La falsa retorica antifascista si è appropriata di eroismi e benemerenze, inserendoli nella sua vacua storiografia. Come nel caso del Vice brigadiere Salvo D'Acquisto che, da Carabiniere in servizio sul territorio della RSI, viene camuffato da eroe resistenziale.
    La battaglia per Roma, iniziata il 22 gennaio, continuò per quattro mesi, sino al 4 giugno. Per gli eserciti 'alleati' non fu davvero una semplice passeggiata nonostante l'enorme potenziale bellico messo in campo.  In quei 134 giorni d’inferno, i Paracadutisti di Alvino, di Rizzatti e di Sala, i Marò di Bardelli, di Mataluno, di Nesi, i Legionari di Degli Oddi, gli Aerosiluranti di Faggioni e Marini stupirono amici e nemici, coronando in un alone di gloria l’olocausto delle giovani vite di migliaia di Caduti. Il primo Reparto a raggiungere il Fronte di Nettuno fu, come accennato,il Battaglione “Nembo” di Alvino. Aggregato alla IV Divisione Fallschirmjager il “Nembo” entrò in linea l’8 Febbraio. Il 16 partecipò a un contrattacco germanico, con tale irruenza e combattività da suscitare l’ammirazione incondizionata e il compiacimento dei Parà tedeschi che, in fatto di guerra seriamente combattuta, non erano certo degli sprovveduti. Il “Nembo”, in continui combattimenti, si coprì di gloria, mettendo in grossa difficoltà gli Anglo-Americani che pagarono un prezzo altissimo perdite umane. Il Battaglione venne citato nel bollettini di guerra dell'Alto Comando Germanico. I tedeschi erano strabiliati dell'ardore e dell'aggressività dei nostri al punto che, anch'essi, attaccavano le postazioni avversarie al grido di 'Nembo'. Al fosso della Moletta, gli uomini di Alvino diedero i meglio di se stessi. Le perdite superarono i due terzi degli effettivi. Un mese dopo l'arrivo al Fronte il Battaglione, ridotto a una Compagnia, prese il nome di Cmp. 'Nettuno-Nembo' e tornò in linea combattendo sino al giorno 4 e poi ripiegando, ancora, fino al 30 di giugno.
 
Artiglieri italiani della Flak sul Fronte di Anzio.
 
    A fine febbraio, intanto, da La Spezia partiva per Nettuno il Btg.  Fanteria Marina 'Barbarigo' della XI Flottiglia MAS, agli ordini del Capitano di Corvetta FM Umberto Bardelli. Dopo molte richieste e insistenza, millecento Marò riuscirono a coronare il loro sogno: quello di vedere in faccia il nemico invasore. A Nettuno, tra il lago di Fogliano, il canale Mussolini, Borgo Piave, Cerreto Alto e Borgo Sabotino, ebbe origine il mito di 'Barbarigo'. Esso ci tramanda le imprese e il valore dei Marò, l'abnegazione dei Sottufficiali, l'eroismo indomito degli Ufficiali di questo straordinario Battaglione. Di questo mito vanno fieri i protagonisti superstiti e inorgoglisce tutto il combattentismo repubblicano. Quei 'mille' giovani, anzi giovanissimi, del 'Barbarigo', superarono epicamente i 'mille' di Leonida alle Termopili. A Nettuno, articolati nelle Compagnie (la 'Decima', 2a 'Scirè', 3a 'Iride', 4a 'Tarigo' e 5a Cannoni), unitamente al Gruppo Artiglieria Xa 'S. Giorgio' aggregato al 'Barbarigo', gli uomini di Bardelli furono tutti eroi. Gli ultimi giorni di maggio e i primi di giugno, videro l'accanita resistenza e l'estremo sacrificio di tutte le compagnie. La 1a a Borgo S. Michele e Borgo Pasubio, la 4a, ultima a lasciare il Fronte dopo aver contrattaccato gli americani all'arma bianca. Fogliano, Gorgolicino, Norma, Colleferro, difese zolla dopo zolla, metro dopo metro. E Cisterna, dove non rimane in piedi un solo uomo del II' Plotone/2a Cmp. Il Comandante Tenente Sandro Tognoloni per il suo eroismo, verrà decorato di Medaglia d'oro al V.M. Ancora il 2, 3 e 4 giugno, l'indimenticabile Ten. di Vascello FM Giulio Cencetti, con una Compagnia di Formazione -l'Ultima- fronteggia gli 'alleati' alle porte di Roma che lascia, transitando per Piazzale di Ponte Milvio, alle ore 13.30 dei 5 giugno '44. Al Labaro del 'Barbarigo' venne concessa la Medaglia di Bronzo VM con questa motivazione: 'Armato essenzialmente di fede e di coraggio chiedeva di essere inviato al Fronte di Nettuno per riscattare l'Onore della Patria tradita. A fianco dell'Alleato fedele, in tre mesi di lotta asperrima contendeva fino all'estremo alle orde travolgenti dei nuovi barbari il possesso di Roma immortale dando luminose prove di strenuo valore e consacrando col sangue dei migliori il sacro diritto d'Italia alla vita e alla rinascita. Fronte di Nettuno - Roma. 4 marzo-4 giugno 1944'. Il Gruppo di Artiglieria XII 'S. Giorgio' affiancò il 'Barbarigo' che da poco era entrato in linea a Nettuno.  Il Gruppo, al comando del Capitano Renato Carnevale, era ordinato su due Batterie cannoni da 105 m/m e una Batteria da 75 m/m.  Gli uomini del 'S. Giorgio' si impegnarono nel durissimo compito, opponendo le loro bocche da fuoco ai terrificanti cannoneggiamenti e bombardamenti provenienti dalle linee avversarie e dal mare e dal cielo.  Quotidianamente, senza sosta, con tiri di accompagnamento, di interdizione, di alleggerimento, di contro batteria, contrastando animosamente ed efficacemente la pressione nemica. Il 'S.  Giorgio' in linea a tutto il 3 giugno, sparando sino all'ultimo proiettile.
 
Genieri italiani della RSI sul fronte di Anzio.
 
    La Xa concorse alla difesa di Roma anche con i suoi Reparti navali. A Fiumicino venne costituita -meglio dire: creata- la 'Base Sud' dei Mezzi d'assalto di superficie.  Il comando venne assunto dal Ten. di Vasc. Domenico Mataluno.  Tra mille difficoltà di ogni tipo, innumerevoli furono le uscite in mare dei Mezzi in dotazione, alla ricerca di naviglio nemico. Notti insonni, attese snervanti, spesso con mare forte.  Il 20 febbraio venne scoperto, attaccato e colpito con siluro un cacciatorpediniere. Il 28 dello stesso mese venne affondata una corvetta. Stessa sorte subì l'incrociatore inglese 'Penelope'. L'ultimo eroico Comandante fu il Ten. di Vasc. pilota Sergio Nesi -Medaglia d'argento al V.M. sul campo per aver attaccato e colpito una corvetta nemica. La 'base Sud', al suo comando, operò sino al 4 giugno '44. In aprile entrò in linea, sul Fronte di Nettuno, il II' Btg. del I' Rgt. SS italiana, al comando del Ten. Col.  Federigo degli Oddi. Per il valoroso comportamento nei combattimenti e per l'aggressività dimostrata in ogni circostanza, il Labaro del Btg. fu decorato con la Medaglia d'argento.  Soldati eccezionali che si imposero all'ammirazione per l'indiscusso valore ed audacia.  Vale ricordare, tra i tanti, l'episodio nel quale dieci Legionari tennero un settore del Fronte, lungo 400 metri, contro reiterati attacchi di forze di gran lunga superiori e che non portarono ai risultati sperati. Un altro caposaldo, nella notte tra il 27-28 aprile, difeso da sette giovani Legionari, venne investito dall'attacco di due Compagnie fucilieri appoggiate da carri armati e fuoco d'artiglieria. Dopo dura resistenza la posizione fu, giocoforza, abbandonata. La notte successiva, un pattuglione di trenta Legionari riconquistarono, con azione irruente e decisa, il caposaldo. Nel mese di maggio, anche il Battaglione 'Debica' della Legione SS italiana raggiunse il Fronte schierandosi tra S. Marinella e Fiumicino. Il 'Debica' in ogni azione fu all'altezza delle aspettative, coprendosi di gloria e lasciando sul terreno oltre il 50% degli effettivi. Il valore dei Legionari fu ricompensato con ben quarantacinque Croci di Ferro e cinquantasette Promozioni per merito di guerra.  Dopo 'NETIUNO' i Legionari della SS italiana furono autorizzati a fregiarsi delle mostreggiature nere anziché rosse.  Parificazione di alto valore morale. A fine maggio, raggiunse il Fronte di Nettuno anche il Reggimento Paracadutisti italiani.  Gli arditi dei cielo combatterono strenuamente a Castel Porziano, Ardea, Castel di Decima e all'Acquabona, dove cadde, eroicamente, il Comandante del Rgt. Maggiore Mario Rizzatti Medaglia d'Oro alla Memoria.  Ai Paracadutisti venne affidato il compito di costante retroguardia del Fronte in fase di ripiegamento.  Questo significò il quotidiano contatto con un nemico mille volte più numeroso e dotato di mezzi e volume di fuoco inestinguibili.
    Per l'eroico comportamento dei Paracadutisti, lo schieramento italo tedesco potè effettuare un regolare sganciamento dalla pressione della Va Armata USA. Le perdite superarono il 60% dell'organico reggimentale. Il Gagliardetto del Btg. 'Folgore' fu insignìto di Medaglia di Bronzo. Le decorazioni individuali furono: Tre Medaglie d'Oro VM alla Memoria, Dodici d'Argento alla Memoria, Diciassette d'Argento VM sul campo, Sedici di Bronzo e Dodici Croci di guerra al VM. Nei mesi in cui fu combattuta la battaglia per la difesa di Roma, fu presente, su quel Fronte, anche l'Artiglieria Contraerea e la risorta Aeronautica della RSI. In particolare, le ali repubblicane parteciparono con il Gruppo Aerosiluranti, costituito dal valoroso Capitano AA Carlo Faggioni. Un mese dopo avere giurato fedeltà alla RSI, sette aerosiluranti entrarono in azione di guerra, al largo di Nettuno, colpendo due navi nemiche. Era la prima vittoria dell'A.N.R. Subito dopo gli aerosiluranti attaccarono a Capo Circeo, dove colpirono un cacciatorpediniere, un grosso piroscafo e tre navi trasporto.  La notte del 10 aprile, con un altro attacco, furono silurate tre navi nemiche.  In questa azione cadeva il Comandante Faggioni.  Il 4 giugno, mentre Roma veniva occupata dalle armate 'alleate', il Gruppo Aerosiluranti, al comando dei Capitano AA Marino Marini -che aveva sostituito Faggioni- alle ore 21, con dieci SM 79, attaccava la munitissima base di Gibilterra, mettendo a segno tutti i siluri su altrettante navi nemiche.
    La battaglia in difesa di Roma è entrata nella Storia d'Italia tingendola con l'azzurro di questo inestimabile medagliere. Alle Bandiere:  - Medaglia d'Argento VM al Labaro del II/I Rgt. SS italiana. - Medaglia di Bronzo VM al Labaro dei Btg.  'Barbarigo' della Xa - Medaglia di Bronzo VM al Labaro del Rgt.  Paracadutisti Italiani Individuali:  - 3 Medaglie d'Oro VM alla Memoria - 15 Medaglie d'Argento VM alla memoria - 2 Medaglie di Bronzo VM alla Memoria - 1 Medaglia d'Oro VM sul campo - 75 Medaglie d'argento VM sul campo - 28 Medaglie di Bronzo VM sul campo - 37 Croci di guerra VM sul campo - 94 Croci di Ferro
 
Granatieri Repubblicani reduci dal Fronte di Cisterna a Sud di Roma.
 
L'epopea dei Paracadutisti, dei Marò, dei Legionari, degli Artiglieri, degli Aerosiluranti e dei Mezzi d'assalto della Xa Flottiglia MAS è patrimonio che viene onorato e si perpetua nel Campo della Memoria di Nettuno.
 
 
NUOVO FRONTE  N. 154-155. Maggio-Giugno 1995. (Indirizzo e telefono: vedi PERIODICI)

LA BATTAGLIA DI ROMA
Mario Tedeschi
 
 
    Il "Barbarigo" andò al fronte nella notte fra l'uno e il due marzo del 1944, quando i millecentoottanta che formavano il Battaglione vennero trasportati dai Tedeschi fino a Sermoneta. Lì, dopo che Bardelli fu riuscito ad evitare lo smembramento del reparto, furono distribuiti gli incarichi: la Compagnia subito nelle "buche" del Canale Mussolini (oggi Canale Italia) a dare il cambio agli sfiniti soldati germanici nella punta avanzata dello schieramento; altre due Compagnie schierate dal Lago di Fogliano fino al fosso di Gorgolicino; un'altra ancora a Sezze per impratichirsi delle armi tedesche (erano entrati in scena da poco, per esempio, i razzi anticarro, che i Tedeschi chiamavano panzerfaust e che bisognava imparare ad usare restando sdraiati a terra e lasciando che il carro si avvicinasse il più possibile, senza cedere alla tentazione di filarsela a gambe levate).
    Nella notte fra il 4 ed il 5 la Compagnia entrò in linea: prima un tratto sulle camionette germaniche, che correvano silenziose nella notte lungo le strade dell'Agro Pontino sbrecciate dalle granate ma ancora guarnite dai filari di eucaliptus; poi, da Borgo Isonzo in avanti, a piedi e in silenzio. Quel ricambio nelle "buche" avvenne senza che il nemico se ne accorgesse, e fu davvero una gran bella prova per soldati inesperti, come noi eravamo; ci rendemmo conto, poi, che le "buche" del nemico erano a poca distanza, tanto che tutto si poteva sentire.
    La battaglia di Nettuno andò avanti fino al 24 maggio ed ebbe fine, non perché le truppe angloamericane ammassate nella testa di ponte di Anzio fossero riuscite a sfondare, ma perché le altre forze alleate, grazie soprattutto ai Polacchi, ai Marocchini ed alla loro bravura, erano riuscite ad aprirsi un varco a Cassino. Rischiavamo così di essere aggirati alle spalle e per questo fu dato l'ordine di ripiegamento. Ma la battaglia, in realtà, durò fino al 2 giugno per noi del "Barbarigo", che i Comandi tedeschi lasciarono a piedi con l'ordine di coprire la ritirata ai loro soldati, e si protrasse fino all'alba del 4 giugno per quanti fra noi, riuscirono a farsi accettare nella Compagnia volontaria di centodieci uomini spedita nel pomeriggio del 3 a garantire un'estrema difesa all'ottavo chilometro fra le vie Appia, Tuscolana e Anagnina. Le inesperte reclute s'erano conquistate, in tre mesi, il diritto ad essere prescelte per fare da sicherungsgruppe, secondo la formula in uso nell'Esercito tedesco per indicare chi veniva abbandonato fino alla fine per salvare tutti gli altri. Alla nostra destra si sarebbero dispiegati i paracadutisti della "Folgore" che furono poi quasi tutti massacrati insieme al loro comandante, essendo stati investiti dai carri armati americani.
    Il fatto merita riflessione. La battaglia di Anzio (indicata in codice dagli Angloamericani come "operazione Shingle") incominciò con lo schieramento di ben 234 navi di diverse nazionalità e vide sbarcare, prima 36mila uomini e 3mila automezzi, poi altri 34mila uomini e 15mila automezzi. Il generale tedesco Mackensen, comandante della 14a Armata, fu colto di sorpresa, ma organizzò presto una prima resistenza; poi intervenne il maresciallo Kesselring, al comando del Gruppo di Armate C. Le perdite da ambo le parti furono altissime. Basti pensare che il 4° Corpo d'Armata americano, in soli quattro giorni, fra il 16 e il 20 febbraio, vide morire 5 mila uomini; i Tedeschi, in una delle ultime controffensive, persero oltre 3 mila 500 uomini. Alla fine, la sacca era ridotta ad appena due chilometri di profondità e le forze alleate non furono ricacciate in mare soltanto per due motivi: perché il maltempo, che durò a lungo e trasformò la piana in uno sterminato mare di fango, bloccò i pochi carri armati e i semoventi di cui ancora disponevano i Tedeschi; e perché la Marina da guerra angloamericana, con i suoi bombardamenti, frantumò, polverizzò le posizioni germaniche. Fu, insomma, un autentico macello. E in questo macello il Comando tedesco, arrivati all'ultima battaglia, affidò ai volontari italiani, cioè a noi del "Barbarigo", ed ai nostri commilitoni paracadutisti, il compito disperato di ritardare, anche soltanto per poche ore, l'avanzata nemica. Non fu una scelta dettata dall'egoismo di chi non voleva sacrificare i propri connazionali e preferiva ricorrere ad altri come "carne da cannone". In casi del genere, le scelte si fanno avendo la certezza che i soldati comandati al compito disperato non si daranno alla fuga e combatteranno fino all'ultimo, come voluto. Quelle disposizioni dell'ultimo giorno furono, dunque, assai più importanti d'una decorazione collettiva, d'una citazione sul campo.
 
Il Comandante Borghese in visita al Fronte di Anzio assieme al Comandante Bardelli con altri marò del Barbarigo.
 
    Adesso dovrei raccontare della lunga battaglia, che il "Barbarigo" conobbe tutta, senza risparmio, dal Canale Mussolini a Fogliano, da Terracina a Borgo Isonzo, da Borgo Piave a Gorgolicino, da Cisterna a Campo di Carne, da Doganelle a Sezze; e poi tutti i nostri capisaldi, da "casa Falangola" alla "ridotta Fracassini", a "Erna" e "Dora". Nomi e località che nessuno di noi ha dimenticato e di cui in anni vicini siamo andati vanamente alla ricerca nell'Agro Pontino, dove la ricostruzione ha cancellato tutto e per i nostri morti non c'è nemmeno un cimitero. Soltanto alcuni alberi, eucaliptus lungo le strade, palme ad Anzio, sopravvivono, mostrando antiche ferite; guardandoli, e ricordando cosa fu la battaglia, si rimane ancora stupiti per la loro forza, eguale soltanto a quella della memoria dei combattenti.
    Il lettore non si attenda da me un racconto epico. Innanzi tutto, perché non ne sarei capace. In secondo luogo, perché una relazione in tono epico sulla vicenda del "Barbarigo" fu già scritta da Giulio Cencetti, che del Battaglione fu anche il comandante nel periodo finale. E infine perché lo stile e il modo di pensare di tutti noi ("siamo quelli che siamo") erano diversi e lontani dalla retorica; ed io sto cercando di far capire come eravamo.
    Il "Barbarigo" subì a Nettuno, in soli tre mesi, perdite altissime: oltre 200 morti, più di cento dispersi, quasi 200 feriti su un totale di millecentoottanta uomini. Ciò dimostra che non fummo risparmiati, né ci risparmiammo. Ma questo era proprio quello che volevamo. Eravamo tutti volontari e di un buon livello culturale: la grande maggioranza studenti. Avemmo la fortuna di ritrovarci ufficiali di ottimo livello, scelti con occhio sicuro da Borghese e da Bardelli. Da loro, noi novellini imparammo subito una cosa: e cioè che il compito del soldato non è, né quello di fare l'eroe, né quello di obbedire alle esaltazioni momentanee, ma più semplicemente, consiste nel 'fare quello che va fatto", in ogni momento e in ogni situazione, senza stare a tirarla in lungo e sapendo che tra le cose che "vanno fatte" può rientrare anche il sacrificio della vita.
    Questo era lo spirito dei primissimi volontari, quelli del fronte di Nettuno, ma anche di quanti giunsero più tardi dopo la caduta di Roma, provenienti da altri reparti, per ricostruire il Battaglione, le cui perdite erano aumentate durante il ripiegamento verso il Nord. E così, il vero "prodigio" del nostro "Barbarigo" fu quello di amalgamare e trasformare in autentici soldati tanti ragazzi che, come il povero Spagna, erano entrati in linea senza nemmeno aver tirato, fino al giorno prima, una bomba a mano. Non c'è bisogno di essere esperti di cose militari per capire l'eccezionalità di questo fatto: basta aver visto, in qualcuno degli innumerevoli film di guerra trasmessi dalla televisione, l'importanza che viene attribuita all'addestramento. Noi, il tirocinio lo facemmo combattendo, come avevamo desiderato. E fummo riconoscenti a Valerio Borghese per averci consentito di realizzare quel desiderio. La storia è tutta qui.
    I primi a morire furono, quasi per un segnale simbolico, due fra i più giovani: Alberto Spagna, di cui ho già detto, e il guardiamarina Paolo Sebastiani, che era stato anche l'alfiere del Battaglione. Il 1° aprile del '44 il numero uno del giornale di reparto, un modesto foglietto stampato a Littoria (oggi Latina), pubblicava l'elenco dei primi caduti e il saluto del comandante Bardelli:
    Guardiamarina Sebastiani Paolo, 1a Compagnia; 2° Capo Nobili Emilio, 1a Compagnia; Sergente Cortese Enzo, 3a Compagnia; S.C. Farné Alfonso, 2a Batteria; Marò Egi Walter, 3a Compagnia; Marò Frezza Emanuele, 1a Batteria; Marò Mancino Aldo, 2a Batteria; Marò Spagna Alberto, 1a Compagnia.
    Ho voluto citare questi nomi, nel modo stesso in cui furono elencati, per far capire che tutto il Battaglione fu subito impegnato, compreso il famoso "Gruppo cannoni", che Bardelli era stato costretto ad inventare lì per lì, vincendo la scommessa grazie alla bravura del capitano (tenente di vascello) Mario Carnevale. A nome dei morti, Bardelli scrisse: "Siamo tutti qui per i vivi, perchè il nostro giovane e puro sangue non sia dimenticato e dia frutto, perché i compagni che combattono sanno che senza di noi ogni parola e ogni promessa non sono che vuota retorica".
    Parole delle quali, anche in tempi segnati dalla retorica dell'antiretorica, non è lecito sorridere, perché non furono scritte a vuoto: molti di quelli che le lessero allora furono uccisi, lo stesso Comandante che le scrisse morì combattendo, dopo aver gridato a chi l'aveva preso in imboscata: "Barbarigo non s'arrende!". Sembra letteratura, cattiva letteratura, a chi legge con gli occhi di mezzo secolo dopo. Per noi tutti fu vita.
    In questo stesso spirito si svolsero i molti episodi di cui furono protagonisti i soldati del "Barbarigo". Quando eravamo arrivati a Sermoneta, all'inizio dell'avventura, la piana che degradava dalla rocca verso il mare bruciava dei mille fuochi della battaglia e, sullo sfondo, i traccianti delle artiglierie di marina disegnavano nel cielo fantastici reticoli luminosi. Poi, quando anche noi ci trovammo immersi in quel macello, la battaglia si frantumò, come sempre avviene per tutti i soldati. Avemmo di fronte, di volta in volta, Canadesi, Neozelandesi, Americani; atletici e sportivi i primi, nei pochi casi in cui si riuscì a farne prigioniero qualcuno dovettero piegarsi a cedere le scarpe.
    Noi avevamo ai piedi gli stivaletti "da franchigia" della Marina, tutto quello che Borghese e i suoi collaboratori erano riusciti a trovare, e sembravano di cartone, fatti per impregnarsi d'acqua; loro avevano anfibi comodissimi, impermeabili e caldi. Chi invece, fra i nostri, fosse caduto prigioniero, ma sì, anche degli Americani, sapeva che gli conveniva offrire subito l'orologio e quant'altro di valore avesse indosso, per evitare d'essere ucciso e rapinato.
    C'erano anche Americani convinti del fatto che un prigioniero nemico, nel corso d'una battaglia, è "res nullius", con tanti saluti alla convenzione di Ginevra.
    Debbo aggiungere, a onore dei miei vecchi commilitoni, che essi ancora oggi preferiscono parlare del Battaglione, più che di loro stessi. E' tuttora vivo, insomma, lo spirito che si manifestò tanti anni fa quando l'allora guardiamarina Enzo Leoncini, che aveva il comando della 3a Compagnia, dopo un'azione che aveva suscitato ammirazione anche presso i Tedeschi, venne chiamato al Comando di Battaglione e si sentì dire che sarebbe stato proposto per una medaglia d'argento. "Allora la date anche ai marò dei quattordici avamposti, che hanno fatto tutto", rispose Leoncini: "c'ero anch'io, li comandavo io; ma se non era per loro staremmo ancora correndo verso Roma con gli Alleati al culo". Quelli del comando non volevano capire, ma Leoncini non mollò: "Una sola medaglia per me non fa per noi. O la date a tutti quelli che dico io o non la date a nessuno". Si addivenne finalmente a un compromesso: "Io", disse Leoncini, che era romano, "a Roma ho una ragazza, e così buona parte dei miei uomini. Andiamo in permesso a Roma cinque o sei per volta, per 24 ore, poi torniamo e non se ne parla più". E così fu fatto.
 
Marò del Barbarigo in una pausa di battaglia al fronte di Anzio.
 
    Ma lo straordinario "collettivo" (per usare una definizione d'oggi) che fu il "Barbarigo", forni anche tanti spunti individuali, che meritano rievocazione. Parlo di quando il capo di 3a classe Giulio De Angelis, detto "lo Sceriffo", per esser certo che i suoi giovani marinai durante la notte fossero ben svegli, ruzzolava fuori dalle "buche" e poi si avvicinava strisciando alle linee, a rischio di farsi accoppare; e quando trovava qualcuno addormentato gli calava addosso e cominciava a pestarlo di santa ragione con la bomba a mano tedesca usata a mo' di randello dicendo: "se era il negro (in genere gli Americani usavano soldati di colore per le azioni di sorpresa) a quest'ora era morto". Parlo di Mario Riondino, all'epoca guardiamarina, che in un'azione di pattuglia guidata da un feldwehbel tedesco (analoga a quella di cui ho già scritto) alla fine si ritrovò a salvare lui, sulle spalle, il sottufficiale ferito, dopo che i soldati della Wehrmacht se l'erano data a gambe, e ricevette per questo anche lui un colpo mentre rientrava nelle linee; il tutto sottolineato da una croce di ferro di seconda classe che von Schellerer in persona gli appuntò sul petto. Parlo di Renato Carnevale, artigliere d'Africa Orientale e d'Albania, che in poche ore, avendo ricevuto dai Tedeschi nove cannoni da 105/28 (privi peraltro di reti mimetiche e di altri strumenti, che lo stesso Carnevale dovette andare a Roma a procurarsi con mezzi di fortuna, viaggiando su una Balilla sconquassata, denominata "cassa da morto"), mise in piedi il Gruppo "San Giorgio" e nel giro di tre settimane riuscì a meritarsi una citazione del Comando di Kesselring. Parlo di Alberto Marchesi e dell'indomito coraggio che lo spinse, nei giorni del ripiegamento su Roma, ad avventurarsi in mezzo ai reparti in ritirata per rintracciare quelli nostri, che erano rimasti senza ordini, abbandonati dai Tedeschi sulle loro posizioni, dalle quali nessuno intendeva andarsene di sua iniziativa, sempre per via di quel maledetto 8 settembre e del ricordo ignominioso delle fughe collettive (ma noi vedemmo anche i Tedeschi fuggire, e in più d'un caso restammo a coprir loro le spalle).
    Parlo di Paolo Posio e degli uomini della 2a e 3a Compagnia impegnati a Cisterna contro gli "Sherman" americani che avanzavano aprendo la strada alle fanterie, e che per ore tennero le posizioni, anche dopo che il Comando tedesco aveva ordinato di rientrare.
    Parlo, infine, di Alessandro Tognoloni che, sempre a Cisterna, benché ferito non accettò di ritirarsi e si gettò contro i carri nemici avanzanti armato soltanto della pistola e d'una bomba a mano. Scomparve nel polverone della battaglia, fu dato per morto e si ebbe, per quel fatto, una medaglia d'oro alla memoria, che avrebbe meritato comunque. Nemmeno lo stile ampolloso di cui i ministeriali erano specialisti in casi del genere (e tali rimasero su entrambi i lati del fronte durante la guerra civile, tali sono ancor oggi; come se la guerra e gli atti di valore non si potessero raccontare con le parole d'ogni giorno), riuscì a velare il coraggio di Tognoloni: "Ufficiale comandante di un plotone fucilieri inviato di rinforzo a reparto duramente provato, riusciva con i propri uomini a contenere per molte ore la straripante pressione avversaria. Invitato dai superiori a ritirare il plotone ormai duramente provato, insisteva ancora una volta nel condurlo al contrattacco. Ferito, a chi tentava di portargli aiuto, ordinava di non pensare a lui. Trascinatosi nelle linee italiane e vista la situazione ormai insostenibile, dopo aver con grande freddezza dato ai pochi superstiti disposizioni per il ripiegamento ed essersi assicurato che il ripiegamento si effettuava con il salvataggio di tutte le armi, si scagliava contro il nemico irrompente con la pistola in pugno e lanciando bombe a mano, fino a quando veniva travolto dalle forze corazzate avanzanti. Meraviglioso esempio di cosciente eroico sacrificio"
    Riporto per esteso questa motivazione, non soltanto perché il fatto è autentico e la decorazione ben meritata, ma perché Sandro Tognoloni in realtà non morì; fu raccolto ferito dagli Americani e portato prigioniero negli Stati Uniti. Di dove tornò, e il 30 luglio del 1951 si vide giungere, dal Comando del Distretto militare di Roma, protocollo 22/C7525, indirizzata al sottotenente di complemento di fanteria Tognoloni Alessandro una lettera che recava in oggetto la dicitura "partecipazione punizione" ed era così formulata: “prestava circa 7 mesi di servizio in una formazione della X Mas. Il 21/5/44 gravemente ferito a Cisterna, veniva catturato dagli americani. Per il suo comportamento veniva decorato della medaglia d'oro al V.M. Condonata in virtù del D.L.P. 24/6/46 n. 10”.
    Mirabile esempio di militarburocratese, dove non si capisce bene se il Governo di questa Repubblica abbia condonato l'indisciplina di Tognoloni o la sua medaglia d'oro.
    Ma anche a questo, alla guerra burocratica che avrebbe voluto cancellarci per sempre ed arrivò, per tal fine, addirittura a cancellare il nostro servizio militare nella Repubblica Sociale, come se non fosse mai esistito, come se non avessimo mai combattuto, siamo riusciti a sopravvivere.
    Tre mesi, durò la battaglia di Nettuno per il "Barbarigo". Quella per Roma durò soltanto una notte. L'ultima notte. Quella del sabato 3 alla tarda mattinata della domenica 4 giugno 1944 quando, in pochi superstiti, ce ne andammo, ultimo reparto organizzato ad uscire dalla città, per la via Flaminia, sotto gli attacchi dei caccia americani.
    Roma era stata per mesi alle nostre spalle, muta ed ostile. Ma, al fronte, questo era permesso anche ignorarlo. La gente, quando alla sera si chiudeva nelle case e spegneva le luci, tendeva l'orecchio ai tonfi lontani, dove eravamo noi, e cercava di capire. Capire quanto avremmo resistito ancora, perché soltanto questo importava. Per quanto tempo la città avrebbe dovuto continuare a sopportare una difesa che non voleva.
    Più i tonfi erano vicini, forti e continui, più la gente era lieta. Lieta della sua viltà, fra le pareti calde e le finestre ben chiuse, unita nel desiderio di cibo, che la spingeva a contare con gioia i nostri morti; non tanto per odio, quanto perché essi erano l'indice più sicuro della progressiva paralisi nostra. Roma non ci odiava né ci amava: voleva soltanto che ce ne andassimo, per poter finalmente ritrovare le "abboffate". Del resto, era pur sempre la città che pochi mesi prima, il 25 luglio del 1943, aveva salutato la caduta del fascismo inalberando cartelli con la scritta "Viva Badoglio che ci dà l'olio". Ideologie, onore militare, amor patrio, come dicono a Roma "nun sò cose che se magneno". Così era andata, ripeto, e nessuno di noi, lontano, se n'era reso conto veramente. Ma quando, alla sera del 3 giugno, ripartimmo da Roma per raggiungere l'ottavo chilometro dell'Appia e distenderci come sicherungsgruppe, il dubbio non era più possibile per nessuno. E per questo dico che allora, e solamente allora, noi combattemmo la vera Battaglia per Roma.
    Il Battaglione era tornato due giorni prima, dopo aver combattuto per tutto il ripiegamento insieme a pochi reparti di copertura della 7351 Divisione tedesca. Battaglia dura, combattuta passo per passo da gente sorretta unicamente dal desiderio di spuntarla. Il ripiegamento era cominciato, come ho già detto, il 24 maggio e, da allora, ci eravamo fermati soltanto il 2 giugno, entro le mura del Distaccamento Marina.
    La città accolse distratta e indifferente la nostra banda cenciosa e sporca, come sempre quando i soldati vengono dalla battaglia. Se tutti quei partigiani antifascisti di cui negli anni successivi si è tanto favoleggiato fossero esistiti veramente, avrebbero potuto attaccarci e, forse, anche sopraffarci. Ma non si vide nessuno. La città era calma, i tram circolavano; Roma pensava ad altro. Pensava a quelli che ormai stavano arrivando, ragionava obbedendo alle spinte dei ventri vuoti e della paura continua. Noi, che ci stavamo a fare ancora? Non eravamo che fantasmi.
    Così, quando alla sera del sabato 3, insieme all'ordine di evacuare Roma entro le 24, il comandante Bardelli ebbe quello di formare una Compagnia volontaria (e fu chiamata poi "L'Ultima") da mandar giù all'ottavo chilometro, verso Cinecittà, per creparci tutti se necessario, centodieci uomini si offrirono in un minuto. Questo sa di retorica, forse, e può suonare falso; ma è così. Eravamo centodieci, comandati da Mario Betti, che da anni faceva il soldato e proveniva dal Decimo Arditi e che poi, a guerra finita, scoprii essere un professore di flauto. E Betti aveva con sé, come ho già detto, Giulio Cencetti, Paolo Posio, Mario Cinti e Claudio Cicerone come ufficiali subalterni. Centodieci, con i piedi piagati dalle lunghe marce del ripiegamento, le divise sporche e la testa in subbuglio per il dolore e la rabbia; mandati contro gli "Sherman" con i soli mitra e le bombe a mano, su due camion che non ci avrebbero aspettato perché, tanto, secondo le previsioni del Comando tedesco, non sarebbero serviti. A Via Veneto, quando passammo, la gente era ai caffè, ed era tanta, perché molti erano scesi a Roma per "farsi liberare" (altri ne trovammo poi a Firenze, dello stesso tipo). Dall'alto delle macchine urlammo loro le ingiurie più oscene che mai soldati abbiano gridato, sbattendole su quei visi pallidi, che non volevano guardarci.
    Tutti urlammo e imprecammo, contro loro e le loro madri, e odiammo Roma con tutte le nostre forze, perché non voleva essere difesa. Finalmente trovammo il posto, e ci spiegammo in ordine mentre i due camion tedeschi ripartivano verso Roma alla svelta. Fu bravo Cencetti a bloccarne uno e ad imporre all'autista di mollare almeno la motrice, agganciando il rimorchio a quello del primo automezzo. Non c'era più nessuno e per la strada venivano giù, a rotta di collo, i superstiti degli ultimi gruppi di guastatori che erano rimasti indietro a far saltare ponti e strade. Ora toccava a noi, e fra breve anche quel piccolo transito alla spicciolata sarebbe finito. Tra le canne degli orti venivano avanti i marocchini, armati di lunghi coltelli: loro erano pronti a sbudellare chiunque gli si parasse di fronte, noi dovevamo rallentare l'avanzata. E così cominciò. Ignoravamo che alla nostra destra i paracadutisti, investiti direttamente dai corazzati nemici, erano stati tutti sopraffatti, insieme al comandante Rizzati, morto, in testa ai suoi, da quel bravo soldato che era.
 
Paracadutisti della Nembo.
 
    Albeggiava quando una macchina con a bordo tre ufficiali tedeschi arrivò correndo, da destra; si vedeva che venivano dalla battaglia. "E voi che fate qui?". "Sicherungsgruppe", fu la risposta. "No, andate via, andate via; ormai tutto kaput. Andate via, tra poco qui arrivano gli Americani..."
    Così ricominciammo il ripiegamento, puntando ancora una volta verso Roma, al Distaccamento Marina. Facemmo un giro largo, dalla parte del Verano, perché sapevamo che il nemico sarebbe entrato dal lato opposto, come in effetti avvenne.
    Arrivammo a Maridist e trovammo la caserma già invasa da civili che stavano rubando tutto il possibile. Nella furia del saccheggio uno di loro era stato addirittura spinto giù dalle scale ed era morto; chissà se saranno riusciti a farlo passare per caduto in guerra e far avere ai suoi una pensione. Sparammo qualche colpo in aria e i saccheggiatosi scapparono, ma senza allontanarsi troppo; rimasero nei pressi, come corvi, in attesa di poter ricominciare. Sapevano che dovevamo andarcene, e presto. E qui venne il bello.
    Infatti, grazie al sacrificio dei paracadutisti, i calcoli del Comando germanico erano risultati sbagliati e noi eravamo riusciti in buon numero a sopravvivere. Una sola motrice non ci bastava per andarcene. Così una pattuglia, fu spedita verso la Flaminia e tornò avendo sequestrato un autocarro con rimorchio appena arrivato in città e destinato alla borsa nera. A bordo, scarpe di cartone e alcuni sacchi di quelle piccole, caccolose pseudo-caramelle che circolavano allora. Staccammo il rimorchio, scaricammo le scarpe, tenemmo qualche sacco di caramelle (non avevamo nulla da mangiare) e puntammo verso nord.
    A piazzale Flaminio, la gente s'era assiepata per vedere i Tedeschi che se ne andavano; ed era uno spettacolo davvero, perché il soldato tedesco, quando ha la sensazione che il comando abbia mollato, pensa soltanto a salvare la pelle. I primi reparti germanici organizzati li avremmo rivisti sotto Viterbo, quando incrociammo una colonna di carri della "Hermann Góring" che scendeva controcorrente.
    Noi arrivammo, con le nostre due motrici, verso le tredici, quando dall'altra parte della città, a San Paolo, la folla era già in strada ad applaudire i soldati anglo-americani. Eravamo, come ripeto, l'ultimo reparto inquadrato, cioè con ufficiali al comando e uomini che obbedivano agli ordini e non pensavano solamente a scappare. La gente ci vide, ci riconobbe. Fu un attimo di gelo. Poi un marò, e non sono mai riuscito a sapere chi fosse, ebbe un colpo di genio: affondò una mano in un sacco di caramelle e cominciò a lanciarle alla folla. Altri lo imitarono. Fu un successo travolgente: la gente si accapigliava per raccogliere le caramelle e batteva le mani.
    Fu così che uscimmo fra i battimani da quella Roma che non ci amava e per la quale ci eravamo battuti, senza che lei ce lo avesse mai chiesto.
 
 

lunedì 16 dicembre 2019

LA SINISTRA A PESCI IN FACCIA

La sinistra a pesci in faccia

Ma chi sono, da dove spuntano le sardine, questi pesci miracolosi che si moltiplicano nelle piazze, lontano dal mare e sono esaltati dai media italiani come un fenomeno spontaneo, genuino, dietetico, salvifico?
Io le conosco, le sardine. Conosco i loro padri che cinquant’anni fa si concentravano nelle piazze adiacenti e antagoniste a quelle in cui c’era una manifestazione tricolore o un comizio di Giorgio Almirante. E inveivano, a volte tentavano di impedire che lui parlasse, gridavano minacciosi slogan. Conosco poi i loro fratelli maggiori che diciassette anni fa dettero vita ai girotondini, scendendo in piazza come un movimento di resistenza a Silvio Berlusconi, non legato ai partiti e alla sinistra storica. Mutano di colore negli anni, i resistenti, in una progressione cromatica precisa: erano rossi cinquant’anni fa, erano viola 17 anni fa, sono pesce azzurro in questi giorni.
Da che cosa deduci che siano la stessa piazza? Da tre indizi. Il primo è che cantano oggi come cantavano ieri e l’altro ieri Bella Ciao, è la loro sigla e il loro marchio di fabbrica, non sanno andare oltre l’antifascismo, di cui sono orfani e scorfani;  ogni nemico è sempre la reincarnazione del fascista tornante. Il secondo indizio è che non sanno concepire un’idea positiva, non sanno indicare una leadership positiva, tantomeno hanno un programma concreto che li unisce; sono uniti solo dall’odio verso qualcuno, Almirante o Craxi, Cossiga o Berlusconi, Salvini o Meloni. Il terzo indizio è che la cupola dell’informazione li adotta, li coccola, come un fenomeno nuovo, fresco, giovane, spontaneo, popolare da opporre all’Orco di turno. E la stampa si fa pescivendola, piazzando le sardine.
Qualcuno le apparenta alle madamine torinesi scese in piazza per la Tav. Si può avere un giudizio negativo o positivo sulle Madamine ma i tre requisiti predetti non erano presenti in quel movimento: le Madamine non volevano ostacolare qualcuno o impedire qualcosa, ma volevano che si facesse l’Alta Velocità. Poi non cantavano Bella Ciao, semmai si opponevano ai movimenti radicali contro l’Alta Velocità, i devoti di Erri de Luca, i compagni antagonisti, anarco-insurrezionalisti (più grilloidi) che intonavano Bella Ciao nella loro guerra di resistenza al treno veloce. Si certo, anche le Madamine facevano i flash mob, ma le sardine in quanto pesci fanno piuttosto i fish mob.
Ma torniamo a bomba. Dal modo con cui sono presentati sui media, con un’onda di commozione celebrante collettiva, si capisce lontano un miglio che sono usati per rilanciare l’antisalvinismo da postazioni fintonuove, che alludono alla solita società civile. Sono usati soprattutto per scongiurare la caduta dell’Emilia rossa, senza però usare i vecchi arnesi del pd e senza andare al traino degli inetti i grillini. Il sottinteso è: non pensate al governo, spostatevi sulla piazza di città, ci sono i ragassi, con la doppia esse, c’è un’aria nuova. Ma no, ragassi, è aria fritta e rifritta; del resto, le sardine più gustose finiscono in friggitoria. Non c’è dietro di loro un pensiero. L’unico libro dedicato alla filosofia delle sardine l’ha scritto un intellettuale conservatore, Robert Hughes che anni fa attaccò il bigottismo progressista, politically correct, ne La cultura del piagnisteo.
La svolta ittica della sinistra ha poi un pericoloso contorno. Sono i centri sociali che autonomamente scendono in piazza ogni volta che si affaccia Salvini o la Meloni. E vorrebbero impedire coi loro modi facinorosi di esprimersi. Voi direte: ma le sardine, le innocue, dietetiche sardine, cosa c’entrano con gli estremisti dei centri sociali? Nulla, per carità, marciano divisi anche se poi colpiscono uniti lo stesso obiettivo, e magari cantano da ambo le parti Bella Ciao.
Ma vorrei far notare cosa succede quando Salvini va in piazza. È uno schema fisso, naturalmente casuale, che però si ripete puntuale. Si mobilitano le sardine da una parte e le murene dall’altra. Le une presentano una piazza dalla faccia pulita e senza curriculum politico; c’è un popolo, er valoroso popolo de sinistra, a piede libero, non di partito, non di corrente, se non marina. E le altre, le murene, servono a intimidire coloro che hanno intenzione di andare ad ascoltare Salvini. Si temono scontri, assalti, incidenti, lanci di roba, picchetti, così ti passa la voglia di andarci, soprattutto se sei una persona mite, un moderato, uno che non ha alcuna voglia di trovarsi coinvolto in qualche scontro tra polizia e manifestanti. Insomma s’innesca una tenaglia perversa in cui le sardine hanno il compito di persuasori, le murene fungono da dissuasori.
Ero in tour di conferenze tra l’Emilia e Romagna, e mi sono trovato nei luoghi in cui avrebbe parlato Salvini e in cui sarebbero usciti dalle scatole le sardine; i giornali locali tappezzavano le città di locandine sul pericolo di centri sociali in rivolta contro l’arrivo di Salvini. Si alimentava una psicosi, e naturalmente la colpa era di Salvini che con la sua presenza provoca e profana una terra antifascista.
Insomma vedi i ragazzi-sardina, pensi che siano merce nuova e poi ti ritrovi in versione marina, proprio nelle zone che furono il triangolo rosso della guerra civile, il vecchio fantasma dell’Anpi e dei nuovi partigiani fosco-emiliani. Vuoi vedere che la i finale dell’Anpi sta ora per partigiani ittici?
E il Pd come risponde alle sardine? Si fa piatto come una sogliola, per non farsi notare. Ma rischia di finire in padella. Indorato e fritto.

MV, La Verità 21 novembre 2019 Marcello Veneziani

                                                                                                                                                       

martedì 10 dicembre 2019

GUERRA ALL'ITALIA

GUERRA ALL'ITALIA



di Enrico Montermini



Mentre in Italia le Sardine cantano in piazza "Bella ciao", da Parigi, Berlino e Bruxelles trapelano i dettagli della riforma del MES, il meccanismo di stabilità finanziaria dell'Unione Europea - e non sono buone notizie. 
 
A quanto pare l'asse Parigi-Berlino che controlla la politica europea continua la sua guerra senza quartiere all'Italia utilizzando la finanza come arma per indebolire il Paese. 
 
Nulla, quindi, è cambiato dal primo al secondo governo Conte, se non il fatto che ora la pillola amara ci viene ora somministrata con larghi sorrisi e pacche sulle spalle.
 
Il MES è l'organismo preposto ad aiutare gli Stati a finanziarsi quando sono sotto attacco da parte dei mercati.
Non starò a tediare il lettore con una descrizione troppo tecnica, che potete trovare qui: Che cos'è il Mes e perchè la sua riforma fa discutere.
Mi limiterò a evidenziare le dimensioni inaudite dell'attacco che si sta preparando contro l'Italia.


Il MES è finanziato da 19 stati membri dell'Unione in proporzione al proprio PIL.
L'Italia è il terzo finanziatore in ordine di importanza dietro a Francia e Germania.
Secondo una simulazione, tra i 19 sottoscrittori del fondo solo 10 hanno le carte in regola per accedervi e tra questi l'Italia non figura.

La clausola capestro introdotta nella riforma è stata fortemente voluta dall'amministratore delegato del MES, il tedesco Klaus Regling.
Essa prevede che il debito pubblico degli Stati che possono accedere ai finanziamenti deve essere intorno al 60% del PIL: un dato studiato su misura per agevolare Francia e Germania e punire l'Italia.


Qualora un paese "non virtuoso" come l'Italia dovesse chiedere aiuti al MES, sarebbe costretto a sottoscrivere un memorandum d'intesa per la riduzione del debito pubblico.


Gli Stati non virtuosi saranno quindi incoraggiati a ridurre, precauzionalmente, il proprio debito pubblico, cosa che nessun governo italiano farà mai perché significherebbe arginare la corruzione, il nepotismo e gli sprechi nella pubblica amministrazione, che è un bacino elettorale e un concentrato di interessi economici che nessuno vuol toccare. 


Il pericolo è che il semplice annuncio della riforma del MES possa scatenare la speculazione dei mercati contro il debito sovrano italiano, costringendo il governo ad accettare un memorandum d'intesa con il MES.

Tale memorandum - come insegnano i precedenti - comprenderebbe dure misure di austerity, che di solito portano a due conseguenze.

La prima: un drammatico crollo del prodotto interno lordo a fronte di una modesta riduzione del debito pubblico.
La cura, insomma, si rivela sempre più dannosa della malattia.

La seconda conseguenza: il taglio del welfare, la deregolamentazione del mercato del lavoro e la svendita degli asset pubblici a soggetti privati o a stati esteri.

Sono le cosiddette riforme, da sempre invocate dai falchi di Parigi, Berlino, Bruxelles e appena iniziate dal governo Monti.

Riforme, che vogliono anche i grandi istituti finanziari, le agenzie di rating e la Confindustria. Misure, i cui effetti, economici e politici, equivalgono a quelli di una guerra perduta.


Il lettore si domanderà probabilmente perché il sottoscritto accredita un'interpretazione complottista alla riforma del MES.

Innanzitutto perché i maggiori sottoscrittori del debito pubblico italiano sono le due più importanti banche francesi.

Un attacco speculativo provocato dal semplice annuncio delle clausole capestro descritte trasformerebbe immediatamente i titoli di stato italiani in titoli tossici: da qui la necessità di disfarsi degli stessi, facendosi rimborsare dal MES.

E' quanto è accaduto alla Grecia, dove i prestiti della Troika sono serviti a rimborsare le banche francesi e tedesche, ma sono stati pagati con la rovina del popolo greco.

In secondo luogo, perché la strategia dell'asse franco-tedesco è sviluppata dall'Ecole de Guerre Economique: la scuola di guerra economica fondata da un generale francese.

In terzo luogo perché, da un lato, Macron è il prodotto degli interessi della famiglia Rothschild, per la quale ha lavorato prima di entrare in politica; dall'altro perché in Germania le banche sono state in gran parte nazionalizzate e sono quindi un asset a disposizione del governo di Angela Merkel.

Quella stessa Merkel che, ordinando la vendita dei titoli di stato italiani detenuti da Deutsche Bank, ha provocato l'attacco dei mercati contro l'Italia che ha portato alle dimissioni dell'ultimo governo Berlusconi.

E' lecito ipotizzare, quindi, che esista un piano franco-tedesco per muovere guerra all'Italia servendosi della finanza e delle strutture politiche e finanziarie europee come strumento.


La riforma del MES sarebbe solo l'ultima offensiva di una guerra iniziata addirittura all'epoca della caduta del Muro di Berlino.

Che di guerra si tratti, purtroppo, non pare che se ne siano accorti né i politici né la stampa, che sono troppo presi dalle beghe domestiche.


Perché mai, è lecito chiedersi, la Francia e la Germania vogliono la rovina economica dell'Italia?

Perché qualora il governo accettasse la riforma del MES il Paese, prima o poi, sarebbe costretto ad accettare il piano di riforme di cui si è detto: perderebbe, insomma, quel poco che le resta della sua sovranità e della democrazia.
Come accaduto alla Grecia, quando Tsipras, dopo aver indetto un referendum per dire "no" agli ordini della Troika, fu costretto a piegarsi ai ricatti della stessa.

L'arrivo in Italia della Troika, sempre paventato dalla Cassandra di turno, è però l'estrema ratio: molto meglio avere un governo nazionale sostanzialmente docile agli ordini di Parigi e Berlino.

In gioco c'è il dominio dell'Europa: l'obbiettivo vanamente perseguito da Napoleone, Guglielmo II e Hitler con i loro eserciti e che ora pare a portata di mano con l'arma della finanza. 


                                                                                                                    

mercoledì 4 dicembre 2019

LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE NELLA R.S.I.

LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE NELLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA E IN PARTICOLARE NELLA PROVINCIA DI UDINE



Guido Bellinetti
 
 
    La Repubblica Sociale Italiana si manifestò non solamente o precipuamente col suo apparato militare, impiegato su diversi fronti: orientale contro le bande di Tito, occidentale contro l'esercito francese e i maquis, meridionale contro gli alleati e all'interno, per l'ordine pubblico, contro la guerriglia partigiana, ma anche con la sua responsabile e intensa attività nel campo legislativo, amministrativo e sociale più ampio, assicurando così la sopravvivenza del tessuto civile, dell'apparato produttivo, delle provvidenze alla popolazione. La sua gestione centrale e periferica si realizzò grazie ad una burocrazia rigida, responsabile, preparata nel ventennio fascista, ed all'apporto generoso di migliaia d'impiegati, dirigenti e amministratori. Molti di questi pagarono con la vita propria e anche dei familiari la dedizione al dovere verso lo Stato repubblicano e alla solidarietà verso la gente comune, i profughi, i senza tetto, i diseredati e gli sbandati in genere.
    Il quadro offerto da chi a posteriori, con il fine di alterare una realtà storica, ha ricostruito quel tempo e posto lo scontro tra la RSI e chi si opponeva ad essa sullo stesso piano, stabilendo così una arbitraria parità di funzioni e di peso, è storicamente insostenibile. La stessa interpretazione, affermatasi con più favore recentemente, di "guerra civile" comporta un'artificiosa gonfiatura dell'attività di guerriglia, promossa al livello di paritaria contrapposizione a uno Stato forte di 800.000 circa uomini in armi e nell'esercizio delle sue attività sovrane. Basta considerare che un soldato inquadrato in un esercito regolare, comportava all'epoca un supporto di almeno 4 uomini nelle retrovie per concludere che le esigenze di movimento, armamento, rifornimento delle divisioni della RSI e dell'armata germanica sul territorio italiano, sostenute nella misura suddetta, vanificano una contrapposizione di qualche migliaio di uomini, limitato sia nella capacità operativa che nei movimenti e negli armamenti esclusivamente individuali. L'azione di disturbo, essenzialmente periferica, del fatto "partigiano" deve quindi essere ridimensionata, superando gli schemi dell'agiografia ufficiale.
    La verità è che la RSI ha svolto la sua funzione, indipendentemente dalle valutazioni storico politiche, poggiando su un complesso amministrativo efficiente e responsabile, tenuto contro delle difficoltà in cui si è realizzato. Pur incombendo, in quel tempo, lo stato di guerra con i pericoli conseguenti, in primis l'azione distruggitrice dei bombardamenti aerei e le strettoie create dai tedeschi a seguito dell'armistizio di Badoglio, in materia di disponibilità di prodotti industriali e d'uso pieno, stante la priorità militare delle comunicazioni e dei trasporti ferroviari e stradali con relativo carburante, lo sforzo del governo della RSI fu immane e realizzato con la collaborazione di milioni di lavoratori e impiegati. Tutto questo, paradossalmente, si realizzò anche a beneficio di quelli che lo osteggiavano.
    Per riportarsi alla situazione reale del tempo, si ricordi l'episodio del generale americano Taylor, che, accomiatandosi dal Re, rifugiatosi al sud, si sentì chiedere una dozzina di uova per la Regina.
    Nella RSI la dedizione dei Prefetti, dei Segretari del P.F.R. e degli Alti commissari interprovinciali o degli Enti pubblici, dei mille e mille dirigenti e dipendenti fu encomiabile e generosa, nonostante le incursioni nemiche, la penuria di generi alimentari d'ogni tipo e i furti di sciacalli che privavano le popolazioni dei viveri.
    Nel clima snervante in cui operò l'autorità, su tutto il territorio nazionale anche laddove non esistevano presidi militari, reparti in armi, difese che offrissero un minimo di sicurezza nel lavoro e nella sopravvivenza, lo Stato non venne mai meno ai suoi compiti e corrispose stipendi, sussidi, sovvenzionamenti, ripristino di opere danneggiate. L'assistenza del governo della RSI comprese anche le famiglie dei militari internati in Germania o dei dispersi e tra questi, sicuramente, anche degli sbandati e dei partigiani in Italia e Jugoslavia.
    Se questo era il clima nel territorio della Repubblica, particolare era quello nello stesso territorio, limitato al cosiddetto "Litorale adriatico", parte sottoposta dai tedeschi dopo l'armistizio Badoglio a stretto controllo per esigenze militari, dettate dall'ubicazione come cerniera tra territorio italiano e jugoslavo e comprensivo delle province di Gorizia, Pola, Fiume - oltre che Trieste. Nelle prime incombeva, oltretutto, l'astio delle soldataglie slave arruolate dai tedeschi che si sommava a quello delle bande di Tito.
    La volontà degli italiani, nonostante tutto, non venne meno e non cedette alle minacce e alle intimidazioni. 
    Gli ammassi furono conferiti regolarmente, i concentramenti di bestiame si realizzarono periodicamente, il burro consegnato e nemmeno le coperture di biciclette mancarono. I trasporti ferroviari assicurati, salvo le temporanee interruzioni per bombardamenti aerei, prontamente riparate. Il tutto nel rischio mortale di ogni giorno.
    Secondo i dati raccolti, nella provincia di Udine, la situazione cominciò a deteriorarsi agli inizi del 1945 e sicuramente in relazione all'andamento sfavorevole delle operazioni militari su tutti i fronti.
    A Bicinicco di Pordenone i partigiani assassinarono il Segretario comunale il 1° Gennaio 1945 e dopo pochi giorni fu ammazzato il figlio diciottenne del Segretario di S. Pietro di Gorizia.
    Dopo il catastrofico bombardamento aereo di Udine, 350 senza tetto furono sistemati nelle case dei parrocchiani di S. Maria del Carmine. Dopo una successiva devastante incursione, la Cooperativa delle mense di guerra organizza i pasti per 1700 sinistrati.
    Il 9 febbraio 1945 venne ordinato il censimento di tutto il bestiame da carne della provincia e organizzato un sistema di raccolta in appositi centri, sì da disporre la requisizione mensile degli animali.
    Nel febbraio 1945 oltre 1000 bambini ricevettero la refezione scolastica gratuitamente, mentre il 18 dello stesso mese il Commissario per il Litorale Adriatico Rainer ordinò che a tutti i dipendenti pubblici venisse corrisposta una gratifica straordinaria per il genetliaco del Fuhrer. A seguito delle proteste, nel mese successivo, il beneficio fu esteso anche ai dipendenti privati. Certamente tra i primi e i secondi si poteva supporre fossero anche i doppiogiochisti, ma non risulta che qualcuno abbia rifiutato l'imbarazzante dono. A Tolmezzo in Carnia, per esempio, il direttore della sezione del Corpo forestale della RSI, dott. Romano Marchetti, era anche il capo delle formazioni partigiane Osoppo della zona: presumibilmente avrà accettato anche lui quel denaro, perché in fondo, togliere "al nemico" rappresentava una raffinata forma di sabotaggio dall'interno.
    Il 26 febbraio 1945 il Comune di Udine aumentò tasse e imposte comunali quasi raddoppiandole e moltiplicandole per due se il reddito familiare avesse superato le centomila lire annue.
    Ai primi di marzo le edicole della periferia della città vennero minacciate se avessero esposto il quotidiano del Partito fascista repubblicano; nessun risultato.
    Alla fine dello stesso mese la vidimazione delle tessere di lavoro obbligatorio divenne quindicinale e successivamente giornaliera.
    Malgrado tutto le tasse vennero pagate e i bilanci comunali lo dimostrano. Conoscendo la mole di lavoro dei Comuni, della Provincia, della Prefettura, della Questura e degli altri enti pubblici, si può bene immaginare quali fossero le difficoltà da affrontare giorno per giorno, ora per ora, sempre al fine di assicurare alla popolazione il possibile per la sua vita. A tutto provvidero le autorità della RSI tanto nelle zone a ridosso del fronte che nei paesi di alta montagna, dove la disfatta partigiana nell’inverno del 1944 richiese il noto proclama del maresciallo inglese Alexander che invitava a colpire alle spalle tedeschi e fascisti, rinnovato dalla primavera del 1945 da analoghi appelli del clero. In realtà l'attività più sollecita fu diretta al furto dei viveri diretti ai paesi ed alle frazioni più lontane.
    Il giorno di Pasqua 1945 giunsero a Udine alcuni convogli ferroviari dalla Germania con feriti e ammalati italiani che non avevano aderito alla RSI: malgrado la catastrofe finale fosse vicina, Mussolini inviò a Tarvisio da Milano alcuni funzionari con la somma di lire 8 milioni per le urgenze da risolvere.
    Negli archivi comunali, provinciali o prefettizi, nonostante le condizioni di indescrivibile abbandono, è conservata la corrispondenza sia pubblica che privata, quest'ultima spesso specchio delle ragioni, talvolta assurde e incompatibili con la tragedia che si svolgeva attorno, personali e familiari. Una madre scrive il 3 luglio 1944 al Prefetto di Udine chiedendo semplicemente il rientro del figlio internato in Germania, pur sottolineando che non aveva aderito alla RSI nè per il lavoro in Germania. Il Prefetto annota sul foglio della donna in data 7 Giugno: "urgente rimpatrio dalla Germania. Confermare subito".
    È rintracciabile, nella ricerca archivistica, il documento riassuntivo dell'attività assistenziale verso i bambini, svolta nella provincia di Udine, dall'O.N.B. ossia l'organizzazione fascista giovanile. La nota riporta:
     Assistiti  Spese  
 Befana fascista   5.870   266.500
Refezione scolastica gratuita  13.400  3.616.000
Patronato scolastico   13.380  356.000
Sussidi assistenziali   136  73.000
Indumenti    560  111.000
Indennità infortuni   96  56.000
Premi demografici   16  36.000
Colonie estive    5.528  3.000.000
Orfani di guerra in istituti scolastici 674  1.000.000
Medicinali    450  25.000
Cure ambulatoriali   457  28.000
Borse studio    26  52.000
Sussidi individuali   720  100.000
    Inoltre: distribuiti 4000 pacchi dono indumenti, ospitati più di 100 ragazzi con vitto e alloggio, allestita una colonia montana a Gemona con cento bimbi senza tetto, creata una mensa aziendale a lire 10 a pasto per 200 impiegati cittadini. A parte: distribuzione di coperte, lenzuola, letti e materassi a oltre 100 profughi delle terre invase e dall'Istria. Firmato: Cap. De Barba. (Archivio Com. Udine. 288- 1945 - Cat.II).
    È augurabile che si avvii una ricerca attenta presso gli archivi del territorio già amministrato dalla RSI, per ricostruire un quadro dell'attività svolta negli anni 1943-1945, dal governo repubblicano. È un aspetto poco conosciuto o addirittura falsato della storia della Repubblica Sociale Italiana, il cui accertamento consentirebbe di stabilire alfine la vera portata non solo della sua presenza su tre quarti del territorio nazionale, ma anche il peso reale dell'opposizione palese o occulta creatasi alla fine del 1943 e successivamente definita "resistenza".
    Se anche vi furono, localmente come nella zona "libera di Carnia", episodi in cui le forze governative furono temporaneamente neutralizzate, perché esposte in zone non sufficientemente presidiate -si badi bene, in tempi vicini alla conclusione sfortunata della guerra - la RSI ristabilì sempre l'ordine e il suo ordinamento giuridico, amministrativo e burocratico, nell'interesse soprattutto della popolazione. Questa affermazione di legittimità non s'ebbe solo nelle città presidiate da migliaia di soldati e militi, ma anche nei centri minori, grazie anche all'apporto di dirigenti funzionari, impiegati e operai, che non si sottrassero ai loro doveri, nemmeno di fronte al rischio della vita.
 
                                                                                                                                                   

venerdì 29 novembre 2019

NOI E LORO. UNA PICCOLA DIFFERENZA CHIAMATA ONORE

NOI E LORO. UNA PICCOLA DIFFERENZA CHIAMATA ONORE



Nino Arena
 
La faziosità è dura a morire; la menzogna, soprattutto se finalizzata a radicalizzare un fatto arbitrario ha radici profonde; l’invito ai chiarimenti, se presuppone la fine del teorema illegalmente costruito per convalidare la falsità, viene di norma respinto. Poi tutto torna nel dimenticatoio ed ognuno si tiene le sue convinzioni cullandosi nell’ipocrisia e nella malafede. Talvolta, allorché vengono a mancare le motivazioni per controbattere accuse e invenzioni, si fa strada timidamente la loro "verità’’ riportata pedissequamente nelle occasioni, populiste e demagogiche, non di rado sui libri di testo, quasi sempre reperibile nella bibliografia resistenziale di comodo stampata dai grandi circuiti editoriali, nella speranza che "il luogo comune’’ si trasformi in "verità’’ storica: il gioco è fatto! Dovranno sopravvenire dirompenti eventi esterni, come accadde col muro di Berlino, per smantellare l’architrave della menzogna, meglio se originati al di fuori dell’Italia, in quanto ritenuti più credibili, attendibili, affidabili.
Molti anni or sono ho dovuto lottare contro un clan di pseudo storici (di parte) che, in contrasto col responso di una apposita commissione governativa, rifiutavano di accettarne le decisioni per malafede (leggasi: in contrasto con la loro ideologia). Si trattava del bluff sui fatti di Leopoli, di cui lo scrivente - per primo e con mesi di anticipo sulle conclusioni della commissione - denunciava il falso organizzato dal PCUS con la complicità di un giornalista comunista polacco.
Ogni tanto qualcuno si sente in diritto di emanare sentenze, forte, a suo parere, di trovarsi dalla parte "vincente’’; una ridicola convinzione poiché è risaputo che l’Italia ha perduto la 2ª guerra mondiale, che non ci sono stati vincitori e quelli che ritengono di essere tali sono soltanto poveri illusi, vissuti da sempre nella loro persuasione, nel loro sogno donchisciottesco ben al di fuori della realtà.
Una frase recentemente pronunciata da un personaggio di questo effimero clan di Soloni, ci ha colpito particolarmente: "... l’accostamento con la RSI non sarà gradito da noi veterani delle FF.AA. regolari (badogliani, tanto per precisare chi sono); una sottile distinzione per prendere le distanze dai partigiani, e precisava ancora: "Nel dopoguerra le faccende non si sono per niente chiarite, tant’è vero che i reduci della RSI ostentano ancora nelle celebrazioni la scritta Per l’Onore d’Italia. Una strana pretesa da parte del badogliano, che pensa di dettare condizioni e stabilire regole di comportamento, quasi che i reduci della RSI dovessero vergognarsi di tale "ostentazione’’.
Noi siamo di parere contrario, poiché gli atti compiuti da coloro che militarono al sud non sono sempre motivo edificante di ammirazione e ostentazione. Molti avvenimenti non possono essere accettati come atti onorevoli di cui vanagloriarsi e con loro attruppiamo i miserevoli individui del CLN che segnalavano agli aviatori alleati gli obiettivi da colpire (quasi sempre centri abitati); segnaliamo ancora la miseria morale degli uomini del Partito d’Azione che parlavano durante la guerra da Radio Londra contro l’Italia e che l’articolo 16 del trattato di pace salvò immeritatamente. Non sono atti di cui vantarsi gli aiuti militari italiani forniti a Tito - sanguinario despota balcanico - e da questi usati criminosamente per la pulizia etnica degli italiani, non sono atti ammirevoli quelli dati dalla marina cobelligerante alla Royal Navy permettendogli di affondare il "Bolzano’’ per pareggiare la notte di Alessandria; non sono atti meritevoli i bombardamenti dell’aviazione del sud in Istria su zone abitate da italiani; non sono episodi da ricordare nella storia, le uccisioni e i maltrattamenti verso i soldati della RSI uccisi o catturati in azione da reparti badogliani, così come sono da dimenticare le leggi liberticide, vessatorie e discriminanti applicate verso i combattenti della RSI, ancora oggi considerati come invalidi civili, valorosi mutilati degni di rispetto e attenzioni.
Non si può imporre la democrazia come modello comportamentale per poi rinnegarne i principî con atti contrari, così come non è accettabile imporre discriminatorie settarie nei confronti di coloro che a fine guerra si trovarono dalla parte perdente. Si finirebbe per perdere la faccia e rinnegare teorie libertarie applicabili a senso unico.
I soldati della RSI avevano scelto e combattuto sino all’ultimo per cancellare il tradimento badogliano (non il tradimento dei soldati o dei cittadini italiani, vittime ugualmente delle decisioni di pochi irresponsabili); lo avevano fatto per tentare di riscattare l’onore d’Italia infangato dai congiurati. Se altri ritengono che tale comportamento vada cancellato o dimenticato per compiacere coloro che implicitamente li osteggiavano, sappiano che la storia ha condannato i traditori, non i traditi.
Le frasi incriminate fanno parte di un maldestro tentativo inteso a prevaricare la libertà di pensiero (grave per un preteso paladino della libertà) di un amico che in perfetta buonafede aveva iniziato a raccogliere elementi di giudizio, testimonianze e documenti su una possibile pubblicazione sulle vicende postarmistiziali della divisione "Nembo’’. L’intervento, invece, mirava a perpetuare con pesante pressione personale (riteniamo) una pretesa differenza morale e ideologica, di pensiero e di idealità fra i paracadutisti del nord e quelli del sud, che avevano militato nella stessa unità prima e dopo l’armistizio, alcuni dei quali si erano inaspettatamente riscoperti "democratici e antifascisti’’ soltanto a posteriori e temevano il "contagio’’, o quanto meno il pericolo di essere allineati sullo stesso piano fra coloro che avevano accettato supinamente l’armistizio - servendo i Savoia e Badoglio - e gli altri che invece lo avevano rifiutato come immorale e che intendevano opporsi nel tentativo nobile ma difficile di riscattarne col sacrificio l’aspetto d’immagine vilipesa che il tradimento aveva appiccicato all’Italia.
Il problema meritava indubbiamente una precisazione, se non altro per far conoscere meglio la posizione ideale della parte che aveva scelto il nord e il riscatto dell’onore e coloro che invece si erano trovati al sud, non per libera scelta (molti settentrionali avrebbero sicuramente optato per combattere col nord) ma per collocazione geografica, obblighi militari, situazioni contingenti (molti al nord vissero questo problema) sicuramente non per motivazioni ideologiche o scelte politiche, considerando oggettivamente che la "Nembo’’ annoverava fino all’armistizio una larghissima percentuale di personale politicizzato, non tanto nella visione ortodossa e limitata del credente quanto nell’aspetto individuale di far parte di un Corpo d’élite che da sempre (lo si verifica ancora oggi ingiustificamente) ha nell’amor di Patria, nel dovere militare, nel sentimento nazionalista e nella purezza della gioventù nata e vissuta sotto il fascismo, sicuri pilastri di forza morale e affidabilità.
Nessuno di loro conosceva la definizione di democrazia, sapeva di battersi per la libertà, contestava apertamente il fascismo, anche se in quel periodo aleggiava un sottile ma avvertito malessere causato dal crollo del fascismo e dei suoi postulati ideologici; c’era confusione morale fra tutti gli italiani, si accertava la presenza di una stanchezza diffusa fra la popolazione e le FF.AA. causata da avvenimenti interni e dal negativo andamento del conflitto.
Esaminiamo i fatti e accertiamo quanto di vero esisteva nella "Nembo’’ in quel particolare periodo.
Al momento dell’armistizio l’unità frazionata fra Calabria e Sardegna contava circa 10.500 uomini in servizio di cui circa 7.000 paracadutisti, 1.200 militari dei servizi e 2.300 fra artiglieri, carristi e genieri aggregati alla "Nembo’’ per esigenze difensive territoriali. Abbandonarono l’unità i Btg. 3°, 12° e reparti minori dei Btg. 13°/14° passati poi alla RSI; 600 paracadutisti ritenuti politicamente inaffidabili furono internati nel campo di disciplina di Uras (Cagliari); altri 410 sospetti di simpatie fasciste furono radiati dai paracadutisti e assegnati ai Rgt. di fanteria 45° e 236°; altri 300 vennero distribuiti ad altri reparti e una trentina di ufficiali - fra cui il vicecomandante divisionale, il valoroso Folgorino Col. Pietro Tantillo - furono imprigionati, processati e infine prosciolti dall’accusa di "rifiuto per coerenza etica di sparare sui reparti tedeschi’’. Il resto si era sbandato. Una perdita complessiva di oltre 3.000 uomini che riduceva la "Nembo’’ a poco più di 4.000 paracadutisti con alcune centinaia di militari dei servizi.
Non mancarono le uccisioni isolate, gli atti di violenza, le ribellioni aperte. Da una parte si ebbe l’uccisione ingiustificata e involontaria del Ten. Col. Alberto Bechi Luserna-Capo di SM-ucciso da paracadutisti aderenti alla convalida del patto d’alleanza con la Germania. Venne decorato di Movm alla memoria. Gli autori identificati, furono processati nel dopoguerra e condannati a pesanti pene detentive. Dall’altra parte si ebbe l’uccisione ingiustificata ma volontaria del maresciallo Pierino Vascelli - valoroso libico e Folgorino-addetto allo SM divisionale, assassinato da ignoti per punire la sua ostentata fede fascista. Vascelli non ebbe alcuna decorazione, non ebbe un processo poiché i suoi assassini rimasero ignoti, coperti criminosamente dall’omertà. Due pesi e due misure che gridano giustizia e di cui ben pochi conoscono i retroscena.
Non risponde quindi al vero che la "Nembo’’ disponeva nel 1944 di 10 battaglioni paracadutisti, poiché era stata ristrutturata su 5 Btg. e 2 gruppi artiglieria, reparti minori e non superava le 4.000 unità allorché venne inserita nel CIL (Corpo Italiano di Liberazione) poiché altri 250 paracadutisti furono assegnati a reparti logistici (leggasi salmerie della 210a Divisione).
Al nord, invece, furono costituiti 3 Btg. paracadutisti arditi e un Btg. allievi; un Btg. N.P. (Nuotatori Paracadutisti) della Xª MAS e un Btg. paracadutisti della GNR ("Mazzarini’’) per circa 3.800 paracadutisti in gran parte volontari. Nel 1945 si ebbero altre trasformazioni: al sud venne disciolta la "Nembo’’ sostituita col Gruppo da combattimento Folgore con un Rgt. paracadutisti su 3 Btg. nuclei sparsi di paracadutisti fra il Rgt. artiglieria e i reparti genieri. Complessivamente non più di 3.000 paracadutisti oltre ad un centinaio di parà assegnati allo Squadrone F alle dirette dipendenze del comando XIII° Corps inglese.
Al nord, oltre ai precedenti reparti già accennati, si ebbero 2 Cp. autonome e reparti indipendenti composti da complementi, dal personale del disciolto gruppo artiglieria "Uragano’’ e dagli istruttori della scuola di Tradate; dal personale del gruppo speciale sabotaggio "Vega’’ e NESGAP della Xª MAS, dal Btg. NP e dal "Mazzarini’’. Complessivamente circa 4.000 uomini superiori, per organici e reparti costituiti, a quelli del sud. Nessun vantaggio numerico o per organici, quindi, sufficiente per affermazioni fuori luogo e giustificare maggiore importanza psicologica come avventatamente dichiarato dal nostro censore sudista. Anzi, una situazione a favore della RSI.
Alcune precisazioni merita anche l’aspetto morale e giuridico, considerando obiettivamente l’illegittimità del governo Badoglio secondo giuristi e costituzionalisti affermati, nato da un colpo di Stato e mai convalidato dagli enti istituzionali. Semplicemente, come quello della RSI un governo di fatto ma del tutto arbitrario come aspetti decisionali, considerando che era scappato al sud con due soli riluttanti ministri militari (altri 12 ministri erano stati abbandonati a Roma), che si era trovato brutalmente al cospetto delle strutture amministrative create dagli alleati: AMGOT e ACC, cui doveva ubbidienza assoluta senza alcuna recriminazione, col territorio nazionale rigidamente controllato dai funzionari angloamericani (soltanto nel 1944 furono consegnate quattro province pugliesi (Lecce, Bari, Taranto e Brindisi) all’amministrazione badogliana. Badoglio fu costretto persino a utilizzare i comandi militari in assenza di strutture civili per applicare un minimo di legalità e ordine nel caos postarmistiziale, proclamando la legge marziale con i poteri riservati ai militari, con l’assurdo giuridico e offensivo, di emanare ordinanze agli italiani da parte di comandi militari italiani, come avveniva nei territori nemici occupati.
Ciò non impedì allo stesso Badoglio di emanare ordini suicidi per attaccare i tedeschi ovunque, col risultato nefasto di privare i soldati italiani delle garanzie internazionali dovute allo status armistiziale, trasformandoli in franchi tiratori, col risultato di farli uccidere impunemente dai tedeschi per dovute legali rappresaglie, come fatalmente accaduto a Cefalonia, Balcani e Lero. Un totale di 45 mila soldati uccisi ingiustificatamente nel dopo armistizio. Fu necessario l’intervento di Eisenhower a Malta il 29 settembre, che consigliò prima e intimò poi a Badoglio di far cessare le uccisioni, ripristinando lo status giuridico internazionale col dichiarare guerra alla Germania, cosa questa che avvenne il 13 ottobre successivo.
Resta ancora da chiarire il significato di cessare le ostilità "per impossibilità materiale di continuare la guerra "come dichiarò Badoglio all’armistizio, per poi ritrovare miracolosamente volontà e capacità operativa con la proposta di "passare armi e bagagli con gli anglo-americani’’ alla pari, come ingenuamente pensarono i congiurati come fosse la cosa più semplice del mondo, nella convinzione di ritenersi indispensabili e quindi di dirigere il gioco. Gli alleati respinsero invece sdegnosamente ogni ipotesi di alleanza (l’Italia non venne mai considerata alleata dalle Nazioni Unite, ma più dimessamente "nazione cobelligerante’’ di nessuna importanza giuridica e operativa) e l’offerta fatta da Badoglio sulla "Nelson’’ di concedere la "Nembo’’ venne ugualmente respinta (confronta al proposito la testimonianza dell’interprete ufficiale italiano Magg. Carlo Maurizio Ruspoli (fratello dei folgorini Marescotti e Costantino).
Cosa rimane dunque come argomenti per trattare con sufficienza e distacco i reduci della RSI? Riteniamo ben poco, se non il disagio inconfessabile di aver militato agli ordini di simili traditori che hanno meritato il disprezzo delle genti, anche a livello internazionale, e la squalificante etichetta di opportunisti.
Pochi giorni or sono, in una intervista concessa ad un giornalista del "Giornale’’, Indro Montanelli - che non può essere certamente accusato di simpatie fasciste, pur non rinnegando il suo passato politico - disse a proposito di Badoglio, alla domanda di come si sarebbe comportato personalmente l’otto settembre: "Io avrei fatto esattamente quello che fece il maresciallo Mannerheim Presidente della Finlandia, allorché fu costretto per totale impossibilità fisica, morale e materiale dovuta a cinque anni di guerra durissima, a continuare a combattere, chiedendo un armistizio all’URSS che premeva alle frontiere della Finlandia, abbandonando l’alleanza col Tripartito e la collaborazione militare con il Reich. Mannerheim spiegò ai tedeschi la sua situazione e li invitò ad abbandonare al più presto il territorio finlandese, cosa che si verificò regolarmente senza particolari problemi. Disse così, il decano dei giornalisti italiani, e aggiunse che deprecava il metodo usato da Badoglio - subdolo e inqualificabile - le riserve mentali, le occulte intenzioni dei congiurati, i tentativi umilianti di saltare sul carro dei vincitori.
Per concludere, spendendo due parole sull’aspetto morale, comprendiamo e giustifichiamo il dramma personale vissuto da migliaia di italiani rimasti al sud, consideriamo valido il rispetto del dovere militare, non accettiamo certamente l’abuso fatto a posteriori di presentarsi e di considerarsi "combattente per la libertà’’ quasi fosse una etichetta di squadrista antemarcia, come accadde con Mussolini, ma soltanto una convalida artificiosa che significava - se accettata implicitamente - complicità morale. "Ho dovuto ubbidire agli ordini di Badoglio e Messe, ma il mio cuore e la mia fede erano al nord con la Repubblica Sociale Italiana’’ dissero molti veterani del sud. "Il giorno che decisi di disertare venni ferito’’ dichiarò un paracadutista della "Nembo’’ oggi affermato medico a Roma. "Mi legarono ad un albero in prima linea perché mi ero rifiutato di sparare contro i tedeschi. Speravano che questi mi avrebbero ucciso come bersaglio indifeso; invece i tedeschi capirono la situazione e mi risparmiarono’’ disse un veterano del 16° Btg. Molti ancora, opposero pretestuosamente il giuramento fatto al Re come ostacolo morale alla loro adesione; ma nessuno seppe che il giuramento non aveva più alcuna validità poiché era stato infranto per primo dal Re, violando la Costituzione, che parlava del giuramento prestato dal sovrano "nel bene indissolubile del Re e della Patria’’. Ma soltanto pochi obbedirono sino all’ultimo allo spirito di tale giuramento e fra questi il vecchio generale Ercole Ronco, comandante della "Nembo’’, il Col. Camosso folgorino e il Ten. Col. Felice Valletti Borgnini - anch’esso folgorino - che preferirono abbandonare la vita militare al momento in cui Umberto di Savoia abdicò e partì per Lisbona. Gli altri transitarono senza particolari patemi d’animo dalla monarchia alla repubblica, scoprirono una nuova fede e fecero carriera.
Noi, dunque, rappresentiamo per diritto acquisito la continuità ideale fra la gloriosa Folgore di El Alamein e il paracadutismo della RSI: stessi ideali, stessi nemici, stesse conseguenze. Erano gli stessi nemici con l’elmetto a scodella che uccidevano i folgorini nelle sabbie egiziane e massacravano i ragazzini alla difesa di Roma; erano per noi i nemici di sempre, quelli del primo giorno di guerra e dell’ultimo giorno, quando ci sorvegliavano e ci angariavano nei campi di prigionia. Di esempio i folgorini comandanti Izzo e Valletti che combatterono con la Folgore a El Alamein, fianco e fianco con i parà germanici di Ramcke, non sapendo che un giorno si sarebbero scambievolmente uccisi sulla "Gotica’’ nella primavera del 1945, quando Badoglio e le circostanze li avrebbero messi l’uno contro l’altro. Questo mi disse nel dopoguerra Giuseppe Izzo, quando dovette battersi per salvaguardare il suo dovere di soldato contro il suo amico Hubner a Grizzano, un camerata che aveva condiviso con lui, in Egitto, le speranze, l’acqua e le munizioni contro i Tommy’s di Montgomery. A Grizzano si guadagnò una Movm, ma avrebbe sicuramente preferito meritarsela a El Alamein battendosi contro gli inglesi. La sua carriera militare si bloccò a Palermo, nel dopoguerra, allorché rifiutò di stringere la mano di Pacciardi, Ministro della Difesa, da Lui tacciato di "traditore della Patria’’.
Valletti Borgnini si battè coerentemente col suo dovere militare contro il reggimento Bomhler sulla "Gotica’’, pur avendo il padre generale nell’esercito della RSI e il fratello minore Luciano, compagno di corso dello scrivente alla scuola AA.UU. di Varese, giovane sottotenente della GNR (morirà a Coltano per malattia non curata dal detentore USA). Una tragedia familiare, lacerante, in cui il senso del dovere fu più forte degli affetti privati. Ma forse questi fatti non influiscono sulla sensibilità del censore intento a spargere l’apartheid fra i parà, dimenticando che essi furono i primi ad abbracciarsi a guerra finita, riconoscendosi come fratelli, non come nemici o soldati di classe inferiore. Ci auguriamo soltanto che quando in futuro vedrà nelle celebrazioni i paracadutisti della RSI ostentare orgogliosamente l’insegna di "per l’Onore d’Italia’’, comprenda cosa significò per centinaia di migliaia di soldati italiani quel motto e quell’impegno che vide oltre centomila caduti, quarantacinquemila feriti e mutilati, novantamila imprigionati in campi POW fra Algeria, Francia, Italia e USA e nelle patrie galere. Oltre trentamila i processati per "collaborazionismo col tedesco invasore’’ (erano soltanto i nostri alleati con cui avevamo sottoscritto un patto militare nel 1939). A questi dati statistici aggiungiamo il milione e mezzo di italiani epurati e messi alla fame, per completare il quadro; molti i suicidi, migliaia gli emigrati nel mondo, centinaia i dispersi nella Legione fra Indocina e Algeria "mort pour la France’’, un intero popolo diseredato da leggi antifasciste volute dal CLN con l’avallo di Umberto di Savoia che le firmò, mentre i "vincitori’’ si spartivano fraternamente posti di lavoro, ricevevano lucrose pensioni, sussidi, elargizioni, premi di smobilitazione, vitalizi, ricompense (anche al valore militare come accadde per Via Rasella). E gli altri? Alla fame o proscritti come appestati, come decretato dagli alpini partigiani con una vergognosa apartheid nostrana immorale e ingiustificata creata ad hoc.
Di certo Noi non abbiamo vestito i panni del nemico di sempre, non abbiamo avuto l’elmetto a bacinella, poiché era remota per i folgorini, in quanto inaccettabile, l’ipotesi che un giorno altri parà avrebbero vestito all’inglese, sarebbero stati da loro armati e si sarebbero schierati al loro fianco per combattere gli ex alleati ormai nemici, e se capitava (come in realtà si verificherà) anche altri italiani.
Badoglio aveva creato le premesse della guerra civile, provocato una frattura nelle coscienze, creato una divisione dei corpi e delle anime. Poi la nemesi storica si riprese la sua rivincita: Badoglio venne estromesso ed emarginato come cosa inutile ("usa e getta’’ si direbbe oggi); il suo Re, mortificato, umiliato dai vincitori e malvisto dai partiti del CLN andò in esilio in Egitto; suo figlio, strumentalizzato dai politici antifascisti, firmò decine di inique leggi persecutorie contro i soldati della RSI, poi, anch’egli ormai inutile, venne costretto a lasciare l’Italia.
Tutto ciò non toglie nulla al valore dimostrato in battaglia dai paracadutisti del sud poiché nomi di località come Ascoli Piceno e Macerata, Tolentino e Aquila, Chieti e Filottrano, Grizzano e la Herring furono altrettante tappe di una lacerante partecipazione fra il dovere militare e la fede, i sacrifici fatti in difficili condizioni morali. Centinaia i caduti con oltre 400 nominativi, 587 i feriti, 54 i dispersi, centinaia le decorazioni al valore concesse e fra queste soltanto sette quelle elargite da americani e polacchi (nessuna da parte inglese). Non inferiori quelle meritate dai paracadutisti del nord che ebbero 621 caduti, 316 feriti e 620 dispersi e prigionieri, oltre 400 le decorazioni meritate fra cui oltre 80 croci di ferro di 1ª e 2ª classe a riconoscimento del valore da parte dell’alleato germanico sempre prodigo di elogi e ammirazione per i volontari italiani.
Cosa dunque restava della nostra scelta fatta non per tentare di vincere (la guerra era ormai perduta per la Germania) se non per salvare l’Onore d’Italia? Fu soltanto un ideale premio morale emerso luminoso fra tante amarezze e umiliazioni inferte dai vincitori; un valore simbolico, idealizzato che nessuno potrà mai portarci via o permettersi di discutere. Lo abbiamo conquistato duramente con innumerevoli sacrifici e se la Storia ha cambiato in parte, grazie alla RSI, il suo severo giudizio sull’Italia, lo si deve anche a chi fece di tutto per cambiarlo, sacrificandosi nel nome d’Italia, riscattandone l’Onore.
La piccola differenza fra NOI e Loro è tutta qui!